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Blog di Beppe Grillo – Intrigo internazionale – Aldo Moro, Ustica, BR: le verità mai dette

Blog di Beppe Grillo – Intrigo internazionale – Aldo Moro, Ustica, BR: le verità mai dette.

Le Brigate Rosse sono state finanziate e addestrate dai servizi segreti della Germania orientale, la Stasi, e anche i servizi segreti israeliani, il Mossad, offrirono il loro aiuto. Secondo alcuni testimoni, persone di lingua tedesca erano presenti durante il massacro di via Fani. Nell’ottobre del 1973, a Sofia, i servizi segreti bulgari attentarono alla vita di Enrico Berlinguer che si salvò miracolosamente. Il DC-9 a Ustica fu abbattuto da aerei francesi, l’obiettivo era Gheddafi in volo nella stessa area scortato da due Mig libici, di cui uno fu colpito. L’attacco partì dalla portaerei francese Clemenceau che si trovava a sud della Corsica. Tutti i testimoni dell’attacco morirono in breve tempo in circostanze misteriose, chi era in volo e chi seguì la tragedia da terra. Il capitano della base di Poggio Ballone morì improvvisamente di infarto, il maresciallo della stessa base si suicidò, due piloti militari Nutarelli e Naldini scomparvero nell’incidente di Ramstein prima di poter testimoniare ai magistrati. Persino il maresciallo che era in servizio nella sala radar di Otranto e vide precipitare il Mig libico sulla Sila si impiccò prima di deporre. Queste alcune verità, finora nascoste, contenute nel libro: “Intrigo internazionale” del giornalista Giovanni Fasanella e del giudice Rosario Priore. Nulla di quello che sappiamo è vero, neppure “le stragi di Stato“. Viviamo in un Paese fuori dal nostro controllo.

Aldo Moro, vittima della Guerra Fredda in Italia
Priore: “Sono Rosario Priore ho fatto per moltissimi anni il giudice istruttore, mi sono occupato di diverse inchieste che credo fossero di un certo peso perché riguardavano stragi, attentati, eventi di particolare rilievo, quindi sono entrato anche io nell’ambito delle ricerche sulla storia dei fatti invisibili e indicibili e proprio per questo credo che sia nata questa affinità che ci ha legato per diversi anni con Giovanni Fasanella. Ho seguito moltissimo i fatti di terrorismo. Quello che più mi ha coinvolto però è l’affare Moro: il sequestro e l’assassinio dello statista. Presi l’inchiesta pochi giorni dopo il rinvenimento del cadavere in Via Caetani. È stata un’inchiesta che mi ha impegnato per oltre 15 anni. Ho sofferto per tutti i contrasti che abbiamo subìto noi inquirenti. È stata un’inchiesta che andava contro le regole forse e quindi ne abbiamo ricevuto come ricompensa soltanto astii, se non forti contrarietà. Abbiamo tentato di contestualizzare la vicenda, che sicuramente era una vicenda di altissimo livello internazionale. Non capita tutti i giorni che un presidente del Consiglio di un Paese di una certa dimensione venga sottoposto a sequestro e quindi possa essere indotto a rilevare affari di governo e altri affari su cui occorre pure mantenere una certa segretezza.
Ricordo che tutti i servizi di un certo rilievo entrarono in fibrillazione proprio per questa ragione. Il fatto sicuramente non era un fatto italiano, come si voleva che noi dicessimo – come era successo e come succederà molte volte nella storia delle inchieste italiane – e quindi ci trovammo subito all’interno di un panorama internazionale molto variegato, molto interessante. Cominciammo a capire che il fatto non era un fatto nostro, singolo, dal momento in cui recandoci a Parigi ci dissero che loro sapevano del sequestro di una personalità del partito di maggioranza di altissimo livello. Era in preparazione dal febbraio precedente. Ricordiamo che il sequestro viene eseguito a marzo. Già in altre capitali, in altri paesi si sapeva di questo affare.
L’affare sicuramente poi nel suo corso non è sfuggito a tutti i servizi dei maggiori paesi sia del campo orientale che del campo occidentale. Tutti hanno cercato in un certo senso di trarne vantaggio alle loro politiche. In primo luogo quei paesi che avevano l’interesse a debilitare il nostro, a farlo apparire più debole anche agli occhi di alleati potenti e maggiori in un certo senso. Abbiamo tentato di vedere cosa avesse comportato l’evento in quelli che erano i conflitti di maggior rilievo, cioè il conflitto tra Est e Ovest: la famosa Guerra Fredda. Perché quell’affare Moro sicuramente si pone proprio al centro di questa conflittualità che segnò nell’ultimo mezzo secolo del secolo scorso.

