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Blog di Beppe Grillo – Italia corrotta, Europa infetta

Fonte: Blog di Beppe Grillo – Italia corrotta, Europa infetta.

Italia corrotta, Europa infetta. Il Bel Paese è da decenni un terreno di coltura del virus mafioso, un’area protetta, un’oasi WWF della delinquenza. Le mafie hanno due redditi: dallo Stato attraverso gli appalti e i contributi europei, miliardi di euro annui che sfuggono a ogni controllo, e dalle attività più classiche, dalla droga che entra a tonnellate dal porto di Gioia Tauro, alla prostituzione, ai rifiuti, al traffico di armi. Le mafie sono cresciute forti e potenti nell’indifferenza della Comunità Europea e del suo asfittico Parlamento diretto dalla BCE e con la benevolenza di parte dello Stato italiano. Lo Stivale gli va stretto da tempo, sono come un paguro che cerca sempre una conchiglia più grande.
La strage di Duisburg è passata quasi inosservata. La cancrena europea però non si può più nascondere. Il settimanale francese L’Express ha dedicato copertina e servizio principale alla diffusione delle mafie nei Paesi europei. La copertina è la più inquietante dopo quella che ci dedicò il Der Spiegel ai tempi delle BR (un piatto di spaghetti con una P38). L’articolo de L’Express inizia con queste parole: “La Mafia non conosce la crisi. Il suo volume di affari oscilla tra i 120 e i 150 miliardi di euro annuo, dal 5 al 7% del PIL italiano. Le tre principali organizzazioni criminali della penisola, Mafia siciliana, ‘Ndrangheta e Camorra non hanno mai avuto una tale potenza. Se reinvestono dal 40 al 50% della loro ricchezza nelle attiità tradizionali come la droga, le armi e il pagamento dei salari agli “affiliati”, esse reinvestono il resto di questa manna nell’economia legale. E ben al di là dei confini italiani…“. Seguono mappe geocriminali, tratte dal libro: ” Mafia Export” di Francesco Forgione, con i nomi delle famiglie in Francia, in Germania, in Spagna, in Portogallo. Ovunque un’epidemia di clan e di famiglie con presenti tutti i nomi più noti: dai Piromalli, ai Mazzarella, ai Santapaola.
Se non si circoscrive la fonte di contagio, l’Itala, il fenomeno non potrà che svilupparsi al ritmo di 40/50 miliardi di euro annui di investimento mafioso in Europa. Quanto ci vorrà per trasformare il nostro continente in Euromafia? Nessuna multinazionale ha le disponibilità finanziarie delle mafie. Io sono andato due volte al Parlamento europeo per avvertire i Belli Addormentati di Bruxelles. La prima per chiedere che non fossero più inviati in Italia i fondi europei, pari a circa 9 miliardi all’anno, che in gran parte sono gestiti dalla criminalità organizzata. La seconda per avvertirli che la mafia stava colonizzando l’Europa. Dopo due anni nessuna risposta è pervenuta dalla UE e non possiamo aspettarci che venga dall’Italia. Nel Bel Paese Mafioso i condannati per mafia stanno in Parlamento, le amicizie camorristiche e ‘ndranghetiste sono credenziali per incarichi governativi. Il presidente del Consiglio si vanta di aver avuto un pluriomicida di Cosa Nostra in casa e lo chiama eroe, Casini deve il suo elettorato a Cuffaro e Schifani è l’interlocutore del Pdmenoelle.
Per salvarsi l’Europa deve nominare un commissario straordinario per l’Italia, se necessario un liquidatore, altrimenti il prossimo presidente europeo sarà eletto a Corleone o a Torre Annunziata.

Dell’Utri ‘mafioso’ cacciato dalla folla. Quel re sempre piu’ nudo

Fonte: Dell’Utri ‘mafioso’ cacciato dalla folla. Quel re sempre piu’ nudo.

Alla fine ha dovuto gettare la spugna e abbandonare la kermesse letteraria da uomo sconfitto.
Il senatore del Pdl Marcello Dell’Utri, condannato in appello a sette anni per concorso esterno in associazione mafiosa, un epilogo così di certo non se lo aspettava.
Incurante del numero di iscritti al gruppo “No a Dell’Utri a Parolaio” che su facebook era cresciuto gradualmente, superiore ai primi venti di polemica che già soffiavano nei giorni scorsi e come sempre sicuro di sé, pronto a presentare in anteprima nazionale i suoi presunti, probabilmente falsi, diari di Mussolini che a breve verranno pubblicati da Bompiani.
Ieri sera però, alla rassegna libraria di Como, nella cornice di piazza Cavour, niente è andato come pensava. E alle 18.00 dopo la presentazione dell’amico giornalista Armando Torno non è riuscito neppure ad aprire bocca di fronte a una nutrita folla di rappresentanti della società civile che agli organizzatori ha chiesto conto di quella presenza: “Vi sembra giusto aver invitato qui un condannato in appello a sette anni per mafia?” ha gridato qualcuno, la voce sovrastata da uno scrosciare di applausi. E poi slogan, cori e striscioni degni di un “uomo d’onore”: “Vergogna”, “mafioso”, “devi andare in carcere”, “Marcello, baciamo le mani”. A gridare non sono sparuti gruppi di “estremisti”, ma gente comune, di tutte le età, uniti pacificamente nella loro protesta. Tra loro rappresentanti dell’Anpi (l’associazione nazionale partigiani) di Como e del Comitato locale per la difesa della Costituzione che esibiva un foglio sul quale erano riportati i nomi di vittime della portata del generale Carlo Alberto dalla Chiesa contrapposti al mafioso Vittorio Mangano, al secolo “l’eroe”.
Qualcuno teneva invece in mano l’agenda rossa, il simbolo della lotta combattuta da tempo da Salvatore Borsellino – il fratello del giudice assassinato nel 1992, che chiede verità e giustizia sulla strage di Via D’Amelio – e intonava il coro che lo scorso 19 luglio ha nuovamente riempito di speranza la stessa Via D’Amelio e le strade di Palermo: “Fuori la mafia dallo Stato”.
Poi alcuni contestatori, fermati dalla scorta del senatore, sono saliti sul palco, come arma alcuni volantini sui quali era stampata la parte finale della condanna a Dell’Utri in appello.
Sotto quel palco uno di loro sventolava un libro, “Dossier Mangano”, un regalo per il senatore.
Alla fine, dopo mezz’ora di contestazione gli organizzatori si sono rivolti al pubblico presente – circa novecento persone in tutto, il doppio dei posti a sedere – chiedendo la possibilità di andare avanti, ma la risposta è stata un coro di “no” mentre alcuni anziani al senatore gridavano: “Devi andare via da Como”.
A Dell’Utri, vinto, non è rimasto che abbandonare il tendone, facendosi largo tra il disprezzo del pubblico.
Un segnale, molto forte, dei tempi che cambiano. E del re che è sempre più nudo.

Monica Centofante (Antimafiaduemila, 31 agosto 2010)

Spatuzza e l’ultima tentazione dei Graviano

Fonte: Spatuzza e l’ultima tentazione dei Graviano.

La notizia che Gaspare Spatuzza abbia indicato il presidente del Senato Renato Schifani come uno dei personaggi di raccordo tra i fratelli Graviano e Marcello Dell’Utri spunta proprio mentre i suoi avvocati presentano il ricorso al Tar per la mancata assegnazione del programma di protezione.
Come si ricorderà il collaboratore che ha consentito la riapertura delle indagini sulla strage di via D’Amelio è il primo nella storia ad aver incassato il parere favorevole di tre procure e di vedersi comunque escluso dallo speciale trattamento per i pentiti.
La questione, quella pretestuosa, è la cavillosa interpretazione dell’assurda legge sul limite dei 180 giorni, quella vera, è che Spatuzza ha avuto la pessima idea di confermare per l’ennesima volta il collegamento tra Berlusconi, Dell’Utri e Cosa Nostra e questo è altamente sconsigliabile se si immagina di poter ottenere i benefici che la legge prevede, come cercare di salvare la pelle.

A quanto pare Spatuzza, per quanto sia facile da denigrare e avvilire a causa dei gravissimi delitti di cui si è macchiato, deve proprio far paura. Al momento le sue rivelazioni riguardo a Schifani non sono che indiscrezioni giornalistiche e non se ne conoscono i dettagli, ma le manovre più o meno palesi per intralciarne la collaborazione, per screditarla, per renderla il più possibile innocua sono state a largo raggio.
Per esempio, l’altra eccezione rappresentata da questo nuovo incubo per gli amici del premier dal passato quanto meno ambiguo, è che i suoi capimafia di riferimento, i fratelli Giuseppe e Filippo Graviano, spietati boss del mandamento di Brancaccio, stragisti e per questo ergastolani, non lo hanno assalito, vituperato e rinnegato, come tradizione vuole. Anzi, gli hanno confermato l’affetto e persino il rispetto per il cammino intrapreso. Addirittura il minore, Filippo ha parlato di un “percorso di legalità”, certo, alla sua maniera, ma è un dato rilevante, considerato il soggetto.
E Giuseppe, il più potente e riverito, tanto da essere chiamato “Madre Natura”, nel corso del processo Dell’Utri, si è avvalso della facoltà di non rispondere a causa della sua condizione di detenuto in isolamento lasciando intendere che non appena si fosse ripreso avrebbe volentieri risposto ai giudici.
La lunga storia dei sottili dialoghi tra mafia e stato ci insegna che il sottaciuto è persino più eloquente di quanto detto e soprattutto che la tempistica delle risposte silenziose non è un dettaglio da sottovalutare.

I fratelli Filippo e Giuseppe Graviano hanno accettato di rispondere alle domande dei magistrati di Firenze il 28 luglio 2009, lo stesso giorno in cui effettuano l’amichevole confronto con il traditore Spatuzza, e poi mantengono una certa disponibilità anche nel mese di agosto e di settembre.
Il 4 dicembre con una tensione mediatica paragonabile solo a quella del maxi processo, quando ha deposto Buscetta, i giudici sentono il pentito. Esattamente un mese prima perviene in Cancelleria l’istanza degli avvocati di Giuseppe Graviano che chiedono di revocare l’isolamento diurno che il boss sconta dal 24 ottobre 2001. Secondo quanto prevede la legge, la “separazione coattiva” può essere prorogata ogni sei mesi per un massimo di tre anni e riapplicata in caso di eventuale commissione di ulteriore reato. Il provvedimento per Graviano sarebbe quindi dovuto terminare il 23 ottobre 2004 ma, nonostante le richieste dei legali, è stato sempre prorogato. Invece il 17 dicembre 2009, una settimana dopo che Giuseppe Graviano ha lasciato intendere di mal tollerare la sua condizione e di essere disponibile a parlare, è stato prontamente accontentato.
Invano il suo avvocato, per ben cinque anni, aveva perorato la causa, sono bastate due parole non dette in mondo visione per far passare al temibile boss, depositario di chissà quanti segreti sulle stragi del ’93 di cui è stato regista e sui mandanti ancora occulti, quella pericolosa tentazione.
E se mai gli dovesse tornare, sarebbe interessante vedere fino a quanto può alzare la posta.
Quando si dice il potere del silenzio.

Anna Petrozzi (Antimafiaduemila, 30 agosto 2010)

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Why Not e Poseidone: la procura di Salerno conferma sottrazione illecita inchieste

Fonte: Why Not e Poseidone: la procura di Salerno conferma sottrazione illecita inchieste.

2 settembre 2010. “La procura di Salerno conferma ancora una volta che le inchieste Why Not e Poseidone che stavo conducendo a Catanzaro mi furono sottratte illegalmente, in seguito ad un accordo corruttivo tra i vertici degli uffici di Procura e alcuni indagati”. Lo afferma Luigi De Magistris, europarlamentare Idv e responsabile giustizia del partito, commentando la notizia della richiesta di rinvio a giudizio per alcuni magistrati all’epoca in servizio a Catanzaro: il procuratore della Repubblica Mariano Lombardi, il procuratore aggiunto Salvatore Murone, il procuratore generale facente funzioni Dolcino Favi. Chiesto il processo anche per i presunti beneficiari e istigatori delle condotte illecite, e cioè l’imprenditore Antonio Saladino, l’avvocato e senatore Giancarlo Pittelli, l’ex sottosegretario alle Attività produttive Pino Galati, la moglie di Lombardi Maria Grazia Muzzi, e il figlio di lei, l’avvocato Pierpaolo Greco. Tra i reati contestati ad alcuni magistrati figurano la corruzione, il falso e la corruzione in atti giudiziari.
“Nonostante il Csm fosse informato da tempo sulle gravi commistioni e le illegalità che interessavano i vertici degli uffici giudiziari di Catanzaro – continua de Magistris – non ha mai ritenuto di dovere intervenire. Oggi alcuni di quei magistrati sono saldamente al proprio posto, anche titolari di inchieste delicate, come quella assegnata all’aggiunto Murone sugli attentati al procuratore generale di Reggio Calabria. Quello stesso Csm ha invece dimostrato una solerzia straordinaria quando, al termine di processi disciplinari farsa, ha proceduto all’esecuzione professionale mia, e dei valorosi colleghi di Salerno Luigi Apicella, Gabriella Nuzzi e Dionigio Verasani. Si è intervenuto soltanto per fermare quei magistrati che con l’attività di indagine stavano portando alla luce scenari e contesti del tutto analoghi a quelli poi emersi nelle indagini di altre Procure sulle ‘cricche’ e la cosiddetta ‘P3’, nelle quali peraltro spiccano i nomi di personaggi che hanno avuto un ruolo anche nelle vicende catanzaresi. Oggi l’attività di indagine ha dimostrato che non ci si trovava di fronte ad accuse fantasiose o al complotto di un manipolo di sovversivi, ma che la cosiddetta ‘guerra tra procure’ è stata soltanto un nome mediatico per coprire la resistenza illegale dei magistrati catanzaresi rispetto ad una legittima e doverosa attività giudiziaria da parte della Procura di Salerno”.

Le accuse

Il procuratore Lombardi revocò l’inchiesta “Poseidone” all’ex pm de Magistris, dopo che questi aveva iscritto nel registro degli indagati l’avvocato Pittelli, senza informare il suo capo, “legato da ventennale amicizia” con il senatore del Pdl. Una secretazione, avvenuta con l’atto firmato dal pm e blindato in cassaforte, che costò a de Magistris la punizione da parte del Csm. Secondo la Procura di Salerno invece quella scelta fu motivata soltanto da “esigenze investigative”, mentre fu assolutamente illecita la revoca del fascicolo, eseguita da Lombardi d’intesa con l’aggiunto Murone. Secondo la Procura di Salerno ciò determinò “l’inevitabile stagnazione delle attività istruttorie in corso” in maniera da “favorire le persone implicate nelle indagini, in particolare Pittelli e Galati i quali, in un più ampio contesto corruttivo (…) s’erano adoperati per far ricevere denaro o altre utilità” sia a Lombardi, sia all’avvocato civilista Pierpaolo Greco, figlio della seconda moglie del procuratore. L’avvocato Greco infatti lavorava presso il rinomato studio penale dell’avvocato Pittelli, del quale sarebbe diventato socio nella ‘Roma 9 srl’, con notevoli agevolazioni economiche, e avrebbe inoltre in ricevuto dal sottosegretario Galati diverse nomine di commissario liquidatore di società e consorzi. Secondo l’accusa, poi, l’aggiunto Murone avrebbe sistemato “parenti e conoscenti” con le assunzioni ottenute grazie al “rapporto sinallagmatico” e al “patto corruttivo” con l’imprenditore Antonio Saladino.
L’avvocato generale Dolcino Favi, all’epoca reggente della Procura Generale, è accusato invece dell’illecita avocazione dell’inchiesta Why Not. L’avocazione fu giustificata con un presunto conflitto di interessi tra de Magistris e il ministro della Giustizia Clemente Mastella, indagato in quella inchiesta, che aveva avviato un’indagine disciplinare sullo stesso pm. Secondo i magistrati salernitani non ci fu alcun “conflitto d’interessi”, anzi sarebbe stata “attestata, in un atto pubblico, una situazione contraria al vero”. Dopo l’avocazione, secondo i magistrati salernitani, l’inchiesta è stata “parcellizzata”, divisa in più filoni assegnati a magistrati “del tutto estranei alle logiche d’indagine fino a quel momento seguite” e quindi sostanzialmente smantellata. Di fatto si trattò di “una illecita attività di interferenza sull’iter del procedimento penale in questione” che determinò “almeno un suo rallentamento tale da favorire, di per sé ed almeno per un iniziale periodo di tempo, le persone implicate nelle indagini preliminari”.

Fonte: infooggi.it

Antimafia Duemila – La sindrome di Salieri

Fonte: Antimafia Duemila – La sindrome di Salieri.

di Marco Travaglio – 13 giugno 2010
Se è vero che, come dice il Vangelo, “dai frutti conoscerete l’albero”, c’è una normetta nella legge-bavaglio che descrive meglio di qualunque altra l’albero al quale (ci) siamo impiccati da 16 anni.

E’ l’articolo 6-ter: “Sono vietate la pubblicazione e la diffusione dei nomi e delle immagini dei magistrati relativamente ai procedimenti e processi penali loro affidati…”. E’ copiato pari pari dal Piano di Rinascita Democratica della loggia P2, scritto da Licio Gelli e dai suoi consulenti a metà degli anni 70 e rinvenuto nel 1982 nel doppiofondo della valigetta della figlia del Venerabile: “Ordinamento giudiziario: le modifiche più urgenti investono: (…) il divieto di nomina sulla stampa i magistrati comunque investiti di procedimenti giudiziari…”. Ora, è fin troppo facile capire perchè questa gentaglia non gradisce che si conoscano atti giudiziari e intercettazioni. Ma che fastidio possono dare il volto o il nome del tale o del talaltro magistrato? Domanda ingenua: oltre che mascalzoni, questi qua sono anche inguaribilmente mediocri. Sanno di non avere una reputazione, una credibilità, una rispettabilità. La loro faccia ha lo stesso prestigio del loro culo. Nessuno crede alla loro parola, continuamente smentita, rettificata, rimangiata, tradita. Possono sopravvivere soltanto se, intorno a loro, sono tutti come o peggio di loro.   Se emergono figure autorevoli e popolari, esse diventano immediatamente una minaccia per l’intera banda. Perché poi, quando parlano, la gente dà loro retta. E, se criticano la banda, questa ne esce inevitabilmente con le ossa rotte. Nonostante le minacce, le aggressioni, le calunnie e i cedimenti interni, la magistratura conserva ancora un consenso intorno al 50 per cento, mentre quella della classe politica langue nei pressi del 10. Se un magistrato o un ex, meglio ancora se carico di onori per la lotta al terrorismo e/o alla mafia e/o alla corruzione, tipo Caselli, Colombo, Borrelli, Greco, Davigo, Scarpinato, Ingroia, Spataro, Maddalena, Almerighi, dice che una legge è una porcheria e ne spiega le conseguenze nefaste per la sicurezza dei cittadini, questi credono a lui e non agli Al Fano, Ghedini, Cicchitto, Gasparri, gente che basta guardarla in faccia per farsi una risata. Vent’anni fa, quando parlavano Falcone e Borsellino, c’era poco da discutere: non perché fossero infallibili, ma perché si erano conquistati il prestigio sul campo.   Tra un Falcone e un Carnevale, la gente non aveva dubbi: l’uno era famoso per aver arrestato il Gotha di Cosa Nostra, l’altro per aver annullato centinaia di condanne di mafiosi. I giudici piduisti, quelli dei porti delle nebbie, invece, erano maestri dell’insabbiamento, e campavano sereni proprio grazie al silenzio complice della stampa di regime. Quando i loro nomi finirono sui giornali, dovettero battere in ritirata. Per questo Gelli, che vedeva lungo, voleva cancellare i nomi degli uni e degli altri dai giornali. Per questo il suo degno allievo, che ha superato il maestro (venerabile), ne vuole cancellare oggi i nomi e i volti: perché confondere tutti i giudici, quelli che indagano e quelli che insabbiano, in un unicum grigio e indistinto. E’ la stessa logica che sta dietro la delegittimazione di giornalisti liberi e popolari come Montanelli e Biagi (“convertiti al comunismo”), di scrittori disorganici e amatissimi come Saviano e Camilleri (“fanno i martiri per i soldi”), di attori e registi anti-regime (“fannulloni pagati dallo Stato”) e dei volti più noti della tv (Santoro, Dandini, Fazio, da sputtanare con i loro compensi nei titoli di coda). Il potere dei mediocri è sull’orlo di una crisi di nervi e in piena sindrome di Salieri (si fa per dire, quello era un fior di musicista) dinanzi ai Mozart della magistratura, del cinema, dell’arte, della letteratura, del giornalismo. Li avverte come una minaccia, perché sa che, quando il Menzognini di turno non riesce a coprirne la voce, la gente li ascolta. In fondo, è un buon segno: questa gentaglia è alla canna del gas.

