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Antimafia Duemila – Gioacchino Genchi: legittima difesa

Antimafia Duemila – Gioacchino Genchi: legittima difesa.

di Giorgio Bongiovanni – 27 marzo 2009
Non si fermano gli attacchi contro il consulente delle procure Gioacchino Genchi. Al contrario, lo dimostrano i fatti, aumentano di pari passo con le prese di posizione di quella parte di società civile che ha compreso la natura delle violente aggressioni perpetrate contro di lui e che in diversi modi si sta ribellando.
Il montare della rete con numerosi interventi alla diffida del Dipartimento della Pubblica Sicurezza, le reazioni seguite alla sospensione dal servizio della Polizia di Stato, le manifestazioni in suo sostegno si contrappongono ad una vera e propria persecuzione mediatico–politico–giudiziaria basata sul nulla giuridico, così come dimostrano le indagini condotte dalla procura di Salerno. E messa in atto da quegli stessi soggetti che stavano emergendo nelle inchieste del Dott. De Magistris – del quale Genchi era consulente – perfettamente inseriti nel quadro di una nuova gestione del potere nel nostro Paese.
Lo stesso De Magistris la aveva definita la nuova P2, molto più pericolosa e organizzata della prima, mentre un filo sottile sembra collegare le indagini di oggi alle stragi di ieri. Quelle del 1992 in cui persero la vita Giovanni Falcone, Francesca Morvillo, Paolo Borsellino e gli uomini delle loro scorte sul cui sangue, come già ebbe a dire il Dott. Antonio Ingroia, è nata la nostra seconda Repubblica.
“Ciò che si sta compiendo – ha recentemente dichiarato Fabio Repici, avvocato di Gioacchino Genchi – è la prosecuzione di una strategia di delegittimazione nei confronti del dr. Genchi, quale funzionario di polizia e consulente dell’A.g., che trova ragione nei fondamentali accertamenti fatti dal dr. Genchi sulla strage di via D’Amelio del 19 luglio 1992”.
E a rafforzare la bontà di quelle parole gli attacchi seguiti alle ultime fughe di notizie – unico vero reato, sul quale nessuno ha ritenuto di approfondire – sugli esiti delle perquisizioni ordinate lo scorso 13 marzo ai carabinieri del Ros di Roma. Nell’ambito di un’indagine a carico del consulente, basata su una serie di accuse per fatti per i quali un’altra procura, quella di Salerno, lo aveva definito persona offesa.
Il fantomatico “archivio Genchi”, si legge da notizie di agenzia, “non riguarda più solo le due indagini di Catanzaro, ma tutti i numerosi procedimenti penali di cui il consulente si è occupato”. Cosa che già ha spinto alcuni rappresentanti delle istituzioni, tra cui il vicepresidente del Copasir, il senatore del Pdl Vincenzo Esposito, a chiedere che a Genchi vengano tolti automaticamente tutti gli incarichi che la magistratura gli ha affidato.
Un’affermazione grave e in particolare se si considera – la stampa ha omesso di specificarlo – che nel corso della perquisizione del 13 marzo i Carabinieri del Ros avrebbero illecitamente sequestrato non solo tutti i dati delle indagini giudiziarie partecipate dal consulente (quindi non soltanto quelle relative a Why Not), ma anche materiale riguardante indagini in corso. Indagini delicatissime che qualcuno potrebbe essere interessato a fermare. Così come sono stati fermati Luigi De Magistris, Clementina Forleo, Luigi Apicella, Gabriella Nuzzi, Dionigio Verasani e altri magistrati della procura di Salerno.
Cosa c’è in quelle carte forse non lo sapremo mai, ma ciò che è sotto gli occhi di tutti è il lavoro che Gioacchino Genchi ha già svolto per innumerevoli procure in anni di innumerevoli processi sin dai tempi di Falcone e Borsellino. Contribuendo a risolvere processi di mafia, ‘Ndrangheta, Camorra, omicidio, rapina, strage. Registrando una serie di successi investigativi di fondamentale importanza per la Giustizia del nostro Paese, tanto da essere considerato negli ambienti giudiziari il massimo esperto nel settore di sua competenza.

Non c’è pace senza giustizia

Da http://www.19luglio1992.com/index.php?option=com_content&view=article&id=1088:non-ce-pace-senza-giustizia&catid=2:editoriali&Itemid=4:

Scritto da Salvatore Borsellino

Si avvicina il 17° anniversario della strage di Via D’Amelio, 17 lunghi anni nel corso dei quali si sono alternati in me sentimenti assolutamente contrastanti.
Prima l’esaltazione per quella che sembrava essere la reazione della coscienza civile a fronte di quelle due stragi così terribili e così riavvicinate.
Quella reazione che aveva portato la gente, ai funerali dei ragazzi di Paolo, a cacciare a spintoni, a pugni, a schiaffi, tutti i politici che si disputavano i primi posti davanti a quelle bare. I primi posti, la dove potevano essere meglio ripresi dalle televisioni accorse da tutto il mondo per un evento così tragico come l’assassinio di due giudici, che tutto il mondo conosceva, a distanza di soli 57 giorni…

