Archivi tag: libertà di stampa

Egregio Presidente | gli italiani

SOTTOSCRIVI la lettera al Presidente Napolitano. “Migliaia di italiani saranno costretti a violare la legge per difendere la Costituzione”

Leggi tutto: Egregio Presidente | gli italiani.

Antimafia Duemila – Lettera a Silvio Berlusconi

Fonte: Antimafia Duemila – Lettera a Silvio Berlusconi.

Pubblichiamo di seguito la lettera che Gaetano Alessi, giornalista di Articolo 21, ha inviato al Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi. La lettera, decisamente accusatoria, è stata letta da Pino Maniaci durante l’ultimo incontro del Festival delle Radio Universitarie 2010 a Perugia.

All’incontro, dedicato ai media come strumento di lotta alla criminalità organizzata, ha visto una Sala dei Notari colma e interessata e ha visto la partecipazione anche di Danilo Sulis.

“Gentilissimo Presidente,
le scrivo in rappresentanza delle centinaia di testate locali che ogni giorno, nel nostro Paese, si battono per la libertà di espressione. Piccoli “nidi di ragno” innestati in territori spesso difficili o come, nel nostro caso, in terra di mafia, clientelismo e corruzione.
Gentilissimo Presidente, ogni giorno “giornalisti per amore” vengono pestati, minacciati, intimiditi per l’unica colpa di volere raccontare la verità, di tentare di rendere onore ai padri costituenti che ci regalarono l’articolo 21 della Costituzioni ed, insieme ad esso, la democrazia e la libertà col costo di migliaia di vite umane.
Siamo carne da macello, signor Presidente, alla mercè di mafiosi, politici corrotti e battaglie, nelle denunce da Trento a Trapani. Siamo anche quelli che conoscono meglio il territorio, perchè lo viviamo ogni giorno. Perchè col mafioso e col politico corrotto che denunciamo spesso ci tocca dividere il bancone dello stesso bar. Siamo anticorpi democratici di un Paese che, anche grazie al suo Governo, sta andando in cancrena. Abbiamo mille volti e mille mezzi. Siamo blogger, speaker, redattori, scriviamo via web, parliamo via etere, raccontiamo su carta. Non siamo giornalisti ma veniamo perseguitati come tali. Abbiamo i nostri eroi, alcuni scolpiti nella storia come Peppino Impastato, altri fortunatamente ancora liberi di esperimere il proprio pensiero come Carlo Ruta o Riccardo Orioles. Soprattutto gentilissimo Presidente abbiamo fatto la nostra scelta: la nostra libertà vale molto di più della nostra vita.
Dove non hanno potuto i bossoli, le lettere intimidatorie, le minacce, le denunce, le querele mirate, dove non ha potuto la più potente ed influente famiglia politico/mafiosa della Sicilia, non potrà una legge canaglia come quella sulle intercettazioni.
Lei e il suo fido Alfano v’illudete che una norma moralmente illegale possa diventare prassi solo perchè vergata su crismi di burocratica legalità.
Signor Presidente noi continueremo a fare il nostro lavoro, raccontando quello che avviene, anticipando la notizia, veicolando le news e se il caso, scrivendo quello che (secondo voi) non si deve raccontare.
“Disonorare i mascalzoni è cosa giusta, perchè, a ben vedere, è onorare gli onesti”. Sa perchè gentilissimo Presidente non potrà mai batterci? Perchè giochiamo su un terreno a lei sconosciuto. Quello della libertà individuale che diventa patrimonio collettivo. Non siamo in vendita e sappiamo “resistere” a tutto.
Siamo liberi e quello che facciamo lo facciamo di tasca nostra, rischiando di nostro. Perchè è facile dire per una grande testata “noi resisteremo” dall’alto d’avvocati ben pagati e gruppi editoriali forti ma è ben più difficile farlo quando quel poco che hai in soldi di carta e rabbia ti serve anche per mangiare ogni giorno.
Ma lo facciamo in tutta Italia, da classici signor Nessuno, senza enfasi o protagonisti. Perchè amiamo il bello del nostro Paese e ogni muro amico che ci ha visto piangere o sognare. Perchè diciamo ogni giorno di voler mollare ed ogni giorno troviamo la forza di andare avanti. Perchè amiamo le nostre donne e ci perdiamo negli occhi dei nostri figli a cui vorremmo consegnare qualcosa di più bello del Paese attuale.
Ed abbiamo riferimenti etici alti: Pietro Ingrao, Vittoria Giunti, Luigi Ciotti, Paolo Borsellino, Giovanni Falcone e quel Pietro Calamandrei che dei partigiani italiani diceva così: “Essi sono morti senza retorica, senza grandi frasi, con semplicità, come se si trattasse di un lavoro quotidiano da compiere: il grande lavoro che occorreva per restituire all’Italia libertà e dignità. Di questo lavoro si sono riservata la parte più dura e più difficile: quella di morire, di testimoniare con la fede e la morte la fede nella giustizia. A noi è rimasto un compito cento volte più agevole: quello di tradurre in leggi chiare, stabili e oneste il loro sogno di una società più giusta e più umana, di una solidarietà a tutti gli uomini alleati a debellare il dolore. Assai poco, in verità, chiedono ai nostri morti. Non dobbiamo tradirli”.
Non li tradiremo signor Presidente.
“Se ci volete silenti dovrete spararci” dicemmo, ad uno scagnozzo mafioso che ci intimava di tacere.
Lo ripetiamo a lei che con l’aureola della legalità vuole imporci lo stesso mafioso silenzio.
Non taceremo e non molleremo neppure un centrimetro. Quindi signor Presidente non ha altra scelta: ritiri la legge o prepari tanti proiettili, perchè siamo in molti. Indietro non torniamo… neanche per prendere la rincorsa.

