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Blog di Beppe Grillo – Gaeta e Wounded Knee

Il 29 dicembre 1890 a Wounded Knee, come tutti sanno o potrebbero sapere, è avvenuto l’eccidio di 300 Lakota Sioux, donne e bambini, da parte dell’esercito degli Stati Uniti d’America. Trent’anni prima, nel 1860, a Gaeta, come quasi nessuno sa né è tenuto a sapere, fu compiuto un altro eccidio, in cui morirono migliaia di civili, donne e bambini, da parte dell’esercito sabaudo. Centinaia di migliaia di persone perirono nel Regno delle Due Sicilie durante e dopo la guerra di occupazione. Gaeta fu l’epilogo della guerra…

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ComeDonChisciotte – IL RISORGIMENTO NASCOSTO

Fonte: ComeDonChisciotte – IL RISORGIMENTO NASCOSTO.

DI PINO APRILE

Io non sapevo che i piemontesi fecero al Sud quello che i nazisti fecero a Marzabotto. Ma tante volte, per anni.

E cancellarono per sempre molti paesi, in operazioni “anti-terrorismo”, come i marines in Iraq.

Non sapevo che, nelle rappresaglie, si concessero libertà di stupro sulle donne meridionali, come nei Balcani, durante il conflitto etnico; o come i marocchini delle truppe francesi, in Ciociaria, nell’invasione, da Sud, per redimere l’Italia dal fascismo (ogni volta che viene liberato, il Mezzogiorno ci rimette qualcosa).

Ignoravo che, in nome dell’Unità nazionale, i fratelli d’Italia ebbero pure diritto di saccheggio delle città meridionali, come i Lanzichenecchi a Roma.

E che praticarono la tortura, come i marines ad Abu Ghraib, i francesi in Algeria, Pinochet in Cile. Non sapevo che in Parlamento, a Torino, un deputato ex garibaldino paragonò la ferocia e le stragi piemontesi al Sud a quelle di «Tamerlano, Gengis Khan e Attila».

Un altro preferì tacere «rivelazioni di cui l’Europa potrebbe inorridire».

E Garibaldi parlò di «cose da cloaca». Né che si incarcerarono i meridionali senza accusa, senza processo e senza condanna, come è accaduto con gl’islamici a Guantánamo. Lì qualche centinaio, terroristi per definizione, perché musulmani; da noi centinaia di migliaia, briganti per definizione, perché meridionali. E, se bambini, briganti precoci; se donne, brigantesse o mogli, figlie, di briganti; o consanguinei di briganti (sino al terzo grado di parentela); o persino solo paesani o sospetti tali. Tutto a norma di legge, si capisce, come in Sudafrica, con l’apartheid.

Io credevo che i briganti fossero proprio briganti, non anche ex soldati borbonici e patrioti alla guerriglia per difendere il proprio paese invaso.

Non sapevo che il paesaggio del Sud divenne come quello del Kosovo, con fucilazioni in massa, fosse comuni, paesi che bruciavano sulle colline e colonne di decine di migliaia di profughi in marcia.

Non volevo credere che i primi campi di concentramento e sterminio in Europa li istituirono gli italiani del Nord, per tormentare e farvi morire gli italiani del Sud, a migliaia, forse decine di migliaia (non si sa, perché li squagliavano nella calce), come nell’Unione Sovietica di Stalin.

Ignoravo che il ministero degli Esteri dell’Italia unita cercò per anni «una landa desolata», fra Patagonia, Borneo e altri sperduti lidi, per deportarvi i meridionali e annientarli lontano da occhi indiscreti.

Né sapevo che i fratelli d’Italia arrivati dal Nord svuotarono le ricche banche meridionali, regge, musei, case private (rubando persino le posate), per pagare i debiti del Piemonte e costituire immensi patrimoni privati.

E mai avrei immaginato che i Mille fossero quasi tutti avanzi di galera.

Non sapevo che, a Italia così unificata, imposero una tassa aggiuntiva ai meridionali, per pagare le spese della guerra di conquista del Sud, fatta senza nemmeno dichiararla.

Ignoravo che l’occupazione del Regno delle Due Sicilie fosse stata decisa, progettata, protetta da Inghilterra e Francia, e parzialmente finanziata dalla massoneria (detto da Garibaldi, sino al gran maestro Armando Corona, nel 1988).

Né sapevo che il Regno delle Due Sicilie fosse, fino al momento dell’aggressione, uno dei paesi più industrializzati del mondo (terzo, dopo Inghilterra e Francia, prima di essere invaso).

E non c’era la “burocrazia borbonica”, intesa quale caotica e inefficiente: lo specialista inviato da Cavour nelle Due Sicilie, per rimettervi ordine, riferì di un «mirabile organismo finanziario» e propose di copiarla, in una relazione che è «una lode sincera e continua». Mentre «il modello che presiede alla nostra amministrazione», dal 1861, «è quello franco-napoleonico, la cui versione sabauda è stata modulata dall’unità in avanti in adesione a una miriade di pressioni localistiche e corporative» (Marco Meriggi, Breve storia dell’Italia settentrionale).

Ignoravo che lo stato unitario tassò ferocemente i milioni di disperati meridionali che emigravano in America, per assistere economicamente gli armatori delle navi che li trasportavano e i settentrionali che andavano a “far la stagione”, per qualche mese in Svizzera.

Non potevo immaginare che l’Italia unita facesse pagare più tasse a chi stentava e moriva di malaria nelle caverne dei Sassi di Matera, rispetto ai proprietari delle ville sul lago di Como.

Avevo già esperienza delle ferrovie peggiori al Sud che al Nord, ma non che, alle soglie del 2000, col resto d’Italia percorso da treni ad alta velocità, il Mezzogiorno avesse quasi mille chilometri di ferrovia in meno che prima della Seconda guerra mondiale (7.958 contro 8.871), quasi sempre ancora a binario unico e con gran parte della rete non elettrificata.

Come potevo immaginare che stessimo così male, nell’inferno dei Borbone, che per obbligarci a entrare nel paradiso portatoci dai piemontesi ci vollero orribili rappresaglie, stragi, una dozzina di anni di combattimenti, leggi speciali, stati d’assedio, lager? E che, quando riuscirono a farci smettere di preferire la morte al loro paradiso, scegliemmo piuttosto di emigrare a milioni (e non era mai successo)? Ignoravo che avrei dovuto studiare il francese, per apprendere di essere italiano: «Le Royaume d’Italie est aujourd’hui un fait» annunciò Cavour al Senato. «Le Roi notre auguste Souverain prend pour lui-même et pour ses successeurs le titre de Roi d’Italie.»

Credevo al Giosue Carducci delle Letture del Risorgimento italiano: «Né mai unità di nazione fu fatta per aspirazione di più grandi e pure intelligenze, né con sacrifici di più nobili e sante anime, né con maggior libero consentimento di tutte le parti sane del popolo». Affermazione riportata in apertura del libro (Il Risorgimento italiano) distribuito gratuitamente dai Centri di Lettura e Informazione a cura del ministero della Pubblica Istruzione Direzione Generale per l’Educazione Popolare, dal 1964. Il curatore, Alberto M. Ghisalberti, avverte che, «a un secolo di distanza (…), la revisione critica operata dagli storici possa suggerire interpretazioni diversamente meditate (…) della più complessa realtà del “libero consentimento” al quale si riferisce il poeta». Chi sa, capisce; chi non sa, continua a non capire.

Scoprirò poi che Carducci, privatamente, scriveva: «A Lei pare una bella cosa questa Italia?»; tanto che, per lui, evitare di parlarne «può anche essere opera di carità». (Storia d’Italia, Einaudi).

Io avevo sempre creduto ai libri di storia, alla leggenda di Garibaldi.

Non sapevo nemmeno di essere meridionale, nel senso che non avevo mai attribuito alcun valore, positivo o negativo, al fatto di essere nato più a Sud o più a Nord di un altro. Mi ritenevo solo fortunato a essere nato italiano. E fra gl’italiani più fortunati, perché vivevo sul mare.

A mano a mano che scoprivo queste cose, ne parlavo. Io stupito; gli ascoltatori increduli. Poi, io furioso; gli ascoltatori seccati: esagerazioni, invenzioni e, se vere, cose vecchie. E mi accorsi che diventavo meridionale, perché, stupidamente, maturavo orgoglio per la geografia di cui, altrettanto stupidamente, Bossi e complici volevano che mi vergognassi.

Loro che usano “italiano” come un insulto e abitano la parte della penisola che fu denominata “Italia”, quando Roma riorganizzò l’impero (quella meridionale venne chiamata “Apulia”, dal nome della mia regione. Ma la prima “Italia” della storia fu un pezzo di Calabria sul Tirreno).

Si è scritto tanto sul Sud, ma non sembra sia servito a molto, perché «ogni battaglia contro pregiudizi universalmente condivisi è una battaglia persa» dice Nicholas Humphrey (Una storia della mente). «Perché non riprendi una delle tante pubblicazioni meridionaliste di venti, trent’anni fa, e la ristampi tale e quale? Chi si accorgerebbe che del tempo è passato, inutilmente?» suggeriva ottant’anni fa a Piero Gobetti, Tommaso Fiore che poi, per fortuna, scrisse Un popolo di formiche. E oggi, un economista indomito, Gianfranco Viesti (Abolire il Mezzogiorno), allarga le braccia: «Parlare di Mezzogiorno significa parlare del già detto, e del già fallito».

Perché tale stato di cose è utile alla parte più forte del paese, anche se si presenta con due nomi diversi: “Questione meridionale”, ovvero dell’aspirazione del Sud a uscire dalla subalternità impostagli; e “Questione settentrionale”, di recente conio, ovvero della volontà del Nord di mantenere la subalternità del Sud e il redditizio vantaggio di potere conquistato con le armi e una legislazione squilibrata.

Dopo centocinquant’anni, questo sistema rischia di spezzare il paese. Si sa; e si finge di non saperlo, perché troppi sono gl’interessi che se ne nutrono.

Così, accade che la verità venga scritta, ma non sia letta; e se letta, non creduta; e se creduta, non presa in considerazione; e se presa in considerazione, non tanto da cambiare i comportamenti, da indurre ad agire “di conseguenza”.

Dal libro “Terroni” di Pino Aprile (Edizioni Piemme, 2010)

Visto su: http://blogghete.blog.dada.net/

ComeDonChisciotte – GEORGE SOROS E’ EFFETTIVAMENTE IN GRADO DI PROVOCARE IL CROLLO DELL’EURO ?

Fonte: ComeDonChisciotte – GEORGE SOROS E’ EFFETTIVAMENTE IN GRADO DI PROVOCARE IL CROLLO DELL’EURO ?.

FONTE: RT

Trascrizone dell’intervista di Webster Tarpley a RT (RussiaToday)

“Io ritengo che ci siano decisive e circostanziate prove che spingerebbero qualunque giornalista investigativo ad approfondire. Si tratta di un tentativo mirato a creare una crisi in grado di condurre ad un nuovo sistema monetario mondiale. Si tratta dell’utilizzo di armi economiche allo scopo di difendere il dollaro, contemporaneamente attaccando la Grecia, e tramite la Grecia attaccare l’euro. La questione che è stata rivelata nel corso degli ultimi paio di giorni dal Wall Street Journal è che vi è stata una cena segreta in un appartamento di Manhattan, in data 8 febbraio, alla quale erano presenti, un gruppo di Hedge fund predatori, e questi sociopatici, mentre cenavano a base di filet migon, pianificavano un attacco sui titoli di stato greci e sull’euro utilizzando leverage rates di 20. a 1. E chi erano i presenti ? Monness, Crespi & Hut, una banca d’investimento stile “boutique”, SAC Capital Advisors, Brigade Capital e soprattutto Soros Fund Management.

Per la verità George Soros, si era già impegnato a preparare il terreno sostenendo di ritenere che l’Euro fosse soggetto al rischio di crollare e di cadere a pezzi. L’idea era realizzare un attacco speculativo ai danni dell’Euro in maniera da alleviare la pressione speculativa sul dollaro. E naturalmente la Grecia rappresenterebbe il punto debole. Loro hanno sostenuto che – insomma il consenso a questo tavolo mentre si cenava a base di filet mignon – era che qualunque fosse stata la conclusione della crisi debitoria della Grecia, quest’ultima si sarebbe dimostrata comunque estremamente negativa per l’euro e quindi pare abbiano continua dicendo, questo è almeno il resoconto del WSJ, che non appena saltata la Grecia, quello sarebbe stato solo il primo pezzo del domino a cadere, a seguire sarebbe toccato a Spagna, Portogallo, Italia, Irlanda e naturalmente California, Gran Bretagna e infine Stati Uniti, e uno di questi personaggi, quello di Brigade Capital, avrebbe detto: la Grecia rappresenterà il fattore chiave del contagio che finirà con l’infettare tuti i debiti sovrani del mondo. Quindi stiamo parlando di debiti pubblici nazionali quelli dello Stato, quelli a livello locale, provinciale, di tutti gli Stati nazionali.

