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Blog di Beppe Grillo – Le verità di Genchi sulla nascita di Forza Italia

Fonte: Blog di Beppe Grillo – Le verità di Genchi sulla nascita di Forza Italia.

Sommario:
La fine della Prima Repubblica
L’ala stragista di Cosa Nostra e Forza Italia

La fine della Prima Repubblica

“Mi chiamo Gioacchino Genchi, ho 49 anni, sono il più grande scandalo della storia della Repubblica, fino a un anno fa ero un comune cittadino, un funzionario di Polizia che aveva lavorato per oltre 20 anni nelle più importanti indagini italiane: da Palermo a Milano, da Catanzaro a Catania, da Locri a Siderno, a Reggio Calabria; nei processi di mafia, di omicidi, di criminalità organizzata, nei processi ai colletti bianchi; il sequestro di Silvia Melis e tante, tante altre indagini, prima che scoppiasse il cosiddetto “Caso Genchi”. Si tratta di una delle più grandi pantomime di questo sistema, con la quale si è cercato di bloccare un’indagine, quella del Pubblico Ministero di Catanzaro Luigi De Magistris, ma non solo, si è impedito a dei magistrati di fare le indagini sul conto di altri magistrati e poi, alla fine, si è cercato di far fuori me. Si è cercato di impedire che io potessi continuare a dare il contributo che stavo dando a tanti magistrati da Palermo a Caltanissetta, a Catania, a Catanzaro, a Roma e a Milano, in indagini importanti. Tutto ciò per impedire che questo lavoro, iniziato con Giovanni Falcone e proseguito, purtroppo, ahimè con le indagini sulla strage di Capaci, in cui Falcone era stato ucciso e poi con la strage di Via d’Amelio, potesse portare una volta per tutte a individuare i mandanti reali di quelle stragi e, probabilmente, gli esecutori che, assai probabilmente, sono molto diversi da quelli che sono stati individuati finora.
Sono sulla riva del fiume e sto vedendo sostanzialmente passare il cadavere del mio nemico. Perché le cose che avevo detto e scritto diciassette anni fa si stanno avverando. 17 anni fa non condivisi le scelte investigative che portarono alla chiusura posticcia delle indagini sulla strage di Via d’Amelio con il pentito Scarantino. Ho assunto delle posizioni durissime, ho messo nero su bianco quale era il mio punto di vista sui mandanti morali di quelle stragi e anche sugli esecutori. Adesso i fatti mi stanno dando ragione.
Le indagini che furono fatte nel ’94, ’95, ’96 e 97 a Palermo nelle indagini di mafia su Dell’Utri, su Berlusconi, sulla nascita della Fininvest ci hanno portato a acquisire elementi incontrovertibili su quello che è accaduto in Italia nei primi anni ’90, sulla fine della Prima Repubblica e su come la classe politica ha creato quei nuovi equilibri, quei nuovi leaders, quei nuovi partiti, o meglio quel nuovo partito che doveva consentire di fare sì che, secondo un detto autorevolissimo di Tommasi di Lampedusa ne “Il Gattopardo”, se vogliamo che tutto resti come è ogni cosa deve cambiare. C’era la necessità di cambiare tutto, perché i partiti tradizionali della Prima Repubblica si erano resi impresentabili, erano sotto l’occhio del ciclone non solo di mani pulite per le inchieste giudiziarie, per gli arresti che ogni giorno vedevano decapitare e rinchiudere in carcere leader politici appartenenti al mondo imprenditoriale che quella politica aveva foraggiato. No, perché la gente, il popolo iniziava a ribellarsi a quella classe politica e quindi c’era una progressiva erosione della fiducia, una delegittimazione di quella classe politica e a questa delegittimazione, che nasceva da Mani Pulite, si è aggiunta un’ulteriore forte delegittimazione da parte della mafia, di quella mafia che aveva appoggiato un partito come Democrazia Cristiana, che fin dal 1987 inizia a portare il conto alla Democrazia Cristiana.

L’ala stragista di Cosa Nostra e Forza Italia

La Seconda Repubblica nasce nel momento in cui, nelle ceneri della Prima Repubblica, questi referenti di Cosa Nostra iniziano a cercare nuovi uomini, iniziano a cercare tra i rottami, tra le macerie di quella Prima Repubblica che si era consumata, quei soggetti che, anche per pregresse conoscenze nel campo imprenditoriale, come probabile investimento di risorse economiche e finanziarie della mafia, avevano dato un certo affidamento. Lì il mio lavoro fornisce e ha fornito ai processi e ne fornirà dei risultati che ritengo i più importanti in assoluto sotto il profilo dell’oggettività, della dimostrazione della genesi della nascita mafiosa del partito di Forza Italia, di come dei soggetti appartenenti a Cosa Nostra, appartenenti all’ala stragista di Cosa Nostra, che certamente ha consumato le stragi del 1993, agiscano in perfetta sintonia con le fasi prodromiche e organizzative del partito di Forza Italia a Palermo e in tutta Italia. Viene varato un primo tentativo di creazione di una lega siciliana, Sicilia Libera e, proprio dalla ricostruzione dei dati di traffico telefonici, si è potuto accertare con certezza processuale che uomini di Costa Nostra direttamente collegati a Leoluca Bagarella, il più sanguinario tra i criminali di mafia che siano mai esisti nella storia della mafia da quando esiste la mafia in Sicilia, proprio il gregario di Leoluca Bagarella era in contatto con esponenti romani appartenenti alla massoneria, collegati alla P2, con i quali si sono fatte delle riunioni a Palermo e in Sicilia in date ben precise, tra Palermo e Catania e ci sono dei contatti telefonici con questi soggetti e, immediatamente dopo, a stretto giro questi soggetti hanno chiamato direttamente a casa di Silvio Berlusconi. Ma non finisce qua, perché quando il progetto separatista o il progetto del partito Sicilia Libera, che nasceva un po’ come clonazione di quelli che erano stati il successo e l’esplosione della Lega, che prende lo spazio della frantumazione, dell’annientamento dei partiti tradizionali al nord, quando questo progetto viene abortito, viene abortito nel nome della costituzione di un partito unico che, da associazione nazionale Forza Italia, diventa partito Forza Italia con la creazione dei club di Forza Italia. E lì ci sono delle date che sono indimenticabili, che sono certe: la data con cui nasce il partito di Forza Italia e la data in cui si organizzano i primi clubs a Palermo e si tengono le prime riunioni, una delle quali viene tenuta, non a caso, all’Hotel San Paolo di Palermo: l’Hotel San Paolo, costruito dai costruttori Ienna per conto della mafia, per conto dei Graviano, un Hotel San Paolo nel quale i Graviano pensavano di allocare, all’ultimo piano, nell’attico di un grattacielo per le altezze dei palazzi di Palermo l’appartamento giardino della loro madre, dei loro genitori. In quell’albergo si tiene la prima riunione a cui partecipano gli esponenti mafiosi di Brancaccio e gli esponenti mafiosi di Misilmeri: uno di questi, che è stato sentito nel 1994, si chiama Lalia. Lalia conferma che il club Forza Italia di Braccaccio e quello di Misilmeri sono stati creati a febbraio. Noi vedremo poi dal traffico telefonico che la sezione di Forza Italia, il club Forza Italia di Palermo viene attivato in Via Sciuti appena a marzo, quindi nasce prima quello di febbraio e poi quello di marzo. Ho effettuato la ricostruzione del traffico telefonico di Lalia in un’indagine di mafia, un indagine di omicidio a Misilmeri, l’indagine dove viene trovato il bunker con i lanciamissili con i quali doveva essere fatto l’ulteriore attentato a Caselli, da quegli uomini che poi vengono fatti uccidere tutti da Bernardo Provenzano. Nel telefono di La Lia ci sono i contatti telefonici con Pietro Benigno, condannato all’ergastolo per le stragi di Firenze, ci sono i contatti telefonici con Spatuzza, con lo stesso cellulare con cui Spatuzza, come ho accertato nel 1992, si sentiva e utilizzava il giorno 23 maggio della strage di Capaci e il 19 luglio 1992, la strage di Via d’Amelio.
Partendo da quei contatti telefonici, si ricostruisce la catena dei rapporti del cellulare di Lalia, che è uno dei tanti soggetti che si sentono con parlamentari di Forza Italia, persone che diventeranno senatori, persone che diventeranno deputati regionali, persone che diventeranno esponenti locali del partito di Forza Italia e le chiamate sono perfettamente sequenziali: prima Lalia chiama queste persone, queste persone immediatamente dopo chiamano a casa di Silvio Berlusconi.
Tutto si può pensare, ma i numeri telefonici, i contatti telefonici non sono opinioni, sono dati oggettivi.” Gioacchino Genchi

Stato-mafia, Mangano trattò con le sue «vecchie conoscenze» – l’Unità.it

Fonte: Stato-mafia, Mangano trattò con le sue «vecchie conoscenze» – l’Unità.it.