Tratto da: articolo21.org

Il diritto di cronaca? Un reato. E l’articolo 21 della Costituzione? «Ci avete rotto i coglioni» | gli italiani

Fonte: Il diritto di cronaca? Un reato. E l’articolo 21 della Costituzione? «Ci avete rotto i coglioni» | gli italiani.

di Pietro Orsatti

Questo non è un Paese serio. O meglio, è un Paese delle barzellette che sta precipitando in un dramma. Dopo giorni di inattività del Parlamento annichilito dall’ondata di notizie proveniente dall’inchiesta Grandi Eventi, ora si fanno le ore piccole in commissione giustizia del Senato per approvare il DDL intercettazioni. Blindata, la proposta del governo, punitiva verso i cronisti e cittadini che intendano diffondere notizie. Scandalosamente anticostituzionale (anche il ridicolo emendamento Pd, l’unico infatti a passare, relativo alle registrazioni che solo un giornalista professionista potrebbe fare). Che prevede multe e galera a chi, rispettando la Costituzione e l’articolo 21 della stessa, esercita il proprio diritto di espressione e, nel caso dei giornalisti, di cronaca. Attenzione, qui non si sta parlando di pubblicare atti coperti da segreto istruttorio. Si sta votando una legge che prevede che non si possa più pubblicare nessun atto giudiziario “depositato”, quindi pubblico. PUBBLICO.

In questo nauseabondo tentativo di cancellare una delle libertà fondamentali di una democrazia, l’iter del DDL diventa di ora in ora grottesco.

Ecco un take di agenzia del pomeriggio che ci racconta quello che sta avvenendo a palazzo Madama

Il clima in commissione Giustizia del Senato che sta esaminando il ddl intercettazioni è stato abbastanza sereno fino a quando non si è arrivati ad affrontare le norme sulla libertà di stampa. Sul comma 26 dell’articolo 1, infatti, la discussione si è fatta accesa e sono volate anche parole grosse. Al senatore Vincenzo Vita (Pd) che stava parlando di articolo 21 della Costituzione e di necessità di garantire libero accesso all’informazione, ha replicato duramente il collega del Pdl Mariano Delogu dicendo ad alta voce: «ci stanno rompendo i coglioni!». La reazione dell’esponente della maggioranza ha scatenato critiche anche tra i senatori del Pdl. E immediata è stata la replica di Vita: «Io non sono abituato a questi toni, avete perso il senso della misura». «Da questo momento in poi – incalza il vicepresidente del gruppo del Pd Felice Casson – faremo vero ostruzionismo, senza concedere tregua. Non ci sono, infatti, margini per tentare di raggiungere un’intesa nè sui tempi, nè sui modi, nè sui contenuti. Da ora si interverrà a oltranza». Per tentare di placare gli animi è arrivato in commissione Giustizia anche il presidente dei senatori del Pdl Maurizio Gasparri. Il capogruppo del Pdl sta ora tentando di arrivare ad una mediazione almeno per quanto riguarda i tempi del dibattito che, al momento si annunciano ancora molto lunghi. (ANSA)

Parleremo in futuro solo delle epidemie virali che colpiscono le gardenie? O della salatura del prosciutto? Oppure faremo inchieste sulle candela di citronella quando arrivano le zaznzare? O della tinta di capelli di moda quest’anno?

Prepariamoci a trasformarci, quando il testo che sarà approvato diventerà pubblico, a essere l’anomalia delle democrazie occidentali.

God bless America! Come ayatollah iraniani o funzionari cinesi due magistrati di Bari (Italia) hanno ordinato alla Polizia postale di oscurare questo blog, che però ha sede negli Stati Uniti e dunque non può essere imbavagliato all’italiana. « Il Blog di Carlo Vulpio

Gravissimo attacco alla libertà di stampa, tutto il nostro appoggio al giornalista Carlo Vulpio. Per la cronaca anche il nostro blog è su server americani.

Fonte: God bless America! Come ayatollah iraniani o funzionari cinesi due magistrati di Bari (Italia) hanno ordinato alla Polizia postale di oscurare questo blog, che però ha sede negli Stati Uniti e dunque non può essere imbavagliato all’italiana. « Il Blog di Carlo Vulpio.

Qualche giorno fa, ho “scoperto” di essere in Iran. O in Cina. Sì, insomma, in uno di quei Paesi in cui Internet è considerato il pericolo pubblico numero uno e i blog e tutti i siti web, quando non piacciono, cosa che accade molto spesso, vengono oscurati. Spenti. Chiusi. Soppressi.
E’ stata sufficiente una querela per diffamazione per un articolo comparso su questo blog affinché il procuratore aggiunto di Bari, Pasquale Drago, e il gip di Bari, Vito Fanizzi, non ci pensassero due volte. Per loro, una querela basta e avanza per concludere che l’intero blog vada sottoposto a sequestro preventivo.

Una cosa che, mi ha spiegato il mio avvocato, non accade quasi mai, e mai quando si discute di diffamazione.

Non hanno minimamente pensato, pm e gip, che forse, in attesa di un processo e di una sentenza che accertino se effettivamente c’è stata diffamazione, potevano “limitarsi” a chiedere la rimozione dell’articolo “incriminato”. No. Loro si sono buttati a corpo morto sul blog.