Non importava che quelle bare fossero quasi vuote, non importava che le madri, i padri, i fratelli di quei ragazzi dovessero stare dietro a quella fila di avvoltoi con le loro facce compunte da occasione. Erano quelle stesse madri a cui la madre di Paolo aveva voluto baciare le mani una per una dicendo loro che avevano dato la vita dei loro figli per suo figlio. Ma per quegli avvoltoi quelli erano solo carne da macello, da mandare, indifesi, a far da scorta ad un giudice indifeso, anzi ad un giudice posto volutamente sotto l’obiettivo dei suoi assassini. Carne da macello per cui perdere il tempo di una messa, di un funerale, e poi da dimenticare, al massimo con la ricompensa, per chi aveva avuto la fortuna di morire, di una medaglia d’oro alla memoria. E di un indennizzo, come se si potesse indennizzare la perdita di un figlio, di un fratello, mandato a morire solo perché, per i “superiori interessi dello Stato”, si era deciso che con quello che prima era il nemico da combattere si doveva invece ora trattare, stabilire una modalità di convivenza e di spartizione del potere.
Ma nonostante un cordone di 4000 poliziotti fatti venire apposta da fuori della Sicilia perché nessuno dei compagni di quei ragazzi si sarebbe prestato a farlo, quei poliziotti non avevano potuto, o non avevano voluto, fare da schermo a chi non meritava di essere difeso e quel funerale stava per trasformarsi in un linciaggio.
Poi i funerali di Paolo, con la gente che si accalcava, che cercava almeno di toccare la bara del suo giudice, che gridava “Paolo, Paolo, Paolo” con un urlo unico, continuato che faceva paura a chi doveva fare paura e che riempiva invece di speranza i cuori delle persone oneste. Che faceva credere che quel sogno per cui Paolo era morto si potesse ora realizzare grazie a quella massa di gente che dopo la morte di Paolo aveva trovato la forza di ribellarsi.
Poi i lenzuoli, appesi ai balconi di Palermo, quei lenzuoli che volevano dire “io, che abito qui, con questo nome, con i miei figli, con la mia famiglia, non ho paura di questi criminali e voglio combatterli, Paolo mi ha dato il coraggio di farlo”.
Sembrava una promessa, la promessa di realizzare tutti insieme quel sogno per cui Paolo e i suoi ragazzi avevano dato la vita.
Poi la illusoria risposta dello Stato, i detenuti per mafia trasportati a Pianosa e all’Asinara, il 41 bis, le leggi speciali. Illusioni, solo illusioni.
Non c’è mai stata in Italia una volontà autonoma dello Stato di combattere la criminalità organizzata e questa lotta è sempre venuta sulla spinta di singoli settori dello Stato, di singoli uomini, magistrati, poliziotti, giornalisti, sindacalisti, che proprio per la loro solitudine sono stati additati alla vendetta di chi poteva così ben credere che eliminando loro quella reazione dello stato si sarebbe affievolita fino a spegnersi, o sino alla prossima strage. E con le stragi, da Portella della Ginestra in poi, sono stati pilotati gli equilibri politici in Italia, stragi di Stato. Stragi senza movente apparente, senza mandanti inchiodati alle loro responsabilità, solo qualche volta con degli esecutori processati e condannati. Ai quali però i tanti depistaggi e le complicità all’interno dei servizi deviati dello Stato sono spesso riusciti ad assicurare dorate latitanze in paesi lontani.
Poi i collaboratori di giustizia, i processi. Uno di questi, Scarantino, che si autoaccusa del furto dell’auto che venne imbottita di tritolo, poi ritratta, poi riconferma ancora. Arrivano le condanne e gli ergastoli per i vertici dell’associazione mafiosa e per i tanti che hanno collaborato all’organizzazione della strage.
Ma manca qualcosa. Non si sa, o non si vuole sapere, da dove è stato azionato il detonatore che ha innescato l’esplosione in Via D’Amelio, non si sa, o non si vuole sapere chi, a quale organizzazione appartenesse, chi lo ha azionato, non si sa o non si vuole sapere da dove sono partite tutte una serie di telefonate da cellulari clonati e in uso sia a componenti della criminalità organizzata che ad appartenenti a dei servizi dello Stato che, solo per carità di patria, possiamo chiamare deviati.
C’è chi lo sa e, grazie alla sue tecniche avanzatissime e al software da lui stesso sviluppato e di cui dispone è in grado di dimostrarlo in base soltanto all’incrocio di dati prelevati da tabulati telefonici. Non da intercettazioni, ma dai dati relativi al semplice traffico telefonico ed alle celle che hanno gestito questo traffico. Si chiama Gioacchino Genchi, un vicequestore della polizia in aspettativa, che ha collaborato con le procure di tutta Italia e le cui consulenze hanno permesso di assicurare alla giustizia centinaia di criminali. Ma proprio per questo, per queste sue capacità, deve essere eliminato. Eliminato non con il tritolo, ma come si fa oggi, con metodi che non richiedono poi la necessaria reazione dello Stato per tacitare l’opinione pubblica. Con gli stessi metodi che sono stati adoperati per Luigi De Magistris, per Clementina Forleo, Luigi Apicella, cioè con la delegittimazione, con la condanna da parte di un CSM ormai asservito ed organico al potere e la rimozione dall’incarico e dalle funzioni. Cioè con la morte civile, con un metodo talmente ignominioso che oggi mi fa pensare che è meglio che Paolo sia stato ucciso con il tritolo piuttosto che in questa maniera. Se si fossero seguite le intuizioni di Genchi, che due ore dopo la strage del 1992 andò a bussare alla porta del Castello Utveggio per identificare le numerose persone che quel pomeriggio, un pomeriggio di domenica, vi si trovavano oggi i mandanti di quella strage sarebbero in carcere piuttosto che occupare le più alte posizioni nelle gerarchie istituzionali. Ma quei processi non sono stati fatti e non si devono fare ed è per questo che Gioacchino Genchi deve essere eliminato e non per un fantomatico archivio illecito che non esiste, composto infatti solo da tabulati telefonici legittimamente acquisiti su incarico delle procure e poi restituiti alla conclusione delle indagini ad essi relativi. Gli assassini o i loro complici hanno pensato a tutto, a quasi tutto, hanno pensato a proibire o rendere impossibili le intercettazioni ma hanno dimenticato un particolare, quello che può essere rivelato dalla tracciatura del traffico telefonico, ed ora sono costretti a uscire allo scoperto e ritornare sulla scena del delitto per fare sparire anche questa ultima traccia dimenticata. O almeno la possibilità di utilizzarla.