di Massimo Solani

La trattativa fra mafia e Stato proseguì anche nel 1993, dopo le stragi di Capaci e via D’Amelio. «Lo stesso Giovanni Brusca ha riferito di una missione affidata a Vittorio Mangano per potersi mettere in contatto con sue vecchie conoscenze al Nord». A rivelarlo è stato il procuratore nazionale antimafia Piero Grasso che ieri è stato ascoltato dalla Commissione parlamentare antimafia sulla presunta trattativa che Cosa Nostra intavolò con parti dello Stato a cavallo delle stragi mafiose del 1992-1993. E secondo Grasso la missione affidata a Vittorio Mangano, ai tempi reggente della famiglia mafiosa di Porta Nuova dopo anni trascorsi alla corte di Silvio Berlusconi in qualità (ufficialmente) di stalliere tuttofare nella villa di Arcore, va contestualizzata in quella stagione che nell’autunno del1993 su iniziativa di Leoluca Bagarella portò alla creazione del movimento politico “Sicilia Libera”: «Come ha raccontato il collaboratore di giustizia Tullio Cannella, che era stato incaricato di organizzare il movimento politico – ha proseguito Grasso – l’idea era quello di creare un partito in proprio per evitare di farsi prendere in giro dai politici come in passato accaduto a Totò Riina ». Un progetto che ebbe vita breve, ha ricordato Grasso, «abbandonata questa iniziativa si arriva agli eventi noti che portano alle elezioni del 1994 e quindi alla fase attuale».

Frasi che aprono nuovi scenari, specie se lette in relazioni alle ultime rivelazioni fatte dal pentito Gaspare Spatuzza (cui lo stesso Grasso ieri ha fatto un veloce riferimento) e anticipate dal sostituto procuratore generale di Palermo Antonino Gatto nel corso del processo d’appello a carico di Marcello Dell’Utri per concorso esterno in associazione mafiosa. «Giuseppe Graviano – ha raccontato Spatuzza ricordando una chiacchierata fatta a Milano nel gennaio del 1994 col boss palermitano a proposito di una presunta trattativa – era molto felice, disse che avevamo ottenuto tutto e che queste persone non erano come quei quattro “cristi” dei socialisti. La persona grazie alla quale avevamo ottenuto tutto era Berlusconi e c’era di mezzo un nostro compaesano, Dell’Utri. In sostanza Graviano mi disse che grazie alla serietà di queste persone noi avevamo ottenuto quello che cercavamo. Usò l’espressione “ci siamo messi il Paese nelle mani”». Dopo quell’incontro, ha raccontato Spatuzza, Cosa Nostra diede il via libera per l’attentato (poi fallito) che il 24 gennaio del 2004 allo Stadio Olimpico avrebbe dovuto causare la morte di decine di carabinieri. Una strage, ha proseguito Spatuzza, che sarebbe dovuta servire a “riscaldare” il clima della trattativa.

TRATTATIVA E STRAGI
Ma davanti ai membri della commissione parlamentare antimafia Piero Grasso ha parlato anche della accelerazione impressa dai boss mafiosi alla strategia stragista. Una anomalia, ha spiegato, anche nei modi in cui vennero compiuti gli attentati. «Non c’è dubbio che la strage che colpì Falcone e la sua scorta siano state commesse da Cosa Nostra – ha spiegato Grasso – Rimane però il sospetto che ci sia qualche entità esterna che abbia potuto agevolare o nell’ideazione, nell’istigazione, o comunque possa aver dato un appoggio all’attività della mafia». Che progettava di uccidere Falcone a Roma dove spesso si muoveva senza scorta e minori erano le misure di sicurezza («Riina inviò nella capitale un commando che doveva occuparsi dell’eliminazione del magistrato, di Maurizio Costanzo, dell’onorevole Martelli e di Andrea Barbato – ha spiegato il procuratore nazionale -ma poi fu proprio Riina a bloccare tutto perché, disse, “si era trovato qualcosa di meglio”») ma che invece optò per l’attentatuni facendo saltare in aria un tratto autostradale con 500 chili di tritolo con una azione «chiaramente stragista ed eversiva». «Chi ha indicato a Riina queste modalità?», si è chiesto Grasso. «Finché non si risponderà a questa domanda – ha proseguito – sarà difficile un effettivo accertamento della verità».

28 ottobre 2009

La «riforma» di Cosa Nostra, il papello e quelle leggi sulla giustizia in Italia

Fonte: La «riforma» di Cosa Nostra, il papello e quelle leggi sulla giustizia in Italia.

Scritto da Nicola Biondo

«Stiamo indagando su dieci anni di trattativa» dice all’Unità il Pm palermitano Nino Di Matteo a poche ore dalla consegna del Papello. Dieci anni il cui inizio è la strage di Capaci, maggio ’92, e la cui fine, o meglio punto di svolta, è il proclama di Leoluca Bagarella del luglio 2002 indirizzato alle forze politiche. Nel mezzo c’è il sangue di Borsellino e Falcone e delle vittime delle stragi del ’93, a Milano e Firenze, e un grande sforzo investigativo di magistratura e forze di polizia come mai era avvenuto in passato. Ma anche molte, troppe, aree grigie e un sensibile mutamento di clima intorno alla lotta antimafia. La trattativa insomma èun workin progress,nonsi esaurisce, secondo gli investigatori, al papello o agli scritti di Vito Ciancimino ma va oltre.

COME FINÌ LA TRATTATIVA?

La prima domanda che gli investigatori si pongono è se e quali punti del papello hanno avuto effettiva realizzazione in questa «lunga trattativa». La revisione del maxiprocesso ad esempio non è mai stata all’ordine del giorno. Negli ultimi anni però sono state molte le proposte di legge presentate per ottenere nuove norme per la revisione dei processi da ancorare, secondo unodei promotori Gaetano Pecorella – avvocato del premier – alle sentenze della Corte europea. Per quanto riguarda il 41bis e la legge sui pentiti è sotto gli occhi di tutti che le nuove leggi non garantiscono più buoni risultati. L’isolamento dei boss è ormai un ricordo del passato e la legge sui pentiti ha ottenuto un unico risultato: da anni ormai non si pente quasi più nessuno. Sulla revisione della legge Rognoni-La Torre basta dire che sono migliaia ogni anno i beni confiscati che non vengono riutilizzati, come denuncia da tempo la Agenzia del demanio. Le richieste di Riina contemplano anche la possibilità di dissociarsi da Cosa nostra, una exit strategy che garantirebbe la possibilità di accedere ai benefici carcerari senza l’obbligo di rivelare nulla. Una idea che ha fatto capolino più volte nelle aule parlamentari e per la quale ha mostrato interesse finanche un alto magistrato come Giovanni Tinebra, ex-capo della procura di Caltanissetta. La chiusura dei super carceri, comequelli dell’Asinara, è ormai invece una realtà. Mentre la trattativa progrediva è poi arrivata la riforma del c.d. «giusto- processo» che permette la scelta del silenzio ai testi o ai collaboratori mentre nessuna disposizione è stava varata per tutelare chi testimonia nei processi di mafia.

LA RIFORMA DI COSA NOSTRA

I dodici punti del papello, di cui questi sono i nodi essenziali, rivelano la grande riforma della giustizia di Cosa Nostra.Che non può non ricordare i temi dell’agenda dell’attuale governo. Di chi in fondo in nome di un garantismo disinvolto vorrebbe i magistrati sottoposti a forme di controllo e le indagini depotenziate con l’abolizione delle intercettazioni. Binu Provenzano lo aveva promesso al popolo di Cosa Nostra consumato dalla politica delle stragi: «Servono dieci anni per tornare all’antica». L’orizzonte della trattativa sarebbe stato allora «più ampio»: far nascere una nuova mafia in un nuovo Stato. In questo senso il papello di Riina nasce «vecchio» perché il suo alter ego Provenzano lo ha emendato e in parte realizzato, nella previsione diunarimozione collettiva del problema mafia. E si arriva così al redde rationem, a quel proclama di Bagarella del 2002 che accusa gli avvocati diventati parlamentari di non occuparsi più dei loro clienti mafiosi, che tira in ballo le forze politiche che giocano «sulla pelle dei detenuti». Una dichiarazione di guerra contro il patto di Provenzano che vedrà la sua manifestazione più clamorosa in uno striscione apparso pochi mesi dopo allo stadio di Palermo: «Uniti contro il 41bis, Berlusconi dimentica la Sicilia». Ci sono tappe visibili e meno visibili di questa trattativa. Una sicuramente è la scandalosa latitanza di don Binu: secondo la Procura di Palermo andrebbe addebitata proprio ad uno dei protagonisti della trattativa con Ciancimino, il generale Mario Mori oggi sotto processo per avere omesso di catturare il padrino pur essendo a conoscenza di uno dei luoghi che abitualmente frequentava fino al 2001. Processo che riprende martedì prossimo con l’audizione di LucianoViolante.