Tratto da: Il Fatto Quotidiano

Dead Berlusconi Walking – Passaparola – Voglio Scendere

Il video lo trovate sul sito di travaglio indicato qui sotto.

Fonte: Dead Berlusconi Walking – Passaparola – Voglio Scendere.

Buongiorno a tutti, facciamo una cavalcata tra le varie notizie che affollano i nostri pensieri a causa dell’affollamento sulle prime pagine dei giornali e sulle copertine dei telegiornali, per cercare di capire se c’è una logica in questo guazzabuglio. Secondo me c’è una logica: il punto di partenza è un rapporto rivelato dall’Espresso del Consiglio d’Europa nel quale si mette il dito sulle piaghe della giustizia italiana, su quelli che sono i veri problemi della giustizia italiana e che sono, secondo la Corte europea di giustizia del Consiglio d’Europa, le ragioni per cui poi viene condannata l’Italia per denegata giustizia.

La non giustizia italiana
Per quale motivo, perché fa troppe intercettazioni? Perché si arresta troppo? Esattamente il contrario, perché c’è troppo lassismo, troppa impunità, troppe leggi che portano impunità, prescrizione troppo breve, la prescrizione assurda perché continua a decorrere anche dopo la condanna in primo grado in appello, nonché dopo il rinvio a giudizio, la possibilità infinita di fare ricorsi senza pagare mai pedaggio, infiniti formalismi che sono la pacchia degli avvocati Azzeccagarbugli, soprattutto di imputati colpevoli, le condanne che anche quando diventano definitive, le rare volte non vengono eseguite, la famosa certezza del diritto e la famosa certezza della pena.

Se voi leggete i giornali di questi giorni, vi faccio soltanto alcuni esempi perché  c’è veramente da divertirsi, scoprirete che il problema in Italia è che i giudici sono dei nababbi, indovinate da dove arrivano questi titoli? “L’oro dei giudici, pronti a paralizzare l’Italia con una serie di scioperi per evitare la loro parte di sacrifici, ecco i danni che fanno, guadagnano 5 volte gli statali, hanno ancora la scala mobile, in 3 anni il loro stipendio è salito del 17%, la vita in discesa dei Magistrati”, Belpietro, Libero, pagina interna ancora più forte, “La dolce vita dei magistrati, stipendi d’oro, carriera garantita, supervacanze, dicono di battersi per il funzionamento dei tribunali, ma difendono i loro privilegi e rendono la nostra giustizia la più cara e la meno efficiente d’Europa”. Quindi abbiamo dei giudici nababbi che non lavorano, ce lo spiegano in tutte le salse gli articoli dei giornali del centro-destra nei quali si racconta addirittura il privilegio, scrive questo Giordano su Libero, il privilegio dei magistrati è che possono andare in pensione a 75 anni, forse non sa che questa norma l’ha introdotta Berlusconi nel 2003 quando sperava di ingraziarsi i giudici della Cassazione che dovevano spostargli il processo.
Un magistrato ha scritto a Corrado Augias su Repubblica e gli ha detto “caro Augias chiedo di non pubblicare il mio nome, appartengo alla più impopolare categoria, sono un magistrato e vorrei dire due parole sui nostri stipendi, non guadagno 5 mila Euro al mese, né alcuna delle altre folli cifre che ho letto in questi giorni. Sono in magistratura dal 1999, oggi il mio stipendio netto è pari a 3.600 Euro all’incirca. Certo è una cifra decorosa ma si tratta anche di un lavoro delicatissimo, preciso che lo stipendio è comprensivo di tutto, i turni del sabato e delle domeniche, i fine settimana passati a preparare l’udienza, la stesura delle motivazioni delle sentenze anche in pieno agosto, circa 10 ore al giorno, vado in ufficio con la mia macchina, compro i libri per il mio mestiere, pago la rata del mutuo, la scuola e i vestiti ai figli, l’assicurazione professionale, il  materiale di cancelleria, l’assistenza informatica. Il Ministero ha tagliato i fondi, ci vogliono circa 7 giorni perché arrivino i tecnici del Tribunale, tutto nei 3600 Euro, nessun benefattore che elargisca a mia insaputa, nessun arrotondamento con arbitrati, consulenze o che sia, non faccio 2 mesi di ferie all’anno.
Come tutti i colleghi che ho conosciuto faccio sacrifici per non deludere le aspettative che ripongono in me, so che in ogni dossier che maneggio ci sono esseri umani che aspettano una cosa difficile: giustizia, infliggo gli stessi sacrifici a chi mi sta vicino, sottraggo tempo ai miei figli, tutto per un lavoro che sognavo di fare fin da bambina – è una donna questo magistrato – si dà il caso che quel lavoro sia uno dei poteri dello Stato, voglio quel rispetto che mi guadagno lavorando onestamente tutti i giorni”.
Lettera sempre a Repubblica di un cancelliere “ho letto la lettera pubblicata ieri su Repubblica del Magistrato che parla del suo stipendio, vorrei precisare che la sua è una condizione ottimale rispetto a quella del personale amministrativo, che sta ancora peggio e che svolge un lavoro altrettanto delicato, sono un cancelliere, lavoro nell’Amministrazione dal 1977, il mio stipendio è 1600 Euro, anche io vado in ufficio con la mia macchina, compro i codici con i miei soldi, pago la rata del mutuo e i vestiti per i figli, anche io pago l’assicurazione professionale, compro le penne, i post- it, tutto quello che necessita per la mia attività.
Sono costretta, a comprare insieme ai colleghi la carta igienica e il sapone per le mani, sarebbe auspicabile che i media si  occupassero del personale amministrativo della giustizia, senza il nostro lavoro le sentenze, i provvedimenti dei giudici rimarrebbero semplicemente carta straccia”.

Questi sono i nababbi che oltre a guadagnare cifre spropositate, non lavorano, questo ci raccontano sui giornali del centro-destra, perché? Perché adesso il governo sta tagliando un altro 30% sugli stipendi dei magistrati e immaginate cosa significa questo taglio per il magistrato di prima nomina che guadagna naturalmente pochissimo perché è arrivato all’inizio e come si fa a invogliare ancora qualche giovane laureato in giurisprudenza a andare a fare un mestiere così rischioso e nello stesso tempo così screditato per le campagne di stampa e così mal remunerato. Quando avremo i tribunali e le procure vuote, soprattutto nel Sud perché nessuno ci vorrà andare, ci domanderemo a che gioco stanno giocando questi signori, per conto di chi stanno facendo questa guerra perché in questa finanziaria se c’è uno slogan è che i ladri continuano a rubare e le guardie pagano anche per conto dei ladri perché ai ladri non viene tolto un Euro, mentre alle guardie, intese come magistrati, personale amministrativo e forze dell’ ordine, vengono segati di brutto i compensi!

E’ vero che non fanno niente questi signori, perché se fosse vero sarebbe giusto levarglielo, non tagliarglielo lo stipendio, cosa dice il rapporto Cepei che è una diramazione del Consiglio d’Europa? E’ un rapporto che si riferisce a due anni fa, quindi lo possiamo considerare attualissimo, è l’ultimo aggiornato rapporto sull’efficienza e i parametri di compenso dei magistrati rispetto a quello che guadagnano e a quello che fanno.
Nonostante la propaganda che ci raccontano, i nostri magistrati sono i primi in Europa per produttività, ogni anno riescono a chiudere oltre 1.150.000 processi per reati seri, i cosiddetti delitti, mentre in Germania ne chiudono 864 mila, in Francia 655 mila, la metà rispetto all’Italia, in Russia 437 mila, 388 mila in Spagna, 1/3 rispetto a quello che chiudono i nostri magistrati, eppure ogni giorno nel nostro paese quasi 500 vittime di reati restano senza giustizia, perché? Non perché i colpevoli non siano stati trovati, ma perché il loro reato cade in prescrizione.

Ci sono varie magagne della nostra giustizia che sono esattamente opposte rispetto a quelle che ci vengono raccontate, troppo garantismo, troppi formalismi, troppi marchingegni utili per tirare in lungo e per farla franca, e alla fine si arriva al problema e cioè che per esempio la Corte Suprema degli Stati Uniti fa 120 processi all’anno e la Cassazione fa 100 mila processi all’anno, perché? Perché da noi ricorrere in Cassazione non costa praticamente nulla, ci fosse la possibilità della reformatio in peius della condanna, ti condannano a 3 anni, tu fai l’appello, l’appello è infondato? Te ne danno 4, così ti passa la voglia di fare appelli dilatori se non sai di avere proprio ragione, ragione, oppure lasci una cauzione, oppure lasci la cauzione e c’è il rischio che di riformino in peggio la sentenza di condanna, cosa che da noi se fai ricorso tu, contro la tua di sentenza, non c’è la possibilità che ti peggiorino la sentenza precedente, c’è soltanto se il ricorso lo fa anche il pubblico Ministero e quindi ricorrere a te non costa niente, intanto guadagni tempo perché la prescrizione continua a correre, basterebbe mettere la cauzione, la reformatio in peius e vedreste che si segherebbero di brutto tutti i ricorsi infondati, i processi durerebbero meno, la prescrizione non scatterebbe più con questa frequenza e avremo molto reati impuniti in meno e molte vittime di reato soddisfatte in più!

Ma da noi di questo non si parla, non è all’ordine del giorno, sapete cos’è all’ordine del giorno? L’ha rivelato Gianantonio Stella: è nato, grazie al Ministro Alfano l’organismo indipendente di valutazione della performance di chi? Degli alti dirigenti ministeriali, è un organismo di 3 membri che deve monitorare il funzionamento complessivo del sistema della valutazione della trasparenza e integrità dei controlli interni e elaborare una relazione annuale, comunicare tempestivamente le criticità riscontrate ai competenti organi interni di governo e di amministrazione, nonché alla Corte dei Conti, validare la relazione sulla performance, garantire la correttezza dei processi di misurazione e valutazione, nonché dell’utilizzo dei premi nel rispetto del principio di valorizzazione del merito e della professionalità e via burocrateggiando, è una Commissione che decide chi è bravo e chi no, è la meritocrazia.
Chi è  il personaggio che Angelino Alfano ha infilato in questa Commissione di 3 membri, gli altri due sono Angelo Gargani ex giudice, fratello del parlamentare di Forza Italia Peppino Gargani e l’altro è il Sen. Angelo Giorgianni, chi non si ricorda Angelo Giorganni già costretto a dimettersi da un governo Prodi perché era un magistrato però faceva il sottosegretario e poi fu coinvolto nei cosiddetti veleni del caso Messina. Oltre a questi due il terzo è un certo Calogero Ceresa detto Lello che sarà  sicuramente un genio, scrive Gianantonio Stella, compaesano naturalmente di Alfano, è agrigentino, sul sito Internet Sicilia24h.it e stando anche a quello che scrive Peppe Arnone storico combattente delle battaglie ambientali contro l’abusivismo nell’agrigentino, Avvocato Arnone, questo Lello Ceresa chi è? E’ noto alle cronache locali come impiegato alla Provincia di Agrigento, ex Consigliere comunale di Forza Italia, Presidente della sagra Mandorlo in fiore, ma soprattutto eccellente suonatore di Friscalettu nel gruppo folcloristico Valle di Acragas, cos’è il Friscalettu siciliano? E’ lo zufolo che scrive Gianantonio Stella, spicca tra gli strumenti tradizionali che accompagnano danze come abballu senza sballu e cantu senza scantu picchi sugnu contento e la testa all’aria va!
Il suonatore di zufolo, amico di Alfano dovrà valutare chi è bravo e chi no al Ministero della Giustizia e quindi se Dio vuole abbiamo finalmente un po’ di meritocrazia in questo settore delicatissimo che è l’amministrazione della giustizia.

Napolitano, l’incorreggibile
Intanto mentre Alfano si dedica allo zufolo e dire che di trombettieri non è che ne manchino in questo periodo intorno al governo, ne sono mai mancati per la verità, il Capo dello Stato cosa fa?
Dice che quando Ciampi si riferisce al tentato golpe del 1993, la notte delle stragi quando i centralini di Palazzo Chigi andarono in tilt, si temette il colpo di Stato politico – mafioso, sono storie vecchie dice, è un passato oscuro, sono cose di 17 anni fa, ricorda un po’ questa risposta quell’altra che gli diedero quando esplose lo scandalo della cricca, qualcuno gli disse: sta tornando Tangentopoli? E lui disse: chiedete a altri.

Dopodiché, mentre in Parlamento venivano avanti le norme anti-intercettazioni, invece di fare quello che ha detto che bisogna fare da parte di un Capo dello Stato e cioè astenersi da qualsiasi intervento mentre il Parlamento sovrano legifera, questo dovrebbe fare il Capo dello Stato secondo quello che dice la Costituzione e anche secondo quello che ha sempre detto lui, quando il Parlamento lavora, il Capo dello Stato tace, perché? Perché poi spetta al capo dello Stato alla fine quando la legge viene approvata dal Parlamento, promulgarla o respingerla al mittente con un messaggio motivato alle camere Art. 74 della Costituzione.
Napolitano chiede, ovviamente soluzioni condivise, questa è una specie di disco rotto, come se una norma, solo perché è condivisa, fosse buona, poi dice di auspicare un testo più accettabile, più accettabile? Cosa vuole dire? Vuole dire che sai che è inaccettabile e chiedi che diventi un po’ meno inaccettabile? Ma può esistere un testo meno inaccettabile o più accettabile? Può esistere una porcata un po’ meno porca? Qui abbiamo un gigantesco letamaio, qualcuno deve tirare su qualche cucchiaino di letame, portarlo via e poi il letamaio diventa una sacker torte? Diventa più accettabile un letamaio solo perché qualcuno ha asportato qualche cucchiaino di sterco? Domande che naturalmente resteranno senza risposta, come quella che viene sempre fatta al Capo dello Stato: ma si è accorto che c’è l’Art. 74 della Costituzione che le consente di rimandare indietro le leggi che non le piacciono? Non solo quelle incostituzionali, quelle è obbligatorio mandarle indietro, stiamo parlando anche di leggi che non le piacciono come hanno fatto decine di volte Cossiga, Pertini, Ciampi e tutti i Presidenti della Repubblica, tranne lui. Risposta: i professionisti della richiesta al Presidente della Repubblica di non firmare, sono numerosi, ma molto spesso parlano a vanvera! Io comunque non ho niente da dire! Intanto hai detto.

Nel giorno in cui Berlusconi diceva che la Costituzione è orribile e cattocomunista e che fare le leggi con questa Costituzione è un inferno, invece di spiegare a Berlusconi che lui non fa le leggi perché lui è il Capo del Governo non è il Parlamento, invece di spiegargli che la Costituzione la deve rispettare perché ha giurato sulla Costituzione nelle mani del Capo dello Stato, quest’ultimo con chi ce l’ha? A chi dice che parla a vanvera? A quelli che gli ricordano un articolo della Costituzione, che gli impone di non promulgare le leggi incostituzionali come lo è, a detta di tutti i costituzionalisti degni di questo nome, compresi alcuni ex  Presidenti della Corte Costituzionale come Zagrebelsky, Onida e altri, bene lui se la prende con quelli che gli dicono: non firmare, che gli ricordano un potere che gli è conferito dalla Costituzione, lo so che per il Presidente firma tutto quell’Art. 74 è un fastidio, infatti si innervosisce ogni volta che c’è quella legge vergogna si innervosisce perché dice: porca miseria adesso mi tocca spiegare perché la firmo!
Sarebbe meglio se dall’Art. 73 si passasse al 75 come negli alberghi, avete notato che negli alberghi la stanza N. 113 o 117 di solito non c’è, si passa dalla 112 alla 114 e dalla 116 al 118, perché? Perché nessuno vuole andare per scaramanzia nella stanza dove c’è il 17, qui c’è questo 74 maledetto, gliel’hanno scritto a posta i padri costituenti, per metterlo in imbarazzo, in difficoltà, bisogna abolirlo, altrimenti si innervosisce ogni volta, se la prende con chi gli dice di non firmare, invece di prendersela con chi sta approvando una legge che lui stesso evidentemente giudica allucinante perché ne chiede una un po’ più accettabile!

Siamo talmente abituati al peggio che ci stiamo abituando anche alla logica del meno peggio, della riduzione del danno, infatti avete visto che recentemente i Senatori Gasparri e Quagliariello avevano inserito nella legge sulle intercettazioni un codicillo che stabiliva che non era più obbligatorio arrestare le persone per molestie sessuali lievi, praticamente la violenza sessuale diventa una questione di centimetri, dipende, la modica quantità consentita di violenza sessuale, dopo che abbiamo introdotto questo principio nell’evasione fiscale e nel falso in bilancio con le quote di non punibilità, vedrete che prima o poi si arriverà alle quote di modica quantità di violenza sessuale o di leggi vergogna, un po’ alla volta, un po’ più accettabile, un po’ meno inaccettabile!

Intanto la Corte costituzionale bocciava l’ennesima legge incostituzionale che faceva parte del pacchetto sicurezza del luglio 2008, il primo, quello che appena Berlusconi tornò al governo fece subito il pacchetto sicurezza, nel quale c’era l’aggravante della clandestinità, il reato commesso dall’immigrato clandestino, viene punito più severamente di quanto non lo sarebbe se lo stesso reato fosse stato commesso da un cittadino italiano, è una delle tante leggi razziali che sono entrate nel nostro ordinamento negli ultimi due anni, è stata regolarmente promulgata dal Capo dello Stato, non aveva detto: la state facendo a vanvera questa legge, l’aveva firmata come sempre gli è accaduto, purtroppo era incostituzionale, non si può stabilire l’aggravante della clandestinità a seconda di chi commette il reato, il reato è x e va punito con la pena x, sia che a commetterlo sia un italiano, sia che sia un extracomunitario, non si possono fare distinzioni di pelle o di provenienza, il reato è reato!

Depistaggi di massa
Perché stanno spingendo così tanto su certi temi e stanno lanciando con questa insistenza certe campagne?
Forse per nascondere questo: “Tra manovre e intercettazioni, il Cavaliere è solo”, giudizi sul governo negativi, giudizi sul leader crollo di Berlusconi, ha davanti Fini 54,4, Tremonti 52,4, Casini 43, è soltanto quarto, il giudizio sulla manovra economica è negativo o molto negativo per il 44,7%, è un sondaggio di Diamanti, contro il 39 che lo giudica positivo, non lo giudica positivo neanche la percentuale degli elettori di centro-destra.
Il giudizio sulla legge delle intercettazioni, positivo e molto positivo 37,38%, negativo 57,6%, molto negativo o negativo la ritengono anche gran parte degli elettori di centro-destra, gli effetti della nuova legge, il 71% ritiene che difenderebbe gli affari degli uomini politici e degli imprenditori corrotti e solo il 23% si è bevuto la favola che difenderebbe la privacy dei cittadini, il quasi 50% ritiene che renderebbe informazione meno libera e efficace e il 61% pensa che questa norma ostacolerebbe i paesaggi nella lotta alla criminalità organizzata, non si sono bevuti neanche la balla che la mafia non c’entra.

