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Blog di Beppe Grillo – L’ Agenda Nera della Seconda Repubblica

Fonte: Blog di Beppe Grillo – L’ Agenda Nera della Seconda Repubblica.

Con la legge bavaglio il libro: “L’Agenda Nera” non sarebbe potuto uscire. E’ una delle ultime occasioni per informarsi sulla nascita della Seconda Repubblica, quella in cui viviamo sospesi da 15 anni e nata dal sangue di Falcone e Borsellino. Il cinismo degli italiani li perderà, perché, se è vero che la maggior parte del Paese non sa nulla e spesso non vuole sapere nulla, migliaia di politici, imprenditori, giornalisti sanno molto, forse tutto, e rimangono in silenzio per partecipare al banchetto o più semplicemente per tirare a campare. Montezemolo o Monti o la Marcegaglia, Casini, D’Alema o Fini, De Bortoli, Galli della Loggia o Romano sono da sempre sullo sfondo a fare da tappezzeria. La legge bavaglio è nata con la strage di via D’Amelio, non è stata necessaria una legge, il bavaglio, gli italiani se lo sono messi da soli.

Intervista a Giuseppe Lo Bianco e Sandra Rizza

12 anni di blackout informativo
Blog: “A tre anni dall’Agenda Rossa di Paolo Borsellino l’Agenda ha cambiato colore, è diventata nera, il mistero diventa più fitto e si tenta ancora una volta di nascondere una verità che potrebbe essere sconvolgente.”
Sandra Rizza: “L’Agenda Nera è una sorta di continuazione ideale dell’Agenda Rossa, è un racconto che comincia proprio nel momento in cui si conclude il racconto dell’Agenda Rossa,
cioè nel momento dell’esplosione di Via D’Amelio il 19 luglio 1992. E’ la storia del depistaggio che è stato confezionato sulla strage di Via D’Amelio tra il 1992 e il 1994, con l’obiettivo, questa è almeno una delle ipotesi che fanno i PM di Caltanissetta, di tarare le indagini sul livello della manovalanza e di distogliere completamente l’opinione pubblica dalle indagini sui mandanti occulti delle stragi. ”
Giuseppe Lo Bianco : “Noi ripartiamo dal botto di Via D’Amelio, quello che è successo il 19 luglio 1992 era il punto d’approdo dell’Agenda Rossa che raccontava i 56 giorni tra Capaci e Via D’Amelio, con l’Agenda Nera ripartiamo da quel botto e raccontiamo la storia del depistaggio delle indagini, è la storia di un processo che ha portato alla sbarra una serie di mafiosi, la cupola mafiosa sulla base delle dichiarazioni di un pentito che si chiama Scarantino e che si è rivelato un pentito di carta, un uomo che ha raccontato una falsa verità sulla quale la Cassazione ha messo poi il bollo su 3 sentenze. Improvvisamente è spuntato un signore che si chiama Gaspare Spatuzza che ha riscritto la storia della strage di Via D’Amelio rimettendo in discussione la sentenza della Cassazione e rimettendo in gioco una verità storica, c’è un lavoro di riscontro ovviamente dei magistrati molto meticoloso, molto minuzioso e che vista l’esperienza precedente ha previsto anche la videoregistrazione di tutti gli interrogatori compiuti a Caltanissetta in questa nuova fase delle indagini, c’è da dire però una cosa, in molti pensano questo in questo Paese perché è come ci fosse stato un blackout di 12 anni, questo Paese la storia delle stragi, la lotta alla mafia è stata dimenticata per 15 anni, è sparita dall’agenda politica prima e dall’agenda dei direttori dei giornali dopo, questo è un Paese che sconta un blackout informativo di almeno 12 anni, adesso stiamo cercando di recuperare il terreno.

Bombe per una progressione politico-mafiosa
Blog: “Chi ha imbeccato Scarantino, lo ha fatto allo scopo di nascondere cosa di così importante? Come si è riusciti a convincere un uomo a rinunciare agli anni di libertà?”
S. Rizza: “Noi naturalmente dobbiamo ragionare sulle ipotesi che fanno gli inquirenti, sono due: 1) che il depistaggio sia stato costruito in buonafede nel senso che in un momento di grande confusione istituzionale, i poliziotti avevano la necessità di consegnare dei colpevoli in un tempo rapido all’opinione pubblica e alla magistratura, avendo a disposizione una serie di informazioni raccolte sul territorio attraverso i confidenti, questa è l’ipotesi sempre che fanno i PM di Caltanissetta, pensarono di utilizzarle attribuendole a un falso pentito perché era l’unico modo perché queste informazioni potessero avere uno sviluppo processuale rapido e concreto 2) i poliziotti o comunque chi ha ordito questo depistaggio l’abbia fatto con un obiettivo eversivo, con finalità eversive, proprio con l’obiettivo di coprire tutte quelle manovre di tipo politico che in quel periodo venivano orchestrate e che avrebbero portato l’Italia al più grosso cambiamento istituzionale mai verificatosi dal dopoguerra e cioè il passaggio della Prima alla Seconda Repubblica. In questo senso le dichiarazioni che oggi fa Spatuzza sono estremamente significative perché lui parla delle bombe di quel periodo come di una progressione politico – mafiosa, parla di terrorismo politico attribuendo per la prima volta a quegli episodi stragisti una valenza politica, come se qualcuno esterno a Cosa Nostra avesse orientato la manovalanza mafiosa su quelle stragi con un obiettivo politico, un obiettivo altro rispetto a quelli di Cosa Nostra.”
Blog: “Nel frattempo la richiesta di adesione al programma di protezione per Spatuzza si fa sempre più difficile, come mai lo Stato non protegge un supertestimone?”
G. Lo Bianco: “Perché è una storia vecchia, più si alza il livello delle indagini, più evidentemente le resistenze di certe parti politiche, di certe parti istituzionali si fanno più forti, più si sale nei piani alti del potere con le indagini antimafia, più si scoprono certi santuari e più la resistenza a consentire ai magistrati di ottenere gli strumenti per indagare, in questo caso di concedere il programma di protezione a Spatuzza si fa più difficile, non è una sorpresa.”
Blog: “Ciancimino parla perché vuole salvare il patrimonio del padre, Spatuzza parla perché cerca protezione e c’è questa teoria del racconto la verità perché ho la necessità di tirarne fuori al tornaconto, funziona sempre questa formula? E’ simile al tentativo di scoprire Spatuzza?”
G. Lo Bianco: “Penso che in uno Stato di diritto la domanda più semplice da farsi è intanto se dicono la verità, se dicono la verità non ci interessa i motivi per cui parlano o non parlano, il problema è riscontrare quello che dicono e se dicono la verità andare avanti con le indagini.”
Il Procuratore Grasso di recente a Firenze ha detto: “non è da escludere, è verosimile che Cosa Nostra cercasse dei riferimenti di natura politica, tentasse di cambiare il taxi dalla vecchia Democrazia Cristiana per una parte socialista, in una forza politica nuova, gli indizi sarebbero gravi, precisi e concordanti e portano in una strada, la prudenza però è necessaria in questo caso perché si rischia di…“. Grasso ha poi corretto il tiro di quelle dichiarazioni con un’intervista a La Stampa nella quale ha specificato di non avere mai parlato di Berlusconi e di Dell’Utri, in effetti lui non ha parlato di Berlusconi e di Dell’Utri davanti ai familiari delle vittime di Via dei Georgofili ne ha parlato nella richiesta come fa ogni Magistrato la richiesta di archiviazione depositata nel 1998 agli atti della Procura di Firenze insieme ai suoi colleghi ? Fleri, Nicolosi, Crini e il compianto Gabriele Calazzi? E’ una richiesta di archiviazione che vedeva indagati Berlusconi e Dell’Utri come mandanti occulti delle stragi, lì ci sono scritte le stesse cose sostanzialmente che Grasso ha detto davanti ai familiari delle vittime di via dei Georgofili con due riferimenti molto precisi.

Thruman Show italiano
Blog:Come può l’opinione pubblica lasciarsi sfiorare dal pensiero, dall’ipotesi di avere un capo di governo molto amico di un personaggio che fa la cerniera secondo una sentenza di primo grado tra Cosa Nostra e il mondo dell’economia che conta milanese e non ribellarsi? Come si fa a tenere buona un’opinione pubblica di 60 milioni di cittadini per 12 anni?”
S. Rizza : “Non voglio tirare fuori di nuovo tutta la retorica sull’opinione pubblica di questo Paese e sul livello di narcosi che questo paese ha subito in questo che giustamente Barbara Spinelli ha chiamato il Thruman Show italiano, la costruzione di una falsa realtà attraverso lo strumento televisivo che ha distolto poi tutti gli italiani dalla vera realtà delle questioni soprattutto della lotta alla mafia. Penso che se 1998 l’opinione pubblica avesse saputo il contenuto di quella richiesta di archiviazione, non dico che sarebbe cambiato tutto, ma credo che l’opinione pubblica italiana avrebbe avuto comunque il diritto di conoscerlo e il diritto quantomeno di tentare di orientare nell’urna il proprio voto in maniera forse diversa, questo ovviamente con il senno del poi, però credo che l’opinione pubblica di un Paese occidentale abbia il diritto di conoscere il lavoro che fa un pezzo dello Stato, i magistrati e che, seppure coperto da una richiesta di archiviazione, alla fine riscrive una fetta di storia, fissa dei punti fermi, dei paletti sui quali è bene dare il massimo dell’informazione. Ricordo che una volta il Procuratore Vigna mi disse: “Guarda che le notizie non si trovano nelle richieste di rinvio a giudizio, è molto più facile trovarle nelle richieste di archiviazione” e si è rivelato drammaticamente vero.”

Blog: “Uccidere Paolo Borsellino per impedirgli di arrivare a una verità o uccidere Borsellino facendo con lui morire anche la verità che aveva già acquisito?”

S. Rizza: “Siamo sempre nel campo delle ipotesi, una delle ipotesi che vengono fatte è che Borsellino possa essere stato eliminato perché era venuto al corrente della trattativa in corso tra pezzi dello Stato e la mafia. Una cosa è certa, la strage di Borsellino e il depistaggio che è conseguito alla strage di Borsellino sono forse i più inquietanti in tutta la storia dei depistaggi italiani che sono molteplici, perché la storia di Borsellino è lo spartiacque che segna proprio il cambiamento, il momento di passaggio politico del nostro paese, dalla Prima alla Seconda Repubblica, è il cambiamento più grosso che si sia mai verificato nella storia italiana del dopoguerra a oggi, bisogna chiedersi perché quella strage, perché in quel momento, perché 56 giorni dopo la strage Falcone, cosa è successo subito dopo, solo se potremo rispondere a queste domande, noi daremo anche un senso più preciso alla morte di il Borsellino.
Blog: “Se fosse vero tutto quello che dice Spatuzza e venisse confermato, timbro di verità, patente di attendibilità assoluta per Spatuzza, l’opinione pubblica si scrollerebbe di dosso tutta la pavidità di questi anni o rimarrebbe tutto com’è adesso?”

G. Lo Bianco: “Sono convinto che l’opinione pubblica italiana è tra le opinioni pubbliche più ciniche che esistono a questo mondo, quindi non sono molto ottimista da questo punto di vista, però ritengo giusto che conosca, che abbia il diritto e il dovere di conoscere quello che è successo in questi anni e sui quali non è un mistero per nessuno che la storia d’Italia è segnata da punti oscuri, da buchi neri e da questioni irrisolte ormai da 50 anni, probabilmente tenute insieme da un unico filo nero che li lega questi episodi, se c’è la speranza che qualcosa venga fuori per quanto riguarda le indagini sulle stragi recenti Falcone e Borsellino e di quelle del 1993, credo che l’opinione pubblica abbia il diritto di sapere che poi questo significa sovvertire completamente uno status quo, da questo punto di vista sono molto pessimista.
Blog: “E’ il rischio che diventi un buon motivo per non parlarne questo anche?”
G. Lo Bianco: “No, assolutamente, non credo che questo serva da alibi a nessuno in qualche modo. ”
Blog: “Però diventate delle mosche bianche. ”

G. Lo Bianco: “La riflessione da fare è un’altra, perché occorrono libri in questo Paese e le cose non vengono poi scritte sui giornali? Questa è secondo me la domanda da fare, perché in questo Paese molti colleghi hanno rinunciato a fare il proprio mestiere o per propria scelta o perché sono impossibilitati o perché il sistema di conflitto di interessi è così stringente che alla fine comprime davvero ogni professionalità e ogni espressione professionale pura. ”
Blog: “Lo Bianco, parlate di un’indagine sostanzialmente in corso, con le nuove norme probabilmente non… anzi sicuramente non se ne sarebbe potuto parlare.”
G. Lo Bianco: “Vorrei dire che questo libro rischia di essere l’ultimo libro pubblicato prima dell’entrata in vigore della legge contro le intercettazioni perché, se questa legge fosse già in vigore probabilmente, anzi sicuramente questo libro non sarebbe stato stampato, io e Sandra avremmo rischiato due mesi di carcere, l’editore 300 mila euro di multa secondo le norme previste dal disegno di legge.”
Blog: “Come si scappa da questo tentativo di tappare la bocca a tutto, a tutti, limitare la diffusione del pensiero, della conoscenza? Questo libro sarebbe uscito quindi tra 5, 10 anni probabilmente. ”
G. Lo Bianco: “Da questo punto di vista la penso in maniera molto chiara, penso che la notizia abbia sempre una forza intrinseca sua, che supera qualsiasi tentativo di bavaglio del potere, adesso in un mondo globalizzato, con l’informazione globalizzata non è difficile poi andare a leggere su siti di altre nazioni europee, per esempio notizie che riguardano l’Italia che poi rimbalzerebbero inevitabilmente anche nel circuito informativo italiano.”

Antimafia Duemila – Mafia: Ciancimino, Riina pressato da suggeritore per politica stragista

Il termine “grande architetto” mi fa venire in mente la massoneria…

Fonte: Antimafia Duemila – Mafia: Ciancimino, Riina pressato da suggeritore per politica stragista.

”Carissimo ingegnere. Ho ricevuto la notizia che ha ricevuto la ricetta del caro dottore.
Come gia’ avevamo detto nel nostro ultimo incontro, il nostro amico e’ molto pressato”. Inizia cosi’ uno dei ‘pizzini’ inviati da Bernardo Provenzano a Vito Ciancimino. ”Ricevetti la busta con all’interno il pizzino ai primi di luglio del 1992 da persone vicine a Provenzano, cioe’ da familiari di Pino Lipari”, ha spiegato Massimo Ciancimino, nel corso della sua deposizione al processo Mori.

Analizzando il ‘pizzino’, mostrato in aula dal pm Antonio Ingroia, Ciancimino dice che quando Provenzano parla del ”nostro amico” si riferisce a Salvatore Riina. A pressare Riina sarebbe stato un ‘grande architetto’ con l’obiettivo di ”mandare avanti la politica stragista” anche se, ha detto il figlio dell’ex sindaco, ”mio padre e Provenzano erano contrari all’accelerazione delle stragi”. ”E’il momento che tutti facciamo un grande sforzo”, si legge nel ‘pizzino’ e Massimo Ciancimino spiega: ”Mio padre diceva che l’ulteriore sforzo era il contropapello”.

Ma chi e’ ‘l’architetto’ di cui si parla nel pizzino? “Il nome non mi fu mai fatto da mio padre”, ha detto Ciancimino. “Speriamo che la risposta ci arrivi per tempo, se ci fosse tempo per parlarne insieme”, si legge ancora nel pizzino. “Provenzano – ha spiegato Ciancimino junior – si riferisce alla possibilita’ di avanzare il ‘contropapello’, cioe’ una controproposta, di mio padre per aprire un’altra eventuale possibilita’ di trattare con queste persone e sollecita quindi un incontro fra i due, ipotizzando di potere continuare la trattativa”.

