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Stragi, il ricatto bipartisan dei boss – Peter Gomez – Voglio Scendere

Stragi, il ricatto bipartisan dei boss – Peter Gomez – Voglio Scendere.

da Il Fatto Quotidiano, 10 ottobre 2009

Ci sono dentro tutti. Gli uomini di Governo e di opposizione: quelli che tra il 1992 e il 1993, mentre per strada scoppiavano le bombe di mafia, erano al corrente della trattativa intavolata tra Cosa Nostra, i servizi servizi segreti e i carabinieri. E ci sono dentro anche i leader di oggi: il premier Silvio Berlusconi e il suo braccio destro Marcello Dell’Utri che, tra il ’93 e il ’94, proprio nei giorni in cui stava nascendo Forza Italia, furono informati, secondo il pentito Giovanni Brusca, di tutti i retroscena delle stragi.

A Berlusconi – ha più volte spiegato Brusca in aula e in una serie d’interrogatori davanti ai pm – la mafia fece arrivare, dopo i primi articoli di giornale che parlavano dei suoi legami con il boss Vittorio Mangano, un messaggio preciso: non ti preoccupare se adesso scrivono di te, intanto i tuoi avversari politici non possono far finta di cadere dalle nuvole, non ti possono tenere sotto schiaffo, perché ci sono di mezzo anche loro; dacci invece una mano per risolvere i nostri problemi altrimenti noi continuiamo con le bombe e finiremo per renderti la vita impossibile.

All’indomani della puntata di “Annozero” in cui l’ex Guardasigilli, Claudio Martelli, ha svelato di essersi opposto al dialogo tra Stato e Antistato e di aver fatto arrivare la notizia della trattativa in corso a Paolo Borsellino (che si mise di traverso e forse anche per questo fu ucciso), la storia oscura di quei giorni insanguinati assomiglia sempre più a quella di un grande ricatto. Un ricatto in cui affonda le sue radici la Seconda Repubblica. In troppi, infatti, sapevano, e in troppi hanno taciuto. La prima parte della vicenda è ormai nota. Borsellino, intorno al 23 giugno del 1992, viene avvertito da una collega del ministero dei colloqui che il colonnello Mario Mori e i capitano Giuseppe De Donno hanno avviato con l’ex sindaco mafioso di Palermo, Vito Ciancimino. Capisce che è in corso un gioco pericoloso. In quel momento parlare con i vertici dell’organizzazione vuol dire convincere Totò Riina che le stragi pagano perché lo Stato è disposto a scendere a patti. Dice di no da subito e per questo il 25 giugno, durante un dibattito pubblico, spiega di aver ormai i giorni contati. Poi incontra Mori e De Donno. E, il primo luglio, vede il nuovo ministro degli Interni, Nicola Mancino (che continua a negare di avergli parlato) e il numero due del Sisde, Bruno Contrada.

Che cosa si dica con loro non è chiaro. Fatto sta che Riina cambia strategia. Evita di uccidere, come programmato, il leader della sinistra Dc siciliana, Lillo Mannino, (considerato un traditore) e fa invece saltare in aria il 19 luglio Borsellino e la scorta. Un attentato reso più semplice dall’assenza di controlli in via D’Amelio, la strada dove viveva sua madre. E da un’incredibile dimenticanza: Borsellino non viene informato dell’esistenza di una relazione dell’Arma che dà per imminente un’azione di Cosa Nostra contro di lui e contro l’allora pm, Antonio Di Pietro.

Se questo è il quadro (Brusca e Massimo Ciancimino, il figlio di Vito, assicurano che Cosa Nostra era al corrente di come il presunto referente governativo della trattativa fosse Mancino), diventa chiaro quanto la notizia fosse politicamente esplosiva. Anche perché pure l’ex comunista Luciano Violante, all’epoca presidente della commissione antimafia, sapeva che i carabineri parlavano con l’ex sindaco mafioso.

È a questo punto che, secondo Brusca, entrano in scena Berlusconi e Dell’Utri. Un anno dopo, intorno al 20 settembre del ‘93, Brusca legge un’articolo su L’Espresso in cui si parla del Cavaliere e di Vittorio Mangano. Riina, che non gli aveva mai parlato di questo legame con la Fininvest, è ormai in carcere. Durante la primavera e l’estate le bombe di mafia sono esplose a Roma, Firenze e Milano. Ma le stragi non sono servite per far ottenere a Cosa Nostra norme meno dure. Così Brusca pensa di utilizzare Mangano per fare arrivare al Cavaliere il suo messaggio. Ne parla con Luchino Bagarella, il cognato di Riina, che dà l’assenso. Verso metà ottobre Mangano parte in missione. A novembre, come risulta da un’agenda sequestrata a Dell’Utri, l’ideatore di Forza Italia lo incontra. Poi i colloqui, mediati secondo il pentito da degli imprenditori delle pulizie di Milano, proseguono almeno fino alle elezioni del marzo ‘94. Il futuro premier è soddisfatto Brusca ricorda: “Mangano mi disse che Berlusconi era rimasto contento”.

Ciancimino Jr: “Anche Rognoni sapeva dei contatti tra Stato e Cosa nostra”

Fonte: Ciancimino Jr: “Anche Rognoni sapeva dei contatti tra Stato e Cosa nostra”.

Paolo Borsellino sapeva della trattativa tra mafia e Stato. Anche illustri uomini della politica e del governo di Giuliano Amato erano informati: oltre all’allora ministro degli Interni, Nicola Mancino, nell’intervista di Sandro Ruotolo a Massimo Ciancimino (non trasmessa giovedì da Annozero per questioni di tempo) compare per la prima volta il nome di Virginio Rognoni, ex ministro dell’Interno, della Giustizia e della Difesa. Rognoni è stato vicepresidente del Consiglio Superiore della magistratura sino al 2006. Il suo successore è Mancino. Ciancimino fa riferimento alle fasi iniziali della trattativa, quando il padre Vito prepara le richieste. Siamo nell’ estate-autunno del ’92. Il 23 maggio Giovanni Falcone viene ucciso. Il 19 luglio è la volta di   Borsellino. Oggi 85enne, Rognoni sarà ascoltato dal procuratore aggiunto di Palermo, Antonio Ingroia.
c.t.