Antonio Di Pietro: Processo Dell’Utri: votate Forza Italia

Fonte: Antonio Di Pietro: Processo Dell’Utri: votate Forza Italia.

Riporto il servizio girato dell’ultima udienza del processo d’appello a Marcello Dell’Utri di venerdi 16 ottobre.

Ritengo ci sia poco da aggiungere alle parole pronunciate in aula dagli avvocati dell’accusa, parole pesantissime che riporto di seguito.

Vincenzo Garraffa presumibilmente nei primi mesi del ’92 e comunque prima della sua elezione al Senato in forza al Partito Repubblicano, ricevette la visita dei mafiosi Michele Buffa e Vincenzo Virga, capo mandamento di Trapani, i quali lo sollecitarono a risolvere la controversia sorta con PUBLITALIA. Quando Garraffa chiese loro per conto di chi si fossero presentati in ospedale a trovarlo questi risposero “degli amici”. Garraffa insistette per sapere quali fossero questi “amici” e fu fatto il nome di Marcello Dell’Utri. Al suo ennesimo rifiuto Virga andò via lasciando Garraffa con un “riferirò e se ci sono novità la verrò a trovare”. In altra occasione, invece, è stato proprio Marcello Dell’Utri a rivolgersi al Garraffa in questi termini: “Abbiamo uomini e mezzi per convincerla a pagare”.”
“Fu Bernardo Provenzano a dirci di votare Forza Italia con queste parole: Ci possiamo fidare, siamo in buone mani, ho avuto garanzie” – ha detto Giuffré.

Riporto di seguito il testo del video servizio.

Nel giorno in cui alcuni tra i più importanti quotidiani italiani pubblicano il contenuto del “papello”, con il quale la mafia a cavallo tra il 92 ed il 93 chiede allo Stato una contropartita in cambio di una tregua alle stragi che insanguinavano il Paese, si è svolta a Palermo un’altra udienza del Processo d’Appello a carico del Senatore del Popolo della Libertà Marcello Dell’Utri che si difende dalla condanna in primo grado a nove anni e sei mesi di reclusione per concorso esterno in associazione mafiosa.

Il Procuratore Generale Nino Gatto davanti ai Giudici della seconda sezione penale ha proseguito la propria requisitoria trattando un’altra serie di vicende che dimostrerebbero la chiara collusione di Dell’Utri con l’organizzazione mafiosa.

E’ stata ripercorsa, in aula, la vicenda del tentativo di estorsione consumato ai danni del titolare della Pallacanestro Trapani, Vincenzo Garraffa, e commesso da Marcello Dell’Utri attraverso la pretesa restituzione della metà di una somma di denaro frutto di una sponsorizzazione da parte di Birra Messina, un marchio all’epoca di proprietà del gruppo Heineken-Dreher, a beneficio della squadra di pallacanestro di Trapani che nella stagione 1990-91 militava nel campionato di A2 Maschile.

Fu grazie alla mediazione di Publitalia – evidenzia il PG – che Birra Messina sponsorizza la squadra che in quell’anno guadagnerà la promozione alla categoria superiore.

Un miliardo e cinquecento milioni di lire complessivi la cui metà, l’imputato Marcello Dell’Utri, pretendeva di avere restituita in nero.

Garraffa si oppose chiedendo, come condizione necessaria per la restituzione di qualunque somma, la produzione di una pezza giustificativa.

La vicenda, giudiziariamente accertata dal Tribunale di Milano la cui condanna a carico di Dell’Utri ha superato il vaglio della Cassazione divenendo definitiva, è utile per dimostrare gli stretti legami tra Dell’Utri ed alcuni mafiosi.

Vincenzo Garraffa presumibilmente nei primi mesi del ’92 e comunque prima della sua elezione al Senato in forza al Partito Repubblicano, ricevette la visita dei mafiosi Michele Buffa e Vincenzo Virga, capo mandamento di Trapani, i quali lo sollecitarono a risolvere la controversia sorta con PUBLITALIA. Quando Garraffa chiese loro per conto di chi si fossero presentati in ospedale a trovarlo questi risposero “degli amici”. Garraffa insistette per sapere quali fossero questi “amici” e fu fatto il nome di Marcello Dell’Utri. Al suo ennesimo rifiuto Virga andò via lasciando Garraffa con un “riferirò e se ci sono novità la verrò a trovare”.

In altra occasione, invece, è stato proprio Marcello Dell’Utri a rivolgersi al Garraffa in questi termini: “Abbiamo uomini e mezzi per convincerla a pagare”.

Il secondo, e più importante capitolo dell’odierna parte di requisitoria svolta dal Procuratore Gatto davanti alla Corte presieduta da Claudio dall’Acqua, riguarda il rilievo delle implicazioni politiche alla luce dei rapporti tra Marcello Dell’Utri e soggetti organici a Cosa Nostra rispetto alla nascita di Forza Italia.

Dopo le stragi Cosa Nostra cambia strategìa. Falliti – forse solo in parte stando alle notizie di queste settimane – i tentativi di disporre ad esclusivo uso e consumo di personaggi politici di rilievo comincia a fermentare l’idea di costituire un movimento, un partito politico, diretta espressione della borghesia mafiosa siciliana.

Nasce da qui l’idea di “Sicilia Libera” movimento di ispirazione conservatrice e separatista promossa in origine da Leoluca Bagarella, con aspirazioni da leader, che poi vi avrebbe rinunciato sostanzialmente per due motivi. Da un lato la scarsa disponibilità di Bagarella ad investire grosse somme di denaro e dall’altra la creazione delle premesse perché Cosa Nostra spostasse voti su un soggetto politico di respiro nazionale.

Entrano in gioco le dichiarazioni del pentito Giuffrè.

“Fu Bernardo Provenzano a dirci di votare Forza Italia con queste parole: Ci possiamo fidare, siamo in buone mani, ho avuto garanzie” – ha detto Giuffré.

E Dell’Utri entra nella vicenda perché indicato, da più testimonianze, come uno dei canali privilegiati da Cosa Nostra per intavolare accordi di natura elettorale. Direttamente o tramite Vittorio Mangano.

E’ vero – ha detto il Procuratore Generale – che Cosa Nostra è un’organizzazione opportunista che tende sempre a saltare sul carro del vincitore, avallando, in questo senso, una delle argomentazioni della difesa. Ma – si domanda retoricamente Gatto – si tratta solo di opportunismo oppure c’era un interesse diretto e concreto?

In serata proprio Marcello Dell’Utri, che non era presente in aula, ha affidato alle agenzie il suo disappunto rispetto al tenore della requisitoria del Procuratore Generale:”Stupefacente” – ha detto – “che il Procuratore sostenga che Garraffa abbia detto la verità sulla vicenda della Pallacanestro Trapani. Una ricostruzione “sganciata dalla realtà”.

Sull’apprezzamento di Bernardo Provenzano per Forza Italia, invece, nessun commento.

Questo sì che è davvero stupefacente.

Le arance di Mangano ed i messaggi dei boss alla Fininvest

Le arance di Mangano ed i messaggi dei boss alla Fininvest.

Scritto da Peter Gomez

La nascita di Forza Italia

Le arance di Mangano ed i messaggi dei boss alla Fininvest

Alla fine non è rimasto quasi niente: solo una condanna per corruzione e un giro milionario di fatture false. Le accuse di mafia sono cadute. Quelle per traffico di droga pure. Del presunto favoreggiamento al genero di Vittorio Mangano, Enrico Di Grusa, latitante a Milano negli anni Novanta, poi, è meglio non parlare. In cassazione è evaporato anche quello. Eppure la storia delle grandi cooperative di pulizie e servizi gestite a Milano dai messinesi Natale Sartori e Antonino Currò, due buoni amici dell’ex fattore di Arcore, è centrale per capire che cosa è successo negli anni delle stragi. A sentire il pentito Giovanni Brusca, infatti, un pezzo della trattativa tra Stato e mafia (la seconda, da non confondere con la prima condotta dall’ex sindaco di Palermo, Vito Ciancimino), è passata proprio attraverso quegli uffici dove, tra i quasi duemila dipendenti, lavorano pure due delle tre figlie di Mangano.



Brusca ne parla più di dieci anni fa. Racconta di aver convocato Mangano nel settembre del 1993 e di avergli chiesto di prendere contatto con Silvio Berlusconi. La prima trattativa è fallita: il 41 bis (il carcere duro) non è stato revocato, la pressione dello Stato su Cosa Nostra non si è allentata e, quello che è peggio, Totò Riina è in galera da 9 mesi. Discutere con i carabinieri come aveva fatto Ciancimino, non è insomma servito a niente. Così persino Luchino Bagarella, il cognato di Riina, quando gli si chiede come vanno le cose, allarga le braccia e dice: “Siamo in mezzo al mare”. Certo nè lui, nè Brusca sanno nulla dei legami politici che Riina aveva coltivato prima della sua cattura. L’altro corleonese, Bernardo Provenzano, che di rapporti ad alto livello ne ha molti, sembra poi sparito.


