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Antimafia Duemila – Le mani delle cosche sul movimento terra nell’hinterland milanese

Fonte: Antimafia Duemila – Le mani delle cosche sul movimento terra nell’hinterland milanese.

La ‘ndrangheta che si prepara all’Expo non spara e non vive di estorsione, ma ricicla i proventi del narcotraffico nell’edilizia, mercato sempre attivo e prospero in Lombardia.

Venerdì 11 giugno: la settima sezione penale del tribunale di Milano emette la sua sentenza, in esito al processo scaturito dall’inchiesta denominata “Cerberus” e arrivano così altre condanne per il clan Barbaro-Papalia, da diversi decenni operativo nel sud del capoluogo lombardo.

Viene così  certificata autorevolmente dal collegio, presieduto dal giudice Aurelio Barazzetta, l’ipotesi investigativa della DDA milanese, sostenuta in aula dal sostituto procuratore Alessandra Dolci: la cosca aveva il controllo dei cantieri e il monopolio del movimento terra in tutto il sud di Milano, da Corsico ad Assago, ma in particolare a Buccinasco, soprannominata la “Plati del Nord”. Ulteriore business collegato quello dello smaltimento dei rifiuti tossici nei cantieri delle opere che venivano realizzate dalle loro ditte. “Il settore della raccolta e del trasporto della terra dai e nei cantieri edili è sotto attenzione per contrastare le infiltrazioni mafiose in vista dei lavori dell’Expo 2015”: così aveva dichiarato il generale Domenico Lorusso, comandante provinciale della Guardia di Finanza, per spiegare ai giornalisti l’operazione “Cerberus”.

La capacità di infiltrarsi negli appalti del movimento terra è una prerogativa riconosciuta al clan dei Barbaro – Papalia e ora l’ulteriore accusa di associazione mafiosa, riscontrata al termine del processo, non fa altro che allungare il loro curriculum criminale e confermarne la pericolosità.

L’epicentro degli affari era il comune di Buccinasco, spesso e malvolentieri finito sotto i riflettori dei media per la presenza storica di prestigiosi clan della ‘ndrangheta. Nel corso del processo è stato ricostruito anche il pagamento di un lavoro non autorizzato dal comune: la rimozione di una grande quantità di terra scaricata abusivamente dallo stesso clan. Dopo il danno, la beffa.

La pesante accusa di associazione mafiosa è stata riconosciuta in capo a cinque persone, alcune delle quali sono considerate gli emergenti all’interno del clan. La diminuzione delle condanne richieste si deve al fatto che non è stata riconosciuto il reato di estorsione e l’aggravante dell’utilizzo delle armi. Del resto, le armi non sono necessarie quando si può contare su una riconosciuta capacità di intimidazione che genera poi la conseguente omertà.

Salvatore Barbaro, ritenuto al vertice dell’organizzazione e genero dell’altro boss storico della ‘ndrangheta nel milanese Rocco Papalia, è stato condannato a nove anni di reclusione (a fronte dei quindici richiesti dall’accusa che chiedeva anche il riconoscimento del reato di estorsione), il massimo della pena erogata in questo processo. Condanna a sette anni per il fratello Rosario e per il padre Domenico, soprannominato “Mico l’australiano” per i suoi lunghi trascorsi nella terra dei canguri, oggi considerato “uno dei capi della ‘ndrangheta a livello mondiale”. Sei anni invece per un altro imputato, Mario Miceli, organico al clan.

La quinta condanna – quattro anni e sei mesi di reclusione, invece degli otto richiesti dal pm, perché sono state accordate le attenuanti generiche – è stata comminata ai danni di Maurizio Luraghi, l’imprenditore milanese che, stando a quanto accertato, avrebbe fatto da sponda al clan con la sua azienda, denominata “Lavori stradali srl” e la cui sede legale era in via Freguglia, proprio di fronte a quel Palazzo di Giustizia da cui non sono arrivati che guai per lui. La moglie dell’imprenditore, Giuliana Persegoni, è stata invece assolta per non aver commesso il fatto.