Il testo dell’intervista di Sandro Ruotolo a Massimo Ciancimino non trasmessa giovedì 8 ottobre 2009 da Annozero per questioni di tempo.


Ma suo padre si fida dei due Carabinieri?
“Mio padre per la sua natura corleonese non si fida dei Carabinieri. Ce l’ha proprio dentro il sangue. E quando il colonnello e il capitano per poter instaurare questo tipo di trattativa si propongono come persone che possono dare sia i benefici suoi che altri benefici ben piu’ importanti, e’ chiaro che in lui nasce il dubbio. Mi dice: ‘ma come fanno questi due soggetti che di fatto non sono riusciti nemmeno a fare il mio di processo!. (quello sugli   appalti, ndr) Ma come fanno questi due soggetti a offrire garanzie concrete a due superlatitanti… non sono in grado!’. In un primo momento gli viene detto che c’è il loro referente capo, il generale Subranni. E mio padre non e’ che e’ molto confortato…”

Subranni è il comandante dei ROS
“Esatto. Poi questo suo quesito lo fa al signor Franco. Il signor Franco lo conosco allo stesso modo di Bernardo Provenzano (…)”.

Il signor Franco è dei servizi segreti?
“Sì. E il signor Franco risponde a mio padre che il carabinieri non sono cosi’ ingenui e sprovveduti, ma che c’erano due soggetti informati e… costantemente tenuti al corrente   di quelle che erano le fasi della trattativa, e nel caso in grado di poter attuare le richieste. Il ministro dell’interno Mancino e un altro soggetto politico”

Rognoni?
“Sì”’.

Quindi suo padre sa questo dal signor Franco?

“…che sono informati, cosa che non entusiasma mio padre per niente”

E si fida del signor Franco?
“Ne parla anche con i Carabinieri e loro stessi gli confermano la stessa cosa”.

Il colonnello Mori?

“Sì, il colonnello Mori. Ma la cosa importante è che mio padre di questo diciamo rapporto a monte non è per niente soddisfatto”.

Quindi non gli bastano Mancino-Rognoni?
“Esatto, non gli bastano… secondo lui, l’unica persona che ha lo spessore morale per garantire la trattativa, e che era quasi un incubo di mio padre, perché era convinto che Violante comandasse…”

Comandasse che cosa?
“Era convinto che Luciano Violante comandasse la magistratura (…)”

E Mori ne parla con Violante?

“Questo io… l’ho appreso leggendo i giornali”.

E lei che apprende invece da suo padre?

“Che Mori gli dice che non si poteva coinvolgere l’onorevole Violante (…)”. Però suo padre chiede di essere ricevuto dal Presidente della Commissione Antimafia (..) “Quando Violante divenne   Presidente della Commissione”.

Quindi Violante ha detto no alla trattativa perché non ha voluto essere il garante dell’operazione. E dice no anche semplicemente ad ascoltare Ciancimino…

“Strano come l’unico politico condannato per mafia non sia stato mai ascoltato nonostante le sue continue richieste…”

Intervista a cura di Sandro Ruotolo (Fonte:

il Fatto Quotidiano, 10 ottobre 2009)

Al processo contro Mori nuove ombre su Forza Italia : Pietro Orsatti

Al processo contro Mori nuove ombre su Forza Italia : Pietro Orsatti.

Misteri –  Nell’udienza romana nuove rivelazioni di Antonino Giuffrè. Il collaboratore racconta delle missioni di don Vito nella Capitale e come “Binnu”, nel periodo di sommersione, fosse impegnato a riformare l’organizzazione

di Pietro Orsatti su Terra

È in trasferta a Roma, nell’aula bunker di Rebibbia, il processo al generale Mori e al colonnello Obinu, per ascoltare il collaboratore Nino Giuffré. Il processo è relativo alla fuga di Bernardo Provenzano, come denunciato dal colonnello dei Michele Riccio, il 31 ottobre 1995 in una cascina a Mezzojuso. Secondo Riccio l’ex capo dei Ros avrebbe in qualche modo consentito che il boss si allontanasse indisturbato. Informai il colonnello Mori – ha dichiarato al processo Riccio -. Lo chiamai subito a casa per riferirgli dell’incontro e rimasi sorpreso, perché non me lo dimenticherei mai, non vidi nessun cenno di interesse dall’altra parte».

Secondo il collaboratore di giustizia ascoltato invece in questi giorni, il capo della nuova durante il cosiddetto periodo di sommersione, Bernardo Provenzano,  avrebbe portato avanti una trattativa per risolvere i gravi problemi che stava attraversando la mafia a causati dalla forte pressione dello in seguito alle stragi del ’92. I temi erano la confisca dei beni, gli ergastoli, i collaboratori di giustizia, i benefici carcerari. La trattativa in una prima fase avvenne tramite Vito Ciancimino. Giuffré, in relazione alla trattativa, ricorda come Provenzano dicesse di Ciancimino, quando questi si recava a Roma, che era «andato in missione», e poi in seguito come si consolidasse il contatto che avrebbe consentito l’aggancio con un nuovo interlocutore politico: Marcello Dell’Utri. I rapporti con il senatore Dell’Utri, sempre secondo Giuffrè, sarebbero stati intrattenuti tramite diversi intermediari, in particolare il costruttore Ienna e i fratelli Graviano. A conclusione dell’udienza il colleggio giudicante ha deciso di ascoltare in aula, questa volta a Palermo, Luciano Violante e Giovanni Ciancimino, l’altro figlio di Vito Ciancimino che ha iniziato a rilasciare dichiarazioni solo di recente.

