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Paolo Franceschetti: AnnoZero. Attacco ai servizi segreti

Eh si, Valter Veltroni pare saperla molto più lunga di quanto non abbia detto l’altra sera ad anno Zero. Perché non ci racconta anche della sua partecipazione ad un riunione del circolo Bilderberger? Certo c’è andato come vice di Prodi che ne è un assiduo frequentatore. Veltroni ci dica quello che sa, se può e vuole, altrimenti ci ha già fregati una volta, da segretario del PD era un’ombra e ha fatto di tutto per far vincere le elezioni a Berlusconi. Se non ha null’altro da dire se ne vada pure in Africa come aveva promesso.

Fonte: Paolo Franceschetti: AnnoZero. Attacco ai servizi segreti.

Con una breve lettera aperta all’onorevole Veltroni.

Nella puntata di Annozero vengono dette molte delle cose che diciamo in questo blog. Veltroni, in pratica, conferma ciò che diciamo da tempo. Questi i passi salienti del discorso ad Annozero:

1) Esiste un’entità, che ha guidato i principali eventi stragisti italiani, dal delitto Moro ad Ustica.

2) Prendendo ad esempio la sola vicenda di Ustica, colpisce la infinita catena di morti che ha fatto strage di testimoni: suicidi, incidenti, omicidi, ecc…, Veltroni ha anche citato Ramstein (la tragedia aerea in cui si schiantarono due aerei delle Frecce tricolori, i cui piloti guarda caso erano testimoni al processo di Ustica); questa dichiarazione su Ramstein mi ha particolarmente colpito perché anche il giudice Rosario Priore aveva archiviato la questione di Ramstein come un incidente. Quindi Veltroni si è posto in netto contrasto con le fonti ufficiali.

In altre parole il nostro onorevole, in contrasto con la versione ufficiale secondo cui Ramstein sarebbe stato un incidente, ci vede un delitto.

Ora alcune considerazioni sono d’obbligo, perché le parole di Veltroni sono di una gravità senza precedenti.

Punto primo. Veltroni afferma che esiste un’entità unica, dietro ai delitti da Moro, ad Ustica, a Capaci.

Questa affermazione è assolutamente identica alle tesi complottiste sostenute da noi nel blog; e sostenute da personaggi e autori che non trovano spazio, in genere, nei media ufficiali, ma che molti ben conoscono; Pamio, Cosco, Carlizzi, Randazzo, Lissoni…

E’ inoltre assolutamente identica alle dichiarazioni del pentito Calcara, nel famoso memoriale Calcara pubblicato da Salvatore Borsellino nel suo sito 19luglio1992. Secondo questo pentito, c’è un’unica forza che manovra Chiesa, Servizi segreti, Mafia, ‘ndrangheta e istituzioni.

Insomma: Veltroni conferma le dichiarazioni del pentito Calcara. Ed entrambi confermano ciò che i complottisti dicono da una vita.

Punto due. La vicenda di Veltroni non è grave perché conferma in realtà una cosa nota a tutti i “complottisti”; è invece grave, anzi gravissima, per un altro fatto che nessuno ha considerato.

La dichiarazione viene infatti da un uomo che è stato – ed è – ai più alti vertici istituzionali dello Stato; ed è tuttora uno dei politici di maggior rilievo. Attenzione allora! Se un politico di questo calibro ammette che queste stragi sono state guidate da un’entità, diversa dallo Stato ovviamente, e anzi, ad esso contrapposta, sta dicendo un’altra cosa. Sta dicendo: signori, lo Stato non conta nulla, perché esiste un potere più forte, in grado di condizionare lo Stato. Noi politici non contiamo nulla, e siamo impotenti di fronte a questa entità. Anzi, siamo ad essa assoggettati.

E’ quindi una dichiarazione di assoluta ed inaudita gravità.

Una dichiarazione che nessun anticomplottista prenderà mai in considerazione.

Una dichiarazione che i politici si guarderanno bene dal criticare, confermare e/o smentire, e sulle quali calerà il silenzio.

Punto terzo. Le dichiarazioni di Veltroni sono gravissime per un altro ordine di motivi. Infatti ci sarebbe da domandare all’onorevole in quale momento della sua vita, esattamente, ha avuto questa intuizione geniale secondo cui i politici non contano un cazzo, e sono assoggettati a questa “entità”.

Lettera aperta all’onorevole Veltroni.

A questo punto, se potessi scrivere una lettera all’onorevole Veltroni, sapendo che la prenderà in considerazione, ci sarebbero da fare queste altre domande:

1) Caro Veltroni, se se ne era accorto prima dell’esistenza di questa ENTITA’, questo filo rosso che lega il delitto Moro con Ustica e Capaci, ma che lega in realtà tutte le stragi italiane, e insieme a lei se ne saranno accorti altri, come mai non avete mai detto queste cose prima?

2) Come mai avete lasciato che uomini dello Stato e delle istituzioni, politici, magistrati, poliziotti, carabinieri, agenti dei servizi segreti, giornalisti, avvocati, funzionari pubblici, semplici cittadini, fossero fatti morire di malori improvvisi, infarti, suicidi, impiccati, in incidenti, ecc., nella vostra indifferenza?

3) Se vi siete accorti da tempo che esiste un’entità al di sopra della politica e delle leggi, perché non ci spiegate cos’è quest’entità? Perché, vede onorevole, noi complottisti lo diciamo da tempo, ma a noi non crede quasi nessuno. Se magari lo spiega lei, la cosa avrebbe un’altra autorevolezza.

4) Lei è un politico, no? Come mai in campagna elettorale non avete mai accennato a queste vicende? Come mai in parlamento non discutete mai di questa Entità? Non le sembra assurdo discutere del crocifisso nelle aule, dell’opportunità di costruire o meno una moschea, e poi lasciare insoluto il problema delle migliaia di morti impiccati, in incidenti, in malori, che i “VOSTRI” servizi segreti si lasciano dietro da una vita? Lo sa onorevole, che una volta ho fatto un rapido conto e sono migliaia le vittime di suicidi in ginocchio, incidenti in auto e aerei, infarto, gente che si spara alla testa oppure al cuore come il carabiniere di Viterbo che è morto a Santa Barbara pochi giorni fa (suicidio ovviamente… e chi ne dubiterebbe)?

Se fossi stato alla trasmissione, onorevole, le avrei fatto una semplice domanda: Onorevole Veltroni… quando pensa che finirà questa scia di sangue che fa, da decenni, più morti di quanti ne fa la mafia? Quanti morti ancora farete?

Conclusioni.

La realtà è comunque diversa da come sembra. L’onorevole Veltroni, probabilmente non ha detto questo per amore della verità, né la trasmissione di Santoro aveva il fine di “informare” e approfondire.

La trasmissione, probabilmente, è un attacco ai servizi segreti. Un attacco frontale che prelude ad una guerra prossima ventura.

E il discorso di Veltroni era probabilmente un messaggio.

Resta da capire a chi è destinato questo messaggio e perché è stato dato. Noi complottisti, infatti, non crediamo più alla buona volontà dei politici di far venire fuori la verità. Anzi, personalmente, considerando Veltroni una delle persone maggiormente implicate con questa Entità di cui egli stesso ha parlato, credo che questa trasmissione di Santoro abbia dei destinatari, e sia un messaggio ben preciso.

Per leggere il messaggio e capirne la provenienza, probabilmente, occorre considerare l’area “politica” a cui appartengono Santoro e Veltroni. Un’area politica il cui manifesto fondamentale (manifesto che ricorda quello Rosacrociano della Fama Fraternitas del 1600) è quel libro di Cesare Salvi dal titolo “La rosa rossa. Il futuro della sinistra”.

Quindi, ipotizzo, un messaggio trasversale diretto ad alcune persone dei servizi, per fargli sapere che hanno mal operato.

Forse una ritorsione della Cia perché a seguito del sequestro Abu Omar, nel processo, sono state condannate solo persone della Cia e nessuno del Sismi?

Forse una ritorsione Cia perchè alcuni settori dei servizi voglio svincolarsi dalla supremazione americana?

Forse altro, chissà…

Una cosa invece è sicura: nei prossimi mesi, assisteremo ad altri incidenti, suicidi, morti di infarto, impiccati in ginocchio. Questa volta però saranno uomini dei servizi, dei carabinieri, della polizia, a cadere, perché sono i servizi segreti stessi ad essere sotto attacco. La particolarità è inoltre che a cadere non saranno solo semplici agenti dei servizi, quelli che sono morti credendo comunque di fare un servizio per uno Stato che pensavano di servire; saranno probabilmente anche personaggi di spicco, vertici dei servizi che in qualcosa devono aver sbagliato per meritarsi un simile attacco frontale dalla trasmissione di Santoro.

In una guerra, che questa volta non è, come in passato, tra massonerie, tra mafie, né dell’ ENTITA’ contro lo Stato, ma dei servizi segreti contro altri settori dei servizi, o forse, della Cia contro i nostri servizi segreti.

Stralci delle dichiarazioni del memoriale Calcara.

“…Una nobile Idea Madre…che racchiude al suo interno le cinque idee corrispondenti alle cinque entità…”. Le cinque entità a cui fa riferimento Calcara, sarebbero la già citata Cosa Nostra, la ‘Ndrangheta, e pezzi deviati di Istituzioni, Massoneria e Vaticano, quantificabili gli ultimi, in un dieci per cento dell’organico.
“Queste cinque Entità…”, prosegue il pentito, “… sono intimamente legate le une alle altre, come se fossero gli organi vitali di uno stesso corpo. Hanno gli stessi interessi. Prima di tutto, la loro sopravvivenza. E per sopravvivere e restare sempre potenti si aiutano l’una con l’altra usando qualsiasi mezzo, anche il più crudele… …Sono state e rappresentano tuttora una potenza economica incredibile, capace di condizionare in alcuni casi il potere politico italiano, anche quello rappresentato da persone pulite. Purtroppo si sono create delle situazioni tali che il potere politico italiano non può fare a meno di questi poteri occulti. Queste cinque Entità occulte si fondono soprattutto quando ci sono in gioco interessi finanziari ed economici condizionando così l’Italia a livello di politica e istituzioni…”

La porzione dei servizi deviati delle Istituzioni sarebbe radicata in tutto il territorio italiano e “…composta da uomini politici, servizi segreti, magistrati, giudici e sottufficiali dei carabinieri, polizia ed esercito. Le idee di Cosa Nostra e dei pezzi deviati delle Istituzioni sono da sempre collegate… Questa Entità ha in seno uomini di grandissima qualità, preparati, addestrati e pronti a causare danni enormi a chiunque. Questi uomini non sono secondi ai Soldati di Cosa Nostra e vengono chiamati Gladiatori.