La guerra segreta contro l’Italia di Francia e Inghilterra
Abbiamo notato che esso si poneva pure al culmine di un altro grande contrasto, quella che abbiamo definito nel libro la “Guerra mediterranea“, quella guerra che serviva a assicurare ai paesi in conflitto un predominio sulle fonti, sulle risorse energetiche. Si sa bene che ci sono in questo campo quanti ritengono che il fenomeno terroristico nostrano – il fenomeno delle BR e di tutti gli altri terrorismi – sia un fenomeno nato nel cortile di casa nostra. Ma tutte queste persone secondo me non sanno tutto ciò che c’è alle spalle di queste organizzazioni e di tutto quello che accompagna le loro azioni; di come esse siano seguite giorno per giorno, vigilate, monitorate e sicuramente anche dirette. “
Fasanella: “L’Italia è un paese che ha vissuto un’esperienza drammatica, molto dura, di contrapposizione frontale che è stata la Guerra Fredda. Lo scontro politico, ideologico, lo scontro di civiltà tra l’occidente democratico e l’oriente comunista. E questo scontro ha prodotto anche risultati, effetti sul piano della violenza e del terrorismo. Ma accanto a questo scenario c’è stato un altro fattore che ha contribuito notevolmente a aumentare il livello delle nostre tensioni interne. Da un lato la “Guerra Mediterranea“, una guerra invisibile, una guerra di cui non si è potuto mai dire perché combattuta tra paesi amici e persino alleati sul piano militare come l’Italia da un lato, Francia e Inghilterra dall’altro. Una guerra per il controllo delle fonti di approvvigionamento energetico nella fascia nord–africana e nel Medio Oriente. Poi anche interessi dell’altro campo. Piccole e medie potenze del campo comunista che avevano uno specifico interesse a soffiare sul fuoco delle nostre tensioni interne: la Cecoslovacchia e la Germania est. La Cecoslovacchia ha aiutato le Brigate Rosse. La Germania Est traverso la RAF – organizzazione terroristica che agì nella Germania federale e che in qualche modo aveva un ruolo di coordinamento strategico e logistico delle varie sigle del terrorismo europeo – ha avuto un’influenza notevole anche sulle intere BR e il know how politico, militare e logistico della RAF è servito alle nostre BR per realizzare il sequestro di Aldo Moro.

La strage di Ustica e Gheddafi: manovre di guerra nel Mediterraneo
Priore: “Ricordo quante e quali tesi, ipotesi si sono fatte sulla caduta del DC9 Itavia: dal cedimento strutturale – sul quale sin dai primi momenti c’erano state perizie che lo escludevano, ma lo si è sostenuto per anni e anni, – ipotesi che conducevano a un qualche fenomeno di sfioramento di velivoli e che quindi non vedevano assolutamente un evento di carattere bellico. Siamo andati avanti, abbiamo acquisito una serie di conferme a questa nostra ipotesi che nasceva addirittura all’inizio dell’inchiesta a opera di tecnici di altissimo valore americani e inglesi. Siamo riusciti a trovare una ragione all’evento, una ragione che sicuramente si colloca all’interno di una conflittualità fortissima che all’epoca c’era tra l’Italia e la Francia. Gheddafi era l’oggetto di questa conflittualità. Gheddafi e le sue risorse all’interno della Libia. In un certo senso abbiamo tentato di dare il giusto valore al conflitto nel Ciad, quel conflitto che sembrava giustificato solo da un desiderio di tipo imperialistico di Gheddafi. Dobbiamo premettere che Gheddafi in un certo senso è una creatura nostra. Dobbiamo ricordare che il suo colpo di stato fu praticamente deciso in Italia, a Abano Terme, come si è sempre detto. L’abbiamo sempre seguito, l’abbiamo favorito, gli abbiamo addirittura dato i carri armati che gli sono serviti per la prima rassegna militare dopo il successo nella rivoluzione del settembre 1969. E quindi abbiamo sempre seguito quelle che erano le operazioni di Gheddafi.
Quest’ultimo in un certo senso aveva scatenato questo conflitto nel Ciad. La Francia aveva reagito e non voleva che nessuno toccasse le sue posizioni nel continente africano che erano posizioni di forte potenza, addirittura da poter sfidare le infiltrazioni americane. Lo abbiamo sostenuto addirittura facendo da istruttori per i piloti dell’aviazione militare libica. Ricordiamo che il pilota che cadde sulla Sila, sul Mig libico indossava stivaletti e altri indumenti da pilota proprio della nostra aeronautica militare. “

Il patto francese per la nascita del Partito Armato italiano
Fasanella: “Il giudice Priore chiarisce in questo libro finalmente anche uno dei punti più controversi della storia del partito armato e del terrorismo italiano. Il rapporto tra i vertici dell’Autonomia e le BR. Un rapporto che secondo un magistrato, il giudice Calogero di Padova, esisteva. Fu questa l’ipotesi investigativa intorno alla quale lavorava all’inizio degli anni ’80, ma venne sabotato da alcune campagne di stampa alimentate da un gruppo di intellettuali italiani e francesi. Quell’inchiesta si concluse con un nulla di fatto perché il giudice Calogero non ebbe la possibilità di accedere ai servizi francesi. Oggi il giudice Priore mette finalmente insieme tanti pezzi, pezzi tratti dalle sue inchieste, pezzi tratti dalle inchieste di alcuni suoi altri colleghi, pezzi tratti da informazioni che arrivano anche dagli archivi esteri. Mettendo insieme tutte queste tessere è finalmente possibile dire con un certo grado di certezza che tra le BR e autonomie esisteva un rapporto molto, molto stretto e persino che il progetto prima di Potere Operaio, poi di Autonomia di egemonizzare l’intero partito della lotta armata è andato alla fine a segno e è stato possibile stringere questa alleanza con le BR all’ombra di un centro di lingue, all’apparenza centro di lingue, che si chiamava Hyperion, che aveva sede a Parigi ma che in realtà era il punto di snodo e di raccordo del terrorismo internazionale e anche il luogo in cui autonomia e BR strinsero legami di ferro!