Si sa chi ha prelevato la borsa di cuoio di Paolo dalla sua macchina ancora in fiamme. Si sa perché esistono delle fotografie che lo ritraggono mentre si allontana tranquillamente con quella borsa in mano, ma non si sa, o non si vuole sapere, a chi ha consegnato quella borsa e da chi è stata sottratta l’Agenda Rossa che vi era contenuta. Una agenda nella quale Paolo annotava tutte le confessioni dei collaboratori di giustizia, le rivelazioni sulle infiltrazioni della criminalità organizzata all’interno dello Stato e le sue riflessioni di quei giorni tremendi in cui continuava a dire “devo fare in fretta, devo fare in fretta”. In fretta, perché sapeva che sarebbe stato ucciso anche lui. Si sa, ma non si deve sapere, chi erano “alfa” e “beta”, due nomi ai quali fa riferimento Paolo in un’ intervista fatta con due giornalisti francesi poco prima di essere ucciso e che è quasi un testamento, un messaggio a futura memoria, ma che proprio per questo non può essere vista, non deve essere vista, se non da quelli che caparbiamente la vanno a cercare su quello che ci è rimasto come ultimo baluardo di libertà in Italia: la rete. E su quello che non si sa, che non si può sapere, che non si deve sapere, i processi non riescono ad andare avanti, vengono bloccati, vengono depositate delle richieste di archiviazione con le quali gli stessi PM che stavano conducendo le indagini non sono d’accordo ma che vengono forzate da capi delle procure messi nel posto giusto al momento giusto o perché si trovassero in quel posto al momento giusto. E i giudici che vogliono arrivare sino in fondo, quelli che vogliono arrivare alla verità che non si deve sapere sono costretti a trasferirsi. Si sa che Paolo il 1° Luglio del 1992, mentre interrogava Gaspare Mutolo, fu chiamato dal ministro Mancino al Viminale, si sa perché fu lui stesso a dirlo, disse: “Mi ha telefonato il ministro, manco due ore e poi torno”. Si sa perché la sera annotò sulla sua agenda grigia nella pagina di quel giorno, alle ore 19:30 un nome: Mancino. Si sa perché il procuratore Aliquò lo accompagnò sin sulla porta e lo vide entrare nella stanza del ministro. Si sa. Ma non si deve sapere, non si deve sapere di come Paolo sia rimasto sconvolto dalla comunicazione che doveva fermare le sue indagini, i suoi colloqui con i pentiti, perché lo Stato aveva deciso di scendere a patti con la mafia. E allora, pur di non farlo sapere si ricorre a pretese amnesie, a puerili esibizioni di calendarietti vuoti, a sostenere ignobilmente di non conoscere Paolo Borsellino, un giudice il cui viso in quei giorni era noto a tutti gli italiani, ma non evidentemente al Ministro dell’Interno che non ricorda di avere stretto, tra tante altre, anche quella mano. Per anni, per sette lunghi anni a fronte del muro di gomma contro cui si scontrava la mia ricerca di Giustizia e di Verità non sono riuscito più a parlare non ho più trovato quella forza che mi spingeva a portare ai giovani, soprattutto i giovani, nei quali Paolo riponeva la sua fiducia nel futuro, come scrisse in una lettera nell’ultimo giorno della sua vita, il messaggio mio fratello. Poi, dopo un viaggio di 800 chilometri a piedi sino a Santiago, fatto idealmente insieme a lui, quando “il puzzo del compromesso morale, della indifferenza, della contiguità e quindi della complicità” che ormai ammorbava l’aria nel nostro paese mi ha fatto capire che mai più sarei riuscito a sentire quel “fresco profumo di libertà” che Paolo aveva sognato fino all’ultimo istante della sua vita, la rabbia che giorno per giorno cresceva dentro di me non mi permise più di tacere. Capii che le cose dovevano essere chiamate con il loro nome, che la gente non poteva non sapere, non poteva continuare a credere che Paolo fosse stato un servitore dello Stato ucciso dall’antistato, dalla mafia. Doveva sapere che quello che era avvenuto il 19 luglio del 1992 non era altro che una strage di Stato. La gente doveva sapere che non c’erano più, forse non c’erano mai stati Stato e antistato, ma l’uno era ormai così saldamente radicato all’interno dell’altro da averne corrotto ogni meccanismo, da renderli ormai indistinguibili. Il disegno che era già partito alla fine degli anni ’80 e che aveva avuto come epilogo le stragi del ’92 aveva fatto nascere una seconda Repubblica fondata sul sangue di quelle stragi. E una repubblica fondata sul sangue, nata da una scellerata trattativa tra mafia e Stato per cui delle vite avevano dovuto essere sacrificate, fondata su un disegno criminale, mantenuta in vita da chi sa e non parla, da chi è complice o ispiratore ed è divenuto intoccabile, non può che avere la terribile deriva verso cui siamo avviati. Uno Stato in cui la giustizia viene imbavagliata o asservita al potere, in cui si vilipende la Costituzione e se ne disattendono i dettami, in cui si fa scempio della divisione dei poteri che ne costituisce il cardine, in cui si scatenano volutamente dei conflitti istituzionali senza precedenti, si pretende di governare liberi da ogni vincolo e da ogni controllo, si pretende di concentrare nel potere esecutivo ogni altro potere, si cancellano le decisioni della magistratura e si scatena un conflitto col capo dello Stato al solo scopo di consolidare il proprio potere anche se questo significa ferire nel profondo del proprio animo un padre, uno come potrebbe essere uno qualsiasi di noi che ha preso l’unica decisione che poteva prendere per rispetto della persona che un giorno era stata sua figlia. Oggi questa rabbia che ogni giorno mi cresce dentro e che non mi permette più di provare delusioni e subire scoraggiamenti, è quella che mi tiene vivo. E pure a fronte dello stesso muro di gomma contro il quale continuano a rimbalzare i miei colpi, oggi dai tanti sprazzi di luce che ogni tanto illuminano la scena di quella strage e ne delineano in qualche maniera i contorni, non è morta dentro di me la speranza che, se non io, i miei figli, tutti i giovani di oggi a cui è stato sottratto quella persona così semplice e così grande quale era Paolo Borsellino, possano arrivare a vedere vincere la Giustizia e conoscere la verità. E’ vero, la nostra Repubblica non è mai stata così vicina all’orlo di un baratro di cui non si conosce il fondo, ma tra i giovani ci sono tante forze vive che non si faranno soggiogare come purtroppo ha fatto la mia generazione, non accetteranno di essere un popolo di schiavi e di servi che accettano di essere tenuti con la testa bassa sotto il tacco di chi sta sovvertendo i fondamenti della nostra Repubblica. Oggi, sulle tenebre che ancora avvolgono la strage di Via D’Amelio, dei lampi di luce riescono a fare meglio intravedere quello che ancora non si era mai riuscito a vedere. Se le rivelazioni di un nuovo collaboratore di giustizia, Spatuzza, non portano nessun elemento nuovo tanto da far credere che Scarantino non fosse altro che un cavallo di troia introdotto nel processo di quella strage proprio per potere poi arrivare ad una revisione, il “processo nascosto”, quello che si sta svolgendo a Palermo e in cui sono imputati Mori o Obinu può portare, grazie alle rivelazioni fatte da Massimo Ciancimino, il figlio di Don Vito, dei fondamentali elementi di verità. In particolare sul fatto che la “trattativa” ci fu, Massimo Ciancimino ne è addirittura testimone oculare e parte attiva come corriere del padre, che iniziò dopo la strage di Capaci e non dopo la strage di Via D’Amelio come hanno sempre sostenuto i Ros, e che Don Vito Ciancimino volle essere sicuro che ne fossero informate le Istituzioni ed al livello più alto, al livello del ministro dell’Interno: Mancino. Ora per lui, che fu assegnato a quel posto d’urgenza, spostando ad altro incarico il precedente ministro, Scotti, diventa sempre più difficile tacere. Io non avrò pace finche non sarà fatta Giustizia. E finché non sarà fatta Giustizia non darò pace a chi sa e non vuole ricordare, a chi è complice e non confessa, a chi è ispiratore o mandante e non può essere processato.