Luraghi, servendosi anche dei microfoni di “Anno Zero” qualche settimana fa, aveva abbozzato una ultima autodifesa, sostenendo di essere una vittima e non un collaboratore della cosca. In realtà, è stato accertato come la sua ditta fosse il terminale di aggiudicazione di tutta una serie di lavori che poi erano dati in subappalto ad altre compagini, direttamente riconducibili ai Barbaro: Fmr scavi, Lmt, Mo.bar e Edil Company.

Dopo la pronuncia della condanna, Luraghi ha cercato ancora di difendere la sua posizione davanti ai giornalisti presenti al momento della lettura della sentenza, denunciando le intimidazioni e le minacce subite e respingendo l’accusa di essere al servizio delle cosche: “Nessuno dirà più nulla. Condannare me vuol dire condannare tutti gli imprenditori milanesi e lombardi e dire che sono collusi con la ‘ndrangheta. Già non parlavano molto, e d’ora in poi non denuncerà più nessuno”. E anche il suo avvocato ha poi rincarato la dose, difendendo il suo assistito: “si pretendeva da lui un comportamento eroico, che non si può pretendere da un cittadino se è lo Stato che non riesce a controllare questi fenomeni”.

La sentenza ha inoltre disposto la confisca delle quote sociale delle aziende coinvolte, tra cui quella di Luraghi. Scontato il ricorso in appello per tutti e cinque i condannati in primo grado.

Ora i Barbaro sono attesi da un’altra scadenza processuale, altrettanto importante per il loro futuro: il prossimo 30 giugno si apre l’udienza preliminare dell’inchiesta della DDA milanese denominata“Parco Sud”, che si era chiusa con la richiesta di diverse ordinanze di custodia cautelare sempre a carico delle cosche operanti nel sud dell’hinterland di Milano e sempre per  associazione mafiosa, volta ad ottenere il monopolio nel settore edile e immobiliare della zona.

Da questa ultima inchiesta è nato un ulteriore filone di indagine che, nel febbraio di quest’anno, ha avuto come esito primo l’arresto di Tiziano Butturini e Michele Iannuzzi, due uomini politici molto attivi nel comune di Trezzano sul Naviglio, sempre periferia milanese. Il primo era stato sindaco, mentre il secondo aveva fatto l’assessore e poi il consigliere comunale. Il primo era del PD, il secondo del PDL. In carcere con loro anche il geometra del comune e un imprenditore, Andrea Madaffari, al centro di “un vero e proprio sistema di corruzione”, secondo quanto scritto dal gip nell’ordinanza di custodia cautelare.

Tratto da: liberainformazione.org

Intervista ad Alfio Caruso, autore del libro “Milano ordina uccidete Borsellino”

Fonte: Intervista ad Alfio Caruso, autore del libro “Milano ordina uccidete Borsellino”.

Lo scrittore catanese racconta i retroscena della strage di via D’Amelio e i rapporti tra Milano e mafia.

Sono passati 18 anni dall’assassinio di Paolo Borsellino e ancora non si sa nulla di chi azionò il telecomando della strage… Perché ancora tanti misteri avvolgono l’uccisione del magistrato della mafia?

“Perché nel 1992 le indagini furono fuorviate dall’invenzione del testimone oculare, Scarantino, il quale soltanto nei mesi addietro ha rivelato di essersi inventato tutto”.

Gli inquirenti sbagliarono per incapacità professionale o per conto terzi?
“Anche Spatuzza ammette di non sapere chi ha eseguito materialmente la strage… E questo la dice lunga sull’accuratezza della preparazione”.

Lei ha già realizzato molti altri volumi che parlano del possibile intreccio fra politica e mafia. Cosa l’ha spinta, in particolare, a occuparsi di Paolo Borsellino?
“La sensazione che fin qui ci avessero raccontato una verità ufficiale che faceva acqua da ogni parte. In realtà, i primi rapporti fra mafia e politica risalgono alla fine dell’Ottocento… E continuano tranquillamente…”

Dove si trovava Alfio Caruso il 19 luglio del ’92 e come reagì al nuovo attentato, di poco successivo a quello costato la vita a Giovanni Falcone?
“Ero alla mia scrivania di vicedirettore della ‘Gazzetta dello Sport’. Le reazioni le ho raccontate in ‘Da Cosa nasce Cosa’ “.