Come ayatollah iraniani, o come funzionari statali cinesi, Drago e Fanizzi hanno deciso che assieme all’articolo (il contenuto) si debba colpire, con il sequestro e quindi con l’oscuramento, anche il blog (il contenitore).
E’ come se per un articolo di giornale giudicato diffamatorio venisse chiuso il giornale(attenzione: “giudicato” tale con una sentenza definitiva, perché fino a quel momento la stampa è insequestrabile; non semplicemente considerato diffamatorio da un pm e da un gip). Oppure, con lo stesso metro, è come se una volta giudicato diffamatorio un libro, si decidesse di chiudere la casa editrice.
E meno male che siamo in Italia. Meno male che abbiamo gli articoli 2 e 21 della Costituzione. Quella stessa Costituzione che molti di questi magistrati, all’occorrenza, cioè quando gli fa comodo, portano in processione, ostentandola quasi fosse un simbolo sacro, come da qualche tempo a questa parte accade soprattutto in apertura dell’anno giudiziario.
Ma Drago e Fanizzi, degli articoli 2 e 21 della Costituzione se ne sono impipati.
Nel nostro caso, la querela che ha fatto scattare l’Azione della Giustizia porta la firma di Giuseppe Cascini, segretario dell’Anm, l’Associazione nazionale magistrati.
Nel nostro caso, altro che giustizia lenta. Pensate, il “dragoniano” pm ha chiesto l’oscuramento del blog il 17 giugno 2009 e sei giorni dopo, rapido come un treno dell’alta velocità, il gip gliel’ha accordata. E mica perché la querela era del segretario dell’assoziazione di categoria. Come tutti sanno, la Giustizia ha una sola velocità, uguale per tutti, per le querele dei magistrati, dei magistrati-politici, dei politici semplici e dei comuni cittadini. Uguale uguale.
Per esempio, come molti di voi sanno, qualche tempo fa ho querelato il presidente della giunta regionale di Puglia, Nicola Vendola, proprio alla procura di Bari, per le false e ingiuriose accuse che mi aveva scagliato contro. Bene. Ho dovuto aspettare “soltanto” due anni e mezzo per sapere che il pm Francesca Pirrelli aveva deciso di astenersi da quel procedimento in quanto molto amica di Vendola – decisione che però l’ineffabile pm ha preso solo dopo la mia richiesta al procuratore generale affinché avocasse a sé l’indagine per inerzia nell’esercizio dell’azione penale da parte dello stesso pm.
Poi, passato il fascicolo all’ex capo della procura barese, Emilio Marzano, ho avuto modo di apprezzarne la solerzia. Sì, nel chiedere l’archiviazione della mia querela. Con la singolarissima motivazione che era vero che Nicolino mi aveva “gravemente diffamato”, ma io, accidenti a me, lo avevo “provocato” con i miei articoli (che non essendo stati accusati d’essere diffamatori devono dunque considerarsi fondati)! Avete capito bene. Per l’ex capo della procura barese, non solo la legittima critica giornalistica, garantita dalla Costituzione, non è altro che “provocazione”, ma addirittura il “criticato” (pardon, “provocato”) può per questa ragione impunemente e “gravemente” diffamare.
Ma torniamo agli ayatollah o, se preferite, ai funzionari cinesi del palazzo di giustizia di Bari. La loro voglia di oscuramento facile, nel nostro caso, non è stata esaudita. E infatti, state leggendo questa storia proprio su questo blog, che è scampato all’oscuramento giudiziario. Come mai?
E’ successo che la Polizia postale ha comunicato ai magistrati, i succitati Vito & Pasquale, che l’ordine “dragoniano” non poteva essere eseguito, in quanto la piattaforma di questo blog ha sede negli Stati Uniti (e beh, una piccola precauzione… Iran e Cina non ce ne vogliano).
Loro, Vito & Pasquale, ci sono rimasti un po’ male. Anche perché forse volevano solo farmi una sorpresa, come quelle che piacevano allo sceriffo di Nottingham e oggi fanno la felicità di Hu Jintao: hanno ordinato alla Polizia postale di chiudere questo blog solo per farmi ritrovare un bel mattino di fronte a uno schermo nero, in cui dopo qualche secondo si sarebbe materializzata la scritta “Se credi di essere su Scherzi a parte ti sbagli”.
Devo dire che un po’ mi dispiace non aver potuto accontentarli. Avessero chiuso il blog, avrei potuto fare un po’ la parte del martire, e chissà, magari mi avrebbe chiamato Fabio Fazio a “Che tempo che fa”, o la Serena Dandini a “Parla con me”, o Michele Santoro ad “Annozero”, o Giovannino Floris a “Ballarò”, e insomma avrei potuto sperare in quella solidarietà, soprattutto “de sinistra”, che è taaanto democratica e taaanto perbene. Invece adesso nessuno di questi mi inviterà, ma ciò che è peggio nessuno di questi (e nemmeno degli “altri”, ovviamente) parlerà di bavaglio alla libertà di espressione e di informazione. Troppo rischioso, non essendoci di mezzo il solito Caimano, ma gente togata.
E allora, permettetemi un consiglio: se non volete correre rischi, la piattaforma dei vostri blog piantatela oltre Oceano. Negli States, of course. Così, quando vi cerca qualche ayatollah, o qualche funzionario cinese, o la Polizia postale, potrete cavarverla con una semplice esclamazione. “God bless America”. Loro capiranno.
p.s.
Se avete ancora qualche minuto, leggete questo articolo (La macchina perfetta della censura cinese)

Berlusconi: nel nostro Paese c’è fin troppa libertà di stampa – Repubblica.it

Berlusconi è il gran maestro del negare tutto, pure l’evidenza. Non ha proprio senso del ridicolo.

Fonte: Berlusconi: nel nostro Paese c’è fin troppa libertà di stampa – Repubblica.it.

…Riferendosi ad altri rapporti internazionali, in cui il grado di libertà di stampa italiana era giudicato assai basso, il capo del governo – alla presenza del segretario generale dell’Ocse, Angel Gurria – ha dichiarato: “Ci siamo visti mettere in situazioni di grande distanza dai primi ma se c’è una cosa in Italia su cui c’è la sicurezza di tutti è che ce n’è fin troppa di libertà di stampa. Questo non è discutibile”.

Gli risponde Giorgio Merlo, vicepresidente della commissione di Vigilanza Rai, e ricorda: “L’Italia in materia di libertà di stampa, è in fondo alla classifica dei paesi più sviluppati”. E che “dal 1994, e cioè dalla discesa in campo di Berlusconi”, c’è un “rapporto anomalo e singolare tra la politica e l’informazione, che esiste tuttora”. Più tranchant Massimo Donadi, capogruppo Idv alla Camera: “Berlusconi le spara fin troppo grosse. Non vorremmo neanche replicare a chi dice che c’è fin troppa libertà di stampa, perchè non è mai troppa. Sappiamo che Berlusconi non gradisce le voci libere ed i giornalisti con la schiena dritta, tanto che tenta continuamente di mettere il bavaglio alla stampa”. “Quelle del premier Silvio Berlusconi sono le parole di un caudillo al potere che controlla, governa e manipola l’informazione” commenta il presidente nazionale dei verdi Angelo Bonelli. “Berlusconi ha il pieno controllo su tutti gli organi di stampa tant’è che le forze politiche di opposizioni non presenti in Parlamento sono state espulse dal circuito dell’informazione”…

Blog di Beppe Grillo – Il sorpasso di Tonga

Fonte: Blog di Beppe Grillo – Il sorpasso di Tonga.