SALVATORE BORSELLINO

I volti senza nome di Via D’Amelio

Da http://www.19luglio1992.com/index.php?option=com_content&view=article&id=1039:i-volti-senza-nome-di-via-damelio&catid=2:editoriali&Itemid=4:

Scritto da Pietro Orsatti (da LEFT)

Massimo Ciancimino e Gaspare Spatuzza ricostruiscono nuovi scenari sulla strage. Quando incominciò la trattativa fra lo Stato e Cosa nostra? Prima di quanto ipotizzato finora
di Pietro Orsatti (su left 3, 23 gennaio 2009)

Via D’Amelio, luogo della strage del 19 luglio 1992 dove persero la vita Paolo Borsellino e i componenti della sua scorta, da Castel Utveggio si vede proprio bene. È ormai “verità” processuale (riportata nelle sentenze del processo Borsellino bis) che il Sisde vi avesse impiantato da tempo una sede sotto copertura. E il 19 luglio 1992, una classica domenica estiva palermitana, Castel Utveggio, da quello che è emerso dalle indagini successive, è in piena attività. Pochi secondi dopo la strage, proprio da qui parte una telefonata che raggiunge Bruno Contrada, al tempo capo del Sisde a Palermo. La chiamata arriva dal telefono intestato a Paolo Borsellino. Si tratta, evidentemente, di un’utenza clonata. Da chi? Mistero. E ancora. Di solito il castello è deserto la domenica, figuriamoci a luglio. Ufficialmente era solo la sede di una scuola di formazione per manager aziendali. Quella domenica, però, nel castello c’è “movimento”. Tanto movimento. Troppo. E andiamo avanti. Lorenzo Narracci, al tempo funzionario del Sisde a Palermo, riceve una telefonata da Contrada 80 secondi dopo l’esplosione dell’autobomba. Per intenderci, poco più di un minuto dopo l’esplosione il Sisde è già pienamente operativo, mentre la polizia ancora arranca per capire cosa sia successo e persino dove. Narracci non è sconosciuto agli investigatori che stanno seguendo l’inchiesta sulla strage di Capaci, e risulta infatti titolare di un numero di cellulare annotato su un biglietto rinvenuto proprio sul luogo dove gli assassini di Falcone azionarono il telecomando che innescò il tritolo lungo l’autostrada fra Punta Raisi e Palermo. Su come sia finito il numero di telefono di un funzionario dei servizi italiani proprio nella casupola utilizzata da Cosa nostra per dare via all’attentato di Capaci c’è un altro funzionario della Polizia che, sempre dagli atti processuali, racconta di essersi perso lui, durante il sopralluogo, il biglietto con il numero. Comunque una vicenda che allarma, se non altro per la leggerezza con cui un’utenza di un agente circolasse con tale facilità e mancanza di riservatezza.

A seguire questa pista è Gioacchino Genchi, all’epoca dirigente della Polizia di Stato a Palermo con l’incarico di direttore della zona telecomunicazioni del ministero dell’Interno per la Sicilia occidentale. Genchi, per chi si occupa di inchieste giudiziarie, non è uno sconosciuto. Lo scorso anno, per esempio, è salito alle cronache come l’uomo chiave dell’inchiesta “Why not” condotta dal pm Luigi De Magistris a Catanzaro. Insomma, quantomeno uno che di telefoni ne capisce. Il giorno stesso della strage di via D’Amelio, Genchi compie un sopralluogo sul monte Pellegrino presso il castello Utveggio insieme al capo della Mobile La Barbera. La sentenza del processo Borsellino bis riporta, testualmente: «Il dr. Genchi ha chiarito che l’ipotesi che il commando stragista potesse essere appostato nel castello Utevggio era stata formulata come ipotesi di lavoro investigativo che il suo gruppo considerava assai utile per ulteriori sviluppi; essa tuttavia era stata lasciata cadere da chi conduceva le indagini al tempo». Elementi, quelli accolti dalla Corte e presentati dall’investigatore, davvero inquietanti. Utenze clonate, rete di comunicazioni lungo il percorso per via D’Amelio operativa da giorni, intrecci fra pezzi di Stato e “altro”. «Nel castello aveva sede un ente regionale il C.e.r.i.s.d.i., dietro il quale avrebbe trovato copertura un organo del Sisde – si legge nella sentenza -. La circostanza era stata negata dal Sisde che aveva così esposto ancor più gli uomini del gruppo investigativo costituito per indagare sulla strage». Genchi punta la sua attenzione sul castello per una ragione specifica. Trascrizione letterale della sua deposizione alla Corte di Caltanissetta: «Rilevo che il cellulare di Scaduto, un boss di Bagheria condannato all’ergastolo fra l’altro per l’omicidio di Ignazio Salvo che aveva tutta una serie di strani contatti con una serie di utenze del gruppo La Barbera. Cioè, del gruppo degli altofontesi, di cui parlavo anche in relazione a quei contatti con esponenti dei servizi segreti, rilevo che questa utenza aveva pure contatti con il C.e.r.i.s.d.i. Quindi, questo C.e.r.i.s.d.i. mi ritorna un po’ come punto di triangolazione». Genchi prosegue raccontando di una strana telefonata che arriva al castello nei giorni che precedono la strage. «C’è pure una telefonata, se ricordo bene, mi pare… di Scotto al C.e.r.i.s.d.i. Ovviamente, non so, avrà fatto un corso di eccellenza, perché là preparano manager, non so, avrà avuto le sue ragioni per telefonare». Scotto chi è? C’è un certo Pietro Scotto, dipendente della società di servizi telefonici Elte, che ha un fratello, Gaetano, sospetto mafioso appartenente alla famiglia di Cosa nostra del rione Acquasanta di Palermo. è proprio Gaetano a mettersi in contatto con utenze del C.e.r.i.s.d.i. nei mesi precedenti l’attentato. Una coincidenza? E chi ha messo in atto l’intercettazione dei telefoni dei familiari di Paolo Borsellino residenti in via D’Amelio? Comunque, nonostante Genchi individui da subito tutte queste connessioni, viene trasferito a indagini ancora in corso, e con lui anche La Barbera.

