Archivi tag: licio gelli

Antimafia Duemila – Il tuffo in politica delle ‘ndrine

Fonte: Antimafia Duemila – Il tuffo in politica delle ‘ndrine.

di Vincenzo Mulé – 20 marzo 2010
L’ultimo a parlare degli intrecci tra le cosche e la politica è stato Cosimo Virgiglio, un imprenditore prima affiliato alla ‘ndrangheta e ora collaboratore di giustizia. Nei giorni scorsi, abbiamo raccontato della sua deposizione nel processo “Cent’anni di storia” dinanzi ai giudici del tribunale di Palmi.

Dove è emerso l’interesse delle ‘ndrine per il controllo del porto di Gioia Tauro e dei cantieri per il Ponte sullo Stretto. «Da questa operazione – ha raccontato Francesco Fonti, il pentito di ‘ndrangheta che ha rivelato i traffici dei rifiuti nel Mediterraneo – le cosche calabresi puntano a un guadagno netto di circa due milioni di euro. Perché hanno il controllo anche di Messina». Qualcuno ha parlato di salto di qualità della criminalità organizzata calabrese, pensando anche all’operazione Broker che ha coinvolto il senatore Di Girolamo – poi dimessosi – e di Gennaro Mokbel, l’imprenditore romano con un passato e amicizie nella destra eversiva e contatti con Antonio D’Inzillo, il killer della banda della Magliana condannato all’ergastolo per l’omicidio di Renato De Pedis.

Le indagini hanno svelato «il tentativo del sodalizio di inserirsi nella vita politica del Paese ». «Nessun salto di qualità, la ‘ndrangheta non è mica un canguro ». Taglia corto Vincenzo Macrì, procuratore aggiunto presso la Direzione nazionale antimafia, secondo il quale «la ‘ndrangheta è in evoluzione continua. Le cose che fa oggi le ha sempre fatte. In politica, ormai, è da anni che ci è entrata. Certo, più tempo passa e più si rafforza. L’unica differenza è che adesso esce allo scoperto. Ma è una conseguenza del fatto che ora è più grande». Una crescita, diretta conseguenza della stagione stragista di Cosa Nostra, con la mafia in difficoltà. «Cosa Nostra è costretta ad una strategia di inabissamento – ricorda Macrì – abbandona completamente il Nord per concentrarsi esclusivamente sul territorio siciliano». Ecco un altro elemento per capire bene le dinamiche che regolano i sodalizi criminali: il passaggio fu indolore, senza spargimenti di sangue. «Una guerra fra mafie è impossibile. Sarebbe controproducente, perché ci sono altri accordi, altre alleanze. Le guerre si fanno solo all’interno di uno specifico sodalizio mafioso». Le cosche si suddividono territori e business ma soprattutto trovano, all’interno di specifici ambienti, alleanze e ambiti di collaborazione. Quali sono questi possibili settori esterni di relazione e alleanza? La politica e gli affari da un lato, la massoneria, l’eversione (in particolare nera) e pezzi di apparati dello Stato (i servizi deviati) dall’altro.

«Perché la Lega, un movimento politico così attento alle questioni di ordine pubblico e di legalità, non ha mai denunciato la presenza della ‘ndrangheta nel Nord?». La risposta è già nota. «Possono esserci due motivi: il primo è che i voti potrebbero arrivare da loro. Il secondo è che il separatismo della Lega è lo stesso di quello siciliano e calabrese». Nei primi anni Novanta fu lo stesso Stefano Delle Chiaie, tra i personaggi più inquietanti dell’eversione fascista, a fondare una lega calabrese. «Quando si parla di ‘ndrangheta non bisogna dimenticare la componente eversiva – riprende Macrì -. Un fatto storico, che spiega anche perché Mokbel decide di appoggiarsi proprio alla mafia calabrese». Tutto ha origine negli anni Settanta, quando i capi della ‘ndrangheta migrarono in massa a Roma. «La circostanza emerge dalle indagini successive all’omicidio di Vittorio Occorsio», il magistrato ucciso il 10 luglio 1976 in un agguato terroristico nella Capitale. Una storia che si lega con quella di Totò D’Agostino, un criminale ammazzato all’uscita di un ristorante ai Parioli, il quartiere bene di Roma.

Un collaboratore di giustizia svelò che D’Agostino era il confidente di Occorsio. «Gli rivelava come la ‘ndrangheta riciclasse i soldi attraverso la massoneria». Tre giorni dopo essere stato ucciso, il magistrato aveva in programma l’interrogatorio di Licio Gelli. «Strano notare – conclude Macrì – come nel giro di un mese vennero uccisi sia Occorsio che D’Agostino».

Fonte: Terra

Tratto da:
gliitaliani.it

Craxi al netto delle tangenti – Passaparola – Voglio Scendere

Fonte: Craxi al netto delle tangenti – Passaparola – Voglio Scendere.

Buongiorno a tutti, siamo nel pieno delle celebrazioni di Bettino Craxi, mi sono un po’ stufato di ricordare le tangenti che prendeva, anche perché l’abbiamo già fatto in queste ultime settimane e poi ci viene autorevolmente raccomandato e stiamo aspettando tutti con ansia il messaggio del Capo dello Stato, per celebrare degnamente il decennale del latitante, che bisogna andare oltre le vicende giudiziarie e che bisogna dare un giudizio politico, perché naturalmente un uomo politico non può essere ridotto soltanto alle condanne e ai processi.

La scalata al Partito Socialista
E’ vero, Craxi non ha avuto soltanto condanne e processi, Craxi è stato anche altro: ha fatto politica, da questo punto di vista vale sempre la vecchia battuta di Grillo, che nella Prima Repubblica di solito prendevi un politico e, dopo un po’, diventava un ladro, mentre nella seconda di solito prendi un ladro e dopo un po’ diventa un politico.

Certamente Craxi quando ha iniziato a fare politica non l’ha fatta per rubare, ha cominciato a rubare mentre faceva politica e su Il Fatto Quotidiano ho pubblicato un’intervista del 93 di Fabrizio Cicchitto, che non era craxiano, era socialista lombardiano, ma fu messo da parte nel Partito Socialista dopo l’81, quando si scoprì che era iscritto alla Loggia P2. Cicchitto è un raro caso di socialista espulso da Craxi, messo ai margini da Craxi per indegnità morale e per la sua iscrizione alla P2 e infatti, rancoroso nei confronti di Craxi per essere stato sbattuto fuori per dieci anni e recuperato soltanto nel 92, Cicchitto nel 93 diede un’intervista – pensate un po’ – a Augusto Minzolini, l’attuale direttore del TG1, che all’epoca era cronista de La Stampa e, in quell’intervista, Craxi veniva dipinto da Cicchitto come poco meno o poco più di un malfattore. Se la trovo, ho qui Il Fatto di questi ultimi giorni, un piccolo brano ve lo devo regalare, perché? Perché Cicchitto ricorda come Craxi scalò il Partito Socialista quando, alla fine degli anni 70, sembrava che non ce la dovesse fare a prendere il potere e poi invece ce la fece per pochissimi voti e, disse Cicchitto, quei pochissimi voti se li era comprati, aveva praticamente lanciato un’Opa sul Partito Socialista con quali soldi? Eh, con i soldi del conto protezione, ossia con i soldi che gli aveva pagato il Banco Ambrosiano, grazie ai buoni uffici di Licio Gelli e di Roberto Calvi. Conseguentemente, se andate sul sito antefatto, o ilfattoquotidiano.it la trovate integrale quell’intervista. Cicchitto disse, “ quando scoprimmo che Craxi aveva questo ben di Dio messo a disposizione sul conto svizzero, il famoso conto protezione, da Licio Gelli e Roberto Calvi beh, capimmo che non ce l’avremmo fatta”. Dice anche che Pietro Nenni gli mandò una lettera nella quale gli intimava di dimettersi, a Craxi, ma che quella lettera fu fatta sparire: lo dico, perché chi sta a Roma vede in questi giorni la città tappezzata di manifesti in cui si vede Craxi giovane e Nenni vecchio con il bastone. Il rapporto tra i due era appunto che il vecchio patriarca, sdegnato nei confronti di Craxi, aveva mandato una lettera per intimargli di dimettersi, lettera che poi è stata fatta sparire, ma in quel partito l’abitudine a fare sparire molte cose era diffusa. Però ci dicono che non ci sono soltanto le tangenti, c’è anche la politica, c’è anche altro e conseguentemente, per dare un giudizio complessivo su Craxi, bisogna valutare il suo ruolo politico: lo scrive ancora questa mattina L’Ambasciatore Romano in uno dei suoi pezzi solitamente ambigui, dove dà un colpo al cerchio e uno alla botte e penso che possiamo benissimo parlare solo esclusivamente, oggi, della politica di Craxi, per vedere se ha portato bene o ha portato male all’Italia: in fondo stiamo parlando di un signore che ha imperversato nella politica italiana per quasi venti anni come leader del partito, come ago della bilancia dall’alto del suo 12 o 14% della politica italiana, come Presidente del Consiglio tra l’83 e l’87 e come parlamentare fino al 1994, quando non si ricandidò perché sepolto sotto le vicende giudiziarie e invece scappò all’estero.