I fratelli Graviano, i boss del Brancaccio che per tutta l’estate avevano messo a ferro e fuoco l’Italia, sono latitanti al nord. E se anche hanno qualche filo per le mani, non lo fanno sapere. Per questo Brusca, dopo aver letto su “L’espresso ”
del 26 settembre ‘93 che Marcello Dell’Utri, per conto di Berlusconi, sta’ creando un partito, incontra Mangano: sul settimanale è riportata la storia dei suo antico legame con il braccio destro del Cavaliere. Una storia che lui non conosce, ma che adesso può essere importante.


L’ex fattore di Arcore prende appunti su un foglietto: deve dire a Berlusconi che “la sinistra (intesa come la sinistra Dc ndr) sapeva”, cioè era al corrente di tutti i retroscena delle bombe visto che tra Stato e mafia c’era stata una trattativa. Poi va a Milano e in novembre vede Dell’Utri (risulta da delle agende sequestrate al senatore azzurro). A far da tramite con l’ideatore di Forza Italia, spiega però il pentito, sono “dei suoi amici, dei suoi parenti, che avevano a che fare con una ditta di pulizie”. Attraverso di loro, secondo Brusca, vengono inviati messaggi alla Fininvest e, forse, per tutto il ‘94 giungono anche le risposte.


Quando invece era Mangano a muoversi, gli imprenditori telefonavano al gruppo del Biscione e dicevano: “Sono arrivate le arance ”. Brusca però non sa chi siano esattamente questi amici dell’ex fattore. A scoprirlo, grazie anche un nuovo pentito, saranno gli investigatori. Le indagini della Dia (Direzione investigativa antimafia) svelano come Dell’Utri ancora nel 1998 sia in contatto con Sartori, mentre l’analisi sui tabulati telefonici delle cooperative del super esperto informatico
Gioacchino Genchi, dimostrano che i legami sono molto antichi. Dell’Utri ha sulle sue agende un numero dell’imprenditore di Messina che risale a prima del 1990, e certamente, proprio come raccontato da Brusca, nel ’94 riceve a casa una sua telefonata. È un bel riscontro anche se non basta ancora per chiudere il cerchio.


Nessuno infatti può discutere i legami tra i vertici delle cooperative e la famiglia Mangano. Quando Vittorio viene arrestato, nel ’95, Sartori si precipita a
Palermo; in altri casi le indagini hanno evidenziato passaggi di denaro e, persino, festività trascorse in famiglia tutti assieme. Il problema è che le cooperative per Publitalia per le reti televisive del Cavaliere ci lavorano: le pulizie negli uffici le fanno loro. E così, dal punto di vista processuale, il fatto che Sartori dia un impiego pure alle figlie del boss e si sia ritrovato a difendersi dalle accuse di aver favorito la latitanza di suo genero, resta una coincidenza. A Milano le dichiarazioni del pentito Vincenzo La Piana non bastano per ottenere la condanna di Sartori e del suo socio Currò per mafia. E anche se La Piana parla di un traffico di cocaina che, a metà anni Novanta, doveva essere finanziato dal senatore azzurro, la storia a poco a poco si scolora. Nei faldoni restano a prender polvere pure le informative che descrivono Sartori come un uomo legato persino al boss-imprenditore di Bagheria, Michelangelo Alfano e alla mafia di Messina. In aula, invece, l’avvocato di Sartori esulta. “Questa è una vittoria anche per Dell’Utri”, dice. Il legale è un onorevole. Si chiama Gaetano Pecorella e di solito assiste Berlusconi. Ma anche questa è solo una coincidenza.


Peter Gomez (Fonte: il Fatto Quotidiano, 11 ottobre 2009)

Le “trattative” tra Cosa Nostra e pezzi dello stato – parte seconda

Fonte: Le “trattative” tra Cosa Nostra e pezzi dello stato – parte seconda.

Scritto da Martina Di Gianfelice e Federico Elmetti

Gli elementi contraddittori concernenti una presunta trattativa tra Cosa Nostra e pezzi dello Stato a cavallo delle stragi del ’92-’93, sembrano oggi assumere una valenza diversa con l’emergere di nuovi scenari che rivelano l’esistenza di almeno tre distinte trattative datate in periodi differenti.

La presunta “seconda trattativa”

Mentre alcuni dei nomi degli interlocutori e degli obiettivi della “prima trattativa” sono stati individuati dalla magistratura con sentenze definitive, i volti dei protagonisti e i contenuti della presunta “seconda trattativa” sono ancora oggetto di valutazione da parte dell’autorità giudiziaria. Tuttavia dalla sentenza di primo grado con la quale il sen. Marcello Dell’Utri è stato condannato a nove anni di reclusione per concorso esterno in associazione mafiosa (11 dicembre 2004), dalle dichiarazioni di diversi collaboratori di giustizia e da altre acquisizioni investigative sono emersi numerosi elementi che rimandano ad una possibile convergenza degli interessi di Cosa Nostra con il programma politico del partito “Forza Italia”, presentato ufficialmente da Silvio Berlusconi il 18 gennaio 1994.

E’ un fatto processualmente accertato che Totò Riina, dopo aver rinnegato l’appoggio politico alla DC, rea di non essere stata in grado di fornire le necessarie coperture a livello istituzionale e non aver impedito la buona riuscita del maxiprocesso, abbia spinto Cosa Nostra nel 1987 a votare alle elezioni politiche in massa il PSI nel tentativo non troppo nascosto di agganciare Bettino Craxi, che in quegli anni si era proposto come uno degli esponenti più potenti e carismatici del panorama politico italiano. Allo stesso modo, è noto che questa decisione, per altro non da tutti i mafiosi condivisa, si rivelerà sbagliata. In particolare, il ministro della giustizia di allora, il braccio destro di Craxi, Claudio Martelli, aveva tradito le aspettative di Cosa Nostra portando a Roma Giovanni Falcone. A quel punto, la mafia, in cerca di nuovi referenti politici, vira verso la stagione delle stragi secondo la logica del “fare la guerra per fare la pace”. Dopo le stragi di Capaci e Via D’Amelio, l’obiettivo è stato raggiunto in pieno. Lo stato si è detto disposto a dialogare con Totò Riina. “Si sono fatti sotto”, rivela il capo di Cosa Nostra.


La mafia vota Forza Italia


E’ a quel punto che Cosa Nostra sente la necessità di far valere di nuovo il proprio peso all’interno delle istituzioni. L’idea iniziale è quella di creare un movimento separatista, Sicilia Libera, una nuova forza politica autonoma ad uso e consumo della mafia, gestita da Leoluca Bagarella. Il progetto naufraga quasi subito. Cosa Nostra ha già cambiato idea. Rivela Bagarella: “Ci stiamo orientando verso un’altra direzione che è di più facile realizzazione, mentre un progetto indipendentista passa per anni ed anni di lavoro, noi abbiamo degli agganci”. Siamo nel periodo immediatamente successivo alle stragi di Capaci e Via D’Amelio. Riina è appena stato catturato, il 15 gennaio 1993. Nel continente esplodono bombe in successione, a Roma, Firenze e Milano. Di che agganci politici parla Bagarella? E’ il pentito Tullio Cannella a rivelarlo senza mezzi termini: “Si stavano appoggiando, lo dico con onestà, con Forza Italia, quindi loro avevano dei vari candidati, amici di alcuni esponenti di Cosa Nostra e ciascun candidato con questi loro referenti aveva realizzato una sorta di patto elettorale, una sorta di impegno e quindi votavano per questi, tant’è vero che anche Calvaruso mi disse: ma sai, Giovanni Brusca mi porta in questi posti, riunioni, escono tutto il giorno volantini a tappeto di Forza Italia”.

E’ in questo contesto che riappare, misteriosa, la figura di Vittorio Mangano. Già “stalliere” nella villa di Silvio Berlusconi ad Arcore tra il ’74 e il ’75, Mangano in quel periodo è appena uscito dal carcere ed è tornato a lavorare a pieno regime per Cosa Nostra. Intrattiene contatti stretti sia con Bagarella che con Giovanni Brusca e diviene referente di Cosa Nostra per la zona di Palermo-Centro. Bagarella in realtà non si fida di Mangano, ma allo stesso tempo lo tiene in pugno perché “serve territorialmente e politicamente”. Già nell’estate del ’93, quando ancora non si è sopito l’eco delle bombe, nel quartier generale di Berlusconi si lavora alacremente all’idea di fondare un nuovo partito. Il principale sostenitore della discesa in campo di Berlusconi è proprio Dell’Utri, che la ritiene “assolutamente necessaria”. Fedele Confalonieri e Gianni Letta sono invece contrari.Dopo un periodo di incertezza, Berlusconi decide di dare ancora una volta fiducia a Dell’Utri e gli affida l’incarico di fondare Forza Italia. A quel punto, Provenzano ha deciso: quello è il cavallo di Troia su cui salire per entrare nei gangli vitali delle istituzioni. Spiega il pentito Nino Giuffrè, braccio destro di Bernardo Provenzano: “Noi abbiamo avuto da sempre l’astuzia di metterci sempre con il vincitore, questa è stata la nostra furbizia. Quando ce ne andiamo a metterci con i socialisti già si vede che il discorso non regge. Stesso discorso con Forza Italia. Forza Italia non l’abbiamo fatta salire noi. Il popolo era stufo della Democrazia Cristiana, il popolo era stufo degli uomini politici, unni putieva cchiù, e non ne può più. Allora ha visto in Forza Italia un’ancora a cui afferrarsi e lei con chi parlava parlava e io lo vedevo, le persone tutte, come nuovo, come qualche cosa, come ancora di salvezza. E noi, furbi, abbiamo cercato di prendere al balzo la palla, è giusto? Tutti Forza Italia. E siamo qua”.