Provenzano avrebbe, quindi, chiesto a Vito Ciancimino, nel ‘pizzini’ che il pm Ingroia legge in aula, di incontrarlo al cimitero, dove – scriveva il boss mafioso – “potremmo rivolgere insieme una preghiera a Dio”, si legge. L’incontro tra Ciancimino e Provenzano sarebbe poi effettivamente avvenuto a Palermo, ma non al cimitero.

Blog di Beppe Grillo – Adottiamo i magistrati antimafia

Fonte: Blog di Beppe Grillo – Adottiamo i magistrati antimafia.

I magistrati Antonio Ingroia, Sergio Lari, Gaetano Paci, Nico Gozzo e Giovanbattista Tona sono dei bersagli viventi. Sono a rischio attentato. Il procuratore antimafia Nino Di Matteo che sta indagando sulle rivelazioni di Massimo Ciancimino è più fortunato, è solo sotto scorta da 16 anni, come molti suoi colleghi. In Francia o in Gran Bretagna sotto scorta, o fuggiti all’estero ci sarebbero i mafiosi, non i giudici. Nel Sud le procure della Repubblica sono avamposti, fortini circondati dall’Antistato. Cuffaro è stato condannato a 7 anni in appello anni, due anni in più per l’aggravante mafiosa. Dell’Utri è in attesa della sentenza di secondo grado dopo le elezioni, in primo grado è stato condannato a 9 anni. La cosa sensazionale è che si tratta di due senatori della Repubblica intervistati con reverenza in trasmissioni come “Porta a Porta” e nei servizi dei telegiornali da giornalisti al loro servizio, ma pagati da noi.
Molti pentiti, più di trenta, parlano delle relazioni tra mafia e Stato come atto fondativo della seconda Repubblica. I processi per le stragi di Capaci, via D’Amelio e in tutta Italia del biennio 92/93 si stanno riaprendo e coinvolgono i politici di allora in modo bipartisan. In carcere a scontare ergastoli su ergastoli ci sono solo mafiosi, dai Graviano a Riina a Provenzano, ma nessun politico. Chi li ha fregati? Chi non ha mantenuto le promesse?
Un nuovo ciclo si sta per aprire. Dopo 16 anni di stragi, alcune commissionate da mandanti del cosiddetto “continente“, secondo i pentiti, e delle quali la mafia sarebbe stata solo il braccio armato, c’è stata la Pax mafiosa, durata anch’essa circa 16 anni. I prossimi processi potrebbero mandare in galera politici eccellenti, distruggere carriere costruite sul sangue. Quelli in corso in Sicilia sulle stragi non sono processi alla mafia, ma processi allo Stato. Per questo si potrebbe aprire un nuovo ciclo di omicidi. Passare dal processo breve al magistrato morto è un attimo. I partiti che hanno occupato lo Stato non si possono condannare. I democristiani non si volevano far processare nelle piazze.I politici attuali (Berlusconi è solo il loro rappresentante) neppure nei tribunali.
La Rete deve adottare i giudici Antonio Ingroia, Sergio Lari, Gaetano Paci, Nico Gozzo e Giovanbattista Tona. Dar loro e alle loro inchieste la massima visibilità e sostegno. L’informazione è il loro giubbetto anti proiettile. Prima li diffamano (e lo stanno facendo da anni), poi li isolano (operazione in corso), poi li uccidono. Loro non si arrenderanno mai (ma gli conviene?). Noi neppure.

Mafia: Caltanissetta “scorta” i PM minacciati, “Siamo commossi”

Mafia: Caltanissetta “scorta” i PM minacciati, “Siamo commossi”.

(AGI) – Caltanissetta, 23 gen. – “Siamo commossi per questa grande partecipazione. Il fatto che la magistratura nissena riceva questo ampio consenso da parte della collettivita’ costituisce un episodio unico nel suo genere. Noi abbiamo la fortuna di non essere commemorati ex post e questo ci riempie di gioia sotto ogni punto di vista. Non riesco a trovare neanche le parole adatte per esprimere quello che proviamo in questo momento”. Lo ha detto il procuratore capo di Caltanissetta Sergio Lari, in occasione della manifestazione antimafia organizzata in citta’ da un comitato spontaneo denominato “Scorta Civica”, da Confindustria e dal Provveditorato agli studi, a pochi giorni di distanza dagli sventati attentati che stava organizzando Cosa nostra in Sicilia nei confronti di magistrati e politici. Visibilmente emozionati, il procuratore Lari e il giudice Giovanbattista Tona, anch’egli nel mirino delle agguerrite cosche della provincia, sono scesi dal Palazzo di Giustizia di Caltanissetta per ringraziare personalmente quanti si sono accalcati nel piazzale antistante il Tribunale, piazzale intitolato ai giudici Falcone e Borsellino. Ai due magistrati nisseni e’ stata anche consegnata simbolicamente l’agenda rossa di Paolo Borsellino, quasi a voler lanciare un messaggio alla procura nissena affinche’ prosegua nel suo lavoro e continui ad indagare sulle stragi del ‘92.


“E’ una sensazione molto strana – ha sottolineato il giudice Tona – perche’ per un verso sono emozionato e stupito da questa grande manifestazione. Per l’altro verso, ripensando ai 14 anni di lavoro che ho fatto in questo territorio e in questa citta’, mi rendo conto che quello che oggi succede e’ l’espressione di una citta’ che ha tante risorse. Devo affermare che sono una persona molto fortunata ad aver potuto lavorare per tutti questi anni qui, a Caltanissetta, e certamente continuero’ a farlo”. La manifestazione e’ stata organizzata con un tam tam su facebook. Uno degli organizzatori, Giancarlo Cancelleri, ha detto: “Siamo qui per dare solidarieta’ ai magistrati nisseni. Vogliamo essere la loro scorta civica. I magistrati non dobbiamo lasciarli da soli. Siamo stanchi di commemorare quelli morti. Noi siamo e resteremo al loro fianco. Sempre”. (AGI) Cli/Pa/Mrg

Fonte: AGI, 23 gennaio 2010

MAFIA: A CALTANISSETTA MANIFESTAZIONE SOLIDARIETA’ A LARI, TONA E GOZZO

CALTANISSETTA (ITALPRESS) – Manifestazione di solidarieta’ della societa’ civile nissena nei confronti dei giudici antimafia Sergio Lari, Giovanbattista Tona e Domenico Gozzo, nei cui confronti Cosa Nostra progettava degli attentati. Questa mattina oltre un migliaio di studenti, numerosi rappresentanti della societa’ civile, delle associazioni di volontariato, del mondo imprenditoriale e sindacale sono scesi in piazza. Accolti dagli applausi dei manifestanti il procuratore della Repubblica, Sergio Lari e il Gip, Giovanbattista Tona. “I giudici antimafia di Caltanissetta – hanno scandito gli studenti – sono i nostri eroi vivi”. Lari, affiancato dalla moglie, ha voluto dedicare questa giornata “ai colleghi che sono morti e che hanno raccolto tanta solidarieta’ soltanto dopo morti. Noi speriamo che non ci sia un dopo. La lotta alla mafia e’ una lotta senza distinzioni politiche e di ruoli e questo e’ il messaggio che parte da Caltanissetta e che bisogna recepire. In un sistema politico bipolare – ha proseguito – la magistratura e le forze dell’ordine devono affermare il controllo di legalita’ per garantire l’alternanza ed e’ necessario che in questo lavoro siamo supportati dalla scuola, dai sindacati, dall’impresa e da tutta la societa’ civile”. A fianco di Lari gli imprenditori di Confindustria e l’assessore regionale Marco Venturi, secondo cui “i tempi sono adesso maturi ed e’ importante che la citta’ abbia reagito cosi’. Dobbiamo ribadire che la lotta alla mafia e’ di tutti e non soltanto la lotta di qualcuno”. “La societa’ civile e’ stata in grado di reagire, non e’ vero che non cambia niente”, ha detto il Gip del tribunale nisseno Giovanbattista Tona. (ITALPRESS). red 23-Gen-10 13:52 NNNN
Fonte: Sicilia On Line, 23 gennaio 2010

“Dell’Utri telefonava ai mafiosi, ho le prove”

“Dell’Utri telefonava ai mafiosi, ho le prove”.

”Ho evidenze di telefonate di Dell’Utri ai mafiosi. Ci sono chiare prove che risultano dai tabulati, dei suoi contatti telefonici già all’origine della fondazione di Forza Italia. Ho dei dati inconfutabili che dimostrano come alcuni appartenenti di spicco a Cosa Nostra abbiano preso parte alla genesi del partito in Sicilia oltre che essere direttamente collegati ai soggetti che hanno compiuto le stragi del ’93”. E’ quanto ha rivelato Gioacchino Genchi, consulente informatico per diverse procure, ospite di Klaus Davi nel programma tv Klauscondicio in onda su YouTube.

“Alcuni telefoni legati a fondatori dei club di Misilmeri e di Brancaccio, che si riunivano all’hotel San Paolo di Palermo costruito per conto dei Graviano e ad oggi confiscato alla mafia, sono stati utilizzati – ha detto il consulente – per chiamare mafiosi, stragisti, altri soggetti ora pentiti e condannati all’ergastolo, anche per… contattare a casa il presidente Silvio Berlusconi.

Queste per me sono prove che dimostrano in modo indiscutibile il legame tra chi ha provveduto alla fondazione del partito in Sicilia e chi, a Milano o Roma, ha tirato le fila con i mafiosi. E Dell’Utri – conclude Genchi – é il soggetto che avvicina il Cavaliere a Palermo. Con lui non c’é stato solo un rapporto imprenditoriale ma da loro dipende l’intera genesi politica del partito”.

Genchi aggiunge nella intervista che “la mente di Cosa Nostra è sempre stata negli Usa. Prova ne sono i ripetuti viaggi del boss mafioso, Domenico Raccuglia, negli Stati Uniti fin dai tempi delle stragi del ’92. Queste furono decise in America, non certo a Corleone”.

“I rapporti oltreoceano sono stati la prima cosa che ho evidenziato nelle mie relazioni e nelle mie consulenze proprio alla vigilia dell’attentato di Via D’Amelio. Mi riferisco a delle chiamate fatte negli States nell’estate del ’92 che furono il punto di coordinamento e di controllo dell’attività stragista in Italia. Il cervello è sempre stato là, là dove c’era Buscetta”.

Nella intervista Genchi non esclude la possibilità di “una nuova stagione di stragi, soprattutto se le trattative tra Cosa Nostra, i suoi referenti e le istituzioni dovessero ‘saltare'”.

“Al momento – spiega Genchi – ritengo che un simile scenario tuttavia sia improbabile ma, visto il clima di tensione che si é creato in Italia, tutto è possibile. Il passaggio che stiamo vivendo è molto difficile, ci sono grossi scontri che non sono certamente quelli tra maggioranza e opposizione visto che spesso votano in accordo, come nel caso di Cosentino. Quindi, nel momento in cui le lotte non sono più in Parlamento, privato completamente di ogni funzione, è possibile che accada tutto e il contrario di tutto”.

“Lo Stato – conclude perentorio Genchi – non prevede attentati di mafia perché Cosa Nostra è messa bene ed è già tutelata da esso”.

Ansa, Antimafiaduemila

Una domanda a Silvio: sei il MANDANTE DELLE STRAGI? | Il blog di Daniele Martinelli

Una domanda a Silvio: sei il MANDANTE DELLE STRAGI? | Il blog di Daniele Martinelli.

Altro che cazzate, come ci raccontava qualche giorno fa Marcello Dell’Utri! Altro che presidente del consiglio che passerà alla storia per aver sconfitto la mafia! E’ cominciata la guerra civile, o meglio, penale. Per lui! il privato corruttore ed evasore fiscale Silvio Berlusconi. E’ cominciato un momento storico per l’Italia. Ora non so cosa succederà. O meglio, spero di sbagliare profezia. Se mi dicessero che Berlusconi si è già dato alla fuga col suo jet per qualche atollo sconosciuto non mi meraviglierei. Se mi dicessero che ha già allertato i servizi segreti deviati per far fuori determinati giornalisti e determinate voci libere (blogger compresi), piuttosto che oppositori politici o parenti di altri mafiosi, non mi meraviglierei altrettanto. Le minacce di morte al presidente del Senato Renato Schifani e sembra anche a Marcello Dell’Utri, non mi meraviglierei se si rivelassero deviate per creare confusione (un po’ alla Francesco Guzzardi). La crisi ha colpito anche i vertici della mafia. Si sono decisi a parlare in coro. Tengono tonalità e ritmo. Per il privato corruttore il ballo si fa difficile. Insostenibile.

Qui in rete è da tempo che discutiamo con allegra libertà ciò che aspettavamo in grande evidenza sui giornali. Ci siamo permessi il capriccio e in parte il lusso, di cantare da solisti e di anticipare ciò che oggi, alcuni di quei giornali scrivono. Benché pilotati quei giornali hanno ancora il loro effetto sulle masse. Come il quotidiano Repubblica, il più incisivo, oggi, nel costringere il governo a dimettersi o il presidente della Repubblica a prevedere di sciogliere presto le camere, e le forze dell’ordine di vigilare su Berlusconi affinché non scappi. Attendiamoci da un momento all’altro che il privato corruttore col riporto venga convocato in aula per rispondere di tutte quelle accuse coincidenti, di bel po’ di pentiti, che anziché darsi degli infami sono tutti concordi e tutti in reciproco rispetto. In doppia stereofonia dalle aule dei tribunali di Milano, Firenze, Palermo e Caltanissetta per le stragi di Firenze, Milano e di Roma del 1993. Quindi anche delle stragi dei giudici FALCONE e BORSELLINO.

Repubblica oggi in prima pagina titola “Cosa nostra e la resa dei conti del Cavaliere“. Inizia un lungo articolo che va a riempire le pagine 2 e 3, col resoconto degli interrogatori dei pentiti che inchiodano il presidente del consiglio piduista, assieme a Marcello Dell’Utri.
Sono proprio curioso di vedere cosa accade. Vorrei essere una mosca per vedere le facce di quei milioni di italiani che oggi, nonostante i filtri minchiolini, dovranno pur sapere qualcosa dai telegiornali. Mi piacerebbe vedere le facce di Emilio Fede, Littorio Feltri e Maurizio Belpietro. Oltre che di Claudio Brachino.
Riporto, di nuovo, in estrema sintesi, i punti focali che segnano la fine dell’incredibile personaggio camuffato da capo del governo di cui, forse, l’Italia potrà liberarsi molto presto. Ripeto: forse prima di quel famigerato 5 dicembre del nobday.
Ecco alcuni stralci di articolo pubblicati oggi (dai contenuti non nuovi per chi legge questo blog) assolutamente cruciali.

Gaspare Spatuzza indica nel presidente del consiglio e nel suo braccio destro (Marcello Dell’Utri) i suggeritori della campagna stragista di sedici anni fa.
…la famiglia di Brancaccio
(fratelli Giuseppe e Filippo Graviano ndr) ha deciso di aggredire in pubblico e servendosi di un processo chi “non ha mantenuto gli impegni”. Ci sono anche i messaggi di morte. Al presidente del Senato, Renato Schifani, siciliano di Palermo (…) le “voci di dentro” di Cosa Nostra, avvertimenti che sarebbero piovuti su Marcello Dell’Utri…

Sono sintomi che devono essere considerati oggi un corollario della resa dei conti tra Cosa Nostra e il capo del governo… tra Cosa Nostra e gli uomini (Berlusconi, Dell´Utri) che, a diritto o a torto, è tutto da dimostrare, i mafiosi hanno considerato, dal 1992/1993 e per quindici anni, gli interlocutori di un progetto che, dopo le stragi, avrebbe rimesso le cose a posto: i piccioli, il denaro, al sicuro; i «carcerati» o fuori o dentro, ma in condizioni di tenere il filo del loro business; mediocri e distratte politiche della sicurezza; lavoro giudiziario indebolito per legge…(come dal Piano di rinascita piduista ndr).

