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In Italia magistratura offesa, vilipesa e oltraggiata

Fonte: In Italia magistratura offesa, vilipesa e oltraggiata.

Non voglio apparire né irrispettoso né irriguardoso nei confronti nel nostro presidente Giorgio Napolitano a proposito del suo invito diretto ai magistrati: “Anche i magistrati facciano autocritica“.
Tuttavia, siccome il Corpo giudiziario non ha bisogno di essere difeso da chi scrive, questo non mi esime di esprimere il disaccordo non già sull’invito ma, perché ritengo che la Magistratura italiana sia stata offesa, vilipesa e oltraggiata da dichiarazioni fatte da esponenti di primo piano della politica e che non intendo ribadire.
Quindi, se vi è stata una reazione, peraltro contenuta nei toni, è stata causata da attacchi a tutta la Magistratura. E, aggiungo, con amarezza, che recentemente, oltre alle dichiarazioni del neo pentito della “famigghia” dei Lo Piccolo, sono emersi minacce di morte verso i magistrati Antonio Ingroia, Sergio Lari, Gaetano Paci, Nico Gozzo, Giovanbattista Tona, ed ho visto scarsa “attenzione” del mondo politico. Invero, taluni cittadini con manifestazione autonome hanno dimostrato solidarietà e vicinanza ai giudici.

Oggi, i giornali dedicano ampio spazio all’invito del Presidente e anche alle dichiarazioni di alcuni politici che trovano linfa per affermare il plauso di condivisione.
Però, quando sono emerse le minacce di cui ho appena dato cenno, non ho visto tanta solerzia e non ho letto pari dichiarazioni di sostegno verso la magistratura: non mi riferisco al Capo dello Stato, ma a taluni personaggi politici. Anzi, nel caso di Ingroia, qualcuno ha anche ironizzato, ma soprattutto ha taciuto guardandosi bene di far pervenire al Giudice la propria vicinanza con pubblica condanna sulle minacce ricevute.
Il sacrosanto invito del Capo dello Stato dovrebbe avere, anche, altri destinatari che, mi si consenta il termine, hanno intorpidito ed avvelenato il clima giudiziario, additando i Magistrati come i fautori di tutti mali che affliggono la società civile e la politica in generale.
Inoltre, certe dichiarazioni di giovani e rampanti “portavoce” che subito colgono l’occasione per dichiarare sintonia e soddisfazione nelle parole del Capo dello Stato, ma in passato si sono dimenticati di esternare solidarietà verso i Magistrati destinatari di minacce.
È facile accusare i Pubblici Ministeri di protagonismo perché partecipano a trasmissioni televisive o scrivendo libri. Sono le medesime lagnanze e accuse rivolte al Giudice Giovanni Falcone.
In Italia, abbiamo avuto tante stragi di mafia che hanno visto perire giudici, poliziotti, carabinieri ed inermi cittadini e che credo in nessun paese occidentale sia mai avvenuto tale scempio ad opera della criminalità organizzata.
Eppure, ciononostante, ancora oggi si ripercorrono i medesimi sbagli: attaccare i Pubblici Ministeri. Questo accanimento verso i magistrati non è forse riconducibile al fatto che i Giudici Rocco Chinnici, Giovanni Falcone, Paolo Borsellino e tanti altri, hanno aperto la strada, tuttora perseguita con diligenza da altri Giudici, verso quel mondo collusivo tra politica e mafia?
Sono in errore? Allora qualcuno, per favore, mi ragguagli!

Pippo Giordano (tratto da palermo.blogsicilia.it, 28 aprile 2010)

Presidente Napolitano, perche’ attacca i magistrati onesti?

Fonte: Presidente Napolitano, perche’ attacca i magistrati onesti?.

Il Presidente Giorgio Napolitano ha chiamato la magistratura ad una “riflessione seria e critica” su se stessa.
Lo ha fatto questo pomeriggio in occasione della visita ai magistrati tirocinanti incontrati al Quirinale. E nella doppia veste di Presidente della Repubblica e Presidente del Csm ha evidenziato problemi che “in materia di giustizia continuano a creare apprensione”. Come la “crisi di fiducia insorta nel Paese sia per il funzionamento insoddisfacente dell’amministrazione della giustizia sia per l’incrinarsi dell’immagine e del prestigio della magistratura”.
Soluzioni proposte: rifuggere “da visioni autoreferenziali”, percorso “non facile al quale può darsi positivo inizio se si stemperano le esasperazioni e le contrapposizioni polemiche che da anni caratterizzano il nodo ‘delicato e critico’ dei rapporti tra politica e giustizia”;
“Non cedere alle esposizioni dei media” e quindi ad “atteggiamenti impropriamente protagonistici e personalistici che possono offuscare e mettere in discussione l’imparzialita’ dei singoli magistrati, dell’ufficio giudiziario cui appartengono, della magistratura in generale”;
Non rinunciare alla “fierezza di appartenere ad un mondo di servitori dello Stato, – ‘soggetti solo alla legge’, fedeli alla Costituzione – che in decenni di vita democratica ha espresso personalità e straordinaria tempra morale, sapienza giuridica e dato contributi inestimabili alla tutela della legalità”.