La decisione ufficiale di scendere in campo arriva nell’autunno del 1993. Provenzano gioca tutta la sua credibilità all’interno di Cosa Nostra sulla carta Forza Italia. Ancora Giuffrè: “Provenzano stesso ci ha detto che eravamo in buone mani, che ci potevamo fidare. Diciamo che per la prima volta il Provenzano esce allo scoperto, assumendosi in prima persona delle responsabilità ben precise e nel momento in cui lui ci dà queste informazioni e queste sicurezze ci mettiamo in cammino, per portare avanti, all’interno di Cosa Nostra e poi, successivamente, estrinsecarlo all’esterno, il discorso di Forza Italia”.

C’è un altro pentito, Salvatore Cucuzza, che spiega come l’intermediazione tra Cosa Nostra e il partito del duo Dell’Utri-Berlusconi sia stata gestita ancora una volta proprio da Vittorio Mangano. Cucuzza riferisce di aver saputo dallo stesso Mangano che questi si era incontrato “un paio di volte con Dell’Utri” alla fine del ’93. Le date combaciano perfettamente. I due incontri avvengono infatti il 2 e il 30 novembre 1993, come si ricava da due annotazioni rinvenute nelle agende personali di Dell’Utri. Di cosa parlano i due? Lo rivela ancora Cucuzza: “Dell’Utri aveva promesso che si sarebbe attivato per presentare proposte molto favorevoli a Cosa Nostra sul fronte della giustizia, ovvero modifica del 41bis e sbarramento per gli arresti relativi al 416bis”. C’è un ulteriore collaborante, Francesco La Marca, che racconta di un episodio avvenuto nei primi mesi del 1994, quando Berlusconi è già sceso in campo ufficialmente. Mangano, poco prima delle elezioni, su preciso ordine di Bagarella e Brusca, si reca un paio di giorni a Milano per parlare con Dell’Utri. Tornato in Sicilia, Mangano è raggiante: “Tutto a posto! Dobbiamo votare Forza Italia! Così danno qualche possibilità di fatto del 41bis, i sequestri dei beni e per dedicare a noi collaboratori, per ammorbidire la legge”.

Sono proprio le richieste che Totò Riina aveva vergato di suo pugno sul “papello”, destinato poi a Vito Ciancimino perché lo facesse pervenire alle più alte cariche istituzionali, e che aveva come  oggetto dell’accordo una serie di benefici per i mafiosi: revisione del maxiprocesso, l’abolizione del 41 bis, l’annessione dei condannati ex. art. 416 bis c.p. ai benefici per i detenuti previsti dalla “Legge Gozzini”, normative di legge favorevoli agli appartenenti all’organizzazione criminale e garanzie per gli interessi economici, quali appalti e finanziamenti statali, degli stessi.

I contatti tra Provenzano e la Fininvest


A corroborare la tesi secondo cui Provenzano avrebbe instaurato una sorta di trattativa parallela con Dell’Utri, ci sono tre lettere indirizzate tra il ’91 e il ’94 a Berlusconi dal boss corleonese e recuperate nella documentazione sequestrata ai familiari di Vito Ciancimino. A parlarne è stato qualche mese fa Massimo Ciancimino, figlio dell’ex sindaco mafioso di Palermo Vito Ciancimino. Stando alla testimonianza di Ciancimino jr., la prima lettera fu a questi consegnata prima della trattativa del cd. “papello” da Pino Lipari, amministratore dei beni di Bernardo Provenzano e punto di riferimento per i contatti politici, alla presenza dello stesso boss corleonese nel villino di San Vito Lo Capo di proprietà del Lipari. Le altre due lettere risalirebbero al dicembre ’92 e ad inizio ’94. Il contenuto dell’ultima lettera indirizzata a Berlusconi (ritrovata durante una perquisizione nel 2005) concerne la richiesta, avanzata da Provenzano, di “mettere a disposizione (di Provenzano nda) le sue reti televisive (di Berlusconi nda)”, al fine di scongiurare il “triste evento” dell’uccisione di suo figlio. Il foglio su cui Provenzano ha avanzato questa offerta al futuro Onorevole Berlusconi è stato ritrovato strappato. Quando i magistrati di Palermo lo hanno mostrato a Massimo Ciancimino, questi si è detto preoccupato perché – ha riferito – “si tratta di cose troppo più grandi di me”.

Un altro documento importante al fine dell’accertamento della verità è un assegno, di cui parla sempre Ciancimino jr. dell’importo di 35 milioni firmato da Silvio Berlusconi; Ciancimino fu sorpreso a parlare dell’assegno con la sorella in un’intercettazione telefonica disposta dalla Procura di Palermo che indagava sul riciclaggio del patrimonio di Vito Ciancimino da parte del figlio. Ci sono poi tutta una serie di pagamenti, accertati in sede di giudizio, che pervenivano regolarmente nelle casse di Cosa Nostra dai conti correnti della Fininvest, in parte come riconoscimento per la protezione offerta Cosa Nostra alle antenne di Canale5 installate sul monte Pellegrino a Palermo. Le testimonianze in proposito sono molteplici e concordi. Giovan Battista Ferrante, ritenuto dal Tribunale un collaboratore di giustizia serio ed affidabile, profondo conoscitore delle dinamiche più interne di Cosa Nostra, riferisce che Salvatore Biondino, l’autista personale di Totò Riina, riceveva periodicamente, con cadenza semestrale o annuale, somme di denaro provenienti da Canale5 per tramite di Raffaele Ganci. Lo sa perché in alcune occasioni era presente lui stesso a queste consegne. Ferrante è certo che tutte queste somme di denaro (richieste e non) arrivavano almeno dal 1988 ed erano proseguite almeno fino al 1992. Queste dichiarazioni collimano perfettamente con quelle di un altro pentito, Galliano, che aveva spiegato come Raffaele Ganci, una volta scarcerato nel 1988, aveva ripreso in mano, su ordine di Riina, la situazione relativa ai soldi provenienti da Canale5 per mezzo di Dell’Utri e Cinà.

Esistono addirittura delle agende che testimoniano inconfutabilmente come per esempio nel 1990 Canale5 aveva versato nelle tasche di Cosa Nostra 5.000.000 di lire a titolo di “regalo”. A corroborare la versione dei vari pentiti c’è anche la dichiarazione del boss Galatolo, il quale si lamenta del fatto che fosse l’unico a non percepire somme di denaro da parte di Canale5: questa emittente pagava regolarmente “U cuirtu”, cioè Riina e i Madonia, ma non lui, che pur aveva sotto il suo controllo la zona palermitana di Acquasanta, in cui rientrava anche il monte Pellegrino. Ma c’è un altro pentito eccellente che su questa vicenda ha qualcosa da dire. Si tratta di Salvatore Cancemi. Egli conferma che fino a pochi mesi prima della strage di Capaci (23 maggio 1992) Berlusconi ancora era solito versare somme di denaro a Cosa Nostra per le “faccenda delle antenne”, una sorta di contributo all’organizzazione mafiosa di Totò Riina. Cancemi afferma di essere stato presente varie volte alla consegna di queste somme di denaro presso la macelleria di Raffaele Ganci: le mazzette erano da 50 milioni di lire, legate con un elastico. La somma annuale, secondo Cancemi, era di 200 milioni di lire.