Ustica, scenari di guerra

Ustica, scenari di guerra.

In occasione del trentennale della strage di Ustica (27 giugno 1980) torna in libreria a partire dal 5 maggio il libro intitolato “Ustica, scenari di guerra” scritto da Leonora Sartori e Andrea Vivaldo, un testo a cura di Fabrizio Colarieti (Edizioni Becco Giallo, 2010).
Proponiamo agli utenti del sito la lettura della prefazione al testo scritta da Fabrizio Colarieti.


RAGIONI DI STATO

La domanda, trent’anni dopo, è sempre la stessa: perché?
Il 27 giugno 1980, un minuto prima delle 21, precipitava dal cielo di Ustica al fondo del Mar Tirreno un DC-9 della compagnia Itavia, in volo da Bologna a Palermo con a bordo ottantuno passeggeri. Sono passati trent’anni dalla più grave tragedia dell’aviazione italiana, subito divenuta il caso Ustica.

Quella notte la storia comincia con un aereo che scompare dagli schermi radar e i suoi passeggeri (64 adulti e 13 bambini) e l’equipaggio (2 piloti e 2 assistenti di volo), inghiottiti dal mare. Immediate le tesi su quello che doveva sembrare a tutti i costi un incidente, una sciagura del tutto casuale, forse un caso remoto – ricordate? – di cedimento strutturale. Mille ipotesi, mille inchieste, il silenzio di tanti, l’impunità e il mistero che sempre più avvolgeva quello strano incidente. Invece quella sera, lassù, c’era la guerra: questo hanno raccontato agli italiani i magistrati che hanno indagato sulla Strage di Ustica. Lo hanno detto anche ai familiari delle vittime, senza però lasciare loro la possibilità di gridare “assassino” a qualcuno, perché, riassumendo il mare di carte giudiziarie in cui è scritta questa storia, restano ancora oggi “ignoti gli autori del reato”.
Loro, i passeggeri e l’equipaggio, affrontarono quel volo da inconsapevoli vittime di una scellerata Ragion di Stato. Non sapevano di certo che non sarebbero mai atterrati e che la loro fine sarebbe diventata un giallo. Lungo trent’anni. Tra quei passeggeri c’era Alberto Bonfietti, 37 anni, giornalista del quotidiano “Lotta Continua”, che non ha avuto il tempo di appuntare un ultimo pensiero nel suo taccuino. Così come Francesco, Paolo, Daniela, Andrea e Marianna. Forse neanche loro hanno avuto un istante per pensare un’ultima volta ai loro cari, in attesa a Palermo. Non ha avuto il tempo di scrivere sul suo diario “segreto” neanche Giuliana Superchi, 11 anni, e al papà, che la stava aspettando a terra, non ha potuto far vedere la pagella. Anche Rosa De Dominicis, 21 anni, allieva hostess, non ha avuto modo di capire se quello fosse davvero il lavoro della sua vita. Questa è Ustica. Quella notte le tenebre hanno inghiottito tutto questo, senza appello: la vita di quelle sfortunate persone, la dignità del nostro Paese, le prove e la verità su un caso mai chiuso per la giustizia italiana. Quella notte è successo qualcosa che nessuno doveva sapere. Sapevano e sanno ancora oggi, tuttavia, solo coloro che dovevano proteggere il volo di quell’aereo e che, invece, sono diventati per sempre i custodi di un segreto inconfessabile.

La storia va ripercorsa dall’inizio, in quell’attimo, il tempo monco del “Gua…”, inciso nell’ultimo pezzetto del nastro che girava dentro la scatola nera: un frammento di parola che non ha dato risposte, ma solo un indizio. Sull’aereo, tranne il comandante Domenico Gatti, colui che gridò al microfono quel “Gua…”, nessuno ha avuto il tempo di accorgersi di quanto stava avvenendo nel cielo attorno al DC-9. Oggi, a sentire le parole del senatore a vita Francesco Cossiga, che all’epoca era il presidente del Consiglio dei ministri – parole che, ventotto anni dopo, hanno ispirato un nuovo filone investigativo su cui lavora ancora la Procura di Roma – sembra certo che quella notte nei cieli italiani si consumò una battaglia aerea che vide i caccia della Marina francese colpire l’aereo sbagliato nel posto giusto: lì, in quel tratto di buio sopra il Tirreno, doveva esserci l’aereo con a bordo il Muammar Gheddafi, non il DC-9. Un errore, quindi, che attende ancora che sia fatta giustizia.