Nell’isola di Tonga, isola dell’Oceania, capitale Nuku’alofa, regna George Tupou V. Tutta l’industria è nelle mani della sua famiglia. La corruzione è molto diffusa. Nella classifica per la libertà di informazione Tonga ci ha superati. Se i tongani sono semi liberi e producono banane, gli italiani cosa sono e cosa producono?
Freedom House ha pubblicato la nuova classifica della libertà di stampa. Sostanzialmente siamo rimasti tra la 72° e la 75° posizione, ma ci siamo confermati l’unico Paese dell’europa occidentale “parzialmente libero”. Complimenti a Tonga che dopo un lungo inseguimento (l’anno scorso eravamo pari) ci ha superato. Ora attendiamo il sorpasso di Namibia e Timor Est. Comparazione dei dati 2009/2010.” Alessandro Beneduce

Antimafia Duemila – Liberta’ di stampa, anomalia Italia. Al 49° posto

Antimafia Duemila – Liberta’ di stampa, anomalia Italia. Al 49° posto.

Il dossier di Reporter senza frontiere. L’Italia scivola al 49esimo posto. Rsf accusa Berlusconi: controlla tutte le tv e “ha moltiplicato gli attacchi alla libertà di stampa”. Tutti i nemici dei media: dalla mafia al ddl intercettazioni.

L’Italia scivola dal 44esimo al 49esimo posto per la libertà di stampa nel mondo, dopo Argentina, Spagna, Francia, Cile, Slovenia e Costa Rica, ma prima di Bulgaria, Brasile e Croazia. E’ quanto si evince dal rapporto annuale diffuso da Reporter senza frontiere (Rsf) nella giornata mondiale della libertà di stampa.

“I giornalisti in Italia affrontano quotidianamente la peggiore condizione lavorativa di tutta l’Unione europea”, denuncia Rsf. Secondo il rapporto l’Italia è “l’unico paese al mondo nel quale il presidente del Consiglio controlla direttamente la quasi totalità delle reti televisive nazionali: da una parte i tre canali della tv di Stato Rai (…) e dall’altra il più grande gruppo radiotelevisivo privato (tre canali nazionali, oltre a diversi giornali e a un network radiofonico)”. Un atto d’accusa nei confronti di Silvio Berlusconi, che negli ultimi mesi – denuncia sempre Rsf – “ha moltiplicato le pressioni sull’informazione e gli attacchi alla libertà di stampa. Il premier italiano – prosegue Reporter senza frontiere – non tollera le inchieste della stampa libera sugli intrecci tra la sua vita privata e la sua funzione pubblica e per questo ha reclamato risarcimenti milionari da due quotidiani nazionali e querelato altri quotidiani francesi e britannici”. Secondo l’organizzazione, “il premier e i suoi consiglieri cercano, inoltre, di influenzare la scelta dei giornalisti a cui verrà affidata la conduzione di alcune trasmissioni politiche e, in altri casi, mettono in campo minacce dirette nei confronti di giornalisti ritenuti scomodi”.

La “criminalità mafiosa italiana” è inoltre uno dei 40 Nemici della libertà di stampa in tutto il mondo. “I commercianti, gli imprenditori e i magistrati italiani non solo le uniche vittime delle organizzazioni criminali come Cosa nostra, la Camorra, la ‘Ndrangheta e la Sacra corona unita – scrive Rsf nel suo rapporto -. Giornalisti e scrittori italiani sono, anch’essi nella loro linea di mira, dato che espongono al pubblico le loro azioni”. Rsf cita lo scrittore Roberto Saviano, “costretto a vivere sotto protezione di polizia permanente”, il giornalista Lirio Abbate dell’Ansa di Palermo e Rosaria Capacchione, cronista del Mattino di Napoli che “da oltre 20 anni segue e denuncia i crimini della Camorra”. Alle organizzazioni mafiose e criminali italiane fanno compagnia diversi capi di Stato di repubbliche ex-sovietiche, tra cui il presidente bielorusso Alexander Lukashenko, o di regimi dittatoriali come la Corea del Nord, l’Iran e Myanmar. Numerose anche le organizzazioni terroristiche o paramilitari, dalle Farc in Colombia all’Eta spagnola, alle milizie private filippine.

Altre decine di giornalisti italiani “subiscono minacce e attacchi quotidiani (come l’auto o la porta di casa date alle fiamme). A Ravenna e Ivrea – prosegue Rsf – due giornalisti sono stati aggrediti fisicamente dai protagonisti dei loro articoli (il primo dall’imputato di un processo e il secondo per aver criticato alcuni lavori pubblici nel centro storico di un paese). Un nuovo fenomeno, infine, è quello delle minacce a giornalisti che si occupano di calcio da parte di gruppi ultra di alcune tifoserie, il più delle volte espresse con cori o con striscioni. Tutti episodi che “rappresentano serie violazioni della libertà di stampa e mettono in evidenza ancora di più che, oggi in Italia, esiste un grave problema di rapporto tra politica, verità e informazione”.