Ma come, Presidente Napolitano, non dovrebbe lei, con tutto il rispetto, essere il primo a fare autocritica?
Non è forse il Csm, da lei presieduto, ad avere attaccato e ammonito magistrati come Gabriella Nuzzi, Dionigio Verasani, Luigi Apicella, Luigi de Magistris che non avevano fatto altro che svolgere il proprio lavoro applicando l’art. 3 della Costituzione?
Magistrati che in molti casi hanno accettato di subire la scomunica in silenzio mentre le indagini finora svolte da diverse autorità competenti hanno dimostrato che non avevano commesso alcuno degli illeciti che il Csm ha loro addebitato. Semplicemente, come dovrebbe fare qualunque rappresentante della Giustizia, si erano rifiutati, nonostante le velate intimidazioni, di chiudere gli occhi di fronte ad un sistema di potere che si arricchiva con i soldi pubblici rubati alla collettività.
Un sistema fatto di politici, imprenditori e anche magistrati. Molti dei quali, a dispetto delle gravi accuse per cui risultano indagati, sono rimasti al loro posto mentre i colleghi onesti venivano cacciati e subivano l’onta del linciaggio mediatico. Perché?
E cosa dovrebbero fare quei magistrati ingiustamente puniti Presidente? Non cedere all’esposizione dei media? Continuare a tacere mentre di fronte all’opinione pubblica il Consiglio Superiore della Magistratura e talvolta l’Associazione Nazionale Magistrati continua a delegittimarli facendo il gioco di chi è si macchiato di gravi reati e a causa dei tanti, sospetti trasferimenti e delle altrettanto sospette avocazioni rischia pure di farla franca?
Lei ammonisce chi, suo malgrado, è uscito dal riserbo e ha preso la parola per legittima difesa, elemento secondo lei pregiudizievole per la magistratura, ma non attacca chi è indagato per appartenenza a caste mafiose.
E’ questa la fierezza di appartenere ad un mondo di servitori dello Stato? Ed è questa la legge Presidente?

Redazione ANTIMAFIADuemila (antimafiaduemila.com, 27 aprile 2010)


LINK:
1) Imputati e contenti (Marco Travaglio, Passaparola, BLOG Voglioscendere, 26 aprile 2010)
2) L’avviso di conclusioni indagini della Procura di Salerno sulla presunta corruzione di alcuni magistrati in servizio presso gli uffici giudiziari di Catanzaro

Verrà un giorno: La soluzione finale

Ecco la lucida diagnosi fatta da Antonio Ingroia, procuratore aggiunto di Palermo, del cancro che affligge l’Italia. I loschi figuri che lo criticano sono parte della malattia. La cura è una massiccia dose di democrazia partecipativa. Fuori la mafia dallo stato!

Fonte: Verrà un giorno: La soluzione finale.

“Sono in discussione in parlamento disegni di legge come quello sulle intercettazioni telefoniche, come quelli che pensano di accorciare ancora i tempi di prescrizione del reato, come quelli che prevedono uno stravolgimento del processo penale e l’indipendenza e l’autonomia della magistratura attraverso una espropriazione al pubblico ministero dei poteri di indagini, dei poteri di iniziativa nelle indagini – mi riferisco al disegno di legge che tende ad attribuire alla sola polizia giudiziaria il compito dell’iniziativa nelle indagini, polizia giudiziaria che, come noto, al contrario del pubblico ministero, è sottoposta al controllo diretto dell’esecutivo – beh, credo che di fronte a questo quadro, direi all’avvicinarsi di una sorta di baratro dello stato di diritto… ché siamo ahimè a pochi metri… in questa fase estremamente delicata di alcune indagini e inchieste (…) forse un magistrato il diritto di dire qualcosa ce l’ha e lo rivendico tutto.

La situazione presenta aspetti di drammaticità tale per cui credo sia difficile non usare termini che talvolta rischiano di apparire esagerati o enfatici. (…) io credo che siamo in una situazione di emergenza. Un’emergenza vera, effettiva. Non le emergenze fittizie, le emergenze create ad hoc per deviare l’attenzione dell’opinione pubblica, non l’emergenza immigrazione, non l’emergenza magistratura, non l’emergenza intercettazioni: noi in Italia abbiamo un’emergenza democratica. E l’emergenza democratica che abbiamo nel nostro paese nasce da una situazione attuale, contingente, che ha a che fare con un attacco sistematico che si avvia verso una sorta di – passate il termine, riconosco, un po’ enfatico – di soluzione finale, ma questa sensazione mi dà quello che sta accadendo negli ultimi mesi.

Gli unici presidi di controllo rimasti in piedi sono la magistratura e la libera informazione. Su questi snodi, in modo lucido e sistematico, si muovono le iniziative legislative attuali all’orizzonte, quella sulle intercettazioni ad esempio, che costituisce soltanto l’ultimo anello. (…) Ma quel che sta accadendo in Italia, che è accaduto negli ultimi dieci anni (…) e che rende non enfatica, anzi direi quasi un eufemismo, l’espressione che ho usato prima di emergenza democratica, è che noi non ci troviamo tanto o soltanto di fronte a una sistematica demolizione dei pilastri dello stato di diritto. Noi ci troviamo di fronte a una sistematica demolizione dello Stato. Quello che è accaduto negli ultimi anni è una progressiva e radicale rimodulazione del modello istituzionale nel quale la differenza tra quella che in Italia chiamiamo cosiddetta prima e seconda repubblica è che nella prima repubblica vi era una politica che svolgeva un ruolo di mediazione talvolta inquinata da interessi privati e talvolta inquinata anche da interessi criminali, ruolo di mediazione svolto dalla politica che nella seconda repubblica semplicemente non esiste più.

Noi abbiamo detto spesso nel passato che è errata l’immagine “scontro politica-giustizia” anche perché c’era solo una parte che picchiava contro l’altra, e cioè la politica contro la giustizia. Ma io dire un’altra cosa. Noi invece non abbiamo avuto un assedio della politica contro la giustizia. Noi abbiamo semplicemente perso la politica, perché le istituzioni e la politica sono state occupate dagli affari e dagli interessi privati. E quindi è il privato che ha sostituito il pubblico. La differenza quindi tra la prima repubblica e la seconda è che è saltato qualsiasi ruolo di mediazione che la politica svolgeva nella cosiddetta prima repubblica. Questo è quello che mi allarma e mi preoccupa.