Le rivelazioni di Luigi Ilardo


Dopo la vittoria alle elezioni del neonato partito di Berlusconi, secondo il boss e collaboratore di giustizia Luigi Ilardo “Provenzano ha ottenuto delle promesse dal nuovo apparato politico che ha vinto le elezioni in cambio dei voti ricevuti”. Infatti uno dei primi a parlare nello specifico di questa trattativa fu proprio Luigi Ilardo che rivelò alcune importanti informazioni al colonnello dei carabinieri Michele Riccio, principale accusatore del generale Mario Mori nel procedimento in cui quest’ultimo è imputato assieme al colonnello Mauro Obinu per favoreggiamento aggravato a Bernardo Provenzano. Il generale Mori ed il colonnello Obinu sono accusati di aver agevolato la latitanza di Provenzano non avendo fatto quanto possibile per catturarlo in occasione di un summit mafioso che si tenne il 31 ottobre del 1995 nelle campagne di Mezzojuso (PA) e che fu preannunciato dall’Ilardo al colonnello Riccio. Riguardo alle direttive di voto impartite da Cosa Nostra, il colonnello Riccio racconta di un episodio significativo raccontatogli da Ilardo poco prima di essere assassinato: “Ilardo viene a sapere che c’era stata anche una riunione a Caltanissetta presieduta dai palermitani e, se non ricordo male, i palermitani avevano mandato, così lui mi racconta, un personaggio insospettabile dell’organizzazione, non noto alle forze dell’ordine, dove già erano stata date delle prime nuove linee della strategia evolutiva di governo di Cosa Nostra. (…) Avevano tentato di fare prima un partito per conto loro, ma era fallita questa strategia di fare un loro soggetto politico gestito direttamente da Cosa Nostra. Era fallita e Provenzano aveva stabilito un contatto con un esponente dell’entourage di Berlusconi, di Forza Italia. Per cui c’era l’indirizzo di votare di lì a poco tutti per Forza Italia. Quindi avevano stabilito un contatto con un personaggio dell’entourage di Berlusconi il quale aveva già dato assicurazioni che ci sarebbero state normative giudiziarie a loro più favorevoli e anche aiuti nell’aggiudicazione degli appalti e dei finanziamenti statali. Ovviamente Cosa Nostra doveva raggiungere una sua compattezza unitaria. Infatti la direttiva che allora era stata data è che ogni provincia doveva nominare un unico responsabile provinciale, risolvere i contrasti interni ad ogni famiglia, ritornare a una serie di attività criminali meno esposte, meno violente in modo da ridurre progressivamente la repressione dello stato”.

Chi era quell’uomo insospettabile delle istituzioni? Riccio lo scoprirà più tardi, sempre dalla voce di Ilardo: “Fu un momento fortuito. Questo avvenne già quando non ero più alla Dia. Ilardo venne un giorno in macchina…avevo sempre…come tante mattine prima di incontrare Ilardo prendevo il giornale e se non ricordo male c’era sul giornale un articolo che riguardava problematiche tra Dell’Utri e Rapisarda… per cui dissi: – E’ questo qui…? – E lui: – Ci ha messo tanto a capirlo? Lei lo sapeva già. Perchè me lo chiede? – (…) Quindi io inserii nella mia agenda il nome di Dell’Utri

Martina Di Gianfelice e Federico Elmetti

LINK

a) Le “trattative” tra Cosa Nostra e pezzi dello stato – parte prima (Martina Di Gianfelice, 19luglio1992.com, 3 ottobre 2009)

b) Sentenza di primo grado Dell’Utri-Cinà emessa dalla seconda sezione penale del Tribunale di Palermo presieduta dal dott. Leonardo Guarnotta (11 dicembre 2004)

c) “Marcello, Silvio e la mafia”, il libro curato da Federico Elmetti per la guida alla lettura della sentenza di primo grado Dell’Utri-Cinà  (19luglio1992.com)

Gioacchino Genchi: “L’Italia nelle mani di un puparo indegno della P2”

“Il super-attentato ha l’ok del compaesano” Le carte di Firenze che turbano la politica – Politica – Repubblica.it

“Il super-attentato ha l’ok del compaesano” Le carte di Firenze che turbano la politica – Politica – Repubblica.it

Tra ’93 e ’94 il piano di una strage allo stadio Olimpico: così il pentito Spatuzza ne parla ai pm toscani
Il messaggio sarebbe arrivato da Graviano, boss indicato come vicino a Dell’Utri in alcune inchieste
“Il super-attentato ha l’ok del compaesano”
Le carte di Firenze che turbano la politica

di ATTILIO BOLZONI

“Il super-attentato ha l’ok del compaesano” Le carte di Firenze che turbano la politica

I pompieri tra le macerie dopo l’attentato a Firenze in via dei Georgofoli
ROMA – Prima ha parlato dell’uccisione di Paolo Borsellino con i procuratori di Caltanissetta, poi ha continuato a parlare con i procuratori di Firenze sulle stragi mafiose in Continente del 1993. E Gaspare Spatuzza, boss del quartiere palermitano di Brancaccio soprannominato “U’ tignusu” per le sue calvizie, ha cominciato dalla fine. Ha cominciato dal fallito attentato all’Olimpico, da quel massacro che nei piani di Cosa Nostra corleonese sarebbe dovuto avvenire una domenica pomeriggio allo stadio “per ammazzare almeno 100 carabinieri” del servizio d’ordine.

Per fortuna, quella volta qualcosa non funzionò nei circuiti elettrici del telecomando che avrebbe dovuto far saltare in aria un’auto – una Lancia Thema – con dentro 120 chili di esplosivo. Non ci fu strage. Ma rivela oggi il pentito Gaspare Spatuzza ai magistrati di Firenze: “Giuseppe Graviano mi disse che per quell’attentato avevamo la copertura politica del nostro compaesano”.

Le indagini riaperte sui massacri di diciassette anni fa sono disseminate di indizi che stanno portando gli investigatori a riesaminare uno scenario già esplorato in passato, ipotesi che girano intorno agli ambienti imprenditoriali milanesi frequentati dai fratelli Giuseppe e Filippo Graviano, boss di Palermo più volte citati – in inchieste e anche in sentenze – come vicini al senatore Marcello Dell’Utri. E’ a Firenze che hanno dato a Gaspare Spatuzza lo status di pentito (è entrato nel programma di protezione su richiesta della procura toscana), è a Firenze che il mafioso di Brancaccio sta svelando tante cose su quella stagione di “instabilità” mafiose a cavallo fra il 1992 e il 1994.

Rapinatore e poi sicario – è uno dei killer di don Pino Puglisi, il parroco ucciso a Palermo nel settembre 1993 – capo del mandamento di Brancaccio, legatissimo ai Graviano, Gaspare Spatuzza dopo avere fornito una diversa ricostruzione della strage di via D’Amelio (autoaccusandosi e smentendo il pentito Vincenzo Scarantino che a sua volta si era autoaccusato dello stesso massacro), è stato ascoltato sulle bombe di Firenze e Roma e Milano, dieci morti e centosei feriti.

E poi anche sul fallito attentato all’Olimpico, quello che – se fosse avvenuto – sarebbe stato uno degli ultimi atti della strategia mafiosa nell’attacco contro lo Stato. La “comprensione” del fallito attentato dell’Olimpico potrebbe, a questo punto, diventare la chiave per entrare in tutti i misteri delle stragi.

Inizialmente le ricostruzioni poliziesche avevano fatto risalire il progetto dell’attentato nel periodo ottobre-novembre 1993, poi il pentito Salvatore Grigoli aveva indicato una data precisa (domenica 31 ottobre, la partita era Lazio-Udinese), poi ancora un altro pentito – Antonio Scarano – aveva spostato di qualche mese il giorno della strage: 6 febbraio 1994, ventiduesima giornata di campionato, all’Olimpico l’incontro Roma-Milan. Gaspare Spatuzza racconta adesso alcuni restroscena cominciando con quella frase sulla “copertura politica”.

Dichiarazione che va ad aggiungersi a quelle precedenti scivolate nell’inchiesta sui “mandanti esterni” per le bombe in Continente, prima fra tutte quella di Nino Giuffrè, il capomandamento di Caccamo. Spiegava Giuffrè ai giudici di Firenze: “L’attentato dell’Olimpico doveva essere un messaggio mandato in alto loco… Sarà stato uno dei soliti colpi di testa di Leoluca Bagarella contro i carabinieri, magari perché gli avevano arrestato il cognato Totò Riina, o perché mirava ad altri discorsi, ad eventuali contatti che poi ci sono stati fra i carabinieri e parti di Cosa Nostra”.

Ma Antonino Giuffrè, più che della seconda ipotesi era convinto della prima. E spiegava ancora che – in quel periodo – dentro Cosa Nostra era già stato impartito l’ordine “di appoggiare la nuova formazione politica che era Forza Italia”, che Cosa Nostra non avrebbe mai più continuato con le stragi, che “se ci fosse stato l’attentato dello stadio Olimpico a Bagarella gli avrebbero senza dubbio staccato la testa: sarebbe morto”.

Le indagini di Firenze si incrociano con quelle della procura di Caltanissetta su Capaci e su via D’Amelio, con quelle di Palermo sulla famosa “trattativa” fra i Corleonesi e apparati dello Stato e infine quelle di Milano sugli investimenti in Lombardia dei fratelli Graviano. Dallo sviluppo di tutte questi filoni fra qualche mese affiorerà probabilmente qualcosa di più concreto, di più chiaro. Al momento sono soltanto “spunti investigativi”, sono tracce.