Andiamo ai giorni che precedono l’attentato. Si segnala nella sentenza del processo «la testimonianza di un agente Dia che si era trovato a fare da autista a Borsellino subito dopo l’interrogatorio di Mutolo, lo aveva trovato sconvolto e gli aveva sentito pronunciare nel corso di una conversazione telefonica la frase “Adesso noi abbiamo finito. Adesso la palla passa a voi”. Le telefonate erano dirette verosimilmente al procuratore Vigna e al procuratore Tinebra (procuratore di Caltanissetta, ndr) che aveva appena iniziato a indagare su Capaci». È il primo luglio. Di quella giornata c’è traccia autografa di Paolo Borsellino. Una pagina di un’agenda, grigia. Non parliamo di quella rossa, dalla quale il giudice non si separava mai, e scomparsa sul luogo dell’attentato (nell’agenda rossa Borsellino aveva iniziato a scrivere tutto ciò che accadeva dal giorno di Capaci. Come ha affermato Genchi «qualcuno si è fatto un’assicurazione»). Torniamo all’altra agenda, quella grigia, fortunatamente ancora in mano ai familiari. Vi è riportato l’incontro fra il magistrato e il ministro degli Interni. Il primo luglio è il giorno di insediamento di Nicola Mancino, che però nega di aver avuto un incontro con il magistrato. Tuttavia proprio nei giorni scorsi, l’attuale vicepresidente del Csm ha affermato: «Quel giorno ho stretto tante mani. Non ricordo Borsellino, ma non escludo di poterlo aver incontrato».

Un nuovo spiraglio lo ha aperto Massimo Ciancimino. Racconta che la trattativa, quella che portò poi al famoso “papello” di Totò Riina con le richieste allo Stato da parte di Cosa nostra, non iniziò mesi dopo la strage di via D’Amelio, ma nei primi di giugno, ovvero nel periodo in cui il pm stava scavando sui mandanti ed esecutori dell’omicidio del suo amico e collega Giovanni Falcone avvenuto a maggio. Sempre secondo Ciancimino, protagonisti di questa trattativa sarebbero stati il capo dei Ros dei carabinieri Mario Mori, Vito Ciancimino (e lo stesso Massimo che è colui, per sua stessa ammissione, che ha il primo contatto con l’Arma), Totò Riina dal suo covo da latitante e il medico della mafia, il boss Antonino Cinà. Non solo, Ciancimino racconta che i contatti iniziali con i vertici di Cosa nostra avvenivano attraverso Cinà ma che il “papello”, ovvero le proposte di Riina allo Stato, non fu consegnato a Vito Ciancimino dal medico della mafia, ma da “una persona distinta” il cui nome per ora è coperto da omissis. Un altro colletto bianco? O un soggetto terzo?

Questo elemento crea il sospetto che una delle motivazioni alla base dell’accelerazione dei preparativi (se non della decisione) dell’omicidio Borsellino, sia da cercare nel probabile rifiuto da parte del giudice di accettare la trattativa. Quasi a fare da “sponda” e a mettere in discussione le poche verità emerse dai vari processi sul 19 luglio 1992, è apparso non un nuovo pentito ma un soggetto dichiarante. Che si autoaccusa di essere colui che ha rubato per la mafia la 126 utilizzata poi come autobomba a via d’Amelio. Si tratta di Gaspare Spatuzza, uno dei killer di padre Puglisi, che con le sue dichiarazioni ha rimesso in discussione alcuni dei fondamenti del processo, aprendo di conseguenza la possibilità di una revisione. Anche nelle sue dichiarazioni emerge un “uomo senza nome”. Consegna, infatti, la 126 ad alcuni mafiosi di sua conoscenza ma alla presenza di un altro uomo, sconosciuto, che lui ritiene “estraneo”. Un altro volto invisibile, senza nome, da sommare a quella che comincia a sembrare una folla di anonimi onnipresenti, amnesie, documenti scomparsi, trasferimenti affrettati di investigatori a indagini aperte, archiviazioni, funzionari infedeli, telefoni clonati. Spettatori, protagonisti, comparse, componenti che si sono dati appuntamento alle 16,58 e 20 secondi del 19 luglio 1992.