Nel suo libro si comincia a parlare di Milano-mafia introducendo l’argomento Graviano. I due Graviano sono infatti i più decisi a intraprendere l’assassinio di Borsellino e hanno anche dei rapporti stretti con l’imprenditoria nazionale che prende quota propria dal capoluogo lombardo.
Come andò la vicenda del gennaio ’94, quando i due vennero ammanettati da Gigi il Cacciatore?
“Nessuno degli altri ospiti del ristorante si accorse del fulmineo intervento delle forze dell’ordine.”

Secondo un suo personale parere che fine ha fatto la fantomatica ‘agenda rossa’ di Borsellino?
“È servita a ricattare un po’ d’insospettabili e a far compiere qualche carriera impensabile.”

Dopo Falcone fu la volta di Borsellino. Il terzo giudice antimafia per eccellenza era Ayala”. Non cominciò anche lui a sentirsi braccato?
“Braccato lo era già da tempo, ma da due anni per sua fortuna stava in Parlamento eletto deputato del Partito Repubblicano.”

Arriviamo quindi a Marcello Dell’Utri, (la cui carriera spicca il volo nell’83 alla corte di Berlusconi), condannato a nove anni per associazione mafiosa. Lui parla di un complotto ai propri danni”.
Perché non sono verosimili le sue dichiarazioni?
“Sul conto di Dell’Utri si sono accumulate tante e tali testimonianze di segno contrario da rendere verosimile la sua innocenza solo stabilendo che lui è la persona più sfortunata del geoide terrestre”.

Lei nel suo libro parla spesso di ‘Entità Esterna’. Come possiamo definirla in parole semplici?
Una congrega d’insospettabili altolocati.”

“Milano ordina uccidete Borsellino” è fin troppo esplicito. L’assassinio di Falcone è voluto da Cosa Nostra e appoggiato dall’Entità Esterna; quello di Borsellino è ordito, invece, dall’Entità Esterna e appoggiato dalla mafia”. Sono parole che mettono i brividi…
“Purtroppo l’Italia è questa.”

Chi è Gaetano Fidanzati?
“Uno dei più importanti boss mafiosi tra il 1960 e il 2000”.

I mafiosi approdano in Lombardia negli anni Sessanta e da lì non si sono più mossi. Oggi si può realmente parlare di ‘capitale economica della mafia’?
“Oggi prevalgono gli interessi della ‘ndrangheta…”

È vero che Berlusconi assunse Mangano per tenere a bada i mafiosi che lo volevano rapire?
“Se è falso, finora non sono riusciti a dimostrarlo”.

Là dove agisce il Grande Capitale, là dove ripuliscono tutti i solidi, là dove ogni patrimonio può essere investito e moltiplicato. In una parola, Milano. Una Milano che ancora alla fine del 2009 accoglieva e proteggeva boss del calibro di Fidanzati, di Martello, di Matranga.
Da Milano, quindi, viene emessa la condanna a morte di Borsellino… Qual è la molla che fa scattare l’operazione mafiosa?
“Si parla dell’intervista rilasciata dal magistrato siciliano a due giornalisti transalpini…”

Come spiega l’ignorata sentenza d’appello del “Borsellino bis” (2002)?
“Il magistrato palermitano era intenzionatissimo a estendere le indagini su Milano e sul grande capitale”.