La campana suona per Silvio Berlusconi perché, nelle tortuosità che sempre accompagnano le cose di mafia, è evidente che il 4 dicembre, quando Gaspare Spatuzza, mafioso di Brancaccio, testimonierà nel processo di appello contro Marcello Dell’Utri, avrà inizio la resa dei conti della famiglia dei fratelli Graviano contro il capo del governo…

È un fatto sorprendente che i mafiosi abbiano deciso di parlare con i pubblici ministeri di quattro procure. Vogliono contribuire “alla verità”. Lo dice anche Giuseppe Graviano, “muto” da quindici anni. Quattro uomini della famiglia offrono una collaborazione piena. Sono Gaspare Spatuzza, Pietro Romeo, Giuseppe Ciaramitaro, Salvatore Grigoli.

Racconta Gaspare Spatuzza: “Giuseppe Graviano mi ha detto che tutto si è chiuso bene, abbiamo ottenuto quello che cercavamo; le persone che hanno portato avanti la cosa non sono come quei quattro crasti dei socialisti che prima ci hanno chiesto i voti e poi ci hanno venduti. Si tratta di persone affidabili. A quel punto mi fa il nome di Berlusconi e mi conferma, a mia domanda, che si tratta di quello di Canale 5; poi mi dice che c´è anche un paesano nostro e mi fa il nome di Dell’Utri (…) Giuseppe Graviano mi dice [ancora] che comunque bisogna fare l’attentato all’Olimpico perché serve a dare il “colpo di grazia” e afferma: ormai “abbiamo il Paese nelle mani”».

Pietro Romeo, interrogatorio del 30 settembre 2009: «… In quel momento stavamo parlando di armi e di altri argomenti seri. [Fu chiesto a Spatuzza] se il politico dietro le stragi fosse Andreotti o Berlusconi. Spatuzza rispose: Berlusconi. La motivazione stragista di Cosa Nostra era quella di far togliere il 41 bis. Non ho mai saputo quali motivazioni ci fossero nella parte politica. Noi eravamo [soltanto degli] esecutori».
Salvatore Grigoli, interrogatorio 5 novembre 2009: «Dalle informazioni datemi (…), le stragi erano fatte per costringere lo Stato a scendere a patti (…) Dell’Utri è il nome da me conosciuto (?), quale contatto politico dei Graviano (…) Quello di Dell’Utri, per me, in quel momento era un nome conosciuto ma neppure particolarmente importante. Quel che è certo è [che me ne parlarono] come [del nostro] contatto politico».

E’ una scena che trova conferme anche in parole già dette, nel tempo. I ricordi di Giuseppe Ciaramitaro li si può scovare in un verbale d´interrogatorio del 23 luglio 1996: “Mi [fu] detto che bisognava portare questo attacco allo Stato e che c’era un politico che indicava gli obiettivi, quando questo politico avrebbe vinto le elezioni, si sarebbe quindi interessato a far abolire il 41 bis (?).
Si rispettano, sorprendentemente. Non era mai capitato. Senza considerarsi infami.

…ma la dirompente novità è nei cauti passi dei due boss di Brancaccio, i fratelli Filippo e Giuseppe Graviano, i più vicini a Salvatore Riina. Hanno guidato con mano ferma la loro “batteria” fino a progettare la strage, per fortuna evitata per un inghippo nell´innesco dell’esplosivo, di un centinaio di carabinieri all’Olimpico il 23 gennaio del 1994. Sono in galera da quindici anni. Hanno studiato (economia, matematica) in carcere. Dal carcere si sono curati dell’educazione dei loro figli affidati ai migliori collegi di Roma e di Palermo e ora sembrano stufi, stanchi di attendere quel che per troppo tempo hanno atteso. Spatuzza racconta che, alla fine del 2004, Filippo Graviano, 48 anni, sbottò: “Bisogna far sapere a mio fratello Giuseppe che se non arriva niente da dove deve arrivare, è bene che anche noi cominciamo a parlare con i magistrati”.

C´è un accordo. Chi lo ha sottoscritto, non ha rispettato l´impegno. Per cavarsi dall´angolo, c´è un solo modo: dissociarsi, collaborare con la giustizia, svelare le responsabilità di chi, estraneo all´organizzazione, si è tirato indietro.

Interrogatorio del 28 luglio 2009: Filippo Graviano durante il confronto con Gaspare Spatuzza gli dice: “Io non ho mai parlato con ostilità nei tuoi riguardi. I discorsi che facevamo erano per migliorare noi stessi. Già noi avevamo allora un atteggiamento diverso, già volevamo agire nella legalità. Noi parlavamo di un nostro futuro in un’altra parte d´Italia».
Filippo Graviano ai pm: «Mi dispiace contraddire Spatuzza, ma devo dire che non mi aspetto niente adesso e nemmeno nel passato, nel 2004. Mi sembra molto remoto che possa avere detto una frase simile perché, come ho detto, non mi aspetto niente da nessuno. Avrei cercato un magistrato in tutti questi anni, se qualcuno non avesse onorato un presunto impegno».
Filippo Graviano usa senza timore parole vietate come “legalità”, “cercare magistrati”. Si spinge anche a pronunciare: «dissociazione». Dice: «Da parte mia è una dissociazione verso le scelte del passato (?). Oggi sono una persona diversa. Faccio un esempio. Nel mio passato, al primo posto, c´era il denaro. Oggi c´è la cultura, la conoscenza. (?) Io non rifarei le scelte che ho fatto».

Ecco perché ha paura Berlusconi. Quegli uomini della mafia non conoscono soltanto “la verità” delle stragi (che sarà molto arduo rappresentare in un racconto processuale ben motivato), ma soprattutto le origini oscure della sua avventura imprenditoriale, già emerse e documentate dal processo di primo grado contro Marcello Dell´Utri (condannato a 9 anni per concorso esterno in associazione mafiosa). Di denaro, di piccioli minacciano allora di parlare i Graviano e gli uomini della famiglia di Brancaccio. Dice Spatuzza: “I Graviano sono ricchissimi e il loro patrimonio non è stato intaccato di un centesimo. Hanno investito al Nord e in Sardegna e solo così mi spiego perché durante la latitanza sono stati a Milano e non a Brancaccio. È anomalo, anomalissimo”. Se a Milano ? dice il testimone ? Filippo e Giuseppe si sentivano più protetti che nella loro borgata di Palermo vuol dire che chi li proteggeva a Milano era più potente e affidabile della famiglia.

Il privato corruttore ha detto che chi non sta col Popolo delle laidità è fuori dal governo. Attendiamo con ansia il presidente della Camera Gianfranco Fini al varco. Oggi, o al massimo domani. Salvo cazzate.

Un altro pentito accusa Berlusconi “Ebbe un ruolo nelle stragi del ’93” – cronaca – Repubblica.it

Fonte: Un altro pentito accusa Berlusconi “Ebbe un ruolo nelle stragi del ’93” – cronaca – Repubblica.it.

Pietro Romeo, killer della cosca di Brancaccio, conferma le dichiarazioni di Spatuzza
L’interrogatorio del collaboratore di giustizia il 30 settembre scorso a Firenze

di FRANCESCO VIVIANO

PALERMO – Un altro pentito di mafia chiama in causa il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi. E sostiene di avere appreso da un altro killer della sua cosca mafiosa, di un ruolo attivo dell’allora presidente di Fininvest nella strategia stragista del ’93, con gli attentati a Roma, Firenze e Milano. È Pietro Romeo, artificiere della cosca mafiosa di Brancaccio che faceva capo ai boss Filippo e Giuseppe Graviano, autori delle stragi del ’93 nel nord Italia, che interrogato dai pubblici ministeri di Firenze Crini e Nicolosi, conferma e rafforza le dichiarazioni dell’ultimo pentito di mafia, Gaspare Spatuzza, le cui rivelazioni sono state riversate nel processo d’appello in corso a Palermo nei confronti di Marcello Dell’Utri, imputato e condannato per concorso esterno in associazione mafiosa.Romeo già condannato per la strage di via dei Georgofili e poi pentitosi, è stato “richiamato” dai pm di Firenze dopo le recentissime rivelazioni di Gaspare Spatuzza il quale ha tra l’altro dichiarato che il boss Giuseppe Graviano, secondo lui, avrebbe avuto anche rapporti “diretti” con Silvio Berlusconi che sarebbe tra i mandanti occulti delle stragi del ’93.L’interrogatorio di Romeo è del 30 settembre scorso ed era stato già sentito dai pm fiorentini nel giugno del ’96. Allora Berlusconi e Dell’Utri erano finiti nel registro degli indagati. L’indagine fu poi archiviata, ma adesso è stata riaperta proprio sulla base delle dichiarazioni di Spatuzza e delle ultime precisazioni di Pietro Romeo. “Spatuzza vi ha fatto il nome di Berlusconi, cioè qual è il motivo, il movente suo per fare questi attentati? Ne avete parlato? Giuliano (altro componente del commando stragista ndr) glielo ha detto?” chiedono i magistrati a Romeo. Ed il pentito conferma le precedenti dichiarazioni ed aggiunge: “Ricordo che Spatuzza rispose a Giuliano che il politico era Berlusconi. Non si trattava di una battuta. Stavamo parlando di armi in quel momento e di altri argomenti seri. Giuliano chiese se il politico dietro alle stragi fosse Andreotti o Berlusconi e Spatuzza rispose Berlusconi. La motivazione stragista di Cosa Nostra era quella di far togliere il 41 bis. Non ho mai saputo quali motivazioni ci fossero nella parte politica. Noi eravamo esecutori”

Pietro Romeo conferma di avere appreso da Spatuzza e dagli altri artificieri della sua cosca che le stragi “venivano fatte per il 41 bis e che c’era un politico di Milano che aveva detto a Giuseppe Graviano di continuare a mettere le bombe. “Giuseppe Graviano – afferma Romeo sempre per averlo appreso dai suoi complici – aveva fatto questi discorsi, che si doveva fare attentati con bombe perché lo aveva detto un politico di farle. Il politico diceva di fare questi attentati a cose di valore storico artistico”. E sempre stando a quanto aveva appreso da altri mafiosi e dallo stesso Gaspare Spatuzza, Romeo aggiunge che “era Giuseppe Graviano che andava a trovare il politico con il quale aveva i contatti”. Adesso Pietro Romeo e Gaspare Spatuzza saranno interrogati anche dai magistrati delle Procure di Palermo e Caltanissetta che indagano sulle stragi e sulla “trattativa”. Spatuzza sarà sentito, per la prima volta, pubblicamente, il 4 dicembre prossimo a Torino nel processo a Marcello Dell’Utri.

Il Fascista e il Massone deviato

Fonte: Il Fascista e il Massone deviato.

Il fascista Maurizio Gasparri e il massone deviato Fabrizio Cicchitto lanciano strali etici contro il procuratore aggiunto Antonio Ingroia. (E Gasparri è talmente ignorante da non sapere che Ingroia è un aggiunto e non un sostituto nda). Proprio loro, uno portavoce di un condannato per mafia (seppur in primo grado), Marcello Dell’Utri che non si vergogna di ammettere di essere andato a cena con mafiosi e il secondo, tessera n° 2232 di appartenenza alla loggia massonica P2, il peggiore grumo di potere nefasto e deviato degli ultimi anni.
Se si trattasse di fanatismo o di settarismo potrebbero pure suscitare pieta’ e commiserazione e non varrebbe la pena sprecare una parola, li si potrebbe perfino perdonare. Siccome, invece, trattasi di due personaggi intelligenti vuol dire che le loro dichiarazioni hanno un fine ben preciso. Mandare messaggi diretti a chi ha nella mente di uccidere Antonio Ingroia e i magistrati integerrimi come lui.
Antonio Ingroia, Nino Di Matteo, Roberto Scarpinato, e in sostanza gran parte della procura di Palermo ben diretta da Francesco Messineo, la Procura di Caltanissetta di Sergio Lari e dei suoi sostituti e parte di quella di Firenze stanno per scoperchiare, se faranno in tempo, il pentolone dei mandanti esterni delle stragi 92-93 e degli accordi e delle trattative diaboliche tra mafia e parte di quello stato deviato. Sono i Borsellino del terzo millennio, gli ostacoli di quella Trattativa tra potere e mafia mai cessata. Vanno fermati. Con le calunnie, con le diffamazioni, con la manipolazione della verità, con la delegittimazione ed infine con le bombe.
No! Questa volta, no! Noi cittadini non lo dobbiamo permettere, altrimenti noi saremmo peggiori dei MANDANTI ESTERNI.

Giorgio Bongiovanni (Antimafiaduemila.com, 9 novembre 2009)

PDL CONTRO INGROIA, NON HA CREDIBILITA’ PER SUO RUOLO

Il Pdl attacca il sostituto procuratore Antonio Ingroia. “Ha fatto un intervento politico-comiziale. Non ha credibilita’ per svolgere suo ruolo”, dicono i capigruppo di Camera e Senato del Pdl, Fabrizio Cicchitto e Maurizio Gasparri. “Nel momento in cui – fanno notare in una nota – anche dalle massime istituzioni viene un appello ad affrontare con senso di responsabilita’ i temi della riforma della giustizia, avvertiamo il dovere di esprimere tutto il nostro sconcerto per l’intervento politico-comiziale che ha svolto nei giorni scorsi a Napoli nell’ambito di una manifestazione di esponenti del partito Italia dei valori”. Per i due esponenti del Pdl “il tono, i contenuti, le parole dell’intervento di Ingroia confermano che taluni non distinguono piu’ l’attivita’ giudiziaria dalla militanza di partito. Il magistrato dell’accusa ha detto, tra l’altro, che ‘oggi non e’ piu’ il tempo della neutralita’, ma e’ il momento di schierarsi'”.

Fonte: La Repubblica.it, 8 novembre 2009

I fantasmi del ’93

Fonte: I fantasmi del ’93.

Scritto da Peter Gomez
Stragi, l’archiviazione di Berlusconi e Dell’Utri. Ma per il gip “plausibile” l’intesa con i piani dei boss.
“Plausibilità”: la grande ossessione giudiziaria di Silvio Berlusconi e Marcello Dell’Utri ruota tutta intorno a questa parola. A metterla nero su bianco, ormai undici anni fa, era stato Giuseppe Soresina, il giudice che a Firenze ha archiviato la prima indagine sui presunti complici senza volto di Cosa Nostra nelle stragi dell’estate 1993. Allora, nascosti dietro i nomi “Autore Uno” e “Autore Due”, Berlusconi e Dell’Utri si erano ritrovati per ventiquattro mesi iscritti sul registro segreto degli indagati della procura toscana. Poi, per scadenza termini, tutto era stato chiuso. E il gip Soresina aveva spiegato che “l’ipotesi di indagine (il coinvolgimento del premier e dell’ideatore di Forza Italia nelle attività terroristiche e eversive dei boss palermitani Giuseppe e Filippo Graviano ndr)” aveva “mantenuto e semmai incrementato la sua plausibilità”. Ma che, in quei due anni di lavoro, non era stata trovata “la conferma alle chiamate de relato (cioè per sentito dire ndr)” di Giovanni Ciaramitaro e Pietro Romeo, due componenti dei commando mafioso in azione nel nord italia, pentiti dopo il loro arresto.

Certo, aggiungeva il magistrato, “gli elementi raccolti” dalla procura non erano pochi. Il giudice si era convinto – al pari dell’attuale procuratore nazionale antimafia Piero Grasso, cofirmatario della richiesta di archiviazione – che Berlusconi e Dell’Utri avessero “intrattenuto rapporti non meramente episodici con i soggetti criminali cui è riferibile il programma stragista realizzato” Pensava che “tali rapporti” fossero “compatibili con il fine perseguito dal progetto” della mafia: cioè la ricerca di una nuova forza politica che si facesse carico delle istanze di Cosa Nostra, a partire da quelle sulle carceri e sulla giustizia. Ma tutti quegli indizi non erano “idonei a sostenere l’accusa in giudizio”. Per cui “solo l’emergere di nuovi elementi” avrebbe a quel punto potuto portare alla riapertura dell’inchiesta per “attribuire concretezza all’ipotesi” formulata.

