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Antimafia Duemila – Gomez: Il clan degli onorevoli

Fonte:Antimafia Duemila – Gomez: Il clan degli onorevoli.

di Peter Gomez – 25 febbraio 2010
È il nostro Parlamento ma sembra la Chicago di Al Capone: tutti gli uomini mandati da Cosa Nostra per “fare il lavoro”. Guardi il Parlamento e pensi al consiglio comunale di Chicago. Quello degli anni Venti, in cui Al Capone teneva il sindaco William “Big Bill” Hale Thompson jr e tutti gli altri a libro paga.

E, almeno nei film, apostrofava i pochi poliziotti onesti urlando “Sei tutto chiacchiere e distintivo”. Il caso di Nicola Di Girolamo, il senatore Pdl che si faceva fotografare abbracciato ai boss e si metteva sull’attenti quando gli dicevano “tu sei uno schiavo e conti quanto un portiere”, è infatti tutt’altro che isolato. Tra i nominati a Montecitorio e Palazzo Madama, gli uomini (e le donne) risultati in rapporti con le cosche sono tanti. Troppi. Anche perché farsi votare dalla mafia non è reato. Frequentare i capi-bastone nemmeno. E così, mentre la Confidustria espelle non solo i collusi, ma persino chi paga il pizzo (persone che, codice alla mano, non commettono un reato, ma lo subiscono), i partiti imbarcano allegramente di tutto . Anche chi potrebbe aver fatto promesse che oggi non può, o non vuole, più rispettare.

Quale sia la situazione lo racconta bene la faccia di Salvatore Cintola, 69 anni, uomo forte dell’Udc siciliano dopo che pure in secondo grado Totò Cuffaro ha incassato una condanna (sette anni) per favoreggiamento mafioso. Pier Ferdinando Casini lo ha fatto entrare al Senato (come Cuffaro) sebbene Giovanni Brusca, il boss che uccise il giudice Falcone, lo considerasse un suo “amico personale”. Quattro archiviazioni in altrettante indagini per fatti di mafia, una campagna elettorale per le Regionali del 2006 (17.028 preferenze) condotta ad Altofonte – stando alle intercettazioni – dagli uomini d’onore e persino una breve militanza in Sicilia Libera, il movimento politico fondato per volontà del boss Luchino Bagarella, non sono bastate per sbarrargli le porte.

Anche perché, se si dice di no al vecchio Cintola, si finisce per dire no pure al giovane deputato Saverio Romano. Anche lui ha la sua bella archiviazione alle spalle (concorso esterno). Ma nel palmares può fregiarsi del titolo di candidato Udc più votato alle ultime Europee (110.403 preferenze nelle isole). Per questo, anche se di fronte a testimoni anni fa pronunciò una frase minacciosa che pare tratta dalla sceneggiatura del Padrino (“Francesco mi vota perché siamo della stessa famigghia” disse rivolgendosi al pentito Francesco Campanella), Romano fa carriera. È membro della commissione Finanze, Il segretario Lorenzo Cesa, lo ha nominato commissario dell’Udc a Catania, mentre Massimo Ciancimino, il figlio di Don Vito, lo ha incluso con Cintola, Cuffaro, e il presidente della commissione Affari costituzionali del Senato, Carlo Vizzini, nell’elenco dei parlamentari a cui sarebbero finiti soldi provenienti dal tesoro di suo padre.

Così Romano è oggi indagato come gli altri per corruzione aggravata dal favoreggiamento a Cosa Nostra. E se mai finirà alla sbarra qualcuno in Parlamento, c’è da giurarlo, dirà: “È giustizia ad orologeria”. Ma la verità è un’altra. I rapporti di forza tra la mafia e la politica stanno cambiando. Il dialogo tra i due poteri e sempre meno paritario. Nel 2000, quando una microcamera immortala l’attuale senatore del Pd, Mirello Crisafulli, mentre discute di appalti con il boss di Enna, Raffaele Bevilacqua (appena uscito di galera), negli investigatori della polizia resta ancora il dubbio su chi sia a comandare. “Fatti i cazzi tuoi” dice infatti chiaro Crisafulli (poi archiviato), al mafioso. In altri dialoghi, invece, il rapporto sembra invertirsi.