Il ddl intercettazioni
A questi episodi si aggiunge “l’ultimo grave rischio per la libertà di stampa: quello rappresentato dal disegno di legge sulle intercettazioni che il Senato si appresta a votare, dopo essere stato approvato dalla Camera a giugno”. Rsf ricorda che “oggi la legge italiana prevede che tutti gli atti d’indagine, compiuti dal pubblico ministero e dalla polizia giudiziaria, siano coperti dal segreto fino a quando l’imputato non ne possa avere conoscenza e, comunque, non oltre la chiusura delle indagini preliminari. Il nuovo disegno di legge, invece, vieta di pubblicare qualsiasi atto (comprese e intercettazioni), anche per riassunto (oggi invece è consentito), fino alla chiusura indagini. Il divieto di pubblicazione è esteso a tutta la attività degli inquirenti, quindi anche ad arresti, sequestri o perquisizioni, dei quali non si potrà più dare notizia. E’ vietata sempre, invece, la pubblicazione di atti o di conversazioni o flussi di comunicazioni di cui sia stata ordinata la distruzione”. Per l’associazione, “se questa legge passasse i giornalisti, di fatto, non potrebbero più scrivere nulla circa i reati e le indagini della magistratura fino a chiusura delle indagini (da sei mesi a oltre un anno). Chi viola il segreto rischia il carcere fino a sei mesi, oltre a pesanti sanzioni. Come pena accessoria c’è anche la possibile sospensione dall’attività giornalistica per tre mesi. Pesanti multe sono previste anche per gli editori”.

Il monopolio tv
Rsf ricorda che la tv, in generale, rimane la principale fonte di informazione per oltre l’80% della popolazione e, in molti casi, è addirittura l’unica fonte. “In questo scenario – prosegue il rapporto – la tv attira altissime percentuali delle risorse pubblicitarie, cosa permessa da una legge che porta il nome del ministro Gasparri (che ha fatto parte del governo Berlusconi) che ha di fatto annullato qualsiasi limite di antitrust rispetto alle quote di raccolta. L’istituto privato Nielsen, inoltre, ha certificato come nei primi mesi del 2009, quando si è riflettuta la crisi anche sul mondo dei media, sia aumentato l’esodo di inserzionisti pubblicitari verso i canali tv nazionali, soprattutto verso quelli di proprietà della famiglia Berlusconi. Tutto questo limita le risorse per la maggior parte dei giornali e delle radio italiane, indebolendone l’autonomia e impoverendone la qualità”.

Tratto da: cometa-online.it

Antimafia Duemila – E’ come se vivessimo in India quanto a liberta’ di stampa

Fonte: Antimafia Duemila – E’ come se vivessimo in India quanto a liberta’ di stampa.

di Dora Quaranta – 3 maggio 2010
Roma. L’Italia occupa il 72esimo posto nella classifica mondiale sulla libertà di stampa stilata annualmente dalla ong americana Freedom House.

La notizia giunge in occasione della diciottesima “Giornata mondiale della libertà di stampa” indetta dall’Onu.
Considerando la situazione a livello globale il risultato che emerge è che solo una persona su sei vive in uno Stato dove vige una stampa libera.
Il nostro Paese, considerato “Partly Free” (parzialmente libero), si trova a parità di punteggio con il Benin, Hong Kong e India ed è l’ultimo di tutti gli Stati dell’Europa Occidentale.  Freedom House evidenzia che “in Italia, un Paese già classificato l’anno scorso come Partly Free, le condizioni sono peggiorate quando la stampa si è scontrata con la sfera personale del presidente del Consiglio Silvio Berlusconi, dando vita ad azioni legali contro le principali testate italiane e straniere e, soprattutto, introducendo la censura dei contenuti critici da parte dell’emittente pubblica”.
L’Italia attualmente rischia però di scivolare ancora più in basso nella classifica della libertà di stampa se venisse approvato il disegno di legge Alfano sulle intercettazioni come denunciato dalla Federazione Nazionale della Stampa, Articolo 21, Libera Informazione. Tale disegno di legge farebbe venir meno il diritto costituzionale dei giornalisti ad informare e dei cittadini ad essere informati mettendo gravemente a rischio la democrazia nel nostro Paese. Un coro di proteste si è già sollevato dalla magistratura e dalle forze dell’ordine il cui potere investigativo sarebbe notevolmente limitato.

Ingroia: testo incostituzionale. Così indagare sarà più difficile

Fonte: Ingroia: testo incostituzionale. Così indagare sarà più difficile.

Il pm di Palermo: le norme anomale uscite dalla porta sono rientrate dalla finestra

Legge sull`Iphone gli emendamenti alle intercettazioni e, mentre lo fa, sorride ironico. Poi ecco il giudizio lapidario: «Le norme anomale uscite dalla porta sono rientrate dalla finestra». E poi, man mano che il procuratore aggiunto di Palermo Antonio Ingroia giudica le modifiche, la sua frase più ricorrente è: «Testo incostituzionale».

Lettura rapida ma giudizio assai critico?
«Da una parte vengono meno le disposizioni più clamorose che non consentivano neppure di utilizzare lo strumento delle intercettazioni fino ad annullarlo del tutto. Soprattutto la previsione più rozza, richiedere gli indizi di colpevolezza per disporle al posto degli indizi di reato. Ma dall`altra, se si legge con attenzione il testo, si scopre che quello che è uscito dalla porta è rientrato dalla finestra».

Dopo l`altolà di Napolitano siamo al punto di partenza?
«È stata ripristinata la dizione “gravi indizi di reato”, ma sono state aggiunte almeno altre due disposizioni che produrranno incertezze applicative e il drastico calo delle intercettazioni perché comunque devono sussistere “indizi di colpevolezza” e non solo “di reato”».


Ma com`è possibile?

«Si cita l`articolo 192 del codice di procedura penale che serve per valutare la colpevolezza a carico dell`imputato. Ma usarlo qui equivale a dire che non saranno sufficienti i “gravi indizi di reato”, ma ci vorranno quelli “di colpevolezza”, perché la semplice dichiarazione di un collaboratore non sarà sufficiente per poter registrare una telefonata. Per un`intercettazione ci vorrà la stessa prova che ci vuole per condannare un imputato».