Dubbi non ce n’erano, fin dall’inizio, fin dalle ore successive mentre tutti puntavano il dito contro la compagnia Itavia, accusata di far volare aerei “carretta”, messa prima in ginocchio e poi fatta fallire. Cinque mesi dopo la strage, due tra i massimi esperti di guerra aerea, gli americani John Transue e John Macidull, guardando il tracciato radar di Ciampino, non ebbero alcun dubbio: nel punto dove il DC-9 è scomparso, un altro aereo, un caccia, ha compiuto una manovra d’attacco da manuale, incrociando la rotta dell’Itavia da ovest verso est. Questo contesto, per chi ha indagato, altro non è che la realtà, chiara e semplice, che non può certamente essere più negata, tanto più da chi aveva precisi obblighi verso i cittadini.

Probabilmente anche Gheddafi sa qualcosa in più di noi, dato che in questi trent’anni non ha mai smesso di affermare che quella sera la Libia fu vittima tanto e quanto il nostro Paese. L’ultima volta lo ha ripetuto davanti alle sue Tv, era il 31 agosto 2003, in occasione del 34esimo anniversario della Rivoluzione libica. Non ha mai smesso di accusare chi probabilmente voleva ucciderlo: forse gli americani, forse i francesi. Insomma i suoi nemici dichiarati. Forse era proprio il suo l’aereo che doveva essere tirato giù, quello che doveva essere lì, nel punto Condor al posto dell’Itavia. Si salvò dall’imboscata – sempre secondo Cossiga – perché i nostri Servizi segreti fecero in tempo ad avvisarlo.
È perciò impossibile accontentarsi degli esiti di un processo penale, già concluso, che si doveva limitare a giudicare la condotta dei vertici dell’Aeronautica militare italiana. Pure loro, i militari che quella notte sedevano davanti ai radar, sanno come sono andate le cose. Per la giustizia, per la Cassazione che nel 2007 li ha assolti “perché il fatto non sussiste”, gli allora vertici dello Stato maggiore dell’Ami non depistarono le indagini né – come sosteneva l’accusa – omisero di comunicare al governo quanto accaduto. Cosa era davvero accaduto lo sapeva, probabilmente, anche Mario Alberto Dettori, il radarista trovato impiccato a un albero nel 1987. Era in servizio al radar quella notte a Grosseto e vide qualcosa che lo turbò, una verità di cui si ammalò e che lentamente ha finito per schiacciarlo. Non è il solo, Dettori, perché in questa storia ci sono anche altre otto vittime collaterali che, come lui, hanno sfiorato la verità e a cui è toccata la stessa sorte dei passeggeri del volo India Hotel 8-7-0. Una sorte infame che li ha attesi – tutti – nascosta dietro un angolo. Le vittime sul DC-9 non c’entravano nulla e nulla sapevano della guerra fredda, silenziosa e strisciante, in corso proprio intorno a loro, in quel buco nero, a metà strada tra Ponza e Ustica: un puntino che sulle carte aeronautiche è chiamato Condor. La versione dei fatti che somiglia di più alla verità, gli italiani la immaginano, l’hanno letta sui giornali, sui libri, l’hanno ascoltata al cinema, nei teatri, l’hanno compresa addirittura attraverso i disegni di un fumetto. Ma vale la pena ripeterla.

Nel ’99, dopo nove anni di istruttoria, il giudice Rosario Priore, l’unico che in questa storia provò ad arrivare fino in fondo, scrisse nero su bianco che il DC-9 fu vittima di “un’azione militare di intercettamento messa in atto, verosimilmente, nei confronti dell’aereo che era nascosto sotto di esso”. Un atto di guerra, guerra di fatto e non dichiarata, un’operazione di polizia internazionale coperta contro il nostro Paese, di cui furono violati confini e diritti. L’Itavia 870 – concluse la scienza – rimase vittima fortuita di questa azione: di una near collision con un altro velivolo o, peggio ancora, tirato giù da un missile. Quella notte intorno al DC-9, lo dicono i tabulati di Ciampino – miracolosamente scampati dall’azione sistematica e scientifica, di distruzione delle prove – c’erano in volo aerei militari di almeno quattro Paesi: Italia, Libia, Stati Uniti e Francia. Dai depistaggi, ai non so, dai non ricordo, ai colpi di lametta che tagliano intere pagine di registri, dalle bobine cancellate agli aerei che volavano senza nome, è scampata un’unica verità: l’aerovia percorsa dal DC-9, l’Ambra 13, nel punto Condor era intersecata dall’aerovia militare francese Delta Whisky 12.

Quella sera, sarà un caso, dalla base francese di Solenzara in Corsica decollarono diverse coppie di Mirage e in mare c’era almeno una portaerei transalpina. Troppi indizi, nessun alibi e, fino a prova contraria, la parola di un ex Capo di Stato, Cossiga. E poi, come non ricordare quel MiG 23 libico, quello ritrovato sulla Sila, caduto – dice la nostra Aeronautica – il 18 luglio ‘80, perché era rimasto senza benzina, ma con dentro un pilota che indossava divisa e anfibi della nostra Aeronautica, morto almeno venti giorni prima, forse addirittura sempre quel 27 giugno. Un MiG con qualche buco di troppo sulla carlinga, che interessa a molti: alla Cia, ai nostri Servizi, ai Carabinieri di Crotone, che lo cercano a fine giugno e che negheranno per anni di essersene interessati. Un MiG che verosimilmente “buca” lo spazio aereo italiano mentre nel basso Mediterraneo è in corso un’imponente esercitazione della Nato. Forse la chiave di volta è proprio il suo ruolo, forse, come disse una volta Giovanni Spadolini ai giornalisti: “Scoprite cosa è successo a quel MiG caduto sulla Sila e troverete la chiave per capire la strage di Ustica”. Solo pezzi mancanti, in un enorme puzzle che la magistratura non è riuscita, in trent’anni, a rimettere assieme. Come, ad esempio, le risposte alle decine di rogatorie internazionali promosse nel corso dell’istruttoria, che tre nostri alleati e partner commerciali (Francia, Stati Uniti e Libia), non hanno mai ritenuto opportuno fornire.