A bordo della sua Mercedes nera Simone Castello (un ex iscritto al Pci-Pds diventato un colonnello di Bernardo Provenzano) ascolta così il capo del clan di Villabate, Nino Mandalà (nel 1998 membro del direttivo provinciale di Forza Italia), mentre sostiene di aver “fatto piangere”, l’ex ministro Enrico La Loggia. “Gli ho detto: Enrico tu sai chi sono e da dove vengo e che cosa ero con tuo padre. Io sono mafioso come tuo padre. Ora lui non c’è più, ma lo posso sempre dire io che tuo padre era mafioso” racconta Mandalà al compare aggiungendo che La Loggia, in lacrime, si sarebbe messo a implorare: “Tu mi rovini, tu mi rovini”. In questo caso la minaccia (smentita da La Loggia, che però ammette l’incontro) è quella di svelare legami inconfessabili. Un po’ quello che sta accadendo in questi mesi con Marcello Dell’Utri e Silvio Berlusconi che, secondo molti osservatori, starebbero subendo una sorta di ricatto. Dell’Utri, dicono i giudici, ha stretto un patto con i clan. Un patto non rispettato o solo in parte. E così adesso, visto che è difficile organizzare un attentato ai suoi danni (nel 2003 Dell’Utri e una serie di avvocati parlamentari erano stati inclusi dal Sisde in un elenco di personaggi politici che la mafia voleva ammazzare perché di fatto considerati traditori), la vendetta potrebbe passare attraverso le rivelazioni nei tribunali. Fantascienza? Mica tanto. Perché, almeno nel caso di Dell’Utri, ogni volta (o quasi) che intercetti un telefono di un presunto uomo delle cosche, corri il rischio di ascoltare la sua voce. È successo nell’indagine su Di Girolamo (vedi articolo a pagg. 4-5 de Il Fatto Quotidiano del 25 febbraio 2010). Ed è accaduto due anni fa, poco prima delle elezioni, con gli affiliati del clan Piromalli. Il loro referente Aldo Micciché (vedi articolo a fianco) chiamava il senatore in ufficio dal Venezuela, mentre a uno dei ragazzi della ‘Ndrina Dell’Utri affida il compito di aprire un circolo del Buon governo a Gioia Tauro.

Ovvio che tanta disponibilità al dialogo (Dell’Utri si è giustificato dicendo che lui “parla con tutti”) anche se non dovesse nascondere accordi illeciti, espone quantomeno al rischio di pericolosi equivoci. Se alla Camera entra una bella ragazza di Bagheria, priva di esperienza politica, come Gabriella Giammanco (Pdl), e poi si scopre che suo zio, Michelangelo Alfano, è un boss condannato in via definitiva, è chiaro come qualcuno nelle famiglie di rispetto possa pensare (sbagliando) di trovarsi di fronte a una sorta di messaggio. E se nel governo siede ancora un sottosegretario, Nicola Cosentino, con parenti acquisti detenuti al 41-bis e una richiesta di arresto per Camorra che pende sulla sua testa, è inevitabile che gli uomini di panza considerino il premier un loro amico. Un politico come tutti quelli con cui i patti sono stati siglati con certezza. E ai quali, parafrasando Al Capone, si può sempre gridare, in caso di cocente delusione: “Sei solo chiacchiere e distintivo”.

Tratto da: antefatto.ilcannocchiale.it

Blog di Beppe Grillo – Cipriani in carcere e Tronchetti a PortofinoIntervista a Peter Gomez

Fonte: Blog di Beppe Grillo – Cipriani in carcere e Tronchetti a PortofinoIntervista a Peter Gomez.

La Telecom ha spiato migliaia di italiani, costruito per anni dossier su politici, manager, giornalisti. Il PDL e il PDmenoelle nel 2006 hanno distrutto tutte le intercettazioni e il materiale che riguardava i politici. Come dice Peter Gomez, una mossa del tutto inutile, esistono di certo copie digitali per ricattare o per essere immuni alle leggi. Tronchetti Provera non sapeva! Questa è la barzelletta del secolo. Il velista di Portofino è candidato alla presidenza di Mediobanca, la più importante banca d’affari italiana. Gli intercettati non sono stati risarciti. L’attuale amministratore di Telecom, Franco Bernabè, rimane impassibile.