Quindi, in pratica ci stiamo avvicinando a questa situazione in cui, o si accetterà di permettere Che gli hedge fund e le banche “zombie” conducano i Governi nazionali alla bancarotta, o i Governi si decideranno finalmente a liquidare questi hedge fund proteggendo così se stessi. Tuttavia questa sarebbe solo una di un paio di associazioni a delinquere a cui in realtà il WSJ ha fatto riferimento. Un’altra è quella legata a Paulson & Company. Si tratta comunque di un altro Paulson, non si tratta dello stesso Paulson ed a Globeop Financial Services, accompagnata da un bel gruppoo di banche “zombie”, tutte sopravvissute grazie al denaro dei contribuenti americani. Stiamo parnado di Goldman Sachs – come potevano mancare – Bank of America /Merrill Lynch, e Barclays Bank – ricordiamoci che sono state salvate dagli Stati Uniti tramite il pagamento dei derivati AIG.
Quindi, numerosi di questi personaggi erano lì per fare soldi ma c’era anche un proposito politico, ovvero mascherare la debolezza del dollaro. Il dollaro ha raggiunto il suo livello minimo nella prima settimana di Dicembre dopo essere precipitato per tutto l’autunno fino a 1.50, 1.51 sull’euro.
Da allora in avanti è stato l’euro a precipitare, quindi si tratta di un’operazione a supporto del dollaro.

Ora l’Economist di Londra, il WSJ, il Financial Times si sono impegnati a lungo prendendo in giro i Greci ed il Primo Ministro Zapatero, della Spagna, che avevano parlato di cospirazione speculativa internazionale. Gli hanno detto in effetti: ma cosa state dicendo, siete paranoici, è una teoria della cospirazione. E tuttavia, è esattamente quello che abbiamo di fronte, ciò che abbiamo davanti agli occhi, in pratica ed io credo che sulla base della normativa anti-trust vigente in USA, questa sarebbe esattamente la definizione di una cospirazione criminale finanziaria in violazione Della normativa sulla correttezza degli scambi, e se tale condotta fosse stata tenuta sul mercato dei titoli negli Stati Uniti, sarebbe stata certamente definita come un “Pool” e dichiarata illegale.

Quindi, io credo sia chiaro che quello di cui la Grecia ha bisogno non siano certo misure di austerità. Avrebbero bisogno di dichiarare illegali una serie di elementi ovvero dichiarare illegali i derivati, hanno necessità di dichiarare illegali i Credit Default Swaps, di misure come quella promossa dal CEO dell’ELF, appunto in tale Paese, per favorire l’applicazione di una Tobin Tax, ovvero di una tassa dell’1% sui derivati e su altre forme di speculazione finanziaria.

E naturalmente, in Paesi in cui esistono magistrati indipendenti come in Spagna e in Italia probabilmente ad alcuni interesserà analizzare tutto questo. L’altra questione ovviamente., è porre attenzione a questo attacco speculativo per tenere sotto controllo questi speculatori e magari fissare sanzioni per le attività che stanno conducendo.”

6.03.2010

Blog di Beppe Grillo – A riveder le stelle

Fonte: Blog di Beppe Grillo – A riveder le stelle.

Il Programma del MoVimento 5 Stelle è oggi un libro distribuito in tutta Italia. Il titolo è: “A riveder le stelle. (Come seppellire i partiti e tirar fuori l’Italia dal pantano)“. E’ un libro da campagna elettorale. Da leggere punto per punto agli indecisi, ai disinformati. E’ un libroprogramma, un manuale d’uso per la democrazia diretta, un prontuario da recitare in pubblico, nei consigli comunali. In questi giorni sono in piena campagna elettorale per la raccolta delle firme delle elezioni regionali. Il MoVimento 5 Stelle si presenta in sei Regioni Piemonte, Campania, Emilia Romagna, Lombardia, Veneto e Umbria. e in alcuni tra i principali Comuni. Siamo boicottati dai sindaci, ignorati dalla stampa, ma ascoltati dalla gente. La differenza tra la mia campagna elettorale e quella dei politici è nella qualità della scorta. A me la fanno i cittadini, a loro le truppe antisommossa e le guardie del corpo.
L’Italia è sulle rotaie delle montagne russe. Sta sbandando in modo pauroso. Non è chiaro che direzione prenderà, se precipiterà. Se e cosa sarà la Terza Repubblica e quello che ci aspetta a breve. Il 150° anniversario dell’Unità d’Italia rischia di diventare la data di inizio della dissoluzione del Paese. La corruzione è aumentata del 229% secondo la Corte dei Conti. Ogni dato economico, dall’occupazione, alla produzione industriale, al PIL è il peggiore di sempre. All’inizio degli anni ’90 due fattori determinarono la nascita della Seconda Repubblica: la caduta del muro di Berlino e la crisi economica. La mafia si riorganizzò insieme ai reduci di Mani Pulite e dopo vent’anni il lavoro è quasi completato. Manca solo la statua a Bettino Craxi in Campidoglio. Lo Stato si è estinto. I partiti sono scomparsi. Sono diventati comitati di affari che fanno business insieme. Il vero rischio non è il tracollo economico, ma la distruzione del tessuto sociale e nazionale. La parola “sociale” non la pronuncia più nessuno e la pensano in pochi. Il lavoro è stato sostituito dal mercato. Patria e Nazione cosa vogliono dire? Quale valore superiore rappresentano? L’Italia, termine senza significato, è uno scacciapensieri da strizzare nei momenti di bisogno. Trasformare il Paese in una collezione di partiti regionali, baronali o criminali è un attimo. Tornare indietro quasi impossibile.
E’ facile naufragare più o meno dolcemente in questo mare. Chiudere a doppia mandata le porte di casa e della partecipazione civile. Forse anche legittimo per chi ha battuto la testa contro il muro per anni senza risultati. Ma non è una soluzione. Ogni astenuto o indifferente conta zero. Il mondo nuovo ci aspetta, può essere sufficiente aprire una porta per rivedere la luce. Ognuno conta uno, ma ognuno deve portare il suo contributo, mettersi il suo elmetto. Nessun italiano può chiamarsi fuori. Il tappo sta per saltare e quello che resta del Paese, non può diventare un banchetto per nuovi pescecani. Ho creato un video telepatico. Guardatelo e poi provate a votare qualcos’altro che non sia il MoVimento 5 Stelle!

Blog di Beppe Grillo – Il punto di non ritorno

Fonte: Blog di Beppe Grillo – Il punto di non ritorno.

Nel 2008 gli Stati salvarono le banche dal fallimento, quelle stesse banche che avevano causato la crisi. Da allora è iniziato un domino mondiale. Dalla crisi finanziaria durata qualche mese, il tempo necessario per iniettare liquidità nelle banche, si è passati alla crisi economica con effetti a catena. Chiusura delle aziende, licenziamenti di massa, calo dei consumi, crollo del valore del mercato immobiliare, diminuzione del gettito fiscale. Per evitare il collasso gli Stati hanno usato il debito pubblico. Hanno indebitato i cittadini in modo inconsapevole (il debito pubblico nell’immaginario è sempre di qualcun altro), prima per tenere in vita le banche, poi per le spese correnti. L’innalzamento del debito ha avuto come effetto l’aumento degli interessi che gli Stati devono pagare a chi ha comprato le nuove emissioni di titoli. Gli interessi sono un cappio al collo dello sviluppo del Paese. Più interessi dal debito, meno capacità di politica economica. Più cresce il debito, più i tagli allo Stato sociale sono l’unica soluzione possibile.
Se uno Stato, prima della crisi, aveva un alto debito pubblico, ha dovuto indebitarsi oltre il punto di non ritorno. La domanda che tutti si pongono è: “Quando si raggiunge il punto di non ritorno?“. E’ semplice, quando nessuno compra più i titoli di Stato. In mancanza di compratori lo Stato deve dichiarare bancarotta, va in default, non paga gli stipendi ai dipendenti pubblici e le pensioni. Un’altra domanda che ci si deve porre è: “Quali Stati hanno più probabilità di fallire?“. Anche in questo caso la risposta è semplice, quelli che oltre a un grande debito pubblico pre crisi e a un suo forte incremento post crisi hanno diminuito la loro capacità produttiva. Producono di meno (il cosiddetto PIL) e, allo stesso tempo, aumentano il loro debito. Nell’UE gli Stati con queste caratteristiche sono almeno tre: Grecia, Italia e Spagna.
Grecia e Italia sono accomunate dalla stessa strategia, vendere il loro debito agli Stati extra UE, in quanto la UE non riesce a soddisfare l’offerta continua di Temorti e di George Papandreou. Tremorti ha venduto il nostro debito in Cina lo scorso mese, curiosamente, dato che il debito è nostro, non sappiamo il valore della vendita. La Cina con il debito ha comprato una parte della nostra sovranità nazionale, forse Termini Imerese o scivoli privilegiati per il commercio estero. Anche la grande Cina ha però i suoi limiti e, dopo aver digerito Tremorti, non ha acquistato i 25 miliardi di euro di titoli greci proposti la scorsa settimana dalla Goldman Sachs.
A Davos stanno discutendo dell’economia mondiale le stesse persone che hanno provocato la più grande bolla degli ultimi 150 anni. Circola una domanda: “Fallirà prima l’Italia o la Grecia?“. Gli investitori internazionali hanno già dato una risposta tecnica. I titoli di Stato dei Paesi a rischio sono coperti da un’assicurazione sul loro fallimento detta CDS, Credit Default Swap. L’Italia è prima assoluta, con molte lunghezze sul secondo in classifica. La Grecia è solo quinta. Alla catastrofe con ottimismo.

L’Italia l’è malada

Fonte: L’Italia l’è malada.

Di seguito riportiamo il discorso introduttivo di Silvia Buzzelli, professoressa associata di procedura penale europea e sovranazionale all’università di Milano Bicocca, tenuto in occasione dell’incontro di martedì 19 gennaio a Monza con Salvatore Borsellino.
Ci auguriamo che questo discorso sia da esempio morale non solo per chi come voi lettori di questo sito lotta ogni giorno per restituire dignità a questo nostro disgraziato Paese, ma lo sia soprattutto per quei giuristi che ogni giorno dovrebbero condividere il sapere con i propri studenti, per tutti quei professori universitari che dovrebbero uscire dal proprio guscio istituzionale ed esporsi di più: esporsi non vuol dire “attaccare”, “denigrare un avversario politico”, vuol dire semplicemente prendere consapevolezza del proprio ruolo di tecnico-giuridico, fornire una spiegazione  tecnica e neutrale del nostro ordinamento processuale per esempio, dare quanto meno le basi per poter capire cosa succede ora e cosa succederà dopo a seguito di riforme giudiziarie.
Ognuno dovrebbe avere il proprio ruolo: questo non è solo un diritto ma anche un dovere sociale.
L’Italia l’è malada” è il titolo dell’intervento di Silvia Buzzelli, l’Italia è morente aggiunge poi Salvatore Borsellino, ma  voi, tecnici e ricercatori del diritto siete davvero  stati mai disposti a debellare questo cancro sociale?

Desirèe Grimaldi
L’Italia l’è malada

Discutendo di legalità – una sera d’inverno – con Salvatore Borsellino
di Silvia Buzzelli
Da dove partire, caro Salvatore?
Era il 1882 quando, nelle campagne di Rovigo e del mantovano, iniziò il primo grande sciopero: fu un’agitazione senza precedenti, una lotta durissima – fatta di arresti, persecuzioni, processi – che si estese nel lodigiano, nel parmense, in tutta la nostra Pianura Padana, insomma. “La boje, la boje e de botto la va fora”, bolle, bolle e, all’improvviso, trabocca: questo era il grido dei braccianti che, nel Polesine, cantavano “L’Italia l’è malada”.
Bisognerebbe, forse, imparare la dignità di quelle donne e di quegli uomini (uniti nelle leghe e nelle società di mutuo soccorso); bisognerebbe – chissà – intonare di nuovo “L’Italia l’è malada“.

Perché ” L’Italia l’è” ancora ” malada” (o no?), e quali sono i sintomi?