Viminale, il mistero del 1° luglio 1992

Da http://www.19luglio1992.com/index.php?option=com_content&view=article&id=1037:viminale-il-mistero-del-1d-luglio-1992&catid=2:editoriali&Itemid=4:

Scritto da Donato De Sena

Le testimonianze di Salvatore Borsellino, le accuse di Ciancimino jr, i vuoti di Mancino, un cambio repentino di Ministri, le carte dei processi. Dietro una data si nasconde uno dei più grandi misteri italiani degli ultimi decenni


“Escludo in maniera netta e categorica che lo Stato abbia trattato con esponenti della mafia: nessuno dei vertici delle Forze di Polizia me ne parlò nè chiese il mio parere, che sarebbe stato decisamente negativo, sull’apertura di una trattativa con la malavita organizzata, che negli anni Novanta era pericolosa, violenta e stragista”. L’attuale vicepresidente del Consiglio Superiore della Magistratura, Nicola Mancino, già Ministro ai tempi della Democrazia Cristiana, successivamente Presidente del Senato durante l’esperienza di governo del centrosinistra ’96-2001, si difende con una lettera all’Espresso dalle accuse lanciate dal settimanale pochi giorni fa. Secondo quanto scritto in un articolo firmato da Giuseppe Lo Bianco e Sandra Rizza “nei 56 giorni che separarono l’attentato a Giovanni Falcone da quello a Paolo Borsellino, l’allora Ministro degli Interni Mancino sarebbe venuto a sapere che pezzi dello Stato avevano intavolato una trattativa con Cosa Nostra per far cessare il terrorismo mafioso, in cambio di alcune concessioni legislative: prime fra tutte la revisione del maxiprocesso. Sarebbe stato uno dei protagonisti di quel negoziato, Vito Ciancimino, a chiedere alcune garanzie istituzionali, tra cui quella che Mancino venisse informato”. L’autore delle nuove rivelazioni ai pm di Palermo è Massimo Ciancimino, ultimo figlio dell’ex Sindaco del capoluogo siciliano Vito. Il padre fu condannato per favoreggiamento e concorso esterno in associazione mafiosa, il figlio lo è stato per “riciclaggio del tesoro accumulato dal padre in quanrant’anni di vita politico-amministrativa”. Stando al racconto di Massimo, che è l’unico testimone della trattativa avvenuta tra il padre e gli uomini del Ros Mario Mori e Giuseppe De Donno, Ciancimino “voleva essere sicuro che ci fosse una copertura istituzionale al negoziato” e avrebbe chiesto, scrive L’Espresso, “di informare il ministro Mancino degli incontri avviati tra Roma e Palermo”. La richiesta sarebbe stata poi esaudita.

PRIMO LUGLIO ’92 – E’ furioso Salvatore Borsellino, fratello di Paolo, che si fa vivo dalle pagine di 19luglio1992.com pubblicando una foto della pagina della agenda grigia del giudice (non quella rossa misteriosamente scomparsa da via D’Amelio pochi minuti dopo l’attentato). Il giorno in questione è il primo luglio 1992, giorno in cui Nicola Mancino saliva per la prima volta al Viminale, e proprio in quella data sarebbe avvenuto un incontro tra il giudice Paolo Borsellino e Mancino. Secondo gli appunti dell’agenda, scrive Salvatore, Paolo sarebbe stato “nel pomeriggio di quel giorno, dalle 15 all 18.30 alla Dia ad interrogare Mutolo”, avrebbe incontrato “dalle 18.30 alle 19.00 il Capo della Polizia Parisi”, e “dalle 19.30 alle 20.00 Mancino” e sarebbe poi “tornato alle 20 alla Dia per proseguire l’interrogatorio di Mutolo, il quale dichiarò di avere notato in lui un nervosismo spinto al punto da mettere in bocca contemporaneamente due sigarette”. Secondo Salvatore, infatti, l’allora Ministro degli Interni “convocò nella sua stanza al ministero Paolo Borsellino mentre stava interrogando Gaspare Mutolo” per comunicargli “che lo Stato aveva avviato una trattativa con quella stessa criminalità organizzata che aveva da poco, nella strage di Capaci, massacrato Giovanni Falcone, Francesca Morvillo e gli uomini della sua scorta”. Dell’episodio si parla nel libro “La Trattativa (Mafia e Stato: un dialogo a colpi di bombe)” del giornalista Maurizio Torrealta, che analizza in toto la vicenda. Viene riportata la testimonianza del pentito Gaspare Mutolo, che racconta della telefonata ricevuta da Paolo Borsellino durante l’interrogatorio del primo luglio a Roma e dell’assenza di circa mezz’ora del giudice rientrato poi palesemente teso e nervoso dopo un incontro col numero tre del Sisde Bruno Contrada e il capo della Polizia Parisi. “Sai Gaspare, debbo smettere perché mi ha telefonato il Ministro, manco una mezz’oretta e vengo”, disse Paolo.

PASSAGGIO DI TESTIMONE – Ma c’è un risvolto in più nel libro. Spiegava l’autore: C’è un passaggio che è stato particolarmente analizzato nel processo di Caltanisetta: fu interrogato a Firenze il Ministro Scotti responsabile del 41-bis e di altre iniziative assieme al Ministro di grazia e Giustizia Martelli. Scotti racconta che per un cambiamento di governo lui, che era Ministro dell’interno, il primo luglio del 1992 si ritrova improvvisamente ministro degli Esteri. Non si capisce se per una trattativa in corso o per altri motivi, comunque improvvisamente viene cambiata la guida del Viminale. Dopo di che si inizia una specie di dialogo scandito dalle bombe. Un mistero quello del cambio repentino della guida del Ministero che infittisce ancora di più i fatti. Fu chiesto a Scotti durante il processo: Perché lei da Ministro degli Interni dimissionario, perché dimissionario un Governo, diviene Ministro degli Esteri? Ci fu una spiegazione del perché nel momento più caldo dell’offensiva mafiosa viene sostituito il Ministero degli Interni? Le diedero una spiegazione di questo?. La risposta fu un sorriso. Scriveva Torrealta: Leggendo questo passaggio del dibattimento si ha la netta sensazione che si stia parlando di qualche cosa di cui non si dovrebbe parlare e il sorriso del Ministro Scotti sembra essere l’unica risposta possibile ad una domanda alla quale sembra che non si debba rispondere. Certo una risposta ufficiale poi il Ministro la fornisce, ma le successive domande dell’avv. Li Gotti sull’esistenza o meno di una trattativa, sembrano suggerire che in quella direzione vada ricercata la ragione di quello strano sorriso.