Testo intervista

“Mi chiamo Peter Gomez, sono un giornalista de Il Fatto Quotidiano, mi sono occupato in questi anni di tutti i più grandi scandali finanziari di corruzione di mafia di questo paese e in particolare a partire dal 2004 con alcuni colleghi de L’Espresso mi sono appassionato e ho seguito lo scandalo degli spioni Telecom, uno scandalo che oggi, come speso accade in Italia, sta finendo in niente.
Cosa è accaduto lo sapete, migliaia e migliaia di persone sono state spiace, schedate, analizzate, le loro vite sono state rovistate, i loro conti correnti sono stati osservati, le banche dati riservate del Ministero dell’Interno sono state consultate per formare delle schede su di loro, schede che finivano in mano alla sicurezza Telecom, allora capitanata da Giuliano Tavaroli.
Oggi a sei anni di distanza possiamo dire che tutto questo è stato uno scherzo o quasi, tutti i principali imputati della vicenda, dipendenti Telecom stanno uscendo dal processo con un patteggiamento e con dei risarcimenti minimi, i vertici dell’azienda erano testimoni e sono rimasti testimoni, secondo i giudici Tronchetti Provera non sapeva nulla di quello che era accaduto nella sua azienda, è possibile? Non è possibile? I magistrati dicono che non ci sono prove, io registro solamente quello che è accaduto in questo periodo.
E’ accaduto che Telecom si è trovata accusata esclusivamente della violazione della legge 231, di un omesso controllo, del fatto di non essersi data degli apparati organizzativi che impedissero le corruzioni e questo tipo di spionaggio, la partita è stata chiusa con un patteggiamento a 7 milioni di Euro. Sotto processo di fatto rimangono due persone, due personaggi importanti uno è l’investigatore privato fiorentino Emanuele Cipriani che era il proprietario del cosiddetto archivio Z, l’archivio in cui venivano accatastate tutte queste pratiche, pratiche che non riguardavano solo, come all’epoca della FIAT la schedatura di migliaia e migliaia di dipendenti o di aspiranti dipendenti della Telecom, che venivano analizzati prima di essere assunti in spregio a ogni regola, ma riguardava molto spesso anche personaggi di primo piano della politica e della finanza italiana.
Altro grande imputato, ma salvato o forse presto salvato dal segreto di Stato controfirmato dal Premier Silvio Berlusconi è l’ex capo del controspionaggio Marco Mancini. Quest’ultimo era accusato e è tutt’ora accusato di avere brigato insieme agli spioni Telecom, di avere venduto delle informazioni del servizio alla Telecom, Berlusconi ha detto che è vero, tutti i suoi rapporti con Telecom, con l’azienda sono coperti dal segreto di Stato e quindi oggi dobbiamo anche chiederci cos’era Telecom a quell’epoca? Era una struttura parallela dei servizi segreti? Era un grande orecchio che osservava tutti gli italiani? Non lo sappiamo, aspettiamo cosa decideranno i giudici.
Una cosa però l’abbiamo capita, abbiamo capito che tra i dossier che venivano accumulati c’erano anche una serie di dossier politici, ci sono dossier per esempio che riguardano il sottosegretario Aldo Brancher, ci sono dossier che riguardano il Segretario dell’UDC Lorenzo Cesa e c’è poi il dossier dei dossier , quello che nessuno di noi potrà mai conoscere perché una legge bipartisan approvata nel 2006 ne ha ordinato la distruzione, il dossier Oak , sui presunti fondi esteri dei DS, creati, secondo questo dossier, al momento della scalata a Telecom da parte della cordata dei capitani coraggiosi di Roberto Colaninno.
