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Indulto e Amnistia, due provvedimenti voluti da Provenzano

Indulto e Amnistia, due provvedimenti voluti da Provenzano.

Nel secondo giorno d’interrogatorio Massimo Ciancimino è stato escusso dal procuratore aggiunto Antonio Ingroia in merito ai pizzini acquisiti al fascicolo del dibattimento e consegnati dallo stesso Ciancimino alla Procura di Palermo tra novembre e dicembre dello scorso anno.

Si tratta, in particolare, di tre missive inviate da Provenzano a don Vito Ciancimino nel 1992 e nel 2001 e recuperate da suo figlio Massimo nella casa di via S. Sebastianello, a Roma, dopo la morte del padre. “Carissimo ingegnere, ho ricevuto la notizia che ha ritirato la ricetta (il papello) dal caro dottore (Antonino Cinà)…  credo che è il momento che tutti facciamo uno sforzo (per alleggerire le richieste di Riina), come già ci eravamo parlati al nostro ultimo incontro, il nostro amico (Riina) è molto pressato (dall’Architetto), speriamo che la risposta ci arrivi per tempo (prima di una nuova strage), se ci fosse il tempo per parlarne noi due insieme. Io so che è una buona usanza in lei andare al Cimitero per il compleanno del padre suo si ricorda, me ne parlò lei, potremo vederci per rivolgere insieme una preghiera a Dio o come l’altra volta, per comodità sua, da nostro amico OMISSIS  bisogna saperlo, perché a noi ci vuole tempo per  organizzarci”. Un biglietto, secondo Massimo Ciancimino, riferibile ai primi di luglio ’92, dopo la consegna delle richieste che Riina inoltrò allo Stato attraverso il dottore Antonino Cinà e che giunse attraverso l’ex sindaco di Palermo ai carabinieri.

Don Vito allora si era indignato perché quelle richieste sarebbero state politicamente impraticabili. Per questo parlò con Provenzano mettendolo di fonte alle sue responsabilità (“anche tu hai contribuito con le tue scelte a creare questo mostro”) chiedendogli di mediare il punto di vista del suo compaesano al quale “gli era stata riempita la testa di minchiate” da un personaggio “che lo aizzava a proseguire la strategia stragista” e che Ciancimino ha definito come “l’architetto”, un personaggio legato ai servizi di cui si conosce ancora poco. Per questo nel biglietto consegnato da Massimo Ciancimino ai magistrati si allude a una fantomatica “ricetta”. Il cosiddetto “papello” di Riina per il quale Provenzano, su consiglio di don Vito e del Signor Franco, avrebbe dovuto mitigare il contenuto. Da lì la stesura da parte di Vito Ciancimino di una lista contenente le controproposte in alternativa al papello che don Vito avrebbe dovuto sottoporre a Riina e ai carabinieri per cercare di portare a buon fine quella trattativa che era stata avviata dal Ros per la cattura dei latitanti.
In quei punti stilati a mano l’ex sindaco corleonese prevedeva la nascita di un partito capace di raccogliere un bacino di voti ereditati dalla vecchia Dc siciliana per poter tradurre in leggi le richieste più accomodanti per Cosa Nostra. Un progetto che però non andò mai in porto come quello di bloccare la ferocia di Riina il quale, perseverando nella sua linea violenta, organizzava in tutta fretta l’attentato di via d’Amelio al giudice Paolo Borsellino. Una strage che spinse don Vito a cambiare le carte in tavola facendo saltare i patti iniziali e spingendolo a collaborare con i carabinieri (con l’accordo di Provenzano) in cambio di una serie di agevolazioni personali su due richieste fondamentali che comprendevano il buon esito del suo processo pendente in fase d’appello e il parere favorevole della Sezione Misure di prevenzione del Tribunale di Palermo sui suoi beni in sequestro. Istanze che don Vito aveva inoltrato ai militari guidati dal generale Mario Mori chiedendo l’intervento dell’on. Violante, l’unico politico in grado d’intervenire. Un sogno, anche questo, che non si realizzerà a causa di una “trappola” in cui l’ex sindaco finì per essere vittima. Proprio quando tutto sembrava andare per il meglio, dopo la consegna delle cartine con l’indicazione del covo di Riina, il politico di Corleone era stato arrestato. Nel mese di novembre del ‘92 “doveva avvenire un incontro – ha spiegato Ciancimino – tra mio padre e Provenzano” il quale, trovandosi in Germania con la famiglia, aveva ritenuto più sicuro organizzarlo lì. Così il vecchio sindaco chiese un passaporto che gli procurò l’arresto per pericolo di fuga.