Sono uomini riservatissimi e di grandissima importanza, in quanto hanno giurato di servire fedelmente lo Stato, ma in realtà il loro giuramento è assolutamente falso. Agli occhi dei loro colleghi puliti, che per fortuna sono in maggioranza, appaiono anche loro puliti e, con inganno, dimostrano lealtà verso le Istituzioni…Sono a tutti gli effetti uno Stato dentro lo Stato.”

La Massoneria viene definita “…anch’essa strettamente collegata all’Entità dei pezzi deviati delle Istituzioni… Questa Entità della Massoneria deviata, all’interno della Massoneria pulita, ha un grande potere ed enormi ricchezze e, per forza di cose, chi gestisce il potere in Italia deve venire a patti con la Massoneria…”

Antimafia Duemila – L’Addaura. ”Tra” le ombre… luci.

Fonte: Antimafia Duemila – L’Addaura. ”Tra” le ombre… luci..

di Carlo Palermo – 11 maggio 2010
I recentii articoli di Attilio Bolzoni su Repubblica e di Alfio Caruso sul Corriere della Sera relativi all’attentato all’Addaura contro Giovanni Falcone del giugno del 1989 offrono spunti di riflessione sullo stato delle indagini attualmente svolte in particolare da taluni magistrati in Sicilia, che tentano oggi di decifrare e comprendere alcuni episodi che solo apparentemente riguardano “affari” di Sicilia, ma che forse costituiscono chiavi di lettura di attività più complesse, trovanti origine e motivazione in centri di potere più complessi.
Esponendosi gli esiti delle nuove attività investigative, si evidenzia oggi che l’episodio dell’Addaura può essere considerato come punto di inizio e chiave di lettura delle stragi del ’92, rilevandosi così che siamo in ritardo di 20 anni con le indagini in conseguenza degli occultamenti e dei depistaggi intenzionali che avrebbero oscurato così a lungo la ricostruzione della verità.
In merito non posso che concordare con tale attuale impostazione dei magistrati, anche se ritengo che il connubio tra poteri occulti, mafia e terrorismo risalga a molto tempo prima, e come tale vada esaminato nella sua globalità storica per essere poi individuato e decifrato in ogni singolo episodio che ne ha costituito espressione.
Per comprendere a fondo la genesi e le più complesse responsabilità delle stragi del ’92 è forse opportuno ricordare che poco dopo i due attentati di Capaci e di via d’Amelio, a Milano, vennero sequestrati armi e plastico per attentati: dietro l’organizzazione sembra esservi stato il clan mafioso della famiglia Fidanzati, operante da un ventennio sull’asse Palermo – Milano, in connessione con le organizzazioni della mafia turca e con i terroristi libanesi.
In questo ricorrente asse – forse poco approfondito nel comune convincimento che la mafia operi solo in Sicilia – possono rinvenirsi indizi che riconducono a fatti vecchi e nuovi (al caso Calvi, alla P2, al sistema delle corruzioni politiche, ecc.), tutti ruotanti attorno a rilevanti operazioni bancarie e finanziarie, che – come noto – costituisce il necessario sistematico legante di tutte le attività illecite.
La riflessione ci riporta (come ho da tanti anni ricordato in miei scritti) a vicende in qualche modo collegate a due conti bancari “famosi” per Giovanni Falcone, come anche per i magistrati di Milano: il “Conto Protezione, rif. Martelli per conto Craxi”, sulla banca Ubs di Lugano (che risaliva ai lontani anni 1979-80), e il meno noto Conto “rif. Roberto”, sul Banco di Roma, sede di Lugano.
Su questi nomi e su questi conti si incentrarono e poi si bloccarono le ricerche di Giovanni Falcone quando era giudice istruttore a Palermo.
Sul Conto Protezione per tanto tempo (e sino al ’93) si bloccarono a Milano le indagini della magistratura sul Banco Ambrosiano.
Sul Conto rif. Roberto si fermarono Falcone e Borsellino nelle loro inchieste di mafia.
Su entrambi i conti, in Svizzera iniziò a indagare, su richiesta di Falcone, il magistrato elvetico Carla Del Ponte, che si trovava a Palermo all’Addaura insieme a Falcone nel giorno dell’attentato del 1989 all’Addaura.
Io incontrai Carla Del Ponte il giorno prima che costei partisse per la Sicilia, per vedersi con Falcone a Palermo.
Sui conti elvetici poi, dopo l’eliminazione di Falcone e Borsellino, si sono nuovamente imbattuti, dal ’92 i magistrati di Milano e inquirenti siciliani (di Palermo, Caltanisetta e Catania) in varie inchieste sulla corruzione e sui fondi occulti all’estero.
Per Falcone e Borsellino, quei conti rimasero però un mistero.
Per dipanare la matassa, andiamo ancora più indietro e spostiamo l’attenzione su personaggi a lungo trascurati, Florio Fiorini e Giancarlo Parretti, recentemente al centro di scandali finanziari internazionali; in passato, legati alle vecchie storie del Banco Ambrosiano, della P2, delle forniture di petrolio Eni-Petromin: si potranno notare le strette connessioni di questi fatti (tipicamente “economici” e bancari) con altri piú propriamente “mafiosi”.
Agli inizi degli anni Settanta, Parretti arrivò a Siracusa e il suo cammino si incrociò con quello di un uomo politico che contava nella Sicilia dell’epoca, il senatore democristiano Graziano Verzotto.
Nativo del nord, Verzotto, ancora nel 1953, aveva svolto in Sicilia il doppio ruolo di funzionario dell’Agip (antenata dell’Eni) e di commissario provinciale della Dc. Divenne rapidamente padrone incontestato di Siracusa, poi di tutta l’isola, anche se i suoi rapporti con il leggendario presidente dell’Agip-Eni, Enrico Mattei, presto si raffreddarono.
Verzotto fu l’ultimo a salutare Mattei quando, la sera del 27 ottobre 1962, questi prese a Catania l’aereo privato che si sarebbe schiantato poco dopo a Bescape, a qualche decina di chilometri dall’aeroporto di Milano-Linate: fu forse il primo episodio terroristico in cui si mescolarono insieme gli emergenti interessi di Stato, legati ai commerci internazionali di petrolio, e la mafia.
Lo stesso Verzotto nel 1967 divenne segretario generale della Dc siciliana e poi presidente dell’Ente minerario siciliano (Ems), organismo che raggruppava diciotto società, con disponibilità sugli enormi fondi del Mezzogiorno.
I suoi intrecci con la mafia furono molteplici: fu amico di Frank Coppola e di Giuseppe de Cristina, uno dei principali protagonisti della seconda guerra di mafia. La posta principale, in quel momento, era il controllo del mercato immobiliare dell’isola attraverso il triunvirato Stefano Bontade, Gaetano Badalamenti, Salvatore Riina, uomo di fiducia di Luciano Liggio, allora capo dei corleonesi.
De Cristina venne assassinato a Palermo il 30 maggio 1978.
L’omicidio scatenò quella che poi venne chiamata la «mattanza»: una strage totale che raggiunse il culmine negli anni 1981-82.
Frattanto, Fiorini – alleato di Parretti – come direttore finanziario dell’Eni (diresse l’ente dal 1975 al 1982, data della sua forzata separazione dall’Eni, conseguente agli scandali dell’epoca), guidava allora le finanze della compagnia petrolifera in collegamento con i socialisti di Craxi, piduisti e il leader libico Gheddafi.
In quel periodo si infittirono gli investimenti e le partecipazioni internazionali: Parretti (socio di Verzotto) e Fiorini, attraverso il gruppo finanziario spagnolo Melia International, acquisirono il controllo sulla società belga Bebel, che possedeva a sua volta oltre il 7% della Banque Bruxelles Lambert. Questa banca – negli ultimi anni Settanta – comparve nelle trattative tra Fiorini e Antony Gabriel Tannoury, graccio destro di Gheddafy, nella cessione delle azioni delle Assicurazioni Generali in relazione ai tentativi del leader libico di acquisire tecnologie nucleari. E, sempre alla stessa banca, si ricollegarono altri commerci di armi (come ad esempio quelli relativi alle forniture al Belgio degli elicotteri Agusta) in connessione con altri personaggi operanti nel settore finanziario internazionale al massimo livello.
Nel 1978 venne anche aperto, a Lugano, presso l’Union Banques Suisses, il Conto Protezione intestato a Silvano Larini: “I dirigenti dell’Ubs erano degli amici”, disse Fiorini, con riferimento ai rapporti tra la banca svizzera e l’Ambrosiano. Sui conti dell’istituto elvetico – che custodí i segreti di Craxi una quindicina di anni – a piú riprese si svolsero operazioni finanziarie del piú vario genere: versamenti di tangenti connesse a transazioni petrolifere (Eni-Petromin), pagamenti di partite di droga (in particolare per il clan mafioso dei Cuntrera-Caruana), finanziamenti illeciti dei partiti, creazioni di fondi occulti, operazioni di riciclaggio.
L’Ubs, inoltre, tramite banche controllate – in particolare la Banque de Commerce et de Placements (la Bcp) – fu in stretti rapporti con il pachistano Abedi e la Bcci.
Sempre nel 1978, il 17 aprile, iniziò un’importante ispezione della Banca d’Italia sul Banco Ambrosiano in conseguenza della gravissima situazione debitoria in cui questa versava per le spericolate operazioni del suo presidente Roberto Calvi.
Nel novembre, il dossier passò al giudice di Milano, Emilio Alessandrini, che conduceva le indagini su Calvi. Dopo circa tre anni, il 29 gennaio 1979, egli fu ucciso da un commando di Prima linea.
Dopo il sequestro Moro e lo scandalo Lockheed, gli anni 1979-80 trascorsero tra i tentativi trasversali di occupazione di potere incentrati nelle operazioni Rizzoli-Corriere della Sera, commesse petrolifere Eni-Petromin, finanziamenti al Psi di Craxi, nonché tra i misteri legati alla strage di Bologna e a quella di Ustica: tutti questi episodi evidenziarono depistaggi, connessioni occulte con il terrorismo, collegamenti tra i servizi segreti italiani e quelli americani, in una situazione politica condizionata dalla guerra fredda tra gli Stati Uniti e l’Unione Sovietica, e tra gli Stati Uniti e l’Iran rivoluzionario di Khomeyni con un equivoco ruolo svolto dal leader libico Gheddafi.