Siccome, come ci ricordavano uomini come Falcone e Borsellino, la lotta alla mafia non la puoi fare soltanto dentro i palazzi di giustizia con le indagini e coi processi. Dentro i palazzi di giustizia devi fare appunto le indagini e i processi. Con le prove, se ci sono e se non ci sono le prove non fai né l’uno né l’altro. Ma per affrontare la mafia, che non è soltanto un’organizzazione criminale, ma che è un sistema di potere criminale, la magistratura da sola non può vincere questo scontro. Occorre un movimento ampio, di opinione, della società ed è quello che Paolo Borsellino diceva con una frase, che se noi dicessimo oggi saremmo accusati naturalmente di essere politicamente schierati, che il nodo – diceva Paolo Borsellino – della lotta alla mafia è essenzialmente politico, perché prima di una magistratura antimafia occorre una politica antimafia.

E quindi io da magistrato non voglio un’assenza di politica da invadere con la mia azione giudiziaria. (…) Io voglio una Politica che sia con la P maiuscola e non la p minuscola. Una politica cioè che sia luogo dove vengono perseguiti gli interessi pubblici e non gli interessi privati e che quindi la politica antimafia sia nell’interesse dei cittadini soprattutto e quindi una politica che abbia tra le sue priorità la lotta ai poteri criminali e non ne venga invece invasa, condizionata, subendone le infiltrazioni e che abbia a cuore, perché ne costituisce un presupposto, una magistratura autonoma, indipendente, responsabile (perché la magistratura deve essere naturalmente responsabile e deve rispondere per le sue colpe, ma non per colpe inventate).

Non si tratta di assumersi sulle spalle nessun progetto politico. (…) Dalla magistratura viene una richiesta di politica alla politica (…) e non di fare la guerra alla magistratura.

Di fronte a un quadro nel quale noi abbiamo perso un’opinione pubblica critica perché sull’opinione pubblica vengono rovesciate falsità, luoghi comuni, i fatti non vengono raccontati, ogni fatto viene trasformato in opinione, abbiamo un livello di imbarbarimento del dibattito pubblico, soprattutto il dibattito sulla giustizia, che credo anche questo sia senza precedenti. L’uso della menzogna in politica che è tipico dei regimi si è in modo preoccupante particolarmente accentuato negli ultimi anni soprattutto sui temi cruciali. Raccontare delle letterali “palle” come quelle che sono state dette sul tema delle intercettazioni, sul fatto che tutti gli Italiani siano intercettati, “palle” come quelle che in altre parti del mondo la legislazione sia più garantista che quella in Italia… (…) il problema delle spese non si risolve abolendo le intercettazioni. (…) Se si eliminano le intercettazioni per ridurre le spese, forse chissà che l’obiettivo non è quello di ridurre le spese, ma è di ridurre le intercettazioni e i poteri del pubblico ministero.

C’è un obiettivo di autoconservazione della classe dirigente di cui questa classe politica è espressione, di una classe dirigente che realizza per via legislativa quello che realizzava un tempo altrimenti.

La magistratura di qualche decennio era forte con i deboli e debole con i forti. Poi la magistratura cambiò e venne invasa da un’altra generazione di magistrati che prendono come modelli Falcone e Borsellino e che applicano la legge uguale per tutti.

Ecco che allora è come se si fosse rotto un patto, un patto di non belligeranza, interno alla classe dirigente, nel quale un pezzo di classe dirigente (…) nella sua grande prevalenza ha rotto questo patto di non belligeranza e ha iniziato ad applicare la legge in modo eguale nei confronti di tutti finendo per portare sul banco degli imputati altri appartenenti alla classe dirigente e talvolta anche altri magistrati, altri uomini politici, altri imprenditori. Di qui sono scattati gli anticorpi, di qui si è avviato un progetto lucido, determinato, che viene da lontano e vuole andare lontano, di revisione della legislazione per realizzare il medesimo obiettivo: l’autoconservazione di una classe dirigente che costituisce la vera anomalia del nostro paese.

Si è realizzato in Italia quello che non un magistrato giustizialista, ma un intellettuale pacato e che per altro si occupa spesso di altro, di arte e letteratura, come Pietro Citati, disse tempo fa in un lucidissimo articolo di quel processo di “mafiosizzazione” del paese che si è realizzato negli ultimi anni. Noi, questo processo di “mafiosizzazione” lo vediamo, lo vediamo ogni giorno e quello che più ci preoccupa è quello che ha fatto sì che non solo degli interessi privati hanno invaso le istituzioni spazzando via la politica nel senso più nobile del termine e ha fatto sì che anche interessi squisitamente criminali sono entrati e hanno invaso anche le istituzioni.

Mi sento, come tutti gli Italiani, un po’ figlio della trattativa tra stato e mafia perché quel che noi abbiamo intorno probabilmente è anche in qualche modo frutto di quella trattativa. E allora, se così è, noi abbiamo il diritto di sapere chi sono stati i nostri padri, cioè i padri di quella trattativa per potere sapere quale è stato il nostro passato, soltanto così possiamo fare i conti col nostro presente e il nostro futuro.

La nostra àncora di salvezza è la carta Costituzionale. La Carta Costituzionale che credo vada difesa in tutti i modi e ha costituito la bussola della parte migliore del nostro paese. E a questa ci dobbiamo attenere.

Il nostro compito è quello di contagiare l’altra Italia, l’Italia dell’indifferenza, che ha finito per dare ragione con la sua indifferenza e la sua neutralità ai poteri criminali. Io credo che non sia tempo di neutralità. Credo che sia tempo di schierarsi dalla parte della Verità e della Giustizia”.

Antonio Ingroia, procuratore aggiunto di Palermo, 7 novembre 2009

Speranze di un cattivo magistrato

Fonte: Speranze di un cattivo magistrato.

Scritto da Gabriella Nuzzi

La scena finalmente si chiude, cala il sipario nero.
Regista ed attori tirano un respiro di sollievo: ancora un’ottima interpretazione, il pubblico può ritenersi soddisfatto. Giustizia è fatta.
Ma la platea è muta, nessuno plaude.
L’epilogo è paradossale, grottesco.