“L’Italia l’è malada” perché si propone di intitolare una strada a un latitante (perdonate, uso le categorie del codice di procedura penale, le sole che conosco), un condannato in via definitiva: Bettino Craxi. Per di più, lo si paragona a Giordano Bruno, morto sul rogo dell’Inquisizione a Campo de’ Fiori (davvero tutta un’altra storia).
Una strada a Craxi va bene, una biblioteca già dedicata a Peppino Impastato no: ecco che vicino Bergamo tocca difendere quella targa che ricorda un ragazzo ucciso dalla mafia. E non va bene, è di questi giorni, neppure una Piazza XXV aprile (a Pecorara nel piacentino).

“L’Italia l’è malada” perché un Ministro della Difesa elogia la “non dimenticata X Mas” (sono parole di La Russa). Se lo ricordano – eccome – il passaggio della Decima in Versilia, nelle Langhe, nell’Ossola, a Borgo Ticino il 13 agosto del ’44. Mettiamo da parte il coraggio, però: a uccidere donne, vecchi, bambini, a torturare, stuprare, saccheggiare non ci vuole coraggio.

“L’Italia l’è malada” perché un altro Ministro, qualche tempo fa, ha consigliato di utilizzare la bandiera al posto della carta igienica, la bandiera, la bandiera italiana, il tricolore.

“L’Italia l’è malada” perché la nostra scuola pubblica, dalle elementari all’università, sta morendo. Essere colti è l’unico modo di essere liberi, avvertiva Josè Martì nel Continente latinoamericano: e questo è troppo, decisamente troppo pericoloso. Agli scolari di Usmate-Velate sarà vietato leggere il Diario di Anna Frank (osceno per una pagina in cui Anna descrive il sesso, e lo fa in maniera delicatissima). Faranno leggere un altro Diario, quello di Hans Frank, Governatore generale di Polonia, responsabile per lo sterminio degli ebrei del ghetto di Varsavia? Vorremmo una risposta dal parlamentare che ha sollevato il caso.

“L’Italia l’è malada” perché pare che a Rosarno un caporale incassi 5,00 euro al giorno per ogni “sporco negro” – si dice così, vero? -, quindi se gli “sporchi negri” sono 1.500 quel caporale incassa 7.500 euro al giorno.
Dove sono finiti gli zelanti difensori del crocefisso? I politici scandalizzati per la sentenza della Corte europea dei diritti dell’uomo (che ha solo affermato alcuni principi essenziali della società democratica, come il diritto all’istruzione e la libertà di pensiero). A Rosarno, di costoro, neanche l’ombra: peccato, non hanno fissato bene la croce; l’avessero fatto, si sarebbero accorti che sulla croce non c’è rimasto nessuno: quel trentenne con la corona di spine, è chino a raccogliere frutta e verdura.

“L’Italia l’è malada” perché nel nostro codice penale non c’è ancora il reato di tortura, così non stiamo onorando gli impegni assunti da anni a livello internazionale. Pensare che, proprio in Italia, nel luglio 2001 – a Genova – si è verificata (stando a fonti europee) la più grave sospensione dei diritti individuali mai avvenuta nell’Europa del dopoguerra.

“L’Italia l’è malada” perché qualche governante che ama le collusioni, gli attendismi, i compromessi, le furberie (diceva Antonino Caponnetto) vuole difendersi non “nel” processo (come garantisce la Costituzione), ma “dal” processo. E insulta i magistrati, tutti comunisti, tutte toghe rosse. A dir il vero troppe volte i magistrati hanno avuto la toga rossa, ma in un altro senso. Era sporca del loro stesso sangue, del resto, come quella di tuo fratello, caro Salvatore, che proprio oggi avrebbe compiuto settantanni.

“L’Italia l’è malada” perché è piena di inceneritori che costano e fanno male alla salute: e ne vogliono costruire di nuovi (o ampliare i vecchi, succede a Desio). E poi intendono costruire centrali nucleari e, persino, un ponte sullo Stretto.

“L’Italia l’è malada” allora, ma il vaccino non serve, non serve nemmemo per l’influenza, solo per arricchire le case farmaceutiche.

“L’Italia l’è malada” perché sui tetti, ci dovrebbero stare (e tranquillamente) i gatti innamorati, non gli operai in lotta.

“L’Italia l’è malada” perché la televisione è diventata una volgare macelleria (e a me, che son vegetariana, le macellerie piacciono poco) in cui le donne si vendono un tanto al chilo: guardate il filmato “Il corpo delle donne” di Lorella Zanardo, meglio studiatelo…

“L’Italia l’è malada” perché – a dicembre – durante la seduta del consiglio comunale, non di un piccolo paese, ma della “nobile” Siena, un consigliere ha urlato: “meglio amici dei mafiosi, che dei comunisti”. Nessun scandalo, consideriamo l’urlo una prova di certi legami di “famiglia”.

“L’Italia l’è malada”, e come in una filastrocca di Gianni Rodari (che scriveva ai bambini pensando agli adulti) si potrebbe continuare con i “perché”.
Ma, adesso, domandiamoci quale sarà mai la malattia.
E’ una carenza – non di vitamine – di legalità.

Sarebbe poco impegnativo per ognuno di noi, ridurre la legalità al solo rispetto della legge: manca qualcosa.
La legalità è scomoda, impone di rispettare la legge giusta, e di farlo fino in fondo, talvolta a costo della vita.
Non c’è nulla di nuovo in questo discorso, anzi, sembrano esserci vecchie e buone idee andate in letargo. Socrate, il grande filosofo ateniese, scelse di morire, avrebbe potuto salvarsi, non lo fece e decise di bere la cicuta.
Pure tuo fratello, caro Salvatore, “è andato incontro alla morte annunciata” (dirà Antonino Caponnetto nella sua preghiera “laica e fervente” ai funerali di Paolo). Pure Guido Galli, magistrato milanese – troppo cattolico, troppo comunista, questi erano i difetti secondo i suoi detrattori – sapeva di rischiare; e quando lo raccolsero cadavere gli trovarono in tasca un biglietto: “se mi succede qualcosa, avvertite” un altro magistrato, Armando Spataro.

Bisogna osservare, senza mezzi termini, le leggi giuste. Quelle ingiuste, poco importa che siano promulgate, che abbiano firme e sigilli, quelle ingiuste, illegittime, no.
L’obbedienza non è più una virtù, scriveva Don Milani (e per questo suo scrivere fu processato, insieme al giornale dei comunisti… e ci risiamo). L’obbedienza cieca non è mai stata una virtù. Sono, ancora una volta, gli antichi a insegnarcelo: Antigone (un bel nome che significa “lottare contro”), non è solo il personaggio di una tragedia greca; da millenni è il simbolo femminile dell’opposizione al potere. Antigone rifiuta le leggi della città, segue la sua legge scritta nel corpo delle donne.

Allora, la cosa si complica e di molto: come si fa a distinguere una legge giusta da una ingiusta? Una legittima, da una illegittima?
Bisogna aver molto chiara la linea dell’orizzonte e vederla sempre anche quando gli occhi sono velati di pianto. Perché si può piangere e senza vergogna: come Antonino Caponnetto, in quel luglio del ’92. La sua disperazione – “è tutto finito” disse in Via D’Amelio – fu la disperazione di molti di noi, me compresa. Però, quell’anziano magistrato si riprese subito, e ai funerali di tuo fratello Paolo, con fermezza, affermò: “nessuno può dire che ormai tutto è finito” Le lacrime non gli impedivano di scorgere la linea dell’orizzonte disegnata dalla Costituzione.

Non la Costituzione della Repubblica italiana nata dalla Resistenza.
La retorica fa perdere il senso delle parole.

Dovremmo dire: la Costituzione strappata con le unghie, i denti e il sangue dai ragazzi che hanno fatto la Resistenza.

Dovremmo dire: la Costituzione mantenuta in vita – sembra un paradosso – dai braccianti morti ammazzati a Portella della Ginestra (volevano solo festeggiare il 1° maggio), da Placido Rizzotto (siamo in una Camera del lavoro, pronunciamolo forte il nome del segretario della CGIL di Corleone), da Pio La Torre (deputato del PCI che aveva solo capito come colpire la mafia: toccare i “piccioli”, gli affari), da Peppino Impastato (era solo un ragazzo), da Giovanni Falcone, da tuo fratello Paolo – in fondo erano solo magistrati – caro Salvatore.

Dovremmo dire: la Costituzione inattuata (lo scriveva Piero Calamandrei), e perciò ancora da attuare, con i suoi diritti e le sue garanzie: ecco, appunto, i diritti e le garanzie che nessun inciucio (pensato da quegli abili strateghi che finora non hanno vinte battaglie e, men che meno, guerre) può comprare, semplicemente perché non sono in vendita, non hanno prezzo.
Non si può vendere la linea dell’orizzonte. E noi che siamo qui stasera lo sappiamo bene, perché abbiamo probabilmente tutti gli stessi occhi, vediamo tutti le stesse cose.

Grazie Salvatore e benvenuto, per la prima volta, a Monza.

Monza, 19 gennaio 2010.

IL MONDO SEDUTO SU UNA BOMBA NUCLEARE A OROLOGERIA | Tutto Gambatesa .net

IL MONDO SEDUTO SU UNA BOMBA NUCLEARE A OROLOGERIA | Tutto Gambatesa .net.