Ci avviciniamo a Expo 2015 e molti temono le infiltrazioni mafiose. Come crede sia realmente possibile tenere a bada il fenomeno?
“Basterebbe volerlo”.

da Milanoweb

Antimafia Duemila – Mentre vietate il kebab, la ‘ndrangheta si sta mangiando la ‘Padania’

La verità è che i capi della ndrangheta sono tutti massoni (la cosiddetta “santa”) e trovano grande ospitalità presso i “fratelli” del nord, per questo la presenza della mafia al nord non preoccupa le autorità…

Fonte: Antimafia Duemila – Mentre vietate il kebab, la ‘ndrangheta si sta mangiando la ‘Padania’.

di Claudio Metallo e Antonello Mangano – 31 marzo 2010
Dopo il trionfo elettorale della Lega, proseguirà al Nord il delirio securitario, già avviato con ordinanze anticostituzionali e provvedimenti da tempo di guerra.

Ma anche norme ridicole – come quelle sulle panchine – o assurdamente razziste. Nel frattempo, le organizzazioni criminali di tipo mafioso si sono installate stabilmente: non si limitano al riciclaggio ma puntano a controllare il territorio, gli appalti, gli enti locali. Nessun politico “padano” parla di emergenza ‘ndrangheta. Il pericolo vero – per i leghisti e i loro imitatori – sono i venditori di cibo etnico.

Letizia Moratti ha chiesto al ministro Maroni un decreto legge per permettere di perquisire le case dei migranti. Anche senza mandato, per individuare i “clandestini”. Siamo ritornati a un clima da nazifascismo e alle leggi razziali che creano ghetti e schiavi. L’ordinanza “antidegrado” per via Padova prevede la chiusura alle 22 per le rivendite di kebab e i phone center, cioè luoghi in cui si comunica con i paesi d’origine, di diverso fuso orario, e che spesso stanno aperti a qualunque ora. Per i “centri massaggi” il coprifuoco scatta alle 20, alle 2 per le discoteche, alle 24 per i ristoranti. Norme da tempo di guerra, ma anche gli ultimi di una lunga serie di provvedimenti e proposte di stampo nazista. Autisti ATM italiani. Vagoni del metro riservati agli stranieri. Autobus con le grate ai finestrini usati per rinchiudere migranti senza documenti.

Curiosamente, il sindaco di Milano, come il ministro Maroni e il presidente della regione Formigoni, non si preoccupa minimamente delle mafie che in “Padania” ormai sono entrate negli appalti e nelle forniture pubbliche e che hanno preso residenza nei comuni attorno a Milano, Varese, Brescia. Che spesso impongono il pizzo ai negozianti, senza che siano nate associazioni antiracket. Anzi, si risponde che la mafia non esiste al Nord. Il problema mafioso non è entrato nella campagna elettorale delle elezioni regionali. E’ chiaro che al Sud il problema è gigantesco, ma non bisogna sottovalutare le candidature e la pulizia delle liste in nessuna parte d’Italia.

A Legnano, roccaforte della Lega Nord, nel 2008 è stato ucciso con un colpo alla nuca e abbandonato nelle campagne Cataldo Aloiso, genero di Giuseppe Farao della cosca Farao-Marincola di Cirò Marina, in Calabria. Il 25 aprile del 2007 viene ucciso a Tagliuno (Bergamo) Leone Signorelli, raffinatore di cocaina colombiana che rivendeva alla ‘ndrangheta. Cinque mesi dopo i killer aspettano davanti casa Giuseppe Realini, artigiano del legno bergamasco. “Si ammazzano tra loro?”.

Non è così semplice. Secondo la Procura Realini sarebbe stato ucciso perché unico testimone del delitto Signorelli,  a cui erano legati altri due morti ammazzati: Cataldo Murano e Giuseppe Russo, a loro volta connessi al clan Filippelli, alleati ai Rispoli che controllano proprio Legnano. Il cerchio si chiude proprio dove fu ucciso Aloisio: il suo cadavere fu fatto ritrovare di fronte al cimitero dove è sepolto Carmelo Novella, esponente dell’omonimo clan catanzarese di Guardavalle, ucciso al bar in un pomeriggio d’estate a San Vittore Olona, a metà strada tra Milano e Varese. Tutto ciò è avvenuto, non alle falde dell’Aspromonte o sulle coste calabresi, ma nel cuore della “Padania”. Il settimanale l’Espresso ha recentemente ricostruito ben 25 omicidi di mafia compiuti nel Nord negli ultimi 10 anni. Questi fatti non hanno richiesto nessuna ordinanza comunale, riunioni straordinarie in Prefettura e nemmeno decreti d’urgenza. Nessuna emergenza sicurezza.