Alla fine di quell’anno (1980), mentre a Trento iniziava l’inchiesta sulle connessioni tra mafia siciliana e mafia turca, e sui rapporti tra Trento e Trapani, il turco Ali Agka ebbe, verso il 20 dicembre, misteriosi contatti attorno a Palermo, forse proprio a Trapani.
All’inizio del 1981 (il 17 marzo) venne scoperto dagli inquirenti l’elenco degli appartenenti alla loggia P2. Il successivo 8 maggio, a Trapani, venne creata la loggia coperta C.
Qualche giorno dopo (il 13 maggio), Ali Agka tentò, in piazza San Pietro, di uccidere il Papa: sulla base di connessioni bancarie, il killer turco apparve in qualche modo collegato con il massone di rito scozzese Thurn und Taxis e con sette integraliste ispirate al culto di Fatima.
Esattamente un anno dopo (il 13 maggio 1982) e sempre con connessioni massoniche, un secondo attentato al Papa veniva consumato a Fatima, in Portogallo, mentre infuriava la guerra tra l’Argentina e l’Inghilterra per le isole Falkland.
Un mese dopo, a Londra, Calvi si “suicidava”.
Nella lista degli iscritti alla P2 stranamente non comparvero i nomi dei partner di Gelli presenti nel governo di Washington.
Numerosissimi, invece – quasi seguendo un piano prestabilito –, furono quelli di generali e militari argentini compresi nell’elenco.
In Argentina, a Buenos Aires, in via Cerrito 1136, il capo della P2 – si ricorderà – disponeva di un appartamento, al nono piano: vi si trovavano gli uffici di una ditta, Las Acacias. In quello stesso edificio aveva avuto sede il Banco Ambrosiano.
La società Acacias (panamense e con sede a Lugano) risultò al centro di operazioni di riciclaggio di denaro proveniente da traffici di stupefacenti, tra il Brasile, gli Usa, l’Italia e la Svizzera. Fondata da Vito Palazzolo, venne utilizzata per il trasferimento di milioni di dollari manovrati dal clan Bonanno tra gli Usa e la Svizzera.
Questi fatti riguardavano le connessioni “argentine” del clan Fidanzati, sulle quali indagò, negli anni Ottanta, Giovanni Falcone.
Per una strana ricorrenza, solo un anno prima di essere ucciso a Capaci, lo stesso Falcone si recò a Buenos Aires per una rogatoria: in un burrascoso incontro con il boss Gaetano Fidanzati – arrestato in quel paese –, questo ultimo minacciò di farlo saltare in aria.
Ritornando al 1982, nella settimana di Pasqua – e cioè poco prima della uccisione di Calvi, avvenuta il 17 giugno – davanti agli uffici di una società collegata alla Acacias (la Traex), avvennero incontri tra importanti operatori finanziari internazionali, il fornitore turco di droga Yasar Musullulu e, con ogni probabilità, Pippo Calò.
Yasar Musullulu, capo della mafia turca, era probabilmente il fornitore della morfina base della raffineria di Alcamo, scoperta nell’aprile del 1985, trenta giorni dopo l’attentato di Pizzolungo, non molto lontano dai luoghi ove era stato ucciso, due anni prima, il sostituto procuratore Giacomo Ciaccio Montalto.
Negli stessi giorni erano state eseguite indagini sui rapporti di mafia esistenti tra Trapani e Trento.
In America, il principale destinatario delle forniture di droga dalla Sicilia era allora il clan mafioso agrigentino dei Cuntrera e Caruana.
Uno dei loro soci piú importanti, Francesco di Carlo, venne in seguito indicato come uno dei killer di Roberto Calvi. Probabilmente la somma per pagare i killer venne ricavata dal tesoro segreto della P2, occultato in una banca sconosciuta e forse transitato sull’istituto Rothschild.
Mentre magistrati e investigatori siciliani indagavano sui Cuntrera, sul Musullulu e sulle operazioni bancarie che li collegavano in Svizzera, alla fine del mese di luglio del 1985, venne ucciso il commissario Giuseppe Montana, della squadra della Questura di Palermo, preposta alla cattura dei latitanti.
Frattanto Francesco di Carlo veniva arrestato in Inghilterra, dove lo raggiungeva immediatamente il vice questore Cassarà. Pochi giorni dopo, il 6 di agosto, al suo ritorno a Palermo, Cassarà venne ucciso.
Minacce di morte costringevano Falcone e Borsellino a nascondersi in un’isoletta per scrivere l’ordinanza di rinvio a giudizio del primo maxiprocesso di mafia.
Nell’aprile del 1986, veniva intanto scoperto a Trapani il Centro studi Scontrino, le sue logge massoniche, i legami filoarabi con Gheddafi.
Nel 1987, nel corso di indagini svolte a Palermo da Giovanni Falcone, a seguito di accertamenti in Svizzera sui rapporti presso istituti elvetici, emersero tracce di versamenti di centinaia di migliaia di dollari su un conto chiamato “Rif. Roberto” del Banco di Roma, sede di Lugano, i cui beneficiari non vennero mai individuati con certezza.
Quel denaro – come risultò in seguito – costituiva un diretto provento di forniture di stupefacenti effettuate al clan Cuntrera-Caruana. Il Banco di Roma di Lugano, ovvero la Svirobank, era di proprietà al 51% dello Ior, la banca del Vaticano, di cui era presidente Marcinkus, che era stato in stretto rapporto con Roberto Calvi .
A Trapani, nel settembre dello stesso anno 1987, in apparente controtendenza rispetto alla chiusura delle strutture Gladio, veniva creato il Centro Scorpione, dalla VII divisione del Sismi: avrebbe dovuto essere una propaggine di Stay Behind. Doveva probabilmente servire per ingrandire e potenziare alcune unità clandestine operanti sul territorio: le Rac e le Udg (Rete agenti coperti e Unità di guerriglia). Questo centro era dotato di un aereo di piccole dimensioni.
La mafia, in quella zona (Castellammare del Golfo), si serví proprio di un velivolo di quelle caratteristiche, per un enorme trasferimento di droga (565 kg di eroina) eseguito con una nave, la Big John.
Sempre in quell’anno, a fronte di aiuti a paesi sottosviluppati, il Perú ricevette dall’Italia mezzi sofisticatissimi: ponti radio, sensori a raggi infrarossi, giubbotti antiproiettile e una quantità imprecisata di pistole Beretta imbarcati su un aereo partito da Roma, coperto dal segreto militare. Si trattò dell’operazione “Lima”, un piano di aiuti, deciso nel 1987, a sostegno del governo peruviano del presidente García, allora impegnatissimo nella caccia al professor Guzmán, il leader di Sendero luminoso, già condannato all’ergastolo.
L’ammiraglio Fulvio Martini, direttore dei nostri servizi segreti, raccontò ai magistrati che l’operazione era stata organizzata dall’allora presidente del Consiglio Craxi. Era previsto l’addestramento della guardia peruviana con personale della VII divisione del Sismi, la stessa che aveva creato a Trapani, sempre nel 1987, il Centro Scorpione.
L’anno seguente, il 1988, dopo aver forse assistito nelle campagne di Trapani a un trasbordo di armi dirette alla Somalia su un aereo militare operante per conto dei nostri servizi segreti, veniva ucciso, in prossimità della comunità di Saman, Mauro Rostagno, sulle tracce delle piste massoniche della Loggia “C”, delle sacerdotesse sufi “Arcobaleno” e forse di alcuni traffici… anche più vicini a lui.
Era sui fatti finanziari sopraindicati che indagava il giudice Falcone nel giugno del 1989, mentre inutilmente cercava di capire cosa fosse il Centro Scorpione di Trapani. In quei giorni, sugli scogli vicini alla sua abitazione vennero rinvenuti due sacchi di esplosivo: un segno minaccioso cui subito non parvero estranee presenze di cellule deviate dei servizi segreti. Lo stesso Giovanni Falcone, parlando di questi fatti, non esternò sospetti sulla mafia, ma su “menti raffinatissime”.
Vennero trovati i candelotti sugli scogli della sua villa all’Addaura, mentre si occupava delle connessioni bancarie svizzere dei narcotrafficanti siculo-americani.
Lo stesso magistrato, nel 1991, prima di lasciare Palermo per i suoi incarichi ministeriali a Roma, svolse indagini su un ultimo processo riguardante rapporti tra mafiosi, società svizzere (in particolare di Chiasso) e istituti bancari elvetici, nodi di smistamento di narcodollari. Il processo, noto come Big John, prendeva il nome della nave sulla quale era stato sequestrato l’enorme carico di eroina vicino Trapani nel 1987.
Nel giugno 1992, anche l’ultimo fascicolo passato per le mani di Giovanni Falcone al ministero, per una rogatoria all’estero, era siglato “Big John”.
Dopo la morte di Falcone, un imputato di quel processo, legato al ruolo centrale del riciclaggio del denaro sporco, fu in contatto dalla Svizzera con il giudice Borsellino, poco prima che questi saltasse in aria a Palermo: forse intendeva “parlare”… Poi non parlò piú!
Dopo il 1992 apparirono cessate le stragi mafiose, forse per le reazioni investigative della magistratura che, per la prima volta, riuscì a identificare esecutori e mandanti mafiosi, forse per le concomitanti indagini di Mani pulite che, scavando nelle corruzioni degli appalti e dei finanziamenti illeciti ai partiti, travolgevano personaggi politici di primo piano, ma non “toccavano” gli aspetti occulti.
Poi vi furono gli attentati del ’93-‘94 (accomunati ai precedenti dalla identica tipica tipologia – di provenienza militare – degli esplosivi utilizzati), i quali, tramite “utili” indicazioni di collaboratori di giustizia mafiosi, vennero definite e qualificate anch’esse, pur se avvenute fuori dalla Sicilia, “di matrice mafiosa”.
Ecco, è in questo contesto storico, che ritengo vadano ricomposte … le giuste luci.
Dal passato al presente.
Passando per l’Addaura: “tra” le ombre… LUCI.