Due magistrati della Procura della Repubblica di Salerno sono stati severamente puniti dalla Sezione Disciplinare del Consiglio Superiore della Magistratura. Esautorati delle loro funzioni inquirenti, allontanati dalla sede in cui le esercitano. Cassato un pezzo di vita professionale. Ore, giorni, mesi dedicati, in silenzio, con scrupolo, a studiare carte, leggi, sentenze; a scrivere, indagare, nel tentativo di amministrare giustizia. Una Giustizia eguale per tutti.

Tempo sprecato.

I giudici disciplinari, che non avevano mai fatto mistero del proprio convincimento e chiaramente interessati al celere seppellimento della vicenda, possono finalmente veder consacrato il proprio verdetto.
Dunque, ora, non mi resta che prenderne atto: sono ufficialmente inserita nella lista nera dei cattivi magistrati.

Perché, nel legittimo esercizio delle mie funzioni istituzionali, ho osato indagare su altri magistrati – quelli del distretto di Catanzaro – per gravi delitti di corruzione in atti giudiziari, abuso d’ufficio, falso ideologico, omissione in atti d’ufficio, favoreggiamento, calunnia, diffamazione e quant’altro, connessi all’illegale sottrazione al Pubblico Ministero titolare, dott. de Magistris, delle inchieste POSEIDONE e WHY NOT e alla loro successiva disintegrazione.

Ho osato, come era mio obbligo, sequestrare atti e documenti processuali integranti il “corpo” di quei reati. Ho osato perquisire abitazioni e uffici dei magistrati indagati, per ricercare tracce e cose pertinenti ai reati, necessarie al loro accertamento.

Ho osato raccogliere e riscontrare minuziosamente decine e decine di denunce del Pubblico Ministero a cui le inchieste erano state sottratte, reo, anche lui, di aver scoperto il sistema di illecite cointeressenze che domina la gestione del denaro pubblico nel nostro Paese.

Ho osato fare i nomi e i cognomi dei presunti appartenenti a quel sistema e di coloro che, direttamente o indirettamente, ne avrebbero permesso il funzionamento.

Ho osato voler a tutti i costi applicare la legge, senza capire, assai imprudentemente, che nel mio “mestiere” il principio costituzionale dell’eguaglianza dei cittadini dinanzi alla legge non vige così rigorosamente, sempre e per tutti.

Esiste un superiore principio non scritto, di ordine “deontologico”, che è quello dell’Opportunità.
Avrei, cioè, dovuto chiedermi e non l’ho fatto: è proprio opportuno che indaghi il magistrato Tizio, il politico Caio, l’imprenditore Sempronio, il faccendiere Mevio? è proprio necessario perquisirne abitazioni e uffici, sequestrare carte e documenti ?

La risposta è variabile, dipende dalle circostanze. A volte è opportuno e necessario, altre, invece, non lo è.

Perché, mi dicono, la diligenza di un bravo magistrato si misura sulla sua prontezza di riflessi, sulla velocità nell’intuire quando è il caso di poter agire e quando non lo è affatto; sulla sua capacità di interpretare i segnali; di ricorrere a diplomazia e compromessi; di interloquire e persuadere; di attendere che i tempi di indagini lentamente scadano; di saper selezionare e, infine, archiviare.
E la sua correttezza sta nell’evitare di fare i nomi e i cognomi di illustri colleghi, politici, imprenditori, perché, anche quando sembra indispensabile riscontrarne il coinvolgimento, in fondo è una questione di privacy. E chi denuncia potrebbe essere sempre, dietro mentite spoglie, un folle congiuratore, anche se si riscontra che, purtroppo, è sincero.

Merito, dunque, una lezione. Mai eccedere nel perseguire fini di giustizia!
Si spera, per me, che io abbia inteso, una sola volta e per sempre.

Lo ammetto, ignoravo l’esistenza di tali singolari regole “deontologiche”, regole non scritte, sulle quali, pare, debba misurarsi la professionalità del magistrato.
Ma, ad essere seri, qui mi sembra che la vera deontologia non c’entri proprio un bel niente e sarebbe assai dignitoso per la nostra categoria non tirarla neppure in ballo.

Qui, invece, si tratta di capire le ragioni vere per cui tre magistrati della Procura della Repubblica di Salerno, legittimamente e doverosamente impegnati a far luce su un devastante sistema di corruzioni e collusioni giudiziarie, siano stati “fatti fuori” con gli strumenti della nuova legge disciplinare, pagando un prezzo altissimo per la loro autentica indipendenza, politica e associativa.

Si tratta di capire perché, al di là della vergognosa farsa della “guerra tra Procure” (una favoletta che amano raccontare ormai solo a se stessi, dai sicuri effetti tranquillizzanti e catartici) gli organi disciplinari stiano consentendo ad altri magistrati, indagati per gravi fatti di corruzione in atti giudiziari, falso ideologico, abuso d’ufficio, favoreggiamento e quant’altro, e autori anche di illecite attività ai danni dei loro indagatori, di continuare impunemente ad amministrare giustizia nei contesti criminosi oggetto delle indagini della Procura di Salerno.

C’è dunque da chiedersi: quali superiori principi di “deontologia professionale” vigono per costoro? quale eccezionale criterio di ragionevolezza ha indotto i supremi organi disciplinari a non intervenire anche in questo caso con gli strumenti cautelari e a perseverare in tale insensata omissione?

Esistono forse equilibri di poteri – politici, giudiziari, criminali – da dover preservare e che non conosciamo e non possiamo conoscere?

E chi ne sarebbero gli inamovibili garanti? Chi gli “eversori” da punire e cacciare?

Esiste forse un modus operandi, diverso da quello del contrasto aperto e diretto al crimine organizzato di ogni livello, che tende, invece, sottobanco, all’accordo e al compromesso e che serve a salvaguardare occulti sistemi di interessi?