SE SEI NERO CAMBIA TUTTO

La commissione antimafia presieduta da Francesco Forgione, quella della legislatura del secondo governo Prodi (2006/2008), è riuscita a mappare le famiglie mafiose operanti in Italia e ha prodotto una dettagliata relazione in meno di due anni di lavoro. L’attuale commissione deve ancora battere un colpo per capire se è in vita. Secondo l’ente presieduto da Forgione, dunque, in Lombardia operano, con tutta probabilità, le famiglie De Stefano, Morabito-Bruzzaniti-Palamara, Farao-Marincola, Sergi, Mancuso, Iamonte, Falzea, Arena, Mazzafferro, Facchineri, Bellocco, Mammoliti, Imerti-Condello-Fontana, Paviglianiti, Piromalli, Ursini-Macrì, Papalia-Barbaro, Trovato, Latella, Versace, Morabito-Mollica.

Il paese dove si sono insediati i Papalia-Barbaro – Buccinasco – viene chiamato la Platì del nord. Al sindaco di centro-sinistra, Maurizio Carbonera, è stata incendiata la macchina tre volte, tra il marzo del 2003 e il novembre 2005, mentre era impegnato nell’approvazione del nuovo piano regolatore, non gradito alla cosca. Per tutta risposta, la regione Lombardia ha promulgato una legge che impedisce di cucinare kebab nei centri storici.

Ad Adro (Brescia), c`è una taglia di 500 euro che verrà versata a ogni vigile che catturerà un clandestino. A Voghera, si è deciso che non si ci può sedere sulle panchine in più di tre persone, per evitare assembramenti di stranieri. In altre regioni del Nord, afflitte comunque dal problema mafia, tutta l’attenzione è sulle panchine: a Vicenza devi avere almeno 70 anni se vuoi sederti, se no stai in piedi. A Sanremo, devi avere tra 0 e 12 anni oppure più di sessanta. Si potrebbe continuare con l’elenco di queste soluzioni per la sicurezza: ad esempio il “White Christmas” di Boccaglio, comune a sindacatura leghista, dove entro Natale 2008 si volevano stanare i migranti per cacciarli dal paese. Per sfuggire a questo clima razzista, spesso gli stranieri scappano verso sud. Dove trovano, ancora una volta, la ferocia italiana, fatta di mafia e sfruttamento.

LA MAFIA NON ESISTE

Secondo Libera, che ha tenuto a Milano la propria giornata nazionale antimafia 2010, sono 665 gli immobili e 165 le aziende confiscate in Lombardia, che la collocano al quinto posto tra le regioni italiane, preceduta solo da Sicilia, Campania, Calabria e Puglia. Nel rapporto “Ombre nella nebbia”, Libera sottolinea che occorre superare il vecchio luogo comune delle aree non tradizionali come zone di riciclaggio. Ormai anche lì si punta al controllo del territorio: ci sono clan insediati stabilmente da decenni e la reattività antimafiosa dei cittadini locali è spesso pari a zero.

Nel giugno 2008, trecento poliziotti appoggiati da un elicottero hanno circondato i palazzi di Quarto Oggiaro, periferia milanese, all’alba. L’operazione ha messo in evidenza una situazione gravissima. Piazze-roccaforti e squadre di giovanissimi spacciatori con turni di lavoro precisi. Un “mercato a cielo aperto” con un giro d’affari di 800 mila euro al mese. Ma non a Scampia, bensì nella capitale della “Padania”, la terra che ha scatenato una guerra ideologica contro il pericolo islamico ma che non sa nulla dei potentissimi clan crotonesi (quelli che investivano i proventi del crimine in Fastweb, per intendersi).