OGGI – Dopo l’attentato a Falcone, Borsellino era un magistrato molto in vista in tv e sui giornali, oramai conosciuto al grande pubblico. Insomma, era uno che non poteva passare inosservato. Ma a Mancino sì, a quanto pare. “Nella mia agenda, anno 1992, primo luglio, non è annotato nessun incontro e non potevano esserci incontri prestabiliti: salivo per la prima volta al Viminale e una folla tra prefetti, funzionari, impiegati, amici, riempì il corridoio dal quale si accede all’ufficio del Ministro”, aveva affermato Mancino nella lettera. “Quel giorno ho stretto tante mani. Non ricordo Borsellino, ma non escludo di poterlo aver incontrato”, ripete qualche giorno dopo intervistato da Silvia Resta per Reality di TgLa7. La speranza di molti è che Mancino cambi atteggiamento e non voglia, come qualcuno (tra cui lo stesso Salvatore Borsellino) incomincia a sospettare, solamente “preconfigurarsi una linea di difesa nel caso in cui gli venisse contestata questa circostanza” (esistenza della trattativa). Vorrebbero che luce sia fatta su una vicenda che rischia di essere archiviata e consegnata alla storia semplicemente come uno dei tanti misteri italiani irrisolti degli ultimi decenni.

Dimissioni di Nicola Mancino dal CSM

Firmiamo tutti la petizione per le Dimissioni di Nicola Mancino dal CSM:

http://www.petitiononline.com/nmancino/petition.html:

Alla Cortese attenzione del
Presidente della Repubblica
On. Giorgio Napolitano

E p.c. Al Presidente del Consiglio dei Ministri

Al Ministro della Giustizia

Al Presidente della Corte Costituzionale

Ai componenti del Consiglio Superiore della Magistratura

Al Presidente della Commissione Parlamentare di Inchiesta
Sul fenomeno della mafia

Al Procuratore Generale Della Corte Suprema di Cassazione

Al Procuratore nazionale Antimafia

Al Presidente dell’Associazione Nazionale Magistrati

Signor Presidente della Repubblica,
i sottoscritti cittadini italiani, riunitisi sotto lo scopo comune dell’impegno civile nella lotta alla mafia, ispirati dalle figure eroiche di Magistrati come Giovanni Falcone e Paolo Borsellino e non solo, desiderano manifestarLe il proprio disappunto riguardo al permanere nella carica di VicePresidente del Consiglio Superiore della Magistratura dell’on. Nicola Mancino.
Lo stesso personaggio noi riteniamo indegno di ricoprire tale carica per le sue reticenze relativamente al colloquio avuto con Paolo Borsellino il 1 Luglio del 1992 il cui contenuto e la conseguente reazione del magistrato potrebbero essere state le cause scatenanti del suo barbaro assassinio avvenuto il 19 luglio 1992 per mano dell’associazione chiamata Cosa Nostra e per le manifestazioni di devianza dalla retta applicazione delle leggi, negli anni successivi.
Ad esempio riteniamo doveroso riportare, a fronte della sparizione dell’Agenda Rossa di Paolo Borsellino, e quindi della possibilità di avere maggiori particolari sul colloquio stesso annotati da Paolo Borsellino, la messa in dubbio da parte dell’On Mancino dell’annotazione riportata nell’agenda grigia del magistrato del colloquio avvenuto con lo stesso nei giorni precedenti il 19 luglio 1992
Riteniamo quindi doveroso chiedere che Lei eserciti le Sue funzioni previste dall’art’87 della Costituzione chiedendo ai membri dello stesso di esercitare le prerogative previste dall’art.104 dello stesso, imponendo le dimissioni dalla carica di Vicepresidente del Consiglio Superiore della Magistratura dell’on. Nicola Mancino per indegnità morale.
Cordialmente,

1) Ettore Lomaglio Silvestri – Curno (BG)
2) Salvatore Borsellino (fratello del giudice Paolo Borsellino)

Mistero Borsellino

Da http://www.19luglio1992.com/index.php?option=com_content&view=article&id=981:mistero-borsellino&catid=2:editoriali&Itemid=4:

Scritto da Giuseppe Lo Bianco – Sandra Rizza

Dopo il “botto” sull’autostrada di Capaci, nei 56 giorni che separarono l’attentato a Giovanni Falcone da quello a Paolo Borsellino, l’allora ministro dell’Interno Nicola Mancino sarebbe venuto a sapere che pezzi dello Stato avevano intavolato una “trattativa” con Cosa nostra per far cessare il terrorismo mafioso, in cambio di alcune concessioni legislative: prima fra tutte la revisione del maxiprocesso.
Sarebbe stato uno dei protagonisti di quel negoziato, Vito Ciancimino, a chiedere alcune “garanzie istituzionali”, tra cui quella che Mancino fosse informato.