Tratto da: facebook.com

Calvi, il processo dimenticato | l’AnteFatto | Il Cannocchiale blog

Calvi, il processo dimenticato | l’AnteFatto | Il Cannocchiale blog.

A 28 anni dalla morte del “banchiere di Dio”, Roma celebra l’Appello. Tutti assolti in primo grado

di Rita Di Giovacchino

Piazzale Clodio, Roma, in un’aula semivuota della palazzina A si svolge da mesi il processo per l’omicidio di Roberto Calvi, l’ex presidente dell’Ambrosiano trovato impiccato il 18 giugno 1982 sotto il ponte dei Blackfriars a Londra. Sono trascorsi 28 anni da quel giorno e questa potrebbe essere l’ultima occasione per fare luce sull’oscura fine dell’ultimo “banchiere di Dio”. In primo grado i quattro imputati sono stati tutti assolti dall’accusa di aver ucciso il presidente dell’Ambrosiano che – a dire del pm Luca Tescaroli – sarebbe stato eliminato per vendetta dalla mafia siciliana che nel crac aveva perduto centinaia di miliardi di dollari. Gli imputati sono Pippo Calò, Ernesto Diotallevi, Flavio Carboni e Silvano Victor. Ognuno di loro rappresenta un pezzo della storia criminale di questo paese, la mafia, la Banda della Magliana, la P2. La sentenza d’appello è prevista a giorni ma l’ipotesi che capovolga il verdetto assolutorio di primo grado appare lontana in quest’aula dove si consumano gli ultimi passaggi del processo più dimenticato di questi anni. Anche se ci aiuterebbe a capire quale eredità ha lasciato nell’Italia di oggi quel cadavere penzolante tra i grattacieli della City.

In realtà il processo Calvi non piace a nessuno. Assenti i giornalisti, assenti anche gli imputati, le arringhe dei difensori irridono alla dura requisitoria di Tescaroli, ai pentiti di mafia – da Buscetta ad Antonino Giuffrè – alle ricostruzioni dei periti che tra mille difficoltà sono riusciti a dimostrare che il banchiere non si suicidò – come sostenne il Coroner – ma fu davvero ucciso e poi trascinato sotto il ponte, agganciato alla trave, tragico manichino esposto al ludibrio. “Così chi doveva capì, capiva”, ha efficacemente sintetizzato Sabrina Minardi, la testimone del caso Orlandi, un altro pezzo della stessa storia. I soldi della mafia che lo Ior di Paul Casimir Marcinkus riuscì a far sparire attraverso quei circuiti off-shore che consentirono al Vaticano di finanziare Solidarnosc in Polonia e il dittatore Somoza in Nicaragua, uno di quelli che “proteggeva” la Chiesa da movimenti marxisti. A chi può far piacere scoprire che il comunismo fu sconfitto anche grazie ai soldi di Cosa Nostra? C’è un solo giornalista che segue il processo, ma è inglese. Si chiama Philip Willan e ha già scritto un libro sull’Italia dei poteri occulti. Quella di cui qui nessuno vuol saperne. Qualche volta c’è Flavio Carboni, come sempre sorridente, appena un po’ ingrassato, unica novità la folta chioma riccioluta che ha preso il posto del vecchio toupet.

Carboni è abituato a entrare nelle aule giudiziarie con accuse da ergastolo e a uscirne puntualmente assolto. “Non c’è nessuna novità rispetto alle accuse che la sentenza di primo grado ha totalmente smantellato”, tuona l’avvocato Borzone che lo difende. Nella foga cita Sciascia, assicura che non è successo niente. Neppure il crac dell’Ambrosiano. In realtà una novità c’è ed è quell’appunto autografo di don Vito Ciancimino – che il figlio Massimo ha recuperato nel disordinato archivio paterno – dove per la prima volta accanto al nome di Calvi spunta quello del senatore Marcello Dell’Utri. Un messaggio un po’ criptico ma che lascia intravedere nuovi scenari negli intrecci tra gli interessi mafiosi e l’omicidio del banchiere. Carboni sorride ancora, l’acqua lo bagna e il vento l’asciuga.

Di recente il suo nome è emerso nell’ambito della nuova inchiesta su politici, magistrati, affaristi legati da scambi di favori. C’è anche quello di Dell’Utri. Scusi Carboni, da quanto tempo conosce Dell’Utri? “Da una vita, non ricordo…moltissimi anni”. Da quando? “Mi sembra dalla fine degli anni Settanta, sa quegli appalti in Sardegna”. Gli appalti in Sardegna di Berlusconi? “Non mi tiri in mezzo per carità…”. Poi con un guizzo d’orgoglio s’impenna: “Ma lei lo sa chi ce l’ha portato in Sardegna Berlusconi? Ce l’ho portato io, non se lo ricorda?”. Il passato non è poi così lontano. Ma chi ha voglia di ricordarsene fuori da quest’aula?

Da il Fatto Quotidiano del 30 aprile

Antimafia Duemila – Ciancimino: ”Papa’ in affari con Calvi”

Fonte: Antimafia Duemila – Ciancimino: ”Papa’ in affari con Calvi”.

9 marzo 2010
Roma.
Scambi ripetuti di denaro, di somme importanti di soldi in contanti per non lasciare alcuna traccia, con versamenti di volta in volta alla Ubs di Losanna oppure allo Ior.

Tra Vito Ciancimino e Roberto Calvi i rapporti finanziari avviati a partire dagli anni Settanta furono molto intensi. “Mio padre – ha raccontato Massimo Ciancimino alla corte d’assise d’appello – lo incontro’, alla mia presenza, all’hotel Duomo di Milano nel luglio del 1980. Si scambiarono carte, documenti, discussero anche animatamente. Papa’ non gradi’ che Calvi gli fece sapere di non poter venire di persona a Losanna per il consueto passaggio di denaro, dando delega ad altra persona. Mio padre era un personaggio schivo, si fidava di pochissime persone e non gradiva affatto di dover conoscere un terzo soggetto che sapesse dei suoi affari elvetici”. L’ex sindaco di Palermo, secondo il teste, conobbe l’allora banchiere attraverso Salvatore Buscemi e Franco Bonura, chiamati i ‘gemelli’. “Calvi gli fu presentato a Milano. Era il periodo in cui papa’ si pose l’esigenza di portare all’estero i suoi soldi anche in vista di investimenti immobiliari in Canada e alla periferia milanese”. Ciancimino jr ha raccontato anche di un altro incontro, avvenuto a Sirmione negli anni Settanta, presenti Luciano Liggio, il medico Nino Cina’, lo stesso don Vito, Buscemi e Calvi. “A papa’ fu chiesto di intervenire presso alcune persone legate a dei giudici per la revisione di alcuni processi che riguardavano Liggio. Anche se piccolissimo, ero presente a quell’incontro”. Ciancimino ha quindi parlato dei rapporti che il papa’ aveva con lo Ior grazie al legame profondo con la famiglia del conte Vaselli: “Alla fine, papa’ aveva due conti corrrenti e due cassette di sicurezza, una per i soldi della famiglia, un’altra per quelli destinati a partiti politici e ad amici di Cosa Nostra. Mio padre definiva la legge sull’extraterritorialita’ del Vaticano una totale blindatura da atteggiamenti invasivi della magistratura. La tracciabilita’ del conto era uno degli incubi per lui”. Stando al teste, la speculazione edilizia in un’area di Milano fu avviata da Calvi e Ciancimino, con esponenti di Cosa Nostra (Buscemi, Bonura e la famiglia Bontate). Con riferimento a Pippo’ Calo’, uno degli imputati accusati (e assolti in primo grado) dell’omicidio Calvi, Ciancimino jr ha detto che il padre lo definiva “molto serio e intelligente anche se amava i cavalli. Con lui c’era un’amicizia che porto’ ad alcuni incontri per fare affari (circostanza smentita dallo stesso Calo’ attraverso una dichiarazione spontanea resa in videoconferenza, ndr)”.

AGI

Spunta un documento di don Vito su Dell’Utri

9 marzo 2010
Roma.
Un documento inedito, attribuibile all’ex sindaco di Palermo, Vito Ciancimino, chiama in causa il senatore del Pdl, Marcello Dell’Utri. A parlarne, nel processo di appello in corso a Roma per l’omicidio del banchiere Roberto Calvi, e’ stato Massimo Ciancimino, figlio di Vito, su sollecitazione del pm Luca Tescaroli che lo aveva interrogato il 12 gennaio scorso e che oggi ne ha ottenuto l’audizione cometestimone assistito.
Nell’appunto in corsivo, scritto dallo stesso don Vito, stando alle parole del figlio, si legge: “M.Dell’Utri-Alamia. Calvi-Buscemi-Dell’Utri. Canada Bono Pozza. Ior Raselli 5 miliardi. Milano 2 costruzioni”.
Massimo Ciancimino, poi, ha dato lettura di un altro foglio scritto in stampatello dalla segretaria personale del padre, presente stavolta lo stesso Massimo, in vista di un memoriale che non ha mai visto la luce.
Il documento si intitola ‘Scaletta cronologica dei fatti’ e cosi’ recita: ‘conoscenza con Roberto Calvi tramite Buscemi e Bonura. Conoscenza con Gardini tramite Buscemi e Bonura. Rapporti tra Alamia Dell’Utri Bonura e Buscemi. Investimenti su Milano 2 Banca Rasini Edilnord.
Rapporti bancari tra Ior Calvi Vaselli – Losanna. Investimento Canada Montreal – Giovanni e Sergio. Riunione a Castello con Di Carlo per il Canada. Documento n.4″.
Pochi dettagli sono stati forniti in aula da Ciancimino jr circa gli affari immobiliari compiuti verso la fine degli anni Settanta nell’hinterland milanese dal padre perche’ il presidente della corte d’assise d’appello Guido Catenacci ha ritenuto che l’argomento in questione non avesse a che fare strettamente con l’omicidio Calvi. E cosi’, Ciancimino ha potuto solo spiegare che l’allora
banchiere del vecchio Banco Ambrosiano giro’ delle importanti somme di denaro (prelevate da Banca Rasini e Gottardo) a Vito Ciancimino affinche’ Cosa Nostra speculasse in un’area alla periferia di Milano.
Ciancimino ha pero’ precisato che “papa’ non ha mai avuto conoscenza diretta di Dell’Utri”.