(13 settembre 2009)

mafia berlusconi contatto diretto per costruire il partito di cosa nostra

mafia berlusconi contatto diretto per costruire il partito di cosa nostra.

scritto da Gianni BarbacettoC’è un contatto diretto, nel 1994, tra Silvio Berlusconi,
e un uomo al lavoro per costruire il «partito di Cosa nostra».
È emerso al processo palermitano per mafia contro Dell’Utri

C’è stato un contatto telefonico diretto, nel 1994, agli albori di Forza Italia, tra Silvio Berlusconi e un uomo allora impegnato a costruire
«il partito di Cosa nostra». Lo ha raccontato un consulente della procura di Palermo, Gioacchino Genchi, in una delle udienze del processo in corso nella città siciliana con imputato Marcello Dell’Utri, accusato di concorso esterno in associazione mafiosa. A telefonare ad Arcore, al numero riservato di Berlusconi, alle ore 18.43 del 4 febbraio 1994, è il principe Domenico Napoleone Orsini.

Esponente dell’aristocrazia nera romana, massone, Orsini è in contatto con il capo della P2 Licio Gelli, che va anche a incontrare a villa Wanda, ad Arezzo. Dopo una gioventù nell’estrema destra neofascista, nei primi anni Novanta Orsini si scopre leghista. Nel novembre 1993 accoglie Umberto Bossi che scende nella Roma ladrona per incontrare i suoi sostenitori nella capitale: si riuniscono nella villa di Trastevere di Gaia Suspisio per una cena e brindisi con Veuve Cliquot, costo politico centomila lire, a cui partecipano, tra gli altri, il giornalista Fabrizio Del Noce, la vedova del fondatore del Tempo Maria Angiolillo e Maria Pia Dell’Utri, moglie di Marcello. Mentre viene servita la crostata di frutta, Bossi si avventura in un comizio di tre quarti d’ora, che si conclude solo quando la brigata si trasferisce al Piper, storica discoteca romana.Orsini si impegna nella Lega Italia federale, articolazione romana della Lega nord. Ma, forte dei contatti con Gelli, lavora per un progetto più ampio: riunire tutti i movimenti «separatisti», tutte le «leghe» nate in quei mesi nel Sud del Paese. Sono per lo più uomini della massoneria a fondare in molte regioni del Sud, dalla Calabria alla Lucania, dalla Puglia alla Sicilia, piccoli gruppi che si ispirano alla Lega di Bossi. I partiti storici, Dc in testa, sono allo sbando, anche per effetto delle inchieste di Mani pulite. Molti lavorano sotto traccia per riempire quel vuoto politico, mentre le stragi del ’92, in cui muoiono Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, e del’93, a Firenze, Roma e Milano, destabilizzano il Paese.

Il principe Orsini è tra i più attivi in quei mesi: contatta i notabili che hanno fondato le «leghe del Sud», li riunisce, si offre come loro candidato unico alle elezioni, proponendo la costituzione di un’unica, grande «Lega meridionale», in rapporti ambivalenti con la Lega di Bossi: contrapposizione polemica, dichiarata riscossa del Sud contro il Nord, ma sostanziale alleanza e convergenza d’intenti, nel comune progetto di spezzare e frantumare l’Italia. Nello stesso periodo, qualcun altro era molto attivo negli stessi ambienti. Lo racconta Tullio Cannella, uomo molto vicino al capo militare di Cosa nostra, Leoluca Bagarella, impegnato nelle stragi: «Sin dal 1990-91 c’era un interesse di Cosa Nostra a creare movimenti separatisti; erano sorti in tutto il Sud movimenti con varie denominazioni, ma tutti con ispirazioni e finalità separatiste. Questi movimenti avevano una contrapposizione “di facciata” con la Lega nord, ma nella sostanza ne condividevano gli obiettivi. Successivamente, sorgono a Catania il movimento Sicilia libera e in altri luoghi del Sud movimenti analoghi. Tutte queste iniziative nascevano dalla volontà di Cosa nostra di “punire i politici una volta amici”, preparando il terreno a movimenti politici che prevedessero il coinvolgimento diretto di uomini della criminalità organizzata o, meglio, legati alla criminalità, ma “presentabili”». È la mafia che si fa partito: dopo aver constatato l’inutilizzabilità della Democrazia cristiana, che aveva lasciato diventare definitive le condanne al maxiprocesso di Palermo, Totò Riina e i suoi cercano figure «presentabili» per varare in proprio una nuova forza politica.

«Nell’ottobre 1993», continua Cannella, «su incarico di Bagarella costituii a Palermo il movimento Sicilia libera», che apre una sede in via Nicolò Gallo e ha tra i suoi animatori, oltre allo stesso Cannella, anche Vincenzo La Bua. A Catania era nata la Lega Sicilia libera, controllata da Nando Platania e Nino Strano. Programma: la separazione dall’Italia della Sicilia, che doveva diventare «la Singapore del Mediterraneo», con conseguente possibilità di varare leggi più favorevoli a Cosa nostra, bloccare i «pentiti», annullare l’articolo 41 bis dell’ordinamento carcerario che aveva introdotto il carcere duro per i mafiosi, formare in Sicilia una autonoma Corte di cassazione…

I fondatori di «cosa nuova»
Agli uomini di Cosa nostra non sfugge fin dall’inizio che questo progetto è ambizioso e di difficile realizzazione. Per questo si lasciano aperta un’altra possibilità: cercare rapporti e offrire sostegno a nuove forze politiche nazionali che stanno nascendo sulle rovine del vecchio sistema dei partiti. «Le due strategie già coesistevano», racconta Cannella, «e lo stesso Bagarella sapeva della prossima “discesa in campo” di Silvio Berlusconi».

È Forza Italia, dunque, la carta di riserva di Cosa nostra. I suoi uomini sono informati in anticipo, attraverso canali privilegiati, dei programmi di Forza Italia. Li conoscono addirittura prima che il nome Forza Italia sia lanciato da Berlusconi sul mercato della politica. Prosegue infatti Cannella: «Bagarella, tuttavia, non intendeva rinunciare al programma separatista, perché non voleva ripetere “l’errore” di suo cognato (Riina, ndr), cioè dare troppa fiducia ai politici, e voleva, quindi, conservarsi la carta di un movimento politico in cui Cosa nostra fosse presente in prima persona. Inoltre, va detto che vi era un’ampia convergenza tra i progetti, per come si andavano delineando, del nuovo movimento politico capeggiato da Berlusconi e quelli dei movimenti separatisti. Si pensi Si pensi al progetto di fare della Sicilia un porto franco, che era un impegno dei movimenti separatisti e un impegno dei siciliani aderenti a Forza Italia. Si pensi ancora che, all’inizio del 1994, da esponenti della Lega nord (Tempesta, Marchioni e il principe Orsini), con i quali avevo avuto diretti contatti, ero stato notiziato dell’esistenza di trattative fra Bossi e Berlusconi per un apparentamento elettorale e per un futuro accordo di governo che prevedeva, fra l’altro, il federalismo tra gli obiettivi primari da perseguire. Marchioni mi aveva riferito che un parlamentare della Lega nord, questore del Senato, aveva confermato che il futuro movimento, che avrebbe poi preso il nome di Forza Italia, aveva sposato in pieno la tesi federalista».

Giovanni Marchioni, un imprenditore vicino alla Lega Italia federale, l’articolazione romana della Lega nord, ha confermato che i promotori delle «leghe del Sud» si sono riuniti a Lamezia Terme. Erano presenti, tra gli altri, La Bua e Strano per Sicilia libera, oltre ai rappresentanti di Calabria libera, Lucania libera e Campania libera. In questa occasione il principe Orsini si propone come candidato unico del futuro raggruppamento di tutte quelle organizzazioni. Orsini conferma tutto ai magistrati palermitani e ammette «di avere chiaramente intuito il tipo di interessi che Sicilia libera intendeva tutelare», scrivono i magistrati di Palermo, «specialmente dopo che Cannella gli disse esplicitamente che “occorreva tenere un discorso all’Ucciardone per poi perorare la causa del noto 41 bis dell’ordinamento penitenziario”».

Già verso la fine del 1993, comunque, un boss di Cosa nostra impegnato in prima persona nella strategia delle stragi avverte Cannella che quella del movimento separatista non è l’unica via: «Nel corso di un incontro con Filippo Graviano, questi, facendo riferimento al movimento Sicilia libera di cui ero notoriamente promotore, mi disse testualmente: “Ti sei messo in politica, ma perché non lasci stare, visto che c’è chi si cura i politici… Ci sono io che ho rapporti ad alti livelli e ben presto verranno risolti i problemi che ci danno i pentiti». Graviano e, nell’ombra, Bernardo Provenzano, nei mesi seguenti constatano che la strada separatista non è percorribile. È in questo clima che si intrecciano rapporti frenetici tra esponenti delle «leghe» e uomini di Forza Italia.