Ecco, se si vuole capire che cosa c’è dietro alle continue polemiche   sulla riforma della giustizia e delle intercettazioni, dietro alle accuse “ ai pm comunisti” e ai magistrati “geneticamente diversi dal resto della razza umana” bisogna cominciare da qui. Dalle due pagine del decreto di archiviazione firmate dal giudice fiorentino il 16 novembre del 1998. Berlusconi, infatti, pensava proprio a quel documento quando in settembre, a freddo, aveva urlato: “È follia pura. So che ci sono fermenti in Procura, a Palermo, a Milano. Si ricominciano a guardare i fatti del ’93, del ’92, del ’94… Mi fa male che queste persone pagate dal pubblico facciano queste cose cospirando contro di noi che lavoriamo per il bene del Paese”.

Una denuncia precisa, nata dai boatos che in quei giorni raccontavano come il nuovo pentito Gaspare Spatuzza, sottoposto a continui interrogatori da parte dei pm di Firenze, Milano e Palermo, parlasse dei presunti legami tra lui, Dell’Utri e i Graviano.

Oggi sappiamo che Spatuzza, non accusa il premier e il senatore azzurro di essere i mandanti occulti delle stragi. Dice invece che Giuseppe Graviano, già nel gennaio del ‘94, sosteneva di aver raggiunto una sorta di accordo politico con Berlusconi e raggiante ripeteva: “Ci siamo messi il Paese nelle mani”. Ma questo non basta per tranquillizzare il Cavaliere. Il capo del Governo teme che possano ora emergere gli esatti risvolti politici di quell’epoca di sangue. E non lo consola il fatto che a Palermo non si lavori su di lui, ma solo per scoprire tutti gli aspetti della presunta trattativa Stato-mafia di quei mesi. O che a Firenze e Milano si indaghi solo per individuare con esattezza i complici (non ancora processati) dell’attentato di via Palestro, in cui morirono tre vigili del fuoco, un vigile urbano e un immigrato extracomunitario.

A far paura non è insomma più solo la prospettiva che dopo Spatuzza si possano registrare altre defezioni tra le fila degli esecutori materiali delle stragi, magari a partire dal pentimento dei Graviano. Spaventano pure gli sforzi per ricostruire con precisione tutti gli spostamenti nel nord italia dei boss di Brancaccio. Chi hanno incontrato i due imprenditori stragisti (i Graviano a Palermo erano degli importanti costruttori) nel 1993? Perchè per oltre due mesi hanno trascorso la loro latitanza a Milano? Davvero si può dimostrare, documenti alla mano, che Berlusconi e Dell’Utri li hanno visti nei mesi in cui mettevano a ferro e fuoco l’Italia? Cosa Nostra, del resto, in quel periodo faceva la guerra, per fare la pace. Piazzava le bombe per condizionare la politica. Voleva a tutti i costi trovare qualcuno con cui stringere un nuovo patto. Per questo, in molti, fuori dal circuito dei clan sapevano con esattezza cosa stava accadendo. Lo sapeva, per esempio, l’allora senatore democristiano Vincenzo Inzerillo. Con lui, secondo i magistrati fiorentini, i Graviano ragionavano spesso degli attentati. Ma Inzerillo, attualmente ancora sotto processo a Palermo per fatti di mafia, non denunciò mai nulla. E a Firenze la sua posizione è stato archiviata, non per mancanza di riscontri, ma perché alla fine gli investigatori si sono convinti che Inzerillo avesse tentato di spingere i Graviano a desistere dal loro programma stragista. Inzerillo, insomma, non ha responsabilità penali, ma solo morali. Sapeva tutto, ma non disse niente.

E forse non era il solo.


Peter Gomez (il Fatto Quotidiano, 3 novembre 2009)

“Ci ho fatto un papello così” « Blog di Giuseppe Casarrubea

Fonte: “Ci ho fatto un papello così” « Blog di Giuseppe Casarrubea, http://casarrubea.wordpress.com/2009/10/28/ci-ho-fatto-un-papello-cosi/

Della mafia, e cioè di un fenomeno sommerso che affonda le sue radici maligne in tutto il tessuto sociale e istituzionale dell’Italia, si è parlato e scritto spesso come di una realtà circoscritta alla Sicilia e all’America, per un lungo periodo della storia del ‘900. Assai poco si è riflettuto, invece, sulle sue caratteristiche attuali. Quelle cioè che ne hanno favorito la penetrazione sul piano nazionale o quelle altre che si manifestano con violenza all’indomani della caduta del muro di Berlino. Quando, ad esempio, vengono alla ribalta in modo dirompente la mafia russa, che condurrà al potere Yeltsin, quella albanese o ungherese e degli altri Paesi dell’ex blocco sovietico, non dimenticando le ex repubbliche asiatiche dei Soviet.

A tale proposito non è forse superfluo ricordare le ingerenze dell’intelligence Usa, a partire dall’era reaganiana e dal suo successore Bush senior, per destabilizzare prima l’ex impero sovietico e dopo i nuovi Stati formatisi dalla disgregazione dell’Urss.

*

Lungo questo percorso, già dalla seconda guerra mondiale e fino ai nostri giorni, le mafie si sono dimostrate braccio armato delle vocazioni imperialistiche dello zio Sam. Valga per tutti l’esempio dell’Afghanistan: il fratello di Karzai, capo del governo fantoccio della Nato, è il maggior narcotrafficante in oppio dell’Asia centrale.

Si tratta di mafie nuove, come nuovo era stato nel dopoguerra il sistema messo in piedi da Lucky Luciano tra Europa, America latina e Usa. La loro modernità consiste nella nuova realtà geopolitica mondiale che, come un’infinita trama planetaria, ne ha favorito lo sviluppo riorientandole verso nuove forme di potere politico, nuove realtà istituzionali, dagli Urali al Mediterraneo e al Medio Oriente.

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I caratteri di queste mafie sono la  mondializzazione e l’emersione progressiva delle loro connessioni con i singoli Stati, sotto l’egida di Washington.

Solo all’interno di questo quadro possono essere spiegati i fatti che accadono in Italia a partire dal 1992, con l’avvertenza, però, che le stragi di quell’anno non arrivano all’improvviso come banali colpi di testa di una mafia ringalluzzita, ma sono l’approdo di un percorso iniziato almeno un biennio prima, con la crisi del sistema-Stato e con la connessa caduta dei grandi valori tradizionali.

*

E veniamo alle rivelazioni dei collaboratori di giustizia degli ultimi  mesi. Cominciamo con Giovanni Brusca. Immaginiamoci un grande palcoscenico dove si muovono vari personaggi. Ciascuno recita la sua parte. Quella in cui crede veramente.

La scena – così come è stata raccontata da molti giornali – rappresenta “Totò u Curtu” alla vigilia di Natale del 1992. Il grande capo riunisce i boss più fidati per gli auguri, in una casa alla periferia di Palermo. Lima, Falcone e Borsellino sono già stati eliminati nei mesi precedenti e Totò è euforico. Esclama: “Finalmente si sono fatti sotto!” E aggiunge: “Ci ho fatto un papello così!”

L’euforia di  Riina ci spiega una sola cosa: non aveva capito niente. Tronfio e pieno di sè, era stato preso da una sorta di megalomania acuta. Pensava di dominare sullo Stato e sull’universo. Esattamente come quell’altro criminale della storia: il bandito Salvatore Giuliano che aveva sulle spalle quattrocento fascicoli per reati penali. Non per ultimo quello riguardante l’accusa di insurrezione armata contro i poteri dello Stato.

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Riina pensava di dettare lui le regole del gioco, ricorrendo alle  bombe e al tritolo. Ma era quello che gli avevano fatto credere. Non poteva immaginare che tre settimane dopo, a metà gennaio 1993, sarebbe finito in manette come un qualsiasi picciotto alle prime armi. Che le cose non stessero per nulla come  le stava vivendo il corleonese,  è dimostrato dal fatto che tutto concorreva alla sua liquidazione, analoga e parallela al crollo del sistema politico italiano travolto da Mani pulite.

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Dai verbali inediti di cui l’Espresso del 21 ottobre 2009 anticipa i contenuti, risulta che esponenti istituzionali avrebbero coperto nel 1992 la presunta trattativa tra Totò u Curtu, capo di Cosa Nostra, e lo Stato. Mediatori: Vito Ciancimino, ex sindaco di Palermo per conto dei corleonesi, da un lato; il colonnello Mori e il capitano De Donno, per conto dello Stato, dall’altro. Ci sarebbe anche, secondo Brusca, un elemento invisibile che muove le fila in questo teatrino: Bernardo Provenzano, alias “ingegner Lo Verde”, in contatto permanente con Vito Ciancimino a Roma, come confermato da Massimo Ciancimino ad “Anno Zero”, l’8 ottobre 2009.

*

Detta così, questa storia si presta a molti gravi equivoci e a forme di sottile depistaggio. Il problema, infatti, non è la trattativa che oggettivamente conduce solo all’arresto di Totò Riina, ma quello che succede nei quindici mesi successivi. Cioè le grandi e sotterranee manovre che porteranno al passaggio delle consegne tra vecchia e nuova guardia a livello delle gerarchie mafiose e dei poteri dominanti.

Le rivelazioni di Brusca trovano conferma nelle dichiarazioni del mafioso Gaspare Spatuzza, uomo d’onore della famiglia di Brancaccio, di professione killer, che comincia a “cantare” nell’aprile 2008 e indica ai pm di Firenze e Palermo i rapporti tra alcuni boss e Marcello dell’Utri. Il senatore del Pdl, sempre secondo Spatuzza, avrebbe creato una connessione tra Silvio Berlusconi e Cosa Nostra in vista della nascita di Forza Italia. Saranno i magistrati a stabilire come stanno le cose e se Spatuzza sia un pentito credibile o meno. Saranno i magistrati ad accertare se le sue dichiarazioni trovano riscontri in altri atti documentari. Sta di fatto, però, che il quadro generale sembra concordare con le confessioni di un altro mafioso pentito. Si tratta di Gaspare Mutolo che, come dice Lirio Abbate nel suo articolo dell’Espresso, aveva parlato di un incontro tra Mancino e Borsellino a Roma, circa un mese dopo la strage di Capaci. Il pentito sostiene che dopo l’incontro Borsellino era sconvolto. Perchè? E’ logico pensare che un giudice di tale esperienza e levatura possa essere rimasto sconvolto da affermazioni ovvie sui rapporti tra mafia e Stato? E’ evidente che quel giorno Borsellino sarebbe venuto a conoscenza di informazioni fuori dall’ordinario. Ma quali? Ci può aiutare nella risposta, forse, ciò che accadrà quando, secondo Spatuzza, Cosa Nostra aggancia il suo nuovo referente politico. Da quel momento  in poi,  nel 1994, le sorti del nostro Paese non saranno più quelle di prima.

*

Ma Spatuzza dice anche altre cose, secondo il Corriere della Sera del 23 ottobre 2009: “Giuseppe Graviano  [un boss mafioso] mi disse che la persona grazie alla quale avevamo ottenuto tutto era Berlusconi e c’era di mezzo un nostro compaesano, Dell’Utri… mi disse anche che ci eravamo messi il Paese nelle mani”.

Continua Spatuzza nel suo verbale del 6 ottobre scorso, riportato da Attilio Bolzoni su Repubblica del 24 ottobre 2009: “Incontrai [metà gennaio 1994] Giuseppe Graviano all’interno del bar Doney in via Veneto, a Roma. Graviano era molto felice, come se avesse vinto al Superenalotto, una Lotteria. E mi spiega che si era chiuso tutto e ottenuto quello che cercavamo”. Conclude il pentito riferendosi al patto accennato da Giuseppe Graviano: “… Tutto questo grazie a Berlusconi, la persona che aveva portato avanti questa cosa diciamo, mi fa [Graviano] il nome di Berlusconi, io all’epoca non conoscevo Berlusconi, quindi gli dissi se era quello del Canale 5 e mi disse che era quello del Canale 5″.

*

Ma dell’Utri se la ride. “Sono tutte grandi cazzate” – dice il senatore già condannato a nove anni di reclusione in primo grado per concorso esterno in associazione mafiosa. Lo scrive il Corriere della Sera del 23 ottobre 2009. Sulle dichiarazioni di Spatuzza si registra anche l’intervento di Ghedini (Pdl), legale del presidente del Consiglio. Ghedini esclude categoricamente che le dichiarazioni di Spatuzza possano essere prese sul serio.

Sarà. Ma ieri, davanti alla Commissione parlamentare antimafia, il Procuratore Piero Grasso non ha avuto peli sulla lingua: “Non c’è dubbio che la strage che colpì Falcone e la sua scorta sia stata commessa da Cosa Nostra. Rimane però l’intuizione, il sospetto, chiamiamolo come vogliamo, che ci sia qualche entità esterna che abbia potuto agevolare o nell’ideazione, nell’istigazione, o comunque possa aver dato un appoggio all’attività della mafia”.

Non vi è dubbio, infatti, che la tecnica della strage di Capaci, sia di natura terroristica. Ricorda in tutto e per tutto i metodi dei narcotrafficanti colombiani, degli “insorti” iracheni e delle squadre neofasciste italiane manovrate dalla Cia.

Giuseppe Casarrubea e Mario J. Cereghino

intervista di Ruotolo a Massimo Ciancimino

Intervista a Salvatore Borsellino

 

Antonio Di Pietro: Processo Dell’Utri: la Neverland della giurisprudenza

Antonio Di Pietro: Processo Dell’Utri: la Neverland della giurisprudenza.

Il senatore Dell’Utri si è presentato in aula oggi per dare dei venduti a tutti gli altri. Ha affermato, infatti, che i magistrati devono concentrarsi sugli esecutori delle stragi piuttosto che perdere tempo a cercare i mandanti, negandone quindi l’esistenza, e attribuendo tutta la responsabilità delle stragi degli anni ’90 a chi è già dietro le sbarre. Una versione dei fatti ferma, per l’appunto, agli anni ’90. Ma siamo nel 2009.

Senatore Dell’Utri, non so se lo ha capito, ma il Paese sì: la giustizia ed i cittadini stanno cercando i mandanti politici di quelle stragi perché nessuno crede che Brusca sia stata la mente di Capaci, né Provenzano e Riina quelle degli altri attentati. I mandanti “occulti” stanno venendo a galla perché proprio loro non hanno evitato la galera a chi aveva dato loro fiducia e ai quali avevano promesso copertura. Così prima gli avvertimenti, qualche dichiarazione mai rilasciata prima, papelli che riaffiorano, personaggi che ritrovano la memoria, altri che la perdono. Dichiarazioni sempre più vicine alla verità per minacciare la sua completa rivelazione e spingere così quei mandanti occulti, ancora liberi e ancora influenti, a muoversi per pareggiare il debito.

Lei è il principale indiziato, senatore e fondatore di Forza Italia, non so se se ne è accorto perché, mentre lei nega perfino l’esistenza di Cosa Nostra, tutta Cosa Nostra la sta indicando come il principale referente e portavoce. Il problema è che anche lei è un tramite, una pedina. La giustizia si muove su terreni fatti di prove e concretezza, poggia i piedi sulla roccia e non sulla sabbia e, quindi, scovare il resto della filiera richiede pazienza. Ma io son certo che arriveranno anche i riscontri e la pazienza sarà premiata.

Nel frattempo, la invito a rileggersi la sentenza di primo grado, quella che la condanna a nove anni e altro. Beh, se la rilegge, ne deduciamo che: o i giudici hanno una gran fantasia, ricca di dettagli, nomi e circostanze, o l’assoluzione, a cui lei sta pensando, è una neverland della giurisprudenza.