Ma ritorniamo alla vicenda che ha dato il via a questo processo, e quindi all’incontro di boss a Mezzojuso dal quale fuggì indisturbato il capo di . Il colonnello Riccio era sul posto, avrebbe potuto intervenire immediatamente appena avuto il via libera dal capo dei Ros in . «Mi disse che preferiva impegnare i propri strumenti, dei quali al momento era sprovvisto – prosegue Riccio nel suo racconto -. Noi eravamo pronti e non ci voleva una grande scienza per intervenire». L’ ufficiale ha parlato anche di un incontro a Roma fra Luigi Ilardo, vice del capo mafia di Caltanissetta “Piddu” Madonia e ffidato direttamente a Riccio del quale diventa confidente, il colonnello e Mori. «Quando lo portai da Mori, Ilardo gli disse: “In certi fatti la mafia non c’entra, la responsabilità è delle istituzioni e voi lo sapete”. Io raggelai». Dopo qualche mese Ilardo venne ucciso a Catania pochi giorni prima del suo ingresso “ufficiale” nel programma di protezione per i collaboratori. Ilardo aveva parlato esplicitamente anche di un contatto tra Provenzano e Dell’Utri, «l’uomo dell’entourage di Berlusconi», e di un «progetto politico», la nascita di Forza Italia, che interessava ai vertici della Cupola mafiosa. E motore di quel nuovo progetto politico, non a caso, era proprio l’allora capo di Publitalia Dell’Utri. Riccio ha raccontato in aula nel 2002 di un incontro con l’avvocato Taormina e Marcello Dell’Utri: «Nello studio del professor Taormina mi venne detto che sarebbe positivo per il senatore Dell’Utri se nella mia deposizione avessi escluso che era emerso il suo nome nel corso della mia indagine siciliana».

YouTube – Travaglio ad Annozero – Rapporti tra Stato e Mafia – 08/10/09

YouTube – Travaglio ad Annozero – Rapporti tra Stato e Mafia – 08/10/09.

Blog di Beppe Grillo – Verità di Stato e verità di mafia

Blog di Beppe Grillo – Verità di Stato e verità di mafia

Sommario della puntata:
Massimo Ciancimino comincia a parlare
Il “papello”, i Servizi Segreti e la copertura politica della trattativa
Parla Ciancimino, parlano tutti.
Ayala: “Mancino ha incontrato Borsellino… o forse no”
Ciampi e il suo telefono a Palazzo Chigi “manomesso”
Il cerino in mano

Testo:
“Buongiorno a tutti, ben ritrovati dopo le vacanze anche se magari qualcuno c’è ancora. Io no, purtroppo.
Vorrei parlare subito di una questione che secondo me segnerà questa stagione della politica, dell’informazione, della cronaca, della giustizia ed è probabilmente la vicenda più importante che si sta svolgendo, anche se i giornali ne parlano poco, tra alti e bassi, tra fiammate e docce gelate. Anzi, forse proprio per il fatto che i giornali ne parlano poco, tanto per cambiare.
E’ la faccenda di questi improvvisi squarci che si sono aperti quest’estate sulla vicenda della trattativa tra lo Stato e la mafia nel 1992, che poi null’altro è se non il paravento che cela i mandanti esterni, i suggeritori occulti delle stragi del 1992, almeno per quanto riguarda quella di Borsellino, e del 1993 di Roma, Firenze e Milano.
Ci sono molte novità che è difficile notare: eppure basta incrociare e confrontare ciò che esce sui giornali, senza bisogno di andare a vedere verbali giudiziari che sono ancora segreti e quindi né io né voi possiamo conoscere. Già quello che si è letto sui giornali è piuttosto significativo su quello che sta venendo fuori e io penso che se ci sarà una spinta dal basso della società civile, se qualcuno sul fronte politico prenderà finalmente sul serio questa faccenda e se i magistrati verranno lasciati lavorare, soprattutto quelli di Palermo, Caltanissetta e Firenze che sono quelli competenti per materia e per territorio sulle trattative del “papello”, Palermo sui mandanti delle stragi. Si potrebbe riuscire a capire chi sono i veri padri fondatori della Seconda Repubblica che, come forse avete sentito dire, non è nata a differenza della Prima dalla Resistenza ma proprio dalle stragi, dalle trattative, dalle bombe e dal sangue dei morti.
E’ sempre meglio ricapitolare per evitare di dare qualcosa per scontato e acquisito, in modo che chiunque incamera il Passaparola sappia com’è cominciata la vicenda e a che punto è arrivata.
Dopodiché ci ritorneremo se, come spero, avrà degli sviluppi.