Le obietteranno che il problema riguarda al massimo i pentiti ma per gli altri bastano i “gravi indizi”.
Non è che esagera?
«Affatto, la mia riflessione è identica quando leggo che per fare un`intercettazione è necessario che l`utenza sia intestata all`indagato, per cui ci vorranno i gravi indizi di reato, ma intesi secondo i canoni dell`articolo 192, quindi torniamo ai gravi indizi di colpevolezza.
E non basta ancora…».


Cos`altro ha scoperto?

«C`è una regola del tutto bizzarra:
per intercettare una persona non indagata si deve essere già certi che “sia a conoscenza dei fatti per cui si procede” e che i risultati degli ascolti siano collegati all`inchiesta. Cosa accadrà quando verrà intercettata una conversazione in cui si parla di un omicidio mentre si sta procedendo per un reato diverso? Mi viene da pensare subito al caso delle telefonate registrare per la Santa Rita in cui si partì con la truffa e si approdò alla clinica degli orrori».


E lo stop a un ascolto che ne produce un secondo?
«E’ una norma altrettanto sconclusionata e dannosa, per non dire di peggio. Se si individua uno degli assassini e si scoprono elementi per trovare il secondo, questo non potrà essere intercettato».


Gli effetti della norma transitoria?

«È un nuovo esempio di intervento a piedi uniti sulle indagini in corso. Un legislatore serio e coerente guarda avanti, non sulla punta dei propri piedi. Ma la lungimiranza del legislatore è un valore che ci siamo dimenticati da anni».


Un giudizio sulla “norma D`Addario”?

«Si criminalizzano i cittadini per bene che sono riusciti ad assicurare le prove di estorsioni e concussioni.
Si vanifica uno dei pochi strumenti in mano a cittadini inermi anche se Cassazione e Consulta ne hanno confermato la validità».


È la stretta sui parlamentari e sul loro entourage?

«È un`ulteriore forma di espansione dell`area di rispetto o di immunità o di impunità che non so in quale misura sia in linea con i principi costituzionali in materia. Senza contare le conseguenze negative di una discovery anticipata».


Un giudizio sul bavaglio alla stampa?

«Vedo profili di illegittimità costituzionale per violazione del diritto all`informazione dei cittadini».

Liana Milella (La Repubblica, 21 APRILE 2010)

Libertà di stampa. Un capitolo chiuso | Pietro Orsatti

Fonte: Libertà di stampa. Un capitolo chiuso | Pietro Orsatti.

Il Ddl sulle intercettazioni del governo sancisce non solo la fine nel nostro Paese di questo strumento fondamentale per individuare e indagare su reati gravissimi, non ultimi quelli di mafia, ma di fatto cancella il diritto del cittadino di essere informato e il dovere del cronista di informare. Anzi, di più: fare cronaca, se il Ddl diventerà legge, in un futuro prossimo diventerà un reato.

Infatti, il legislatore intende punire qualsivoglia pubblicazione e divulgazione non di chissà quali atti coperti da segreto istruttorio. Il Ddl intende sbattere in carcere (letteralmente) chi scriverà invece di atti giudiziari depositati regolarmente e disponibili alle parti. Ovvero di atti di fatto, e di sostanza, pubblici. Quindi divulgabili.

In questo modo si vogliono rendere segreti tutti i processi, le indagini, le notizie che riguardino in qualche modo la classe dirigente. La funzione della stampa viene negata, sminuita, cancellata e alla fine perfino perseguita. Primo, non informare. Secondo, non sapere. Terzo, obbedire.

Attenzione, perché la tentazione di mettere un bavaglio definitivo al diritto/dovere di cronaca e di informazione non la ha solo la maggioranza ma anche ampi settori del centro sinistra, del mondo dell’imprenditoria e della pubblica amministrazione. Perché appellandosi a una distorta interpretazione del diritto di privacy si vuole rendere invisibile al pubblico un dato fondamentale e non smentibile. Ovvero, che i reati di corruzione e contro la pubblica amministrazione sono all’ordine del giorno nel nostro Paese.

Criminalizzare chi fa informazione è il primo atto di uno stato autoritario. Non di una democrazia.

Taglia del governosulla libertà di stampa | l’AnteFatto | Il Cannocchiale blog

La cosa più scandalosa è che secondo me i giornali dovrebbero scatenare un putiferio contro questa nuova legge porcata che punisce la libertè di stampa oltre che le intercettazioni, invece se ne stanno tutti zitti e obbedienti tranne quelli de “Il fatto Quotidiano”…

Fonte: Taglia del governosulla libertà di stampa | l’AnteFatto | Il Cannocchiale blog.

Arrivano gli emendamenti anti-D’Addario (divieto di registrazione), quello che “salva” i criminali se in compagnia di un onorevole, e bavaglio e carcere per i giornalisti

Avendoci messo le mani giureconsulti del calibro di Schifani, Alfano e Ghedini, era naturale che la legge sulle intercettazioni fosse una boiata. C’è semmai da dubitare della sanità mentale di chi s’illudeva di migliorarla con qualche “emendamento condiviso” qua e là. Chissà che si aspettavano i vertici dell’Anm e i fresconi del Pd dall’intervento del presidente del Senato, quello che quando non faceva l’autista del senatore La Loggia prestava consulenze legali a noti mafiosi. Il risultato è che la boiata resta una boiata, a parte un ritocchino che cancella i “gravi indizi di colpevolezza” come condicio sine qua non per intercettare, ripristinando gli attuali “gravi indizi di reato”.

Dopo lunghe spiegazioni, con l’ausilio di qualche disegnino, berlusconidi e schifanidi hanno finalmente capito che le intercettazioni servono a scoprire i colpevoli e consentirle soltanto dopo averli scoperti significa non scoprirli più. Per il resto, tutto come prima. Con l’aggiunta di un paio di novità da perizia psichiatrica. La prima: se intercetta un criminale che parla con un parlamentare (la qual cosa accade con grande frequenza), il pm deve bloccare tutto e chiedere l’autorizzazione del Parlamento a proseguire. Esempio: il delinquente Gigi parla con l’onorevole Pippo, ma non lo chiama onorevole: lo chiama solo Pippo.