di Monica Centofante

A Celjabinsk, provincia russa degli Urali meridionali, dove alcune città sono dimenticate perfino dalle mappe geografiche, l’aria è carica di morte. Una morte silenziosa e invisibile che ha già trascinato con sé centinaia di migliaia di uomini, donne e bambini.
Di queste zone, fino al 1991 inaccessibili agli stranieri, quasi nessuno conosce l’esistenza. Eppure è qui che sorge, ed è ancora abitato, il luogo più contaminato della Terra da rifiuti radioattivi.
Si chiama Celyabinsk-40, più noto come Mayak, e insieme a Celyabinsk-65 e Celyabinsk-70 è uno dei centri segreti russi che dopo la seconda guerra mondiale ospitarono i maggiori complessi nucleari dell’Unione Sovietica.
Dal 1949 al 1967 Mayak è stata una pattumiera di rifiuti radioattivi. Sversati in particolare nel fiume Techa e nel lago Karachy, che ora non presentano più forme di vita. Mentre tumori e malformazioni congenite – spiega Franco Valentini di rinnovabili.it – colpiscono da anni la popolazione locale formata per la maggior parte da contadini che vivono in condizioni di estrema povertà e ignoranza e che sono stati esposti ad una quantità di radiazioni pari a quella ricevuta dai superstiti di Hiroshima e Nagasaki.
Quante Mayak ci siano nel mondo nessuno può dirlo con certezza. Ma le informazioni che si raccolgono delineano un quadro tutt’altro che rassicurante.
In tutta la Russia, in quarant’anni di guerra fredda, decine di milioni di metri cubi tra rifiuti solidi e liquidi sono stati disseminati nell’ambiente e molto simile è la situazione degli altri Paesi che hanno sviluppato attività e programmi nucleari. A partire dagli Stati Uniti, dalla Francia, dalla Gran Bretagna o dalla nostra Italia, dove di recente si è tornato a discutere della concreta possibilità di un ritorno all’atomo, nonostante non sia ancora stato risolto il problema delle scorie accumulate in passato.
Secondo l’INSC (International Nuclear Societes Council), l’industria nucleare mondiale produce all’anno qualcosa come 270.000 metri cubi di scorie, tra media, bassa e alta radioattività. Una quantità che paragonata ai rifiuti di centrali a fonti fossili tradizionali non è eccessiva, ma che rappresenta un problema ancora insormontabile per la comunità scientifica mondiale nel lungo termine. Il combustibile spento e scaricato di reattori ad uranio mantiene infatti una pericolosità elevata per un milione di anni. Mentre le terre e le acque che ne vengono in contatto diventano esse stesse radioattive mantenendosi in questo stato per centinaia di migliaia di anni. E provocando effetti devastanti su qualsiasi forma di vita circostante.
Uno studio del Dipartimento della Salute degli Stati Uniti – per citare un solo esempio – ha provato che i due terzi delle morti causate da tumore al seno tra il 1985 e il 1989, in America, si sono verificate in un raggio di circa 160 chilometri dai reattori nucleari. E considerato che negli Usa le centrali sono più di cento e le scorie prodotte circa 37 milioni di metri cubi stipate in depositi di fortuna sparsi per il Paese, si può solo intuire quale sia l’entità del rischio in termini di vite umane solo in territorio americano.
Nel resto del mondo la situazione, seppur ridimensionata, non è differente.
In Europa – dove i rifiuti radioattivi provengono perlopiù dal settore civile – si parla di circa 40.000 metri cubi di scorie l’anno. Dei quali Francia e Gran Bretagna detengono il primato sia a causa del numero di reattori attivi presenti sui loro territori sia per gli importanti programmi militari svolti. E per avere un’idea più precisa basti pensare che solo la Francia ne produce annualmente una quantità pari a quelle presenti nel nostro Paese dal 1987, anno in cui con un referendum seguito all’incidente di Chernobyl abbiamo scelto di rinunciare al nucleare. Da allora il problema dei rifiuti speciali non è mai stato risolto e, sebbene non se ne parli, rappresenta una delle principali cause di morte in alcune zone del nostro Paese.
A distanza di oltre 20 anni da quella decisione, infatti, le scorie – circa 30mila metri cubi destinati a crescere – sono custoditi in condizioni di sicurezza precaria e gli impianti non ancora completamente smantellati.
Il caso Italia
Nella centrale nucleare più grande d’Italia – quella di Caorso, vicino a Piacenza – vi sono ancora 700 barre di combustibile con 1.300 Kg di plutonio: materiale recuperabile per il 97%, perché ancora utile per produrre energia elettrica, ma che per questo sarà consegnato ai francesi. Mentre a noi torneranno le scorie.
Dove le metteremo è la grande incognita. Soprattutto perché quello della centrale di Caorso non è di certo un caso isolato.
Il problema dello smaltimento delle scorie nucleari, in Italia, è tanto sconosciuto quanto attuale e non raramente si intreccia con i lucrosi interessi gestiti dalla criminalità organizzata, che in questo campo non agisce solo per proprio conto. L’ultima delle tante prove è nelle recenti cronache sul ritrovamento di una nave contenente rifiuti speciali, scoperta sui fondali del Mediterraneo al largo della costa di Cetraro, nel Tirreno Cosentino. Ad indicarne la presenza, un pentito della ‘Ndrangheta, che avrebbe parlato di una serie di imbarcazioni, forse una trentina, contenenti grandi quantità di scorie radioattive e fatte affondare negli anni Ottanta e Novanta in diversi tratti di mare nel quadro di un accordo siglato tra le cosche e oscuri faccendieri.
Qualcosa di simile, ma sulla terraferma, sarebbe avvenuto a Pasquasia, una cittadina in provincia di Enna, un tempo conosciuta per la sua miniera di Sali alcalini misti ed in particolare Kainite per la produzione di solfato di potassio. Un sito che dagli anni Sessanta fino al 1992 ha dato lavoro a migliaia di persone e che da allora, a quanto pare, semina morte.
Le prove ufficiali non ci sono, ma voci di popolo e una serie di indagini sempre ostacolate hanno sollevato il dubbio che all’interno della miniera siano stoccati rifiuti nucleari: scorie di medio livello radioattivo delle quali la popolazione non deve sapere nulla.
Nel 1996 aveva provato a rompere il silenzio l’allora onorevole Giuseppe Scozzari, seguito dall’onorevole Ugo Maria Grimaldi, all’epoca assessore al Territorio e Ambiente alla Regione Sicilia. Entrambi furono isolati e non riuscirono ad approdare ad alcun risultato concreto, ma le loro personali inchieste avevano portato alla luce una realtà inquietante: i casi di tumore e leucemia erano aumentati nel solo biennio 1995/96, nella zona di Enna, del 20% mentre Pasquasia e “l’intera Sicilia rischiava di essere trasformata in una pattumiera dell’Europa”. Grimaldi aveva denunciato la presenza di amianto in tutto il territorio provinciale, nelle cave abbandonate ed in altri siti. Scozzari aveva chiesto un’interrogazione parlamentare e tentato l’ingresso nella miniera, convinto che fosse gestita da organizzazioni criminali senza nessun consenso formale da parte dello Stato.
E invece, se è vero che parte di quei terreni appartenevano (e apparterrebbero) a persone in odore di mafia vero è anche che erano state proprio le istituzioni italiane – e internazionali – a negargli l’accesso. Allo stesso modo in cui, ancora oggi, negano la presenza delle scorie mentre le analisi effettuate dall’Usl già nel 1997 rivelavano l’esistenza in quella zona di Cesio 137 in concentrazione ben superiore alla norma. Il che poteva significare che non solo i rifiuti nucleari c’erano – e quindi ci sono – ma che si era addirittura verificato un inaspettato incidente nucleare, con relativa fuga di radioattività, probabilmente durante una sperimentazione atta ad appurare la consistenza del sottosuolo della miniera su eventuali dispersioni di radiazioni.
Una tragedia, per la popolazione circostante, tenuta sotto totale silenzio.
Anche il pentito di mafia Leonardo Messina, già membro della cupola di Cosa Nostra, aveva parlato di Pasquasia e della presenza di rifiuti radioattivi nella miniera all’interno della quale aveva lavorato come caposquadra. Secondo il suo racconto – sul punto considerato attendibile dal Procuratore nazionale antimafia Pierluigi Vigna – le attività illegali, in quella zona, proseguivano dal 1984: quando l’Enea (all’epoca Ente nazionale per l’energia atomica) aveva avviato uno studio geologico, geochimico e microbiologico sulla formazione argillosa e sulla sua resistenza alle scorie nucleari. E quando funzionari del Sisde avrebbero contattato l’amministrazione comunale per richiedere il nulla osta a seppellire in loco materiale militare di non meglio specificata natura. Cosa che proverebbe l’utilizzo della miniera come deposito di scorie ancora prima della sua dismissione e che spiegherebbe il motivo per cui dopo il 1992 il Corpo regionale delle miniere ha interrotto l’attività di vigilanza e di manutenzione degli impianti e la Regione ha affidato il controllo degli accessi alle miniere a quattro società di sicurezza privata, attualmente rimosse dall’incarico.
Nel 1997 la procura di Caltanissetta aveva disposto un’ispezione su una galleria profonda 50 metri costruita all’interno della miniera proprio dall’Enea e aveva rilevato la presenza di alcune centraline di rilevamento rilasciate dall’Ente, ma che non si riuscì a chiarire che cosa esattamente dovessero misurare. Forse la radioattività?

Scorie immortali
Negli annuali rapporti di Legambiente sulle cosiddette Ecomafie il riferimento al traffico di rifiuti radioattivi è una costante. Ammassati in improbabili cave, si legge, gettati in mare o seppelliti senza particolari misure di sicurezza possono penetrare il suolo e contaminare terre e falde acquifere, oltre a causare danni irreparabili alla flora e alla fauna marina di cui ci cibiamo.
In gioco, insomma, c’è la salute e la vita di tanti cittadini mentre la dimensione del problema appare decisamente fuori controllo.
Le mafie che si occupano di questi traffici, infatti, sono molteplici e non sono solo italiane. Mentre scandali come quelli di Pasquasia si registrano in ogni parte del mondo e hanno spesso coperture di alto livello.
A febbraio di quest’anno, per citare uno degli esempi più recenti, è venuto alla luce uno dei segreti più pericolosi sullo smaltimento dei rifiuti radioattivi che le guerre balcaniche e lo stesso Trattato di Dayton hanno occultato negli anni. Ne parla Fulvia Novellino su Rinascita Balcanica, ricostruendo un vero e proprio traffico di scorie e materiali radioattivi verso la Bosnia organizzato, secondo indiscrezioni provenienti dall’interno dei servizi segreti locali, “dalla stessa missione di pace Nato in Bosnia-Erzegovina, attraverso la quale la Francia ‘esportava’ grandi quantità di rifiuti radioattivi, che venivano poi gettati nei laghi della Erzegovina”. Una “comoda soluzione”, per lo stato francese, per risolvere l’annoso problema dello smaltimento dei rifiuti tossici che accomuna tutti i governi che si servono dell’energia nucleare.
Il problema dello stoccaggio e della messa in sicurezza delle scorie appare infatti insormontabile e distante anni luce da una possibile soluzione. Mentre anno dopo anno i rifiuti si accumulano in maniera vertiginosa.
Fino ad oggi si è tentato di neutralizzare soltanto le scorie meno pericolose, quelle che mantengono la radioattività per circa 300 anni e lo si è fatto utilizzando perlopiù depositi di superficie e quasi mai cavità sotterranee o depositi geologici profondi. Per i rifiuti ad alta radioattività non si è riusciti a fare assolutamente nulla, spiega invece Marco Cedolin su Terranauta, perché “tutto il gotha della tecnologia mondiale ha dimostrato di non avere assolutamente né i mezzi né tanto meno le conoscenze tecnico/scientifiche per affrontare un problema che travalica di gran lunga le capacità operative degli esseri umani”.
Per il momento, solamente gli Stati Uniti hanno tentato l’impresa, che si sta rivelando ardua e scarsamente risolutiva.
Il Dipartimento dell’Energia statunitense ha infatti pensato alla creazione di un grande sito di stoccaggio definitivo nel quale trasportare il materiale radioattivo raccolto nelle aree maggiormente inquinate del Paese: sito che potrà essere costruito nel giro di 70 – 100 anni, con una spesa complessiva che varierà dai 200 ai 1000 miliardi di dollari. In poche parole: il progetto più costoso e complesso che la storia ricordi.
La meta prescelta per l’ardita operazione è il Monte Yucca, situato nel Nevada meridionale a circa 160 Km a nord ovest di Las Vegas , in una zona collocata all’interno della cosiddetta Area 51. Il luogo migliore, secondo i progettisti, per scavare una serie di tunnel sotterranei della lunghezza di 80 Km che correranno e a una profondità di 300 metri, saranno rivestiti di acciaio inossidabile e titanio e una volta terminati potranno contenere 77.000 tonnellate di scorie radioattive attualmente in giacenza in 131 depositi dislocati all’interno di 39 differenti stati.
Un’opera titanica quanto quella del trasporto, che prevede l’utilizzo di 4600 fra treni e autocarri che per giungere a destinazione dovranno attraversare, con il loro pericolosissimo materiale, ben 44 stati con tutti i rischi del caso.
Secondo gli esperti che stanno lavorando al progetto – e che hanno già speso circa 8 miliardi di dollari soltanto per gli studi preliminari del terreno – una volta terminati i lavori di scavo e di preparazione del sito (previsti inizialmente per il 2010, ma già slittati al 2017) il deposito rimarrebbe in attività per qualche decina di anni prima di essere riempito completamente. E una volta chiuso dovrebbe impedire la fuoriuscita delle scorie dell’ambiente per i successivi 10.000 anni.
Il che in parole povere significa che la gigantesca opera non servirà a nulla.
La National Academy of Sciences e il National Research Council hanno infatti ricordato che il materiale radioattivo rimarrà tale per centinaia di migliaia di anni e che il lasso di tempo previsto dal progetto non può quindi essere definito una “messa in sicurezza”. Tanto più che sussistono innumerevoli dubbi sulla reale capacità del sito di preservare il materiale radioattivo anche nel corso di quei 10.000 anni visto che l’umidità presente nell’area, seppur modesta, avrebbe tutto il tempo di corrodere i contenitori delle scorie riversando il materiale nelle falde acquifere e nei pozzi circostanti causando seri problemi alle popolazioni circostanti (1.400.000 persone); mentre il calore connaturato nei rifiuti nucleari rinchiusi all’interno di una montagna priva di sistemi di raffreddamento potrebbe avere gravi conseguenze.
A questa e a numerose altre perplessità che hanno aperto un ampio dibattito nel mondo scientifico e politico americano si aggiunge infine un particolare di non poco conto: il Dipartimento dell’Energia ha denunciato presunte omissioni e irregolarità dei tecnici del servizio geologico, che avrebbero costruito in maniera fraudolenta “elementi che confermassero la sicurezza del sito di Yucca Mountain”.

Senza via d’uscita
Il problema, ancora una volta, sembra quindi rimanere irrisolto. E se a quanto sin qui detto si aggiunge l’inquinamento provocato dall’utilizzo dell’uranio impoverito, sia per scopi bellici che civili, o i vari incidenti nucleari che si sono verificati nel corso degli ultimi decenni si può solo intuire l’entità del dramma.
Nel 1957 a Windscale, oggi Sellafield, nel West Cumberland, in Gran Bretagna un piccolo reattore adibito alla produzione di uranio e di plutonio per usi militari prese fuoco provocando la parziale fusione del nocciolo e la fuoriuscita di gas e materiali radioattivi che contaminarono una vastissima area intorno all’impianto. La popolazione non fu avvertita fino a che l’incendio non fu quasi completamente domato.
Il 1986 è l’anno della sciagura di Chernobyl;
Dal 1987, nella centrale di Ignalina, in Lituania, sono stati registrati due incidenti;
nel 2006 un sottomarino nucleare della marina russa, nel mar di Barents, ha fatto i conti con un incendio scoppiato nei locali tecnici del reattore nella prua rischiando di ripetere la tragedia del Kursk di sei anni prima e, più recentemente, la centrale francese di Tricastin ha disperso una soluzione di uranio nei fiumi circostanti;
mentre la centrale di Kashiwazaki-Kariwa, in Giappone, la più grande del mondo, ha subito gravi danni a causa di un terremoto con conseguente serie di fughe radioattive dall’impianto.
La lista potrebbe continuare, perché gli incidenti finora conosciuti sono almeno una settantina.
E mentre la situazione peggiora di ora in ora e la follia umana non si placa il mondo è seduto su una bomba nucleare a orologeria.