Persino Il Corriere della sera è costretto a rilevare il calo di consensi di Berlusconi, sulla sua persona: i giudizi positivi secondo Mannheimer, erano a dicembre, 55,9%, a febbraio erano scesi a 55,8, a aprile con l’accelerazione con la legge sulle intercettazioni e gli scandali in tandem, siamo scesi dal quasi 56 un 51,5 e oggi siamo al 50, quindi ha perso 6 punti in 6 mesi, di questo passo… come valuta l’operato del governo? Negativamente 59%, positivamente 38, come valuta l’operato dell’opposizione vi lascio immaginare, rispetto a un governo del genere, infatti negativamente per il 79%, cosa titola Il Corriere della sera? Conti e misure, sale il consenso per le scelte del governo, nell’articolo e negli schemi si fa vedere il crollo, ma nel titolo si dice che guadagna il governo, interessante, cercano di mascherare nei titoli quello che non possono nascondere nei dati, questa è la realtà, c’è un calo sensibile, dovute a questo cocktail, la crisi l’abbiamo detto già altre volte, la crisi, la manovra, che spazza via ogni leggenda di ottimismo, gli scandali che fanno emergere ruberie enormi su somme gigantesche portate via dalle tasche dei cittadini e di cosa si occupa il Parlamento in questo contesto? Di rendere più difficili gli scandali? No, di rendere più difficili le ruberie? No, di rendere più facile il recupero del mal tolto? No, di portare via i soldi ai ladri? No, di fronteggiare la crisi? No, di intercettazioni di questo si occupa, il cocktail di tutti questi elementi provoca il crollo, ecco perché mentre vengono al pettine molti modi, bisogna scatenare varie armi di distrazioni di massa, oltretutto ci sono altre leggende che vengono finalmente a cadere.

Pensate soltanto il colpo che viene inferto alla leggendaria efficienza dell’uomo del fare dallo scandalo dei rifiuti a Palermo. Palermo è sommersa dai rifiuti in piena estate, non possono dare la colpa al centro-sinistra, perché lì il centro-sinistra non si ricordano neanche più quando l’hanno visto l’ultima volta, lì stiamo parlando di un dominio totale del centro-destra dalla notte dei tempi, bene, a Palermo non riescono a portare via la mondezza, curioso che il genio Bertolaso e il genio Berlusconi non riescono a fare.. il Presidente spazzino, il Presidente ghe pensi mi, dove sono? Non ci vanno neanche a Palermo, perché non ci vanno? Intanto perché prenderebbero fischi, ma soprattutto perché in televisione i rifiuti di Palermo non si vedono, si vedevano quelli di Napoli ma solo quando c’era Prodi al Governo l’inconcludenza del centro-sinistra è leggendaria, quindi non stiamo scusando il centro-sinistra dei Bassolino, della Iervolino, tutta gente che avrebbe dovuto sparire, è curioso però che a un certo punto sono spariti i rifiuti, adesso che si stanno ammucchiando a Palermo e dintorni, siano sparite ancora una volta non i rifiuti ma le telecamere, come se i rifiuti a Palermo profumassero, quelli di Napoli puzzassero, ma solo quando governa Prodi, quando governa il centro-destra no.

Sta venendo al pettine un altro nodo che è il fallimento della Commissione Grandi Rischi alla vigilia del terremoto de L’Aquila, l’inchiesta finalmente dopo un anno di accertamenti è arrivata agli avvisi di garanzia ai membri della Commissione Grandi rischi, me lo ricordo come se fosse oggi, che nei giorni del terremoto, nel Passaparola, lo trovate credo anche nel Dvd Democrazya che abbiamo distribuito sia sul blog di Beppe, sia insieme a Il Fatto quotidiano e che è ancora in distribuzione sui siti ilfattoquotidiano.it e beppegrillo.it, c’era una puntata nella quale si leggeva semplicemente quello che aveva detto la Commissione Grandi rischi riunita a L’Aquila pochi giorni prima della scossa del 6 aprile, non dicevano quello che dicono oggi e che hanno sempre detto, non dicevano: i terremoti non si possono prevedere, quindi state all’occhio perché potrebbe darsi una scossa come potrebbe darsi no, dissero: state tranquilli, non succederà niente!
Se sapevano che non si potevano prevedere, come hanno fatto a prevedere che non ci sarebbe stata una scossa devastante? E’ fondamentalmente per questo che sono stati mandati gli avvisi di garanzia a questi cialtroni che rassicurando infondatamente la popolazione, hanno fatto abbassare la guardia e nel film di Sabina Guzzanti Draquila, oltre che in altre testimonianze, avete il racconto drammatico di quel giornalista locale che era uscito dalla Commissione Grandi rischi rassicurato, perché? Perché c’erano i luminari dei terremoti che parlavano, “se avessi saputo che ci stavano prendendo per i fondelli non avrei rassicurato i miei figli e oggi forse i miei figli sarebbero ancora vivi”, perché magari non sarebbero andati a dormire quella notte in cui c’erano già avvisaglie di scosse in escalation.
Leggete sui giornali: i giudici vogliono addirittura punire chi non prevede i terremoti, sono tutte palle per nascondere il crollo di un altro pezzo del cerone del maquillage di Berlusconi, l’efficienza a L’Aquila, è esattamente il contrario, responsabilità della Commissione Grandi rischi nella mancata prevenzione, nella mancata allerta e nel mancato predisporre una struttura che fosse in grado di, nel caso in cui si fosse verificato ciò che non si poteva prevedere, ma non si poteva neanche escludere e quindi perché l’hanno escluso?

Cos’altro devono nascondere? Devono nascondere il fatto che Paolo Berlusconi è indagato per ricettazione nell’inchiesta sul nastro di Fassino, quest’ultimo più pubblicato dal Giornale di Berlusconi a gennaio 2006, in piena campagna elettorale, quella della rimonta di Berlusconi che arrivò quasi al pareggio anche se poi vinse Prodi di un’incollatura, ha fatto benissimo il Giornale di Belpietro ha pubblicare quell’intercettazione era un fatto grave, pubblico anche se non costituiva reato, l’intercettazione era segreta, i magistrati non l’avevano ancora neanche fatta trascrivere, adesso sappiamo perché uscì sul Giornale, perché la ditta privata che eseguiva per conto della Procura di Milano, in contatto con la Guardia di Finanza, le intercettazioni ne estrapolò una quella di Fassino e Consorte, non per dire quelle tra Berlusconi, Gnutti e altri, ce ne erano anche di Berlusconi di telefonate, hanno estrapolato quella di Fassino e Consorte, l’hanno portata a Paolo Berlusconi, quest’ultimo ha portato il tizio da Silvio, Silvio li ha ricevuti alla vigilia di Natale davanti all’albero a Arcore, ha sentito, ha ascoltato il nastro e ha detto così, fingendo di sonnecchiare, la nostra famiglia vi sarà grata per tutta la vita.
3, 4 giorni dopo usciva tutto sul Giornale di Paolo Berlusconi, capito cosa devono nascondere? Che le intercettazioni illegali, le trattano loro, quelle legali le stanno abolendo in Parlamento.

Agli ordini di Licio Gelli
Capite che quando si hanno queste rogne da nascondere, queste rogne da grattare allora si dà ampio spazio alle armi di distrazione di massa, quando si ha una manovra così iniqua da giustificare, dei comportamenti così delinquenziali da coprire, allora si lanciano in pasto alla gente dei nemici da azzannare, dei nemici diversi, chi sono i nemici?
I calciatori che prendono premi troppo alti? Può darsi, Calderoli, calciatori, i giornali di centro-destra ci raccontano che ci sono politici, sempre dell’opposizione naturalmente, che hanno avuto case agevolate, la Bonino dipinta come approfittatrice di Stato, la caccia agli sprechi finti per evitare che si parli degli sprechi veri, dopo avere già individuato i magistrati nababbi, adesso abbiamo la Bonino nababba, poi abbiamo i conduttori televisivi, mettiamo i compensi nei titoli di coda e poi quando viene un politico in studio, cosa mettiamo quanto prende lui? Quante auto blu? Ogni volta nel sottopancia bisognerebbe mettere una specie di Treccani per scrivere tutto quello che ci costano tra portaborse, auto blu, finanziamento pubblico, vogliamo fare così? Così nessuno dà più retta a quello che si dice, si va a vedere soltanto la sovrimpressione, fossero seri farebbero inserire i compensi in un sito, nel sito della RAI, dove oltre al compenso ci sia scritto anche quanto rende un personaggio, perché se Santoro prende 700 mila Euro lorde all’anno e fa guadagnare alla RAI x e un altro prende il triplo di lui, uno a caso, un insetto e la sua trasmissione però rende molto di meno e costa di più, allora forse è il caso di ritoccare il compenso al secondo e si capisce il compenso al primo!

Poi si va a vedere quanto pagano di tasse e poi si va a vedere la meritocrazia, così si dovrebbe fare, invece no, si buttano in pasto alla gente l’emendamento Calderoli, mettiamo i compensi, poi dopodiché Calderoli una volta o l’altra magari in sovrimpressione ci spiegherà i suoi rapporti con Giampiero Fiorani, non dimentichiamo i rapporti di Calderoli con Giampiero Fiorani, per esempio, addirittura Libero si è inventato il nemico americano, adesso abbiamo anche gli americani, missile Usa anti Silvio, il complotto di Obama, meno male che abbiamo Gheddafi che ci difende e Putin pure!

Poi devono nascondere soprattutto che la legge sulle intercettazioni o cosiddetta tale che ci viene sempre presentata, soprattutto negli ultimi giorni come più accettabile in quanto D’Alema è riuscito a far togliere da Gianni Letta, bontà sua, la parte che riguardava i servizi segreti, poi Quagliariello e Gasparri bontà loro hanno tolto la modica quantità consentita di violenza sessuale, poi l’opposizione ha rosicchiato anche qualcosa, hanno levato qualche mese di carcere ai giornalisti, qualche Euro di multa agli editori, hanno fatto cambiare due o tre cose, abbiamo la proroga delle intercettazioni telefoniche dopo i 75 giorni, viene presentata come una norma che sta diventando ragionevole, questo è quello che stanno cercando di farci capire.

Tanto perché  voi sappiate, non sto qui a riraccontarvela tutta perché la legge più o meno è sempre uguale, ma tanto perché sappiate cos’è rimasto in piedi: 1) i tabulati telefonici rispondono alle stesse restrizioni delle intercettazioni, quindi non c’è più differenza tra ciò che è necessario per sentire quello che dicono due persone al telefono e quello che è necessario per prendere un pezzo di carta dove c’è scritto che tizio all’ora tal dei tali ha telefonato a caio, e la telefonata è durata tot, il tabulato non dice quello che dicono le due persone, dice soltanto chi sono le due persone che parlano, ma non c’è il contenuto, vi pare normale equiparare un fatto quasi burocratico, come il tabulato telefonico a un’intercettazione dove invece si sa quello che si dicono due persone? Le regole nuove restrittive per le intercettazioni valgono anche per i tabulati, pensate la follia!
Il fatto che sia competente il Tribunale collegiale di 3 giudici e soltanto nel capoluogo di ogni regione, provocherà un viavai di furgoni carichi di carte, perché? Perché ogni volta che il PM chiede al giudice, anzi al Tribunale collegiale di autorizzare le intercettazioni o le proroghe delle intercettazioni, deve mandare tutto il fascicolo, spesso il fascicolo occupa un’intera stanza, immaginate questi furgoni che vanno avanti e indietro dalla periferia al centro e poi rovesciano questa montagna di roba in un Tribunale dove magari i giudici hanno tutt’altre cose da fare.
Poi tornano indietro perché il PM ne ha bisogno, poi quando deve chiedere la proroga glieli rimanda, poi gli ritornano indietro, ma vi rendete conto della follia? Le proroghe dopo i 75 giorni per le telefoniche, massimi, vengono concesse di 48 ore in 48 se serve, se è indispensabile, quindi se ho uno che sta per dirmi chi va ad ammazzare dopo il 75° giorno, devo fare una richiesta di proroga che però dura due giorni, quindi mando tutto il furgone con tutto il fascicolo, poi il furgone mi torna indietro appena in tempo perché ho bisogno di altri due giorni, rifaccio una richiesta… ma come si fa a lavorare così? Ogni due giorni devi fare una nuova richiesta motivando perché ti serve registrare per altri due giorni e mandi tutto il furgone avanti e indietro? Ma vi rendete conto di quello che stanno facendo? Altro che legge più accettabile.

Per le ambientali, per la cimice nascosta nel salotto o nella macchina, scordatevele, perché  nei luoghi privati si possono mettere soltanto quando si ha la certezza che si sta commettendo il reato, sappiamo che il marito sta ammazzando la moglie, allora arriviamo noi con la cimice, se invece non abbiamo questa certezza, allora la cimice la si può mettere soltanto nei luoghi pubblici e non privati, bisogna sperare che uno vada a ammazzare la gente in un ufficio postale, in una banca o in piazza o in un bar, perché? Perché se lo fa a casa sua o a casa della vittima o a casa del complice o in macchina, non si può più mettere la cimice, se non si ha la certezza che proprio in quel momento, dopo si ha la certezza, ma prima come fai a averla? Per poter arrivare in tempo a mettere la cimice?
Naturalmente con tutte queste limitazioni la cimice nei luoghi pubblici la puoi mettere soltanto per 3 giorni e poi reiteri, se ne hai bisogno, per più tempo, ogni volta di 3 giorni in 3 giorni con lo stesso meccanismo furgone che va avanti – indietro dalla Procura periferica al Tribunale centrale, questo è rimasto, pensate la follia, le intercettazioni se a fine processo il fatto risulta diverso da quello che si era ipotizzato all’inizio, sono inutilizzabili, è quello che abbiamo sempre detto sulla clinica Santa Rita, se indago per una truffa e poi scopro un omicidio perché hanno scannato dei pazienti sani per portargli via organi sani, per farsi rimborsare l’operazione dalla Regione, il fatto è diverso ovviamente, non è più una truffa, ho scoperto un fatto nuovo, ho scoperto che una persona ci ha rimesso le penne, quell’intercettazione sarà inutilizzabile per processare la persona per omicidio, potrò processarla soltanto per truffa.
Ho la prova intercettazione che quello ha ammazzato una persona, ma non la posso utilizzare, immaginate questo come può stare in piedi in un paese dove è obbligatoria l’azione penale in ogni notizia di reato, ho una notizia di reato, l’omicidio e non la posso usare per l’omicidio, ma solo per la truffa, questo c’è, questo è rimasto, come è rimasto, segnalava Spataro l’altro giorno in una bella intervista alla Stampa… quello che segnalava Spataro è quello che vi ho appena detto sui furgoni che vanno avanti e indietro, invece lo segnalavo io un altro aspetto che è veramente indicativo dei tempi che viviamo e di quello che ci dicevamo prima, cioè: Art. 6 ter, sono vietate la pubblicazione e la diffusione dei nomi e delle immagini dei giudici relativamente ai procedimenti e ai processi penali loro affidati, è un’idea di Gelli che nel piano di rinascita, scritto a metà degli anni 70, diceva: ordinamento giudiziario, le modifiche più urgenti investono il divieto di nomina sulla stampa di magistrati comunque investiti di procedimenti penali, bisogna, come suggeriva Gelli, vietare ai giornali di scrivere chi è il magistrato che fa quell’indagine o chi è il magistrato che fa quel processo o chi è quel magistrato che ha emesso quel mandato di cattura, perché? Perché vedi mai che il magistrato con il suo buon lavoro contro la mafia, contro la corruzione diventi popolare, venga riconosciuto, venga stimato, apprezzato, ringraziato dai cittadini, poi è difficile delegittimarlo, era già successo con Falcone e Borsellino, pensate se fosse stata già in vigore la norma, inizia oggi il maxi processo a Cosa Nostra a carico di centinaia di boss mafiosi arrestati negli ultimi anni da chi? Dalla magistratura siciliana, non da Giovanni Falcone, Paolo Borsellino, Di Mello, Guarnotta, De Francisci, Caponnetto e prima di loro Chinnici, la Magistratura, la stessa magistratura nella quale si annidavano anche i Carnevale, quelli che dopo che gli altri avevano fatto condannare i mafiosi, annullavano le condanne in Cassazione!

Infatti la gente sapeva distinguere Carnevale da Falcone e Borsellino, lo sto Carnevale sapeva distinguere tra se e Falcone e Borsellino, infatti in alcune intercettazioni li insultava! Tentano di mettere la magistratura tutta dentro un unicum indistinto grigio in modo che non emergano più i migliori e non si notino i peggiori, gli insabbiatori e gli indagatori diventeranno un tutt’uno e così non riusciremo più a distinguere, non ci sarà più un controllo su chi fa bene e chi fa male il proprio mestiere, chi insabbia le inchieste, chi aggiusta i processi campa grazie all’anonimato, grazie al segreto nel sottobosco, guai se i giornali lo nominano, viene smutandato e deve smettere, allo stesso modo spesso il magistrato, soprattutto in un paese come l’Italia, riesce a non essere cacciato, trasferito, non sempre, poi abbiamo purtroppo poi i casi di Clementina Forleo, di De Magistris, dei 3 PM di Salerno, Nuzzi, Verasani e Apicella che hanno pagato prezzi altissimi per il loro lavoro onesto e corretto, ma a volte il magistrato riesce a salvarsi proprio grazie al fatto che si sa chi è che è onesto, chi è per bene che sta lavorando per la giustizia perché intorno a lui si crea una solidarietà, è proprio questo che vogliono evitare, vogliono evitare che emergano figure di magistrati simbolo, perché? Perché altrimenti poi la gente ci si affeziona e quando parlano di certe leggi è ovvio che la gente tra un Gasparri e un Caselli, crede a Caselli, perché sa che è quello dell’antiterrorismo, tra uno Spataro e un Alfano è ovvio che la gente crede a Spataro perché sa che è dai tempi del terrorismo, poi della criminalità organizzata etc., è questo che vogliono evitare e è questa la ragione per cui stanno delegittimando tutte le figure che hanno un minimo di popolarità e di credibilità: Saviano, Camilleri, attori, registi dipinti come dei profittatori, come degli assistiti, fannulloni, perché? Perché poi magari Elio Germano va a Cannes e dice quello che dice sulla classe dirigente, perché poi magari degli attori, cantanti o dei registi o degli scrittori intervengono contro i tagli alla cultura e al cinema e al teatro e la gente li segue perché sono popolari e allora vanno indeboliti, delegittimati, allo stesso modo la magistratura è quella che, ho chiamato la sindrome di Salieri, Salieri era un grande musicista ma secondo una leggenda messa in circolo credo da Puskin era invidioso di Mozart, perché Mozart era il genio assoluto, noi abbiamo una classe dirigente che oltre a essere molto permale, è anche molto mediocre e quindi teme che intorno a sé emergano figure che possono diventare per la loro credibilità automaticamente dei contropoteri e cercano di affossarle, questo però è un buon segno perché vuole dire che questa gentaglia è arrivata alla frutta.

Se hanno paura di questo o di quell’attore, di questo o di quel magistrato e arrivano al punto di imporre ai giornali di non nominare il magistrato, vuole dire che sono veramente malmessi e che sentono i rintocchi del loro funerale, passate parola!

Fernanda Contri: il 22 luglio ’92 Mario Mori mi disse che stava incontrando Vito Ciancimino

Fonte: Fernanda Contri: il 22 luglio ’92 Mario Mori mi disse che stava incontrando Vito Ciancimino.