Il presidente del debito
Vediamoli, dunque, questi grandi meriti politici che ha avuto Craxi al netto delle tangenti, perché è un po’ ricattatorio questo modo di giudicare e di dire che non bisogna pensare soltanto alle tangenti, ma anche alla politica: intanto, se uno prende tangenti è un tangentaro e poi è chiaro che anche il mostro di Firenze credo abbia offerto qualche brioches a qualche bambino povero, o abbia aiutato qualche vecchina a attraversare la strada, eppure rimane sempre il mostro di Firenze!

In ogni caso cediamo pure a questo ricatto e parliamo dei grandi meriti politici che, secondo alcuni, ne farebbero un grande statista, paragonato addirittura a De Michelis o a De Gasperi, o paragonato ieri sera da Claudio Martelli a qualcosa di meglio rispetto a Berlinguer e dal Ministro Sacconi a un genio praticamente, a un numero uno della politica italiana. Credo che, stringi stringi, le uniche due cose positive che personalmente riesco a intravedere in quei quasi venti anni di leadership nazionale Craxi le abbia fatte quando si è opposto al nucleare e ha patrocinato il referendum contro il nucleare e, in parte, quando ha dato un colpo all’inflazione stroncando, smantellando la scala mobile.
Sul secondo punto il fine giustificava i mezzi forse, visto che avevamo un’inflazione più vicina al 20% che al 10%, ma non dimentichiamo che stroncare la scala mobile voleva dire sganciare lo stipendio, il salario dei lavoratori dipendenti dal costo del lavoro e quindi, naturalmente, hanno perso di potere d’acquisto gli stipendi dei lavoratori, tanto per cambiare si è deciso di far pagare ai più poveri i disastri della finanza pubblica, che non erano colpa loro, per dare uno scrollone ai sindacati, che sicuramente avevano delle grosse responsabilità.
Quanto al nucleare, non so se avete notato, ma tutti i fans di Craxi di oggi se la dimenticano quella faccenda del nucleare, del no dei socialisti al nucleare, che poi portò al referendum che fu vinto dai nemici del nucleare e infatti oggi tutti i fans di Craxi sono per il nucleare e sorvolano sul fatto che Craxi era contro. Al di là di questo, francamente non vedo nessun motivo per parlare di meriti politici, al netto delle tangenti: cominciamo dal debito pubblico. Per fortuna, sia pure nascosto in fondo a una pagina, a pagina 17 de Il Corriere della Sera di giovedì, Salvatore Bragantini, economista molto in gamba, molto esperto, ci ricorda che cosa ha fatto Craxi per il debito pubblico e dice “ il caso Grecia ora tiene banco, ma è solo l’inizio, tutti i Paesi dell’Eurozone a alto debito – si fa più presto a dire chi non c’è – sono condizionati dai vincoli di Maastricht , svuotare i quali vorrebbe dire silurare l’Euro. Non è loro preclusa solo la leva della politica monetaria, anche lo spazio per quella fiscale si fa impervio, non c’è una lira, i soldi (pochi) vengono spessi per pagare gli interessi sul debito e quindi non c’è trippa per tagliare le tasse. Si può giostrare solo a parità di gettito e la manovra è limitata dalle norme dell’Unione Europea, per esempio per l’Iva. In questo frangente, cosa fare in concreto per restare un grande Paese, senza farsi pian piano relegare nella serie inferiore? Un’opinione pubblica disinformata potrebbe reagire prendendosela con l’Europa, mentre in realtà ce la dobbiamo prendere con noi stessi e, soprattutto, con chi oggi celebra Craxi.” E ricorda, Bragantini, che “ il risanamento morale, utile in sé, darebbe anche un robusto contributo a quello economico”, perché l’immoralità pubblica, la corruzione pubblica che porta aumenti di spesa pubblica sono, in realtà, all’origine del boom del nostro debito punto di riferimento, che non è sempre stato alle stelle: ha cominciato a andare alle stelle a partire dal 1980, cioè da quando imperò sull’Italia per dodici anni il famoso Caf (Craxi, Andreotti, Forlani). Se ci fosse ancora una classe dirigente degna del nome, anziché assistere in un silenzio forse non imbarazzato, ma certo imbarazzante alla rivalutazione di Bettino Craxi, questa classe dirigente ricorderebbe al Sindaco di Milano, che vuole dedicargli una via o un parco, alcuni fatti stranoti nelle metropoli straniere che ama frequentare la signora Moratti. Lasciamo pure stare i gravi reati per cui Craxi è stato condannato e che paiono divenuti trascurabili, c’è molto di più: sotto la guida politica sua e di De Mita, che oggi non a caso ne canta le gesta, il nostro debito pubblico è volato dal 60 al 120% del Pil, in dodici anni è raddoppiato il rapporto tra debito e prodotto interno lordo; di qui il macigno che tutt’ora grava sulle spalle del Paese e ne frena lo sviluppo, sapete che quel debito lo paghiamo con 80 miliardi di Euro all’anno di soli interessi. Nell’éscalation del debito ebbe il suo bel peso l’aumento dei costi delle opere pubbliche dovuto alle tangenti, scoperte grazie a Mani Pulite: quei costi, in seguito alle indagini, crollarono di botto e chi allora accusò il colpo ce lo restituisce con gli interessi. Nel 1992, quando crollò la Prima Repubblica sotto i colpi delle tangenti e poi si travestì da Seconda Repubblica grazie a quel grande gattopardo che è Berlusconi, un chilometro di metropolitana a Milano costava 192 miliardi, nello stesso periodo a Amburgo un chilometro di metropolitana costava 45 miliardi, meno di un quarto. In quel periodo il passante ferroviario di Milano costava 100 miliardi a chilometro e è stato realizzato in dodici anni; nello stesso periodo il passante ferroviario di Zurigo è costato la metà, 50 miliardi a chilometro, e ha richiesto la metà del tempo per i cantieri (sette anni, anziché dodici). E’ così che nasce il boom del debito pubblico che, nell’80, era il 60% del Pil, nell’83 era già il 70% del Pil, nell’83 Craxi diventa Presidente del Consiglio, ci rimane quattro anni, è il governo più lungo della Prima Repubblica, in quei quattro anni il rapporto tra debito e Pil passa dal 70 al 92% e, in termini liquidi, il debito pubblico passa da 400 e qualcosa mila miliardi a un milione di miliardi in quattro anni, gli anni del governo Craxi. Dopodiché, negli anni dei governi Goria e De Mita, il rapporto debito /Pil balza ulteriormente dal 92 al 118%, che è il valore che ha praticamente oggi, perché abbiamo avuto qualche anno di risanamento grazie alle politiche del centrosinistra, soprattutto dei Ministri Ciampi e Padoa Schioppa e poi abbiamo avuto invece lo sfondamento del centrodestra che, guarda caso, ha affidato l’economia nelle mani degli stessi che collaboravano con Craxi ai tempi in cui veniva scavato il grande buco del debito pubblico: oggi la nostra economia è nei mani dei Tremonti, dei Brunetta e dei Sacconi, cioè degli stessi consulenti economici di Craxi e De Michelis, che all’epoca stavano scavando quel gigantesco buco che ancora non siamo riusciti a riempire. “Craxi politicamente ebbe ragione su diversi punti: per esempio, sulla scala mobile e, chi era privo di paraocchi ideologici lo vide subito”, scrive ancora Bragantini, “ma non uscì di scena solo per i reati: soprattutto perché ci stava trascinando nell’abisso. Non era il solo, ma la sua riabilitazione, oltre a reiterare il teorema per cui la magistratura rossa dà la caccia ai politici, sancisce anche ufficialmente l’inanità del tentativo di sfuggire a ruberie e malgestione, è questa la cosa più grave e dà il senso di un Paese che ha smarrito con la memoria la bussola dell’interesse generale. Tutti quelli che nelle aziende esportatrici si dannano a recuperare la competitività perduta dovrebbero pensarci bene, prima di avallare con il silenzio la restaurazione. Se poi Milano dovrà davvero scegliere una via da dedicare a Craxi, cambiamo nome a quella oggi intitolata Giorgio Ambrosoli: daremmo icasticamente l’idea di come ci siamo ridotti e del futuro che ci stiamo preparando”, scrive il grande Bragantini, seminascosto in fondo a pagina 17 de Il Corriere della Sera.