Massimo Ciancimino comincia a parlare

La vicenda comincia semplicemente con le interviste di questo personaggio molto interessante, singolare, sicuramente molto chiacchierone, cioè Massimo Ciancimino, figlio dell’ex sindaco mafioso di Palermo Vito, il quale per anni è stato indagato dalla procura di Palermo, ha avuto il torto di dover gestire il patrimonio di suo padre, è stato accusato di riciclaggio – lui dice che non è riciclaggio, si vedrà, questo a noi interessa poco. E’ stato condannato in primo grado per riciclaggio, adesso si sta battendo in appello. Di certe cose non aveva parlato ai magistrati fino a un anno fa, anche perché aveva come l’impressione che la vecchia procura di Palermo non fosse molto interessata ad alzare il tiro sugli alti livelli istituzionali e politici frequentati da suo padre; invece poi fa sapere ai magistrati della nuova Procura di Palermo, quella retta dal Procuratore Messineo – per intenderci – da un paio d’anni che ha come l’impressione che abbia più interesse a toccare certi altarini e quindi comincia ad affrontare temi che prima aveva lasciato perdere.
Anche perché si era reso conto che quando gli avevano perquisito la casa, stranamente, i Carabinieri non erano nemmeno andati ad aprire la cassaforte che pure era visibile anche da un bambino, ma stiamo parlando di vicende ricorrenti, ricorderete che i Carabinieri del Ros non entrarono nemmeno nella casa di Riina: il motto di certi servitori dello Stato, soprattutto a Palermo, è “non aprite quella porta e non aprite quella cassaforte”, forse perché sanno già quello che ci troverebbero dentro.
In ogni caso, questa era la ragione della sua impressione sulla vecchia gestione della Procura, tanto più che poi in casa gli avevano trovato la lettera di Provenzano a Berlusconi e invece di utilizzarla nei processi i magistrati della vecchia Procura l’avevano lasciata marcire in uno scatolone per cui quelli della nuova Procura l’hanno tirata fuori e recuperata in extremis per versarla nel processo Dell’Utri che, fra l’altro, riprenderà fra meno di tre settimane.
Ciancimino comincia dunque ad alzare il tiro e a raccontare ai magistrati di Palermo cosa faceva suo padre, perché tutto ciò che Ciancimino racconta lo ha visto fare da suo padre insieme a esponenti delle istituzioni oppure l’ha sentito raccontare sempre da suo padre, che è morto. Padre che gli avrebbe addirittura dettato un memoriale che sarebbe nascosto da qualche parte: sapete che Ciancimino ha carte interessanti nascoste in giro per il mondo e si spera che prima o poi si decida a consegnarle alla magistratura. Ci sono altre due lettere attribuite a Provenzano e rivolte a Berlusconi, in originale o in copia, ci sarebbe il famoso “papello” della trattativa tra Riina e i Carabinieri del Ros e i loro mandanti rimasti anch’essi ancora occulti, e poi ci sarebbe questo memoriale dettato da Vito Ciancimino e dattiloscritto da Massimo.
Inizia a raccontare dei rapporti tra suo padre e il capitano De Donno e il Colonnello Mori e li data – la trattativa poi sfociata nel papello – tra la strage di Capaci e quella di Via D’Amelio. Parliamo del mese di giugno del 1992: dopo che uccidono Falcone si fanno avanti i Carabinieri con Ciancimino.
Questa è già una prima novità perché inizialmente si pensava che la trattativa fosse iniziata dopo la strage di Via D’Amelio, invece no, pare che inizi prima e questo è molto importante perché molti magistrati e investigatori sono convinti che la strage di Via D’Amelio sia stata provocata proprio dalla trattativa tra i Carabinieri e Totò Riina in quanto questo, dopo aver eliminato Falcone, riceve da qualcuno l’input che bisogna eliminare anche Borsellino perché la strage di Capaci ha sortito l’effetto di attivare lo Stato a trattare con la mafia ma Borsellino lo è venuto a sapere, si oppone e quindi va eliminato: ostacolo da rimuovere sulla strada della trattativa. Quindi, la datazione dell’inizio della trattativa tra gli uomini del Ros e Ciancimino è fondamentale e Massimo Ciancimino a cavallo tra la strage di Capaci e quella di Via D’Amelio, giugno 1992.
Poi racconta che suo padre aveva rapporti intimi e costanti con Bernardo Provenzano, fino al 2000 quando il padre rimase agli arresti domiciliari.
Racconta che la trattativa dei Carabinieri fu soprattutto con Provenzano piuttosto che con Riina e questo spiegherebbe per quale motivo a un certo punto Riina si ritrova i Carabinieri davanti a casa: cresce l’ipotesi che sia stato venduto da Provenzano e Ciancimino ai Carabinieri in cambio del cambio di rotta della mafia più trattativista e meno stragista – Provenzano è più trattativista, Riina è lo stragista – e quindi dell’alleggerimento della pressione dello Stato sulla mafia e del fatto che Provenzano diventa il capo indiscusso di Cosa Nostra dopo l’arresto di Riina e che però le carte di Riina non si prendono, si lasciano a Provenzano, e che lo stesso Provenzano non si prende e questo ci ricollega al processo in corso a Palermo a carico, tanto per cambiare, del Generale Mori per non avere catturato Provenzano già nel 1995 quando il Colonnello Riccio, un altro ufficiale del Ros, lo aveva segnalato presente in un casolare di Mezzojuso.
Ciancimino racconta poi di avere visto lui il “papello”, cioè il foglio di carta con l’elenco delle cose che Riina o Provenzano, o Riina e Provenzano, chiedevano ai Carabinieri in cambio della cessazione delle stragi, “papello” che nel prosieguo della trattativa nell’autunno del 1992 dopo che era stato ucciso anche Borsellino fu consegnato a vari referenti tra i quali, dice Massimo Ciancimino mentre il generale Mori nega, al generale Mori.