Passano mesi prima che gl’interlocutori di Gigi vengano identificati e si scopra così che Pippo è un onorevole. Nel qual caso la nuova norma è inutile. Poniamo invece che si capisca subito che Pippo è un onorevole: il pm dovrà avvertire il Parlamento, cioè Pippo, che sta intercettando il suo amico Gigi, così Pippo potrà avvisare Gigi di non chiamarlo più, o di cambiare telefono, o di usare i pizzini. Così l’inchiesta va in fumo. Stessa regola per acquisire i tabulati del parlamentare che parla con l’indagato intercettato. Ma di solito è proprio per sapere a chi è intestata una certa utenza che si acquisisce il tabulato: d’ora in poi per acquisirlo bisognerà già sapere che è di un parlamentare e chiedere il permesso al Parlamento. E’ il comma 22.

Seconda novità: il privato cittadino che – come la D’Addario con Berlusconi – registra o filma proprie conversazioni con qualcuno rischia da 6 mesi a 4 anni di galera, a meno che non emerga una notizia di reato e venga tempestivamente denunciata. Ma la stessa cosa non può farla un magistrato: vietato piazzare cimici nell’auto o nella casa del mafioso o dello stupratore (ma anche telecamere allo stadio per prevenire eventuali atti di violenza), a meno che non si abbia la certezza che in quel luogo si sta commettendo un delitto. E, siccome la certezza non c’è mai, le cimici e le telecamere non si piazzeranno mai più. Non è meraviglioso? Intatte anche le follie dei 60 giorni di durata massima delle intercettazioni (poi, fosse anche la vigilia di un omicidio, si stacca tutto) e del divieto di usare intercettazioni in un’inchiesta diversa da quella per cui sono state disposte (intercetto uno per furto di bestiame e scopro che sta per ammazzare la moglie? Il nastro non è più utilizzabile per incastrarlo per uxoricidio).

Poi naturalmente c’è il bavaglio alla stampa. Secondo indiscrezioni trapelate dal Quirinale, a Napolitano va bene così. Il giornalista che pubblica un atto d’indagine rischia 2 mesi di galera più 10 mila euro di multa (20 mila se è un’intercettazione pubblicata o raccontata o riassunta) più la sospensione dalla professione; e il suo editore fino a 500 mila euro ad articolo. Ma qui la boiata è talmente incostituzionale e contraria alla Convenzione europea dei diritti dell’uomo che la Consulta e/o la Corte di Strasburgo faranno presto giustizia. Cose che capitano in un paese dove il premier pensa che “in Italia da circa 15 anni c’è un golpe bianco tinto di rosso attuato da alcuni magistrati con pezzi della politica”. Anzi no, mi dicono che la frase è di Matteo Messina Denaro. Ragazzo sveglio. Farà strada.

COSA VUOL DIRE LIBERTA’ DI STAMPA | BananaBis

COSA VUOL DIRE LIBERTA’ DI STAMPA | BananaBis.

di Roberto Saviano. La Repubblica

MOLTI si chiederanno come sia possibile che in Italia si manifesti per la libertà di stampa. Da noi non è compromessa come in Cina, a Cuba, in Birmania o in Iran. Ma oggi manifestare o alzare la propria voce in nome della libertà di stampa, vuol dire altro. Libertà di poter fare il proprio lavoro senza essere attaccati sul piano personale, senza un clima di minaccia. E persino senza che ogni opinione venga ridotta a semplice presa di parte, come fossimo in una guerra dove è impossibile ragionare oltre una logica di schieramento.

Oggi, chiunque decida di prendere una posizione sa che potrà avere contro non un’opinione opposta, ma una campagna che mira al discredito totale di chi la esprime. E persino coloro che hanno firmato un appello per la libertà di informazione devono mettere in conto che già soltanto questo gesto potrebbe avere ripercussioni. Qualsiasi voce critica sa di potersi aspettare ritorsioni. Libertà di stampa significa libertà di non avere la vita distrutta, di non dover dare le dimissioni, di non veder da un giorno all’altro troncato un percorso professionale per un atto di parola, come è accaduto a Dino Boffo.

Vorrei parlare apertamente con chi, riconoscendosi nel centrodestra, dirà: “Ma che volete? Che cosa vi mettete a sbraitare adesso, quando siete stati voi per primi ad aver trascinato lo scontro politico sul terreno delle faccende private erigendovi a giudici morali? Di cosa vi lamentate se ora vi trovate ripagati con la stessa moneta?”. Infatti la questione non è morale. La responsabilità chiesta alle istituzioni non è la stessa che deve avere chi scrive, pone domande, fa il suo mestiere. Non si fanno domande in nome della propria superiorità morale. Si fanno domande in nome del proprio lavoro e della possibilità di interrogare la democrazia. Un giornalista rappresenta se stesso, un ministro rappresenta la Repubblica. La democrazia funziona nel momento in cui i ruoli di entrambi sono rispettati.

Per un giornalista, fare delle domande o formulare delle opinioni non è altro che la sua funzione e il suo diritto. Ma un cittadino che svolge il suo lavoro non può essere esposto al ricatto di vedere trascinata nel fango la propria vita privata. E una persona che pone delle domande, non può essere tacitata e denunciata per averle poste. Non è sulla scelta di come vive che un politico deve rispondere al proprio Paese. Però quando si hanno dei ruoli istituzionali, si diventa ricattabili, ed è su questo piano, sul piano delle garanzie per le azioni da compiere nel solo interesse dello Stato, che chi riveste una carica pubblica è chiamato a rendere conto della propria vita.

In questi anni ho avuto molta solidarietà da persone di centrodestra. Oggi mi chiedo: ma davvero gli elettori di centrodestra possono volere tutto questo? Possono ritenere giusto non solo il rifiuto di rispondere a delle domande, ma l’incriminazione delle domande stesse? Possono sentirsi a proprio agio quando gli attacchi contro i loro avversari prendono le mosse da chi viene mandato a rovistare nella loro sfera privata? Possono non vedere come la lotta fra l’informazione e chi cerca di imbavagliarla, sia impari e scorretta anche sul piano dei rapporti di potere formale?