Le dichiarazioni rese ai pm di Caltanissetta dal giudice Fernanda Contri, ex membro del Csm ed ex segretario generale presso la presidenza del Consiglio dei ministri, sui colloqui avuti col generale dell’Arma Mario Mori, sono agli atti del processo in cui l’ufficiale è imputato di favoreggiamento aggravato alla mafia. Contri ha riferito di essersi ricordata “particolari relativi alle stragi del ’92 e di aver avuto modo di ricostruire attraverso le agende” due incontri avuti con Mori che conobbe, attraverso il giudice Giovanni Falcone, tra il 1986 e il ’90. Gli incontri sarebbero avvenuti il 22 luglio e il 28 dicembre 1992. “Non erano stati ancora celebrati i funerali di Paolo (Borsellino, ndr) – dice il giudice – e Mori mi disse che stavano sviluppando importanti investigazioni, precisando che stava incontrando Vito Ciancimino“. Nel secondo incontro “Mori mi confermò che stava incontrando Ciancimino aggiungendo ‘Mi sono fatto un’ dea che Ciancimino è il capo o uno dei capi della mafia’.”
Fonti: siciliainformazioni.com, Il Corriere, guidasicilia.it

Antimafia Duemila – I pm antimafia si sentono disarmati. ”Follia solo tre giorni di microspie”

Fonte: Antimafia Duemila – I pm antimafia si sentono disarmati. ”Follia solo tre giorni di microspie”.

Sconcerto tra i titolari delle inchieste su Cosa Nostra: gli ascolti ambientali diventeranno impossibil.

Li Gotti (Idv): “È inaccettabile che Alfano abolisca una legge di Falcone contro i mafiosi”

Roma. “Microspie per tre giorni? Una follia”. “Un arretramento ingiustificato”. “Un colpo a Falcone”. “Un regalo alla mafia”. “Una norma scritta in modo ambiguo e incomprensibile”. Intercettazioni ambientali, cimici o microspie che le si voglia chiamare, nella versione prevista dal ddl Alfano? “Un meccanismo assurdo e inaccettabile destinato a favorire i criminali”. Parola di magistrati e poliziotti. E dei finiani, come il numero due della commissione Antimafia Fabio Granata, che esige “un’immediata marcia indietro”. E del dipietrista Luigi Li Gotti, che accusa il Guardasigilli Angelino Alfano “di aver abolito una legge importantissima voluta da Falcone”.
Una premessa su quali dovrebbero essere le nuove regole. A partire dalle norme oggi in vigore. Che parificano l’ambientale alle intercettazioni foniche. E la consentono, se ricorrono i “gravi indizi di reato”, finché l’indagine lo richiede. Con un’eccezione: per i luoghi “di privata dimora” essa è possibile “se vi è fondato motivo di ritenere che ivi si stia svolgendo l’attività criminosa”. Cosa escogita il governo? Nei “luoghi privati” sarà possibile piazzare la cimice per tre giorni solo se lì “si sta svolgendo l’attività criminosa”. Per quelli pubblici i giorni saranno sempre tre, ma non ci vorrà il sospetto del delitto in corso. Per mafia e terrorismo microspie senza limiti.

Conviene partire dalla denuncia di Li Gotti per affrontare il guazzabuglio delle nuove regole sulle ambientali contenute in una dozzina di righe del ddl. Dice il senatore che fu avvocato di Buscetta, Mannoia e Brusca e che ha dato filo da torcere alla maggioranza: “È incredibile. Soprattutto perché non se n’è accorto nessuno. Ma il comma 36 della nuova legge, in tre righe, cancella un fondamentale articolo di un decreto legge voluto da Falcone nel maggio ’91”. Ecco quelle righe: “L’articolo 13 del decreto legge 13 maggio 1991 n.152 è abrogato”. È l’articolo che stabilisce “modifiche alla disciplina delle intercettazioni, conversazioni o comunicazioni” e consente, “per i delitti di criminalità organizzata”, di disporre intercettazioni o mettere microspie sulla base di “sufficienti indizi” e nei luoghi di “privata dimora” per il tempo necessario alle indagini. “Una rivoluzione” la definisce Li Gotti perché “per i delitti di criminalità organizzata anche non mafiosa, e quindi ogni associazione a delinquere per fare truffe, rapine, furti, estorsioni, riciclaggio, corruzioni, era possibile intercettare e mettere microspie nei luogo pubblici e in un domicilio senza limitazioni”.

Ma che succede con la nuova legge? Innanzitutto, con un’altra riga al comma 27, passata anch’essa del tutto inosservata, il luogo “di privata dimora” diventa luogo “privato”. Differenza fondamentale e destinata, come spiegano i giuristi, a “devastare le indagini”, perché la “privata dimora” è in senso stretto in luogo in cui si abita, mentre il “luogo privato” può essere anche un bar o un ufficio o la propria auto. E poi dalla dizione ampia di “criminalità organizzata” vengono espunti quelli che i finiani definiscono reati “spia”, tutti quelli che possono far scoprire un gruppo mafioso. Per questo Li Gotti accusa Alfano: “Parla sempre di lotta alla mafia, osa richiamarsi a Falcone, poi abolisce l’articolo che consentiva quella corsia semplificata”.

Il finiano Granata, sulle ambientali, non fa sconti al governo: “È una delle norme più controverse; è scritta in modo ambiguo e incomprensibile; pone un limite di tre giorni con richieste di proroga al tribunale collegiale del tutto inaccettabile; soprattutto esclude i reati spia”. Ma la sua voce da politico non è isolata. Ecco il giudizio del presidente dell’Anm Luca Palamara, pm a Roma: “Se passa la norma sarà difficilissimo poter mettere microspie per via dei termini differenti e per la confusione che si creerà nel distinguere tra luogo pubblico e privato”. Altrettanto negativo il giudizio di Giuseppe Cascini, segretario del sindacato dei giudici e anche lui pm nella Capitale: “La distinzione tra luoghi differenti è una pura follia. Non si potrà più piazzare una cimice in un’auto, ci saranno problemi prima di metterla in un bar, e pure in un ufficio, a meno che questo non sia pubblico. Non parliamo poi della regola defatigante e macchinosa delle proghe ogni tre giorni che renderanno inutilizzabile un mezzo investigativo fondamentale, soprattutto perché ogni volta bisognerà mandare gli atti al tribunale collegiale”. Ma i finiani puntano i piedi e dicono: “La regola va cambiata”.

Tratto da: repubblica.it

Antimafia Duemila – Le mani delle cosche sul movimento terra nell’hinterland milanese

Fonte: Antimafia Duemila – Le mani delle cosche sul movimento terra nell’hinterland milanese.

La ‘ndrangheta che si prepara all’Expo non spara e non vive di estorsione, ma ricicla i proventi del narcotraffico nell’edilizia, mercato sempre attivo e prospero in Lombardia.

Venerdì 11 giugno: la settima sezione penale del tribunale di Milano emette la sua sentenza, in esito al processo scaturito dall’inchiesta denominata “Cerberus” e arrivano così altre condanne per il clan Barbaro-Papalia, da diversi decenni operativo nel sud del capoluogo lombardo.

Viene così  certificata autorevolmente dal collegio, presieduto dal giudice Aurelio Barazzetta, l’ipotesi investigativa della DDA milanese, sostenuta in aula dal sostituto procuratore Alessandra Dolci: la cosca aveva il controllo dei cantieri e il monopolio del movimento terra in tutto il sud di Milano, da Corsico ad Assago, ma in particolare a Buccinasco, soprannominata la “Plati del Nord”. Ulteriore business collegato quello dello smaltimento dei rifiuti tossici nei cantieri delle opere che venivano realizzate dalle loro ditte. “Il settore della raccolta e del trasporto della terra dai e nei cantieri edili è sotto attenzione per contrastare le infiltrazioni mafiose in vista dei lavori dell’Expo 2015”: così aveva dichiarato il generale Domenico Lorusso, comandante provinciale della Guardia di Finanza, per spiegare ai giornalisti l’operazione “Cerberus”.

La capacità di infiltrarsi negli appalti del movimento terra è una prerogativa riconosciuta al clan dei Barbaro – Papalia e ora l’ulteriore accusa di associazione mafiosa, riscontrata al termine del processo, non fa altro che allungare il loro curriculum criminale e confermarne la pericolosità.

L’epicentro degli affari era il comune di Buccinasco, spesso e malvolentieri finito sotto i riflettori dei media per la presenza storica di prestigiosi clan della ‘ndrangheta. Nel corso del processo è stato ricostruito anche il pagamento di un lavoro non autorizzato dal comune: la rimozione di una grande quantità di terra scaricata abusivamente dallo stesso clan. Dopo il danno, la beffa.

La pesante accusa di associazione mafiosa è stata riconosciuta in capo a cinque persone, alcune delle quali sono considerate gli emergenti all’interno del clan. La diminuzione delle condanne richieste si deve al fatto che non è stata riconosciuto il reato di estorsione e l’aggravante dell’utilizzo delle armi. Del resto, le armi non sono necessarie quando si può contare su una riconosciuta capacità di intimidazione che genera poi la conseguente omertà.

Salvatore Barbaro, ritenuto al vertice dell’organizzazione e genero dell’altro boss storico della ‘ndrangheta nel milanese Rocco Papalia, è stato condannato a nove anni di reclusione (a fronte dei quindici richiesti dall’accusa che chiedeva anche il riconoscimento del reato di estorsione), il massimo della pena erogata in questo processo. Condanna a sette anni per il fratello Rosario e per il padre Domenico, soprannominato “Mico l’australiano” per i suoi lunghi trascorsi nella terra dei canguri, oggi considerato “uno dei capi della ‘ndrangheta a livello mondiale”. Sei anni invece per un altro imputato, Mario Miceli, organico al clan.

La quinta condanna – quattro anni e sei mesi di reclusione, invece degli otto richiesti dal pm, perché sono state accordate le attenuanti generiche – è stata comminata ai danni di Maurizio Luraghi, l’imprenditore milanese che, stando a quanto accertato, avrebbe fatto da sponda al clan con la sua azienda, denominata “Lavori stradali srl” e la cui sede legale era in via Freguglia, proprio di fronte a quel Palazzo di Giustizia da cui non sono arrivati che guai per lui. La moglie dell’imprenditore, Giuliana Persegoni, è stata invece assolta per non aver commesso il fatto.

Luraghi, servendosi anche dei microfoni di “Anno Zero” qualche settimana fa, aveva abbozzato una ultima autodifesa, sostenendo di essere una vittima e non un collaboratore della cosca. In realtà, è stato accertato come la sua ditta fosse il terminale di aggiudicazione di tutta una serie di lavori che poi erano dati in subappalto ad altre compagini, direttamente riconducibili ai Barbaro: Fmr scavi, Lmt, Mo.bar e Edil Company.

Dopo la pronuncia della condanna, Luraghi ha cercato ancora di difendere la sua posizione davanti ai giornalisti presenti al momento della lettura della sentenza, denunciando le intimidazioni e le minacce subite e respingendo l’accusa di essere al servizio delle cosche: “Nessuno dirà più nulla. Condannare me vuol dire condannare tutti gli imprenditori milanesi e lombardi e dire che sono collusi con la ‘ndrangheta. Già non parlavano molto, e d’ora in poi non denuncerà più nessuno”. E anche il suo avvocato ha poi rincarato la dose, difendendo il suo assistito: “si pretendeva da lui un comportamento eroico, che non si può pretendere da un cittadino se è lo Stato che non riesce a controllare questi fenomeni”.

La sentenza ha inoltre disposto la confisca delle quote sociale delle aziende coinvolte, tra cui quella di Luraghi. Scontato il ricorso in appello per tutti e cinque i condannati in primo grado.

Ora i Barbaro sono attesi da un’altra scadenza processuale, altrettanto importante per il loro futuro: il prossimo 30 giugno si apre l’udienza preliminare dell’inchiesta della DDA milanese denominata“Parco Sud”, che si era chiusa con la richiesta di diverse ordinanze di custodia cautelare sempre a carico delle cosche operanti nel sud dell’hinterland di Milano e sempre per  associazione mafiosa, volta ad ottenere il monopolio nel settore edile e immobiliare della zona.

Da questa ultima inchiesta è nato un ulteriore filone di indagine che, nel febbraio di quest’anno, ha avuto come esito primo l’arresto di Tiziano Butturini e Michele Iannuzzi, due uomini politici molto attivi nel comune di Trezzano sul Naviglio, sempre periferia milanese. Il primo era stato sindaco, mentre il secondo aveva fatto l’assessore e poi il consigliere comunale. Il primo era del PD, il secondo del PDL. In carcere con loro anche il geometra del comune e un imprenditore, Andrea Madaffari, al centro di “un vero e proprio sistema di corruzione”, secondo quanto scritto dal gip nell’ordinanza di custodia cautelare.

Tratto da: liberainformazione.org

Antonio Di Pietro: Processo Dell’Utri: Mangano da eroe a profittatore

E poi c’è la presenza di Mangano ad Arcore. Una circostanza impossibile da negare. Per questo gli sforzi oratori puntano a screditarne la valenza.

Se per l’accusa Vittorio Mangano ad Arcore era il testimone vivente di un accordo tra Berlusconi e Cosa Nostra per la sua protezione personale, raggiunto grazie alla mediazione di Dell’Utri, per la difesa Mangano era solo un profittatore che voleva arricchirsi nel periodo in cui fu alle dipendenze di Berlusconi.

Alla faccia dell’eroe.

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Costituzione a vanvera | l’AnteFatto | Il Cannocchiale blog

Fonte: Costituzione a vanvera | l’AnteFatto | Il Cannocchiale blog.

Mentre il mondo del crimine è in festa per la legge anti-intercettazioni, il Presidente è nervosetto. Non quello del Consiglio che, anzi, è al settimo cielo: con una legge ad personam ma anche ad personas, è riuscito in un colpo solo a mettere al sicuro i suoi eventuali delitti futuri e quelli di migliaia di criminali, così nessuno potrà accusarlo di pensare solo a se stesso. No, il Presidente nervosetto è quello della Repubblica che, come a ogni legge vergogna, deve giustificare la firma che si appresta ad apporvi in calce. E, non sapendo che dire, se la prende con chi lo invita a non firmare: “Parlano a vanvera”.

Ecco, è bene che si sappia: non parla a vanvera chi insulta la Costituzione o la calpesta ogni volta che respira; ma chi gli ricorda che l’articolo 74 della Costituzione gli consente di non promulgare le leggi che non condivide o, peggio, violano la Costituzione. Parlarono e operarono a vanvera già i Padri costituenti i quali, fra gli articoli 73 e 75, infilarono quel maledetto 74 che pare scritto apposta per far dispetto a lui. Non prevedevano che un giorno sarebbe arrivato un Presidente che firma tutto e, quando gli si domanda perché non si avvalga dei poteri di cui al 74, s’incazza. Si spera che ora il governo e chiunque abbia a cuore la serenità del capo dello Stato provvedano al più presto ad abrogare quel dispettoso articolo che gli procura tanti malesseri. Basta un decreto, da approvare con la questione di fiducia, semplice semplice: “Dall’articolo 73 si passa direttamente al 75”.

I requisiti di necessità e urgenza ci sono tutti, visto lo stato nervoso del Presidente. E poi manca pure che lui non firmi proprio quello, di decreto. Risolta così la faccenda, resterà da sistemare un’altra questione di evidente rilevanza costituzionale: la disparità di trattamento fra i delinquenti incastrati dalle intercettazioni secondo la vecchia legge e quelli che la faranno franca grazie alla nuova. La mente corre commossa ai tanti criminali ingiustamente incastrati e violentati nella loro privacy per troppi anni da quell’odioso strumento di tortura. Basti pensare al povero Provenzano, prematuramente invecchiato e debilitato perché costretto per 43 lunghissimi anni, nel timore di essere intercettato, a battere a macchina con un solo dito prolissi e defatiganti pizzini, per giunta in una lingua sconosciuta: l’italiano.

Se lo Stato italiano fosse leale e sportivo, dovrebbe concedergli almeno una libera uscita e consentirgli di assaporare per qualche giorno la nuova vita del mafioso e di dare libero sfogo alla voglia matta di parlare da mane a sera con chi gli pare, al telefono o a tu per tu, senza più il patema delle cimici (che infatti potranno essere posizionate, salvo casi eccezionali, solo in luoghi pubblici: non, per dire, in una masseria fra ricotte e cicorie). Torna anche alla mente la misera fine dei cinque truffatori che un anno fa finirono dentro a Palermo con l’accusa di avere “speso nomi di persone defunte” per ottenere prestiti agevolati da società finanziarie.

Qualche settimana prima erano riuniti in un luogo privato per organizzare i piani di battaglia, ignari di essere ascoltati. Uno qualche dubbio l’aveva avuto: “Allora possiamo parlare qua, giusto?”. Un altro, profondo conoscitore della legge Alfano alla mano, ne aveva precorso i tempi: “Le microspie ci stanno per situazioni di mafia, noi stiamo parlando di truffe, quindi possiamo parlare”. Purtroppo per lui la legge non era ancora attiva: galera per tutti e cinque. Se il Parlamento si fosse spicciato, sarebbero ancora a piede libero a truffare felicemente il prossimo.

Per tutte le vittime delle intercettazioni (compresi Cuffaro, Fiorani, Ricucci, Consorte, Fazio, Moggi, Frisullo, gli scannatori della clinica Santa Rita, Saccà, Di Girolamo, Bertolaso e la sua cricca, gli sciacalli de L’Aquila e così via) bisognerà trovare adeguate forme di risarcimento postumo: cavalierati della Repubblica e di Gran Croce, laticlavi, vitalizi o almeno un abbonamento a vita alla festa del 2 giugno nei giardini del Quirinale.

Da il Fatto Quotidiano del 12 giugno

Nicola Gratteri su ddl intercettazioni: ‘E’ uno sfascio. Così si agevolano le mafie’

Fonte: Nicola Gratteri su ddl intercettazioni: ‘E’ uno sfascio. Così si agevolano le mafie’.

Giudice in composizione collegiale, limitazione delle intercettazioni, ridimensionamento dell’uso delle ambientali. Bisogna leggere il provvedimento, approvato dal Senato, per capire lo scempio e il colpo durissimo che il governo e la maggioranza hanno inferto alla lotta alla mafia e al crimine diffuso. E i numeri dei latitanti arrestati non bastano più per giustificare un provvedimento che fa cadere la maschera a questo esecutivo che, nei fatti, aiuta il crimine organizzato riducendo gli strumenti a disposizione dei magistrati. Nicola Gratteri conosce bene la ‘ndrangheta, la combatte da anni, la mafia calabrese ha più volte progettato di ammazzarlo. Prima di fare una legge porcata, come questa, che disciplina materie delicatissime bisognerebbe ascoltare chi quotidianamente combatte il crimine. Ma i suggerimenti, gli appelli, le richieste di modifica sono cadute miseramente nel vuoto. Abbiamo raggiunto Gratteri, procuratore aggiunto a Reggio Calabria, al telefono. L’amarezza di un giusto, la frustrazione degli onesti. Gratteri non vuole sentire parlare dei successi contro le mafie, rivendicati dal governo. “Mi deve spiegare lei, l’intervento del ministro della giustizia e dell’interno  per favorire l’arresto dei latitanti. Mi dice una cosa che hanno fatto concretamente? Cosa hanno modificato dal punto di vista degli uomini a disposizione, dal punto di vista normativo? Nulla. E’ frutto del lavoro, il sudore esclusivo di chi fa polizia giudiziaria, anche oltre le ore di lavoro previste, sapendo che le ore straordinarie saranno pagate solo in parte”.

Si cambia registro sulle intercettazioni. E’ preoccupato?

“E’ un grave errore di strategia contro le mafie. Anche se la limitazione investe i reati fine è ovvio che se devo indagare su un mafioso, io non parto intercettando un capo mafia, o un notorio mafioso, parto sempre da gente quasi insospettabile. Voglio dire che le indagini sull’associazione a delinquere nascono indagando su reati minori. Porre queste limitazioni è un grosso vantaggio per le mafie, per le organizzazioni criminali


Costano troppo le intercettazioni, dicono
.
Non è vero. L’intercettazione è il mezzo più economico e garantista che esista. Io se metto sotto controllo un telefono con 11 euro più iva, io per 24 ore conosco dove si sposta questa persona. Per avere lo stesso risultato devo fare un pedinamento con due,tre macchine e allo stato costa almeno 2-3 mila euro.