Ma perché chiedere un passaporto ai carabinieri se l’ex sindaco aveva già una carta d’identità valida per l’espatrio e un passaporto di copertura procuratogli dal Signor Franco? “In realtà – ha spiegato Ciancimino – il suo avvocato e mio fratello Giovanni gli consigliarono di desistere. Mio padre però fu sincerato dai carabinieri che non c’erano problemi”. Un’ingenuità che costò a don Vito la misura cautelare in carcere e la fine del sogno di prendere parte a una nuova fase politica. Don Vito fu arrestato a Rebibbia il 19 dicembre 1992 per scontare una continuazione di pena per associazione mafiosa e concussione, fino al ‘99.  Anno in cui don Vito ottiene i domiciliari che sconterà fino al giorno della sua morte. Un periodo questo, durante il quale incontrerà più volte Provenzano che perorerà a suo favore una legge sull’amnistia che il capo di Cosa Nostra avrebbe spinto attraverso i Senatori Marcello Dell’Utri e Salvatore Cuffaro, all’epoca appena eletto presidente della Regione Sicilia. “Carissimo Ingegnere (…)- aveva scritto Provenzano a don Vito –  Mi è stato detto dal nostro Sen (Dell’Utri)e dal nuovo Pres (Cuffaro) che spingeranno la nuova soluzione per la sua sofferenza. Appena ho notizie ve li farò avere, so che l’av. (Nino mormino) è benintenzionato (…)”.  L’iniziativa, ha spiegato in aula Massimo Ciancimino, avrebbe previsto la presentazione in parlamento di un decreto indultivo che sarebbe dovuto essere presentato dall’allora Governo di sinistra e votato, dopo un accordo interno al partito di destra, in larga maggioranza.  Lo stesso Provenzano infatti chiarisce: “Carissimo Ingegnere, con l’augurio che vi troviate in uno stato di salute migliore di quando vi ho visto il mese scorso, ho riferito i suoi pensieri al nostro amico Sen.(Dell’Utri) Ho spiegato che loro (lo schieramento di destra) non possono fare provvedimenti come questi dell’amnistia quando governano loro e che è cosa giusta spingere per far approvare la legge. L’amico (Dell’Utri) mi ha detto che è stata fatta una riunione e sarebbero tutti in accordo. Ho visto che anche il buon Dio con il Cardinale ha chiesto la stessa cosa”. Alla fine don Vito non otterrà l’amnistia tanto sperata, tradito dai carabinieri e dallo stesso Provenzano non vedrà mai più il suo progetto di rinascita.


Silvia Cordella (
ANTIMAFIADuemila, 2 febbraio 2010)

Chiamiamola amnistia – Marco Travaglio – Voglio Scendere

Fonte: Chiamiamola amnistia – Marco Travaglio – Voglio Scendere.

Da Il Fatto Quotidiano del 23 gennaio 2010

Alla fine il sagace Gasparri, ad Annozero l’ha ammesso. Non se n’è accorto, come spesso gli accade, ma l’ha ammesso: “Siccome nel 2006 il centrosinistra ha fatto l’indulto, i processi per reati commessi fino al 2006 sono inutili e quindi tanto vale non celebrarli più. Per questo abbiamo reso retroattivo il processo breve”. Cioè: dopo l’indulto del centrosinistra (votato anche da Forza Italia e Udc), arriva l’amnistia del centrodestra. Solo che, se la chiamassero col suo vero nome, quelli del Pdl non potrebbero approvarla con la loro maggioranza, avrebbero bisogno dei due terzi; ma, soprattutto, non potrebbero più uscire di casa nemmeno con barba posticcia e plastica facciale: qualcuno dei milioni di gonzi che li votarono meno di due anni fa in nome della “sicurezza”, della “certezza della pena” e della “tolleranza zero”, li riconoscerebbero e li farebbero a fette.

Perché l’amnistia è ancora peggio dell’indulto: se questo “abbuona” 3 anni di pena, quella cancella il reato e dunque il processo. Per questo il “processo breve” retroattivo è un’amnistia camuffata: estingue il processo e dunque il reato. Con l’indulto, i colpevoli vengono comunque condannati e se han danneggiato qualcuno devono risarcirlo. Con l’amnistia (e il processo breve) non c’è neppure l’accertamento della verità, dunque il colpevole la fa franca, rimane incensurato e la parte offesa deve imbarcarsi in una lunghissima causa civile dall’esito incerto (visto che non c’è stata condanna in sede penale). E per i processi nuovi, che succede? Per quelli niente paura, dice Gasparri: i giudici avranno “da 10 a 15 anni di tempo”. Campa cavallo.