C’è uno sfondo, in questa nostra vicenda, che si finge di non vedere; o forse, semplicemente, fa troppo paura guardare.

Credo, però, che i cittadini della Repubblica Italiana abbiano oggi il diritto di sapere a che gioco stanno giocando gli apparati istituzionali, soprattutto, perché quel gioco baro danneggia la vita di uomini integri, il cui solo scopo è servire lo Stato.

La ricerca della verità sul nostro passato di sangue è un passo fondamentale per comprendere quale sia l’attuale stato delle istituzioni democratiche, come si sia giunti ad esso, quali i meccanismi di reale funzionamento.

Ma occorre anche il coraggio del rinnovamento.
Un rinnovamento al quale la magistratura, che di questo nostro Stato Repubblicano è un pilastro fondamentale, non può restare estranea.
Sono necessarie e urgenti riforme serie che servano non a renderla inerme, ma a conferirle forza di autentica indipendenza dagli inevitabili condizionamenti del potere politico o criminale.

Occorrono soluzioni e strumenti in grado di preservarla anche dal suo interno, liberandola dagli effetti di dipendenza psicologica che, sull’esercizio delle funzioni giudiziarie, può di fatto produrre un’impropria strumentalizzazione dei meccanismi di nomina, promozione, assegnazione di incarichi extra-giudiziari, o per converso, di disciplina, che incidono direttamente sulla vita personale e professionale dei magistrati.

La nostra amara vicenda, che segue quelle di tanti altri colleghi, molti dei quali dimenticati o ignorati, dimostra quanto basso sia il punto in cui versa l’attuale “autogoverno” e quanto distante sia dai nobili intendimenti dei Padri Costituenti.

Un “autogoverno” ormai completamente prigioniero delle logiche di appartenenza e spartizione politica; in cui ruoli amministrativi e giurisdizionali si sovrappongono e si confondono in un tutt’uno; ove la regola dell’imparzialità vale solo per gli altri e il rispetto delle prerogative difensive ha il senso di un optional; ove non esistono più spazi di affermazione e tutela per magistrati davvero liberi e indipendenti, costretti all’isolamento dalla prepotenza degli schieramenti correntizi.

E ancor più forte è divenuto il bisogno, diffusamente avvertito eppur timidamente sussurrato, di un organo “sindacale” nuovo, in grado di assicurare tutela effettiva ai diritti del magistrato in quanto pubblico impiegato, capace di aprirsi ed interloquire con la società civile, per saperne cogliere le problematiche e le reali esigenze; un organo che non necessiti di tesseramenti, autenticamente autonomo e libero da condizionamenti politici, da ambizioni carrieristiche o di potere.

Mi piacerebbe avvertire questo sussulto di rinnovamento, davvero “democratico”, per la nostra categoria.

Mi auguro, da buon cattivo magistrato, che l’assordante e granitico silenzio, in cui si è chiuso l’ordine giudiziario riguardo alla vicenda salernitana, serva almeno alla riflessione.

Gabriella Nuzzi (Il Fatto Quotidiano, 25 ottobre 2009)

Moro, Cirillo e i boss Quando trattare diventa ragion di Stato. Deviato : Pietro Orsatti

Fonte: Moro, Cirillo e i boss Quando trattare diventa ragion di Stato. Deviato : Pietro Orsatti.

Papello le richieste della mafia si inserirono in uno scontro tutto interno alla magistratura siciliana

di Pietro Orsatti su Terra

Su tutta la vicenda della trattativa e del cosiddetto “papello” lo scenario si complica di giorno in giorno. Ormai non si capisce più chi è cosa, chi ricorda o crede di ricordare, chi parla in piena libertà o chi risponde anche tirato per la giacca dagli eventi e dalla pressione. Il procuratore nazionale Antimafia Pietro Grasso, in una recente intervista, sembra dare addirittura per assodato che ci sia stata questa benedetta trattativa, addirittura parla di due diverse fasi, fornisce dettagli, si sbilancia dicendo perfino, dato quantomeno inquietante, che questa trattativa «salvò la vita a molti ministri». Insomma, uno scenario ben più completo di quanto finora offerto stentatamente all’opinione pubblica e ai magistrati da altri smemorati. Le dichiarazioni di Grasso hanno creato molto sconcerto. Possibile che sapesse tanto e che sia stato in silenzio per 17 anni? In molti dicono che la trattativa non venne mai messa in atto, smentendo anche l’improvviso scenario offerto dal capo dell’Antimafia, perché lo Stato non si è mai abbassato a trattare «neppure con le Br». “Neppure”, però, non si può certo dire. Perché se lo Stato non trattò per il caso Moro, ad esempio, trattò, invece – almeno suoi pezzi – nel caso Cirillo. Parliamo del rapimento dell’assessore regionale campano Raffaele [dev’essere un lapsus, si chiamava Ciro, n.d.r.] Cirillo nel 1981, in cui una trattativa ci fu eccome con le Br e grazie all’intermediazione della Nuova camorra organizzata di Raffaele Cutolo. A fare questo parallelo è Luigi De Magistris, ex pm ora europarlamentare, che disegna una similitudine fra trattativa tra Stato e mafie e quella avvenuta nell’81. «Vertici della Dc, Br, camorra di Cutolo, Sismi e Sisde (con la P2) trattarono nel caso Cirillo. Nell’intesa Stato mafia mancano solo le Br». Un azzardo? «Conosco bene le carte del caso Cirillo – spiega l’ex magistrato – perché mio padre, che era giudice in quel processo, scrisse quella sentenza. Le similitudini, gli intrecci, le deviazioni sono evidenti e simili. Pezzi dello Stato deviati che non si sa a chi rispondono e politici che giocano fuori dalle istituzioni. Mi sembra che ci sia tutto». Come è evidente che quello scenario, la trattativa iniziata nel ’92, si inserisse anche in uno scontro interno alla magistratura. Fra conduzioni e indirizzi differenti di intendere l’azione della magistratura all’interno di una delle procure più importanti d’Italia, Palermo. Una sorta di dualismo che si è ripetuto negli anni: da Falcone a Mele, da Caselli a Grasso, appunto.