Ciò che sappiamo, che le indagini hanno certamente chiarito, è che quella sera tutto si consumò sotto gli “occhi” di decine di stazioni radar, sopra le antenne di una dozzina di basi “sigint” dell’intelligence americana, sotto l’ombrello di copertura di numerosi satelliti spia e a portata di un aereo radar Awacs della Nato in volo sull’Appennino tosco-emiliano. Il corridoio percorso dal DC-9 da Bologna a Ponza era tutt’altro che libero, era affollatissimo e anche questo lo sappiamo per le tracce nei tabulati radar, nelle risposte fornite dalla stessa Nato, nelle conversazioni terra-bordo-terra e nelle telefonate intercorse tra Ciampino e l’attaché militare della Usa Embassy of Rome.

Un segreto che non c’è, anzi che non esiste sulla carta. E’ recente, infatti, la conferma da parte del Dipartimento delle informazioni per la sicurezza che nessun segreto di Stato è stato mai apposto su atti o documenti inerenti il caso Ustica. Ma questo già lo sapevamo: “Si stima – scrisse il giudice Priore nelle conclusioni della sua monumentale istruttoria – che ci si sia trovati innanzi a qualcosa che è sfuggito e ancora oggi sfugge al controllo istituzionale ed alle garanzie poste dall’ordinamento. Da un punto di vista formale il segreto non esiste; nella sostanza invece esiste ed è stato opposto nei fatti ostacolando ed impedendo di accertare gli eventi e le responsabilità”.

Il muro di gomma è stato fatale per tutti, e tutti ne sono rimasti invischiati, mentitori e sinceri. Da questa brutta storia il Paese è uscito con le ossa rotte, ferito nella sua sovranità e con esso l’Aeronautica, inseguita per sempre dall’ombra del sospetto. La scienza e la magistratura non possono fare più nulla, solo la politica, e con essa la diplomazia, può ancora andare fino in fondo, chiedendo conto di tutto questo ai nostri alleati e ai suoi apparati d’intelligence, con la più elementare e scontata delle domande. Ancora una volta, sempre la stessa: perché?


Fabrizio Colarieti

LINK:
1) Il sito www.stragi80.it
2) Il sito del giornalista Fabrizio Colarieti

Doppio gioco | L’espresso

Doppio gioco | L’espresso.

di Gianluca Di Feo e Stefania Maurizi

Montagne d’armi per alimentare le guerre africane. Vendute da italiani. Un regime che chiede tangenti su tutti gli affari. Ecco la Libia con cui Berlusconi stringe patti segreti

C’è un governo affamato d’armi. Cerca arsenali perché si sente debole dopo quarant’anni di regime e teme le rivolte popolari. E vuole montagne di mitragliatori per proseguire la sua spregiudicata politica di potenza che negli scorsi decenni ha contribuito a riempire l’Africa di guerre civili. Questa è la Libia che si materializza negli atti della più sconvolgente inchiesta sul traffico d’armi realizzata in Italia: verbali, intercettazioni, pedinamenti e rogatorie che raccontano l’ultimo eldorado del commercio bellico. E dove dignitari vicinissimi al colonnello Gheddafi si muovono con grande spregiudicatezza tra affari di Stato, interessi personali e trame segrete. Questa è la Libia dove si recherà Silvio Berlusconi (scheda a pag. 51), invocando accordi strategici per il rilancio dell’economia ma soprattutto per stroncare definitivamente le partenze di immigrati ed esuli verso Lampedusa. Mentre dagli atti dell’indagine – come può rivelare “L’espresso” – spunta il nome del più importante ente libico che si occupa di quei migranti rispediti indietro dall’Italia. Deportazioni che stanno creando perplessità in tutta Europa e non riescono a scoraggiare la disperazione di chi sfida il mare e spesso muore nel disinteresse delle autorità maltesi.

Prima di Berlusconi un’altra incredibile squadra di imprenditori italiani era corsa a Tripoli per fare affari. Sono i nuovi mercanti di morte, figure inedite e sorprendenti di quarantenni che riforniscono gli eserciti africani di missili, elicotteri e bombardieri. E che passano in poche settimane dai cantieri edili alla compravendita di fucili d’assalto, tank e cannoni. Improvvisarsi commercianti di kalashnikov è facilissimo: trovarne mezzo milione sembra un gioco da ragazzi. Ma tutto è a portata di mano: caccia, radar, autoblindo. Si va direttamente alla fabbrica, in Cina, nell’ex Urss o nei paesi balcanici.