Il “papello”, i Servizi Segreti e la copertura politica della trattativa

Dice però che il “papello” fece un tragitto un po’ più complicato: i capi di Cosa Nostra lo fecero pervenire a Vito Ciancimino, lui lo passò a un certo Carlo che era un uomo dei Servizi Segreti che gli stava accanto da una trentina d’anni – pensate, c’era un uomo dei Servizi Segreti, un certo Carlo, che accompagnava la vita e la carriera di un sindaco mafioso come Ciancimino per conto dello Stato. Quindi Ciancimino da’ prima il “papello” a Carlo e questo lo da’ a Mori, questo è molto importante perché Ciancimino per quanto riguarda le istituzioni si fida di questo Carlo che da trent’anni sta al suo fianco mentre Mori si è fatto avanti più di recente.
Ciancimino, il figlio, ricorda che suo padre per trattare – dato che a trattare tra Stato e mafia c’è da lasciarci le penne se si fa qualche passo falso – aveva preteso delle coperture politiche, che dovevano essere da parte del governo. Nel senso: chi è questo Mori che fa la trattativa? Sarà mica una sua iniziativa personale? No, ci deve essere dietro lo Stato altrimenti mica ci mettiamo a trattare. Chi lo manda Mori? Chi è d’accordo con la trattativa avviata da Mori? Dice Massimo Ciancimino, anche questo tutto da verificare naturalmente ma sono gli squarci che si stanno aprendo e quindi li dobbiamo raccontare così come li sappiamo, per quanto riguarda il governo la copertura chiesta da Ciancimino doveva darla il nuovo ministro dell’Interno Nicola Mancino, per quanto riguardava l’opposizione la copertura la doveva dare il rappresentante per i problemi della giustizia Luciano Violante, di lì a poco diventato presidente della Commissione Antimafia.
Insomma, sono d’accordo il governo e l’opposizione che lo Stato tratti con la mafia dopo la strage di Capaci e dopo la strage di Via D’Amelio? Questo vuole sapere Ciancimino per andare avanti con la trattativa. Infatti, si informa presso il signor Carlo – che secondo alcuni si chiamerebbe Franco, ma insomma… – che è appunto l’uomo dei Servizi affinché si informi di chi sta alle spalle di Mori. Dopodiché la trattativa prosegue, segno che le informazioni vanno a buon fine cioè che arrivano le garanzie che la destra e la sinistra, almeno il pentapartito perché in quel momento non c’era il centrodestra ma il pentapartito ovvero DC, Psi, partiti laici minori da una parte e PDS all’opposizione, non erano contrari. Anzi, secondo Massimo Ciancimino non era contrario il governo mentre la copertura di Violante va in fumo in quanto Violante rifiuta di incontrare Vito Ciancimino.
Quando poi viene catturato Vito Ciancimino nel dicembre del 1992 la trattativa si interrompe anche perché un mese dopo viene arrestato Riina ma non viene perquisito il covo, e sapete quello che succede dopo: secondo i giudici di Palermo dopo la trattativa dei Carabinieri interrotta dall’arresto di Ciancimino e un mese dopo di Riina parte un’altra trattativa, ammesso che fosse un’altra e non il prosieguo della stessa, che coinvolge Dell’Utri il quale fornisce poi le garanzie sulla nascita di Forza Italia, garanzie che verranno ritenute sufficienti da Provenzano tant’è che questo smetterà dopo la stagione delle stragi del 1993 di sparare e inaugurerà la lunga pax mafiosa che dura anche oggi.
Ecco, in quel periodo si inseriscono le tre lettere che Provenzano manda a Berlusconi: una all’inizio del 1992, prima delle stragi, segno che c’erano già dei rapporti con Dell’Utri perché era lui a fare il postino: la lettera Provenzano la dava a Ciancimino, che la dava a Dell’Utri che la dava a Berlusconi, tre volte questo sarebbe successo, la seconda volta alla fine del 1992 dopo le stragi e la terza all’inizio del 1994 quando Berlusconi si getta in politica, e questa è la lettera di cui i magistrati hanno una metà tagliata nella quale Provenzano o chi per lui si rivolge a Berlusconi chiamandolo “onorevole”. Stiamo parlando di un Berlusconi già diventato politico quindi non prima del 1994.
Richieste di aiuti, promesse di sostegno politico, scambi di favori con Dell’Utri che fa il pony express fra Provenzano e Berlusconi, questo è quello che racconta Massimo Ciancimino. E a questo punto i magistrati riaprono le indagini sulla trattativa del “papello” perché è ovvio che se la mafia ha costretto lo Stato a fare delle cose che non avrebbe fatto senza le stragi qui stiamo parlando evidentemente di reati gravissimi, è un’estorsione fatta dalla mafia allo Stato, stiamo parlando di un reato che credo si chiami “minaccia contro corpo politico dello Stato”. Un qualcosa di molto simile a un golpe.

Parla Ciancimino, parlano tutti.

Quando emergono da interviste o indiscrezioni di stampa le prime notizie su quello che ha detto Ciancimino i protagonisti della politica dell’epoca entrano in fibrillazione.
Nicola Mancino, lo sapete, già da anni è oggetto di chiacchiericci continui, poi per fortuna c’è Salvatore Borsellino che ogni tanto strilla forte ciò che gli altri mormorano piano. E’ noto che il ministro dell’Interno che avrebbe incontrato Borsellino poco prima della strage di Via D’Amelio è proprio Mancino e Paolo Borsellino lo scrive nel suo diario. Mancino ha sempre negato, come ha sempre negato di aver saputo di trattative o cose del genere.
Guarda caso, quest’estate in un’intervista continua a dire di non aver incontrato Borsellino, al massimo gli avrà dato la mano ma come poteva lui riconoscere Borsellino fra i tanti… come se Borsellino fosse uno fra i tanti: era uno che di lì a quindici giorni morirà ammazzato ed è quello che tutti gli italiani individuano come l’erede naturale di Falcone che è appena stato ammazzato, figuratevi se si può scambiare per un usciere che ti stringe la mano il giorno che diventi ministro. Comunque questo dice Mancino: “non ho incontrato Borsellino, forse gli ho stretto la mano fra le tante”, ma aggiunge: “in quell’estate io respinsi ogni tipo di proposta di trattativa fra Stato e mafia”. Questo è interessante perché vuol dire che qualcuno gli sottopose queste proposte di trattative, e sappiamo che forse anche Borsellino respinse quelle trattative; allora sarebbe interessante sapere chi propose al ministro Mancino quelle trattative, perché dev’essere la stessa persona o lo stesso ambiente che le propose a Borsellino, soltanto che Borsellino disse di no ed è stato ammazzato, Mancino continuò a fare il ministro dell’Interno e devo dire che lo fece anche molto bene.
Violante, quando esce sui giornali che Ciancimino ha dichiarato che suo padre chiedeva la copertura anche della sinistra e cioè si Violante, tarantolato anche lui ha un’illuminazione e corre a Palermo a testimoniare, con dichiarazioni spontanee, che effettivamente gli è venuto in mente 17 anni dopo che il generale Mori gli aveva chiesto, mentre era presidente della commissione Antimafia, di incontrare Ciancimino ma dato che l’incontro proposto doveva essere a quattrocchi lui Ciancimino non lo voleva incontrare. Mori andò altre due volte per sollecitare quell’incontro ma Violante disse sempre di no.
E qui si pone un altro problema: per quale motivo Violante si è tenuto per 17 anni una notizia di questo calibro: nel 1992 non lo sapeva mica nessuno che i Carabinieri del Ros stavano trattando con Ciancimino cioè con la mafia. E Violante era presidente della commissione Antimafia, possibile che non apre immediatamente un’indagine con i suoi poteri, che sono gli stessi della magistratura, può persino convocare testimoni e arrestare la gente se vuole. Perché se non lo voleva fare lui non ha avvertito il suo amico Caselli che di lì a poco è andato a fare il procuratore capo di Palermo? Subito, all’inizio del 1993 così la trattativa si sarebbe saputa e sarebbe stata interrotta e non se ne sarebbero fatte altre perché sarebbero intervenuti i magistrati. Invece, Violante questa cosa se la tiene per 17 anni, dal 1992 al 2009, e poi tomo tomo cacchio cacchio se ne viene fuori con una dichiarazione ai magistrati di Palermo dicendo: “toh… guarda mi è venuto in mente! E’ vero!”. Intanto i magistrati di Palermo avevano processato il generale Mori per la mancata perquisizione del covo di Riina, l’avevano di nuovo fatto rinviare a giudizio per la mancata cattura di Provenza e Violante sempre zitto! Eppure sarebbe stato importante, in quei processi, avere la sua testimonianza! Violante che dice che il generale Mori faceva da tramite, da ambasciatore di Ciancimino per convincerlo a incontrare Ciancimino!
Voi capite che per uno che viene processato per favoreggiamento della mafia il fatto che andasse a chiedere a Violante: “scusi, lei vuole incontrare Ciancimino?”, un generale dei Carabinieri, sarebbe stato interessante. Violante zitto, se ne salta fuori adesso perché non lo può più negare, l’ha raccontato Ciancimino, quindi, trafelato, arriva a dire la sua verità, tardiva, molto tardiva.