Secondo il dossier Telecom, da quello che si è letto, secondo il dossier Oak, questi fondi in parte arriverebbero ai DS, non sappiamo niente per legge, Giuliano Tavaroli nel 2008 ha descritto in parte questo dossier in una lunga intervista o in una serie di colloqui fatti con Repubblica, con Giuseppe D’Avanzo. Ha fatto dei nomi, ha fatto esplicitamente il nome di Piero Fassino, quest’ultimo ha annunciato a quell’epoca una querela che non risulta essere mai stata notificata a Tavaroli, perché questo è uno dei grandi interrogativi, servivano questi dossier per ricattare la politica o servivano semplicemente per raccogliere informazioni da utilizzare magari non necessariamente a fini ricattatori? Non l’abbiamo capito, questi dossier arrivavano sul tavolo di Tronchetti, non l’abbiamo capito, ho intervistato Emanuele Cipriani, l’investigatore che li raccoglieva, il quale mi ha dichiarato, come del resto aveva fatto ai magistrati che lui abitualmente incontrava Tavaroli, che ogni settimana faceva il punto della situazione e che quando i dossier erano particolarmente delicati come nel caso dei dossier politici, Tavaroli alzava il telefono e chiamava o la Segreteria di Tronchetti o direttamente Tronchetti sul cellulare e poi gli diceva “Dottore è arrivato il fiorentino, abbiamo l’esito di quell’indagine, la vengo a trovare” e partiva verso via Negri, sede della Pirelli con il dossier sotto il braccio.
Questi dossier sono mai arrivati sul tavolo di Tronchetti? Tronchetti nega, i magistrati gli credono e Tavaroli davanti ai magistrati nega anche lui, poi con un’intervista a Repubblica dice esattamente il contrario e preannuncia che forse in Tribunale parlerà, non l’ha fatto, ha patteggiato come tutti gli altri, il risultato qual è? Pensiamo al risultato delle migliaia di cittadini, il cui nome trovate sul sito di Beppe Grillo, degli schedati Telecom, non si sono riusciti a costituire parte civile contro l’azienda, hanno potuto solo costituirsi parte civile contro i singoli imputati, i singoli imputati adesso escono grazie al patteggiamento e i danneggiati per vedere dei soldi veri, di fatto a loro sono state offerte poche migliaia di euro, dovranno rivalersi in sede civile, mi sembra molto incivile tutto questo!
Tra le cose che mi ha raccontato Emanuele Cipriani nella lunga intervista che gli ho fatto, ce ne è una particolarmente nuova, Emanuele Cipriani racconta che venivano spiati e controllati anche quelli che venivano definiti “disturbatori di assemblea” gli ho chiesto “Dott. Cipriani ha quindi spiato anche Beppe Grillo?” lui mi dice di no e anche perché racconta di avere lavorato per Telecom in questo senso fino al 2003 – 2004, mi spiega però che era essenziale sapere cosa avrebbero chiesto gli azionisti per evitare di mettere in imbarazzo la presidenza e Tronchetti, per questo lui sostiene che queste operazioni di controllo e di spionaggio su chi poneva domande in assemblea, è la dimostrazione che Tronchetti fosse perfettamente al corrente del suo lavoro perché grazie alle informazioni da lui raccolte, dice Cipriani a Tronchetti riuscì, almeno in un caso a fare un’ottima figura.
E’ anche vero, dobbiamo ricordarlo che Cipriani è un uomo molto arrabbiato perché la Magistratura gli ha sequestrato ben 14 milioni di euro all’estero, accusandolo sostanzialmente di appropriazione indebita, di avere rubato i soldi a Telecom, Cipriani cosa ribatte? Ma come, era tutto fatturato, su tutte le mie pratiche del mio schedario Z, compariva un codice alfanumerico che rimandava a una fattura, non mi potete venire a dire che ho rubato dei soldi all’azienda, per questo probabilmente adesso sta parlando e sta lanciando un po’ di verità e molti segnali.
Qualcuno nonostante che lo scandalo Telecom sia uno scandalo che giudiziariamente possiamo considerare morto, continua a tremare, anche perché dobbiamo ricordare, che la famosa legge che ha distrutto e ordinato la distruzione di quei dossier, è una legge suicida, quei dossier erano tutti in formato informatico, ovviamente continuano a circolare e continuare a produrre veleni, contro i ricatti c’è un solo sistema per smontarli, bisogna giocare a carte scoperte, cercare di spiegare come sono andate le cose, sempre che lo si possa fare!”.

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