«Borsellino sapeva? Forse non si è fidato dei suoi superiori…. » – l’Unità.it

«Borsellino sapeva? Forse non si è fidato dei suoi superiori…. » – l’Unità.it.

di Nicola Biondo

Luca Tescaroli, oggi sostituto procuratore a Roma, è stato pubblico ministero nel processo per la strage di Capaci. Ha condotto le indagini sui mandanti occulti per gli eccidi di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. Segue con attenzione le recenti rivelazioni sui contatti tra esponenti dello stato e emissari della Cupola avvenuti nella primavera estate del 1992.

Dottor Tescaroli la procura di Palermo ha un’indagine aperta sulla trattativa tra Stato e mafia. Qual è il suo convincimento? «Sull’inchiesta in corso ovviamente mi astengo da qualsiasi commento. Noto che ci sono uomini delle istituzioni che hanno una memoria “al contrario”: ricordano meglio i fatti lontani nel tempo che quelli vicini».

Come giudica le rivelazioni di Martelli secondo cui Borsellino avrebbe saputo da Liliana Ferraro degli incontri tra Vito Ciancimino e i carabinieri?
«Sia la Ferraro che Martelli hanno reso testimonianza in istruttoria e in aula per la strage di Capaci. Ma non hanno mai fatto riferimento a trattative o a cose simili. Queste ultime rivelazioni a distanza di così tanto tempo mi confermano un’idea: c’è stata una cortina di ferro intorno all’accertamento della verità, di tutta la verità, sulle stragi. Potevamo fare passi in avanti importanti che non ci è stato concesso di fare. C’è un nodo irrisolto».

Quale fra i tanti?
«Quello con cui ha inizio questa storia. Andare a parlare con Ciancimino significava parlare con la Cupola. È un’ammissione di debolezza o ancora peggio una tecnica di approccio che ammette il compromesso. Il mostro mafioso andava schiacciato non blandito, non esistono vie di mezzo».

Lei crede che la trattativa abbia influito sulla strage di via D’Amelio?
«È un dato acquisito che vi fu un’accelerazione per la strage. Dopo Capaci Cosa nostra aveva messo in preventivo l’eliminazione di Calogero Mannino ma tutto si bloccò e Borsellino diventò un obiettivo da colpire nel più breve tempo possibile. La domanda è perché?».

Perché si trovò davvero sovraesposto: chi lo candidava alla procura nazionale antimafia, chi addirittura alla Presidenza della Repubblica.
«Sì, vi fu una sovraesposizione del giudice. Ma che non spiega la fretta nel volerlo eliminare ad ogni costo e dopo solo 57 giorni dalla strage di Capaci. Nessuno è sprovveduto dentro Cosa nostra. Non potevano non immaginare che stavolta lo Stato avrebbe reagito. Di sicuro Borsellino si sarebbe opposto a qualsiasi trattativa».

Ci si chiede perché se il giudice, venuto a conoscenza di un contatto tra Stato e mafia, poi non l’abbia denunciato.
«Intanto bisognerebbe sapere con certezza se qualcosa gli venne detto e in che termini. Poi mi chiedo se lui avesse fiducia in coloro che lo avrebbero dovuto sentire. Vi fu una chiara omissione».

Da parte di chi? «Borsellino era un uomo delle istituzioni. Ebbe il tempo di dire pubblicamente che sapeva fatti che avrebbe detto solo all’autorità giudiziaria. È normale che nessuno per 57 giorni lo chiami a Caltanissetta per testimoniare sulla strage del suo più caro amico e collega?».

Lei ha indagato a lungo sui possibili mandanti esterni delle stragi del 1992. Un’inchiesta poi archiviata. «È stata una pista investigativa che ci ha fatto capire molto. È curioso che il primo a parlare chiaramente di questi contatti tra Stato e mafia è stato Giovanni Brusca, un mafioso seppure pentito. Qualcuno avrebbe dovuto sentire il dovere morale di affrontare questa vicenda che oggi è davanti agli occhi di tutti».

Conveniva a tutti dire che era solo mafia? «Certo. Con le stragi l’obiettivo era l’intero Stato e una parte dello Stato ha risposto con la politica del compromesso, se non forse con una convergenza di interessi. Non credo alla follia di Cosa nostra. Qualcuno diede ai boss precise garanzie».

I dieci minuti di giornalismo meno trasmessi d’Italia – liberainformazione

I dieci minuti di giornalismo meno trasmessi d’Italia – liberainformazione.

Antonio Ingroia sull’ultima intervista al magistrato Paolo Borsellino

«Non so se sia stato un eroe, di certo era un mafioso e un assassino», parola di Antonio Ingroia, magistrato. «Lo dice una sentenza definitiva e una condanna all’ergastolo per duplice omicidio». È tutta qui l’eccellente contraddizione del Paese governato da chi parla di un mafioso, omicida, trafficante di droga, come di un eroe: «Riguardo a Vittorio Mangano, quando era in carcere ed era malato, i pm gli dicevano che se avesse detto qualcosa su Berlusconi sarebbe andato a casa e lui eroicamente non inventò mai nulla su di me, i pm lo lasciarono andare a casa solo il giorno prima della sua morte. Quindi bene dice Dell’Utri nel considerare eroico un comportamento di questo genere» (Silvio Berlusconi, 9 maggio 2008).
Bologna, 13 settembre 2009. Cinque giorni dopo le dichiarazioni milanesi del premier sulla «follia» dei «frammenti di Procura che da Palermo a Milano guardano ancora ai fatti del ’92, del ’93, del ’94, cospirando contro di noi». Sul palco della Festa dell’Unità, assieme al procuratore aggiunto di Palermo, siedono la corrispondente di «Die Zeit» Petra Reski, autrice di «Santa Mafia», Roberto Morrione, la senatrice piddì Rita Ghedini e Roberta Bussolari di Libera. Sul palco, dietro i relatori, affacciato da uno schermo gigante, c’è anche Paolo Borsellino, con le sue immancabili sigarette, la polo verde, a casa sua, il 19 maggio del 1992, intervistato da due giornalisti francesi di Canal plus sulla natura criminale dell’ex dipendente di Silvio Berlusconi, Mangano Vittorio, e sulle indagini a carico del manager di Publitalia, Dell’Utri Marcello. Dieci minuti di giornalismo che ognuno di noi può vedere su YouTube, trasmessi dal servizio pubblico solo una volta, anni fa, su Rai News 24, quando a dirigerlo c’era l’attuale direttore di Liberinformazione. In quei dieci minuti, quattro giorni prima della strage di Capaci, due mesi esatti prima della sua morte, Paolo Borsellino parla del faccendiere di Arcore, come del «capo della famiglia di Porta Nuova. Terminale dei traffici di droga che conducevano le famiglie palermitane».

Antonio Ingroia è appena rientrato dalle ferie, ed è tornato ad indagare su chi prese parte alla trattativa fra Stato e mafia per far cessare la stagione delle stragi (Capaci, via D’Amelio, Roma, Firenze, Milano) dopo che le recenti dichiarazioni del collaboratore Gaspare Spatuzza e di Massimo Ciancimino, figlio di Vito ex-sindaco mafioso di Palermo, hanno fatto emergere degli elementi che «aprono degli squarci – dice il magistrato – nel velo che copre le verità sulle quali fare piena luce è interesse delle istituzioni, dei familiari delle vittime e di tutti i cittadini». «Elementi – continua – che possono rendere plausibile il fatto che dietro le stragi non ci sia solo il mandato di Cosa Nostra. Il dovere di noi magistrati è quello di indagare, essendo obbligatoria l’azione». Ingroia è stato anche il pubblico ministero del processo che ha portato alla condanna in primo grado a nove anni di reclusione di Marcello Dell’Utri per concorso esterno in associazione di tipo mafioso, sentenza sulla quale a giorni si esprimerà l’appello. Circostanza che il premier teme possa alimentare un fuoco mediatico nazionale e internazionale simile a quello scatenato dai recenti scandali sessuali.

Sull’intervista al suo maestro, il giudice dice: «È il testamento professionale di Paolo Borsellino, oltre che essere un documento di un’importanza tale da averlo usato fra gli elementi per sostenere l’accusa nel processo contro il fondatore di Forza Italia. Un’intervista nella quale Borsellino esprime, con l’estrema sintesi che gli apparteneva, la trasformazione imprenditoriale di Cosa Nostra, dovuta all’imponente massa di capitali proveniente dal traffico di droga, che la mafia siciliana all’epoca controllava in regime di monopolio». La più grossa “banca” che l’Italia avesse, con la più vasta (e più facile da reperire) disponibilità di credito. Conviene riportare un passo di quei dieci minuti palermitani. «Non le sembra strano – chiese il giornalista a Borsellino – che certi personaggi, grossi industriali come Berlusconi, Dell’Utri, siano collegati con uomini d’onore tipo Mangano?». «All’inizio degli anni Settanta – rispose il giudice – Cosa nostra cominciò a diventare un’impresa anch’essa, un’impresa nel senso che attraverso l’inserimento sempre più notevole, che a un certo punto diventò addirittura monopolistico, nel traffico di sostanze stupefacenti, Cosa nostra cominciò a gestire una massa enormi di capitali dei quali naturalmente cercò lo sbocco, perché questi capitali in parte venivano esportati o depositati all’estero, e allora così si spiega la vicinanza tra elementi di Cosa Nostra e certi finanzieri che si occupavano di questi movimenti di capitali». «Dunque lei mi dice che è normale che Cosa Nostra si interessi a Berlusconi?» incalzò il giornalista. E il magistrato, dopo una pausa, dando una lunga boccata alla sigaretta: «È normale che chi è titolare di grosse quantità di denaro cerca gli strumenti per poter impiegare questo denaro, sia dal punto di vista del riciclaggio, sia dal punto di vista di far fruttare questo denaro. Le posso dire che Mangano era uno di quei personaggi che ecco erano i ponti, le teste di ponte dell’organizzazione mafiosa nel Nord Italia».

Da Palermo a Bologna. Molti anni dopo. Quando le bande verticali interrompono bruscamente la voce e l’immagine del giudice ucciso dalla mafia, e la platea lascia scrosciare un applauso commosso, Antonio Ingroia è il primo a prendere la parola: «Io dico che nonostante si rischi di dare il colpo di grazia al sistema giudiziario italiano con un disegno di legge che, attentando all’autonomia dei magistrati, impedirebbe l’apertura dei processi che vedono imputati i politici che hanno avuto rapporti con la mafia, noi dobbiamo dare un calcio alla porta che impedisce di fare piena luce sulla stagione delle stragi. Una verità che i cittadini italiani hanno il sacrosanto diritto di conoscere».

Per ora, per la grande rilevanza che ha quell’intervista, tanto più in un frangente politico e giudiziario come quello che viviamo in questi giorni, basterebbe che la voce e il messaggio di Paolo Borsellino arrivassero al maggior numero di italiani, che quelle barre verticali, trasmesse di nuovo dal servizio pubblico, coinvolgessero e indignassero i milioni di telespettatori cui al momento è negato ogni frammento di verità.

*Ossigeno per l’informazione

La mafia fa le pentole, ma non i coperchi – Passaparola – Voglio Scendere

La mafia fa le pentole, ma non i coperchi – Passaparola – Voglio Scendere.

Testo:
“Buongiorno a tutti, oggi ci riguardiamo di nuovo in faccia, sono felice, parliamo di quello che è successo negli ultimi giorni brevemente nel campo politico, avete visto, Fini tenta un’altra volta di smarcarsi come aveva tentato di fare due anni fa, poi due anni fa ci fu il precipitare del Governo Prodi con le elezioni anticipate e dovette rinculare indietro, questa volta sembra fare sul serio e sta cominciando anche a esplicitare i temi del suo dissenso dalla leadership di Berlusconi.