Le “profezie” sulla presenza mafiosa nei prossimi cantieri milanesi nell’Expo non hanno generato alcun provvedimento, anzi la tendenza è la riduzione nei controlli sugli appalti legati ai “grandi eventi”. Le cosiddette “infiltrazioni” mafiose nei cantieri TAV del settentrione non hanno prodotto neppure un editoriale sdegnato.

LEGGI CRIMINOGENE

E’ facile diventare “clandestino” al tempo della crisi. Basta un licenziamento. Le settimane passano inesorabili verso lo scivolamento nell’irregolarità, ovvero uno status che è diventato reato col pacchetto sicurezza. Anche se rimani onesto, comunque rischi di finire dentro. Alla fine, una regola nata col pretesto della sicurezza potrebbe trascinare tante persone nell’illegalità e creare maggiore insicurezza.

La Bossi-Fini impedisce, nei fatti, l’arrivo in forme regolari. Nessun imprenditore assume un lavoratore dall’altra parte del mondo, senza averlo mai visto. E chi lo fa non può; adattarsi ai tempi lunghi della burocrazia. Dunque si parte sempre più spesso con falsi contratti di lavoro, su cui ha già messo le mani la mafia. Nel salernitano, dove tanti marocchini sono stati fatti arrivare così e poi resi irregolari da imprenditori che si sono volatilizzati. A Reggio Calabria, dove le cosche Iamonte e Cordì hanno fatto entrare centinaia di indiani per poi condannarli alla condizione di invisibili.

La mafia ingrassa, la Lega costruisce immeritate carriere politiche. Il reato non è etnico, e non avrebbe senso sostituire alle campagna contro i migranti quella contro i meridionali, che segnarono gli esordi dei leghisti. L’unica lotta è quella contro il crimine organizzato e lo sfruttamento, come dimostrano le rivolte di Castel Volturno e Rosarno fatte dagli africani. Al contrario, la mancata reazione contro il crimine organizzato è la cartina di tornasole di società malsane, che non vogliono sicurezza ma semplicemente scaricare – con viltà – paure e incertezze sui più deboli.

Oltre che clan italiani, nelle città del Nord ci sono gruppi stranieri sempre più forti: albanesi e soprattutto nigeriani. Ma a questi si sono opposti eroicamente solo le centinaia di donne – quasi sempre ex prostitute – che hanno denunciato i loro aguzzini nell’ambito dei programmi dell’articolo 18, rischiando la pelle. E che non hanno mai ottenuto un ringraziamento, una medaglia, un titolo in cronaca, una stretta di mano.

Tratto da: terrelibere.org

Se questo è un “golpe gentile” | Pietro Orsatti

Fonte: Se questo è un “golpe gentile” | Pietro Orsatti.

Qualcosa di veramente grave sta accadendo nel nostro Paese. Lo stravolgimento delle regole, la forzatura autoritaria delle norme e degli equilibri istituzionali, la corruzione diventata sistemica e sistematicamente applicata a qualsiasi affare e appalto o processo economico. E poi il ricatto. Se è anche parzialmente vera la versione che ha fornito ieri il Messaggero di come sono andate davvero le cose fra Berlusconi e Napolitano sulla vicenda dello scandaloso decreto “interpretativo” della legge elettorale siamo davanti a una sorta di “golpe leggero”. Ma che di leggero ha solo l’assenza dei carri armati per strada. Secondo quanto pubblicato ieri dal giornale romano Il Messaggero, il presidente del Consiglio, durante l’incontro avvenuto al Quirinale, avrebbe minacciato il Capo dello Stato Giorgio Napolitano: “Ti scateno la piazza contro” e poi “la tua firma non è indispensabile, vado avanti da solo”. Lo stesso Napolitano ha parlato di un “clima teso” nel primo incontro con Silvio Berlusconi avvenuto giovedì. E poi sempre il Capo dello Stato : “La vicenda è stata molto spinosa, fonte di gravi contrasti e divisioni, e ha messo in evidenza l’acuirsi non solo di tensioni politiche, ma di serie tensioni istituzionali”.