Ayala: “Mancino ha incontrato Borsellino… o forse no”

Ma non è finita perché questa è anche l’estate nella quale salta fuori, con un’intervista ad Affariitaliani, l’ex giudice Ayala, già pubblico ministero nei processi istruiti da Falcone e Borsellino poi datosi alla politica e ultimamente, trombato dalla politica, ritornato in magistratura – credo che sia giudice in Abruzzo.
Ayala dice: “poche balle, Mancino aveva incontrato Borsellino, me l’ha detto lui”. A questo punto il giornalista dice: “ma Mancino lo nega” e lui risponde: “no, mi fece vedere l’agenda nella quale c’era scritto che il 1° luglio del 1992 Mancino aveva incontrato Borsellino”.
Strano, una bomba! I magistrati convocano immediatamente Ayala per saperne di più, lo convocano ovviamente quelli di Caltanissetta che stanno indagando sui mandanti esterni delle stragi. E lì Ayala dice: “no, ma io sono stato frainteso”. Piccolo problema: Affariitaliani ha l’audio registrato con le parole di Ayala. Possibile che Mancino gli abbia fatto vedere un’agenda con scritto l’incontro con Borsellino e Ayala sia stato frainteso? In che senso frainteso? Spiegherà Ayala, dopo aver capito che non può smentire le dichiarazioni perché sono state registrate, che si era sbagliato lui nell’intervista: Mancino gli aveva fatto vedere un’agenda dove non c’era il nome di Borsellino e lui, invece, ricordava che nell’agenda ci fosse. Ma se uno nell’agenda non ha il nome di Borsellino, per quale motivo dovrebbe farla vedere ad Ayala? E’ evidente che fai vedere l’agenda se hai scritto un nome, se non c’è scritto niente che prova è che non hai visto una persona?
Tu puoi vedere tutte le persone di questo mondo e non scriverle nell’agenda, è se lo scrivi che lo fai vedere a una persona per testimoniare quello che le stai dicendo! Cose da matti, comunque questo è un altro rappresentante delle istituzioni folgorato e poi avviato rapidamente alla retromarcia.
Ma non è finita: a questo punto interviene il generale Mori che, non si sa se in un’intervista o in una notizia fatta trapelare all’agenzia “il Velino” dice: “Violante non si ricorda mica bene: non gli avevo proposto di incontrare Ciancimino a tu per tu, ma di farlo parlare in commissione Antimafia!”. Allora resta da capire come mai Violante non abbia accettato di convocare Ciancimino in commissione Antimafia visto che l’Antimafia convocava pure i pentiti di mafia, non è che potesse sottilizzare: se Ciancimino aveva qualcosa da raccontare perché non fargliela dire?

Ciampi e il suo telefono a Palazzo Chigi “manomesso”

A questo punto salta fuori l’ex presidente della Repubblica Ciampi, che ricorda che cosa successe a Palazzo Chigi: Ciampi è presidente del Consiglio nella primavera-estate del 1993 quando esplodono le bombe nel continente, a Roma, Milano e Firenze. E soprattutto, nella notte degli attentati alle Basiliche a Roma, mentre a Milano esplode via Palestro il 27 luglio del 1993, Ciampi ricorda il famoso black out nei palazzi del potere ma anche che “ero a Santa Severa in vacanza, rientrai con urgenza a Roma di notte, accadevano strane cose: io parlavo al telefono con un mio collaboratore a Roma e cadeva la linea. Poi trovarono a Palazzo Chigi il mio apparecchio manomesso, mancava una piastra”. C’erano ancora le cornette, non c’era ancora ai livelli di oggi i cellulari. “Al largo della mia casa di Santa Severa, a pochi km da Roma, incrociavano strane imbarcazione: mi fu detto che erano mafiosi allarmati dalla legge che istituiva per loro il carcere duro. Chissà, forse il carcere lo volevano morbido”.
Ciampi, dopo quell’episodio, va a Bologna all’improvviso e il 2 agosto commemora a sorpresa la strage di Bologna ricordando il ruolo della P2, cosa che ricorda di nuovo in questa intervista a Repubblica nella quale dice anche che purtroppo su quei rapporti tra la P2, telefoni manomessi, black out eccetera non è stata fatta chiarezza.
Il giorno dopo, il procuratore di Firenze competente sulle stragi del 1993 interviene piccato: è Pier Luigi Vigna, già capo della procura di Firenze, già capo della procura nazionale Antimafia il quale dice: “noi abbiamo indagato tutto, non c’è più niente da indagare”. Il giorno dopo ancora dice: “la politica tace il nome dei mandanti occulti delle stragi”: insomma, dice due cose all’apparenza sembrerebbero contraddirsi ma soprattutto non si spiega per quale motivo scopriamo solo oggi che il telefono di Ciampi a Palazzo Chigi, il telefono personale del Presidente del Consiglio del 1993, la notte delle stragi era stato manomesso, gli hanno tolto una piastra, era intercettato probabilmente il capo del Governo! Da chi può essere intercettato il capo del governo che è anche il capo dei Servizi Segreti e che al largo della sua casa al mare “incrociavano strane imbarcazioni: mi fu detto che erano mafiosi allarmati dalla legge sul carcere duro”.
Mettete insieme tutte queste cose, mettete insieme che Martelli, allora ministro della Giustizia dice: “lo Stato forse non trattava con la mafia ma rappresentanti dello Stato si”. E lo dice così, en passant, in un’intervista. E mettete insieme che Dell’Utri, beffardo, l’altro giorno rilascia un’intervista dicendo: “apprendo dai giornali che qualcuno avrebbe trattato con la mafia: sarebbe gravissimo se ciò fosse successo, bisogna assolutamente istituire una commissione parlamentare d’inchiesta per fare luce perché è orribile l’idea che qualcuno tratti con la mafia i tempi delle stragi. Cosa mi dice, signora mia?”. Dell’Utri dichiara in un’intervista.