Gianfranco Fini in cerca di redenzione
Finché erano temi lontani dai terreni di caccia degli interessi del Cavaliere come la bioetica, la fecondazione assistita, i problemi legati all’immigrazione, la difesa del Parlamento dalla decretomania e dai continui voti di fiducia, la polemica con la Lega Nord sull’Italia unita o più o meno unita era un conto.
Quando invece si va a toccare il cuore del caso Berlusconi e Fini lo ha fatto l’altro giorno a Gubbio e cioè quando si dice: noi non dobbiamo dare neanche l’impressione lontanamente di non volere la verità sui mandanti delle stragi del 92 e del 93 e quando aggiungere Fini: non ho mai avuto dimestichezza con grembiulini e con compassi, con la massoneria, a cominciare dalla Pd2 che era addirittura la peggiore massoneria che abbia avuto il nostro paese, allora le cose si fanno serie, è la prima volta da quando Bossi si sganciò da Berlusconi e rimase sganciato per qualche anno, salvo poi tornare all’ovile, è la prima volta che un allenato di Berlusconi, pone il problema dei rapporti tra Berlusconi e la Pd2, anche se in maniera velata, ma comunque chi doveva capire ha capito e si smarca anche a stretto giro di posta sui temi della lotta alla mafia, appena il giorno prima Berlusconi aveva detto: è una follia che pezzi di procure si occupino ancora di indagini su fatti vecchi del 1992/1993/1994 cospirando contro di noi, Fini il giorno dopo ha detto: Santo Dio, che dovrebbero fare i magistrati quando si ritrovano in mano delle novità sulle stragi? Sono le ultime stragi che si sono verificate in Italia quelle del 1992 e 1993, che possono e che debbono fare i magistrati quando hanno novità su quelle stragi, se non riaprire le indagini o proseguire le indagini? Che devono fare, eliminare il testimone o il pentito che gli sta dando nuove informazioni? Cestinare le carte, mangiarsele? Probabilmente è quello che vorrebbe Berlusconi, non è escluso che non ci siano magistrati che fanno così o che hanno fatto così in passato e che poi hanno fatto carriera.
Per fortuna ce ne sono ancora a Milano, Firenze, Palermo e Caltanissetta che sono invece interessati alla verità.
Il giorno dopo la dichiarazione di Berlusconi sulla follia e la cospirazione interviene Fini e dice: se non abbiamo niente da nascondere, cari amici per quale motivo dovremmo dirci contrari alla riapertura delle indagini. All’indomani ancora, l’altro Presidente, quello che purtroppo adesso è il capo dello Stato reggente, perché Napolitano è in Corea, cioè il grande statista Renato Schifani, già socio nella sicula broker di due persone che oggi sono condannate e in galera per mafia, è intervenuto dicendo che lui non ama i teoremi giudiziari su mafia e politica, te credo, ne ha ben donde avendo avuto dei soci così, ci mancherebbe che amasse, non dico i teoremi, diciamo le indagini sulla mafia!
Tra l’altro l’uso della parola “teorema” è una delle parole che andrebbero abolite a proposito della giustizia, perché il teorema è una dimostrazione matematica, qualcosa di scientifico, il teorema di Euclide, di Pitagora, qui si usa la parola “teorema” come se fosse una fumisteria, è esattamente il contrario del significato etimologico del termine, teorema è tac, tac, invece qui dicono “teorema, quindi non è vero niente, non si rendono conto che quando chiamano teorema un’ipotesi investigativa, la stanno nobilitando, sono ignoranti oltre a essere dei mascalzoni! In ogni caso questo è il clima, Fini ha detto ciò che neanche il centro-sinistra ha detto, perché lo sapete, in questi anni il centro-sinistra non ha mai detto nulla di nulla, di nulla, salvo rarissime e poco importanti eccezioni sulla necessità di scoprire i mandanti occulti delle stragi, la ragione è molto semplice, che le trattative che nascondono i mandanti occulti delle stragi, almeno dalla strage di Borsellino a quelle di Roma, Firenze e Milano, si svolgono a cavallo tra la prima e la seconda repubblica, la prima trattativa importante è quella avviata dal Ros dei Carabinieri tramite Vito Ciancimino della quale sta parlando il figlio di Ciancimino e della quale hanno già parlato Brusca e altri e lì Berlusconi non c’era in politica, in politica c’era il Governo Amato con il suo neoministro dell’interno Nicola Mancino e del quale hanno parlato Brusca, il figlio di Ciancimino, Paolo Borsellino nel suo diario, a proposito del famoso incontro etc..
La seconda trattativa è quella che invece avviene dopo l’arresto di Riina e le nuove stragi nel continente, che probabilmente furono fatte per richiamare qualcuno a trattare, dopo l’arresto di Riina e dello stesso Ciancimino, è quella, leggiamo nella sentenza Dell’Utri è una trattativa che ha fatto Dell’Utri con Provenzano e con Mangano che faceva la spola tra Palermo e Milano, mentre a Milano nasceva Forza Italia e a Palermo la mafia decideva di affossare il suo stesso partito che aveva costruito negli ultimi anni, Sicilia Libera per confluire nel partito di Dell’Utri e di Berlusconi, quindi capite che se della prima trattativa, come molti dicono, erano consapevoli e addirittura ispiratori o comunque erano d’accordo personaggi della prima repubblica che oggi stanno nel centro-sinistra, non c’è una grande voglia del centro-sinistra di fare giustizia, infatti avete visto che tutte le contraddizioni che sono emerse questa estate a proposito di Mancino, l’intervista di Ayala, le ritrattazioni, le correzioni di tiro e di rotta, sono passate completamente inosservate anche sulla stampa “libera” ammesso che ne esista una.
Preoccupazione a destra e a sinistra
Quindi non c’è solo Berlusconi che deve preoccuparsi e che è preoccupato dalla riapertura di quei capitoli, ma c’è anche qualche bello spezzone del vecchio centro-sinistra confluito nella cosiddetta seconda repubblica.
Fini per sua fortuna ne ha fatte ovviamente tante anche lui, sta arrivando molto in ritardo a sganciarsi da Berlusconi, questo mio non è un elogio di Fini naturalmente, ma Fini ha la fortuna di non avere vissuto da protagonista quelle vicende, quindi di poter dire guardando a destra e a sinistra, se non abbiamo niente da nascondere per quale motivo non dovremo incoraggiare i magistrati a andare fino in fondo? Speriamo che tenga botta, visto che l’abbiamo già visto sporgersi molto spesso e poi rinculare immediatamente dopo le solite bastonate che televisioni e house organ del Cavaliere gli tirano, speriamo che questa volta metta le palle sul tavolo, uso un’espressione volgare, ma credo che di questo ci sia bisogno per questo personaggio e le tenga lì e nei prossimi mesi cerchi di fare argine contro la bufera che investirà la Magistratura che sta indagando sulle stragi, sui mandanti occulti e sulle trattative perché è evidente che se quelle indagini andranno a buon fine, prima o poi noi scopriremo cosa è stato scoperto e quando scopriremo cosa è stato scoperto, ci sarà chi naturalmente avrà paura di quelle verità e quindi tenterà continuamente di delegittimare testimoni, collaboratori di giustizia e magistrati come già avvenne a metà degli anni 90, quando i primi mafiosi collaboratori cominciarono a parlare di queste cose, furono prima insultati oppure screditati da politici di destra e di sinistra che vanno da Napolitano a Del Turco, allora Presidente dell’antimafia ai soliti trombettieri berlusconiani che poi dovettero fare la legge sui pentiti per tappare loro la bocca.
Questa volta si spera che ci sia qualcuno in ambito politico che si occupa di queste vicende e che si mette a difendere non i teoremi, ma semplicemente i magistrati che fanno il loro dovere punto e basta per quanto riguarda Fini.
Invece la domanda vera è: perché Berlusconi si è scatenato? Berlusconi si è scatenato e il giorno dopo è arrivato il Procuratore di Palermo e ha dichiarato: non capisco per quale motivo il Cavaliere si sia scatenato così tanto a proposito di Palermo che indagherebbe sulle stragi, Palermo non ha nessuna competenza per indagare sulle stragi, quindi noi non abbiamo nessuna indagine sulle stragi, per quale motivo se la prende con noi? Il Procuratore Messineo ha risposto così, in effetti non si capisce di cosa stia parlando il Cavaliere, a meno che il Cavaliere non abbia delle informazioni che noi non abbiamo, perché? Perché in questo momento la geografia delle indagini sui mandanti occulti e sulle trattative è così disposta: competente sulla strage di Capaci e di Via D’Amelio è la Procura di Caltanissetta, perché? Perché sono morti due magistrati di Palermo e quindi quando accusato di commettere un reato, oppure vittima di un reato è un magistrato, se ne occupano i suoi colleghi ma del distretto confinante, non se ne possono occupare i colleghi del suo stesso ufficio, quindi Caltanissetta indaga su Capaci e Via D’Amelio, su Capaci non ci sono novità, i processi giunti a definitiva conclusione, reggono e quindi non ci sono novità.
Invece per quanto riguarda Borsellino, le novità ci sono altroché e riguardano le dichiarazioni sia di Spatuzza, che è l’ex  capo della Famiglia di Brancaccio e le dichiarazioni di Massimo Ciancimino, queste novità porteranno probabilmente, anzi quasi sicuramente, alla revisione del processo Borsellino, laddove ci si occupava di quello che materialmente portò l’automobile, il cui blocco motore fu poi trovato sulla scena della strage, la macchina imbottita di esplosivo che uccise Borsellino e gli uomini della sua scorta.
Per questa ricostruzione si era dato credito, non soltanto a Vincenzo Scarantino che si era autoaccusato di avere rubato e portato la macchina, ma anche a altri che convalidavano quella sua tesi e soprattutto si era dato credito a una serie di elementi che sembravano confermarla. Ora c’è un altro che si accusa che è Gaspare Spatuzza e quindi le sue dichiarazioni sono ritenute più credibili di quelle di Scarantino e quindi probabilmente ci sarà da rivedere alcune posizioni, che comunque non cambiano il quadro di insieme, semplicemente cambia “famiglia” la strage di Via D’Amelio, ma sempre mafia è, sempre Cosa Nostra, e sempre va scoperto chi suggerì a Toto Riina l’accelerazione di quella strage, perché Riina com’è noto non aveva in programma di uccidere Paolo Borsellino, aveva in programma tutt’altri obiettivi nell’estate del 1992, quando invece gli arrivò questo ordine esterno che poi sfociò nella strage di Via D’Amelio.
Queste novità  di Caltanissetta, per il momento non sono note per quanto riguarda invece i mandanti esterni della strage Borsellino e è probabile che non ci siano grosse novità sui mandanti esterni, le novità invece emergono più a Palermo, a questo proposito, per quale motivo? A Palermo si sta indagando non sulle stragi, Palermo non può indagare sulle stragi perché le vittime delle stragi erano i magistrati palermitani Falcone e Borsellino. Palermo sta indagando sulle trattative che si svolsero a Palermo, naturalmente e che sfecero da sfondo alle stragi, quindi è una specie di fondale davanti al quale si muovono la mafia e i suoi obiettivi e che possono aiutare a capire il contesto di quelle stragi, ma che non arriveranno mai a colpire i mandanti occulti delle stragi, perché di quelli, se verranno individuati, si dovranno occupare i magistrati di Caltanissetta per quanto riguarda Capaci e Via D’Amelio e quelli di Firenze per quanto riguarda le stragi del continente.
Firenze è  competente sulle stragi di Via dei Georgofili, delle Basiliche di San Giorgio Al Velabro e San Giovanni Laterano e di Via Palestro padiglione di arte moderna e contemporanea a Milano, sono stragi che si sono verificate in rapida successione, sapete che il 14 maggio 1993 tentarono di fare la pelle a Maurizio Costanzo in Via Fauro a Roma, il 27 maggio colpirono Via dei Georgofili, la Torre dei Pulci vicino agli Uffizi a Firenze e fecero 5 morti, se non erro, e una dozzina di feriti, il 27 luglio ci furono le due stragi in simultanea a Milano al padiglione di arte moderna di Via Palestro, altri 5 morti e a Roma qualche ferito soltanto alle due basiliche del Velabro e del Laterano.
Questa successione di eventi è stata ritenuta ovviamente parte di un’unica strategia e se ne è occupata sempre la Procura di Firenze.
Il ritorno di Ilda Bocassini
Recentemente si è sentito parlare di un ritorno di fiamma di Ilda Boccassini che è Procuratore aggiunto a Milano e che prossimamente potrebbe diventare il capo della direzione distrettuale antimafia della Procura di Milano. Di cosa si sta occupando la Boccassini? Si sta occupando un po’ come sta facendo quella di Palermo, nei confronti della strage di Via D’Amelio, allo stesso modo quello che sta facendo la Boccassini nei confronti delle stragi del 1993, si sta occupando del contesto politico – imprenditoriale che in quel periodo stava di sfondo alle stragi e che ha prodotto le stragi, stragi che lo sanno anche i bambini, non possono essere state decise in autonomia da Totò Riina prima e da Leoluca Bagarella dopo, con tutta la fiducia che possono avere del loro livello culturale, l’idea che Totò ‘u curto e i suoi uomini e parenti fossero molto ferrati sulla dislocazione del padiglione di arte moderna e contemporanea di Via Palestro a Milano o sulla Torre dei Pulci a Firenze o sul Velabro a Roma, neanche sapevano che esistevano questi monumenti, è ovvio, fossero stati la Torre di Pisa o il Colosseo, uno potrebbe anche attribuirglieli, ma è evidente che questi sono degli obiettivi talmente mirati e talmente particolari che qualche suggeritore c’è per forza e del resto nelle sentenze lo si legge.
La Boccassini quindi si sta occupando anche lei, avendo sentito Spatuzza, come ha fatto la Procura di Firenze perché? Perché Spatuzza si occupa anche di un’altra strage, oltre a essersi autoaccusato della strage Borsellino dice, essendo lui stato il capo del mandamento di Brancaccio, mandamento di Brancaccio che era capitanato dalla famiglia Graviano, sono quelli che hanno fatto fuori Don Puglisi e sono quelli che si sono occupati materialmente delle stragi del 93. Che cosa dice Spatuzza dei Graviano? Parla dei rapporti che avevano i Graviano a Milano con personaggi che già risulta – basta avere letto la sentenza Dell’Utri per saperlo – che hanno avuto rapporti con Dell’Utri: l’abbiamo pubblicate un po’ di carte del processo Dell’Utri, c’è un libro che si chiama “ L’Amico degli Amici”, è un libro arancione, sono tutti gli atti, insomma è abbastanza impegnativo, però pubblicato dalla Bur potrebbe essere utile là, soprattutto, dove si raccontano i rapporti tra Dell’Utri e alcuni uomini legati al clan dei Graviano, che gravitavano, in quel 1993, a Milano. Ce ne era uno in particolare che era arrivato a Milano per sistemare suo figlio nei pulcini del Milan e Dell’Utri pare abbia fatto da tramite. Quindi stiamo parlando, anche qui, di rapporti che non sappiamo se costituiscono reato o meno, ma che insomma c’erano.
Secondo Attilio Bolzoni, che l’ha scritto su Repubblica ieri, Spatuzza ha detto ai magistrati di Firenze “ Giuseppe Graviano mi disse che, per quell’attentato, avevamo la copertura politica del nostro compaesano”: il compaesano pare di capire, anche se bisogna stare attenti – e infatti qua su Repubblica stanno molto attenti – sembrerebbe essere il siciliano più illustre di Forza Italia, ossia Marcello Dell’Utri, dice sempre Spatuzza. Spatuzza lo dice a Firenze, a Milano la Boccassini sta lavorando su tutti i rapporti imprenditoriali, soprattutto, che la famiglia Graviano aveva avviato a Milano e sui contatti che c’erano tra quegli ambienti e gli ambienti dellutriani, per spiegare che cosa stava dietro, cioè per spiegare se è così folle l’idea che i Graviano e Dell’Utri abbiano qualcosa a che fare, o se invece emergono dei punti di contatto e, come vi ho detto, già emergono nel processo Dell’Utri. Sapete quale è la mia impressione? La mia impressione.. ah, naturalmente qui l’attentato di cui si parla, di cui parla Spatuzza – “ Giuseppe Graviano mi disse che, per quell’attentato, avevamo la copertura politica del nostro compaesano” – Spatuzza sta parlando dell’ultimo attentato, ovvero di una Lancia Thema imbottita con 120 chili di esplosivo che, tra il novembre e il dicembre del 93, doveva esplodere allo Stadio Olimpico e fare una strage di Carabinieri del servizio d’ordine; su quella strage ci sono sempre stati problemi di datazione, anche perché, per fortuna, non si è mai verificata, nel senso che la prima volta si guastò un innesco elettrico e conseguentemente non esplose la bomba e la volta seguente, quando tutto era pronto, invece ci fu un contrordine e di lì la mafia smise di sparare, perché probabilmente aveva trovato colui il quale era in grado di mantenere i patti, dopo averli fatti e, secondo la sentenza Dell’Utri, quel “colui” era Marcello Dell’Utri. E’ proprio questo che volevo dire: si parla molto, sui giornali, di “chissà cosa stanno scoprendo, chissà cosa ha trovato la Boccassini, chissà cosa hanno a Firenze in mano, chissà a Palermo come cospirano, chissà a Caltanissetta” etc. etc.. L’impressione è che, per quanti passi in avanti stiano facendo queste indagini sulle stragi, per quello che interessa noi cittadini, giornalisti, lettori di giornali, le cose più pesanti sono già scritte: sono già scritte nella sentenza di primo grado del Tribunale di Palermo che, nel dicembre del 2004, ha condannato Marcello Dell’Utri a nove anni di reclusione per concorso esterno associazione mafiosa.
“Abbiamo le prove”
Dubito che i magistrati abbiano potuto scoprire qualcosa di più pesante di quello che c’è scritto in quella sentenza: probabilmente se qualcuno, in questi giorni, scrivesse su un giornale – cito a caso – “ ho le prove inoppugnabili che Dell’Utri per trenta anni, prima come ideatore e creatore del movimento politico di Publitalia e poi del movimento politico Forza Italia, è stato l’anello di congiunzione tra Cosa Nostra e Silvio Berlusconi. Abbiamo le prove della posizione assunta da Dell’Utri nei confronti di noti esponenti di Cosa Nostra, dei suoi contatti diretti e personali con alcuni di essi (Stefano Bontate, Mimmo Teresi, Vittorio Mangano, Tanino Cinà), abbiamo le prove del ruolo ricoperto da Dell’Utri nell’attività di costante mediazione tra il sodalizio criminoso, cioè la mafia, il più pericoloso e sanguinario nel panorama delle organizzazioni criminali operanti al mondo e gli ambienti imprenditoriali e finanziari milanesi, con particolare riguardo alla Fininvest. Abbiamo le prove sulle funzioni di garanzia svolte da Dell’Utri nei confronti di Silvio Berlusconi, il quale temeva che i suoi familiari fossero oggetto di sequestri di persona. Abbiamo le prove che si adoperò affinché Berlusconi assumesse un mafioso nella sua villa, come responsabile o fattore, o soprastante, come si dice in siciliano e non come mero stalliere, pur conoscendo lo spessore delinquenziale dello stesso Mangano fin dai tempi di Palermo: anzi, proprio per tale sua qualità delinquenziale Dell’Utri fece assumere Mangano da Silvio Berlusconi”.
E ancora, se ci fosse qualcuno che dice “abbiamo le prove che, quando fece assumere Mangano, perché era un delinquente, da Berlusconi, ottenne l’avallo compiaciuto di Stefano Bontate e Girolamo Teresi che, all’epoca, erano i due uomini d’onore più importanti di Cosa Nostra a Palermo. E poi abbiamo le prove sugli ulteriori rapporti di Dell’Utri con Cosa Nostra, favoriti, in alcuni casi, dalla fattiva opera di mediazione del suo amico Tanino Cinà, protrattisi per un trentennio”. Pensate se ci fosse qualcuno che dice che, per 30 anni, Dell’Utri ha avuto rapporti con Cosa Nostra! Per trenta anni, non per qualche giorno o per qualche mese!
“Nel corso di quel trentennio abbiamo le prove che Dell’Utri ha continuato la sua amichevole relazione con il mafioso Cinà e con il mafioso Mangano che, nel frattempo, era diventato il capo del mandamento di Porta Nuova, il mandamento mafioso di Porta Nuova a Palermo e palesava, a Mangano, una disponibilità non solo fittizia: lo incontrava ripetutamente nel corso del tempo, consentendo che Cosa Nostra percepisse lauti guadagni a titolo estorsivo dall’azienda milanese facente capo a Berlusconi”, ossia Dell’Utri consentiva che la mafia prendesse dei soldi dalla Fininvest, intervenendo nei momenti di crisi tra l’organizzazione mafiosa e il gruppo Fininvest, per esempio quando la mafia mette le bombe alla Standa Berlusconi interviene.. scusate, Dell’Utri interviene per fare cessare gli attentati, però l’azienda di Berlusconi paga il pizzo alla mafia, quindi Dell’Utri non si sa mai bene da che parte sta: sta da tutte e due le parti, dell’estorto e dell’estortore, promettendo appoggi in campo politico e giudiziario alla mafia. Abbiamo le prove che queste condotte sono state dimostrate da fatti, episodi, testimonianze, intercettazioni telefoniche e ambientali, conversazioni tra lo stesso Dell’Utri e Silvio Berlusconi, Mangano, Cinà, dichiarazioni di collaboratori di giustizia. Insomma, abbiamo la prova che la sua attività in quei trenta anni ha costituito un concreto, volontario, consapevole, specifico e prezioso contributo a mantenere, consolidare e rafforzare Cosa Nostra, alla quale è stata, tra l’altro, offerta l’opportunità, sempre con la mediazione di Dell’Utri, di entrare in contatto con importanti ambienti dell’economia e della finanza, per esempio la Fininvest, così agevolandola nel perseguimento dei suoi fini illeciti, sia meramente economici che, lato sensu, politici.
Oltre a essere un reato l’associazione mafiosa in concorso esterno, queste cose sono ancora più gravi in quanto Dell’Utri ha favoreggiato un’associazione armata, un’associazione e un’organizzazione criminale armata e poi un’organizzazione che opera anche nel campo economico, utilizzando e investendo i profitti dei delitti che, tipicamente, pone in essere in esecuzione del suo programma criminoso. E quindi tutto ciò è gravissimo, perché? Perché abbiamo la prova che Dell’Utri ha voluto mantenere vivo per circa 30 anni il suo rapporto con la mafia, anche dopo le stragi del 92 e 93, quando persino i tradizionali referenti, non più affidabili, venivano raggiunti dalla vendetta di Cosa Nostra, quando persino Andreotti tentò di staccarsi, in extremis, dalla mafia: Dell’Utri no, coerente nei secoli e fedele e ciò nonostante il mutare della coscienza sociale, di fronte al fenomeno mafioso nel suo complesso. Dell’Utri continuò a avere rapporti con la mafia anche dopo le stragi, pur avendo a motivo delle sue conclusioni personali, sociali, culturali e economiche tutta la possibilità per distaccarsene e per rifiutare ogni richiesta da parte di soggetti intranei o vicini a Cosa Nostra. Si ricordi, sotto questo profilo, l’indubbio vantaggio di essersi allontanato dalla Sicilia fin dagli anni giovanili e di aver impiantato altrove la sua attività professionale. E ancora tutto ciò è gravissimo, in quanto il suo consapevole contributo a Cosa Nostra, reiteratamente prestato con diverse modalità a seconda delle esigenze del momento, in relazione ai singoli episodi esaminati nel racconto della sua vita, ha creato innumerevoli vantaggi alla mafia: prima, quando la mafia aveva interesse a rapportarsi con una grossa azienda e un grosso gruppo finanziario come la Fininvest e poi quando la mafia aveva necessità di rapportarsi a un nuovo partito, visto che quelli vecchi erano scomparsi Dell’Utri mise addirittura a disposizione un partito e l’idea, nel 93, la ebbe lui.  E è grave il tentativo di inquinare le prove nel suo processo e, anche questo, è dimostrato e è grave che, contando sull’amicizia di Mangano, la mafia gli abbia chiesto favori legati alla sua attività imprenditoriale. E infine, è dimostrata la sua disponibilità verso l’organizzazione mafiosa nel campo della politica, in un periodo storico, dopo il 92, in cui Cosa Nostra aveva dimostrato la sua efferatezza criminali attraverso le stragi gravissime, espressioni di un disegno eversivo contro lo Stato e inoltre quando la sua figura di uomo pubblico e le responsabilità connesse ai suoi incarichi istituzionali – Dell’Utri era entrato in Senato, è Senatore, diventa Europarlamentare, membro del Consiglio d’Europa – avrebbero dovuto imporgli una maggiore accortezza e rigore morale, inducendolo a evitare ogni contaminazione con quell’ambiente mafioso le cui dinamiche lui conosceva molto bene, per tutta la sua storia pregressa.