IL BEL PAESE DELLE ARMI | Tutto Gambatesa .net

IL BEL PAESE DELLE ARMI | Tutto Gambatesa .net.

di Monica Centofante

C’è un business che non conosce crisi e che in controtendenza con l’andamento generale del mercato è sempre in rapida espansione: è quello delle armi, un comparto in continua crescita con miliardi di dollari di fatturato. E una delle principali fonti di guadagno per il nostro Paese, che dal 1945 in poi si è sempre posizionato tra i primi dieci produttori di armamenti al mondo. A fare la nostra “fortuna”, in particolare, i Paesi del Terzo Mondo, dove da oltre trent’anni esportiamo ogni sorta di arma e di armamento, rendendoci complici di sanguinari conflitti e di violazioni dei diritti umani.
Dal secondo dopoguerra ad oggi, pizza a parte, c’è un solo made in Italy che tra alti e bassi non tramonta mai. E che in tempi di crisi, con un evidente effetto trainante sull’economia, registra un saldo attivo commerciale in netto contrasto con il deficit del Paese.
E’ il mercato delle armi, un comparto aziendale con decine di migliaia di addetti e miliardi di Euro di fatturato. Il fiore all’occhiello dell’economia italiana e uno dei principali responsabili della morte e della distruzione di milioni di vite umane.
Il rapporto annuale del Presidente del Consiglio dei Ministri – (come di consueto) pubblicato a fine marzo di quest’anno e riferito alle attività del 2008 – è coerente con i trend di crescita del settore. Che l’anno scorso ha ottenuto 1880 autorizzazioni all’esportazione per oltre 3 miliardi di Euro: il 28,58% in più rispetto al 2007, con consegne realmente effettuate per 1 miliardo e 800 milioni, autorizzazioni relative a programmi intergovernativi per 2 miliardi e 700 milioni e un volume d’affari di oltre 7 miliardi e 500 milioni di Euro.
Dati che da soli valgono a dimostrare il consolidamento e l’incremento nel “mercato globale” dell’industria bellica italiana, che si conferma come “un competitivo integratore di sistemi, capace di affermarsi in mercati tecnologicamente all’avanguardia”.
Lo rivendica con orgoglio il documento, una trentina di pagine in tutto più una ventina di tabelle, che presentano una serie di numeri dei quali però c’è ben poco da andare fieri. Più del 30% delle nostre esportazioni, si apprende, raggiunge i Paesi del sud del mondo e il 35,86% la Turchia, che ha immesso nella nostra economia oltre 1 miliardo di Euro grazie a commesse che comprendono non meglio identificati “elicotteri”.
Il termine è generico, ma le dichiarazioni pubblicate nel settembre del 2007 sul sito ufficiale del ministero della difesa turco lasciano spazio a pochi dubbi: “Nel quadro del programma Atak (Tactical Reconnaissance and Attack Helicoper ndr.) – si legge – lo scorso 7 settembre è stato raggiunto l’accordo con Agusta Westland: seguirà presto una cerimonia ufficiale”. L’accordo prevedeva la commessa di 1,2 miliardi di euro per 51 elicotteri A129 da combattimento destinati al Comando turco delle forze di terra e all’avvio delle trattative il Presidente e Amministratore Delegato di Finmeccanica, Pier Francesco Guarguaglini, si mostrava più che soddisfatto. “La scelta degli elicotteri Agusta Westland da parte della Turchia – aveva detto – conferma l’elevata competitività dei nostri prodotti e le ottime relazioni industriali” che esistono tra i due Paesi. In Turchia, tra l’altro, “Finmeccanica è presente da molti anni in diversi settori. Questa scelta rinnova i rapporti di stima e amicizia reciproci e apre la strada a nuove interessanti opportunità di collaborazione tra i due Paesi”. Agusta Westland è infatti una controllata di Finmeccanica, di cui il principale azionista è il Governo, e “forse per il semplice fatto che la Turchia sia un partner Nato e che si trattava di elicotteri ha fatto ‘sorvolare’ su qualche denuncia ribadita dalle associazioni per la difesa dei diritti umani”.
Il commento è di Giorgio Beretta, della Rete Italiana per il Disarmo, che ricorda inoltre come la stessa azienda abbia inaugurato lo scorso anno ad Ankara i suoi nuovi “Regional Business Headquarters”. D’altronde, come si dice, “business is business” e così, mentre a parole, strette di mano e visite ufficiali l’Italia si eleva a paladina dei diritti dei più deboli contro l’asse del male, dall’altra non esita a fornire ai Paesi che i diritti umani li violano costantemente i mezzi per poter proseguire a perpetrare ogni sorta di violenza.
Nell’ultimo rapporto di Amnesty International, la Turchia figura come il Paese in cui “il sentimento e la violenza nazionalisti sono aumentati sull’onda di un’accresciuta incertezza politica e degli interventi armati. La libertà di espressione ha continuato a essere limitata”, non si sono fermate le “denunce di tortura e altri maltrattamenti” ed eccessivo è l’”impiego della forza da parte delle forze dell’ordine”. “Le incriminazioni per violazioni dei diritti umani – ancora – sono state inefficaci e insufficienti”, anche nei confronti “di rifugiati e richiedenti asilo”. E “non sono cessate le preoccupazioni per la mancanza di equità processuale”.
Nessuna meraviglia.
Non è l’unica nazione interessata da violazioni dei diritti umani, né da conflitti o tensioni a cui l’Italia vende materiali d’armamento. E a cui, nel corso della storia, li ha venduti.
Basti pensare che nella rosa dei migliori clienti non mancano neppure stati canaglia come la Siria, che da noi ha comprato sistemi di puntamento per 2,8 milioni di Euro e fino al 2007 anche l’Iraq. Nel pieno della “guerra preventiva” contro l’Occidente del mondo.
Contemporaneamente, è ovvio, gli affari si fanno anche con gli Stati avversari, quelli della “lotta al terrorismo”, che sono nostri alleati. E con operazioni come quella chiusa alla fine del 2008 quando Alenia North America, controllata di Finmeccanica, ha siglato un contratto del valore di 287 milioni di dollari con l’Usaf per la fornitura di 18 velivoli da trasporto tattico G.222. Velivoli che saranno girati alle forze armate afgane (Afghanistan National Army Air Corps) dal Combined Air Power Transition Force dell’Usaf di Kabul. “Siamo orgogliosi – ha dichiarato per l’occasione Giuseppe Giordo, presidente ed amministratore delegato di Alenia – di supportare ancora una volta le Forze Armate Usa nella lotta globale al terrorismo, con la fornitura di un velivolo robusto – che ha dimostrato nel corso della sua carriera delle eccellenti capacità – per il suo utilizzo in Afghanistan da parte dell’Anaac”.
Come dire: un colpo al cerchio e uno alla botte. Lucrosissimi tutti e due.
E se questi sono i principali dati riguardanti la vendita di armamenti da guerra non sono da sottovalutare altri dati: quelli riferiti alle cosiddette “armi leggere” di fabbricazione nostrana – utilizzate per lo più nei conflitti a “bassa intensità” dei Paesi in via di sviluppo – delle quali è pieno il mondo. Con risultati, in termini di diritti umani, a dir poco disastrosi.
E il principio costituzionale secondo il quale “l’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali”?
Carta straccia. Aggirato da una serie di stratagemmi volti ad eludere le norme in materia di vendita di armi (peraltro relativamente recenti), da accordi internazionali, da operazioni non proprio limpide, che hanno caratterizzato tutta la storia dell’industria armiera italiana e, in modo particolare, gli ultimi quarant’anni.
Nel corso dei quali il modo di “concepire la guerra” si è lentamente trasformato: non più d’assalto, ma, dicevamo, a “bassa intensità”, recentemente definita “chirurgica”, “elettronica” o più ipocritamente “in funzione della pace, della democrazia, della libertà”.
La metamorfosi, concepita negli anni Novanta protagonisti del secondo conflitto del Golfo e della guerra in Jugoslavia, avviene l’11 settembre del 2001. E porta con sé – oltre a una serie di problematiche politico-sociali che in questa sede non tratteremo – un consistente incremento nella produzione di armi ed armamenti. Che va a sovrapporsi a quel “dividendo della pace”, seguito al crollo dell’Unione Sovietica, il quale ha avuto vita relativamente breve e che dopo una iniziale riduzione della spesa militare nei principali Paesi occidentali ha presto ceduto il passo a una nuova corsa agli armamenti. D’altronde, come giustamente annotano Riccardo Bagnato e Benedetta Verrini in Armi d’Italia, “le guerre hanno bisogno di armamenti almeno quanto gli armamenti hanno bisogno di guerre”.
E in quest’ottica, i dati raccolti da Vincenzo Comito (Le armi come impresa) e riportati nei rapporti annuali del Sipri, l’Istituto Internazionale di Ricerche sulla Pace di Stoccolma, parlano chiaro: se già dagli ultimi anni Novanta le prime cento imprese del settore a livello mondiale erano in crescita, nel 2005 la spesa per gli armamenti ha raggiunto la cifra di 1.001 miliardi di dollari, nel 2006 ha toccato i 1.204 e nel 2007 i 1.339. Cifre che corrispondono grosso modo al 2,5% del pil mondiale nei due anni e a 173 dollari per ogni abitante della terra nel 2005, a 184 dollari nel 2006, a 202 nel 2007”. Oltre ad un incremento nel 2007, rispetto al 1998, del 45%.
Anche il 2008, rispettando i ritmi di crescita a dispetto della crisi finanziaria internazionale, ha visto un incremento della spesa militare mondiale pari al 4%, ossia 1.464 miliardi di dollari. 40,6 dei quali sono stati spesi dal nostro Paese, che quest’anno si posiziona all’ottavo posto per spese militari con un aumento del budget militare nazionale pari all’1,8%.
L’Italia, si legge nel Sipri Yearbook 2009, ricopre il 2,8% della spesa militare mondiale che vede gli Stati Uniti al primo posto seguiti dalla Cina (per la prima volta dal secondo dopoguerra), da Francia, Gran Bretagna, Russia, Germania, Giappone, Italia – appunto -, Arabia Saudita e India.
E fatta eccezione per l’Europa occidentale e centrale, dal 1999 tutte le regioni del mondo hanno registrato “significativi incrementi” della spesa militare anche perché, annota il Sipri, “durante gli otto anni della presidenza di George W. Bush la spesa militare è aumentata a livelli che non si registravano dalla Seconda Guerra Mondiale”.
All’origine della tendenza alla crescita vi è dunque la spesa Usa. Dovuta non solo alla guerra in Iraq e in Afghanistan, ma come annota ancora Comito ad “una chiara visione ideologica dell’amministrazione Bush volta al mantenimento, anzi all’accrescimento, del dominio militare del paese nel mondo”. Mirato, non va sottovalutato, anche e soprattutto ad assicurarsi il controllo di zone strategiche del pianeta in vista del progressivo esaurimento delle risorse naturali ed energetiche.
Anche l’Italia – che grazie all’amicizia e all’alleanza strategica con gli Stati Uniti ha incassato lauti guadagni con la guerra all’Iraq – non si discosta da questa intenzione, tanto che nella relazione di esercizio del 2007 dell’Aiad (Associazione Industrie per l’Aerospazio, i sistemi e la Difesa) si parla dell’esigenza di una maggiore sicurezza dopo l’11 settembre, considerato “il punto di partenza per l’avvio accelerato del processo di sviluppo di nuovi mezzi tecnologici necessari per la sicurezza della collettività”. In termini di “controllo delle frontiere”, “sicurezza del sistema dei trasporti”, “protezione delle infrastrutture critiche”, “sicurezza energetica e degli approvvigionamenti”.
Per fare questo, come abbiamo già accennato e come vedremo, occorre superare una serie di “ostacoli”: dalle leggi che frenano l’industria armiera agli scontri con le associazioni pacifiste e con la società civile organizzata. Che hanno difeso strenuamente, finora con non poco successo, la legge 185/90 dagli attacchi di una politica bipartisan e senza scrupoli che intendeva cancellare con un colpo di spugna anni di lotte per ottenere più trasparenza e più etica nella produzione e nella vendita di armi e armamenti. In un’Italia pronta a sacrificare la spesa sociale, la ricerca e la cooperazione allo sviluppo, ma non certamente l’industria bellica controllata, in modo più o meno diretto, dallo stesso governo. Per questo, sottolineano ancora Bagnato e Verrini, “non è stata affatto una battuta quella del premier Silvio Berlusconi che, nell’ottobre del 2004 – non diversamente da altri prima di lui – ha promesso ai vertici di Finmeccanica di trasformarsi nel loro ‘commesso viaggiatore’ per far aumentare le commesse dei nostri aerei e sistemi di difesa. La sua è stata una dichiarazione che fotografa una realtà e avalla una tradizione storica”.
La stessa che tenteremo di ripercorrere nelle pagine che seguono, prendendo spunto dall’ultimo rapporto del Presidente del Consiglio dei Ministri “sui lineamenti di politica del Governo in materia di esportazione, importazione e transito dei materiali d’armamento” e ripercorrendo i tratti salienti della complessa storia dell’industria armiera italiana, dal secondo dopoguerra fino ai giorni nostri.
Nel farlo abbiamo attinto a diverse fonti, in particolare al prezioso e già citato testo di Benedetta Verrini e Riccardo Bagnato Armi d’Italia, nonché ad articoli, rapporti ufficiali, comunicati di associazioni pacifiste che da anni tentano di fare chiarezza su un tema controverso, per oltre quarant’anni coperto dal “segreto di Stato”.
L’intento è quello di contribuire a prendere coscienza del ruolo svolto dall’Italia nell’insicurezza mondiale, partendo da un concetto di base: che sin dal 1945 il nostro Paese si è sempre posizionato tra i primi dieci produttori di armamenti nel mondo e ha esportato senza controllo non solo armi da guerra che hanno alimentato ogni sorta di conflitto, ma anche pistole, cluster bombs, mine che (sebbene queste ultime siano state messe al bando) uccidono lentamente milioni di innocenti. Giorno dopo giorno e non soltanto quando scoppia un conflitto degno delle prime pagine.