Il testo modifica anche le ambientali?

Le ambientali sono state la grande svolta dagli anni ’90 ad oggi nella grande investigazione. I maggiori risultati dal punto di vista probatorio le abbiamo avute dalle ambientali, la voce naturale di due mafiosi che parlano corrispondono in termini di valore alle dichiarazioni di venti collaboratori di giustizia .


Il testo prevede che le intercettazioni devono essere autorizzate da un giudice competente, che decide in composizione collegiale.Cosa ne pensa?
Quella è una follia. Ogni mattina io penso a questi pulmini che partono da Castrovillari, da Rossano, da Vibo per andare a Catanzaro per portare le richieste di intercettazioni al tribunale distrettuale di Catanzaro e anche per una proroga. Ma non portare solo la richiesta di 20-30 pagine, ma portare 20-30, 100 faldoni. Ci sono fascicoli composti da 180 faldoni. Portare ogni volta 180 faldoni da Cosenza a Catanzaro vuol dire una giornata, il giudice poi deve leggere e le carte devono tornare indietro. Siamo all’età della pietra, torniamo all’inchiostro e calamai. Nel 2010 dovremmo puntare all’informatizzazione.


Aumentano gli arresti dei latitanti? Un successo del governo?

Cosa concretamente hanno fatto il ministro della giustizia e il ministro dell’interno? Me lo dice lei? Cosa hanno modificato dal punto di vista degli uomini a disposizione, da punto di vista normativo? Nulla. Gli arresti sono il frutto esclusivo del lavoro, del sudore  di chi fa polizia giudiziaria, anche oltre le ore di lavoro previste, sapendo che le ore straordinarie saranno pagate solo in parte.


E’ uno sfascio questo provvedimento per il sistema giustizia?

Certamente, uno sfascio.


Nello Trocchia (Articolo21.info, 11 giugno 2010)

[anche su www.federalismocriminale.it ]

Ascolta l’intervista a Nicola Gratteri

Il bavaglio non è riformabile – Pino Corrias – Voglio Scendere

Fonte: Il bavaglio non è riformabile – Pino Corrias – Voglio Scendere.

Sette giorni su sette il governo si vanta dei mafiosi latitanti scovati in Sicilia, dei camorristi catturati in Campania, delle famiglie di ‘ndrangheta sgominate in Calabria, dei beni miliardari sequestrati ai boss. Come se il merito di tante vittorie contro la criminalità organizzata fosse il suo, del governo, anzi un po’ di Bobo Maroni, e molto addirittura del Cavaliere. Non è così. La gran parte del merito va equamente distribuita tra le forze dell’ordine che fanno le indagini e alla tanto vituperata magistratura che le coordina.

Il vero agire del governo – in questi mesi di vittorie sbandierate – procede all’opposto a smantellare il potere penetrante delle investigazioni. A derubricare i reati. A innalzare difese per gli indagati, specie se classe dirigente. A tagliare drasticamente i tempi e i modi delle intercettazioni, a secretare il risultato delle indagini imbavagliando la stampa.
Sono gli atti concreti e non le chiacchiere a confermare la strada intrapresa dal governo: tagli continui alle forze dell’ordine, perpetua guerra alla magistratura denigrata fino agli insulti (“peggio dei criminali, eversivi”). E’ Berlusconi che esalta il coraggio di Vittorio Mangano, il mafioso. E che abbraccia in pubblico Marcello Dell’Utri, suo braccio destro, già condannato a nove anni in primo grado.

La legge bavaglio che il Cavaliere pretende contro le indagini, contro i magistrati, contro i giornalisti, non è riformabile. O si riuscirà a cancellarla, o è meglio che passi il più in fretta possibile, in modo che sia la Corte Costituzionale, la disobbedienza civile e l’Europa a fulminarla per sempre.

I ladri rubano, le guardie pagano – Marco Travaglio – Voglio Scendere

Fonte: I ladri rubano, le guardie pagano – Marco Travaglio – Voglio Scendere.

Avviso ai naviganti e soprattutto ai paraculi che si scandalizzano perché lo squilibrato attacca la Costituzione. Ragazzi, non c’è più nulla che quell’ometto malato possa fare o dire di nuovo: ha già fatto e detto tutto. Sono 16 anni che fa e dice di tutto. Perché lui è così. Se la legge vieta certi suoi comportamenti, è sbagliata la legge e lui la cambia. Se la Costituzione vieta certe leggi, è sbagliata la Costituzione e lui la cambia. Chi si stupisce dovrebbe spiegarci dove ha vissuto dal 1994 a oggi e perché non ha fatto nulla per fermarlo. Anche la comica finale sulla legge bavaglio, contro la quale strepita financo il Pompiere della Sera, era ampiamente scontata.

Tutte le leggi ad personam (siamo a quota 39, contando solo quelle per quella personam) hanno seguito la medesima tecnica, tipica del racket delle estorsioni. B, per ottenere 10, minaccia 100. Anziché dirgli semplicemente No, con un’opposizione intransigente e irriducibile contro il 10 e contro il 100, il Quirinale, il Pd e ora pure i finiani si mettono a trattare per “limitare i danni”.
Lui gli serve in tavola un letamaio e quelli lavorano di fino per “migliorare” il letamaio, levando col cucchiaino qualche grammo di letame. Alla fine se lo mangiano e lo trovano pure buono.

Così B. fa la figura del moderato aperto al dialogo e, se puntava a 10, ottiene almeno 50. Sono due anni che la legge bavaglio viene emendata, ritoccata, smussata, ruminata, covata: su richiesta ora di quel genio di D’Alema (che ringrazia molto Gianni Letta perché, bontà sua, ha ritirato il segreto di Stato su tutto quel che fanno le spie); ora delle vittime dei pedofili (grate perché Gasparri e Quagliariello, magnanimi, ritirano l’emendamento che salva gli autori di violenze sessuali “lievi”, come se lo stupro fosse questione di millimetri); ora del capo dello Stato, che non tenta più nemmeno di smentire le cronache sulle sue quotidiane interferenze nell’iter di formazione delle leggi che egli stesso dovrebbe valutare (e respingere) ALLA FINE, non DURANTE il percorso parlamentare (poi si meraviglia se B. vuole la sua firma preventiva sulla manovra e Alfano sul bavaglio).

Risultato: il letamaio puzza esattamente come prima, ma viene spacciato per Chanel numero 5. In America (lo notava ieri Luigi Ferrarella) si apre il processo all’ex governatore dell’Illinois Blagojevic, intercettato mentre vendeva il seggio senatoriale liberato da Obama. La stampa Usa pubblicò regolarmente le intercettazioni in piena inchiesta, e senza bisogno di piatirle da questo o quell’avvocato o usciere: erano contenute in un atto ufficiale della Procura, dunque pubbliche, dunque pubblicabili. In Italia i giornalisti che le han pubblicate sarebbero finiti sotto processo e i loro giornali falliti sotto una gragnuola di multe. In America l’unico finito nei guai è Blagojevic. Sono strani questi americani: anziché le guardie, perseguitano i ladri. Da noi pare quasi che poliziotti e magistrati pretendano di intercettare i delinquenti per sfizio personale, per sadismo, si divertono così.

Se, intercettando un rapinatore, scoprono che è pure un assassino, non potranno più incastrarlo: il nastro vale solo nel processo per furto, usarlo per l’omicidio non sarebbe sportivo. Se, al 75° giorno di ascolti, scoprono che il tizio progetta un altro colpo, dovranno chiedere al tribunale collegiale (tre giudici, e solo del tribunale-capoluogo) una proroga di 48 ore e sperare che il tizio dica tutto subito, altrimenti nuova proroga di due giorni, a oltranza, coi fascicoli che viaggiano su e giù. Così magari si stufano e la piantano. Intanto il governo blocca contratti e turnover alle Forze dell’ordine e taglia del 30% gli stipendi ai magistrati. È la Finanziaria più equa del mondo: i ladri rubano, le guardie pagano.

Ps. Il sottosegretario alla Giustizia Giacomo Caliendo, uno che sta addirittura sotto Al Fano, si è molto raccomandato: “Spero che i giornalisti, se c’è una notizia in un’intercettazione, non la pubblichino”. Ma certo, gentile sottosegretario, come no: conti su di noi.

Blog di Beppe Grillo – L’ Agenda Nera della Seconda Repubblica

Fonte: Blog di Beppe Grillo – L’ Agenda Nera della Seconda Repubblica.

Con la legge bavaglio il libro: “L’Agenda Nera” non sarebbe potuto uscire. E’ una delle ultime occasioni per informarsi sulla nascita della Seconda Repubblica, quella in cui viviamo sospesi da 15 anni e nata dal sangue di Falcone e Borsellino. Il cinismo degli italiani li perderà, perché, se è vero che la maggior parte del Paese non sa nulla e spesso non vuole sapere nulla, migliaia di politici, imprenditori, giornalisti sanno molto, forse tutto, e rimangono in silenzio per partecipare al banchetto o più semplicemente per tirare a campare. Montezemolo o Monti o la Marcegaglia, Casini, D’Alema o Fini, De Bortoli, Galli della Loggia o Romano sono da sempre sullo sfondo a fare da tappezzeria. La legge bavaglio è nata con la strage di via D’Amelio, non è stata necessaria una legge, il bavaglio, gli italiani se lo sono messi da soli.

Intervista a Giuseppe Lo Bianco e Sandra Rizza

12 anni di blackout informativo
Blog: “A tre anni dall’Agenda Rossa di Paolo Borsellino l’Agenda ha cambiato colore, è diventata nera, il mistero diventa più fitto e si tenta ancora una volta di nascondere una verità che potrebbe essere sconvolgente.”
Sandra Rizza: “L’Agenda Nera è una sorta di continuazione ideale dell’Agenda Rossa, è un racconto che comincia proprio nel momento in cui si conclude il racconto dell’Agenda Rossa,
cioè nel momento dell’esplosione di Via D’Amelio il 19 luglio 1992. E’ la storia del depistaggio che è stato confezionato sulla strage di Via D’Amelio tra il 1992 e il 1994, con l’obiettivo, questa è almeno una delle ipotesi che fanno i PM di Caltanissetta, di tarare le indagini sul livello della manovalanza e di distogliere completamente l’opinione pubblica dalle indagini sui mandanti occulti delle stragi. ”
Giuseppe Lo Bianco : “Noi ripartiamo dal botto di Via D’Amelio, quello che è successo il 19 luglio 1992 era il punto d’approdo dell’Agenda Rossa che raccontava i 56 giorni tra Capaci e Via D’Amelio, con l’Agenda Nera ripartiamo da quel botto e raccontiamo la storia del depistaggio delle indagini, è la storia di un processo che ha portato alla sbarra una serie di mafiosi, la cupola mafiosa sulla base delle dichiarazioni di un pentito che si chiama Scarantino e che si è rivelato un pentito di carta, un uomo che ha raccontato una falsa verità sulla quale la Cassazione ha messo poi il bollo su 3 sentenze. Improvvisamente è spuntato un signore che si chiama Gaspare Spatuzza che ha riscritto la storia della strage di Via D’Amelio rimettendo in discussione la sentenza della Cassazione e rimettendo in gioco una verità storica, c’è un lavoro di riscontro ovviamente dei magistrati molto meticoloso, molto minuzioso e che vista l’esperienza precedente ha previsto anche la videoregistrazione di tutti gli interrogatori compiuti a Caltanissetta in questa nuova fase delle indagini, c’è da dire però una cosa, in molti pensano questo in questo Paese perché è come ci fosse stato un blackout di 12 anni, questo Paese la storia delle stragi, la lotta alla mafia è stata dimenticata per 15 anni, è sparita dall’agenda politica prima e dall’agenda dei direttori dei giornali dopo, questo è un Paese che sconta un blackout informativo di almeno 12 anni, adesso stiamo cercando di recuperare il terreno.

Bombe per una progressione politico-mafiosa
Blog: “Chi ha imbeccato Scarantino, lo ha fatto allo scopo di nascondere cosa di così importante? Come si è riusciti a convincere un uomo a rinunciare agli anni di libertà?”
S. Rizza: “Noi naturalmente dobbiamo ragionare sulle ipotesi che fanno gli inquirenti, sono due: 1) che il depistaggio sia stato costruito in buonafede nel senso che in un momento di grande confusione istituzionale, i poliziotti avevano la necessità di consegnare dei colpevoli in un tempo rapido all’opinione pubblica e alla magistratura, avendo a disposizione una serie di informazioni raccolte sul territorio attraverso i confidenti, questa è l’ipotesi sempre che fanno i PM di Caltanissetta, pensarono di utilizzarle attribuendole a un falso pentito perché era l’unico modo perché queste informazioni potessero avere uno sviluppo processuale rapido e concreto 2) i poliziotti o comunque chi ha ordito questo depistaggio l’abbia fatto con un obiettivo eversivo, con finalità eversive, proprio con l’obiettivo di coprire tutte quelle manovre di tipo politico che in quel periodo venivano orchestrate e che avrebbero portato l’Italia al più grosso cambiamento istituzionale mai verificatosi dal dopoguerra e cioè il passaggio della Prima alla Seconda Repubblica. In questo senso le dichiarazioni che oggi fa Spatuzza sono estremamente significative perché lui parla delle bombe di quel periodo come di una progressione politico – mafiosa, parla di terrorismo politico attribuendo per la prima volta a quegli episodi stragisti una valenza politica, come se qualcuno esterno a Cosa Nostra avesse orientato la manovalanza mafiosa su quelle stragi con un obiettivo politico, un obiettivo altro rispetto a quelli di Cosa Nostra.”
Blog: “Nel frattempo la richiesta di adesione al programma di protezione per Spatuzza si fa sempre più difficile, come mai lo Stato non protegge un supertestimone?”
G. Lo Bianco: “Perché è una storia vecchia, più si alza il livello delle indagini, più evidentemente le resistenze di certe parti politiche, di certe parti istituzionali si fanno più forti, più si sale nei piani alti del potere con le indagini antimafia, più si scoprono certi santuari e più la resistenza a consentire ai magistrati di ottenere gli strumenti per indagare, in questo caso di concedere il programma di protezione a Spatuzza si fa più difficile, non è una sorpresa.”
Blog: “Ciancimino parla perché vuole salvare il patrimonio del padre, Spatuzza parla perché cerca protezione e c’è questa teoria del racconto la verità perché ho la necessità di tirarne fuori al tornaconto, funziona sempre questa formula? E’ simile al tentativo di scoprire Spatuzza?”
G. Lo Bianco: “Penso che in uno Stato di diritto la domanda più semplice da farsi è intanto se dicono la verità, se dicono la verità non ci interessa i motivi per cui parlano o non parlano, il problema è riscontrare quello che dicono e se dicono la verità andare avanti con le indagini.”
Il Procuratore Grasso di recente a Firenze ha detto: “non è da escludere, è verosimile che Cosa Nostra cercasse dei riferimenti di natura politica, tentasse di cambiare il taxi dalla vecchia Democrazia Cristiana per una parte socialista, in una forza politica nuova, gli indizi sarebbero gravi, precisi e concordanti e portano in una strada, la prudenza però è necessaria in questo caso perché si rischia di…“. Grasso ha poi corretto il tiro di quelle dichiarazioni con un’intervista a La Stampa nella quale ha specificato di non avere mai parlato di Berlusconi e di Dell’Utri, in effetti lui non ha parlato di Berlusconi e di Dell’Utri davanti ai familiari delle vittime di Via dei Georgofili ne ha parlato nella richiesta come fa ogni Magistrato la richiesta di archiviazione depositata nel 1998 agli atti della Procura di Firenze insieme ai suoi colleghi ? Fleri, Nicolosi, Crini e il compianto Gabriele Calazzi? E’ una richiesta di archiviazione che vedeva indagati Berlusconi e Dell’Utri come mandanti occulti delle stragi, lì ci sono scritte le stesse cose sostanzialmente che Grasso ha detto davanti ai familiari delle vittime di via dei Georgofili con due riferimenti molto precisi.

Thruman Show italiano
Blog:Come può l’opinione pubblica lasciarsi sfiorare dal pensiero, dall’ipotesi di avere un capo di governo molto amico di un personaggio che fa la cerniera secondo una sentenza di primo grado tra Cosa Nostra e il mondo dell’economia che conta milanese e non ribellarsi? Come si fa a tenere buona un’opinione pubblica di 60 milioni di cittadini per 12 anni?”
S. Rizza : “Non voglio tirare fuori di nuovo tutta la retorica sull’opinione pubblica di questo Paese e sul livello di narcosi che questo paese ha subito in questo che giustamente Barbara Spinelli ha chiamato il Thruman Show italiano, la costruzione di una falsa realtà attraverso lo strumento televisivo che ha distolto poi tutti gli italiani dalla vera realtà delle questioni soprattutto della lotta alla mafia. Penso che se 1998 l’opinione pubblica avesse saputo il contenuto di quella richiesta di archiviazione, non dico che sarebbe cambiato tutto, ma credo che l’opinione pubblica italiana avrebbe avuto comunque il diritto di conoscerlo e il diritto quantomeno di tentare di orientare nell’urna il proprio voto in maniera forse diversa, questo ovviamente con il senno del poi, però credo che l’opinione pubblica di un Paese occidentale abbia il diritto di conoscere il lavoro che fa un pezzo dello Stato, i magistrati e che, seppure coperto da una richiesta di archiviazione, alla fine riscrive una fetta di storia, fissa dei punti fermi, dei paletti sui quali è bene dare il massimo dell’informazione. Ricordo che una volta il Procuratore Vigna mi disse: “Guarda che le notizie non si trovano nelle richieste di rinvio a giudizio, è molto più facile trovarle nelle richieste di archiviazione” e si è rivelato drammaticamente vero.”

Blog: “Uccidere Paolo Borsellino per impedirgli di arrivare a una verità o uccidere Borsellino facendo con lui morire anche la verità che aveva già acquisito?”

S. Rizza: “Siamo sempre nel campo delle ipotesi, una delle ipotesi che vengono fatte è che Borsellino possa essere stato eliminato perché era venuto al corrente della trattativa in corso tra pezzi dello Stato e la mafia. Una cosa è certa, la strage di Borsellino e il depistaggio che è conseguito alla strage di Borsellino sono forse i più inquietanti in tutta la storia dei depistaggi italiani che sono molteplici, perché la storia di Borsellino è lo spartiacque che segna proprio il cambiamento, il momento di passaggio politico del nostro paese, dalla Prima alla Seconda Repubblica, è il cambiamento più grosso che si sia mai verificato nella storia italiana del dopoguerra a oggi, bisogna chiedersi perché quella strage, perché in quel momento, perché 56 giorni dopo la strage Falcone, cosa è successo subito dopo, solo se potremo rispondere a queste domande, noi daremo anche un senso più preciso alla morte di il Borsellino.
Blog: “Se fosse vero tutto quello che dice Spatuzza e venisse confermato, timbro di verità, patente di attendibilità assoluta per Spatuzza, l’opinione pubblica si scrollerebbe di dosso tutta la pavidità di questi anni o rimarrebbe tutto com’è adesso?”