Gioacchino Genchi è un poliziotto esperto in analisi dei traffici telefonici. Da tempo è in aspettativa dalla Polizia e dal suo ufficio di Palermo pieno di computer svolge il ruolo di consulente per diverse procure italiane. Per quella di Palermo ha analizzato, con i suoi programmi e i suoi data base, i flussi telefonici dei protagonisti della stagione di Sicilia libera. Scoprendo nei tabulati della Telecom e degli altri gestori telefonici una serie di contatti insospettabili.

Quel 4 febbraio 1994
Il giorno chiave è il 4 febbraio 1994. Il principe Orsini alle 10.50 telefona a Stefano Tempesta, esponente leghista vicino a Sicilia libera. Nel primo pomeriggio, alle 15.55, raggiunge al telefono Cannella, l’inviato di Bagarella nella politica. Subito dopo, alle 16.14, chiama la sede di Sicilia libera a Palermo. Alle 18.43 chiama Arcore: il numero è quello riservato a cui risponde Silvio Berlusconi. Immediatamente dopo chiama Marcello Dell’Utri. Alle 19.01 telefona di nuovo a Tempesta, che raggiunge ancora alle 19.20. Nei giorni successivi i contatti di Orsini continuano. Il 7 febbraio 1994, alle 17.34, chiama Sicilia libera. Il giorno dopo parla due volte con Dell’Utri. Il 10 febbraio alle 13.26 telefona a Cesare Previti. Il 14 febbraio contatta ancora Dell’Utri e, alle 16.04, Vittorio Sgarbi.

L’analisi al computer dei tabulati di migliaia di telefonate, naturalmente, non può far conoscere i contenuti dei contatti. Ma rivela i rapporti, le connessioni. Un deputato regionale siciliano dell’Udc, Salvatore Cintola, per esempio, nel periodo tra il 9 ottobre 1993 e il 10 febbraio 1994 chiama 96 volte il cellulare di Tullio Cannella, l’uomo di Sicilia libera. In quei mesi cruciali a cavallo tra il ’93 e il ’94 sono molti i contatti tra la sede di Sicilia libera e i numeri della Lega nord, a Roma, a Verona, a Belluno. Poi, quando l’opzione «leghista» tramonta, crescono i rapporti telefonici con uomini di Forza Italia. Gianfranco Micciché, Gaspare Giudice, Pippo Fallica, Salvatore La Porta. E Giovanni Lalia, che di Forza Italia siciliana è uno dei fondatori. È lui che dà vita al club forzista di Misilmeri, che anima il gruppo che si riunisce all’Hotel San Paolo di Palermo, formalmente posseduto dal costruttore Gianni Ienna, ma considerato dagli investigatori proprietà dei Graviano e per questo confiscato. È sempre lui, Lalia, che cede il suo cellulare a mafiosi di Misilmeri, il giro di Giovanni Tubato (poi ucciso) e Stefano Benigno (cugino di Lalia, in seguito condannato per le stragi del ’93).

Le analisi dei traffici telefonici mettono in risalto anche gli intensi rapporti tra Marcello Dell’Utri e un gruppo di imprenditori siciliani attivi a Milano nel settore delle pulizie, capitanati da Natale Sartori e Antonino Currò, arrestati poi nel 1998 a Milano. Il gruppo di Sartori e Currò era a sua volta in strettissimi rapporti con il mafioso Vittorio Mangano, un tempo «stalliere» nella villa di Berlusconi ad Arcore. Un capomafia del peso di Giovanni Brusca ha testimoniato a Palermo che il tramite tra Berlusconi e Cosa nostra, a Milano, sarebbe proprio «un imprenditore nel settore delle pulizie». Chissà, si sono chiesti gli investigatori del caso Sartori-Currò, se ha a che fare con i nostri eroi.
Ma per ora quell’imprenditore – ammesso che esista – è rimasto senza volto e senza nome.

Restano soltanto i fili sottili dei rapporti intrecciati, nel momento forse più drammatico della storia italiana del dopoguerra,
tra gli uomini di Cosa nostra, i promotori delle leghe, i fondatori di Forza Italia.
Che questi contatti ci siano stati è ormai certo.
Che cosa si siano detti, quali trattative, quali eventuali promesse si siano fatti non è invece ancora dato di sapere con certezza. Il momento fondativo della cosiddetta Seconda Repubblica resta avvolto nel mistero.

Diario, 21 marzo 2003

Pietro Orsatti » Blog Archive » Via D’Amelio, l’intricata trama di un massacro ancora impunito

Pietro Orsatti » Blog Archive » Via D’Amelio, l’intricata trama di un massacro ancora impunito.

Mafia – Continuano le indagini sull’estate del ’92, in particolare sull’uccisione di . Due ex colleghi del pm aspettano 17 anni per parlare, mentre scompare una carta sim di Ciancimino. Troppe domande rimangono senza risposta

Di Pietro Orsatti su Terra

Massimo Ciancimino pochi giorni fa era spaventato, soprattutto affermava di temere di “non arrivare vivo” all’udienza per ora convocata il 17 settembre sul processo di secondo grado a Marcello Dell’Utri. Ieri a , dove ha deposto in un processo sui rapporti tra e imprenditori davanti al procuratore capo di Vincenzo D’Agata e al sostituto Antonino Fanara, ostentava : «Sul papello non posso rispondere, ma come ho già detto altre volte non sarà mai per un atteggiamento di mio diniego il far mancare documenti alla magistratura». Ormai è un fiume in piena, il figlio di don Vito il sindaco del sacco di , e parla e conferma e accusa. Allo stesso tempo, in particolare sulle indagini che si stanno conducendo a Caltanissetta in coordinamento con la procura di sulle stragi del ’92 e in particolare su quella di , ogni giorno in uno stillicidio di rivelazioni compaiono nuovi elementi sempre allarmanti. Come l’ultima deposizione di due magistrati proprio a Caltanissetta da dove emergerebbe come avrebbe affidato a due giovani colleghi, un uomo e una donna, ai tempi in cui era procuratore di Marsala un elemento inquietante, un’accusa, che vista con gli occhi di oggi, apre ulteriori scenari: «Qualcuno mi ha tradito». La domanda è, oggi, perché i due ex colleghi di abbiano aspettato circa 17 anni per fornire questo elemento. Ma è una domanda finora senza risposta. Come è senza risposta in che modo sia scomparsa dall’archivio prove della Corte di Assise di , una carta sim di Ciancimino in cui erano tracciabili i collegamenti con almeno un uomo dei servizi implicato nella trattativa fra e . La trattativa che forse creò i presupposti per l’eleminazione di . E allora andiamo a ricostruire di che cosa si parla oggi, a 17 anni di distanza. Secondo Ciancimino jr, a «farsi sotto» furono i , quando a fine giugno ’92 il capitano De Donno contattò, durante un viaggio aereo da a , Massimo Ciancimino per chiedergli di convincere suo padre a incontrare il generale Mario Mori e aprire una fase di dialogo e di scambio con Riina. Questa fase iniziale ha anche dei riscontri processuali. Ciancimino accettò e anche Riina si rese disponibile. Quello che si ipotizza ora, invece, è che ci siano stati “pezzi dei servizi” che, per accelerare il processo di trattativa in corso, esercitarono pressioni su Riina per mettere in atto la strage di e uccidere che, sempre secondo una delle ipotesi di indagine, si era posto “di traverso” nel naturale svolgimento della trattiva. Poi nell’autunno si apre una seconda fase della trattativa, che dopo si era bloccata invece che essere facilitata, in cui compare un nuovo personaggio, Bernardo “Binnu” Provenzano da tempo in disaccordo con Riina e la sua strategia stragista. Un’ipotesi, sempre più accreditata, vuole che una sorta di “patto” viene siglato e che Binnu consegni di fatto Riina ai , indicandone il covo e la rete di protezione. Questa ultima ipotesi, ovvero uno scenario in cui Riina e Provenzano sono diventati non solo avversari ma addirittura nemici, è confermato dalla testimonianza di una pentita di , Giusy Vitale, che parla di un progetto anni dopo di Riina di far uccidere Binnu reo del tradimento e di una riapertura all’ala della , gli “americani”, sopravissuti alla guerra di voluta e condotta da Riina stesso. E sembra che anche oggi, con alcune dichiarazioni di Ciancimino, sia sul tavolo degli inquirenti il caso del “tradimento” di Provenzano e della sua collaborazione con chi lo catturò di lì a poco: i del generale Mori e di Ultimo, che però dimenticarono di perquisire il covo di Riina per settimane (e per questo Mori e il sui vice Obinu sono sotto processo) consentendo a Leoluca Bagarella di prelevare l’archivio del boss arrestato. Archivio che, secondo alcuni pentiti, poi andò nelle mani di e che tuttora sarebbe in custodia del boss di Castelvetrano.