Verità su Borsellino: in piazza il popolo dell’agenda rossa – l’Unità.it

Verità su Borsellino: in piazza il popolo dell’agenda rossa – l’Unità.it.

di Luigi De Magistris

Nella vita si incontrano – in momenti spesso duri e difficili – persone straordinarie. Una di queste è Salvatore Borsellino, il fratello di Paolo che ha pagato con la vita la difesa della toga e la ricerca della verità anche sui contesti che condussero alla morte di Giovanni Falcone. Salvatore è stata una delle persone che mi ha dato la maggiore carica in questi anni terribili. Lui non può immaginare quanto mi sono commosso quando lessi la sua lettera immensa il giorno in cui mistrapparono le indagini. Essere amico di Salvatore – il fratello di un magistrato che per me è stato un mito negli anni in cui preparavo il concorso in magistratura – vale anche una toga strappata. Dissi un giorno ad un dibattito che non c’è sanzione disciplinare che tenga di fronte alla solidarietà che ho ricevuto da lui.

L’incontro con Salvatore non credo sia casuale, sono quegli episodi della vita carichi di un significato profondo. Non so quanti italiani hanno ascoltato Salvatore in un dibattito, in un convegno, in una piazza: la sua semplicità, la carica umana, la sua passione, la capacità di trasmettere emozioni che gonfiano il cuore sino a farti quasi esplodere la pelle, la sua rabbia nell’infiammare i cuori, la sua forza nello scuotere le coscienze. È un privilegio stargli accanto.

Salvatore sta conducendo insieme a tanti ragazzi – a quelli che non vogliono apparire ma solo essere protagonisti di un cambiamento epocale – a tante donne e tanti uomini, una battaglia di verità. Certo per ottenere la verità devi lottare. Siamo oscurati dalla propaganda di regime che non racconta queste storie, non fa sapere del movimento di resistenza costituzionale all’interno del quale Salvatore è il principale protagonista. Mandare le immagini di Salvatore che parla in una piazza è troppo pericoloso, smuoverebbe le coscienze addormentate dal regime, farebbe riflettere e reagire, non potrebbe che smuovere gli animi ed accendere i cuori degli italiani buoni. Al regime le persone pulite, trasparenti e coraggiose fanno paura, perché posseggono una carica rivoluzionaria.

Salvatore quando lo vedi ti sembra gracile,non è più giovane nell’età, ma ha una forza enorme, perché vuole giustizia e verità ed in questa lotta è un trascinatore, un simbolo. Le persone vere sono quelle che hanno l’amore nel cuore e sete di giustizia. Salvatore vuole una cosa semplice: la verità sulle stragi e sapere perché hanno trucidato suo fratello. Insieme a lui lo vuole la parte sana dell’Italia, senza colori e bandiere politiche. Salvatore vuole sapere perché gli hanno ridotto il fratello a brandelli insieme ai poliziotti che lo difendevano sapendo che l’ora del tritolo era giunta. Salvatore va in direzione ostinata e contraria alla verità precostituita del regime. Mi auguro che la magistratura riesca a raggiungere tutta la verità, non solo spezzoni.

Sabato prossimo Salvatore ha organizzato una manifestazione a Roma dove il suo popolo sarà protagonista, ove ogni persona dovrà avere con sé un’agenda rossa da portare nella mano, rossa come quella che aveva il fratello Paolo e che istituzioni deviate gli hanno sottratto in via D’Amelio mentre il suo corpo andava in fumo. In quell’agenda insieme alla verità, c’è l’anima di ognuno di noi, del popolo di Salvatore, una massa che cresce sempre di più e che mai nessuno potrà fermare. Forse non lo sanno ancora i mafiosi di Stato, ma nessuno potrà interrompere questo cammino nella ricerca della verità, libereremo il Paese e Salvatore sarà per sempre il nostro simbolo, dell’Italia che ha reagito quando tutto sembrava perso e che ha lottato per un Paese migliore. Che bello sarebbe poter vedere sabato le vie di Roma piene di agende rosse. Lo dobbiamo a tutte le vittime delle mafie!

Blog di Beppe Grillo – Cosi è se vi pare

Blog di Beppe Grillo – Cosi è se vi pare.

La storia delle stragi. Roberto Scarpinato
(3:40)

Si dice che un Paese che perde la memoria del suo passato sia condannato a ripetere i suoi errori. L’Italia non ha questo problema. Non ha nulla da ricordare. Tutto quello che è avvenuto nella Prima e nella Seconda Repubblica sono fatti senza spiegazioni, mai accaduti veramente. Incidenti atmosferici. Nessuno si domanda perchè piove. Piove e basta. E così è per l’omicidio Falcone, l’omicidio Borsellino, la strage di Portella delle Ginestre, Piazza Fontana, la strage di Brescia, di Bologna, l’Italicus, la morte di Aldo Moro, Ustica, Gladio, Calvi impiccato sotto il ponte dei Frati Neri, l’assassinio di Carlo Alberto Dalla Chiesa, di Pasolini, di Mattei, di Ambrosoli.
Grandina in Italia. Grandina sangue. Ci hanno sempre detto che è acqua piovana. Che i responsabili, quando individuati, erano mafiosi, terroristi neri, estremisti rossi. Così è se vi pare. A me non pare. Lo Stato ha fatto la sua parte. I Servizi hanno sempre fatto la loro parte. Ieri, 23 maggio, Giovanni Falcone è stato commemorato. Le alte cariche della Repubblica si sono recate in Sicilia e hanno parlato ai bambini siciliani. C’era Alfano, c’era Napolitano, c’era Schifani. Nei loro discorsi si sono scordati di Dell’Utri, senatore, condannato a nove anni in primo grado, di Cuffaro, senatore, condannato a cinque anni in primo grado, di Andreotti, senatore a vita, prescritto per collegamenti con la mafia. Sono loro colleghi in Parlamento, si conoscono da anni, forse vanno a cena insieme.
La memoria è una qualità morale. Non tutti la possiedono. La P2 è (stato?) un movimento eversivo, uno Stato dentro lo Stato. Gelli ha libertà di parola, ma Gelli è stato condannato per depistaggio delle indagini per la strage della stazione di Bologna. I piduisti infestano il Parlamento, la tessera 1816 è Berlusconi. Il muro di Berlino è caduto nel 1989. Sono passati vent’anni. Da noi è come se fossero passati venti minuti. Tutto è fermo, immobile. Una nazione pietrificata con Borsellino ucciso con tritolo militare da manovalanza mafiosa. Chi ha dato l’ordine? Chi ha rubato l’agenda rossa di Borsellino? Mancino (vi siete mai chiesti da dove derivi il suo potere?) incontrò Borsellino a Roma al ministero, prima della sua morte. Il magistrato era sconvolto, ma lui non lo riconobbe. Paolo Borsellino si oppose al papello, alla trattattiva tra Stato e mafia. Per questo, secondo suo fratello, fu ucciso. C’è bisogno di aria fresca. Di aprire porte e finestre e recuperare la memoria. Rileggere la nostra Storia. Un Paese senza passato è condannato a non avere un futuro. Loro non si arrenderanno mai (ma gli conviene?). Noi neppure.

Antimafia Duemila – Italia anno 2009, sull’orlo del baratro

Antimafia Duemila – Italia anno 2009, sull’orlo del baratro.

di Giorgio Bongiovanni – 8 maggio 2009
Prendo come spunto questo articolo di Marco Travaglio (vedi allegato), acuto come sempre, perché la situazione in cui versa drammaticamente il nostro Paese obbliga ad una riflessione a voce alta.

La vicenda personale del premier e della sua consorte non sarebbe di per sé di nessun interesse se non fosse che è stato lo stesso Berlusconi a farne una questione pubblica andando a riferire dei suoi dissapori familiari a Porta a Porta, la trasmissione più importante, in fatto di share, della “televisione di stato”.
In ogni caso le dichiarazioni della signora Veronica Lario, se si leggono con attenzione, hanno un valore e un’importanza politica di proporzioni piuttosto devastanti.
La signora Berlusconi dice di aver implorato le persone che sono più vicine a suo marito di aiutarlo, perché non sta bene, ma è stato tutto inutile…
Infatti il nostro Premier (ahinoi!) non solo ha frequentato mafiosi, non solo ha in tutta probabilità riciclato i miliardi di Cosa Nostra, non solo è stato indagato come mandante esterno per le stragi del ’92-’93, non solo le sue aziende, lo confermano le sentenze, erano in contatto con la mafia, non solo era membro della P2 di cui sta fedelmente attuando il piano eversivo denominato di “Rinascita Democratica”, non solo ha sostenuto e appoggiato le ultime folli guerre… oggi ci si presenta anche come uno psicopatico.
Cioè sua moglie, una donna che in tutti questi anni si è distinta per riservatezza e intelligenza, oltre a difendere se stessa e la propria dignità, sta avvisando i cittadini italiani, noi tutti, che il marito è un potenziale pericolo, una persona da curare.
Siamo al culmine del paradosso ma resterebbe tale se questo non presagisse scenari inquietanti e potenzialmente molto pericolosi.
Quest’uomo, Silvio Berlusconi, in questa sua veste un po’ da criminale e un po’ da maniaco, è completamente uscito dal seminato. Le sue vane promesse piano piano si riveleranno carta straccia quale sono e questo potrebbe far insorgere, anche in modo violento, una parte della popolazione. Un clima propizio per il ritorno della strategia della tensione, per la messa a punto di una qualche strage tale da distogliere l’attenzione e catalizzarla altrove.
Una situazione che a qualche frangia estremista potrebbe far suscitare la balzana idea di ricorrere alle armi pur di resistere e contrastare le follie dell’imperatore. Un gioco molto molto pericoloso.
Ci appelliamo quindi al popolo italiano: questo personaggio sta rovinando l’Italia. Esca dalla vita politica del nostro Paese che sta trascinando nel baratro.

Febbre suina

di Marco Travaglio

Segnatevi queste due frasi: “Non posso stare con un uomo che frequenta le minorenni… perché la ragazza minorenne la conosceva prima che compisse 18 anni: magari fosse sua figlia…”. “Ho cercato di aiutare mio marito, ho implorato coloro che gli stanno accanto di fare altrettanto, come si farebbe con una persona che non sta bene. E’ stato tutto inutile”. Le ha  pronunciate la moglie, da ieri ex, del nostro presidente del Consiglio, e le hanno raccolte la Repubblica e La Stampa. Memorizzatele perché non le sentirete mai citare in nessun tg o programma delle tv di regime. Lasciamo perdere quelle della ditta, dove chi dovrebbe informare è stipendiato dal tizio che va con le minorenni e non sta bene.