Tratto sa: rainews24.rai.it

Antimafia Duemila – La reincarnazione di Cosa Nostra

Fonte: Antimafia Duemila – La reincarnazione di Cosa Nostra.

di Giorgio Bongiovanni – 7 dicembre 2009

Le catture di Provenzano, Di Gati, Franzese, i Lo Piccolo, La Causa, Raccuglia e infine di Nicchi e Fidanzati ci indicano che Cosa Nostra si affaccia finalmente al suo epilogo. Si potrebbe tranquillamente dire che la mafia siciliana, così come l’abbiamo conosciuta fino ad oggi sia a rischio estinzione, ma il merito di questo eccellente risultato non è certo del governo.
Sono i ragazzi delle squadre operative che lavorano a dispetto di qualsiasi difficoltà e pericolo, coordinati dai magistrati, ad aver dato un colpo decisivo a Cosa Nostra. Appropriarsi del frutto del loro sacrificio conseguito in assenza di uomini, mezzi, giusto compenso è da vigliacchi, ipocriti e stupidi, caro il nostro signor Berlusconi. Al massimo ci si potrebbe complimentare con il ministro Maroni che le forze dell’ordine, bene o male, le rappresenta.
Constatata questa premessa, tuttavia, ci troviamo di fronte ad un gigantesco “ma”.
Cosa Nostra, ci insegna la storia, così come la gramigna è stata in grado sempre di riprodursi e di reincarnarsi.
Matteo Messina Denaro rappresenta la continuità con il passato e potrebbe essere l’elemento di riorganizzazione, ma se non lui lo sarà di certo un altro pronto a prendere il suo posto nella buona probabilità che venga preso da un momento all’altro.
Non si tratta di pessimismo, e nemmeno di voler minimizzare i successi indubbi di questi straordinari ragazzi cui va tutta la nostra gratitudine, ma la cattura di questi latitanti significa aggredire il problema a partire dall’effetto e non dalla causa.
Il Potere che ha dato potere a Cosa Nostra infatti è rimasto pressoché intatto, i legami e i patti non sono stati minimamente scalfiti. I pochi potenti sfiorati dall’azione repressiva i vari Andreotti (seppur ritenuto colpevole di relazioni durature con Cosa Nostra fino al 1980, reato prescritto), Dell’Utri e Berlusconi (il primo condannato in primo grado e l’altro per ora ancora archiviato) sono rimasti lì dov’erano, così come molti altri; l’agenda rossa di Paolo Borsellino è ancora un mistero e nessun processo si prepara ad accertare nemmeno le prove emerse; l’ambito della massoneria deviata più volte indicata nelle operazioni di terrorismo politico e mafioso, a parte la parentesi di Gelli, è a tutt’oggi inesplorato, per non parlare dell’impotenza dello Stato di fronte al fenomeno del riciclaggio, l’imbattuto cavallo di Troia con cui l’economia mafiosa invade quella legale. Non solo non si è ottenuto quasi nessun risultato sul punto, ma lo si è incoraggiato con lo scudo fiscale, il più vergognoso dei regali di Natale all’essenza delle criminalità: il potere di comprare e corrompere chiunque e qualunque cosa.
I mafiosi dunque, da distinguere dagli uomini d’onore di Cosa Nostra, come mi disse a suo tempo il pentito Salvatore Cancemi, possono già, in qualunque momento, e questa è la mia personale opinione, ripianificare la nuova base militare dell’organizzazione.
Nostre fonti ci dicono che sono già pronti nuovi potenziali capi ansiosi di dimostrare di essere in grado di sostituire i Lo Piccolo, i Fidanzati, i Nicchi. Dov’è la difficoltà?
Il vero nodo invece è sempre lo stesso. Se si vuole davvero distruggere Cosa Nostra, le mafie, vanno smantellati i centri di potere, gli ibridi connubi tra politica, servizi e massoneria deviata, banche compiacenti (vedi alla voce Ior) grandi gruppi economici e finanziari.
E’ qui dentro che vanno cercati i mandanti esterni delle stragi.
Per questo tanta preoccupazione per le dichiarazioni di Gaspare Spatuzza e di Massimo Ciancimino. Il primo è stato forse più facile da attaccare e distruggere, con il secondo invece, che ha consegnato carte a quanto sembra molto compromettenti e che non ha le mani sporche di sangue ci si dovrà forse muovere con più cautela.
Forse loro potranno ostacolare la reincarnazione di Cosa Nostra, ma c’è anche chi la potrebbe fermare del tutto. Sono Riina, Provenzano o i fratelli Graviano.
Signori, voi che state pagando il conto per tutti, avete una grande opportunità: potete impedire di far rinascere sulla vostra croce una nuova Cosa Nostra al servizio del potere che vi ha tradito.

Profumo di Ior. E di riciclaggio.

Fonte: Profumo di Ior. E di riciclaggio.

Un’indagine della procura di Roma su Unicredit e la Banca del Vaticano. Un conto da 60 milioni di euro all’anno i cui titolari sono “protetti”. Si muove anche Bankitalia. Che ipotizza un reato gravissimo per la Chiesa.

Un conto da milioni di euro i cui veri titolari sono per ora sconosciuti e “protetti” da uno”schermo opaco“, come lo hanno definito gli investigatori, costituito dallo Ior, l’Istituto di opere religiose. Ora la procura di Roma vuol conoscere chi si cela sotto l’acronimo della Banca del Vaticano che dal 2003, questa la scoperta, ha aperto un conto corrente presso una filiale Unicredit della Capitale.

UN CONTO DA 60 MILIONI – La banca in questione è una succursale di Via della Conciliazione al confine con le Mura Leonine e il conto è stato aperto quando…

quella filiale era ancora sotto il marchio della Banca di Roma, istituto tradizionalmente vicino agli interessi del Vaticano (e guidato dal piissimo Cesare Geronzi), prima che arrivasse la fusione con Unicredit.

Dietro quel conto potrebbe esserci chiunque, osservano in procura. Su quella provvista, una sorta di bacino finanziario che assicurerebbe flussi di denaro da e per i correntisti protetti dalla discrezione che caratterizza la finanza Oltretevere, transitano dal 2003 circa 60 milioni di euro all’anno.

Per ora la procura ha aperto un fascicolo con l’ipotesi di reato che riguarda la violazione della legge 231 del 2007 che disciplina, per gli istituti di credito, una serie di norme antiriciclaggio, tra cui la trasparenza della titolarità, sul deposito di conti correnti. L’indagine è appena agli inizi e coinvolge i rapporti tra l’Istituto Opere di religione e Unicredit. L’istituto guidato da Alessandro Profumo si sarebbe quindi fatto da tramite, ereditando il ruolo di Capitalia.

INCHIESTA RISERVATA – Si tratta di una inchiesta, coperta dal massimo riserbo, che riguarda secondo quanto si è appreso uno o più conti correnti, nella titolarità dello Ior, aperti in una filiale Unicredit di Roma. Depositi su cui sarebbero transitati almeno negli ultimi tre anni somme di circa 60 milioni di euro all’anno.

La segnalazione della «non trasparenza» della titolarità dei conti correnti è stata fatta dall’Unità di informazione finanziaria, la struttura di «Financial intelligence» italiana della Banca d’Italia al Nucleo speciale di Polizia valutaria della Guardia di finanza che indaga su delega del procuratore aggiunto della Capitale Nello Rossi e del pm Stefano Rocco Fava. L’indagine della procura di Roma, per il momento senza indagati, mira a svelare la effettiva titolarità del conto aperto sulla filiale Unicredit di Roma e intestato all’Istituto opere di religione.

CHI C’E’ DIETRO? – Il sospetto di chi indaga è che dietro la sigla Ior, che costituisce secondo gli investigatori «uno schermo opaco», si possano celare persone fisiche o società che tramite il conto presso la ex Banca di Roma – il periodo preso in esame risale appunto a quando la filiale che si trova in via della Conciliazione era ancora della Banca di Roma – abbiano costituito un canale per il flusso di risorse tra la banca del Vaticano e l’Italia.

Secondo quanto si è appreso, per l’indagine non sarà necessario attivare richiesta di rogatoria con lo Stato Vaticano per indagare sulla titolarità dei conti correnti.

Lo Ior, secondo le indagini, ha emesso assegni e bonifici intestati sempre all‘Istituto di opere di religione. Anche su questo aspetto sono in corso indagini del nucleo speciale di polizia valutaria della guardia di finanza per risalire ai beneficiari dei titoli bancari e anche a chi ha emesso sia bonifici, sia assegni.

Chi uccise il giudice Borsellino?

Chi uccise il giudice Borsellino?.



Scritto da Miguel Mora (
EL PAIS, 19 luglio 2009), Traduzione a cura di Valentina Culcasi

Il “capo” Totò Riina rompe 17 anni di silenzio dal carcere e conferma i sospetti sui servizi segreti.

Roma – Il 19 luglio del 1992, il giudice antimafia Paolo Borsellino fu assassinato insieme a cinque uomini della scorta con un’autobomba caricata con 100 chili di dinamite. La bomba esplose in via Mariano D’ amelio a Palermo, quando il magistrato stava andando a visitare sua madre. Due mesi prima, e solo alcuni giorni dopo l’assassinio del suo amico e collega Giovanni Falcone, Borsellino aveva parlato in una intervista alla Rai delle relazioni tra Cosa Nostra e alcuni industriali di Milano, citando i nomi di Marcello Dell’ Utri, condannato in seguito per associazione mafiosa, e Silvio Berlusconi, capo e socio politico del precedente.
Adesso, 17 anni dopo la sua morte, i magistrati siciliani hanno riaperto il caso dopo il ritrovamento di documenti e testimoni che indicano che la mafia eseguì la strage in alleanza con i servizi segreti.

Il capo dei capi, Totò Riina, detenuto nel carcere di Opera (Toscana) e condannato all’ergastolo per, tra gli altri, l’omicidio di Falcone e Borsellino, ha appena rotto un silenzio di 17 anni e ha confermato questa versione. Informato dai giornali della nuova direzione delle indagini giudiziarie, il padrino di Corleone sabato ha detto con foga al suo avvocato la sua verità: “Lo uccisero loro”, ha affermato. E ha aggiunto: “Non guardate sempre e solo a me, guardatevi anche voi quello che avete dentro”.

Nella traduzione del suo avvocato, Luca Cianferoni, Riina afferma che l’uccisione di Borsellino fu un crimine di Stato. L’affermazione rafforza i sospetti delle procure di Caltanissetta e Palermo, che hanno riaperto un’indagine che sembrava sepolta grazie alle rivelazioni di due nuovi pentiti, Giovanni Brusca e, soprattutto, Massimo Ciancimino.