Craxi e le partecipazioni statali
Vediamo altri meriti dello statista Craxi: ricorderete, per esempio, le partecipazioni statali, erano le imprese dello Stato, ce ne era una in particolare che si chiamava Sme e perdeva migliaia di miliardi ogni anno per produrre panettoni e pomodori pelati di Stato.

Era la grande Finanziaria alimentare dell’IRI, che conteneva nella sua pancia i marchi di Motta, Alemagna, Cirio e era gestita dai partiti, quindi era gestita con i piedi e noi, ogni anno, ripianavamo i buchi della Sme: ecco perché Prodi saggiamente, nel 1984, decide di privatizzarla, la mette sul mercato, chiede se c’è qualche privato disposto a prendersi quel carrozzone puzzolente e maleodorante. Ebbene, si fa avanti la Buitoni, unica offerente, la Buitoni di De Benedetti: Craxi per ragioni politiche, ossia perché odiava De Benedetti, decide di bloccare la privatizzazione della Sme, incaricando Berlusconi, Barilla e Ferrero di, obtorto collo, presentare una controfferta rispetto a quella della Buitoni, per altro fuori tempo massimo, in modo da mandare a monte il preaccordo che la Buitoni ha stipulato con l’IRI. Risultato: va tutto a catafascio, la Sme rimane nelle partecipazioni statali e gli italiani per anni hanno continuato a ripianare migliaia di miliardi di debiti a quell’azienda pluridecotta , che Prodi saggiamente aveva trovato a chi affidare per liberare lo Stato da quel bubbone purulento. Questo sarebbe il modernizzatore, uno che non ha mai privatizzato neanche un canile: io non sono un fanatico delle privatizzazioni, ci sono cose che debbono rimanere pubbliche, ma i panettoni di Stato e i pomodori pelati forse potevano essere privatizzati e gestiti meglio! Craxi si opposte e perché si oppose? Perché le partecipazioni statali erano delle aziende che venivano gestite dagli uomini dei partiti, la DC e il PSI e i partiti usavano le aziende pubbliche come vacche da mungere, le depredavano per rubare, venivano finanziati da aziende pubbliche anche se era vietato dalla legge che essi stessi avevano approvato nel 74: quella del finanziamento pubblico dei partiti, che consentiva ai partiti di ricevere contributi da aziende private, ma non da aziende pubbliche. E invece Craxi usava le partecipazioni statali come se fossero il cortile di casa sua: ci metteva i suoi uomini, il famoso Di Donna, i famosi Cagliari, Bitetto, Necci e poi ciucciava i soldi, questa è la ragione per cui alimentò l’impresa pubblica anche laddove non se ne sentiva il bisogno, perché rubavano i soldi pubblici dalle aziende pubbliche.
Pensate alla RAI, pensate a che cosa era la RAI nel periodo della lottizzazione più  feroce dei partiti: si dirà “ c’è anche adesso”, sì, ma non è una buona ragione per dire che era buono quello che facevano allora o per dire che, dato che si fa male adesso, allora va bene tutto, la RAI ha cominciato a diventare – e ne sa qualcosa Beppe Grillo, tra l’altro – una protesi dei partiti proprio in quegli anni, quando tra l’altro non c’erano più neanche grandi partiti che segnalavano grandi personalità, come era accaduto nel passato in televisione, ma c’erano partiti che segnalavano mezze calzette, le loro amanti, i loro amici, i loro portaborse etc., per ottenere in cambio quello che avete visto ancora l’altra sera da Giovanni Minoli. La stessa cosa accadde nel settore televisivo privato: se oggi non abbiamo un libero mercato nella televisione privata, se oggi non abbiamo un antitrust nella televisione privata, se oggi abbiamo una mostruosa concentrazione nelle mani del signor Berlusconi, lo dobbiamo a Bettino Craxi, che cominciò a salvarlo con i due famosi decreti dell’84, quando i pretori tentarono di fare rispettare la legge a Berlusconi e Craxi neutralizzò le ordinanze dei pretori con due decreti chiamati Berlusconi e poi, nel 1990, quando perdemmo la grande opportunità di avere una legge antitrust sulla televisione, perché la Legge Mammì alla fine diventò una fotografia del trust esistente, tre reti aveva Berlusconi e tre reti potè tenersi vita natural durante. A chi lo dobbiamo tutto questo? A Craxi, il grande modernizzatore che ha creato il più mostruoso monopolio, soltanto perché il monopolista era il suo amichetto che gli pagava 21 miliardi, o forse di più, 21 sono stati trovati, estero su estero. Ecco perché la corruzione non può essere disgiunta dall’azione politica, perché queste scelte politiche venivano fatte da uno che poi si faceva pagare: ecco perché il corrotto non è staccabile dall’attività politica, perché la corruzione richiede qualcosa in cambio e quel qualcosa in cambio erano le politiche che hanno ridotto l’Italia a un Paese pseudosovietico, per quanto riguarda la televisione, visto che abbiamo il potere politico che controlla la televisione e questo è cominciato grazie a Craxi, il berlusconismo lo dobbiamo a Bettino Craxi.
La stessa cosa è accaduta nell’editoria quando, raccomandato da Craxi, Berlusconi si impossessò della Mondadori e si impossessò della Mondadori grazie a magistrati romani che facevano parte dell’harem di Cesare Previti e da dove viene Cesare Previti? Dal Partito Socialista, era Consigliere di amministrazione di Alenia, ai tempi in cui l’Alenia era un feudo socialista, tutto si tiene.. il giudice Squillante, il giudice che aveva 9 miliardi sui conti svizzeri, il giudice corrotto da Previti, anche se poi l’ha fatta franca grazie alla prescrizione, ebbene il giudice Squillante era il consigliere giuridico di Craxi a Palazzo Chigi, un giudice con i conti all’estero comunicanti con i conti di Previti e della Fininvest. Ecco perché a Roma i processi non si facevano mai e Craxi fu beccato dalla Procura di Milano: perché a Roma i giudici erano capitanati – capo dei G.I.P. – da Renato Squillante, consulente giuridico di Craxi, pappa e ciccia con Craxi, ecco perché la corruzione non può essere disgiunta dalla politica! Pensate soltanto alle politiche sulla droga che ha fatto Craxi: la prima legge