Vediamo il “servizio pubblico”: i tg dell’ora di pranzo, i primi in onda dopo lo scoop dei due quotidiani. Tg2 (sempre così prodigo di gossip,anche sull’ultima starlette): 5 secondi da studio, meno che per il divorzio di Mel Gibson. Tg1: 15 secondi da studio, affidati all’affranta Susanna Petruni, che occulta le frasi-bomba di Veronica e riesce persino a chiudere con una vecchia frase del premier (ieri insolitamente taciturno): “La signora si è fatta ingannare dai giornali della sinistra”. Tg3: breve servizio di 50 secondi, nemmeno un cenno alle minorenni e all’uomo malato, ordinaria amministrazione e chiusura con l’avvocato Ghedini (tornato sulla breccia dopo mesi di quarantena, causa lodo Alfano) che suona il silenzio su “un fatto privato”. Ma il fatto privato è il divorzio, così come le eventuali scappatelle dell’attempato Cavaliere di Hardcore, nonno settantatreenne di tre (prossimamente quattro) nipotini. Sono invece fatti pubblici, pubblicissimi, le dichiarazioni della persona che conosce meglio di tutti il nostro premier, e che lo definisce “uomo che frequenta le minorenni” e lo paragona a “una persona che non sta bene”. Febbre suina, par di capire.

Ora, immaginiamo le stesse frasi in bocca alla signora Obama, o Zapatero, o Brown, e i commenti delle tv e dei giornali di tutto il mondo. Non nel gossip: nelle pagine politiche. Non per nulla l’Italia è di nuovo “semilibera” nella classifica di Freedom House. Quel che accadrà nelle prossime settimane è prevedibilissimo. I siti del Pdl e i fogli d’ordini del regime han già servito l’antipasto: “Il Giornale” con un attacco alzo zero alla “First Lady in sonno” che “danneggia il premier e il governo” diventando “nemica della maggioranza degl’italiani”; “Libero” (una testata, un ossimoro) con tre foto di Veronica giovane a seno nudo. Prossimamente su questi schermi, qualche vecchio filmino osè, magari allegato a uno degli house organ del Sultano. Insomma la massacreranno, com’è accaduto in questi 15 anni a chiunque si sia messo di traverso sulla strada del padrone d’Italia: dai pm di Mani Pulite alla Ariosto, da Montanelli a Biagi, da Santoro a Luttazzi, a tutti gli altri epurati. I servi e i killer stanno già oliando le mitragliatrici.

freedomhouse.org Press Release: Global Press Freedom Declines in Every Region for First Time. Israel, Italy and Hong Kong Lose Free Status

freedomhouse.org Press Release: Global Press Freedom Declines in Every Region for First Time. Israel, Italy and Hong Kong Lose Free Status

Washington May 1, 2009

Journalists faced an increasingly grim working environment in 2008, with global press freedom declining for a seventh straight year and deterioration occurring for the first time in every region, according to Freedom House’s annual media study. The rollback was not confined to traditionally authoritarian states; with Israel, Italy and Hong Kong slipping from the study’s Free category to Partly Free status.

Western Europe: The region continues to boast the world’s highest level of press freedom. However, Italy slipped back into the Partly Free category with free speech limited by courts and libel laws, increased intimidation of journalists by organized crime and far-right groups, and concerns over the concentration of media ownership.

Fragile Freedoms: Declines in Israel, Italy and Taiwan illustrate that established democracies with traditionally open media are not immune to restricting media freedom.

“SE NON HAI UN PAPA’ MINISTRO E NON HAI UNO ZIO VESCOVO, CLICCA QUI…”

Da http://www.19luglio1992.com/index.php?option=com_content&view=article&id=1162:clicca-qui&catid=2:editoriali&Itemid=4:

Questo è il nuovo slogan pubblicitario del sito “infojobs.it”.
Uno dei tanti siti per cercare e forse trovare un lavoro…

Ritornando allo slogan, al quale mi sono imbattuto tramite una e-mail ricevuta, e che hanno deciso di realizzare insieme ad un divertente video, mi sono identificato, avendo spesso recitato la seguente frase a diversi amici e non, già un bel pò di anni fa; infatti dicevo: “caro Michele, oggi, se vuoi un lavoro di un certo tipo, magari dietro ad una scrivania e davanti ad un computer, anche se non sai usarlo sappi che, rivolgendoti ad un’eventuale parente ecclesiastico o ad un eventuale parente politico, otterrai il tuo sogno”. Per quanto concerne il termine parente, era da me utilizzato, per non essere troppo generalista o qualunquista e, quindi non eccessivamente invadente e sarcastico nei confronti della società. Oggi però, ritengo abbiamo l’obbligo di essere realisti e guardarci in faccia e non cercare un inutile conformismo che a ben poco serve se non a trastullarci e a non pensare come risolvere i problemi relativi al “sistema che gira al contrario”; cioè contro noi stessi.
Sono fermamente convinto che non è profezia, purtroppo, bensì una frase quella a cui fa riferimento lo slogan che, si tramanda di generazione in generazione; un pò come il nome del nonno che per prassi e rispetto veniva attribuito al nipote. Basta soltanto essere un po’ attenti alle tematiche che condizionano radicalmente la nostra esistenza, in questo mondo fatto di favoritismi, agevolazioni, clientelismi.
Una società in cui i meno bravi son sempre, o quasi, riusciti ad occupare ruoli di notevole spessore rispetto a coloro che meriterebbero qualcosa di molto più dignitoso, ma, che a causa della mancanza di meritocrazia pagano questo brutale “modus vivendi”. Oggi, ormai, quasi tutti sappiamo che la rete è per noi “navigator” molto importante, soprattutto quando ci si vuole “controinformare”. Ma, facciamo attenzione a questo, chiamiamolo, neologismo; poichè il termine controinformazione viene così definito da “wikipedia”: -per controinformazione si intende in genere la diffusione, attraverso mass media, di informazioni taciute, o riportate in modi significativamente diversi, dalla maggior parte dei mezzi di comunicazione di un certo paese (o altro ambito sociale e culturale). In genere, chi presenta la propria opera come “controinformazione” implica che i media siano, in parte o totalmente, asserviti a interessi politici o economici e quindi non siano in grado di rappresentare oggettivamente la realtà; in questo senso la controinformazione è in genere associata a una denuncia di censure e di limiti alla libertà d’informazione-.
Qui non si tratta di presentare la cosiddetta “controinformazione” per denunciare i mass media che, ormai è scontato non facciano il proprio dovere poiché figli di un unico padrone, bensì per cominciare a svegliarci un pò da questo terribile incubo, da questo “coma mediatico” che subiamo dall’avvento della televisione. Lo straordinario Pier Paolo Pasolini, intorno agli anni ’60, disse testuali parole: “non c’è niente di più feroce della banalissima televisione”. Una frase che non lascia commenti, seppure essa sia stata pronunciata 50 anni orsono.
Molti ancor oggi credono che grazie alla TV abbiamo una cultura, almeno così ci dice la televisione e di conseguenza così noi ripetiamo. Vorrei citare un’altra interessante frase, perché, pronunciata dall’attuale premier al suo fedele “servo” ed attuale senatore della repubblica italiana: “caro Marcello (Dell’Utri), devi sapere che tutto quello che non passa dalla televisione vuol dire che non esiste e, questo vale per i prodotti, i politici e le idee…”

Da un articolo pubblicato su “affaritaliani.it”, lo scorso 26 febbraio, emergono dei dati alquanto allarmanti:

–L’Italia è il Paese più corrotto dell’Europa occidentale, e quello con la crescita più lenta. Uno studio ONU collega i due fenomeni chiamando in causa l’analfabetismo funzionale.
Secondo il rapporto di Transparency International del 2008, l’Italia è considerata dagli esperti il Paese più corrotto dell’Europa occidentale.

I dati del Fondo Monetario Internazionale (2008) indicano che l’Italia è anche, con la sola eccezione dell’Irlanda, il Paese con la crescita economica più debole dell’Europa occidentale, l’unico ad aver chiuso l’anno in negativo con un -0,1%. Inoltre, secondo il rapporto OECD in Figures (2008), la media della crescita italiana (+1,7%) negli ultimi vent’anni (1987-2007) è stata la più bassa dei Paesi OCSE.

Dal rapporto SOS Impresa – Confesercenti (2007), la mafia è la prima “azienda” italiana, con 130 miliardi di € di fatturato annuo.

L’Italia è il 6° Paese OCSE con il più alto tasso di diseguaglianza sociale, secondo il rapporto Growing Unequal (2008) dell’OCSE

Il 65% della popolazione italiana non possiede le competenze alfabetiche minime, secondo l’OCSE, per orientarsi nella società dell’informazione (è cioè “funzionalmente analfabeta” o “semianalfabeta”). Mentre meno del 10% possiede le competenze necessarie per orientarvisi in modo critico e creativo.

Secondo Eurostat (2008), l’Italia è l’ultimo Paese dell’Europa occidentale per numero di famiglie connesse ad Internet (42%), il terz’ultimo dell’UE-27 (60%)—