Il secondo è il figlio del capo defunto e detenuto don Vito Ciancimino, un corleonese che fu sindaco demoscristiano (corrente andreottiana) di Palermo negli anni settanta, e che, stando a quanto ha rivelato il recente libro Vaticano S.P.A., del giornalista Gianluigi Nuzzi, riceveva denaro dalla mafia tramite l’Istituto per le Opere di Religione (IOR), la banca vaticana.

Durante il suo mandato, Don Vito costruì una Palermo di sana pianta e si portò nella tomba un tesoro di milioni di euro. Accusato di riciclaggio di questa fortuna, Ciancimino junior ha tentato di cavarsela confessando l’origine di alcuni documenti cruciali che custodiva suo padre.

In uno di questi, che risulta strappato nella sua metà superiore, Cosa Nostra minacciava Silvio Berlusconi “con un luttuoso evento” (il sequestro di uno dei suoi figli) se non avesse messo a disposizione un canale televisivo che curasse i suoi interessi. Secondo Ciancimino, la nota fu scritta dal capo Bernardo Provenzano, sebbene egli l’avesse vista intera e non strappata: “In questa storia c’è qualcosa più grande di me” ha detto, aggiungendo che Provenzano inviò a Berlusconi altre due lettere, tramite suo padre e Dell’ Utri.

Altro del contenuto dei documenti, che Ciancimino attribuisce allo stesso Riina, proverebbe che l’omicidio di Borsellino fu conseguenza di una trattativa tra la mafia e due capi dei servizi segreti.

Riina, con la credibilità che si può dare al mafioso più spietato e sanguinoso della storia, non ha tardato neppure 48 ore per apparire in scena: ha negato che fosse lui colui che trattò con lo Stato, però ha detto che questa trattativa ci fu e che i negoziatori furono gli assassini.

Anche i fratelli del giudice Borsellino credono a questa versione, che è sempre stata qualcosa simile a un segreto aperto. Sabato, Rita e Salvatore Borsellino hanno diretto una manifestazione di protesta che è terminata di fronte al Castello Utveggio, sede palermitana dei servizi segreti.

“Oggi, finalmente, dopo anni oscuri la lotta che stanno facendo le procure di Caltanissetta e Palermo va finalmente nella giusta direzione”, ha detto Salvatore Borsellino.

Al grido di “Resistenza, l’agenda rossa esiste”, circa 300 persone hanno preteso che compaia l’agenda rossa di Paolo Borsellino. L’agenda conteneva quello che il giudice sapeva. Si ritiene che fu raccolta da un carabiniere il giorno della strage. Nessuno ha avuto più notizie di entrambi da allora.

Rita Borsellino, eurodeputata per il Partito Democratico, si domanda perchè tutte queste piste vengano alla luce 17 anni dopo. “Ho molti dubbi, però non accuso nessuno”, dice.

Si conoscerà un giorno la verità, o le verità? Questa domenica la manifestazione dell’anniversario è stata rivelatrice. È venuta a fatica qualche persona, e non si è visto un solo politico nazionale. L’unico rappresentante dello Stato è stato il procuratore antimafia, Piero Grasso. E il lavoro non gli manca. Il pentito Ciancimino ha dichiarato in televisione: “Ho paura, certo che ho paura. Ogni volta che parlo, Riina esce dal suo nascondiglio”.

Verrà un giorno: L’hanno ammazzato loro

Verrà un giorno: L’hanno ammazzato loro.

Innanzitutto i miei più vivi complimenti a David Parenzo, giornalista di Telelombardia e conduttore ieri sera di una memorabile puntata di Iceberg, intitolata “Mafia: le verità nascoste” [si può vedere l’intera puntata  qui (Vi verrà chiesto di installare un componente aggiuntivo dvx)]. Presenti in studio il figlio di Vito Ciancimino, l’avvocato Gaetano Pecorella, Nando Dalla Chiesa, Gianluigi Nuzzi di Panorama, autore di “Vaticano S.P.A.” e in collegamento da Roma Luigi Li Gotti e Giuseppe lo Bianco, autore de “L’agenda rossa di Paolo Borsellino“. Ne è emersa una discussione pacata e profonda tra personaggi competenti che ha sviscerato senza alcuna titubanza e in un colpo solo tutti quegli argomenti rigorosamente tabù che sono accuratamente evitati dalla televisione nazionale pubblica e privata.

Si è parlato in piena libertà della trattativa tra stato e mafia a cavallo delle stragi di Capaci e Via D’Amelio, si è parlato del ruolo dei servizi segreti, si è parlato del Castel Utveggio da cui probabilmente è stato azionato il comando che ha fatto saltare in aria Borsellino e la sua scorta, si è parlato di infiltrazioni mafiose nella politica, si è parlato di Salvo Lima e Ignazio Salvo esponenti mafiosi della corrente andreottiana in Sicilia, si è parlato di pezzi deviati dello stato, si è parlato della copertura offerta alla latitanza di Provenzano, del ruolo poco chiaro dei Ros, del generale Mori e del colonnello Obinu, si è parlato dell’agenda rossa, del capitano dei carabinieri Arcangioli con la borsa in mano e dell’indagine archiviata, si è parlato di Nicola Mancino e del suo incontro del 1 luglio con Paolo Borsellino, si è parlato delle confessioni di Brusca e Mutolo, si è parlato degli intrecci pericolosi tra mafia e Vaticano, del ruolo dello Ior nel riciclaggio di denaro sporco, della protezione offerta dal Vaticano a Vito Ciancimino, dei conti segreti cifrati di Andreotti, si è parlato dei banchieri di Dio, Calvi e Sindona, si è parlato dell’omicidio Ambrosoli, si è parlato dell’arcivescovo Marcinkus, si è parlato perfino dei memoriali del pentito Vincenzo Calcara diffusi sul suo sito da Salvatore Borsellino.

Mi verrebbe da dire: Parenzo è impazzito. Come mai, tutto d’un colpo, una piccola emittente privata (in realtà, nemmeno troppo piccola) trova la forza di affrontare argomenti che in tutti questi anni sono sempre stati appositamente nascosti dai media di massa? Sfido chiunque si cibi solo di televisione a dirsi al corrente anche solo di uno dei temi sopra citati. Solo la rete e alcuni libri di inchiesta contengono informazioni in proposito. Per chi già conosceva i fatti deve essere stata una bella boccata d’ossigeno di informazione libera. Per chi ne era all’oscuro, una bella doccia ghiacciata da far rabbrividire. Ancora complimenti vivissimi.

Il punto è che, per la prima volta dopo diciassette lunghissimi anni, qualcosa sembra smuoversi. Quelli che erano stati solo sospetti cominciano ad assumere contorni ben definiti. Le denunce lanciate dai soliti noti, gli eroi dell’antimafia militante, tacciati di protagonismo e di “complottismo acuto”, cominciano a risultare assolutamente credibili e a poggiare su basi ben solide. Una concomitanza di avvenimenti ha cominciato a smuovere le acque, anzi la melma che ricopre quei lontani mesi del ’92-’93 che alcuni vorrebbero subdolamente dimenticare e relegare all’oblio.

E’ successo che a Caltanissetta si è insediato come procuratore generale Sergio Lari e come per incanto sono ripartite le indagini sulle stragi, insabbiate e abbandonate da tempo. E’ successo che da qualche mese si è messo a cantare Massimo Ciancimino, il figlioccio dell’ex sindaco mafioso di Palermo Vito Ciancimino, che parla della trattativa tra mafia e stato mediata da suo padre, facendo nomi e cognomi. E’ successo che da qualche mese è in corso il processo a carico del generale Mori e del colonnello Obinu, indicati come coloro che materialmente portarono avanti la trattativa tra Riina e lo stato e sono accusati di aver coperto la latitanza di Bernardo Provenzano. E’ successo che da qualche mese ha iniziato a parlare un nuovo pentito, Gaspare Spatuzza, che, ribaltando le verità processuali confermate dalla Cassazione, si autoaccusa e dice di aver rubato lui (e non Vincenzo Scarantino) la macchina riempita di tritolo con cui si è sventrato il giudice Paolo Borsellino e la sua scorta. Succede che Spatuzza è ritenuto assolutamente attendibile dai magistrati (Ingroia e Di Matteo) che lo stanno ascoltando e quindi si profila la revisione di tutti i processi che avevano messo una pietra sopra la strage di Via D’Amelio (Borsellino uno, bis e ter). Succede che Totò Riina, dopo sedici anni e mezzo dalla cattura, torna a parlare in via ufficiale facendo pervenire ai giornali un messaggio inquietante per tramite del suo avvocato Luca Cianferoni: “L’hanno ammazzato loro“. Dove per “lo” si intende Paolo Borsellino e per “loro” si intende lo Stato.

E lo fa il giorno della diciassettesima commemorazione della strage di Via d’Amelio.

Basterebbe quest’ultima (evidentemente voluta) coincidenza per far tremare i polsi e far capire come si stia giocando, nel silenzio totale dell’informazione nazionale, una partita delicatissima tra mafia e istituzioni, in un rincorrersi di confessioni, minacce, intimidazioni, smentite di facciata, messaggi più o meno criptici, ora che la verità sulle stragi di quegli anni sembra quanto mai vicina. Una verità che rischierebbe di stravolgere dalle fondamenta lo stato democratico in cui viviamo e che per questo fa una paura tremenda.

Sarebbe curioso se, come la Prima Repubblica crollò sotto l’inchiesta di Mani Pulite e la Seconda nacque nel sangue delle stragi, così quest’ultima crollasse sotto le indagini su quelle stesse stragi e desse il via ad una Terza Repubblica, quella che sognava Paolo Borsellino, ripulita del “puzzo del compromesso morale” e delle stantie collusioni mafiose. Una specie di legge universale del contrappasso.

Ciò che crea sconcerto sono le reazioni del mondo istituzionale ad un tale susseguirsi di avvenimenti e dichiarazioni.