Ripetiamo, se solo in parte di quello riportato dal giornale romano è vero, la situazione è di una gravità inaudita. Qualcosa di più grave e del “tintinnare di sciabole” del generale De Lorenzo” nel 1964, ancora peggiore del tentativo di golpe militare (finito per fortuna a taralucci e vino) del dicembre 1970 organizzato da Junio Valerio Borghese. In entrambe i casi citati la situazione “rientrò” (ma forse non gli equilibri). Questa volta la minaccia di “scatenare la piazza” invece avrebbe ottenuto il risultato voluto: la firma del Presidente Napolitano sul decreto. Un decreto in aperta violazione della legge numero 400 del 23 agosto 1988 che regola le attività di governo a dire esplicitamente che ‘il governo non può, mediante decreto legge, intervenire nelle materie indicate nell’articolo 72, quarto comma, della Costituzione. E tra le materie indicate nell’articolo 72 c’è proprio anche la materia elettorale. E che il garante primario della Costituzione si sia sentito obbligato di sottoscrivere un decreto in aperta violazione di una delle norme di garanzia costituzionale ci porta a pensare che le eventuali minacce di “scatenare la piazza” fossero ben più consistenti di quanto si pensi.

Cosa significa “scatenare la piazza”? Significa (detenendo in pratica il controllo dei mezzi di informazione di massa) lanciare una violentissima campagna mediatica mirata a creare un clima esasperato, violento, eversivo? Una minaccia del genere lanciata non da chissà chi, ma da un Presidente del consiglio che essendo ai vertici del potere esecutivo ha il controllo delle forze dell’ordine, delle forze armate e dei servizi di sicurezza e quindi ha di fatto la possibilità concreta di consentire alla “piazza scatenata” di non essere controllata, fermata.

Nella notte fra il 5 e 6 marzo 2010 si è verificato qualcosa di molto grave. Molto più grave di quanto è emerso finora. Se lo scenario che si è verificato è quello descritto qui sopra è stata sancita la fine del diritto e si è dichiarata in coma la nostra democrazia e la nostra Costituzione.

Blog di Beppe Grillo – Fatto il decreto, denunciato il giudice

Blog di Beppe Grillo – Fatto il decreto, denunciato il giudice.

Anna Argento, presidente prima commissione Corte di assise di Roma, è stata denunciata per abuso di ufficio. Il giudice ha avuto il torto di applicare la legge elettorale. Anna Argento ha spiegato che nessuna lista era stata presentata in cancelleria e la successiva richiesta di integrazione del PDL per il Lazio non poteva essere accettata “in quanto non si può integrare qualcosa che non esiste“. Prima il decreto interpretativo incostituzionale e poi la denuncia a chi ha applicato la legge senza interpretarla per il partito di governo. Anna Argento non ha mai rilasciato interviste in vita sua. Lo ha fatto ieri “per dimostrare di avere una coscienza” e spiegare la verità ai cittadini.

Blog di Beppe Grillo – Colpo di Stato

Fonte: Blog di Beppe Grillo – Colpo di Stato.