proibizionista in materia di droghe è proprio la legge che fu fatta, la famosa Iervolino /Vassalli, che fu imposta da Craxi, che poi era legato ai peggiori personaggi delle comunità, da Don Gelmini a Muccioli, vengono tutti di lì, dal craxismo. La penalizzazione delle droghe anche leggere, il proibizionismo più retrivo, pensate all’imbarcata di extraparlamentari di sinistra che fece il Partito Socialista, che si importò i Boato, i Liguori, i Sofri, tutti socialisti erano diventati quando lotta continua chiuse i battenti! Pensate alla politica istituzionale di Craxi, che lanciò per primo il presidenzialismo, l’elezione diretta del Presidente della Repubblica, perché naturalmente la voleva disegnare sulle proprie caratteristiche, voleva diventare Presidente della Repubblica con il plebiscito, è lui che ha cominciato a picconare la Costituzione, è lui che per primo, nel 1980, insieme a Giulano Amato, suo degno consulente su queste questioni, ha lanciato la proposta della grande riforma: che cosa era la grande riforma? Era la trasformazione dell’Italia in una Repubblica presidenziale craxiana, è lui che ha cominciato a diffondere il virus dell’ostilità ai valori costituzionali e è lui il primo politico importante del governo a attaccare in Parlamento la magistratura. Oggi ci sembra normale che i politici attacchino la magistratura, non fanno niente altro: all’epoca non si usava, i democristiani se ne guardavano bene, chi aveva fatto parte della Costituente e aveva mantenuto quella tradizione si guardava bene dal delegittimare gli altri poteri, mica per ragioni di onestà di impeccabilità, per ragioni di autoconservazione. Se un potere comincia a distruggere gli altri, gli altri distruggeranno quel potere lì, il potere non può delegittimarsi, le istituzioni tra loro non si possono delegittimare, Craxi fu il primo a rompere il galateo istituzionale e costituzionale e quando cominciò a attaccare i magistrati? Quando fu arrestato per reati valutari nei primi anni 80 Roberto Calvi, il responsabile del più grave crack della storia d’Europa prima del crack Parmalat, ovviamente, il crack dell’Ambrosiano, che mandò sul lastrico migliaia, migliaia e migliaia di famiglie e Craxi, invece di ringraziare i magistrati, che avevano beccato il bancarottiere Calvi, il quale aveva depredato le casse dell’Ambrosiano per compiacere la mafia, la P2 e tutto quel giro losco che c’era intorno, Craxi attaccò i giudici in Parlamento, dicendo che rovinavano l’economia! Cioè l’economia, che era stata appena rovinata dal più grave crack mai visto nella storia d’Italia, veniva rovinata dai giudici che avevano scoperto il crack e il colpevole del crack: questo fu un attacco violentissimo, che segnò una rottura, molti che prima votavano socialista non votarono più socialista, quando sentirono che Craxi difendeva Calvi e poi si scoprì perché Craxi difendeva Calvi, perché in Svizzera, sul conto protezione, Calvi gli aveva appoggiato, grazie ai buoni ufficio di Licio Gelli, una mazzettona di una decina di miliardi dei primi anni 80, una cifra spropositata! Ecco perché ancora una volta la corruzione non può essere disgiunta dall’attività politica: perché Craxi difende un figuro come Calvi? Perché prendeva i soldi da Calvi! La gestione interna del partito, l’insofferenza del dissenso, il partito cesarista, il partito mussoliniano nella Repubblica italiana l’ha inventato Craxi, il quale espelleva gli oppositori e reprimeva il dissenso interno: nel 1981 ha cacciato gente onesta e perbene, oltre che grossi intellettuali come Codignola, Bassanini, Enriquez Agnoletti, Leon, Veltri e altri dirigenti chiamandoli “ piccoli trafficanti della politica”: pensate, Craxi che dà del piccolo trafficante della politica a gente onesta, accusandola di intelligenza con il nemico! Non si sa chi fosse il nemico, perché li ha cacciati? Perché avevano sollevato la questione morale, la stessa questione morale che aveva sollevato Berlinguer dopo che, nelle liste della P2, erano stati trovati molti socialisti craxiani e lombardiani, nel caso di Cicchitto. Pensate ai faccendieri che si aggiravano nell’éntourage di Craxi, ora la figlia pietosamente dice “ mio padre si fidò delle persone sbagliate, che tradirono la sua fiducia”: certo, era uno sprovveduto, un ingenuo! E’ stato subornato, era circondato da un’associazione per delinquere e non se ne era accorto, l’ingenuo Craxi! Faccio dei nomi, eh: Gelli, Calvi, Tradati, Troielli, Gianlombardo, De Toma, Bitetto, Mac Di Palmestein, Cusani, Larini, Fiorini, Parretti, Cagliari, Zampini, Biffi Gentili, Mario Chiesa, Maurizio Raggio, Francesco Cardella. Fate qualche ricerchina su Internet con questi nomi e vedrete che pedigree viene fuori di ciascuno di essi! Erano tutti nell’éntourage di Craxi, ne fosse mancato uno! Uno dice “ va beh, Gesù Cristo è stato tradito da Giuda”, sì, ma uno su dodici era, qui trovarne uno su venti che non fosse un mascalzone! Senza ricordare, naturalmente, che cosa era diventata l’assemblea socialista, quest’organismo pletorico che si riuniva nei palasport e dove svettavano riccastri, pervénus da mazze, mignotte: sono i famosi ladri e ballerine di cui parlava Formica, che adesso evidentemente se ne è dimenticato, tant’è che ieri pare che abbia baciato addirittura la scrivania dove Craxi compilava le sue veline ricattatorie e mandava in fax in Italia per rovinare la reputazione di quelli che diceva che l’avevano tradito. Pensate che Craxi riuscì persino a candidare al Parlamento Gerri Scotti e Massimo Boldi: voi direte “ Massimo Boldi quello lì?”, esattamente quello lì! Questa era la nuova classe dirigente dello statista modernizzatore, Massimo Boldi, detto anche Max Cipollino, questa è la classe dirigente del grande statista anticipatore di Tony Blair, come ieri sera ci ha detto Sacconi! Per non parlare naturalmente di Giuliano Ferrara, Budget Bozzo etc., insomma non si è fatto mancare niente, tutte persone altamente equilibrate!