Chi ha votato per l’attuale schieramento di governo considerandolo più vicino ai propri interessi o alle proprie convinzioni, può guardare con indifferenza o approvazione questa valanga che si abbatte sugli stessi meccanismi che rendono una democrazia funzionante? Non sente che si sta perdendo qualcosa?
Il paese sta diventando cattivo. Il nemico è chi ti è a fianco, chi riesce a realizzarsi: qualunque forma di piccola carriera, minimo successo, persino un lavoro stabile, crea invidia. E questo perché quelli che erano diritti sono stati ridotti quasi sempre a privilegi. È di questo, di una realtà così priva di prospettive da generare un clima incarognito di conflittualità che dovremmo chiedere conto: non solo a chi governa ma a tutta la nostra classe politica. Però se qualsiasi voce che disturba la versione ufficiale per cui va tutto bene, non può alzarsi che a proprio rischio e pericolo, che garanzie abbiamo di poter mai affrontare i problemi veri dell’Italia?

Il ricatto cui è sottoposto un politico è sempre pericoloso perché il paese avrebbe bisogno di altro, di attenzione su altre questioni urgenti, di altri interventi. Il peggio della crisi per quel che riguarda i posti di lavoro deve ancora arrivare. In più ci sono aspetti che rendono l’Italia da tempo anomala e più fragile di altre nazioni occidentali democratiche, aspetti che con un simile aumento della povertà e della disoccupazione divengono ancora più rischiosi.

Nel 2003 John Kerry, allora candidato alla Casa Bianca, presentò al Congresso americano un documento dal titolo The New War, dove indicava le tre mafie italiane come tre dei cinque elementi che condizionano il libero mercato quantificando in 110 miliardi di dollari all’anno la montagna di danaro che le mafie riciclano in Europa. L’Italia è il secondo paese al mondo per uomini sotto protezione dopo la Colombia.

È il paese europeo che nei soli ultimi tre anni ha avuto circa duecento giornalisti intimiditi e minacciati per i loro articoli. Molti di loro sono finiti sotto scorta. Ed è proprio in nome della libertà di informazione che il nostro Stato li protegge. Condivido il destino di queste persone in gran parte ignote o ignorate dall’opinione pubblica, vivendo la condizione di chi si trova fisicamente minacciato per ciò che ha scritto. E condivido con loro l’esperienza di chi sa quanto siano pericolosi i meccanismi della diffamazione e del ricatto.
Il capo del cartello di Calì, il narcos Rodriguez Orejuela, diceva “sei alleato di una persona solo quando la ricatti”. Un potere ricattabile e ricattatore, un potere che si serve dell’intimidazione, non può rappresentare una democrazia fondata sullo stato di diritto.

Conosco una tradizione di conservatori che non avrebbero mai accettato una simile deriva dalle regole. In questi anni per me difficili molti elettori di centrodestra, molti elettori conservatori, mi hanno scritto e dato solidarietà. Ho visto nella mia terra l’alleanza di militanti di destra e di sinistra, uniti dal coraggio di voler combattere a viso aperto il potere dei clan. Sotto la bandiera della legalità e del diritto sentita profondamente come un valore condiviso e inalienabile. È con in mente i volti di queste persone e di tante altre che mi hanno testimoniato di riconoscersi in uno Stato fondato su alcuni principi fondamentali, che vi chiedo di nuovo: davvero, voi elettori di centrodestra, volete tutto questo?

Questa manifestazione non dovrebbe veramente avere colore politico, e anzi invito ad aderirvi tutti i giornalisti che non si considerano di sinistra ma credono che la libertà di stampa oggi significa sapersi tutelati dal rischio di aggressione personale, condizione che dovrebbe essere garantita a tutti.
Vorrei che ricordassimo sino in fondo qual è il valore della libertà di stampa. Vorrei che tutti coloro che scendono in piazza, lo facessero anche in nome di chi in Italia e nel mondo ha pagato con la vita stessa per ogni cosa che ha scritto e fatto a servizio di un’informazione libera.

In nome di Christian Poveda, ucciso di recente in El Salvador per aver diretto un reportage sulle maras, le ferocissime gang centroamericane che fanno da cerniera del grande narcotraffico fra il Sud e il Nord del continente. In nome di Anna Politkovskaja e di Natalia Estemirova, ammazzate in Russia per le loro battaglie di verità sulla Cecenia, e di tutti i giornalisti che rischiano la vita in mondi meno liberi. Loro guardano alla libertà di stampa dell’Occidente come un faro, un esempio, un sogno da conquistare. Facciamo in modo che in Italia quel sogno non sia sporcato.

Published by arrangement with Roberto Santachiara Literary Agency ©Riproduzione riservata

Questo articolo sarà pubblicato anche da El Paìs, The Times, Le Figaro, Die Zeit, dallo svedese Expressen e dal portoghese Espresso.

freedomhouse.org Press Release: Global Press Freedom Declines in Every Region for First Time. Israel, Italy and Hong Kong Lose Free Status

freedomhouse.org Press Release: Global Press Freedom Declines in Every Region for First Time. Israel, Italy and Hong Kong Lose Free Status

Washington May 1, 2009

Journalists faced an increasingly grim working environment in 2008, with global press freedom declining for a seventh straight year and deterioration occurring for the first time in every region, according to Freedom House’s annual media study. The rollback was not confined to traditionally authoritarian states; with Israel, Italy and Hong Kong slipping from the study’s Free category to Partly Free status.

Western Europe: The region continues to boast the world’s highest level of press freedom. However, Italy slipped back into the Partly Free category with free speech limited by courts and libel laws, increased intimidation of journalists by organized crime and far-right groups, and concerns over the concentration of media ownership.

Fragile Freedoms: Declines in Israel, Italy and Taiwan illustrate that established democracies with traditionally open media are not immune to restricting media freedom.