Da questa notte l’Italia non è più, ufficialmente, una democrazia. Napolitano ha firmato il decreto della legge interpretativa del Governo che rende alcuni italiani più uguali degli altri. Le leggi d’ora in poi saranno interpretate, ogni volta che converrà a loro, da questi golpisti da barzelletta e, alla bisogna, interverrà un presidente della Repubblica che dovrebbe essere messo sotto impeachment per alto tradimento.
Napolitano ha firmato di notte, di fretta, mentre gli italiani dormivano (forse per una volta si vergognava anche lui). Le liste elettorali senza firme, con firme non autenticate, liste neppure presentate, le liste porcata sono state interpretate, riverginate. Formigoni e Polverini sono stati riammessi. Una qualunque lista dell’opposizione con il più piccolo vizio di forma sarebbe stata respinta. Siamo in dittatura. Sembra strana questa parola detta all’inizio di una nuova primavera: “dittatura“.
La magistratura è fuori gioco. Il Parlamento è fuori gioco. Le leggi, anzi i decreti legge del Governo, sottratti alla discussione parlamentare, sono la norma. La firma di Morfeo Napolitano è sempre scontata. E ora, persino l’interpretazione delle leggi è soggetta a Berlusconi, è compito del Governo. Io Berlusconi, io La Russa, io Cicchitto, io Maroni, io Gasparri, io Napolitano… io sono io e voi, cari italiani, miei sudditi, non siete un cazzo. Io emano le leggi, le interpreto e regno.
I ragazzi del MoVimento 5 Stelle hanno raccolto firme per la strada, valide, autenticate per mesi durante questo gelido inverno. Senza un soldo di finanziamento, tutto di tasca loro. E sono stati ammessi in Piemonte, Lombardia, Veneto, Emilia Romagna, Campania. Formigoni e la Polverini se venissero eletti, non avrebbero nessuna legittimità e i primi a saperlo sono proprio loro. Nessuna legge regionale in Lombardia e nel Lazio potrebbe essere ritenuta valida dai cittadini. Il lombardo e il laziale a questo punto avranno il diritto sacrosanto di interpretare le leggi come cazzo gli pare.
Da oggi inizia una nuova Resistenza, l’Italia non è proprietà privata di questi scalzacani. Questa legge porcata in un certo senso è un bene. Ora è chiaro che il Paese si divide in golpisti e democratici. Noi e loro. La Grecia è vicina e forse ci darà una mano. Tloc, tloc, tloc. Girano le pale. Tloc, tloc, tloc. Si scaldano gli elicotteri.
Loro non si arrenderanno mai (ma gli conviene?). Noi neppure.

Benvenuti nella Repubblica Italiana delle Banane | Pietro Orsatti

Fonte: Benvenuti nella Repubblica Italiana delle Banane | Pietro Orsatti.

Questa mattina gli italiani si sono svegliati in un Paese che è si è chiamato fuori dal contesto delle democrazie occidentali. Con tre articoli in un decreto legge striminzito che fa carta straccia delle regole e del diritto, il nostro Paese ha abdicato all’autoritarismo aziendalista del padrone del vapore, il miliardario gaudente plurinquisito circondato da “yes man” intenti a raccogliere le briciole del banchetto (o forse sarebbe meglio dire gli avanzi del saccheggio). Ci sono voluti solo 35 minuti di consiglio dei ministri, ieri sera, per varare definitivamente la Repubblica Italiana delle Banane. Riammettendo le liste del Pdl con dei cavillucci da avvocaticchi (termine che usato da un altro collega ha scatenato l’ira del destinatario e una querela milionaria) palesemente e formalmente presentate irregolarmente sia in Lombardia che nel Lazio. Non è stato un gesto motivato da chissà quale “emergenza democratica”. È stato un atto di assoluta arroganza, per umiliare ancora una volta la Costituzione, le istituzioni, la Presidenza della Repubblica. Attenzione, parlo dell’istituto della Presidenza della Repubblica e non dell’attuale Presidente Giorgio Napolitano, il quale, cedendo al ricatto e controfirmando quei tre articoli partoriti proprio da una trattativa fra Palazzo Chigi e Quirinale, ha di fatto abdicato.
Ma c’è un altro dato che nessuno, per ora, ha ancora valutato interamente. Gran parte dell’opposizione ha gravemente sottovalutato quello che si stava realizzando. Non credevano che il governo e la maggioranza arrivasse a tanto. Non credevano, soprattutto, che Napolitano avrebbe accettato di controfirmare. Basta andare a vedere le dichiarazioni di Massimo D’Alema e Walter Veltroni di ieri, che pur parlando di errore lasciano spiragli a una soluzione che non fosse quella del Tar.
E a proposito dei Tar, visto che ancora non si sono espressi sui due casi di Lazio e Lombardia, accetteranno di adeguarsi al decreto “interpretativo” o continueranno a seguire alla lettera le norme indicate dalla legge elettorale? Legge elettorale che tuttora è e rimane in vigore, visto che il decreto non emenda ma solo interpreta la normativa. Staremo a vedere. Con ben poche speranza.