Nessuna novità: dice tutto la sentenza Dell’Utri
Questo è.. immaginate se oggi qualcuno dicesse queste cose in un’intervista a un giornale: tutti direbbero “ eh, clamorose novità sul caso Dell’Utri /Berlusconi”, in realtà queste cose le hanno scritte i giudici del Tribunale di Palermo nella sentenza che motiva la condanna di Dell’Utri a nove anni, solo che voi non le avete mai lette da nessuna parte, salvo rare eccezioni e quindi oggi ci si immagina chissà cosa dalle novità in materia di mafia e politica, stragi e trattative e non si sa quello che, almeno il Tribunale di Palermo, dopo nove anni di processo, salvo che siano tutti impazziti, ha ritenuto accertato. Adesso, naturalmente, bisognerà vedere come andrà il processo d’appello, ma questo è quello che hanno scritto i giudici di primo grado e, quando leggete che Berlusconi è stato completamente scagionato dalle accuse di mafia, perché non stavano in piedi, non ci crediate perché non è vero niente! Non credeteci – ho detto un congiuntivo che non c’entrava niente, mi scuso – non credeteci, sappiate – qui il congiuntivo ci sta bene – che le sei indagini aperte dalla Procura di Palermo per concorso esterno in associazione mafiosa e riciclaggio di denaro sporco sono state archiviate non perché non ci fosse niente, anzi: si è stabilito semplicemente, con l’archiviazione, che quelle indagini dovevano essere chiuse perché erano scaduti i termini massimi per le indagini stesse e, in quei termini, non si erano trovati elementi sufficienti per portare Berlusconi a giudizio, non che non era emerso niente, erano emerse un sacco di cose terribili dal punto di vista morale e politico, non bastavano per arrivare a presumere una condanna in sede penale e conseguentemente si è deciso di archiviarle. Archiviare vuole dire mettiamo in freezer in attesa di novità: se arrivano novità scongeliamo, questa è l’archiviazione. Ecco perché Berlusconi ha paura: ha paura che, se arriva qualche novità, possano tirare fuori dal freezer qualcosa che è stato solo archiviato, ossia è lì congelato.
Per quanto riguarda invece le indagini sui mandanti esterni, non è vero niente che Berlusconi e Dell’Utri furono archiviati a Firenze a Caltanissetta perché non era emerso nulla a loro carico: anzi, a Firenze, a proposito delle stragi del 93, c’è scritto – lo scrive il G.I.P. che archivia la posizione di Berlusconi e Dell’Utri – che “ i due hanno intrattenuto rapporti non meramente episodici con i soggetti criminali a cui è riferibile il programma stragista realizzato”, ovvero che avevano dei rapporti con quelli che avevano fatto le stragi. “ Esiste un’obiettiva convergenza degli interessi politici di Cosa Nostra, rispetto a alcune qualificate linee programmatiche della nuova formazione”, cioè di Forza Italia, “ articolo 41 bis, legge sui collaboratori di giustizia, recupero del garantismo processuale, asseritamente trascurato nelle leggi dei primi anni 90” e poi, sempre il G.I.P., aggiunge che “ l’ipotesi iniziale, quella di un coinvolgimento di Berlusconi e Dell’Utri nelle stragi del 93 a Milano, Firenze e Roma, ha mantenuto e semmai incrementato la sua plausibilità”, ma è scaduto il termine massimo per indagare e quindi archiviazione. Lo stesso ha scritto il G.I.P.  di Caltanissetta, Giovanbattista Tona, quando ha archiviato la posizione di Dell’Utri e Berlusconi, che erano stati indagati come possibili mandanti esterni delle stragi di Capaci e Via d’Amelio e Tona ha detto “ gli atti del fascicolo hanno ampiamente dimostrato la sussistenza di varie possibilità di contatto tra uomini appartenenti a Cosa Nostra e esponenti e gruppi societari controllati in vario modo dagli odierni indagati”, ossia dai due indagati Dell’Utri e Berlusconi. “Cioè è di per sé legittima l’ipotesi che, in considerazione del prestigio  di Berlusconi e Dell’Utri, essi possano essere stati individuati dagli uomini dell’organizzazione – cioè della mafia – quali eventuali nuovi interlocutori”: anche qui non sono emersi elementi sufficienti per andare a giudizio e quindi congeliamo, archiviamo. Questo c’è scritto, il che non significa che sono stati loro, ma non significa neanche che, se qualcuno intende riprendere in mano quelle vicende e, al momento, non risulta che nessuno abbia chiesto di riaprire le indagini archiviate a carico di Berlusconi e Dell’Utri per strage, commetta una follia: semplicemente si inserirebbe su un supporto che è già stato ampiamente elaborato in quegli anni e, se oggi emergessero delle novità, come dice giustamente Gianfranco Fini, esse andrebbero coltivate, ma ho l’impressione che Berlusconi sia più preoccupato di quello che i fatti finora raccolti lo autorizzino a preoccuparsi; è chiaro che lui è preoccupato, perché probabilmente ne sa più di noi!
La prossima settimana uscirà Il Fatto quotidiano, c’è ancora tempo per abbonarsi a prezzi scontati su antefatto.it e lunedì prossimo vi dirò un po’ di nomi di belle firme che abbiamo ingaggiato e che troverete dal 23 settembre su Il Fatto quotidiano. Passate parola!”

Paolo Borsellino e l’agenda rossa

Paolo Borsellino e l’agenda rossa.

Riportiamo l’introduzione del testo “Paolo Borsellino e l’agenda rossa” che è stato preparato e curato dalla redazione del nostro sito http://www.19luglio1992.com in occasione delle manifestazioni per il 17° anniversario (19 luglio 2009) della strage di via D’Amelio e per la manifestazione “Agenda rossa” in programma a Roma per il 26 settembre 2009. Il testo completo compare in allegato a questo post in formato WORD e PDF (A5) ed è scaricabile liberamente.

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Paolo Borsellino

Introduzione

Il 19 luglio 1992 un’autobomba fatta brillare in via Mariano D’Amelio a Palermo alle ore 16.58 e venti secondi causò la morte del Magistrato Paolo Borsellino e dei cinque Agenti della Polizia di Stato Emanuela Loi, Claudio Traina, Vincenzo Li Muli, Eddie Walter Cosina ed Agostino Catalano. Nonostante la magistratura abbia ottenuto fondamentali risultati nell’accertamento della matrice mafiosa della strage e nell’individuazione dei responsabili interni all’associazione criminale Cosa Nostra, pesanti zone d’ombra permangono sulle entità esterne all’organizzazione mafiosa che con questa hanno interagito nella deliberazione ed esecuzione del piano stragista. L’accelerazione imposta alla fase esecutiva della strage matura infatti dall’incontro delle esigenze di Cosa Nostra e di quei soggetti esterni all’organizzazione “in qualche modo interessati a condizionare i moventi e i ragionamenti dei malavitosi eo in certe circostanze a svolgere una vera e propria opera di induzione al delitto” (sentenza d’appello Borsellino bis, cap. V).


Un documento che potrebbe fornire indicazioni determinanti per dare un volto ai mandanti esterni della strage è l’agenda rossa di Paolo Borsellino sulla quale il Magistrato era solito appuntare riflessioni e contenuti dei suoi colloqui investigativi, soprattutto negli ultimi mesi che precedettero la strage. Borsellino ripose l’agenda nella sua borsa di cuoio poco prima di recarsi dalla madre in via D’Amelio il 19 luglio 1992, come testimoniato dai figli e dalla moglie del Magistrato. Da quel momento dell’agenda si sono perse le tracce: nella borsa del Magistrato trovata intatta dopo l’esplosione sono stati rinvenuti alcuni oggetti personali ma non l’agenda.

In quel diario sono contenuti appunti sugli incontri ed i colloqui che Borsellino ebbe con collaboratori di giustizia e con rappresentanti delle Istituzioni. Si tratta di elementi determinanti per mettere a fuoco le complicità di pezzi dello stato con Cosa Nostra. Chi si è appropriato dell’agenda può oggi utilizzarla come potente strumento di ricatto proprio nei confronti di coloro che, citati nel diario, sono scesi a patti con l’organizzazione criminale.


È stato infatti accertato con la sentenza definitiva Borsellino bis che una delle cause che ha determinato l’accelerazione della fase esecutiva della strage di via D’Amelio è stata la trattativa avviata dopo la strage di Capaci del 23 maggio 1992 da alcuni rappresentanti delle Istituzioni con i vertici di Cosa Nostra. La cosiddetta Seconda Repubblica nasce sulla base di un dialogo a colpi di bombe tra l’organizzazione mafiosa ed appartenenti al mondo politico ed imprenditoriale. Questa scellerata trattativa da un lato ha assicurato ai suoi protagonisti fulminee carriere all’interno
del rimaneggiato quadro politico e degli apparati di sicurezza, dall’altro ha permesso a Cosa Nostra di limitare gli effetti dell’incisiva azione repressiva della parte sana delle Istituzioni nei primi anni novanta e di consolidare il rapporto di consustanzialità con la borghesia imprenditoriale mafiosa. “La Seconda Repubblica affonda i suoi pilastri nel sangue”, ha detto il Procuratore Aggiunto della Repubblica di Palermo Antonio Ingroia, e l’agenda rossa di Paolo Borsellino ne costituisce la “scatola nera”, secondo la definizione del giornalista Marco Travaglio.


Il documento che vi apprestate a leggere in queste pagine vuole dare un contributo a raggiungere tre obiettivi. In primo luogo diffondere alcuni degli interventi pubblici di Paolo Borsellino che rimangono di stringente attualità, soprattutto per quanto riguarda le responsabilità interne alla magistratura nell’isolare e delegittimare chi come Giovanni Falcone tenta di rendere viva la Costituzione e rispettare l’uguaglianza di tutti di fronte alla Legge. In secondo luogo aiutare a ricostruire i fatti attinenti alla vita di Paolo Borsellino per il periodo compreso fra la strage di Capaci (23 maggio 1992) e quella di via D’Amelio (19 luglio 1992) per cercare di capire fino in fondo il contesto nel quale è maturata l’improvvisa accelerazione
del piano esecutivo dell’eccidio del 19 luglio. Infine vorremmo contribuire a far conoscere le motivazioni della sentenza Borsellino bis emessa dalla Corte di Assise di appello di Caltanissetta presieduta da Francesco Caruso il 18 marzo 2002 e confermata integralmente dalla quinta sezione penale della Corte di Cassazione il 3 luglio 2003. Questa sentenza è un documento fondamentale perché da un lato racchiude alcuni dei risultati più rilevanti raggiunti dalla magistratura nell’accertamento delle responsabilità penali degli autori e mandanti interni a Cosa Nostra della strage di via D’Amelio, dall’altro apre uno squarcio sulle piste investigative che rimandano ai mandanti esterni all’organizzazione mafiosa. Si tratta di elementi investigativi che sono stati raccolti soprattutto grazie al lavoro degli ufficiali di Polizia Gioacchino Genchi ed Arnaldo La Barbera i quali sono stati fortemente ostacolati da individui all’epoca appartenenti all’amministrazione del Ministero degli Interni proprio a causa della loro attività di polizia giudiziaria. Nel capitolo terzo della citata sentenza si legge: “Era doveroso riportare il contenuto di questa importante e inquietante testimonianza (del dr. Gioacchino Genchi ndr), tenuto conto dell’impostazione di alcuni motivi d’appello e delle correlate richieste istruttorie. Attraverso essa abbiamo appreso che i vuoti di conoscenza che tuttora permangono nella ricostruzione dell’intera operazione che portò alla strage di via D’Amelio, possono essere imputati anche a carenze investigative non casuali. Addirittura questo limite sembra possa avere condizionato l’intera investigazione sui grandi delitti del 1992, come è spesso capitato per i grandi delitti del dopoguerra in Italia, quasi esista un limite insormontabile nella comprensione di questi fatti che nessun inquirente indipendente debba superare. Tutto ciò ripropone con attualità la necessità di riprendere nelle sedi opportune le indagini sulle questioni alle quali manca tuttora risposta”.