E avrebbe ottenuto, attraverso canali tuttora al vaglio dei magistrati, che l’informazione giungesse al destinatario. È uno dei passaggi più delicati delle nuove rivelazioni fatte nei giorni scorsi ai pm di Palermo da Massimo Ciancimino, il figlio prediletto di Vito, l’ex sindaco mafioso del capoluogo siciliano che fu per decenni la longa manus del boss Bernardo Provenzano nel cuore della Dc.
I nuovi verbali, trasmessi subito a Caltanissetta, sono già sul tavolo del procuratore Sergio Lari, che coordina l’ultimo fascicolo rimasto aperto sui mandanti esterni della strage di via D’Amelio e contengono rivelazioni che potrebbero imprimere una svolta alle indagini sull’eliminazione di Borsellino, la pagina più inquietante della sfida mafiosa sferrata contro le istituzioni all’inizio degli anni Novanta. Gli stessi verbali sono confluiti nella nuova indagine della procura di Palermo sui “sistemi criminali” in azione in Italia durante la stagione delle stragi. E non è escluso che Nicola Mancino, oggi vicepresidente del Csm, venga chiamato dalle due procure siciliane nelle prossime settimane per fornire la sua versione dei fatti.
Massimo Ciancimino, l’unico dei quattro figli di don Vito a vivere con lui fino alla fine dei suoi giorni, è un personaggio assai controverso: condannato a cinque anni e otto mesi per riciclaggio del tesoro accumulato dal padre in quarant’anni di attività politico-amministrativa, imprenditore di una miriade di società grandi e piccole, è noto a Palermo per le sue abitudini da bon vivant, tra auto di lusso, yacht miliardari e vacanze esclusive. Da qualche mese, il figlio dell’ex sindaco ‘collabora’ con gli inquirenti e nelle ultime settimane ha ricostruito nei dettagli con i magistrati di Palermo le fasi cruciali del negoziato che gli uomini del Ros Mario Mori e Giuseppe De Donno, a cavallo tra le due stragi del ’92, avviarono con don Vito per chiedere al boss Totò Riina di fermare l’attacco allo Stato. “Mio padre”, ha detto Ciancimino, “era molto prudente, comprendeva tutti i rischi della situazione, e voleva essere sicuro che ci fosse una copertura istituzionale al negoziato.
Voleva accertarsi che gli uomini del Ros avessero concretamente l’approvazione delle istituzioni”.
È questa una circostanza che Mori e De Donno hanno sempre negato, sostenendo di essere andati da Ciancimino in assoluta autonomia, spinti solo dalla necessità di stringere il cerchio attorno a Riina. Ma Ciancimino jr la racconta in un modo diverso, sostenendo davanti ai pm di Palermo di aver visto con i suoi occhi il famoso “papello”, il foglio con le richieste che Cosa nostra presentò allo Stato in cambio di uno stop alla stagione delle stragi. “Il medico personale di Riina, Antonino Cinà”, ha raccontato, “era il collegamento diretto.
Tutte le volte che mio padre ha iniziato la trattativa, l’ho visto spesso a casa mia”. Ma a portare il “papello”, secondo il giovane imprenditore, sarebbe stata un’altra persona, un “signore distinto”, che avrebbe consegnato materialmente la busta con le rivendicazioni di Cosa nostra. “Mio padre lo conosceva”, ha aggiunto Massimo Ciancimino, “lo aveva incontrato varie volte a Roma. Non so perché la busta gli venne consegnata a Palermo”. Quel “signore distinto” il figlio di don Vito non lo conosce, non sa chi sia. I pm di Palermo gli hanno sottoposto una serie di fotografie, ma l’esito degli accertamenti è ancora top secret.
È a questo punto della trattativa che l’ex sindaco di Palermo, secondo il figlio, avrebbe chiesto una “garanzia” istituzionale per procedere nel negoziato con lo Stato. Chiedendo di informare il ministro Mancino degli incontri avviati tra Roma e Palermo con gli uomini del Ros. Secondo Ciancimino jr, quella richiesta sarebbe stata esaudita. Il padre avrebbe avuto la conferma che Mancino era stato informato.
Dopo questa rivelazione, l’attenzione investigativa si è concentrata sull’incontro del 1 luglio 1992, il giorno in cui Paolo Borsellino venne convocato al Viminale durante la cerimonia di insediamento di Mancino, che subentrò a Vincenzo Scotti alla guida del ministero degli Interni. I pm hanno acquisito l’interrogatorio reso da Mancino ai magistrati di Caltanissetta nel ’98: “Non ho precisa memoria di tale circostanza, anche se non posso escluderla”, ha detto Mancino ai pm, “era il giorno del mio insediamento, mi vennero presentati numerosi funzionari e direttori generali. Non escludo che tra le persone che possono essermi state presentate ci fosse anche il dottor Borsellino. Con lui però non ho avuto alcuno specifico colloquio e perciò non posso ricordare in modo sicuro la circostanza”.
Un incontro che, invece, ricorda l’avvocato generale di Palermo Vittorio Aliquò che quel giorno accompagnò Borsellino sulla soglia della stanza del neo-ministro. Ricorda di averlo visto entrare, di averlo visto uscire poco dopo, e di essere entrato a sua volta, ma da solo.
Perché questo incontro è importante per le indagini? Perché, ipotizzano i magistrati, se è vero che Mancino fu avvertito della trattativa in corso, anche Borsellino, erede di Falcone, in quel momento uomo-simbolo della lotta alla mafia in Italia, e candidato in pectore alla Superprocura, potrebbe esserne stato a sua volta informato quel giorno al Viminale. E se davvero Borsellino avesse saputo che lo Stato era sceso a patti con Cosa nostra, è la tesi investigativa, la sua posizione di netta contrapposizione o di presa di distanza potrebbe averne determinato la morte. È certo, sottolineano in procura, che ad un certo punto la trattativa si arenò, le richieste di Cosa nostra vennero giudicate inaccettabili, e Riina decise di provocare un nuovo “botto” per riavviare i contatti istituzionali. E le sentenze di due processi, quello per la strage di Firenze e il Borsellino-bis concluso a Caltanissetta, acquisite a Palermo agli atti della nuova inchiesta, hanno sostenuto che fu proprio la trattativa interrotta a provocare una ripresa della stagione delle stragi.
“Dopo la morte di Borsellino, mio padre si sentiva in colpa”, ha rivelato Massimo Ciancimino. “Mi confidò le sue riflessioni su tutta questa storia: disse che avviare la trattativa era già stata una prova di debolezza da parte dello Stato, ma che fermarla aveva avuto un effetto disastroso”.
Fin qui le rivelazioni del figlio di don Vito, che nei giorni scorsi a Palermo è rimasto vittima di un’intimidazione che lo ha costretto ad anticipare la partenza per la città del nord Italia dove vive attualmente con la famiglia.
Chiarezza sugli incontri di quel primo luglio al Viminale hanno sempre reclamato i fratelli di Paolo Borsellino, Rita e Salvatore. “Chiedo soprattutto al senatore Nicola Mancino del quale ricordo, negli anni immediatamente successivi al ’92, una sua lacrima spremuta a forza durante una commemorazione di Paolo a Palermo”, ha scritto Salvatore Borsellino in una lettera aperta nel luglio del 2007, “lacrima che mi fece indignare al punto da alzarmi e abbandonare la sala, di sforzare la memoria per raccontarci di cosa si parlò nell’incontro con Paolo”.