Craxi e la politica estera
Prendiamo la politica estera: per quanto riguarda la politica estera Craxi, che viene dipinto come un fedele atlantista, uno anticomunista, uno ancorato all’occidente e quindi quello che aveva fatto la scelta giusta tra l’est e l’ovest, mentre l’Unione Sovietica voleva colpire etc., gli euromissili e tutta la retorica che si fa sugli euromissili, Craxi è quello che fa entrare nel Parlamento italiano Yasser Arafat con la pistola nel cinturone, non lo disarmano neanche, non lo perquisiscono neanche prima di farlo entrare in Parlamento e, quando qualcuno protesta, lui dice che Arafat è come Mazzini e Garibaldi, Arafat come Mazzini e Garibaldi!

Il capo di un’organizzazione che, in quel periodo, era ancora un’organizzazione terroristica, che faceva gli attentati negli aeroporti e sequestrava le navi, come poi successe qualche anno dopo con l’Achille Lauro, che non aveva ancora neanche riconosciuto il diritto all’esistenza dello Stato di Israele, questo sarebbe quello che le aveva azzeccate tutte! Quando l’Inghilterra andrò a riprendersi le isole Falkland, che i generali argentini, i dittatori fascisti militari argentini erano andati a occupare per distrarre l’opinione pubblica dalla crisi economica dell’Argentina e la Thatcher andò a riprendersi le Faulklands, indovinate un po’ con chi si schierò l’Italia, grazie al governo Craxi: con la democrazia inglese, o con i dittatori argentini? L’Italia fu l’unico Paese in Europa alleato ai generali argentini, quelli che sterminavano gli oppositori lanciandoli dagli aerei in quota, quelli che fecero i desapareçidos, noi eravamo alleati con quella gentaglia lì, grazie a Craxi che aveva visto giusto! Noi ci siamo alleati con un tiranno lurido, sanguinario come Siad Barre, il tiranno della Somalia, missioni continue dei vari Pilliteri, Boniver, Francesco Forte, che andavano a portare denaro pubblico a questo delinquente: con la scusa della cooperazione con il terzo mondo abbiamo foraggiato per anni questo tiranno sanguinario. Quando poi è stata rapita la nave Achille Lauro, adesso voi sentite raccontare che ci fu l’episodio di Sigonella, dove Craxi gliela fece vedere agli americani: per l’amor del cielo, fargliela vedere agli americani quando sbagliano è sacrosanto, ma non è quello che è successo a Sigonella; tutti dimenticano che cosa è successo a Sigonella, raccontano solo la prima parte della storia, un commando di terroristi dell’Olp, capitanato da Yasser Arafat – la frangia era uno delle organizzazioni che componevano l’Olp e era il Fronte Popolare di Abu Abbas – sequestrò questa nave nel Mediterraneo, dopodiché ci fu una trattativa con la mediazione di Mubarak, Presidente egiziano e, alla fine, i terroristi decisero di riconsegnare la nave e gli ostaggi in cambio della impunità per il loro capo, questo fu l’accordo segreto, il capo era Abu Abbas, che si era spacciato per un mediatore e poi si scoprì che era il capo della banda e che, per di più, questa banda, che aveva garantito di non aver ucciso nessuno, aveva ucciso un ebreo paralitico, Lion Klingoffer, che se ne stava in carrozzella e che fu preso, assassinato e buttato giù dalla nave, tant’è che sulla chiglia dell’Achille Lauro c’era una bava di sangue, era il sangue di questo anziano ebreo che era stato ucciso in quanto ebreo e in quanto americano. Una cosa oscena che, quando la si scoprì, doveva evidentemente imporre al governo italiano di prendere l’intero commando, da Abu Abbas a tutti gli esecutori materiali, e assicurarlo alla giustizia italiana, perché quel delitto era avvenuto su una nave italiana e quindi le navi italiane sono territorio italiano anche quando navigano in acque internazionali. Reagan, con una cow boyata, come la chiamò Montanelli, tentò di prelevare il commando nella base americana di Sigonella, in territorio italiano e di portare i terroristi per processarli in America, perché avevano ammazzato un americano. Giustamente Craxi disse “ no, li processiamo noi”: fin lì va bene, il problema è quello che succede dopo, ossia il gioco delle trae carte, per cui una volta assicurato agli americani che i terroristi li processavamo noi, Abu Abbas è stato preso, caricato su un aereo dei servizi segreti italiani, mandato a Belgrado dal maresciallo Tito e da Belgrado è stato regalato in omaggio al regime di Saddam Hussein, che ha ospitato Abu Abbas a Baghdad  fino al giorno in cui c’è stata la guerra nel 2003, quando Abu Abbas è stato trovato morto, non si è ben capito in quali circostanze. Questo abbiamo fatto: abbiamo fatto scappare il capo dei terroristi che avevano assassinato un ebreo paralitico inerme, altro che il gesto coraggioso di Sigonella! Abbiamo fatto scappare un terrorista e l’abbiamo restituito al suo legittimo proprietario, che era Saddam Hussein e tutti quelli che oggi celebrano Craxi sono quelli che hanno voluto che l’Italia partecipasse alla guerra in Iraq e sono tutti quelli che dicono di essere contrari al terrorismo, però difendono un signore che appoggiava e salvava i terroristi assassini! Pensate alla gestione del caso Moro: nel caso Moro fu presa una linea sacrosanta da parte delle autorità italiane, ossia non trattare con le brigate rosse, perché se tratti una volta i brigatisti sapranno che, ogni volta che faranno un ostaggio, lo Stato si calerà le brache e quindi non c’è più Stato, se lo Stato tratta con i brigatisti e infatti la Democrazia Cristiana e il Partito Comunista decisero che non bisognava trattare, grazie al governo Andreotti e all’oppositore.. anzi, scusate, in quel momento era il governo sostenuto dalle astensioni del Partito Comunista e quindi, grazie all’astenuto PC di Berlinguer, la linea di Zaccagnini, segretario della DC, e di Berlinguer, segretario del PC , nonché di Ugo Lamalfa. Sapete chi è l’unico segretario dei partiti di maggioranza che invece voleva trattare con le brigate rosse? Era Craxi e oggi, tutti quelli che dicono “ non si tratta con i terroristi” etc. etc., celebrano un signore che rivendicava la trattativa con le brigate rosse, cioè liberare dei terroristi in cambio della vita di Moro! Una cosa che avrebbe messo definitivamente in ginocchio lo Stato italiano e avrebbe segnato la vittoria politica delle brigate rosse.
Concludo con quello che faceva Craxi nei confronti della stampa libera e degli intellettuali: diciamo che è stato il politico – prima che arrivassero Berlusconi e anche D’Alema, in un certo qual  modo – più feroce nei confronti della stampa libera e più insofferente nei confronti delle critiche: “intellettuale dei miei stivali” disse, quando Galli Della Loggia si permise una critica e, quando Alberto Cavallari, direttore de Il Corriere della Sera, scrisse che lui tra i ladri e le guardie stava dalla parte delle guardie – Cavallari era il direttore de Il Corriere della Sera che aveva bonificato il corriere dopo la P2 – Craxi lo denunciò, una cosa che fece epoca, perché all’epoca non si usava intimidire i giornalisti con continue denunce come si fa adesso, lo denunciò e lo fece condannare a un risarcimento di 500 milioni. Dopodiché purtroppo Cavallari non ebbe la possibilità di essere riabilitato, cioè di vedere le prove di ciò che lui aveva scritto su Il Corriere della Sera a metà degli anni 80, perché un giorno arrivò il momento in cui si scoprì che veramente Craxi era un ladro, soltanto che lui nel frattempo aveva dovuto pagare il risarcimento, era stato condannato e era morto. Ecco perché oggi forse bisognerebbe dedicare una via di Milano a Cavallari e non a Craxi, perché è stato un grande giornalista che aveva visto giusto, come tanti altri avevano visto giusto su Craxi, prima che arrivassero le prove nelle mani della magistratura. Passate parola e continuate a seguire Il Fatto Quotidiano, che questa settimana lancerà probabilmente una specie di referendum tra i lettori per scegliere, invece, gli esempi positivi: li prenderemo sicuramente tra quelli che avete visto nel calendario dei santi laici, che è stato distribuito anche quest’anno insieme con il blog di Beppe Grillo. Passate parola, buona settimana.