Presidente, lascio la toga anche per colpa sua , “Io, sconfitto dalla mafia di stato” – Il Fatto Quotidiano | l’AnteFatto | Il Cannocchiale blog

Fuori la mafia dallo stato!

“Io, sconfitto dalla mafia di stato” – Il Fatto Quotidiano | l’AnteFatto | Il Cannocchiale blog.

di Luigi De Magistris* – 1° ottobre 2009
Al Sig. Presidente della Repubblica – Piazza del Quirinale ROMA
Signor Presidente, scrivo questa lettera a Lei soprattutto nella Sua qualità di Presidente del Consiglio Superiore della Magistratura.

E’ una lettera che non avrei mai voluto scrivere. E’ uno scritto che evidenzia quanto sia grave e serio lo stato di salute della democrazia nella nostra amata Italia.
E’ una lettera con la quale Le comunico, formalmente, le mie dimissioni dall’Ordine Giudiziario.
Lei non può nemmeno lontanamente immaginare quanto dolorosa sia per me tale decisione.
Sebbene l’Italia sia una Repubblica fondata sul lavoro – come recita l’art. 1 della Costituzione – non sono molti quelli che possono fare il lavoro che hanno sognato; tanti il lavoro non lo hanno, molti sono precari, altri hanno dovuto piegare la schiena al potente di turno per ottenere un posto per vivere, altri vengono licenziati come scarti sociali, tanti altri ancora sono cassintegrati. Ebbene, io ho avuto la fortuna di fare il magistrato, il mestiere che avevo sognato fin dal momento in cui mi iscrissi alla facoltà di Giurisprudenza dell’Università “Federico II” di Napoli, luogo storico della cultura giuridica. La magistratura ce l’ho nel mio sangue, provengo da quattro generazioni di magistrati. Ho respirato l’aria di questo nobile e difficile mestiere sin da bambino. Uno dei giorni più belli della mia vita è stato quando ho superato il concorso per diventare uditore giudiziario. Una gioia immensa che mai avrei potuto immaginare destinata a un epilogo così buio. E’ cominciata con passione, idealità, entusiasmo, ma anche con umiltà ed equilibrio, la missione della mia vita professionale, come in modo spregiativo la definì il rappresentante della Procura Generale della Cassazione durante quel simulacro di processo disciplinare che fu imbastito nei miei confronti davanti al Csm. Per me, esercitare le funzioni giudiziarie in ossequio alla Costituzione Repubblicana significava tentare di dare una risposta concreta alla richiesta di giustizia che sale dai cittadini in nome dei quali la Giustizia viene amministrata. Quei cittadini che – contrariamente a quanto reputa la casta politica e dei poteri forti – sono tutti uguali davanti alla legge. Del resto Lei, signor Presidente, che è il custode della Costituzione, ben conosce tali inviolabili principi costituzionali e mi perdoni, pertanto, se li ricordo a me stesso.
I modelli ai quali mi sono ispirato sin dall’ingresso in magistratura – oltre a mio padre, il cui esempio è scolpito per sempre nel mio cuore e nella mia mente – sono stati magistrati quali Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. Ed è nella loro memoria che ho deciso di sventolare anch’io l’agenda rossa di Borsellino, portata in piazza con immensa dignità dal fratello Salvatore. Ho sempre pensato che chi ha il privilegio di poter fare quello che sogna nella vita debba dare il massimo per il bene pubblico e l’interesse collettivo, anche a costo della vita. Per questo decisi di assumere le funzioni di Pubblico Ministero in una sede di trincea, di prima linea nel contrasto al crimine organizzato: la Calabria. Una terra da cui, in genere, i magistrati forestieri scappano dopo aver svolto il periodo previsto dalla legge e dove invece avevo deciso (ingenuamente) di restare.
Ho dedicato a questo lavoro gli anni migliori della mia vita, dai 25 ai 40, lavorando mai meno di dodici ore al giorno, spesso anche di notte, di domenica, le ferie un lusso al quale dover spesso rinunciare. Sacrifici enormi, personali e familiari, ma nessun rimpianto: rifarei tutto, con le stesse energie e il medesimo entusiasmo.
In questi anni difficili, ma entusiasmanti, in quanto numerosi sono stati i risultati raggiunti, ho avuto al mio fianco diversi colleghi magistrati, significativi settori della polizia giudiziaria, un gruppo di validi collaboratori. Ho cercato sempre di fare un lavoro di squadra, di operare in pool. Parallelamente al consolidarsi dell’azione investigativa svolta, però, si rafforzavano le attività di ostacolo che puntavano al mio isolamento, alla de-legittimazione del mio lavoro, alle più disparate strumentalizzazioni. Intimidazioni, pressioni, minacce, ostacoli, interferenze. Attività che, talvolta, provenivano dall’esterno delle Istituzioni, ma il più delle volte dall’interno: dalla politica, dai poteri forti, dalla stessa magistratura. Signor Presidente, a Lei non sfuggirà, quale Presidente del CSM, che l’indipendenza della magistratura può essere minata non solo dall’esterno dell’ordine giudiziario, ma anche dall’interno: ostacoli nel lavoro quotidiano da parte di dirigenti e colleghi , revoche e avocazioni illegali, tecniche per impedire un celere ed efficace svolgimento delle inchieste.
Ho condotto indagini nei settori più disparati, ma solo quando mi occupavo di reati contro la Pubblica amministrazione diventavo un cattivo magistrato.