Stesso desolante e consueto scenario, è emerso, circa due settimane fa, in occasione dell’ormai prossimo 40° anniversario dell’Università della facoltà di scienze politiche di Torino.
E’ stata definita una “settimana di Politica con la P maiuscola”, scommettendo sulla possibilità di restituire alla “nobile arte” la sua dignità.
La politica dovrebbe, anzi deve essere, insegnata ai nostri politici. Ricordiamo la celebre inchiesta delle “Iene” (programma TV), che mise in piazza la vergognosa carenza culturale, ma, anche nello specifico, politica dei nostri deputati e senatori. Per non parlare poi delle catastrofiche figuracce in ambito regionale, provinciale e comunale di questi uomini o donne che ci rappresentano; –il comune di Marsala col suo consiglio comunale, lo so perché ci vivo, ne è un lampante esempio; un consiglio in cui ci si mette d’accordo soprattutto per approvare decine e decine di lottizzazioni in mancanza di un piano regolatore; un consiglio che da oltre 600 giorni dall’insediamento dell’attuale amministrazione non ha il suo difensore civico, previsto dallo statuto e tanto altro ancora; le mie non sono accuse, ma constatazioni reali.– Questa settimana di “politica” è stata voluta per avvicinare la cittadinanza all’università ma soprattutto alla politica, poiché non possiamo dire mai non m’interesso di politica, perché è la politica ad interessarsi di noi. Naturalmente tutto ciò è stato realizzato con la collaborazione di: scienziati politici, giuristi, filosofi, economisti, sociologi, storici, letterati –, con varie fisionomie di attori sociali (giornalisti, scrittori, sindacalisti, imprenditori…). Tutti a discutere, per una canonica settimana lavorativa sulla politica, ma non in astratto, bensì applicandosi al “caso Italia”, un caso davvero di studio su scala internazionale, su cui si sta accumulando una nutrita bibliografia. Mettendo a fuoco i problemi di questo Paese disgraziato; economia e lavoro, ricerca e scuola, la cittadinanza, il rapporto tra Chiese e Stato, istituzioni, cultura, comunicazione, i partiti, sono stati passati al setaccio per tentare di capire di più, a partire da dati, da elementi di conoscenza, capaci di far passare la discussione dal chiacchiericcio del talk show all’analisi seria, ma in grado di farsi comprendere dai non specialisti.
Anche qui, emerge uno sconfortante quadro; un paese corrotto, devastato dagli scempi ambientali, messo sotto tutela dalla criminalità organizzata (che ormai controlla un terzo del territorio nazionale), dove il lavoro sommerso prospera (una quota che è di oltre il 18%, ma secondo altri studiosi raggiunge ormai il 30%), producendo una proporzionale evasione fiscale, che si aggiunge a quella “strutturale”; un paese di evasori, e di abusivisti edilizi; un paese dove le leggi si dividono in tre categorie: quelle inutili, la maggior parte; quelle dannose, che vengono applicate; quelle utili e preziose, che sono regolarmente disattese nel disinteresse generale; a cominciare dalla Costituzione Repubblicana, che aspetta ancora di essere attuata, in tanti passaggi essenziali, e anzi è non da oggi posta sotto attacco, proprio per il suo carattere democratico e progressista.
Alla fine uno dei relatori, lo storico Paolo Macry, ha detto che Berlusconi è precisamente “l’autobiografia della nazione”, nei suoi aspetti più deteriori, ma anche più legati al senso comune, dalla speculazione edilizia al calcio, dalla televisione al machismo, dalla barzelletta alla pacca sulle spalle, dalla corruzione attiva a quella passiva. Modestamente mi permetterei d’aggiungere che non solo il cavaliere è “l’autobiografia della nazione”, ma anche la sinistra e quindi l’intera classe politica è sulla stessa lunghezza d’onda dell’attuale premier. Tutto ciò dovrebbe, seriamente, farci riflettere sul “decadentismo socio-culturale, politico ed economico” in cui versa il nostro paese insieme a noi cittadini che naturalmente vi facciamo parte. Si comprende perfettamente che la realtà italiana è di gran lunga ben diversa da come ci viene proposta dai tradizionali mezzi di comunicazione di massa (TV e giornali). L’Italia è lo “zimbello” dell’Unione Europea. Infatti ogniqualvolta la nostra attenzione verte all’esterno dai consueti mass media ne abbiamo la prova concreta, anche e soprattutto dall’estero; faccio riferimento a quei giornalisti che hanno il coraggio di scrivere verità sul premier, lui li querela, però poi perde le cause, ma non ne parla nessuno.
Uno fra tutti Alexander Stille, giornalista e scrittore americano, molto informato sulle cronache giudiziarie di Berlusconi, il quale nel 2006 pubblicò un libro inchiesta noto in Italia come “Citizen Berlusconi” (propongo a chi non l’avesse visto il video documentario censurato in Italia: http://video.google.it/videoplay?docid=-7507586179468920585 e ancora http://it.wikipedia.org/wiki/Citizen_Berlusconi); Fedele Confalonieri, il presidente di Mediaset, l’azienda di Berlusconi, ha citato in giudizio Stille per tre passaggi del suo libro, fra i quali uno in cui si diceva che Berlusconi, assumendo Confalonieri, il suo più vecchio amico, “fondesse i suoi affari e la sua vita privata quasi totalmente” . Nel febbraio 2009, un tribunale penale di primo grado di New York ha pienamente assolto Stille dall’accusa di diffamazione. Sempre colpa delle solite “toghe rosse”?
Un altro scandaloso e vergognoso recentissimo esempio è la condanna ad oltre 4 anni dell’avvocato Mills, legale di Mediaset; ebbene, in qualsiasi altro stato democratico una persona condannata per un grave reato come quello di corruzione, ed essendo il legale niente meno che dell’attuale premier Berlusconi, avrebbe suscitato un notevole interesse da parte dei media; ma da noi non si è verificato tale interesse poiché coloro che avevano l’obbligo d’informare l’opinione pubblica come i TG, hanno sepolto la notizia con dei brevi servizi in mezzo al programma e nessuno ha spiegato sulla base di quali prove è stato condannato l´avvocato Mediaset. Il servizio ha rischiato addirittura di non esserci. La sede di Milano della Rai non ha neppure mandato una troupe al tribunale per fare un servizio. Hanno spiegato i dirigenti che senza Berlusconi come imputato non aveva nessuna importanza nazionale, aggiungendo figuriamoci dopo i risultati in Sardegna. Solo dopo la protesta dei giornalisti e il loro sindacato – e per evitare uno scandalo – si è fatto qualcosa, ma a quell´ora la Rai ha dovuto comprare il filmato da una troupe privata.
Ormai i giornalisti dei TG sono talmente condizionati che diventa prassi normale tacere su notizie imbarazzanti o sgradevoli.

Altre prove alquanto tabgibili ci vengono date daggli “addetti ai lavori”, magistrati, vicequestori, etc.
Sabato scorso, 7 marzo, nell’aula magna della facoltà di giurisprudenza di Palermo, erano presenti quattro magistrati, dai blasonati nomi, in occasione della presentazione del libro “Colletti Sporchi” di Ferruccio Pinotti e Luca Tescaroli. Antonino Di Matteo (sostituto procuratore di Palermo), Antonio Ingroia (procuratore aggiunto di Palermo), Roberto Scarpinato (sostituto procuratore di Palermo) e Luca Tescaroli (sostituto procuratore della procura di Roma) insieme a Salvatore Borsellino, fratello del magistrato Paolo, e a Giorgio Bongiovanni fondatore e direttore della rivista “Antimafiaduemila”. Sono moralmente obbligato a riportare solo alcuni brevi interventi, che hanno citato i relatori presenti, molto eloquenti;

– Bongiovanni: In apertura della conferenza di presentazione del libro il direttore di ANTIMAFIADuemila, ha introdotto il filmato dell’ultima intervista rilasciata dal giornalista Pippo Fava ad Enzo Biagi, una settimana prima di essere assassinato. (http://www.youtube.com/watch?v=jAogBSvaSyU) . Un’intervista “profetica” e “drammaticamente attuale”, l’ha definita Bongiovanni, i cui contenuti sono presenti anche all’interno del libro di Tescaroli, in cui il giornalista indica come Cosa Nostra, la mafia siciliana, sia sostenuta, protetta dai poteri forti con i quali collude da sempre.
“La mafia ha acquistato una tale impunità da essere diventata persino tracotante e la sua potenza risiede nella enorme quantità di denaro che gestisce”. Quindi, diceva Fava, se si vogliono cercare i veri capi di Cosa Nostra e chi veramente comanda la mafia in Italia si deve guardare fino in Parlamento, nelle banche e in tutti quei settori grazie ai quali la mafia ricicla le sue ricchezze”.

– Di Matteo: “è in atto il piano di rinascita della P2”; nel 1982 – ha spiegato il magistrato – in un doppio fondo di una valigia di Maria Grazia Gelli (figlia di Licio Gelli) a Castiglion Fibocchi è stato trovato il Piano di Rinascita democratica, il manifesto fondamentale della Loggia massonica P2. Recentemente ho ripreso questo documento, mi sembrava che certi fantasmi fossero definitivamente scacciati e tramontati e mi sono reso conto che non è così”. In questi documenti, ha ricordato, vi era “una sommaria indicazione di obiettivi e l’elencazione di programmi a medio e lungo termine”. Tra cui quello di usare la Giustizia perché “fondamentale nel progetto di controllo dello Stato e della cosa pubblica”; conclude- alla faccia della lotta alla mafia, fa un certo effetto sentire il Procuratore di Caltanissetta Lari gridare che la situazione dell’organico della procura è disperata proprio mentre emergono ulteriori spunti importanti da approfondire sulle stragi”. Le stragi non furono solo opera di Cosa Nostra. E’ calata la sordina sui temi della lotta alla mafia non appena è stato investigato il livello dei mandanti esterni delle stragi. Sentenze definitive di più Corti di Assise hanno confermato che le stragi non furono solo opera di Cosa Nostra e che le mani dei mafiosi siano state armate ed ispirate è sancito dalla Cassazione. Non è stata solo un’avventura di qualche magistrato in cerca di celebrità. Un paese serio dovrebbe avvertire come imminente e impellente il bisogno dell’approfondimento. Ma non è stato così”.

– Ingroia: “Chiedo alla società attenzione per la magistratura. Oggi viviamo una stagione difficile, per certi versi più difficile di quella che abbiamo vissuto all’epoca delle stragi. Allora la società mostrò una voglia di reazione forte, oggi invece è anestetizzata. Oggi i poteri di controllo magistratura e informazione sono sottoposti ad un assedio da quelli che non mi piace definire col nome dei poteri forti, ma comunque il potere con la P maiuscola, che ha stabilito una specie di soluzione finale. Siamo in una fase delicata. Molto dipende da come quella parte d’Italia che è all’opposizione riuscirà ad essere informata e ad agire in modo attivo. Nella sua storia il nostro Paese è stato condizionato dallo stragismo e dai delitti politici. Un Paese caratterizzato dall’irredimibilità della propria classe dirigente che mostra un’inclinazione a delinquere ed una grande capacità di auto-assolversi, tanto da riuscire a mettere in piedi processi legalizzanti delle stesse condotte illecite. Nel libro di Tescaroli – ha proseguito il magistrato – è inserita la storia giudiziaria di questi anni. Vi sono anche alcuni inediti, vicende all’interno delle sedi giudiziarie che ci dimostrano come la verità su fatti che hanno condizionato l’evoluzione del nostro Paese sia stata ostacolata, seppellita ed insabbiata. E’ una storia scomoda da raccontare ed ancora una volta si sottrae il diritto della gente ad essere informata su quella stagione terribile nella quale è nata la cosiddetta seconda repubblica in cui abbiamo vissuto in questo ultimo ventennio”.

– Scarpinato: “Nessuno può governare senza scendere a patti con la borghesia mafiosa. Una mafia senza mafiosi. L’omicidio per fini politici e la corruzione sistemica sono le caratteristiche di una mafia che non ha nulla a che vedere con l’icona della Cosa Nostra di Bernardo Provenzano e Salvatore Riina e della macelleria criminale. La storia dei “Colletti bianchi” è antica e cruciale. Quando Confindustria ha dichiarato di voler espellere coloro che pagano il pizzo mi sono congratulato e ho scritto una lettera suggerendo di cominciare ad espellere coloro che già erano stati condannati e non è stato fatto. Perché? Perché come si fa ad espellere un blocco della classe dirigente? Nessuno – ha concluso – nessun governo di destra, di sinistra e di centro ha potuto governare questo Paese senza scendere a patti con questo blocco di potere, la cosiddetta borghesia mafiosa”.

– Borsellino: “L’informazione non ha presentato con obiettività alcuni casi importanti come quello di De Magistris o di Genchi. E’ questo oggi lo strumento attraverso il quale avvengono gli “omicidi eccellenti”. Si procede con la delegittimazione che poi sfocia nella sospensione di tanti magistrati o investigatori onesti dalle proprie funzioni. Una morte civile a volte peggiore di quella fisica. Se oggi un tecnico come Genchi potesse svolgere le sue indagini potremmo forse intravedere la verità sulla strage di Stato in cui è morto Paolo. Chiedo giustizia come cittadino italiano. Chiedo che siano celebrati i processi come quello ad Arcangioli ripreso mentre portava via la valigetta di mio fratello che conteneva sicuramente l’agenda rossa. Non si arriverà a processo perché con una sentenza si è deciso di chiudere questa vicenda e questo nonostante Arcangioli abbia dato almeno una decina di versioni diverse sui fatti di quel giorno. Io non dico che lui sia l’unico responsabile ma dovrebbe essere un dovere di questo Stato scandagliare la verità. Questo Stato invece mostra sempre più di non avere il coraggio di processare se stesso”.

– Tescaroli: “I media strumento di attacchi servili per chi investiga vicende scomode. Oggi i media sono poco indipendenti e a volte si rendono strumento di attacchi servili a coloro che investigano vicende scomode. Questo nostro libro vuole colmare questo gap tra fatti e informazione. L’informazione basata sulla verità è fondamentale. Questa è temuta dalla criminalità mafiosa perché consente di mantenere viva l’attenzione e la tensione e contribuisce a sgretolare il consenso sociale sul quale le strutture mafiose contano. Di qui l’importanza della società civile, dei cittadini che agiscono in modo organizzato, cosa che deve essere valorizzata. Il libro vuole cercare di rendere omaggio alle tante, troppe vittime di mafia e cercare di raccontare la forza di un cammino di legalità che nonostante le difficoltà va avanti. C’è una tenacia di valori di molti che lavorano all’interno dello Stato, molti appartenenti alle istituzioni e al mondo della società civile e al giornalismo, valori importanti per i quali continuare a lavorare e per dare conto dei risultati ottenuti”.

Ragion per cui quando ci sentiamo dire da alcuni concittadini: “io mi vergogno di essere un italiano”, non prendiamolo/i per pazzo/i, ma cerchiamo di far uscire il nostro senso critico, per poter quanto meno provare a capire cosa vuol dire quella persona citando quelle orribili, ma reali parole.

Pocanzi, parlavo di “decadentismo-socio-culturale-politico ed economico”, ma non alludevo al movimento letterario nato a Parigi a fine ‘800, bensì a qualunque forma di arretratezza sociale che affligge e dilania l’Italia; facendo apparire il tutto come in uno scenario spettrale, quasi privo di ossigeno.
Bene hanno fatto coloro che han pensato a quello slogan propagandistico: “SE NON HAI UN PAPA’ MINISTRO E NON HAI UNO ZIO VESCOVO, CLICCA QUI…” Consiglio di guardare il video, per altro divertente, breve ma molto significativo. http://www.youtube.com/watch?v=3E_HZS5eM1I
Alla faccia della meritocrazia italiana…

Salvatore Manzo