E, se lo dice lui che della legge è il primo firmatario, c’è da credergli. Purtroppo, come disse un giorno Storace a proposito di quella sulle tv, “Gasparri ‘sta legge non solo non l’ha scritta, ma manco l’ha letta”. Infatti, salvo per i reati più gravi e più rari, puniti con pene superiori ai 10 anni (omicidio, mafia, terrorismo, strage), i processi non potranno durare più di 6 anni e mezzo: 3 dalla richiesta di rinvio a giudizio alla sentenza di primo grado, 2 da questa alla sentenza d’Appello, 1 e mezzo da questa alla sentenza di Cassazione. Il che significa, in un paese dove durano in media 7 anni, un’amnistia anche per i processi futuri. Anche perché, con una furbata da azzeccagarbugli, lorsignori hanno infilato al comma 3 dell’articolo 5, un codicillo che ammazza il processo ancor prima dei 6 anni e mezzo: “Il pm deve assumere le proprie determinazioni in ordine all’azione penale entro e non oltre tre mesi dal termine delle indagini preliminari. Da tale data iniziano comunque a decorrere i termini di cui ai commi precedenti, se il pm non ha già esercitato l’azione penale…”. Traduzione: se il pm non chiede il rinvio a giudizio entro 3 mesi dalla scadenza delle indagini, al 91° giorno parte comunque il conteggio dei 3 anni concessi per il primo grado. Ma è impossibile chiedere il rinvio a giudizio entro tre mesi dalla scadenza delle indagini, perché prima il pm deve far notificare l’avviso di chiusura indagini, i difensori hanno 20 giorni per chiedere nuove indagini e interrogatori, dopodiché il pm deve farli e depositare gli atti conseguenti. Impensabile che bastino 3 mesi.
Non solo: nei processi di media complessità, le indagini non scadono lo stesso giorno per tutti gli indagati: alcuni vengono iscritti prima e altri dopo; alla fine il pm chiede il rinvio a giudizio per tutti quelli che lo meritano. Quindi, con la nuova legge, la sabbia dei 3 anni per il calcolo della prescrizione processuale comincerà a scendere nella clessidra per i primi iscritti sul registro degli indagati ancor prima che scadano i termini delle indagini per gli ultimi iscritti. E il processo morirà certamente prima della sentenza di primo grado. Ecco la filosofia del processo breve: prendono un atleta, gli tagliano le gambe, poi gli ordinano di correre i 100 metri in 10 secondi netti; se non ce la fa, gli sparano.

L’articolo di Travaglio – “patto scellerato tra Forza Italia e la Mafia”

http://damianorama.wordpress.com/2008/10/16/larticolo-di-travaglio-patto-scellerato-tra-forza-italia-e-la-mafia/

In occasione della condanna in primo grado per diffamazione a Marco Travaglio, denunciato da Previti, mi sembra utile riportare l’agghiacciante articolo. Come è d’uso, il giornalista ha riportato atti processuali e testimonianze acquisite, pubbliche e pubblicabili, ovviamente. Non ha aggiunto altro che spiegazioni di inquadramento, non giudizi morali, non deduzioni improprie. I virgolettati abbondano, insieme alla citazione della fonte da cui sono tratti.

la sostanza dell’articolo è che un pentito, giudicato degno di fede, ha cominciato a parlare del programma politico di Forza Italia come di un programma concordato e “sensibile” alle esigenze giudiziarie dei boss della mafia.A mio parere, la diffamazione è solo l’ennesima clava per far tenere la testa bassa ai pochi giornalisti che la alzano. Leggete e giudicate.

Marco Travaglio – 03 ottobre 2002 “L’Espresso”

Ecco il programma politico di Cosa Nostra. Semplice, elementare, addirittura banale: «amnistia di cinque anni. Indulto di tre. Erano commissione giustizia. Ora dovrebbe farla il nuovo governo.». Nel febbraio 1994 un boss di primissimo piano lo confida punto per punto a un colonnello della Dia, che al termine di ogni colloquio lo annota via via sul suo taccuino di appunti. L’amnistia e l’indulto, gli stessi obiettivi di cui si torna a discutere oggi, con la proposta Biondi-Taormina, già sottoscritta da diversi parlamentari del centrodestra e del centrosinistra per placare la rivolta nelle carceri . sono alla pagina 47 di quel taccuino. Poco prima, a pagina 32, si legge: «Quelli di Forza Italia hanno promesso che in caso di vittoria entro 6 mesi regoleranno ogni cosa a loro favore. Palermitani dietro le stragi. siciliani dietro gli attentati in Italia». Pagina 36: «La Fininvest ha pagato un miliardo di tangenti a Santa Paola (boss della mafia catanese, ndr) dopo l’attentato incendiario che ha subito lo stabilimento Standa a Catania. Rapisarda-Marcello Dell’Utri». Pagina 42: «Prov. (Provenzano, ndr) molto cambiato, parla di pace sintomo di debolezza. Spera in Forza Italia fra sette/5 anni tutto dovrebbe ritornare un po’ come prima». Pagina 49: «Andranno contro il partito o i partiti dei magistrati, la gente non ne può più, mancano i lavori delle grandi aziende c’è solo repressione lotta alla mafia e nient’altro in alternativa protesta operaia e manifestazioni destinate a crescere, aspettano nuovo partito o schieramento».

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