Posso dire con orgoglio che il mio lavoro a Catanzaro procedeva in modo assolutamente proficuo in tutte le direzioni, come impone il precetto costituzionale dell’obbligatorietà dell’azione penale, corollario del principio di uguaglianza dei cittadini di fronte alla legge. La polizia giudiziaria lavorava con sacrifici enormi, perché percepiva che risultati straordinari venivano raggiunti. Le persone informate dei fatti testimoniavano e offrivano il loro contributo. Lo Stato c’era ed era visibile, in un territorio martoriato dal malaffare. Le inchieste venivano portate avanti tutte, senza insabbiamenti di quelle contro i poteri forti (come invece troppe volte accade). Questo modo di lavorare, il popolo calabrese – piaccia o non piaccia al sistema castale – lo ha capito, mostrandoci sostegno e solidarietà. Non è poco, signor Presidente, in una Regione in cui opera una delle organizzazioni mafiose più potenti del mondo. E che lo Stato stesse funzionando lo ha compreso bene anche la criminalità organizzata. Tant’è vero che si sono subito affinate nuove tecniche di neutralizzazione dei servitori dello Stato che si ostinano ad applicare la Costituzione Repubblicana.
Non so se Ella, Signor Presidente, condivide la mia analisi. Ma a me pare che – dopo la stagione delle stragi di mafia culminate nel 1992 con gli attentati di Capaci e di via D’Amelio e dopo la strategia della tensione delle bombe a grappolo in punti nevralgici del Paese nel 1993 – le mafie hanno preso a istituzionalizzarsi. Hanno deciso di penetrare diffusamente nella cosa pubblica,nell’economia, nella finanza. Sono divenute il cancro della nostra democrazia. Controllano una parte significativa del prodotto interno lordo del nostro paese, hanno loro rappresentanti nella politica e nelle Istituzioni a tutti i livelli, nazionali e territoriali. Nemmeno la magistratura e le forze dell’ordine sono rimaste impermeabili. Si è creata un’autentica emergenza democratica, da sconfiggere in Italia e in Europa.
Gli ostacoli più micidiali all’attività dei servitori dello Stato sono i mafiosi di Stato: quelli che indossano abiti istituzionali, ma piegano le loro funzioni a interessi personali, di gruppi, di comitati d’affari, di centri di potere occulto. Non mi dilungo oltre, perché credo che al Presidente della Repubblica tutto questo dovrebbe essere noto.
Ebbene oggi, Signor Presidente, non è più necessario uccidere i servitori dello Stato: si creerebbero nuovi martiri; magari, ai funerali di Stato, il popolo prenderebbe di nuovo a calci e sputi i simulacri del regime; l’Europa ci metterebbe sotto tutela. Non vale la pena rischiare, anzi non serve. Si può raggiungere lo stesso risultato con modalità diverse: al posto della violenza fisica si utilizza quella morale, la violenza della carta da bollo, l’uso illegale del diritto o il diritto illegittimo, le campagne diffamatorie della propaganda di regime, si scelga la formula che più piace.
Che ci vuole del resto, signor Presidente, per trasferire un magistrato perbene, un poliziotto troppo curioso, un carabiniere zelante, un finanziere scrupoloso, un prete coraggioso, un funzionario che non piega la schiena, o per imbavagliare un giornalista che racconta i fatti? E’ tutto molto semplice, quasi banale. Ordinaria amministrazione.
Per allontanare i servitori dello Stato e del bene pubblico, bisogna prima isolarli, delegittimarli, diffamarli, calunniarli. A questo servono i politici collusi, la stampa di regime al servizio dei poteri forti, i magistrati proni al potere, gli apparati deviati dello Stato.
La solitudine è una caratteristica del magistrato, l’isolamento è un pericolo. Ebbene, in Calabria, mentre le persone rispondevano positivamente all’azione di servitori dello Stato vincendo timori di ritorsioni, spezzando omertà e connivenze, pezzi significativi delle Istituzioni contrastavano le attività di magistrati e forze dell’ordine con ogni mezzo.
Quello che si è realizzato negli anni in Calabria sul piano investigativo è rimasto ignoto, in quanto la cappa esercitata anche dalla forza delle massonerie deviate impediva di farlo conoscere all’esterno. Il resto del Paese non doveva sapere. Si praticava la scomparsa dei fatti. Quando però le vicende sono cominciate a uscire dal territorio calabrese, l’azione di sabotaggio si è fatta ancor più violenta e repentina. Invece dello sbarco degli Alleati, c’è stato quello della borghesia mafiosa che soffoca la vita civile calabrese. L’azione dello Stato produceva risultati in termini di indagini, restituiva fiducia nelle Istituzioni, svelava i legami tra mafia “militare” e colletti bianchi, smascherava il saccheggio di denaro pubblico perpetrate da politici collusi, (im)prenditori criminali e pezzi deviati delle Istituzioni a danno della stragrande maggioranza della popolazione, scoperchiava un mercato del lavoro piegato a interessi illeciti, squadernava il controllo del voto e, quindi, l’inquinamento e la confisca della democrazia.
Sono cose che non si possono far conoscere, signor Presidente. Altrimenti poi il popolo prende coscienza, capisce come si fanno affari sulla pelle dei più deboli, dissente e magari innesca quella democrazia partecipativa che spaventa il sistema di potere che opprime la nostra democrazia. Una presa di coscienza e conoscenza poteva scatenare una sana e pacifica ribellione sociale.