L’importante è avere le conoscenze giuste, conti offshore e una scorciatoia per evitare i controlli. Tutto documentato in tre anni di indagini dalla procura di Perugia. Tutto confermato nella sostanza – anche se non sempre nella rilevanza penale – dagli stessi interessati nei lunghi interrogatori davanti al pubblico ministero Dario Razzi.

Un filo di fumo Come spesso accade le grandi trame hanno un inizio banale, perso nella noia della campagna umbra. Nel dicembre 2005 i carabinieri di Terni stavano indagando su un piccolo giro di hashish. L’attenzione dei militari si è concentrata su Gianluca Squarzolo, che lavorava per una azienda insolitamente attiva negli appalti della cooperazione internazionale: la Sviluppo di Terni. Soprattutto in Libia è riuscita a entrare tra i fornitori della nomenklatura più vicina al colonnello Gheddafi. Ha ristrutturato palazzi e ville. Merito soprattutto dei contatti che si è saputo costruire Ermete Moretti, vulcanico manager toscano. Al pm Razzi racconta di avere accompagnato uno specialista di ozonoterapia per curare il leader massimo della Jamairhia: “Anche solo a livello di fargli fare delle iniezioni, sicuramente un bello screening me l’hanno fatto prima, per vedere se ero una persona di qualche servizio segreto”. Come in tutti i paesi arabi, anche a Tripoli per fare affari ci vogliono conoscenze e mazzette. Così Moretti non si sorprende quando nel marzo 2006 gli viene proposto un nuovo business: una fornitura colossale di mitragliatori. A parlarne è Tafferdin Mansur, alto ufficiale nel settore approvvigionamenti dell’esercito libico, “vicino al capo di stato maggiore generale Abdulrahim Alì Al Sied”. Muoversi in questo settore, però, richiederebbe figure con una certa esperienza. Invece per la prima missione viene incaricato Squarzolo che parte verso Tripoli con un piccolo campionario. Quando i carabinieri gli ispezionano i bagagli a Fiumicino invece dell’hashish trovano tutt’altra merce: un catalogo di armamenti. Capiscono di essersi imbattuti in qualcosa di grosso: lo lasciano andare e fanno partire le intercettazioni. Che individuano gli altri soci.

Mister Gold Rock C’è Massimo Bettinotti, 42 anni, radicato nello Spezzino e abile nello scovare contratti bellici. C’è Serafino Rossi, imprenditore agricolo a lungo vissuto in Perù che legge Jane’s, la rivista militare più autorevole, e tra una semina e l’altra sa riconoscere ogni modello di caccia. Il nome più misterioso è quello di Vittorio Dordi, 44 anni, nato a Cazzaniga in provincia di Bergamo e studi interrotti dopo la licenza media. E la sua carriera pare ricalcata da un romanzo. Racconta di essere emigrato dalle fabbrichette tessili lombarde all’Uzbekistan per costruire impianti e telai. Nel ’98 apre un ufficio in Congo: spiega di essere stato chiamato dal presidente Kabila per rivitalizzare la coltivazione del cotone. Ma la sua vocazione è un’altra. In Congo diventa una sorta di consigliere del ministro della Difesa, ottiene un passaporto diplomatico e la concessione per una miniera di diamanti. Nel 1999 a Cipro fonda la Gold Rock e comincia a muoversi sul mercato russo degli armamenti: “Diciotto anni di esperienza, sa: sono abbastanza conosciuto…”, si vanta con il pm. La sua specialità – racconta – è la Georgia, dove si producono ordigni pregiati. Nell’interrogatorio cita il Sukhoi 25, un bombardiere che è la fenice dei conflitti africani. Un aereo corazzato, progettato ai tempi dell’invasione dell’Afghanistan: robusto, semplice, decolla anche da piste sterrate e non teme né le cannonate né i missili. Ogni tanto stormi fantasma di questi jet, con equipaggi mercenari, spuntano all’improvviso nei massacri del continente nero. Anche in Congo, ovviamente. Dordi non si presenta come un semplice compratore: parla di un suo ruolo nell’azionariato delle aziende che costruiscono caccia ed elicotteri. Millanterie? I depositi bancari rintracciati dai magistrati a Malta, a Cipro e a San Marino sembrano indicare transazioni rilevanti e un tesoretto di 22 milioni di euro al sicuro sul Titano.

Ma le sorprese di Mister Gold Rock non sono finite. “Voi pensate a Dordi come a uno che vende solo armi, mica è vero”, spiega al pm il suo amico Serafino Rossi: “M’ha detto che lui è socio di un grosso costruttore spagnolo, che fa strade, ponti, quello che stava comprando il Parma”. È Florentino Perez quel costruttore spagnolo, deduce il procuratore: il boss del Real Madrid che ha speso cifre folli per la sua squadra stellare. Perez, racconta sempre Rossi, avrebbe investito forte in Congo e Dordi conta di lavorarci insieme, “visto che sono molto amici “. Assieme ai nuovi sodali, Dordi discute anche qualche altro affaruccio: 50 mila kalashnikov e 5000 mitragliatrici russe destinate “a un sedicente rappresentante del governo iracheno” da spedire con “il beneplacito del governo americano”; cannoni navali per lo Sri Lanka, elicotteri per il Pakistan, Mig di seconda mano dalla Lituania.