G. Lo Bianco: “Sono convinto che l’opinione pubblica italiana è tra le opinioni pubbliche più ciniche che esistono a questo mondo, quindi non sono molto ottimista da questo punto di vista, però ritengo giusto che conosca, che abbia il diritto e il dovere di conoscere quello che è successo in questi anni e sui quali non è un mistero per nessuno che la storia d’Italia è segnata da punti oscuri, da buchi neri e da questioni irrisolte ormai da 50 anni, probabilmente tenute insieme da un unico filo nero che li lega questi episodi, se c’è la speranza che qualcosa venga fuori per quanto riguarda le indagini sulle stragi recenti Falcone e Borsellino e di quelle del 1993, credo che l’opinione pubblica abbia il diritto di sapere che poi questo significa sovvertire completamente uno status quo, da questo punto di vista sono molto pessimista.
Blog: “E’ il rischio che diventi un buon motivo per non parlarne questo anche?”
G. Lo Bianco: “No, assolutamente, non credo che questo serva da alibi a nessuno in qualche modo. ”
Blog: “Però diventate delle mosche bianche. ”

G. Lo Bianco: “La riflessione da fare è un’altra, perché occorrono libri in questo Paese e le cose non vengono poi scritte sui giornali? Questa è secondo me la domanda da fare, perché in questo Paese molti colleghi hanno rinunciato a fare il proprio mestiere o per propria scelta o perché sono impossibilitati o perché il sistema di conflitto di interessi è così stringente che alla fine comprime davvero ogni professionalità e ogni espressione professionale pura. ”
Blog: “Lo Bianco, parlate di un’indagine sostanzialmente in corso, con le nuove norme probabilmente non… anzi sicuramente non se ne sarebbe potuto parlare.”
G. Lo Bianco: “Vorrei dire che questo libro rischia di essere l’ultimo libro pubblicato prima dell’entrata in vigore della legge contro le intercettazioni perché, se questa legge fosse già in vigore probabilmente, anzi sicuramente questo libro non sarebbe stato stampato, io e Sandra avremmo rischiato due mesi di carcere, l’editore 300 mila euro di multa secondo le norme previste dal disegno di legge.”
Blog: “Come si scappa da questo tentativo di tappare la bocca a tutto, a tutti, limitare la diffusione del pensiero, della conoscenza? Questo libro sarebbe uscito quindi tra 5, 10 anni probabilmente. ”
G. Lo Bianco: “Da questo punto di vista la penso in maniera molto chiara, penso che la notizia abbia sempre una forza intrinseca sua, che supera qualsiasi tentativo di bavaglio del potere, adesso in un mondo globalizzato, con l’informazione globalizzata non è difficile poi andare a leggere su siti di altre nazioni europee, per esempio notizie che riguardano l’Italia che poi rimbalzerebbero inevitabilmente anche nel circuito informativo italiano.”

Antimafia Duemila – Quella strage di via d’Amelio, madre di tutti i depistaggi

Antimafia Duemila – Quella strage di via d’Amelio, madre di tutti i depistaggi.

di Giuseppe Lo Bianco e Sandra Rizza – 9 giugno 2010
La scoperta ha lasciato letteralmente di stucco i pm di Caltanissetta quando, negli uffici dell’Aisi, hanno potuto finalmente sfogliare gli album fotografici e gli elenchi degli agenti segreti che tra gli anni Ottanta e Novanta hanno agito in Sicilia sotto copertura. Tra gli 007 regolarmente stipendiati dal Sisde c’era anche lui: Arnaldo La Barbera. L’ex capo della Squadra Mobile e poi questore di Palermo, il poliziotto che il 26 maggio dell’89 arrestò in una villa di San Nicola l’Arena il pentito Totuccio Contorno, tornato clandestinamente in Sicilia, l’ex responsabile della sicurezza personale di Giovanni Falcone dal fallito attentato dell’Addaura in poi, il superpoliziotto dell’antimafia che con un decreto ad hoc fu nominato al vertice della squadra investigativa “Falcone-Borsellino” per seguire esclusivamente le indagini sulle stragi di Capaci e via D’Amelio. Il carismatico “Arnold” più volte fu indicato come bersaglio delle cosche mafiose, proprio lui, era un agente segreto sotto copertura che, con il nome in codice di “Catullo”, tra l’86 e l’87, subito prima di sbarcare a Palermo, figurava sul libro paga del Sisde, da cui veniva regolarmente stipendiato con un “gettone” mensile di circa un milione di lire. Il fascicolo di “Catullo” è saltato fuori a sorpresa dalle indagini svolte dai pm di Caltanissetta nell’ambito dell’inchiesta sul depistaggio di via D’Amelio, la falsa pista confezionata tra il ‘92 e il ‘94 attorno al balordo della Guadagna
Vincenzo Scarantino. Per il depistaggio, che oggi costringe gli inquirenti a riscrivere da capo la dinamica del delitto Borsellino, i pm hanno iscritto nel registro degli indagati i nomi di tre funzionari di Polizia che all’epoca erano stretti collaboratori di La Barbera, nel gruppo “Falcone-Borsellino”: Vincenzo Ricciardi, oggi questore di Novara, Salvatore La Barbera, oggi funzionario della Criminalpol, e Mario Bo, dirigente della Ps nel Friuli. I tre sono indagati per concorso in calunnia, per aver cioè consegnato alla magistratura una ricostruzione della strage che oggi si rivela clamorosamente falsa. Sono sospettati di aver indotto, con metodi che i pm definiscono genericamente “forti”, l’artigiano Scarantino, il suo complice Salvatore Candura e il suo vicino di cella Francesco Andriotta a fingersi pentiti rendendo dichiarazioni fasulle. Quanto furono “forti” quei metodi? Si trattò di persuasione, di violenze psicologiche, di torture fisiche? I pm di Caltanissetta oggi concordano nel ritenere che i tre poliziotti sospettati del depistaggio agirono in base alle direttive di Arnaldo La Barbera, l’unico vero “dominus” delle indagini di via D’Amelio. Soprattutto nella prima fase, quando con la sua competenza nel campo della lotta alla mafia condusse letteralmente l’inchiesta, mentre i pm scontavano una fragile esperienza sulla mafia di Palermo, visto che il Csm aveva deciso di spedire nella procura nissena magistrati “non palermitani”, affinché non fossero emotiva-mente coinvolti nella scomparsa del collega Borsellino. Oggi a Caltanissetta gli inquirenti si muovono con la massima cautela. Si rendono conto che è facile addossare ogni responsabilità dell’ideazione del depistaggio ad un uomo che non può più difendersi, col rischio di offuscare la memoria di un valido investigatore. Ma il fascicolo su “Catullo” non può non riaprire nuovi interrogativi. Perché un dirigente della Polizia, che ha il compito istituzionale di indagare sulla criminalità organizzata, viene arruolato dal Sisde? Con quali obiettivi? La Barbera mantiene ancora rapporti con il servizio segreto civile nell’estate dell’89, quando una borsa con 58 candelotti di dinamite indirizzati a Falcone viene ritrovata sulla scogliera dell’Addaura? E qual è il suo ruolo nelle indagini sull’uccisione di Nino Agostino e di Emanuele Piazza, ritenuti due “collaboratori” del Sisde a caccia di latitanti? I pm di Palermo hanno iniziato a rileggere le mosse del superpoliziotto proprio nell’inchiesta sulla morte dell’agente Agostino, ucciso il 5 agosto del 1989, poche settimane dopo il fallito attentato all’Addaura e l’arresto del pentito Contorno a Palermo. La stessa sera dell’omicidio, la polizia effettuò la perquisizione in casa Agostino, su mandato di La Barbera che era titolare delle indagini in assenza del capo della sezione omicidi (carica in quel momento vacante). La perquisizione fu poi descritta in un verbale che porta la data dell’11 agosto. Ufficialmente, quella sera furono ritrovati alcuni appunti dell’ucciso che indirizzavano le indagini sulla pista passionale. Ma era, anche quello, un depistaggio. Lo dice senza mezzi termini Vincenzo Agostino, padre dell’agente assassinato, che da ventun anni denuncia la scomparsa di altri appunti del figlio, “quelli autentici”, mai più ritrovati. “La chiave di tutto il mistero – dice oggi Agostino – è in quei fogli. Mi dispiace che La Barbera è morto. Lui la sapeva la verità. E me la doveva dire”. In un’intervista a Radio Cento Passi, l’anziano padre ha raccontato un incontro inedito con l’investigatore nel ’91 poche ore prima di partecipare alla trasmissione tv Samarcanda. “Quella sera – ha detto – La Barbera – mi trattenne un’ora alla Squadra mobile, minacciando di arrestarmi. Voleva sapere quello che io dovevo dire in televisione, voleva sapere se avevo appunti che avrebbero potuto danneggiarlo. La Barbera oggi non c’è più, ma ci sono altre persone che sanno la verità. Chi sa, parli”.

Tratto da:
Il Fatto Quotidiano

Antimafia Duemila – Cuffaro: affidabile per Provenzano ma a processo non entra la prova Ciancimino

Fonte: Antimafia Duemila – Cuffaro: affidabile per Provenzano ma a processo non entra la prova Ciancimino.

di Silvia Cordella – 10 giugno 2010
“Cuffaro ha cercato il contatto con l’organizzazione criminale per vincere le elezioni del 1991, quando era candidato alle Regionali nella lista della Democrazia Cristiana”. Per questo andò a chiedere i voti ad Angelo Siino, colui che gestiva per conto della mafia il rapporto con le amministrazioni siciliane e con gli imprenditori per l’assegnazione dei lavori pubblici.

È quanto ha affermato oggi il procuratore di Palermo, Nino Di Matteo, durante la requisitoria del processo per concorso esterno in associazione mafiosa che si sta celebrando in abbreviato a carico dell’ex Presidente della regione siciliana Salvatore Cuffaro. “Altro che ‘la mafia fa schifo’”, slogan utilizzato dall’ex Governatore nella sua campagna contro l’organizzazione mafiosa, “Cuffaro – ha detto Nino Di Matteo – ha cercato il contatto con l’organizzazione criminale per vincere le elezioni” che quell’anno lo fecero arrivare all’Ars grazie a 80 mila preferenze. L’ex deputato, ha spiegato ancora il magistrato, “non è un politico qualunque e questo non è un qualunque processo di mafia e politica. Stiamo processando un esponente politico di primo piano, attualmente Senatore della Repubblica eletto dopo una condanna per favoreggiamento a mafiosi”. Una Pena che nel 2008 aveva causato le sue dimissioni ma che non gli fu di ostacolo per giungere a Palazzo dei Marescialli. Il Pubblico Ministero ha così snocciolato in aula le parti salienti dell’inchiesta nata dalle ceneri di quella sulle “Talpe” in Procura. Le illecite “condotte dell’ex Governatore – ha spiegato  – comprendono un periodo che va dal ’91 fino al 2003- 2004, cioè per tutto l’arco temporale in cui Cuffaro ha fatto politica”. Per questo il reato di concorso esterno contestato oggi sarebbe dovuto essere mosso nei suoi confronti già nel primo procedimento a suo carico. L’onorevole democristiano infatti “ha intrattenuto rapporti con mafiosi di spicco e di eterogenea provenienza per tutta la durata della sua carriera politica”. Personaggi condannati per “associazione mafiosa o reati associativi”, da Angelo Siino al boss Giuseppe Guttadauro, fino a Vincenzo Greco (cognato del capomafia), Domenico Miceli (ex assessore alla Sanità di Palermo condannato per concorso esterno), Salvatore Aragona (ex braccio destro del capomafia), ed ancora, al pentito Francesco Campanella e al maresciallo del Ros, condannato anche lui in secondo grado per concorso esterno, Giorgio Riolo. “Si deve partire da qui – secondo la pubblica accusa – se si vuole capire il patto politico – mafioso elettorale stretto da Cuffaro con Cosa Nostra”. Un patto emerso nel 2001 con la sua vittoria a capo della Regione e la contemporanea scoperta da parte del Ros, di un dialogo fra lui e il boss di Brancaccio mediato da Aragona e Miceli. Il Procuratore, citando le parole del collaboratore di giustizia Nino Giuffrè, ha poi parlato della fiducia che Bernardo Provenzano avrebbe riposto nell’ex deputato. Una volta, il pentito si era presentato al cospetto del suo capo per portargli le rimostranze di alcuni imprenditori che si lamentavano del politico. ‘Manuzza’ quella volta si sentì rispondere dal capo di Cosa Nostra: “Ricordati che dobbiamo tenere buoni i rapporti, dobbiamo farlo stare a suo agio e non lo dobbiamo disturbare”. Aggiungendo: “Cuffaro è un punto di riferimento preciso, una persona affidabile”.
Insomma, secondo Giuffrè, Provenzano, dopo l’appoggio elettorale fornito a Forza Italia, all’inizio degli anni Novanta, si preparava a puntare su un nuovo “cavallo” di razza. Stava ritornando “al suo vecchio amore, la Dc e i partiti nati dalle sue ceneri, perché pensava che gli ex democristiani sapevano rispettare i patti”. “Perciò nel 2001 Provenzano appoggiò Cuffaro alle elezioni regionali ma, come spiegherà Giuffrè, da dietro le quinte per non bruciarlo”. Un appoggio che, secondo l’ex capomafia di Racalmuto, oggi pentito, Maurizio Di Gati, arrivò anche dalle cosche agrigentine e trapanesi che contribuirono a una sicura vittoria di Cuffaro, poi eletto Presidente con un milione e mezzo di preferenze.
Durante la requisitoria il pm ha poi manifestato grande rammarico per “la legittima scelta del rito abbreviato” che “ha impedito di sviluppare ulteriormente nel processo prove come le dichiarazioni di Gaspare Romano e Massimo Ciancimino o i risultati delle indagini sui termovalorizzatori in Sicilia, che dimostrano che le gare sono state vinte da aziende i cui responsabili sono stati rinviati a giudizio per mafia”. Un capitolo questo che potrà essere approfondito forse in un’inchiesta patrimoniale appena aperta e coordinata dal capo del dipartimento mafia ed economia della Procura, Roberto Scarpinato, tesa a verificare un’eventuale sproporzione tra i redditi dichiarati da Cuffaro e i sui beni. Indagine che per ora è stata smentita dalla difesa del Senatore.

Antimafia Duemila – La chiesa gerarchica e’ causa del rifiuto della Chiesa

Antimafia Duemila – La chiesa gerarchica e’ causa del rifiuto della Chiesa.

di Paolo Farinella – 10 giugno 2010
Domenica 30 maggio 2010 ho visto Report su Rai 3, una riserva indiana dove è ancora possibile avere qualche sprazzo di informazione.

Nulla di nuovo, in verità, ma fatti conosciuti attraverso gli atti giudiziari, le testimonianze e i documenti di mons. Dardozzi, dirigente Ior, che morendo ha lasciato il suo archivio ad un giornalista che ne ha pubblicato parte nel terrificante libro «Vaticano Spa». Vedere però tutti insieme quei fatti, infilati uno dopo l’altro, come un rosario, in una sintesi stringata senza respiro, mi ha fatto male e mi ha fatto vergognare. Il cardinale Nicora, in evidente stato di disagio imbarazzante, ha cercato di mettere una pezza facendo passare il messaggio che in fondo, la Chiesa è una «questione di fede». Eccome se lo è, sig. cardinale! Solo che lei avrebbe dovuto ricordarsene quando, in rappresentanza della chiesa italiana nel 1984, ha fatto parte della commissione del concordato che è il vero peccato originale dei fatti e dei misfatti che hanno coinvolto, a cominciare dalle alte sfere vaticane, una parte del personale ecclesiastico in ogni sorta di malaffare, di reati e anche di delitti.

Certo, la Chiesa è di Cristo, ma se chi la gestisce non ha etica, ma intrallazza con mafia, corrotti e speculatori; se butta via i poveri sulla strada per affittare speculando; come è possibile sostenere ancora che la Chiesa è di Cristo? I pastori, custodi dei poveri, sono diventati lupi rapaci, di fatto complici di uomini assatanati, travestiti da «gentiluomini» del papa, per meglio delinquere e peccare dentro e fuori il recinto del tempio. Gli uomini di Chiesa (o solo impiegati atei?) hanno preso le cose sante e le hanno gettate ai porci, diventando porci essi stessi, complici e responsabili di buona parte dell’ateismo di oggi. Il Vaticano II senza mezzi termini asserisce che «nella genesi dell’ateismo possono contribuire non poco i credenti, nella misura in cui, per aver trascurato di educare la propria fede, o per una presentazione ingannevole della dottrina, od anche per i difetti della propria vita religiosa, morale e sociale, si deve dire piuttosto che nascondono e non che manifestano il genuino volto di Dio e della religione» (Gaudium et Spes, n. 19).

Mentre scorrevano immagini e commenti di Report ho pensato alla mia esperienza personale. Per la mia libertà di pensiero e di testimonianza di una teologia non omologata a quella romana, come anche per la indipendenza della mia coscienza, sono tenuto ai margini della chiesa locale da oltre 30 anni, segregato come un delinquente pericoloso e infido. Ho sempre piegato le ginocchia per obbedienza, non ho mai piegato la schiena per opportunità, interesse o baratto, pagando senza rimpianti il prezzo alla verità. Ancora oggi aspetto un risarcimento morale, di cui lo stesso Bagnasco è a conoscenza. Nessuno, nemmeno il papa, può farmi una chiosa da un punto di vista dottrinale perché sono coerente con l’insegnamento tradizionale della Chiesa e sfido chiunque a dire che il mio modo di pensare e di essere non sia cattolico. Sono infatti parroco di una parrocchia di fatto senza parrocchiani e senza territorio. La gerarchia cattolica non vuole preti pensanti, ma preferisce fornicare con i gentiluomini immorali; fare affari con mafiosi; appoggiare presidenti del consiglio e partiti immondi da qualunque parte si girino; far fare carriere a prelati atei e pedofili, anche cerimonieri di papi, purché accettino di «avere la testa svitabile» (parola del card. Siri). Lo scisma attraversa la Chiesa e la gente con la gerarchia, rinnega anche Gesù Cristo. Impossibile fidarsi di giocolieri che usano Dio per la loro tronfia vanità, amando travestirsi come faraoni egiziani del sec. VI a.C., pretendendo anche di rappresentare Dio! Non sanno che hanno già ricevuto la loro ricompensa di pagani e il ripudio di Dio.

* Prete

Tratto da: temi.repubblica.it/micromega-online

Le stragi del 1993 e l’entità esterna “Non rassegnamoci all’oblio”

Fonte: Le stragi del 1993 e l’entità esterna “Non rassegnamoci all’oblio”.

La politica tace, sui sospetti che riguardano le stragi del ’93. Carlo Azeglio Ciampi – raccontando a Repubblica il suo timore di un golpe 1 nella notte degli attentati di Milano e Roma – aveva chiesto una commissione parlamentare di inchiesta sui misteri di quelle ore. Walter Veltroni gli aveva dato ragione. Ma il centrodestra ha alzato un muro su quella richiesta. Un muro fatto soprattutto di silenzio. Oggi Repubblica Tv è tornata su quei sospetti, partendo dalle parole del procuratore nazionale antimafia Piero Grasso, 2 pronunciate durante la commemorazione della strage di Firenze in via dei Georgofili: “Le stragi mafiose del ’93 erano tese a causare disordine, per dare la possibilità a un’entità esterna di proporsi come una soluzione”, disse quel giorno Grasso.

Ma cosa sappiamo oggi di nuovo, in particolare su quell’entità esterna? Attilio Bolzoni, che per Repubblica segue le vicende di mafia, ha ricostruito le novità delle inchieste sulle bombe del ’92 e del ’93. “Da più di un anno ci sono nuove inchieste di tre procure: Palermo, Caltanissetta e Firenze”, ha spiegato. “Da queste inchieste capiamo che la storia di quelle bombe  –  dal fallito attentato all’Addaura contro Falcone nel 1989, fino a quelle in continente del ’93 – deve essere completamente riscritta. Non fu solo mafia. C’è il sospetto che pezzi dello Stato e dei servizi abbiano agito accanto a Cosa nostra. A partire dalle stragi Falcone e Borsellino. Due attentati di quella portata, così clamorosi, potevano significare solo una cosa: la fine della generazione mafiosa dei Corleonesi. I Corleonesi sono stati utilizzati e ora sono sepolti per sempre dal 41 bis”. Ma perché pezzi di verità vengono a galla così tardi? “In questi anni”, dice Bolzoni, “abbiamo assistito a veri e propri depistaggi. Sono stati istruiti processi in direzioni sbagliate. Protagonisti di quella stagione di indagini erano probabilmente personaggi, legati ai servizi, molto vicini a Cosa nostra. E ci hanno portato fuori strada”. “Basti pensare”, conclude Bolzoni, “che tutta la documentazione delle stragi di Falcone e Borsellino è stata abbandonata per oltre 15 anni in un deposito dello Stato vicino a Bagheria ed è stata ritrovata consumata, in parte perduta, coperta da escrementi di topi. E le indagini, fino a poco tempo fa, erano affidate a un unico funzionario della Dia”.