Lei, signor Presidente, dovrebbe conoscere – sempre quale Presidente del CSM – le attività messe in atto ai miei danni. Mi auguro che abbia assunto le dovute informazioni su quello che accadeva in Calabria per fermare il lavoro che stavo svolgendo in ossequio alla legge e alla Costituzione. Avrà potuto così notare che è stata messa in atto un’attività di indebito esercizio di funzioni istituzionali al solo fine di bloccare indagini che avrebbero potuto ricostruire fatti gravissimi commessi in Calabria (e non solo) da politici di destra, di sinistra e di centro, da imprenditori, magistrati, professionisti, esponenti dei servizi segreti e delle forze dell’ordine. Tutto ciò non era tollerabile in un Paese ad alta densità mafiosa istituzionale. Come poteva un pugno di servitori dello Stato pensare di esercitare il proprio mandato onestamente applicando la Costituzione? Signor Presidente, Lei – come altri esponenti delle Istituzioni – è venuto in Calabria, ha esortato i cittadini a ribellarsi al crimine organizzato e ad avere fiducia nelle Istituzioni. Perché, allora, non è stato vicino ai servitori dello Stato che si sono imbattuti nel cancro della nostra democrazia, cioè nelle più terribili collusioni tra criminalità organizzata e poteri deviati? Non ho mai colto alcun segnale da parte Sua in questa direzione, anzi. Eppure avevo sperato in un Suo intervento, anche pubblico: ero ancora nella fase della mia ingenuità istituzionale. Mi illudevo nella neutralità, anzi nell’imparzialità dei pubblici poteri. Poi ho visto in volto, pagando il prezzo più amaro, l’ingiustizia senza fine.
Sono stato ostacolato, mi sono state sottratte le indagini, mi hanno trasferito, mi hanno punito solo perché ho fatto il mio dovere, come poi ha sancito l’Autorità Giudiziaria competente. Ma intanto l’obiettivo era stato raggiunto, anche se una parte del Paese aveva e ha capito quel che è accaduto, ha compreso la posta in gioco e me l’ha testimoniato con un affetto che Lei non può nemmeno immaginare. Un affetto che costituisce per me un’inesauribile risorsa aurea.
Ho denunciato fatti gravissimi all’Autorità giudiziaria competente, la Procura della Repubblica di Salerno: me lo imponeva la legge e prima ancora la mia coscienza. Magistrati onesti e coraggiosi hanno avuto il solo torto di accertare la verità, ma questa ancora una volta era sgradita al potere. E allora anche loro dovevano pagare, in modo ancora più duro e ingiusto: la lezione impartita al sottoscritto non era stata sufficiente. La logica di regime del “colpirne uno per educarne cento” usata nei miei confronti non bastava ancora a scalfire quella parte della magistratura che è l’orgoglio del nostro Paese. Ci voleva un altro segnale forte, proveniente dalle massime Istituzioni, magistratura compresa: la ragion di Stato (ma quale Stato, signor Presidente?) non può tollerare che magistrati liberi, autonomi e indipendenti possano ricostruire fatti gravissimi che mettono in pericolo il sistema criminale di potere su cui si regge, in parte, il nostro Paese.
Quando la Procura della Repubblica di Salerno – un pool di magistrati, non uno “antropologicamente diverso”, come nel mio caso – ha adottato nei confronti di insigni personaggi calabresi provvedimenti non graditi a quei poteri che avevano agito per distruggermi, ecco che il circuito mediatico-istituzionale, ai più alti livelli, ha fatto filtrare il messaggio perverso che era in atto una “lite fra Procure”, una guerra per bande. Una menzogna di regime: nessuna guerra vi è stata, fra magistrati di Salerno e Catanzaro. C’era invece semplicemente, come capirebbe anche mio figlio di 5 anni, una Procura che indagava, ai sensi dell’art. 11 del Codice di procedura penale, su magistrati di un altro distretto. E questi, per ostacolare le indagini, hanno a loro volta indagato i colleghi che indagavano su di loro, e me quale loro istigatore. Un mostro giuridico. Un’aberrazione di un sistema che si difende dalla ricerca della verità, tentando di nascondersi dietro lo schermo di una legalità solo apparente.
Questa menzogna è servita a buttare fuori dalle indagini (e dalla funzioni di Pm) tre magistrati di Salerno, uno dei quali lasciato addirittura senza lavoro. Il messaggio doveva essere chiaro e inequivocabile: non deve accadere più, basta, capito?!
Signor Presidente, io credo che Lei in questa vicenda abbia sbagliato. Lo affermo con enorme rispetto per l’Istituzione che Lei rappresenta, ma con altrettanta sincerità e determinazione. Ricordo bene il Suo intervento – devo dire, senza precedenti – dopo che furono eseguite le perquisizioni da parte dei magistrati di Salerno. Rimasi amareggiato, ma non meravigliato.
Signor Presidente, questo sistema malato mi ha di fatto strappato di dosso la toga che avevo indossato con amore profondo. E il fatto che non mi sia stato più consentito di esercitare il mestiere stupendo di Pubblico ministero mi ha spinto ad accettare un’avventura politica straordinaria. Un’azione inaccettabile come quella che ho subìto può strapparmi le amate funzioni, può spegnere il sogno professionale della mia vita, può allontanarmi dal mio lavoro, ma non può piegare la mia dignità, nè ledere la mia schiena dritta, nè scalfire il mio entusiasmo, nè corrodere la mia passione e la volontà di fare qualcosa di utile per il mio Paese.
Nell’animo, nel cuore e nella mente, sarò sempre magistrato.
Nella Politica, quella con la P maiuscola, porterò gli stessi ideali con cui ho fatto il magistrato, accompagnato dalla medesima sete di giustizia, i miei ideali e valori di sempre (dai tempi della scuola) saranno il faro del nuovo percorso che ho intrapreso. Darò il mio contributo affinchè i diritti e la giustizia possano affermarsi sempre di più e chi soffre possa utilizzarmi come strumento per far sentire la sua voce.
E’ per questo che, con grande serenità, mi dimetto dall’Ordine giudiziario, dal lavoro più bello che avrei potuto fare, nella consapevolezza che non mi sarebbe più consentito esercitarlo dopo il mandato politico. Lo faccio con un ulteriore impegno: quello di fare in modo che ciò che è successo a me non accada mai più a nessuno e che tanti giovani indossino la toga non con la mentalità burocratica e conformista magistralmente descritta da Piero Calamandrei nel secolo scorso, come vorrebbe il sistema di potere consolidato, ma con la Costituzione della Repubblica nel cuore e nella mente.

*(Europarlamentare IDV)

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