Partiamo dalla manifestazione di tre giorni indetta da Salvatore Borsellino e dal comitato cittadino 19luglio1992 tenutasi a Palermo dal 18 al 20 luglio. Sono giunte centinaia di persone da tutta Italia. Persone comuni della società civile, che si sono pagate di tasca propria il biglietto dell’areo, del treno o del pullman per essere presenti di persona in Via D’Amelio, armate solo di una simbolica agenda rossa e di tanta tanta rabbia. Hanno percorso sotto il sole feroce di un luglio siciliano i quattro chilometri in salita che congiungono Via D’Amelio al Castel Utveggio che domina Palermo. Hanno presidato per ore via D’Amelio ascoltando ed applaudendo gli interventi di Salvatore e Rita Borsellino, Luigi De Magistris, Sonia Alfano, Giulio Cavalli, Gioacchino Genchi e tanti altri ragazzi provenienti da varie regioni d’Italia. Hanno appeso striscioni, hanno camminato in processione, hanno vegliato sul teatro della strage. Il tutto da soli. Lasciati incredibilmente soli. Traditi perfino dalle cosiddette associazioni antimafia, che hanno preferito disertare l’appello di Salvatore e commemorare (chissà perchè: forse per invidie meschine, forse per concorrenza) in altre sedi e in altri luoghi. Traditi dai Palermitani che, come ha denunciato dal palco Salvatore, hanno preferito andare al mare, tradendo quella promessa fatta diciassette anni prima, quando cacciarono a calci dalla cattedrale di Palermo i rappresentanti delle istituzioni presenti ai funerali del fratello.

Ma soprattutto è stata sconcertante l’assenza dello Stato. Ed è stata una vittoria grandiosa di Salvatore. Nessun uomo politico ha osato avvicinarsi quest’anno, ed è la prima volta da diciassette anni a questa parte, all’ulivo piantato in Via D’Amelio “per celebrare i loro riti di morte e assicurarsi che Paolo sia veramente defunto“. Non ha osato metterci piede il ministro della giustizia Angelino Alfano, forse ricordandosi di essere stato sorpreso a presenziare al matrimonio della figlia del boss mafioso Santacroce: ha mandato solo un messaggio di circostanza. Non ha osato metterci piede il presidente del senato Renato Schifani, forse ricordandosi di aver messo su una società con il noto mafioso Nino Mandalà e aver fatto parte del consiglio comunale di Villabate sciolto due volte per infiltrazioni mafiose: ha mandato solo un messaggio di circostanza. Ma non ha osato metterci piede nemmeno il capo dello stato Giorgio Napolitano. Eppure lui non aveva scuse: ha mandato solo un messaggio di circostanza. Per la prima volta nemmeno una corona di fori è stata posta in via D’Amelio. “Le corone di fiori andate a metterle sulle tombe dei vostri eroi“, così recitava uno striscione legato ad una lapide posticcia di Vittorio Mangano.

Non per niente però Napolitano ha prontamente commentato le esternazioni di Totò Riina e ha liquidato il tutto con una battuta: “Le rivelazioni rese note nei giorni scorsi a proposito di una pista che porterebbe al coinvolgimento di apparati dello Stato nelle stragi di mafia del 1992 in cui persero la vita, fra gli altri, i magistrati Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, sono più o meno senzazionalistiche e provengono da soggetti, diciamo così, piuttosto discutibili“. Io non so se il nostro presidente della repubblica si rende conto che “queste rivelazioni sensazionalistiche” sono state confermate dai principali procuratori che stanno in questi giorni indagando sulle stragi. Di trattativa tra stato e mafia e di interessi collimanti tra Cosa Nostra e pezzi delle istituzioni nelle stragi del ’92 hanno parlato esplicitamente sia Antonio Ingoria, procuratore a Palermo, che Sergio Lari, procuratore a Caltanissetta. Ma soprattutto esiste una sentenza col timbro della Cassazione, relativa al processo Borsellino Bis, in cui si parla chiaramente di “mandanti occulti ed esterni a Cosa Nostra”, su cui ancora non si è riusciti a far luce. Napolitano sembra ignorare tutto questo. Ma non è una sorpresa. Il 13 dicembre 2008, con beata impudenza, ebbe già a dichiarare che “non esistono nè fascicoli segreti nè misteri al Viminale“.

A che gioco sta giocando Napolitano? Chi sta cercando di coprire?

Probabilmente sta cercando di coprire il suo vice, Nicola Mancino, vicepresidente del CSM. Un altro che farebbe meglio a tacere piuttosto che perdersi in ridicole quanto patetiche giustificazioni. Esiste un pentito, Gaspare Mutolo, che racconta come Paolo Borsellino, che lo stava interrogando il 1 luglio del 1992, ricevette una chiamata dal ministro Nicola Mancino. Esiste un testimone oculare, l’allora procuratore di Palermo Antonio Aliquò, che accompagnò Borsellino fin sulla porta del Viminale. Ma soprattutto esiste l’agenda grigia dello stesso Paolo Borsellino su cui è segnata distintamente l’ora esatta dell’incontro col ministro: ore 19:30. Quell’incontro è lo snodo fondamentale di tutta la vicenda. In quell’incontro, verosimilmente venne prospettata a Borsellino la possibilità di scendere a patti con Cosa Nostra per fermare le stragi. Il suo ovvio rifiuto avrebbe coinciso con la sua condanna a morte.

Mancino non ricorda quell’incontro, ma mai l’ha negato. Si è sempre nascosto dietro risibili giustificazioni: “non sapevo che faccia avesse Borsellino”, “era il mio primo giorno di insediamento al Viminale”, “perchè dovrei nascondere l’incontro?”, “cosa ci saremmo dovuti dire?” e via dicendo. Ripeto: più adduce simili motivazioni, più la sua posizione appare a dir poco opaca. Allo stesso modo, fino a poco tempo fa, aveva sempre negato categoricamente che fosse esistita una trattativa con la mafia. Il 16 gennaio 2009 così dichiarava: “Escludo in maniera netta e categorica che lo Stato abbia trattato con esponenti della mafia. Ignoro le ‘assunte trattative’ che comunque avrei fermamente osteggiato, tra gli uomini del Ros e il signor Ciancimino tese a far accantonare da parte della mafia l’offensiva contro lo Stato“. Per la serie: io non c’ero e, se c’ero, dormivo. Oggi, a distanza di pochi mesi, Mancino invece conferma che la trattativa c’è stata e il governo ha detto immediatamente no: “Noi l’abbiamo sempre respinta. L’abbiamo respinta anche come semplice ipotesi di alleggerimento dello scontro con lo Stato portato avanti dalla mafia“.

E’ confortante vedere che, piano piano, incalzato dalle scoperte delle varie procure d’Italia, Mancino recuperi un po’ della sua memoria e lasci trapelare cose di cui, si capisce, sa molto di più di quanto vorrebbe far credere. Tra un po’, molto probabilmente, Mancino verrà chiamato da una delle quattro procure che stanno indagando ancora sulle stragi (Palermo, Caltanissetta, Roma e Firenze) come persona informata sui fatti e a quel punto dovrà parlare, non potrà continuare a cincischiare. Massimo Ciancimino l’ha tirato in ballo esplicitamente come terminale istituzionale della trattativa. Riina l’ha tirato in ballo, chiedendo come facesse a sapere della sua cattura quattro giorni prima dell’arresto. Mutolo l’ha tirato in ballo, come abbiamo visto.

Una cosa è certa, ormai. La trattativa c’è stata, è iniziata prima della strage di Via D’Amelio ed è continuata almeno fino alla cattura di Riina (15 gennaio 1993). Fino a prova contraria, Mancino, per tutto quel lasso di tempo, è stato il ministro dell’interno. Vuole davvero farci credere che il generale Mori, incaricato di trattare con Riina per tramite di Vito Ciancimino, operasse all’insaputa del Ministero dell’Interno? E, se davvero è così, per conto di chi e di quali pezzi deviati dello Stato operava Mori?

I casi sono due: o Mancino mente spudoratamente ed è quindi colluso, o dice la verità ed è quindi un allegro sprovveduto che non dovrebbe ricoprire incarichi tanto delicati. In entrambi i casi, avrebbe solo una cosa da fare: dimettersi dal Csm e dire tutto quello che sa.

Le rivelazioni di Massimo Ciancimino sono delle bombe a orologeria pronte a scoppiare. C’è solo da attendere chi innesterà la miccia. A partire dalle parole che il padre gli rivolse il giorno della strage di Via D’Amelio per annunciargli la morte di Paolo Borsellino. Disse Vito Ciancimino: “Mi sento un po’ responsabile“.

Ecco, io non vorrei che tra un po’, a pronunciare quelle esatte parole, siano uomini che ora siedono nei piani più alti della nostra disgraziata repubblica.

Blog di Beppe Grillo – Vaticano S.p.A.

http://www.beppegrillo.it/2009/06/vaticano_spa.html

L’Italia del dopoguerra si può comprendere solo attraverso gli intrecci tra Mafia, Massoneria, Vaticano e parti deviate dello Stato. Quattro mondi che si incrociano nelle vicende più oscure della nostra Repubblica. Il libro: “Vaticano S.p.A.” grazie all’accesso, quasi casuale, a un archivio sterminato di documenti ufficiali spiega per la prima volta il ruolo dello IOR nella prima e nella seconda Repubblica.
Passi dal libro “Vaticano S.p.A.:
“…Paolo VI affida il trasferimento all’estero delle partecipazioni a un sacerdote e a un laico…già conosciuto da Montini quando era arcivescovo di Milano. Si chiama Michele Sindona. Porta i capitali della mafia. Il sacerdote che mastica di finanza ed è amico degli Usa si chiama Paul Marcinkus… E’ lo stesso Sindona a presentare a Marcinkus il banchiere Roberto Calvi… I tre arrivano a manipolare gli andamenti della Borsa di Milano con le società del Vaticano che finiscono a Calvi via Sindona… Viene eletto papa il patriarca di Venezia Albino Luciani, uomo di altissimo rigore morale… il giornalista Mino Pecorelli pubblica i 121 nomi di esponenti vaticani che sarebbero affiliati alla massoneria… Luciani intende far piazza pulita allo IOR e trasferire tutti: Marcinkus, de Bonis, Mennini, de Strobel. Lo confida al segretario di Stato Jean Villot la sera del 28 settembre 1978. La mattina dopo il corpo senza vita di Giovanni Paolo I viene rinvenuto nel suo letto… Karol Wojtyla recupera la politica di Paolo VI e assicura a Marcinkus la continuità sull’indirizzo finanziario.. L’Ambrosiano di Calvi rischia il crack… si scopre che i crediti dell’Ambrosiano riguardano le società estere legate allo IOR… Il ministro del Tesoro Andreatta dispone la liquidazione del Banco Ambrosiano… Marcinkus gode della protezione incondizionata di Giovanni Paolo II… dovuta soprattutto ai fondi per oltre 100 milioni di dollari che il Vaticano inviò al sindacato polacco Solidarnosc… Triplice mandato di cattura, emesso il 20 febbraio 1987 dalla magistratura milanese contro Marcinkus e i dirigenti dello IOR Luigi Mennini e Pellegrino de Strobel…”

Si può vivere in questo mondo senza preoccuparsi del denaro? Non si può dirigere la Chiesa con le Avemarie
(Monsignor Paul Marcinkus, presidente dello IOR)
Non potete servire contemporaneamente Dio e Mammona
(Gesù, Vangeli di Matteo 6,24 e Luca 16,13)

Sommario:
L’Archivio di Mons. Dardozzi
Firma autorizzata: Giulio Andreotti
Delitto in Vaticano?
Il Paradiso (fiscale) in Terra

Testo:

L’Archivio di Mons. Dardozzi

Blog: Gianluigi Nuzzi autore di Vaticano S.p.a. edito da Chiarelettere. Un libro che sta facendo discutere. Che cosa hai scoperto di questo Vaticano?