PRECISAZIONE DI MARCO TRAVAGLIO
Grazie ad alcuni amici del blog, mi sono accorto di aver detto una sciocchezza: Abu Abbas, mandante del commando che sequestrò l’Achille Lauro e assassinò Leon Klinghoffer, fu spedito da Craxi a Belgrado, e di lì all’Irak di Saddam Hussein, ma a Belgrado non c’era più il maresciallo Tito, morto da tempo. Me ne scuso con tutti.

Antimafia Duemila – Quegli incontri [di Craxi] con la P2

Antimafia Duemila – Quegli incontri con la P2.

di Gianni Barbacetto – 2 gennaio 2010
La trattativa che il segretario del Psi iniziò con Gelli e i suoi uomini per mantenere la leadership.

Avrà anche commesso qualche errore, per finanziare il partito, ma fu uno statista. Anzi, “il più grande statista della fine del ventesimo secolo” (Gianni De Michelis). Un grande riformatore, stroncato proprio per questo da “una rivolta di palazzo” (Rino Formica). Per riabilitare Bettino Craxi, dedicandogli tanto per cominciare una via a Milano, si sta tentando una doppia rimozione: non solo dei reati commessi e delle condanne subite, ma anche della verità sulla sua storia politica. Ma davvero Craxi fu un grande statista e un coraggioso riformista? Per rispondere, bisogna guardare con disincanto soprattutto al biennio 1979-80, quello in cui Bettino abbandona definitivamente i suoi progetti mitterrandiani – questi sì innovativi per l’Italia – di conquistare la leadership della sinistra, far crescere una grande forza riformista, democratica, libertaria, non comunista, e poi battere la   Dc. Dimenticato il “Progetto socialista” del congresso di Torino, accetta invece la spartizione di potere con il peggio della Dc, sancita poi dalla nascita del Caf, il patto Craxi-Andreotti-Forlani. All’ombra di una regia sotterranea ma potente: quella della loggia P2.

Nel 1979, dopo tre anni alla guida del partito, Craxi non è riuscito a riequilibrare i rapporti di forza a sinistra. Ed è insidiato anche dentro il Psi: da una sinistra interna composita, che va dai rinnovatori di Antonio Giolitti ai più pragmatici sostenitori di Claudio Signorile, pronti a sfilargli la segreteria (Bettino in un comitato centrale del 1980 la manterrà solo per un voto, perché convincerà De Michelis a tradire il suo fronte e a passare con lui). Craxi si sente insomma attaccato in casa e fuori. Quando poi intuisce che Signorile sta per essere segretamente finanziato, insieme alla Dc andreottiana   , da una supertangente Eni, capisce che deve correre rapidamente ai ripari. Abbandona i bei propositi dell’“Alternativa socialista” e gli intellettuali di Mondoperaio e comincia un intenso lavorio tutto dentro i più segreti ambulacri del potere italiano.

Nel 1979 incontra per la prima volta Licio Gelli, mentre i suoi colonnelli, Claudio Martelli e Rino Formica, iniziano con gli uomini della P2 una lunga trattativa su potere, soldi e informazione. Craxi nel 1994 ammette l’incontro: “Quando il tentativo di estromettermi dalla guida del partito tra la fine del ’79 e l’inizio dell’80 non riuscì per un solo voto, Gelli cercò di prendere contatto con me. Vanni Nisticò (piduista, allora capo ufficio stampa del Psi, ndr) mi presentò Gelli e l’incontro si svolse nella mia suite all’Hotel Raphael”. Argomenti trattati: il riavvicinamento tra Craxi e Andreotti. Solo politica? No, c’è una questione più concreta che   preoccupa Bettino: il timore che stiano per arrivare finanziamenti al suo avversario interno, Signorile. È la vicenda passata alla storia come scandalo Eni-Petromin. L’azienda petrolifera italiana, presieduta da Giorgio Mazzanti, aveva stipulato con l’azienda di Stato saudita, la Petromin, un vantaggioso contratto per la fornitura di petrolio. Ma Craxi e Formica si mettono di traverso, perché con il loro formidabile olfatto sentono   odore di tangenti, tangenti da cui sono esclusi: una “intermediazione” di almeno 200 milioni di dollari, da cui avrebbero poi attinto la Dc andreottiana ma anche Signorile, a cui Mazzanti faceva riferimento.

Formica, allora segretario amministrativo del Psi, si scatena. Incontra più volte il dirigente piduista Umberto Ortolani. Il 21 maggio 1979 gli dice: “Dì ai tuoi amici che noi socialisti non abbiamo alcuna intenzione di rimanere fuori da questo affare”. Dopo mesi frenetici e trattative oscure, la storia arriva all’epilogo il 15 marzo 1980: Mazzanti si dimette dalla presidenza dell’Eni e il contratto Eni-Petromin, dopo una prima fornitura, viene sospeso. Meno di un mese dopo, il 5 aprile, Francesco Cossiga vara il suo nuovo governo, con il Psi che rientra nella maggioranza dopo sei anni d’assenza. Un governo prova generale del Caf, con tre ministri e cinque sottosegretari iscritti alla P2.

Eliminato Mazzanti, l’uomo di riferimento di Craxi dentro l’Eni diventa il vicepresidente Leonardo Di Donna. Già a partire dalla seconda metà del 1980, l’Eni foraggia generosamente Bettino: è la storia del conto Protezione. L’Eni concede un deposito di 50 milioni di dollari al Banco Andino di Roberto Calvi (inutile dire che sia Di Donna, sia Calvi sono iscritti alla P2). E il “banchiere di Dio” gira al segretario socialista una percentuale, 7 milioni di dollari in due tranche, sul conto Ubs di Lugano 633369 “Protezione”, fornito a Bettino dall’amico Silvano Larini e annotato su un biglietto da Claudio Martelli.

Gelli sostiene di aver avuto lui l’idea della triangolazione Eni-Ambrosiano-Psi, e di averla esposta a Bettino durante il secondo incontro, che avviene nella primavera del 1980 nell’abitazione romana di Martelli. Il vice di Craxi, che era allora responsabile della cultura e informazione del Psi, aveva   già più volte incontrato il Venerabile all’Hotel Excelsior: per chiedere che il Corriere, nelle mani della P2, trattasse meglio il Psi; ma anche per risolvere il problema dell’enorme debito (21 milioni di dollari) che il partito aveva nei confronti dell’Ambrosiano di Calvi. Ottiene subito i risultati sperati. Il Corriere diventa più favorevole a Craxi, fino a pubblicare, il 30 ottobre 1979, un’agiografica intervista, non firmata, che scatena le proteste del comitato di redazione contro il direttore (“Ha premesso all’intervistato di farsi da solo domande e risposte”). E arrivano anche i soldi: quelli del conto Protezione, ma pure 300 milioni dalla Rizzoli e l’aereo privato dell’azienda a disposizione di Martelli.