Operazioni coperte Per uno come lui, i kalashnikov sono merce di scarso valore. Ma sa che i libici cercano ben altro: venti anni di embargo, decretati dopo gli attentati di Lockerbie e Berlino, hanno reso Tripoli ghiotta. Dordi spera di sfruttare i contatti partiti dall’Umbria per strappare qualche commessa più ricca. Descrive al pm nel dettaglio gli incontri con i responsabili del riarmo libico: vogliono apparati per modernizzare i carri armati T72, elicotteri da combattimento, missili terra-aria di ultimissima generazione. Insomma, il meglio per riportare l’armata di Gheddafi ai fasti degli anni Settanta.E allora perché tanta insistenza nel cercare una montagna di vecchi kalashnikov, tutti del modello più antico e rustico? Mezzo milione di Ak47 e dieci milioni di proiettili, una quantità di gran lunga superiore alle necessità dell’esercito libico. Sono gli stessi indagati a dare una risposta nelle intercettazioni: “Li vogliono regalà a destra e manca, capito?”. Il pm parla di “esigenze politico-militari, gli indagati sanno che parte della commessa sarà ceduta a terzi. Nessun problema per loro se le armi dovessero essere destinate a Stati o movimenti in contrasto con la politica estera italiana”. È una vecchia storia. Dalla fine degli anni Settanta i libici hanno cercato di esportare la loro rivoluzione verde in mezzo mondo, donando casse di ordigni: dal Ciad al Nicaragua, dal Sudan alla Liberia.

Tangentopoli a Tripoli I nostri connazionali sono maestri nell’esperanto della bustarella. Pagano le rette del college londinese per il figlio del colonnello Mansur, più una mazzetta da 250 mila dollari; altrettanti all’ingegnere libico che esamina lo shopping bellico. I soldi li fanno gonfiando i costi: i kalashnikov vengono pagati 85 dollari e rivenduti a Tripoli per 136. “Su 64 milioni e 800mila dollari che i libici pagheranno, il 60 per cento andrà agli italiani”. Ma i soldi non restano nelle loro tasche: “Non sono poi infondate le pretese dei libici di ottenere un prezzo della corruzione più elevato rispetto a quanto finora corrisposto”, continua con un filo di ironia il pm. Gli oligarchi della Jamairhia sanno però che il loro potere va difeso. Nella primavera 2006 la rivolta islamica di Bengasi, nata come protesta contro la t-shirt del ministro Calderoli, li sorprende. Si teme anche per la salute di Gheddafi. Per questo chiedono con urgenza strumenti anti-sommossa: 250 mila pallottole di gomma, 750 lancia granate lacrimogene, scudi e corpetti protettivi.

Email a raffica Come si fa a trovare mezzo milione di mitragliatori? Basta scrivere una mail alla Norinco, il colosso cinese dove i compratori con buone referenze sono accolti sempre a braccia aperte. “Nessun problema, noi non andiamo in ferie: in tre mesi avrete i primi 100mila”, rispondono al volo. Si trovano anche le società – a Malta e a Cipro – che secondo gli inquirenti servono ad aggirare i divieti della legge italiana. I libici però sono tutt’altro che sprovveduti: prima vogliono provare dei campioni della merce. Così Moretti e Bettinotti organizzano l’invio dalla Cina a Tripoli di 6 fucili d’assalto e 18 caricatori. Ma c’è un intoppo: nel documento di spedizione, i cinesi hanno indicato il nome di Bettinotti, vanificando la rete di copertura. C’è il rischio che l’affare salti. Tra le due sponde del Mediterraneo si cerca una soluzione. Che porta il nome di Khaled K. El Hamedi, presidente della grande holding libica Eng Holding. Secondo la procura questa holding “ha intermediato l’affare dei kalashnikov “. El Hamedi è un pezzo da novanta della nomenklatura libica. È cognato di uno dei figli di Gheddafi. In più, come ricostruisce a “L’espresso” una fonte che chiede l’anonimato “il padre è il generale Khweldi El Hamedi, il membro più rispettato del Consiglio del Comando della Rivoluzione: una personalità che ha ricoperto varie cariche nei ministeri della Difesa, dell’intelligence e dell’istruzione”.

Mitra e diritti umani La notte del 14 settembre 2006, Bettinotti invia un fax allo 00218214780777: è destinato alla Eng Holding, all’attenzione di Khaled El Hamedi, per trasmettere la bolla di spedizione dei kalashnikov “artefatta dal Bettinotti per evitare che si possa risalire a lui”. Quel numero di fax corrisponde anche, come “L’espresso” è in grado di rivelare, a una importante Ong di cui Khaled El Hamedi è presidente: la “International organization for peace, care, and relief” (www.iopcr.org) di Tripoli. Un’organizzazione molto attiva nel soccorso alla popolazione palestinese, ma anche nell’assistenza agli immigrati che transitano per la Libia. Racconta a “L’espresso” una fonte autorevole che opera nel settore dei diritti umani: “È la più grande organizzazione libica attiva nel settore degli immigrati. Hanno accordi con l’Alto commissariato Onu per i rifugiati per consentire l’accesso al campo di detenzione di Misratah”. Si tratta di una delle strutture dove finiscono anche i migranti respinti dal nuovo accordo Italia-Libia. “Loro sono gli unici che possono entrare in certe strutture. Ogni associazione che lavora nel settore dell’immigrazione deve passare da loro. Hanno lavorato anche con il Consiglio Italiano per i Rifugiati (Cir)”. Nel 2008 Savino Pezzotta, presidente del Cir, e Khaled El Hamedi si sono incontrati a Roma per firmare un accordo di collaborazione in difesa dei migranti.