Ospite della trasmissione anche Luigi De Magistris, europarlamentare dell’Italia dei valori, che è tornato sul tema dell’entità esterna evocata da Piero Grasso. “Nel ’91”, dice De Magistris, “c’era già stato l’omicidio del giudice Scopelliti, che doveva rappresentare l’accusa al maxiprocesso di Palermo ed evidentemente si era rifiutato di essere ‘avvicinato’; intanto Falcone  –  al ministero della Giustizia  –  aveva deciso di far ruotare i processi in Cassazione, non più esclusiva dunque di Carnevale; nel gennaio ’92, infine, al maxiprocesso di Palermo  arrivano le condanne definitive ai mafiosi”. Insomma, secondo De Magistris, in quei mesi cambia del tutto il rapporto tra mafia e politica. “In quel momento”, dice l’europarlamentare, “saltano i garanti politici, sfuma l’elezione di Andreotti alla presidenza della Repubblica e Cosa Nostra decide di penetrare direttamente nelle istituzioni. Probabilmente Borsellino aveva compreso, dopo la morte di Falcone, che una parte dello Stato stava trattando”. “Non è pensabile”, conclude De Magistris, “che a negoziare fossero solo alcuni ufficiali dell’arma dei carabinieri. A mio avviso,  leggendo soprattutto le carte del processo Dell’Utri, la nascita di Forza Italia segna lo sbocco finale della trattativa. Ma credo che le implicazioni siano molto più ampie. Vorrei sapere per esempio, da Nicola Mancino,  allora ministro dell’Interno, se è vero o no che ha incontrato Borsellino poco prima che fosse ucciso”.

Barbara Spinelli, con i suoi editoriali sulla Stampa, ha chiesto più volte la piena verità sugli attentati di quegli anni. E su Repubblica Tv torna a lanciare il suo appello: “Le frasi di Piero Grasso, durante la commemorazione in via dei Georgofili hanno provocato un certo scalpore, per quanto breve. Il procuratore, però, aveva usato parole ancora più dure nell’agosto del ’98, quando chiese l’archiviazione per Berlusconi e Dell’Utri nell’inchiesta sulle stragi di Firenze, Roma e Milano. Allora parlò di elementi univoci sul rapporto tra Cosa Nostra e il soggetto politico-imprenditoriale rappresentato prima da Fininvest e poi da Forza Italia. Nel ’98 scriveva testualmente che il rapporto tra la mafia e gli indagati Berlusconi e Dell’Utri non aveva mai smesso di dimensionarsi sulle esigenze di Cosa Nostra, vale a dire sulle esigenze di un’organizzazione criminale”. Il giudizio di Spinelli è netto: “La classe politica avrebbe dovuto reagire fin da allora alle affermazioni di Grasso. Dopo frasi del genere, avrebbe dovuto espellere immediatamente il corpo malato. Perché per una condanna politica non serve la condanna dei giudici. Invece sono passati dodici anni e quella reazione non c’è stata”. Sull’Italia Spinelli dice: “Da noi manca l’attivazione dell’anticorpo politico, civile, dell’informazione. Il vero giustizialista è chi non esige questo filtro politico e civile e dà ai magistrati il monopolio totale sul giudizio. La storia della politica italiana è la storia di una memoria regolarmente insabbiata, frantumata. Per quanto riguarda la stagione delle stragi di mafia è una memoria completamente assente”. Ma quella di Spinelli non è una resa: “Rassegnarci all’oblio assolutamente no”, dice. “Ci sono gli elementi che vengono dalle inchieste. C’è il lavoro dei magistrati, ma anche quello dei politici, dei giornalisti. La battaglia, insomma, continua”.

Tiziana Testa da Repubblica.it

Il Pompiere della Sera – Puntata n°100 – Passaparola – Voglio Scendere

Il Pompiere della Sera – Puntata n°100 – Passaparola – Voglio Scendere.

Buongiorno a tutti, questa bottiglia di spumantino segnala un compleanno, oggi Passaparola compie 100 puntate, ci siamo visti 100 volte più una insieme a Peter Gomez. Sono astemio però vorrei brindare simbolicamente insieme a tutti voi a questo piccolo evento che ci soddisfa molto, spero che soddisfi voi quanto soddisfa me. Ci siamo visti 100 volte, all’inizio lo sapevano in pochi di questo appuntamento, questo è diventato un appuntamento fisso. Inizialmente erano poche migliaia, poi decine di migliaia, poi siamo arrivati a una media, mi dicono, tra le varie forme di fruizione di Passaparola tra lo streaming, You Tube etc. a una media di 250/300 mila persone che si collegano, tra quelle che si collegano in diretta e quelle che se lo vedono registrato o se lo rivedono magari addirittura più volte, perversione che non riesco a capire ma che pare sia abbastanza diffusa.
E abbiamo toccato addirittura punte di 600/700 mila quando grazie alla collaborazione straordinaria di Bruno Vespa abbiamo avuto l’onore di una citazione a Porta a Porta.
Vi ricordate forse la puntata due giorni dopo l’attentato di Piazza Duomo a Berlusconi, quando parlammo dell’odio e dicemmo che l’odio non può essere una categoria applicabile alla politica e quindi tutti hanno il diritto di amare, odiare chi vogliono, se vogliono, anche se, forse a un politico non bisognerebbe chiedere di farsi amare o di farsi odiare, ma semplicemente di svolgere un servizio tecnico per i cittadini. Quella puntata fu vista, soprattutto dopo la citazione a Porta a Porta da quasi 700 mila persone che sono tante!
Non stiamo a fare dei paragoni, ma sono parecchie. Non voglio incensarmi, lodarmi e imbrodarmi, volevo soltanto dire che a nome del blog di Grillo che ha organizzato – inventato questo appuntamento, mi ha messo questo spazio a disposizione, che cercheremo nei prossimi mesi, forse già dalla fine dell’estate, di sviluppare degli strumenti di interazione, credo si dica così, per migliorare la diffusione del nostro appuntamento e anche per migliorare la qualità dell’audio – video con dei marchingegni che non sono capace a spiegarvi, ma che vi assicuro che stanno per essere messi in funzione.
Fine delle ciance, delle autocelebrazioni, e parliamo come sempre di cose delle quali gli altri non parlano.

Il Pompiere incendia Di Pietro
Ha deciso di prendere una posizione politica esplicita, non soltanto in campagna elettorale quando è normale, forse anche giusto che i giornali dicano ai loro lettori cosa si augurano dalle elezioni. Il Corriere della sera in passato aveva invitato una volta a votare Prodi, una volta a votare Berlusconi, adesso non siamo sotto elezioni ma Il Corriere della sera ha deciso di scendere dal suo piedistallo di marmo e di entrare a piedi giunti nella contesa politica. E’ una cosa legittima, però è una notizia interessante, ha deciso di scendere nell’agone politico con un attacco violentissimo a Di Pietro, approfittando dell’uscita sui giornali dei verbali di Zampolini, l’architetto factotum del costruttore Anemone, il quale aveva già raccontato di avere pagato 900 mila Euro per la casa di Scajola e poi i testimoni e le carte hanno dimostrato che era vero, ha raccontato di avere pagato l’affitto per un pied a terre di Bertolaso in Via Giulia a Roma, cosa che Bertolaso aveva taciuto e cosa che lo stesso padrone di casa ha confermato dicendo che a pagare l’affitto che lui ricordi era questo Zampolini che è il portatore di soldi di Anemone e non era invece Bertolaso che invece occupava quell’appartamento. Poi Zampolini ha detto di avere sentito dire da Balducci Angelo l’ex  provveditore alle opere pubbliche, che Balducci aveva procurato a Di Pietro due appartamenti di Propaganda Fide, di proprietà del Vaticano, perché Di Pietro era Ministro dei lavori pubblici e chiedeva di essere introdotto in ambienti Vaticani nei quali Balducci aveva ottime entrature essendo gentiluomo del Papa. Anche questa notizia, doverosamente pubblicata dai giornali – Zampolini dice che Di Pietro etc., – è stata verificata e per il momento si è rivelata falsa, nel senso che i due appartamenti: uno in Via della Vite e l’altro in Via Quattro Fontane a Roma Di Pietro non li ha mai abitati, nessun suo parente li ha mai  abitati, Di Pietro non li ha trattati, Di Pietro non ha stipulato contratti di affitto. Quei due appartamenti sono in qualche modo legati all’Italia dei Valori, adesso vi spiego perché.
Quello di Via della Vite è un appartamento dove ha sede una casa editrice che si chiama Editrice Mediterranea che di fatto costruisce giornali in service: un’azienda, un ente, un partito vuole farsi un giornale, chiede a questo service di farglielo. Qualche anno fa l’Italia dei Valori voleva farsi un giornale di partito che durò poco per fortuna, i giornali di partito sarebbe meglio se non esistessero e comunque il giornale dell’Italia dei Valori durò poco, si rivolsero a questa Editrice Mediterranea che ha sede in Via della Vite, questa cominciò a lavorare per fare questo giornale che dunque ebbe sede nella sede dell’Editrice Mediterranea in Via della Vite, dopodiché quando il contratto fu rescisso un paio di anni dopo in quella sede di Via della Vite continuò a avere la sede l’Editrice Mediterranea e non il giornale dell’Italia dei Valori.
Cosa c’entra Di Pietro in tutto questo? Niente, l’appartamento è del clero, questo editore paga l’affitto, pare che paghi un affitto normale, in ogni caso l’affitto che paga lui non c’entra niente con Di Pietro.
L’altro appartamento è quello di Via Quattro Fontane, dove questo Zampolini aveva sentito dire che avrebbe dovuto andare a abitare la figlia di Di Pietro; in realtà poi la figlia di Di Pietro non andò a abitare né lì né a Roma perché decise di andare a fare un’altra università che non era a Roma. Quell’appartamento è stato affittato da Silvana Mura tesoriera dell’Italia dei Valori, l’ha avuto grazie ai buoni uffici di Di Pietro e di Balducci? Finora risulta di no, risulta che lo ha avuto perché il coordinatore del Lazio di quel partito, l’On. Pedica che ha uno zio Monsignore e una parente Badessa, aveva buoni rapporti con il mondo del clero e quando parlamentari neoeletti o rieletti venuti da fuori Roma gli hanno chiesto una mano essendo lui del posto per affittare un appartamento per essere in sede, in loco nella loro funzione di parlamentari, lui li ha messi in contatto. Così è avvenuto con la Mura, con propaganda Fide e la Mura ha stipulato un contratto per una casa di 70 metri quadrati paga 1800 Euro di affitto e 200 Euro sempre al mese di spese, è scandaloso un affitto di 2000 Euro al mese per un appartamento di una settantina di metri quadrati? Probabilmente no, probabilmente è un prezzo di mercato.
C’è qualcosa di male a affittare un appartamento da un ente ecclesiastico? Tenete presente che 1/4 delle case di proprietà, il 22,5% del patrimonio immobiliare sparso sul territorio italiano, come ha dimostrato Report appartiene al clero, quindi è evidente che chi compra o chi affitta case, una volta su 4 si deve rivolgere al clero. C’è qualcosa di male in questo? Credo di no, l’importante è che uno paghi l’affitto e che paghi un affitto congruo. Questa è la storia del coinvolgimento, com’è stato chiamato dai giornali, di Di Pietro; naturalmente quando sono usciti i verbali di Zampolini altri hanno gridato al complotto come Bertolaso, come Scajola, poi sono stati smentiti, finora l’unico che ha dato delle spiegazioni immediate, mettendo a disposizione tutte le carte, poi non sto mica qui a ripetervi tutto, basta che andiate sul blog di Di Pietro e trovate i documenti, vedete voi se vi convincono o non vi convincono, credo che quello che ha detto Di Pietro taglia la testa al toro almeno fino a quando non sarà smentito da qualcuno.
Certo è  che se qualcuno dovesse smentirlo e dimostrare che invece le cose non sono andate come ha detto lui, allora vorrebbe dire che Di Pietro si è messo la corda intorno al collo e ha cominciato a tirare, ma in ogni caso ha dato delle spiegazioni che esauriscono l’argomento. Se poi verranno smentite ne riparleremo, se non verranno smentite buona la prima!
Agganciandosi a questa vicenda, che ancora non si capisce bene in quale modo riguardi Di Pietro visto che lui abita in un altro posto a Roma e non ha mai trattato quei due appartamenti né per sé né per i suoi, Il Corriere della sera è partito l’altro giorno con un titolo in prima pagina che diceva “I silenzi e le ambiguità dell’On. Di Pietro”. Nella pagina interna un intero paginone nel quale erano enucleati i pregressi. Naturalmente è legittimo, è giusto che un giornale chieda conto a un politico di eventuali zone d’ombra o zone grigie in modo che lui le possa illuminare, se vuole, sono anni che facciamo domande a Berlusconi, lui non risponde, sono anni che facciamo domande a molti altri politici e oli politici, non rispondono. Di Pietro ha risposto anche questa volta a Il Corriere della sera, sul suo blog troverete la sua replica: è una replica strapiena di carte, di documenti, sentenze, cause vinte, denunce, querele, rogiti, di tutto, ce ne sono da leggere per mesi, ma mi pare un’operazione piuttosto trasparente se si pensa alle famose 10 domande a Berlusconi alle quali non ha mai risposto se non nel confessionale di Bruno Vespa, non ha risposto, oppure se pensiamo alla domanda che gli fecero i giudici nel 2002, il Tribunale di Palermo che si scomodò fino a Palazzo Grazioli per chiedergli dove aveva preso i famosi soldi che qualcuno sospetta essere di provenienza mafiosa e lui invece di rispondere con il nome di chi glieli aveva dati o con qualche documento, rispose: mi avvalgo della facoltà di non rispondere. Per fortuna almeno da questo punto di vista, pur avendone ovviamente facoltà, anzi pur non avendone facoltà perché non essendo indagato ovviamente deve testimoniare, deve dire la verità. Di Pietro non si è avvalso della facoltà di non rispondere e quindi ha rovesciato su Il Corriere della sera una vagonata di carte. La cosa interessante è che tutte le carte che gli ha rovesciato addosso a Il Corriere della sera erano già note prima che Il Corriere facesse le domande, quindi Il Corriere ha fatto le domande a un signore che aveva già dato le risposte. E va bene, lui ha fatto benissimo a ripeterle, poi loro hanno ancora aggiunto qualche dubbio e lui oggi di nuovo ha mandato una seconda replica con un’altra montagna di documenti.
E’ interessante perché alcuni di quei misteri che secondo Il Corriere della sera Di Pietro non avrebbe illuminato, erano stati oggetto di alcuni nostri Passaparola e anche di alcuni nostri articoli de Il fatto quotidiano, a dimostrazione del fatto che basta mobilitare Google per vedere cosa ha detto Di Pietro su questo o quell’episodio, alcuni di questi li ricordate anche voi, erano 5 comunque i misteri di Di Pietro sui quali secondo Il Corriere lui avrebbe tentato di mistificare con silenzi e ambiguità: 1) laurea che Il Corriere della sera definisce a tempo di record, Di Pietro si è scritto all’università nel 1974 e si è laureato nel 1978, è a tempo di record? No, si è laureato in 4 anni, non è andato fuori corso, sono praticamente 15 anni che deve discolparsi dall’accusa di non essere andato fuori corso, non si capisce per quale motivo uno non potrebbe laurearsi in 4 anni, visto che la laurea era quadriennale.

Le intercettazioni di Berlusconi contro Di Pietro
Invece di fargli i complimenti perché si è laureato in tempo, tra l’altro da studente – lavoratore, continuano a dire che quella è una laurea falsa e ci sono tonnellate di interviste di professori, il professore che gli ha seguito la tesi, sentenze della Magistratura che condannano per diffamazione chi ha messo in dubbio quella laurea.Berlusconi, ormai è rimasto solo Berlusconi oltre a Il Corriere della sera a mettere in dubbio quella laurea, Di Pietro lo ha querelato e la Giunta Comunale per le autorizzazioni della Camera ha dichiarato Berlusconi insindacabile per evitare che un giudice stabilisca chi ha detto la verità e chi ha mentito. Vi lascio immaginare tra chi fa la denuncia e chi viene denunciato e poi chiede alla Camera di proteggerlo dalle conseguenze delle sue azioni, chi dei due può avere mentito. Prendete il secondo punto, i rapporti con il costruttore D’Adamo e con l’Avvocato Lucibello: erano dei suoi amici, non ne ha mai fatto mistero, gli sono costate queste amicizie varie processi a Brescia, sono finiti nel nulla, addirittura con archiviazioni, la Procura di Brescia non riuscì neanche a ottenere un rinvio a giudizio nonostante avesse aperto in tutto una sessantina di procedimenti penali e avesse chiesto il giudizio per una trentina di capi di imputazione, continuano a tirargli fuori questa storia di D’Adamo e di Lucibello. Uno fa il costruttore e l’altro fa l’Avvocato, lui li conosceva, purtroppo per lui D’Adamo poi quando finì in difficoltà finanziarie e penali si mise d’accordo con un altro suo amico che era Berlusconi, che era stato il suo datore di lavoro e come sapete ci fu una trattativa in cui Berlusconi addirittura cercò di costringere, registrandolo di nascosto D’Adamo a dire che Di Pietro era un magistrato corrotto dal banchiere Pacini Battaglia, registrò di nascosto, tagliuzzo insieme a un suo addetto la conversazione togliendo parti, modificandone e poi con quel nastro taroccato si presentò alla Procura di Brescia nella speranza di fornire alla Procura di Brescia la prova di quello che lui sperava di riuscire a dimostrare, Berlusconi voleva far arrestare Di Pietro perché Di Pietro era troppo popolare e gli dava ombra.
Il problema è che poi D’Adamo fu chiamato a testimoniare nel procedimento contro Di Pietro dove Berlusconi aveva fornito quell’intercettazione fatta da lui e da un suo addetto e D’Adamo non confermò perché non poteva confermarle, perché erano false le cosa che aveva cercato di fargli dire Berlusconi, quindi anche quella volta Di Pietro fu prosciolto, ma vedete che non basta mai essere prosciolti perché ti prosciolgono da se sei Andreotti ti considerano assolto anche se sei prescritto per mafia, se sei Berlusconi ti considerano assolto anche se sei stato 6 volte prescritto per mafia, due volte amnistiato e 3 volte salvato da una legge che depenalizzava il suo falso in bilancio, fatta da te che avevi commesso il falso in bilancio, ma se si tratta di Di Pietro continuano a rinfacciargli cose come se fossero confuse, ambiguità e silenzi, anche se ci sono sterminate documentazioni che danno spiegazioni esaurienti, poi le spiegazioni possono essere buone o cattive, uno ci può credere o non credere ma non può dire che non sono state date le spiegazioni anche perché sui rapporti con D’Adamo e Lucibello Di Pietro ha riempito verbali per decine di ore di interrogatorio, una volta fu interrogato addirittura per un intero giorno e un’intera notte, quindi figuratevi se mancano le risposte, è che chi sta facendo le domande, Il Corriere della sera o non sa o finge di non sapere e quelle risposte ci sono e sono già state autenticate da un’ordinanza definitiva di archiviazione.
Poi c’è il dossier Pazienza, questa è la cosa più divertente, sapete Francesco Pazienza questo faccendiere legato ai servizi segreti italiani e americani, in quel periodo era ricercato perché lo stavano indagando per vari depistaggi su vari vicende e misteri d’Italia, era scappato all’estero, Di Pietro va con la sua futura moglie, Susanna Mazzoleni in vacanza alle Seychelles e una sera si ritrova a cena con degli amici di quegli che li ospitavano e tra questi c’è un signore, il quale dice: ma voi lo sapete, lei è un Magistrato? Sì, lavorava a Bergamo Di Pietro all’epoca, credo fosse il 1984, 8 anni prima di mani pulite e dice: ma lei lo sa che qui vicino in un villaggio con un nome falso soggiorna un ricercato dalla Magistratura italiana? Un certo Pazienza? Di Pietro ovviamente che aveva letto sui giornali le gesta di questo pazienza che già all’epoca era famosissimo, incrociava tutti i grandi misteri d’Italia, prende informazioni con l’istinto del poliziotto, va a vedere quale falso nome usa, chi sono quelli che lo proteggono, si scopre addirittura che è protetto dalla delegazione commerciale italiana alle Seychelles, allora cosa fa? Quando rientra in Procura a Bergamo, fa una relazione al può Procuratore per dire: ho scoperto durante la vacanza che c’è un latitante ricercato in Italia che soggiorna ospite protetto dalla delegazione commerciale italiana alle Seychelles in quelle isole, il Procuratore manda queste carte ai magistrati che si stavano occupando della ricerca di pazienza e cosa deve fare un magistrato che viene a conoscenza di una notizia di reato? Che c’è uno che latita e dei funzionari italiani che lo proteggono? Se non denunciava commetteva un reato, perché il pubblico ufficiale che non denuncia un reato è considerato complice di quel reato secondo il Codice nostro e non solo il nostro.
Invece gli chiedono conto e ragione del fatto che ha denunciato, se ha presentato quel rapporto al suo capo vuole dire che allora era legato ai servizi segreti, ma no, era Pazienza che era legato ai servizi segreti, Di Pietro lo ha cercato di smascherare, di far beccare alle Seychelles, tutto questo esce su Il Corriere della sera e non sul corriere dei piccoli o su un giornale umoristico, queste cose vengono scritte sul serio da Il Corriere della  sera.
Il caso Contrada lo sapete meglio di me, Pietro fotografato con il numero due del Sisde che si è imbucato all’ultimo momento nel 1992, settembre credo, a una festa, una cena organizzava al Circolo ufficiali di Roma dal Comando Legione dei Carabinieri, ci sono colonnelli, generali e c’è pure Contrada che si è imbucato e poi c’è un investigatore dell’agenzia privata americana Krol che deve dare un premio, un fermacarte a Di Pietro per le sue doti investigative. Contrada in quel momento è come oggi Gianni De Gennaro, nel senso che è, anzi è meglio, perché Gianni De Gennaro è imputato per i fatti di Genova, Contrada in quel momento nessuno lo sospettava di nulla nel grande pubblico, naturalmente, chi viveva a Palermo qualcosa aveva sentito dire, ma immaginate il numero 2 del servizio segreto civile, è evidente che trovarlo a cena insieme a dei generali Di Pietro è ospito, buongiorno, buonasera, qualche settimana dopo Contrada viene arrestato e sarebbe stato grave se fosse stato beccato a cena con Di Pietro dopo che era stato arrestato e processato e poi condannato per mafia, 10 anni per concorso esterno. A Di Pietro invece rimproverano di averlo incontrato occasionalmente prima insieme ai Carabinieri in un’occasione pubblica davanti a centinaia di reclute e invece tutti quelli che l’hanno incontrato e l’hanno difeso dopo non devono risponderne, Il Corriere della sera è uno dei giornali che con alcuni dei suoi commentatori ha difeso Contrada dopo che è stato arrestato e dopo che è stato condannato, continuando a scrivere che era una povera vittima e rimprovera Di Pietro di averlo incontrato una volta prima che venisse sospettato, indagato e arrestato e poi condannato!
Pensate anche la buonafede di questi giornali, l’ultimo caso è quello delle case che i giornali continuano a scrivere essere state procurate da Balducci a Di Pietro, mentre finora non risulta che Balducci sia intervenuto e soprattutto Di Pietro ha dimostrato di non averci mai messo piede come affittuario, come acquirente o come tentato affittuario o acquirente perché in una c’era una casa editrice che non ha niente a che fare con lui e in un’altra ci sta un’altra persona.