G.Nuzzi: emergono le finanze occulte del Vaticano. E’ un viaggio tramite atti, documenti interni della santa sede negli affari più imbarazzanti e nascosti dell’Istituto opere di religione, che è la banca del papa. Questo viaggio avviene grazie ad un archivio. Un archivio di monsignor Renato Dardozzi, che è stato prima il consigliere del cardinale Casaroli, poi del segretario di Stato Sodano e doveva proprio occuparsi di sistemare raddrizzare le vicende più tormentate della santa sede.
Monsignor Dardozzi ha raccolto del materiale. Ha raccolto documenti bancari dello Ior che raccontano storie di tangenti, storie di soldi dell’eredità, di soldi che dovevano andare per le commemorazioni dei defunti. E ha fatto un archivio di circa 5 mila documenti, che ha lasciato in eredità affinché dopo qualche anno dalla sua morte diventassero pubblici. Io ho avuto la fortuna di avere a disposizione questo archivio che i custodi mi hanno dato e io ho fatto un lavoro di ricerca perché questi documenti raccontano come si è sviluppato, dopo Marcinkus, un sistema di conti segreto all’interno dello Ior, intestato fittiziamente a delle fondazioni benefiche per la lotta alla leucemia, per aiutare i bambini poveri, che benefiche erano solo sulla carta perché in realtà questi conti e queste fondazioni venivano utilizzate o per proteggere clienti eccellenti, intoccabili, oppure per far transitare soldi di tangenti. Un fiume di denaro arriva su questi conti parliamo di circa 260 milioni di euro di oggi in pochissimi anni, con la dovuta rivalutazione, in contanti e poi vengono distribuiti fra paradisi fiscali, conti a Montecarlo… Andando a vedere poi chi erano i reali titolari di questi conti vengono fuori dei nomi sorprendenti! Nella documentazione dell’archivio Dardozzi si usano e si preferiscono usare dei nomi in codice. Allora c’era Ancona, omissis, Siena, Roma perché anche in queste documentazioni riservate si cercava di proteggere i nomi di questi clienti importanti.

Firma autorizzata: Giulio Andreotti

La fondazione del cardinale Francis Spellmann, parliamo di circa 40 miliardi di movimentazione in pochissimi anni, la firma autorizzata: GIULIO ANDREOTTI.
Quando i magistrati di Milano nel 1993 bussano al portone di bronzo per sapere dove era finita la tangente Enimont, che era nel maxi processo di Mani pulite, una tangente pagata a tutti i partiti della prima Repubblica per concludere il divorzio tra Eni e Montedison. Ebbene quando i magistrati di Milano vanno lì e chiedono come mai parte di questa tangente è finita allo Ior, dove è andata ecco l’archivio Dardozzi racconta delle verità che noi non sapevamo!
Racconta come all’interno del Vaticano si sono attrezzati per depistare le indagini di Mani pulite, per fornire loro delle risposte parziali e fuorvianti, per soprattutto proteggere alcuni conti visto che per esempio Andreotti era, all’epoca, candidato alla presidenza della Repubblica. E poi questa è una storia della tangente Enimont, del depistaggio… c’è una frase su un fax che mi è rimasta impressa. Si dice tra un cardinale e uno degli avvocati che li stava seguendo: “mi raccomando! non diciamo tutto ai magistrati per, tra virgolette, non indurli in tentazione…” ecco io non so cosa sia la tentazione ognuno ha la sua visione laica, cattolica, religiosa, certo di tentazioni lì ce n’erano molte perché il denaro raccoglie gli interessi ovviamente di ogni tipo.
Marcinkus diceva che la chiesa non si amministra con l’Ave Maria.
Aveva ragione! La chiesa deve avere un suo potere finanziario, deve avere una sua gestione per fare anche del bene. Ecco io racconto invece il bene che non è stato fatto. Questo non è un libro contro la chiesa, è un libro di documenti, non va per tesi. E’ un libro che racconta storie di denaro sporco, perché la parola riciclaggio non la utilizzo a caso, la utilizzano loro nella loro corrispondenza con la segreteria di Stato.
E poi  c’è un altro aspetto che è inquietante secondo me. E’ che quando si accorgono all’interno di questo malcostume istituiscono una commissione segreta per andare a scoprire la profondità di questo Ior parallelo no?
Chiamiamolo come bisogna chiamarlo. Scavano, indagano e fanno una relazione. Siamo nel febbraio ’92. Questa relazione Angelo Caloia presidente dello Ior, la spedisce a Dziwiscz che all’epoca era il segretario di papa Wojtila. Quindi immagino che fosse per il papa evidentemente. Non accade assolutamente nulla!
Questi personaggi non vengono rimossi, non vengono spostati, non vengono segnalati. Fino al marzo ’93 quando Enimont comincia a gorgogliare, comincia a diventare un problema giudiziario il Vaticano non adotta nessuna contromisura.

Delitto in Vaticano?

Blog: c’è un papa che voleva rimuovere Marcinkus che è campato solo 33 giorni.

G.NUZZI: Sì, secondo David Yallop autore di uno splendido libro che si intitola “In nome di Dio” ritiene che papa Luciani sia stato ucciso perché voleva rimuovere tutta una serie di personaggi. Ecco, uno di questi personaggi è l’uomo protagonista del mio libro cioè Donato De Bonis, segretario di Marcinkus. Lui costruisce questo sistema di conti occulti, fa transitare questi soldi, protegge la famiglia Ferruzzi, questi avevano dei conti criptati allo Ior, presidenti di squadre di calcio nel libro ci sono nomi e cognomi. Rimane talmente impresso nella sua opera che nella sua nativa Pietragalla hanno fatto dei bassorilievi alla chiesa che lo raffigurano in bronzo.
Magari avrà preferito in oro… questo credo sia permesso di dirlo.

Blog: da quello che racconti nel libro ne viene fuori uno Ior, quindi un Vaticano roccaforte di evasori fiscali e di…

G.NUZZI: no direi una cosa diversa. Ci sono persone che hanno goduto di fiducia mal riposta. Queste persone hanno fatto scempio della fede e per tutti gli anni ’90 il mio libro racconta come ci sia stato uno scontro violentissimo tra fazioni opposte all’interno del Vaticano. Ci sono persone che hanno cercato di fare ordine, ci sono persone che sono state bloccate, ci sono persone illuminate come cardinali che volevano pulizia e chiarezza. Quindi non facciamo come si suo dire di tutta l’erba un fascio.

Il Paradiso (fiscale) in Terra

Blog: il Vaticano di oggi?

G.NUZZI: il Vaticano di oggi ha una banca all’interno che si chiama sempre Ior, che è presieduta sempre dallo stesso presidente dell’epoca che cercò di fare pulizia seppur con parecchie difficoltà, ed è una banca che non risponde a nessun tipo di controllo. Nel senso che noi abbiamo una banca in piazza San Pietro che non aderisce ad alcuna convenzione antiriciclaggio, che non è sottoposta a nessuna normativa internazionale dell’Unione europea che implica dei sistemi di controllo automatici sui flussi di denaro. Quindi diciamo che è una banca assai appetibile per chi ha desiderio di far transitare soldi poco puliti. Credo che questo nel centro di Roma sia obiettivamente una contraddizione in termini. Anche perché è inimmaginabile pensare che lo Ior finisca in una black list, però obiettivamente è una banca dove basta presentarsi all’ingresso di porta Sant’anna con una ricetta medica per entrare nello Stato Città di Vaticano, arrivare al torrione quinto che è una torre con mura spesse 9 metri che custodisce il forziere dei cardinali. Io non so oggi cosa accade lì dentro perché l’archivio di Dardozzi è molto dettagliato: racconta delle suore Ancelle della divina provvidenza di Bisceglie, sorelle che all’epoca si occupavano dei malati di mente, che avevano un saldo di 55 miliardi di lire sul conto. Come abbiano ottenuto questa somma non lo so, però so che la retta che lo Stato italiano versa per questi matti è di 100 euro a testa. Nessun a inchiesta penale ha mai dimostrato responsabilità di  sottrazione indebita in questo istituto di cura… il libro racconta queste vicende e si spinge – stavo dicendo – fino alla fine degli anni ’90 io non ho elementi su quello che è accaduto dopo. Di certo la banca gode di un sistema autoreferenziale di autocontrollo che ovviamente è privilegiato. Infatti quando arriva la rogatoria da Milano dei magistrati di Mani pulite, dai documenti si capisce che in Vaticano quei documenti della magistratura milanese già li avevano! Passati da qualche amico che li voleva mettere a conoscenza prima.
E chi è sotto scacco giudiziario sa bene che prima si hanno le carte dell’accusa meglio ci si può difendere.
Sul sito di Chiarelettere c’è la possibilità di consultare i documenti gratuitamente. Affinché ogni internauta si faccia la propria idea. Lo abbiamo voluto fare proprio per far sì anche che ciò che è scritto nel libro abbia un riflesso immediato in questo archivio. Anche perché è la prima volta in assoluto che filtrano dalle mura leonine del Vaticano una quantità così incredibile… non si è mai vista una carta dello Ior e qui abbiamo 5 mila documenti che un patrimonio di informazione che è dovere del giornalista farlo diventare pubblico.”