Craxi è citato anche nel “Piano di rinascita democratica”, che prevede di “selezionare gli uomini ai quali può essere affidato il compito di promuovere la rivitalizzazione di ciascuna rispettiva parte politica”: per la Dc, il “Piano” segnala, tra gli altri, Andreotti e Forlani; per il Psi indica Craxi. Prevede poi di “affidare ai prescelti gli strumenti finanziari sufficienti a permettere loro di acquisire il predominio nei rispettivi partiti”. L’interesse della P2 per Craxi aumenta dopo il settembre 1979, quando Bettino lancia la sua “grande riforma”, che prevede il presidenzialismo: Craxi viene allora indicato da Gelli come l’uomo che può realizzare il “Piano di rinascita” e a cui va garantito sostegno politico, mediatico e finanziario.

Craxi lo “statista” continua la strada intrapresa nel 1980 anche dopo la scoperta delle liste   P2. Ha ormai imparato il metodo. Accanto al conto Protezione, ha via via aperto una ragnatela di conti da Vaduz fino a Hong Kong. Il sistema delle tangenti diventa scientifico, totale. E Craxi, riformista senza riforme e statista senza senso dello Stato, è ormai uno dei pilastri di Tangentopoli. Fino al fatidico 1992 di Mani pulite.

Tratto da: Il Fatto Quotidiano

Maurizio Torrealta: le stragi erano state annunciate – liberainformazione

Maurizio Torrealta: le stragi erano state annunciate – liberainformazione.

di Norma Ferrara

Quel dialogo fra Cosa nostra e lo Stato

Maurizio Torrealta: le stragi erano state annunciate

Solo pochi giorni fa ai microfoni di *Annozero *Claudio Martelli, Ministro della Giustizia negli anni delle stragi, racconta: Borsellino sapeva della trattativa. Dice di essere stato illuminato dalle parole di Massimo Ciancimino sul dialogo fra mafia e Stato e di aver cosi ricordato che l’allora direttore degli affari penali del Ministero, Liliana Ferraro, in occasione del trigesimo della strage di Capaci avrebbe avvertito Borsellino del contenuto di  una visita ricevuta dal capitano De Donno. De Donno avrebbe riferito della disponibilità dell’ex sindaco di Palermo Vito Ciancimino ad aprire un canale di comunicazione con Cosa Nostra se avesse ricevuto una copertura politica. Nel gennaio del 1993 Salvatore Riina viene arrestato e il  giornalista Maurizio Torrealta di Rainews 24 descrive attraverso il racconto del capitano Ultimo l’arresto del latitante numero uno di Cosa nostra. In quelle pagine non c’è traccia di questa trattativa fra mafia e Stato che portò anche all’arresto del boss corleonese. Nel 2002 Torrealta pubblica in un altro libro intitolato  “La Trattativa” il resto di quel racconto. Lo abbiamo sentito per parlare con lui di questa inchiesta e della riapertura delle indagini sulle stragi di  Capaci e via d’Amelio.

Dopo aver scritto dell’arresto di Riina lei pubblica nel 2002 “La
Trattativa”. Da quale spunto investigativo riparte la sua analisi di quel tragico biennio di stragi?

Solo alcuni anni dopo l’intervista al capitano che arrestò Riina mi resi
conto che le cose che mi aveva raccontato erano solo quelle che lui mi aveva voluto raccontare, quelle che aveva voluto vedere. E soprattutto mi resi conto di quello che mi aveva taciuto: la trattativa. Fu invece intorno alla seconda metà degli anni novanta che iniziai a leggere la sentenza del processo per la strage  di via dei Gergofili, nella quale, senza alcuna ambiguità, si parlava di una trattativa portata avanti dal capitano De Donno e dal colonnello Mario Mori. I due violando i compiti cui erano preposti: quelli di contrastare cosa nostra, in quegli anni, incontrarono Ciancimino e provarono a trattare con Provenzano, non si sa per conto di chi. La trattativa avrebbe avuto successo solo se fosse stata tenuta segreta all’opinione pubblica e agli altri organi investigativi. Intorno a questa trattativa di cui noi conosciamo soltanto alcune fasi ci sono anche una serie di episodi molto strani. Non ultimi, ma questa è solo una mia opinione, la morte di Gabriele Chelazzi, Pm che stava seguendo le indagini sulla trattativa e l’apparente  suicidio della direttrice del carcere di Sulmona, Armida Miserere. Il mio lavoro d’inchiesta cominciò quindi dalla lettura degli atti di Firenze ma anche dalla richiesta di archiviazione del magistrato Antonio Ingroia “Sistemi Criminali”. L’inchiesta, nonostante fosse riportata in una richiesta di archiviazione, conteneva al suo interno elementi oggettivi di estremo interesse di cui non potevamo essere a conoscenza mentre
accadevano.

Quali elementi?

Primo. Le stragi erano state annunciate, almeno un paio di volte. La prima volta da Elio Ciolini, un neofascista, già condannato per diffamazione che aveva inviato una lettera al giudice Leonardo Grassi, annunciando l’inizio di una stagione di stragi in Italia. Ciolini in questa e in una seconda arrivata dopo l’omicidio di Salvo Lima, precisa che queste decisioni erano state prese in alcune riunione tenutesi in Croazia. La strage di Capaci inoltre venne annunciata 48 ore prima da una piccola agenzia di stampa, Repubblica,  vicina ai Servizi segreti. A scriverlo con ogni probabilità fu in un articolo Vittorio Sbardella, secondo uomo di fiducia di Andreotti, per annunciare che ci sarebbe stato un “botto” che avrebbe modificato l’andamento delle elezioni. Sbardella è interessante anche per le cose che scrisse  dopo l’omicidio Lima intorno al cosiddetto “pericolo Golpe”. Dopo l’ arresto di Rina all’inizio del 93 seguirono una serie mai vista prima di episodi strani: attentati contro chiese e palazzi fiorentini e romani, fatti in
luoghi di potere molto specifici, non quelle dei partiti ma luoghi simbolo
del potere, delle istituzioni e della massoneria.

Massoneria, poteri forti e equilibri politici internazionali fanno da sfondo al biennio stragista. Ma non solo. Nella sua inchiesta lei si occupa anche della nascita e del ruolo dei movimenti secessionisti nel Paese. Perché?

Grazie ad un lavoro straordinario della Digos nel nostro Paese sono stati ricostruiti alcuni scenari all’epoca sconosciuti. All’inizio degli anni ’90 nacquero diverse organizzazioni, una sorta di Leghe del sud. In una di
queste comparivano persino Licio Gelli e Stefano Delle Chiaie, neofascista pluriindagato. Viene da pensare che ci fossero nuovi equilibri politici in bilico e ci fosse l’interesse di qualcuno oltre atlantico a creare più un’ Europa delle regioni che delle nazioni. Questo progetto non si è poi sviluppato ma questa ricerca di nuovi equilibri è rimasta e la trattativa è poi avvenuta su un altro versante: quello della ricerca di una situazione politica che garantisse Cosa nostra, messa in difficoltà dal maxi processo. Siamo negli anni novanta infatti, le condizioni internazionali cambiano, è crollata l’Urss e il nemico comunista è stato sconfitto. In quel periodo Cosa nostra percepisce che le forze che avevano utilizzato gli enormi capitali di cui disponeva, per fini politici contro il comunismo, stavano per essere cancellate dal panorama politico, come dire: il loro ruolo terminava li. Così diventò importante attirare l’attenzione con azioni capaci di arrivare anche al di là dell’Atlantico per garantire la sopravvivenza di Cosa nostra.

Quali gli elementi nuovi emersi dopo il 2002 data della pubblicazione de “La Trattativa”,  ad oggi?