Il cerino in mano

Voi capite che qui siamo di fronte a una classe politica e a un ceto dirigente dove anche l’ultimo degli uscieri sa cento volte di più di quello che sappiamo noi e di quello che sanno i magistrati. In Italia i cittadini e i magistrati sono come i cornuti, sono sempre gli ultimi a sapere, e voi vedete che questo giro, questa ristretta cerchia di persone si manda messaggi perché si è aperto qualche spiraglio, perché qualcuno sta cominciando a parlare. E se qualcuno sta cominciando a parlare, saranno squalificati come dice il Capo dello Stato ma del resto, se stiamo parlando di stragi, è ovvio che chi deve saperne qualcosa non può che essere persona squalificata, sarebbe meglio se i testimoni delle stragi fossero delle suore Orsoline, ma purtroppo queste delle stragi non ne sanno niente, è molto meglio che parlino i mafiosi o i figli dei mafiosi. Anche quella dichiarazione del Capo dello Stato sembrava tanto un invito a chiudere certe bocche.
Evidentemente, in questa ristretta cerchia c’è un sacco di gente che sa, che tace, che si manda messaggi trasversali perché comunque “io so che tu sai che io so”, e che sarebbe bene venisse fuori allo scoperto. Perché fanno così? Perché si mandano queste strizzatine d’occhio e queste rasoiate al curaro? Perché sanno che se la verità comincia a uscire, lo scarica barile andrà avanti fino a quando uno, l’anello più debole, verrà scaricato. Purtroppo in questa stagione i protagonisti sono tutti vivi, purtroppo per loro: ci fosse qualche bel morto a cui scaricare addosso le responsabilità l’avrebbero già fatto, ma tutti coloro che avevano queste responsabilità istituzionali sono vivi e si stanno buttando addosso l’uno sull’altro i cadaveri delle stragi del 1992 e 1993.
Teniamo gli occhi aperti e stiamo a vedere nei prossimi mesi chi rischia di restare col cerino in mano, perché chi rischia di restare col cerino in mano prima di bruciarsi magari parla.
Abbonatevi al “Fatto”, siamo già in 20.000, frequentate il sito Antefatto.it dove trovate un sacco di notizie in anteprima rispetto all’uscita del giornale che sarà il 23 settembre: mercoledì 23 settembre saremo in edicola col primo numero de “Il Fatto” e passate parola!”

Cosa Nostra nello Stato

Cosa Nostra nello Stato.

Cento passi alla verità sulla stagione politico-criminale delle stragi di mafia degli anni 1992-1993. La trattativa tra pezzi di Stato e la mafia, la strage di Capaci e di via D’Amelio, la strategia della tensione degli attentati di Roma, Firenze e Milano. Si intravede lo spiraglio di luce,grazie ai magistrati di Palermo e Caltanissetta. Questo spiraglio è rincorso dalla società civile impegnata in prima linea nell’antimafia. Per la verità e la giustizia lottiamo in tanti, uno dei protagonisti di questa resistenza che ha come pilastro la sconfitta delle mafie è Salvatore Borsellino, fratello di Paolo.


La forza di quest’uomo protesa in direzione di questo spiraglio è il termometro della sete di giustizia che la parte migliore del Paese pretende dallo Stato. Non consentiremo che non si persegua l’obiettivo fino in fondo, che ancora una volta rimanga la rabbia di chi procede in direzione ostinata e contraria verso la ricerca della verità che farà bene all’Italia. Potrà consentire un nuovo patto sociale tra le forze sane.

Si tratta di ricostruire un periodo criminale, mafioso, intriso di politica, con il coinvolgimento di pezzi delle Istituzioni. Cosa Nostra negli anni che hanno preceduto la stagione stragista ha fondato la sua politica criminale in una duplice direzione: avvicinare persone all’interno delle istituzioni ed attuare la strategia militare contro i servitori dello Stato incorruttibili.

In questo periodo – che è quello a cavallo della sentenza del maxiprocesso che ha confermato l’impianto accusatorio di Falcone e Borsellino – si innestano anche gli omicidi dei cugini Salvo e di Lima, da un lato, e, dall’altro lato, quello del magistrato Scopelliti che doveva rappresentare l’accusa in Cassazione. La mafia che aveva garanzie dalla politica, con gli omicidi politici colpisce la corrente andreottiana della DC in Sicilia. Manda un segnale chiaro a Giulio Andreotti (ritenuto mafioso sino al 1980 da una sentenza definitiva).

Pensare che gli omicidi Falcone e Borsellino siano vendetta di Cosa Nostra per l’esito del maxiprocesso è offrire una lettura che ridimensiona il ruolo politico della mafia. La strage di Capaci – di tipo libanese – interrompe la probabile ascesa al Quirinale di Giulio Andreotti. Il segnale è chiaro: la stagione dei pacta sunt servanda che ha caratterizzato per decenni il rapporto mafia-politica è saltato. Capaci è stata una strage politica, soprattutto per gli effetti politici che doveva determinare.