Game over I sogni bellici degli impresari all’italiana si sono fermati al campionario di sei kalashnikov. Nel febbraio 2007 partono gli ordini d’arresto. Squarzolo, Moretti, Rossi e Bettinotti vengono catturati subito. Vittorio Dordi invece resta in Congo. Le entrature, come lui stesso dichiara, non gli mancano: “Il 16 agosto 2007 sono andato nell’ambasciata d’Italia e ho parlato con il console generale Edoardo Pucci, che è un mio conoscente da quattro anni, che veniva a casa mia a cena e io andavo pure a casa sua. L’ho messo al corrente della situazione”. Poi – continua – è la volta dell’ambasciata americana dove parla “con il security officer della Cia”. Ma la sua posizione ormai è compromessa. Nel settembre 2008 Dordi viene espulso dal Congo come persona non gradita e finisce agli arresti. L’udienza preliminare si è tenuta a giugno: in due hanno patteggiato una condanna a 4 anni. La Sfinge invece si prepara a respingere le accuse nel processo, forte dell’assistenza di Giulia Bongiorno, deputato del Pdl e presidente della Commissione giustizia. La migliore arma di difesa possibile.

Muammar Al Tappon – Marco Travaglio – Voglio Scendere

Muammar Al Tappon – Marco Travaglio – Voglio Scendere.

Un solo paese, nel mondo libero, poteva riservare gli onori di Stato a una tetra macchietta come il colonnello Gheddafi: il nostro. Un solo premier, nel mondo libero (anzi, semilibero), poteva non solo accogliere nelle più alte sedi istituzionali, ma addirittura baciare con trasporto un soggetto che fino a qualche anno fa foraggiava gruppi terroristici, cacciava ebrei, faceva abbattere aerei di linea come piccioni (Lockerbie, 270 morti), approntava armi di distruzione di massa (vere), bombardava l’Italia senza neppure centrarla: il nostro. Del resto, dal punto di vista coreografico, c’è un solo un leader al mondo che rivaleggi con Muammar Al Tappon quanto a ridicolaggine, tintura, fard, ombretto, per non parlare del corteo di «amazzoni», versione tripolina delle veline di Villa Certosa.

Anche la concezione che i due hanno della democrazia è piuttosto simile, anche se milioni di gonzi italo-padani si erano illusi che Al Tapone fosse almeno uno sfegatato filoamericano, punta di diamante dell’«alleanza contro il terrorismo». Vederlo baciare chi sostiene che «bisogna capire le ragioni del terrorismo» e paragona gli Usa a Bin Laden e sentire Schifani definirlo «uomo di Stato» potrebbe creare qualche spaesamento in un elettorato minimamente avveduto. Dunque non quello del Pdl, che digerisce tutto, anche il fard. Ottimo, come sempre, il Pd che è riuscito a dividersi anche su Gheddafi, grazie all’encomiabile apporto di Mohammed Al Dalemah e del fido Alì Lah Torr, che hanno invitato il colonnello a concionare in Fondazione Italianieuropei. Ribattezzata per l’occasione Beduinieuropei.

Perchè l’Italia regala 5 miliardi di dollari alla Libia?

Da http://www.antimafiaduemila.com/index.php?option=com_content&task=view&id=10398&Itemid=78:


L’ha scritto il ‘New York Times’: “Ci sono due tipi di italiani: quelli che lavorano per lui e quelli che lo faranno”. Con la scusa della crisi, Berlusconi annuncia “aiuti di Stato alle imprese”, e lui guardacaso possiede imprese. Il governo stanzia somme enormi per garantire le banche, e lui guardacaso ha una banca, Mediolanum (impegolata nell’affaire Lehman), e una figlia nel cda di Mediobanca, che controlla quote decisive in Telecom, Generali e Rcs. Intanto la Libia investe in Unicredit (socio di Mediobanca), dopo che il premier ha regalato 5 miliardi di dollari (in vent’anni) al regime di Gheddafi, in cambio di non si sa cosa. Insomma quei soldi pubblici potrebbero rientrare in italianissime e privatissime tasche, magari anche sue. Mediaset è in crisi di share e di Borsa, e lui che fa? Prima invita a investire in titoli di aziende italiane, segnalando – bontà sua – “le tre più sottovalutate: Iri, Eni e Mediaset”.

Sempre in argomento Libia, segnalo un altro articolo: http://www.antimafiaduemila.com/index.php?option=com_content&task=view&id=10420&Itemid=48

Gheddafi all’assalto di Impregilo e Terna
Il Colonnello Muammar Gheddafi torna all’attacco di Piazza Affari. Dopo lo shopping in Unicredit con un pacchetto del 4,9%, i fondi libici puntano a mettere un piede nel gioiello delle costruzioni, Impregilo, e nel capitale di Terna.