Casini e Dell’Utri, amici per la pelle
Vedete che dato che non capita niente a caso: a questo attacco de Il Corriere della sera che continua a rispondere nonostante che lui fornisca tutta la documentazione, continua a rispondere dicendo che comunque c’è ancora qualcosa da chiarire anche se non lo dice perché ogni volta che gli dicono: c’è questo da chiarire lui lo chiarisce, vedete che ci si attacca, a questo attacco de Il Corriere Pierferdinando Casini, Casini: Di Pietro Sciacallo leader dell’Udc.Dice che Di Pietro lucra sui mali del paese, l’Italia dei Valori non è una forza politica responsabile, anzi, Di Pietro è uno sciacallo che costruisce la sua fortuna politica sulle disgrazie del paese, ci ha spiegato per anni che un conto sono le verità processuali e un conto sono le necessità che un politico ha di essere al di sopra di ogni sospetto, nei comportamenti, ora Di Pietro valuti se il suo comportamento da Magistrato o da uomo politico è stato al di sopra di ogni sospetto, non è la moglie di Cesare, stiamo parlando di Pierferdinando Casini, uno dice: Santa Maria Goretti è intervenuta e ha detto che Di Pietro delle cazzate le ha fatte e avrebbe ragione Santa Maria Goretti perché Di Pietro delle cazzate ne ha fatte, certi amici se li poteva risparmiare, certe candidature se le poteva risparmiare, di bello c’è che quando viene fuori che razza di gente ha candidato tipo De Gregorio se la prende immediatamente Berlusconi, appena li manda via lui se li prende Berlusconi!
Quando Berlusconi si è preso De Gregorio c’era anche Casini con lui, quello che adesso fa Santa Maria Goretti, è interessante perché Casini ha un partito che soprattutto in certe zone sembra l’ora d’aria di San Vittore nel senso che è un partito pieno di galeotti, di pregiudicati, è il partito di Totò Cuffaro condannato in primo e in secondo grado per favoreggiamento, prima semplice e poi mafioso, è il partito di Lorenzo Cesa, quest’ultimo è celeberrimo perché finì a Regina Celi in quanto andava a prendere le tangenti per conto del Ministro Prandini, detto Prendini e poi le confessò, confessò di avere preso 20 tangenti che poi portava a Prandini in buste di plastica e se le ricordava tutte, tra l’altro, una memoria di ferro, il suo verbale di interrogatorio a Regina Celi inizia con queste parole “ho deciso di svuotare il sacco” parla come la banda bassotti, come Pietro Gamba di legno, come Macchia nera, appena l’ha saputo Casini l’ha fatto subito segretario del suo partito, quindi voi capite che quest’uomo è proprio la persona ideale, un giglio di campo, per fare la morale agli altri, naturalmente Cuffaro continua a essere dell’Udc , Cesa continua a essere dell’Udc, il resto dell’Ombrosario continua a essere dell’Udc , salvo alcuni che ogni tanto se li prende Berlusconi perché è invidioso di Casini.
Casini da Presidente della Camera nel dicembre del 2004 alla vigilia della sentenza del Tribunale di Palermo su Dell’Utri nel processo per concorso esterno in associazione mafiosa, fece una pressione esplicita e pubblica sui giudici, mandando a Dell’Utri i suoi auguri e un’attestazione di stima e solidarietà Presidente della Camera, non un parlamentare qualsiasi, Pierferdinando Casini, carta intestata della Camera dei Deputati, inviò un attestato di stima, amicizia e vicinanza a Dell’Utri, mentre i giudici di Palermo che lo stavano giudicando per mafia erano già riuniti in Camera di Consiglio e non gli mandò un bigliettino privato, fece un comunicato per far sapere a tutta Italia, compresi i giudici che ovviamente in Camera di Consiglio i giornali e le televisioni le vedono, che lui stava dalla parte di Dell’Utri e che quindi i giudici, che naturalmente sono persone in carne e ossa, da quel momento sapevano che se avessero condannato Dell’Utri, avrebbero condannato un amico fraterno del Presidente della Camera, cioè Casini cercò di buttare in politica un processo penale e chissà, se fu un moto spontaneo quel suo comunicato o se gli fu chiesto, sarebbe interessante che il Corriere della sera glielo chiedesse, perché se Il Corriere della sera ha deciso di fare un mazzo così ai politici, noi siamo i più contenti di tutti, facciamo la stessa cosa da anni, quando Di Pietro si è schierato con De Luca su Il Fatto quotidiano sono stato io a criticarlo durissimamente e quando ha fatto altre cazzate Micromega, Il Fatto quotidiano lo hanno strapazzano e gli hanno chiesto conto e ragione di quello che stava facendo, se Il Corriere ha deciso di associarsi improvvisamente, meglio tardi che mai, a questo giornalismo contro, ma noi siamo felicissimi, ha deciso di dedicare la prima puntata della serie ambiguità e silenzi dell’On…. a Di Pietro? Benissimo? Di Pietro gli ha risposto: adesso passiamo alla seconda, facciamo un bel pezzo intitolato ambiguità e silenzi dell’On. Pierferdinando Casini? Un bel pezzo per tutti, con tutte le foto, così magari Casini risponde finalmente, poi quando resta tempo magari si fa una Treccani a puntate da rilegare in vari volumi sui silenzi e le ambiguità dell’On. Berlusconi, chissà se Il Corriere della sera si può permettere una cosa di questo genere o se invece dobbiamo accontentarci della prima e unica puntata su Di Pietro? Chissà, se vuole Il Corriere della Sera ci fa sapere, gli forniamo materiali, li autorizzo a copiare integralmente alcuni miei libri che possono tranquillamente essere intitolati i silenzi e le ambiguità di tizio e caio, solo che lì ce ne sono centinaia, un po’ più potenti di Di Pietro e un po’ più amici degli editori de Il Corriere della sera che sapete sono tanti, sono molto potenti, alcuni sono molto intimi dell’On. Berlusconi, tant’è che stanno in Medio Banca insieme a sua figlia per dirne una.
Quindi se vuole Il Corriere della sera gli forniamo tutto il materiale e possono andare avanti per anni a fare le puntate sui silenzi e le ambiguità dell’On. tale dei tali, per esempio è appena uscita una sentenza della Cassazione che Il Corriere della sera non ha neanche notato, non ha neanche scritto una riga, nella quale si racconta una storia, è una storia che chi ha letto i nostri libri o ha seguito le nostre cose forse un po’ conosce, è la storia di Dell’Utri e del Sen. Garraffa e del capo mafia di Trapani Vicenzo Virga e del suo guardaspalle, cosa succede? Siamo nel 1992, Marcello Dell’Utri è amministratore delegato di Publitalia, società intermediatrice di pubblicità Procura uno sponsor alla Società Pallacanestro Trapani, qual è lo sponsor, la birra Dreher con il marchio siciliano Birra  Messina, sono soldi, sono 1,5 miliardo di lire all’anno, i giocatori di basket della pallacanestro Trapani mettono la scritta Birra Messina e la società Pallacanestro Trapani riceve dalla Birra Messina 1,5 miliardi di lire, chi è il proprietario della Pallacanestro Trapani? Il Senatore Garraffa, un senatore repubblicano che di professione fa il medico e lavora al pronto soccorso di Trapani.
Dopo avere ricevuto i soldi della Birra Messina, 1,5 miliardi, Garraffa viene convocato a Milano da Dell’Utri nella sede di Publitalia e Dell’Utri gli dice che metà di quella somma Garraffa gliela deve ridare indietro a lui in nero perché nel mondo degli sponsor si usa così, si fanno false fatture e fondi neri, io ti procuro la pubblicità, tu prendi tot e poi in nero mi giri la metà di tot e io mi intasco i fondi neri, derubo la mia società, ok? Garraffa dice: no, non vedo perché le devo dare indietro metà dei soldi visto che sono miei, secondo non posso darglieli in nero neanche se volessi perché non ho fondi neri, guardate la sfiga di Dell’Utri si è imbattuto nell’unico imprenditore che non ha fondi neri, non è abituato viste le usanze della ditta, stupefatto gli risponde con una frase che, soprattutto se detta con accento siciliano, suona un po’ minacciosa, la frase è questa: abbiamo uomini e mezzi che sono in grado di farle cambiare idea, che sono in grado di convincerla a pagare, Garraffa dice, sarà un’impressione ma questa frase… torna a Trapani e un mattino alle 7 mentre è lì di turno al pronto soccorso, lui è medico con il suo camice bianco, riceve una visita, è quella del capo mafia di Trapani che lui conosce, lo conosce perché è successa una cosa anni prima, lui ha salvato un ragazzo, parente di questo capo mafia che era caduto in un fiume, una cosa di questo genere, quindi i due si conoscono, lui sa che quello è il capo mafia e il capo mafia è andato lì per chiedergli di pagare Dell’Utri, Garraffa gli dice “non ho fondi neri” e l’altro dice “va bene riferirò” cioè o Garraffa mente oppure il boss Virga ha avuto un’apparizione dell’Arcangelo Gabriele che gli ha spiegato che Dell’Utri voleva dei soldi da Garraffa e ha deciso spontaneamente di dare una mano a Dell’Utri perché gli è simpatico, oppure Dell’Utri ha chiamato il capo mafia di Trapani perché andasse da Garraffa a chiedere 750 milioni di lire, in nero a un signore che non li doveva.
Come si chiama in gergo giuridico minacciare una persona per avere qualcosa a cui non si ha diritto e poi dato che quella non cede, mandare un capo mafia per far cedere quella persona? Si chiama estorsione, se lo fai con un mafioso si chiama estorsione aggravata con l’aggravante dell’articolo 7 che è quello tipico dei reati finalizzati a favorire la mafia, l’aggravante mafiosa.
Estorsione con aggravante mafiosa, per questo reato, tentata estorsione, perché? Perché poi Garraffa non ha pagato, tentata estorsione mafiosa, Dell’Utri insieme al Boss Virga vengono rinviati a giudizio a Milano, processati, condannati a due anni in primo grado e in appello, la sentenza d’appello viene cancellata, annullata con rinvio della Cassazione perché non è ben motivata, la Cassazione ordina un nuovo processo di appello, nel secondo processo di appello i giudici dicono: le minacce di Dell’Utri e di Virga a Garraffa sono provate, ma non bastano le minacce per configurare il reato di tentata estorsione, perché? Perché poi a un certo punto questi hanno smesso di minacciare Garraffa e infatti Garraffa non ha pagato e quindi in qualche modo hanno desistito dalle minacce, smettendo di farle e quindi il reato non è estorsione, ma è minacce gravi che è punito con una pena molto più bassa e che guarda caso è già caduto in prescrizione.
I giudici della Corte d’appello nel secondo processo d’appello si lavano le mani e prescrivono il reato derubricando l’accusa in minacce. La Procura ricorre in cassazione sostenendo che invece è estorsione e quindi non è prescritta e quindi Dell’Utri va condannato, Garraffa ricorre in Cassazione per lo stesso motivo, Dell’Utri ricorre in Cassazione perché non vuole la prescrizione per un reato così grave aver fatto minacciare uno da un mafioso e vuole l’assoluzione piena, cosa fa la Corte di Cassazione 15 giorni fa? Annulla la seconda sentenza di appello, dice che è contraddittoria perché? Perché è semplice, se i giudici hanno ritenuto provate le minacce che erano finalizzate a ottenere una cosa illecita e non dovuta da una terza persona per giunta fatte fare da un mafioso, questa si chiama tentata estorsione o non ci sono le minacce finalizzate all’estorsione, ma se ci sono le minacce come ha stabilito la Corte d’Appello, allora si chiama estorsione il reato, quindi rimandano per la terza volta alla Corte d’Appello dicendo che questa volta deve decidere se ritiene, come ha già ritenuto che le minacce ci siano, deve condannare Dell’Utri per estorsione, tentata estorsione lui e il boss, il Boss tra l’altro è finito in galera all’ergastolo per omicidio e mafia, se invece non fossero più provate neanche le minacce ma come fanno a non essere provate, sono testimoniate dalla vittima e da una serie di riscontri, allora salterebbe tutto.
Vi leggo l’ultimo passaggio, perché è interessante, in sintesi la sentenza della Corte d’appello appare insuperabilmente contraddittoria, sussiste e è consumata la minaccia per la presentazione dei due mafiosi incaricati dal terzo che manteneva la gestione della vicenda, il terzo è Dell’Utri e tuttavia la stessa, dicono i giudici di appello non ha una sicura natura estorsiva è sintesi contraddittoria perché per quanto prima detto, in quel contesto se c’è stata minaccia, essa non poteva che essere finalizzata solo a determinare Garraffa al pagamento di quanto e come sapeva gli era stato chiesto e quindi o non c’è la minaccia o essa deve necessariamente realizzare l’efficacia estorsiva, in estrema sintesi appare insuperabilmente contraddittorio argomentare della sussistenza di una minaccia che costituisce elemento costitutivo del delitto di tentata estorsione, ma al tempo stesso affermare che essa non avrebbe avuto sicura natura estorsiva e contestualmente ritenere che poiché a quella minaccia non erano seguite altre, il tentativo di estorsione si era estinto per desistenza volontaria del minacciatore.
Se è  ingiusto il profitto perseguito da Virga per conto di Dell’Utri i casi sono due: o la minaccia non c’è, ma qui avete detto che c’è, se c’è  allora c’è la tentata estorsione e quindi ci vuole un nuovo giudizio della Corte d’appello di Milano su due punti: eventuale sussistenza della minaccia e se sì, configurabilità dell’estorsione, la minaccia finalizzata a ottenere un profitto ingiusto integra di per sé qualora il profitto non sia poi conseguito per cause indipendenti dalla volontà dell’autore il tentativo di estorsione, dopo il compimento di condotta idonea a integrare il delitto di tentata estorsione, la desistenza volontaria, smettere di fare altre minacce non può essere configurata dal mero decorso del tempo, è passato del tempo e quindi hanno desistito, no, ci vogliono comportamenti e fatti determinati incompatibili con la successiva consumazione, se hai deciso di non volerli più quei soldi dopo aver fatto le minacce, devi far sapere al tizio: guarda che abbiamo scherzato, non li voglio più quei soldi, ma se non gli dici niente, la minaccia continua a penzolare sulla sua testa come una spada di Damocle questo scrivono i giudici di Cassazione, interessante, no? Un parlamentare del centro-destra fondatore del Popolo delle Libertà che la Cassazione, mica Travaglio o un PM o una toga rossa, la Cassazione dice che ha mandato un mafioso a chiedere dei soldi non dovuti a un imprenditore, con minaccia estorsiva grave, è simpatico no? Meriterebbe una puntatina della serie de Il Corriere della sera “i silenzi e le ambiguità”? Avete mai sentito un’intervista in cui veniva chiesto a questo signore di dare una risposta su queste cose?

O avete forse letto milioni di interviste anche su Il Corriere della sera in cui Dell’Utri viene interpellato ora come bibliofilo, ora come uomo di cultura, ora come fine politologo per chiedergli giudizi sulla storia d’Italia, su Mussolini di cui ha appena comprato i diari falsi? Sulla letteratura? Sugli incunaboli, sulle biblioteche? Oppure sull’attualità politica? Dato che non ve la ricorda nessuno questa storia ve l’ho raccontata io e del resto il Passaparola serve a questo, continuate a seguirci tutti i lunedì e a leggere Il Fatto quotidiano, grazie e buon compleanno anche a voi!

Errata Corrige
Cari amici, era destino che proprio alla centesima puntata di Passaparola incappassi in una bufala. Quella che vi ho letto in apertura del Passaparola sull’approvazione dell’emendamento D’Alia era una notizia vecchia di un anno che qualcuno ha ricicciato in rete come se fosse nuova: dopo il voto in senato, infatti, l’emendamento liberticida è stato accantonato alla camera. Scampato pericolo, dunque, almeno per ora. Ma conviene restare vigili. Scusatemi per il “procurato allarme”.
(m.trav.)