Credo che la strage di mafia di via D’Amelio abbia,in parte,una matrice diversa. Vi sia un maggiore coinvolgimento di pezzi deviati delle Istituzioni. Borsellino forse aveva scoperto che accadeva e doveva essere ucciso subito in quanto avrebbe ostacolato la nuova strategia criminale, penso avesse individuato i percorsi iniziali della nuova politica di Cosa Nostra: trattare con lo Stato per poi penetrarlo nelle sue articolazioni tanto da divenire un cancro istituzionale; mafiosi direttamente nello Stato.

E’ questa la politica di Cosa Nostra che passa anche attraverso il progetto di golpe con la nascita di liste autonomiste-separatiste per giungere, poi, al sorgere del partito di Forza Italia di cui una delle colonne, il sen. Dell’Utri, condannato in primo grado a 9 anni di reclusione per mafia. Servizi segreti deviati (Bruno Contrada docet) colludevano con Cosa Nostra; pezzi del ROS dei Carabinieri avrebbero iniziato una trattativa con la mafia; la politica pare sia stata coinvolta ad altissimi livelli istituzionali. La mafia con la stagione stragista ha dimostrato che poteva mettere in ginocchio il Paese manu militari. Dal 1993 ha dismesso la strategia militare ed ha iniziato a governare il Paese dall’interno delle Istituzioni.

Che cosa è avvenuto tra il “92 ed il “93? Come è possibile che il Generale Mori (ai vertici del ROS e del SISDE) – già imputato in vicende processuali per fatti di mafia attinenti l’omessa perquisizione del covo di Riina e la mancata cattura di Provenzano – possa oggi essere nominato consulente dal Presidente Formigoni quale esperto per le infiltrazioni della criminalità per l’Expo? Che cosa aveva scoperto Borsellino? Perché è stata sottratta l’agenda rossa? Perché Mancino (all’epoca Ministro dell’interno, poi Presidente del Senato e poi vicepresidente del CSM) non ricorda di aver incontrato Borsellino? Perché Violante (già Presidente della Commissione Antimafia e Presidente della Camera) solo oggi dice di aver saputo della trattativa, di Mori e di Ciancimino?

Con la trattativa con lo Stato, Cosa Nostra è penetrata nelle Istituzioni, ha consolidato il suo ruolo nell’economia, ha corroso le fondamenta della democrazia. Con gli anni si è istituzionalizzata. Non è più necessario ricorrere all’uso delle armi per eliminare i servitori dello Stato. La parte sana del Paese pretende che lo spiraglio diventi sole. La magistratura sia libera di lavorare in assoluta indipendenza. Il Paese è pronto per la verità e per un futuro migliore che si deve alle vittime delle mafie.

Luigi de Magistris (L’Unità, 15 agosto 2009)

Verbo violare, participio presente

Verbo violare, participio presente – da voglioscendere

Signornò
da l’Espresso in edicola

Dieci anni fa, terrorizzati dalle prime dichiarazioni dei pentiti sui mandanti esterni delle stragi e sulle trattative Stato-mafia, centrodestra e centrosinistra smantellarono la legge sui pentiti: drastica riduzione degli incentivi e tempo massimo di sei mesi per raccontare tutto. “Basta dichiarazioni a rate, i mafiosi dicano tutto subito”, cantavano in coro berluscones e progressisti sdegnati per la “memoria a orologeria” dei collaboranti. La legge passò a maggioranza bulgara in entrambe le Camere, presiedute da Nicola Mancino e Luciano Violante. Risultato: non si pentì quasi più nessuno, anzi molti si pentirono di essersi pentiti. Ora si scopre che, per quanto lenti a ricordare, questi erano fulmini di guerra a confronto di certi politici. Tipo Mancino e Violante.

Mancino, vicepresidente del Csm, seguita a contraddirsi sul presunto incontro con Paolo Borsellino il 1° luglio ‘92 (annotato nel diario del giudice, assassinato due settimane dopo): ora lo esclude, ora non lo ricorda, ora lo riduce a fugace stretta di mano, ora – almeno a sentire Giuseppe Ayala, altra memoria a orologeria – lo conferma. Intanto, 17 anni dopo, rammenta di avere respinto possibili trattative con la mafia (senza spiegare chi gliele prospettò e perché non le denunciò). Poi fa marcia indietro. Ma Violante lo supera. L’ex campione dell’antimafia progressista – tomo tomo cacchio cacchio, direbbe Totò – si presenta alla Procura di Palermo per rivelare con 17 anni di ritardo che, dopo Capaci e via d’Amelio, il colonnello Mario Mori, allora vicecapo del Ros, gli propose di incontrare l’ex sindaco mafioso Vito Ciancimino, intermediario di una trattativa fra i carabinieri e il duo Riina-Provenzano. Rivelazione più spintanea che spontanea: il Corriere ha appena informato che Massimo Ciancimino, figlio di don Vito, ha raccontato ai pm che suo padre chiese una “copertura politica totale” alla trattativa: da Mancino per il governo e da Violante per la sinistra. Violante dice di aver rifiutato il faccia a faccia e di aver chiesto a Mori se avesse informato la Procura. Ma, alla risposta negativa (“è cosa politica”), si guardò bene dal farlo lui.

E dire che a Palermo stava arrivando il suo amico Caselli, lasciato all’oscuro di tutto. E dire che Violante presiedeva l’Antimafia, competente sulle “cose politiche” di mafia, con i poteri della magistratura. E dire che nel ’93 Caselli interrogò Ciancimino sui suoi rapporti con l’Arma. E dire che nel ’96 Giovanni Brusca, al processo sulle stragi, svelò la trattativa Riina-Ciancimino-Ros con tanto di “papello”. E dire che Mori fu imputato di favoreggiamento mafioso per non aver perquisito il covo di Riina (assoluzione) e non aver catturato Provenzano nel ‘96 (processo in corso). Le rivelazioni di Violante sarebbero state molto utili, in quei processi. Ma Violante taceva e faceva carriera, anche a colpi di antimafia. Se i pentiti devono “dire tutto subito”, Violante ha impiegato 17 anni per ritrovare la memoria. Non è mica pentito, lui.