La strage di via d’Amelio è stata completamente riletta. Si è scoperto che le confessioni di un pentito sono state  inquinate, fatte ad arte per sviare tutte le indagini mentre adesso ci sono nuovi collaboratori di giustizia cheraccontano come si è sviluppata questa strage, il coinvolgimento dei servizi segreti.  Ma anche la trattativa. Per anni si era concentrata l’attezione sull’uomo di fiducia di Riina, il medico Antonino Cinà. Sembra che abbiano avuto un ruolo altri uomini politici già condannati per associazione mafiosa e senatori della Repubblica. Ci sono nuove indagini anche se devono emergere ancora elementi chiari e precisi tali da poter dire con certezza…

Beh, un nome circola da mesi, da dichiarazioni di pentiti e in ultimo anche dalla voce di Massimo Ciancimino nell’ultima puntata di Annozero. Si tratterebbe di Marcello dell’Utri…

Ciancimino può fare questo nome, noi dobbiamo attendere riscontri precisi.

Prima ricordava della rilettura di Via d’Amelio… qual è stato il ruolo, se c’è stato, dei servizi segreti nelle stragi?

Ci sono prove della loro presenza nella strage di Capaci ma soprattutto in quella di via d’Amelio, ovvero quella che sembra davvero inverosimile possa essere stata organizzata da Cosa Nostra. Per varie ragioni ma soprattutto perché avviene in un momento in cui sono in via d’approvazione pesanti leggi antimafia e non poteva esservi mossa più dannosa per Cosa nostra che alzare il tiro contro lo Stato. Su via d’Amelio ricordo personalmente le parole del pentito Salvatore Cancemi, quando gli chiesi di questa strage mi disse: “non parlo” e disse delle altre mezze frasi che lasciavano intendere era opera di “menti raffinatissime”.

I pentiti, siciliani, calabresi, pugliesi, parlano di quegli anni anche quando decidono di non spingersi oltre alcuni episodi. Quella che sembra rimanere in silenzio è la politica. Perché?

A questo proposito cito un episodio significativo che riguardava l’allora Ministro Scotti, accaduto durante il processo per la strage di via dei Gergofili. Gli inquirenti chiesero al Ministro come mai “si fosse addormentato da Ministro degli interni e risvegliato Ministro degli esteri ” senza episodi specifici che giustificassero questo
cambiamento di ruolo. Lui sorrise ma non rispose, tant’è che alla fine gli avvocati chiesero che fosse messo agli atti il sorriso di Scotti, perché quel sorriso significava “non posso parlare”. Quello che sappiamo ad oggi è che al suo posto andò Nicola Mancino e viene da pensare che questo cambiamento avesse a che fare con la trattativa. Mancino ha sempre smentito e non esistono al momento prove che possano dimostrare il contrario. Quello che sembra evidente è che la trattiva trovò un consenso trasversale nella politica.

In questi ultimi anni l’attenzione verso il reperimento di prove che dimostrerebbero la trattativa Mafia – Stato è stata diretta verso il famoso “papello”, elenco scritto di contro richieste della mafia allo Stato. Ma è plausibile che funzionari dello Stato si fossero recati a parlare con un personaggio come Vito Ciancimino più volte, senza alcuna tutela? Penso all’uso di registratori… ad esempio. Potrebbero esserci altre prove di questa trattativa oltre al “papello”?

Se fossi in chi conduce le indagini e fossi venuto a conoscenza di queste prove sarebbe di certo l’ultima cosa di cui parlerei sino a quando non fossero giunte in un’ aula di tribunale. Credo comunque che il filone del  “papello” avrà degli sviluppi importanti e non potrà essere licenziato rapidamente….

Dopo 17 anni Sandro Ruotolo prepara una puntata per AnnoZero e riceve delle minacce. Salvatore Borsellino, fratello del magistrato, partecipa ad una trasmissione di Rainews24 sulle stragi e subisce il furto della sua auto. A chi fa ancora paura  questa verità?

Stiamo parlando di forze trasversali ai partiti che hanno governato il Paese prima e continuano ad influenzarne l’andamento anche adesso. Negli anni le condizioni sono cambiate molto, potranno esserci degli sviluppi importanti ma i tempi della giustizia sono lunghi e complessi. Sarà difficile portare avanti questi processi ma oggi sembrano esserci le condizioni e se si riuscirà ad arrivare alla verità sarà il primo caso in Italia in cui saranno identificati i mandanti  esterni di una strage.

Antimafia Duemila – Il nome Gelli in inchiesta Procura Verbania

Antimafia Duemila – Il nome Gelli in inchiesta Procura Verbania.

Militari, politici, dirigenti ministeriali, direttori di banca, magistrati, professionisti, industriali e faccendieri: una nuova rete di “personaggi appartenenti a tutti i settori che contano della vita pubblica e privata”.

Con una copertura associativa di stampo massonico, che garantisce vantaggi “a tutti e a ciascuno”, attraverso “stretti legami di fratellanza e mutua assistenza”. E in cima alla piramide, lui: Licio Gelli, il venerabile della P2. E’ quanto scrive l’Espresso, nel numero in edicola domani. A documentare il ritorno di Gelli è l’inchiesta di una piccola procura del Nord, ora trasmessa ai pm antimafia di Palermo. A Verbania, pochi giorni fa – scrive l’Espresso – i magistrati hanno chiuso le indagini su una cordata di imprenditori che facevano i soldi con le fatture false. Organizzavano finte esportazioni di macchinari, creando crediti Iva fittizi. E per cinque anni, oltre a non pagare le tasse, sono riusciti a farsi rimborsare dallo Stato “almeno 9 milioni di euro”.

Antimafia Duemila – Ciancimino: ”Mio padre incontro Gelli in estate stragi”

Antimafia Duemila – Ciancimino: ”Mio padre incontro Gelli in estate stragi”.

“L’estate delle stragi, mio padre incontrò a Cortina Licio Gelli. I magistrati hanno trovato anche i riscontri”.
Parla a Radio 24 Massimo Ciancimino, figlio dell’ex sindaco mafioso Vito.
Nel ’92, c’erano dei progetti politici di nuovi partiti, credo – dice Ciancimino jr – che si siano confrontati su questo. Ma c’é un’inchiesta in merito”. Condannato in primo grado per il riciclaggio del tesoro del padre, Massimo Ciancimino, collabora con alcune procure su nuove inchieste, a cominciare dalla trattativa tra Stato e mafia. “Non ho nulla da rimangiarmi su Nicola Mancino, che mi ha querelato. Quando si voleva aprire un canale per la trattativa, era stato fatto il nome suo e di un altro ministro. Che poi mio padre – sono le parole di Ciancimino – non trovò in Mancino l’interlocutore che voleva…, infatti sono venuti fuori anche altri nomi, oggetto d’indagine”. Nell’intervista a Radio 24, parla delle visite di Provenzano nella loro casa a Roma, della “necessità del padre di oliare i meccanismi con soldi ai politici, per i suoi affari sul gas”, dell’ultimo messaggio dal carcere di Riina e di alcuni personaggi coinvolti nelle indagini su via D’Amelio. “Franco-Carlo, uomo delle istituzioni, intensificò le sue presenze da noi – dice Ciancimino ai microfoni di Radio 24 – nell’estate delle stragi. Mi sembra che si fosse salutato anche con l’uomo dal viso deformato, che frequentava casa mia anche per altre ragioni”. La versione integrale dell’intervista a Massimo Ciancimino andrà in onda domenica 27 settembre alle 19.30, nella rubrica “Storiacce” di Raffaella Calandra. E sul sito di Radio24.

Gioacchino Genchi: “L’Italia nelle mani di un puparo indegno della P2”