Questo testo nasce facendo tesoro
del lavoro di tante persone che vorremmo ringraziare di cuore: innanzitutto Giuseppe Lo Bianco e Sandra Rizza, dal cui libro “L’agenda rossa di Paolo Borsellino” (Chiarelettere, 2007) abbiamo attinto a piene mani. Il loro contributo è stato fondamentale e molti brani presentati in queste pagine sono frutto del “saccheggio” del libro scritto dai due giornalisti. Il libro intitolato “Paolo Borsellino. Il valore di una vita” scritto da Umberto Lucentini (Mondadori, 1994) è stato una fonte inesauribile di fatti ed informazioni. Un altro aiuto determinante per la raccolta di documenti e di conoscenze è venuto da Arcangelo Ferri, giornalista di RAINEWS24 ed autore di alcune inchieste giornalistiche sulla vita di Paolo Borsellino indispensabili per ricostruire la dinamica dei fatti. Ringraziamo poi Salvo Palazzolo, giornalista del quotidiano La Repubblica, autore con Enrico Bellavia di un sito (www.falconeborsellino.net) e di un libro (Falcone Borsellino, Mistero di Stato, Edizioni della Battaglia, 2003) essenziali per lo sviluppo della nostra ricerca. Grazie anche a Leo Sisti e Gianluca Di Feo, giornalisti del settimanale L’Espresso, per lo scambio di documenti e per la ricostruzione cronologica di alcuni fatti accaduti nel giugno-luglio 1992. Un grosso ringraziamento va infine a tutta la redazione del periodico ANTIMAFIADuemila ed in particolare ai giornalisti Giorgio Bongiovanni e Lorenzo Baldo, attraverso i cui articoli è stato per noi possibile avere un’approfondita visione d’insieme di vicende ed inchieste relative alla strage di via D’Amelio.

Un ringraziamento speciale va a tutti i redattori del sito 19luglio1992.com per aver partecipato alla raccolta di materiale e documenti utili per questo elaborato: Desirée Grimaldi, Martina Di Gianfelice, Vanna Lora ed Enzo Guidotto. Grazie a Valentina Culcasi per aver curato la preparazione del testo e la parte relativa agli interventi di Paolo Borsellino. Un sincero ringraziamento a Fabio De Riccardis per il supporto informatico nell’elaborazione del materiale. Infine grazie di cuore a Salvatore Borsellino per aver fatto nascere questo gruppo di lavoro e per la forza e determinazione con cui dà vita ai suoi ideali e progetti. La pubblicazione di questo documento e la manifestazione di Palermo del 19 luglio 2009 non sarebbero state possibili senza la rabbia e la sete di Giustizia di Salvatore.


Marco Bertelli, 28 giugno 2009

Le Procure complottano? Magari – Marco Travaglio – Voglio Scendere

Le Procure complottano? Magari – Marco Travaglio – Voglio Scendere.

Mosca tzé tzé
da Antefatto.it

Mentre muore Mike Bongiorno, il padre della televisione italiana, il killer della televisione italiana annuncia alla Nazione alcune buone notizie.

La prima è che non siamo ancora tecnicamente una dittatura perché “un dittatore di solito prima attua la censura e poi chiude i giornali” e lui s’è fermato per ora al primo punto del programma: i giornali, bontà sua, non li ha ancora chiusi. Anzi, “in questi giorni in Italia si è dimostrato che c’è stata la libertà di mistificare, calunniare e diffamare”, come dimostra il Giornale. Che naturalmente non è suo, ma del fratello Paolo: lui ne è soltanto l’utilizzatore finale.

La seconda è che le Procure di Milano e di Palermo “cospirano contro di noi. Ora, che in questo povero paese ci sia ancora qualcuno che cospira contro il padrone di tutto, mentre la cosiddetta opposizione se ne guarda bene, è una notizia che induce all’ottimismo. Ormai si disperava che potesse ancora accadere. Si spera soltanto che sia tutto vero. Certamente Silvio Berlusconi è persona informata sui fatti e, se lo dice lui, bisogna credergli. Lui sa, per esempio, che la Procura di Milano sta chiudendo non una cospirazione, ma un’indagine giudiziaria che lo vede indagato dall’aprile del 2007 per appropriazione indebita (con conseguente evasione fiscale) insieme al presidente Mediaset Fedele Confalonieri e ad altre sette persone. L’indagine, di cui lui e i suoi legali hanno ricevuto copia della richiesta di proroga nell’ottobre del 2007 e che è “scaduta” alla vigilia delle ferie, è uno stralcio del processo che vede imputati Berlusconi e altri dinanzi al Tribunale di Milano per le “creste” sugli acquisti di diritti televisivi e cinematografici in America da parte di una miriade di società offshore del gruppo Fininvest-Mediaset. In quel processo (congelato dal lodo Alfano in attesa che dal 6 ottobre la Consulta si pronunci sulla costituzionalità o meno del Salva-Silvio) il premier è imputato per appropriazioni indebite da 276 milioni di dollari, evasioni fiscali per 120 miliardi di lire fino al 1999 e relativi falsi in bilancio.

L’inchiesta-stralcio che sta per chiudersi, invece, riguarda l’accusa – come ha scritto Luigi Ferrarella sul Corriere il 25 giugno scorso – di avere “mascherato la formazione di ingenti fondi neri” dirottati dalle casse Fininvest-Mediaset su “conti esteri gestiti dai suoi fiduciari”. Il tutto attraverso la solita compravendita di diritti sui film, negoziati – secondo l’accusa – a prezzi gonfiati con operazioni fittizie tra agenti (fra i quali il produttore egizian-americano Frank Agrama e l’italiano Daniele Lorenzano) e società riconducibili a Berlusconi ma occultate ai bilanci consolidati del gruppo. Un replay della vicenda già approdata in Tribunale, solo che quella si riverbera sui bilanci del gruppo fino al 2001, mentre questa si spinge anche negli anni successivi per via dell’ammortamento pluriennale dei diritti tv. Qui il Cavaliere è indagato per appropriazione indebita a proposito di 100 milioni di euro nascosti in Svizzera e lì sequestrati dai giudici milanesi nell’ottobre del 2005: un tesoretto occulto intestato al produttore Agrama sui conti di una sua società con sede a Hong Kong, la Wiltshire Trading. Secondo l’accusa, quei soldi non sarebbero di Agrama, ma di Berlusconi del quale il produttore non sarebbe altro che un prestanome o un “socio occulto”. L’inchiesta-stralcio prende nome da Mediatrade, cioè dalla società berlusconiana che dal 1999 è subentrata alla maltese Ims per l’acquisto dei diritti tv, e riguarda una serie di conti esteri dai nomi variopinti (“Trattino”, “Teleologico”, “Litoraneo”, “Sorsio”, “Pache” e “Clock”). Il Cavaliere sa bene che, scaduti in estate i termini per indagare, la Procura sta per depositare alle difese “l’avviso di conclusione delle indagini e deposito degli atti”: una mossa che, in mancanza di una richiesta di archiviazione, prelude alla richieste di rinvio a giudizio che lo trasformeranno da indagato a imputato.

Poi c’è Palermo. Qui il presidente del Consiglio ha voluto essere più preciso: “E’ una follia che ci siano frammenti di Procura che da Palermo a Milano guardano ancora a fatti del ’92, del ’93, del ’94”. In realtà non c’è niente di folle a indagare sulle stragi politico-mafiose che hanno insanguinato l’Italia fra il 1992 e il 1993. L’unica follia è che, a 17 anni dalle bombe di Palermo, Milano, Roma e Firenze, non se ne siano ancora smascherati e ingabbiati i mandanti occulti, nonché gli autori e gli ispiratori delle trattative fra pezzi dello Stato e Cosa Nostra. Ora le indagini paiono a buon punto, grazie alle rivelazioni di persone molto informate sui fatti, come il mafioso pentito Gaspare Spatuzza (dinanzi alle procure di Caltanissetta, Firenze, Milano e Palermo) e il figlio dell’ex sindaco mafioso di Palermo, Massimo Ciancimino. L’altro giorno, su Libero, Gianluigi Nuzzi parlava di importanti acquisizioni da parte di Ilda Boccassini, che indaga sulla strage di via Palestro del 27 luglio 1993, e della possibile riapertura del filone investigativo che aveva portato all’iscrizione di Marcello Dell’Utri (ma anche di Silvio Berlusconi) per concorso in strage.

Intanto, la prossima settimana, riparte per il rush finale davanti alla Corte d’appello di Palermo il processo di secondo grado a carico di Dell’Utri, condannato in primo grado a 9 anni per concorso esterno in associazione mafiosa: la Corte dovrà decidere se ammettere nel fascicolo processuale la lettera che – secondo Ciancimino jr. – Provenzano inviò a Berlusconi tramite Vito Ciancimino e Dell’Utri nei primi mesi del 1994, in cui prometteva appoggi politici in cambio della disponibilità di una rete televisiva, e in caso contrario minacciava un “triste evento” (forse il sequestro o l’uccisione di Piersilvio Berlusconi). Una possibile prova regina del ruolo di cerniera fra Cosa Nostra e Berlusconi svolto per decenni da Dell’Utri, rimasta finora nei cassetti della Procura grazie alla “distrazione” dei suoi vecchi dirigenti, ora fortunatamente sostituiti da gente più sveglia.

Nulla di segreto: tutto noto e stranoto, almeno nelle segrete stanze (giornali e telegiornali non si occupano di certe quisquilie). Noto, soprattutto, al Cavaliere. Il quale ha deciso di giocare d’anticipo. Così quando gli atti di Mediatrade saranno depositati a Milano e quelli di Palermo saranno acquisiti al processo Dell’Utri, lui potrà dire: ve l’avevo detto che stavano cospirando. Quella di oggi è un’esternazione preventiva. A orologeria.

DALLE CARTE DELLE STRAGI DI MAFIA QUELLA TRATTATIVA TRA MAFIA E POLITICA | BananaBis

DALLE CARTE DELLE STRAGI DI MAFIA QUELLA TRATTATIVA TRA MAFIA E POLITICA | BananaBis.

di Attilio Bolzoni, La Repubblica del 09/09/2009

PALERMO – Le indagini sui morti eccellenti di Palermo cambiano rotta e destinazione. Tornano in scena i fratelli Filippo e Giuseppe Graviano, i boss più “stragisti” della città. I mafiosi che in tante inchieste e agli atti di un processo vengono raccontati come molto vicini al senatore Marcello Dell’Utri.

Torna in scena una “trattativa” fra mafia e Stato che non si è interrotta con Capaci o con via D’Amelio, ma è proseguita fino al 1993 e anche nei primi mesi del 1994. Torna in scena la coincidenza temporale fra le stragi siciliane e la nascita di un nuovo partito: Forza Italia.

S’indaga su altri mafiosi. E s’indaga anche su quelli che chiamano i “mandanti altri”, i mandanti che non sono di Cosa Nostra. Le ultime scoperte spostano l’epicentro investigativo: da una borgata palermitana all’altra, dalla Guadagna a Brancaccio. Sono appena un paio di chilometri sulle mappe di Palermo, sono un paio di chilometri che portano in un altro mondo di intrecci fra boss e uomini politici a ridosso delle uccisioni di Giovanni Falcone e di Paolo Borsellino.
Ci sono i fatti e poi ci sono le congetture, le ipotesi, le voci. Ci sono personaggi che sono già scivolati nelle nuove indagini e poi ci sono ombre che si allungano oltre i boss. C’è chi dice che un pentito abbia già fatto nomi, c’è chi dice di no, certo è che la “pista di Brancaccio” fa scorrere una nuova trama nella storia delle stragi siciliane del 1992.

Si scava – alla procura di Palermo e a quella di Caltanissetta – sul patto fra i Corleonesi di Totò Riina e apparati dello Stato (alcuni già identificati, altri in corso di identificazione), si scava sul coinvolgimento nelle stragi di uomini dei servizi segreti, si scava sulla “accelerazione” della decisione di uccidere Borsellino voluta a tutti i costi da qualcuno. Chi?

Sono due i testimoni che hanno svelato elementi inediti ai magistrati delle procure siciliane, a quella di Firenze e a quella di Milano. Uno è il pentito Gaspare Spatuzza, ex sicario e poi a capo della “famiglia” di Brancaccio. L’altro è Massimo Ciancimino, il figlio di don Vito.

Il pentito Spatuzza si è autoaccusato della strage di via D’Amelio e ha praticamente sbugiardato Vincenzo Scarantino, l’uomo che 17 anni fa aveva confessato di aver portato in via D’Amelio l’autobomba. Ma Spatuzza non ha parlato solo della strage.
Spatuzza ha parlato tanto anche dei Graviano e dei loro “interessi” su a Milano, delle amicizie importanti che avevano in ambienti imprenditoriali. Dei Graviano e dei rapporti che avrebbero avuto con Dell’Utri riferiscono tanti altri pentiti, tutti passati al vaglio dei giudici di primo grado che nel dicembre del 2004 hanno condannato il fondatore di Forza Italia a 9 anni per concorso esterno in associazione mafiosa. Il racconto di Spatuzza è stato “secretato”. Poi, i procuratori siciliani si sono concentrati sulla “pista di Brancaccio” con annessi e connessi.

Il secondo testimone chiave è il figlio dell’ex sindaco di Palermo Vito Ciancimino. La procura di Palermo ha già depositato agli atti del processo d’appello a Marcello Dell’Utri uno stralcio di un suo interrogatorio e tre lettere che negli anni a cavallo delle stragi – fra il 1991 e il 1994 – l’allora capo di Cosa Nostra Bernardo Provenzano avrebbe indirizzato a Silvio Berlusconi. Lettere che sarebbero state inviate alla vigilia e subito dopo la famosa “discesa in campo“. Lettere dove si fanno velate minacce e si parla del “contributo politico” che avrebbe voluto portare lo stesso Provenzano.

Grandi mediatori di questa che sembrerebbe all’apparenza un’altra trattativa, secondo Massimo Ciancimino, sono stati suo padre Vito e Marcello Dell’Utri. Il 17 settembre la Corte di appello deciderà se acquisire agli atti del processo di secondo grado l’interrogatorio del figlio di don Vito e le tre lettere. Se la richiesta verrà accolta la sentenza subirà uno slittamento, altrimenti a metà o a fine ottobre sapremo se al senatore Marcello Dell’Utri sarà confermata o sarà annullata la condanna per mafia.
I sussurri si sono rincorsi per tutta l’estate su quei “mandanti altri”. E anche sulla trattativa. Fino a qualche tempo fa si diceva che era cominciata prima di Capaci ed era finita prima di via D’Amelio. Poi si è scoperto che è andata avanti ancora per due anni. “Fino al 1994”, riferisce il colonnello dei carabinieri Michele Riccio riportando le confidenze del suo informatore Luigi Ilardo, un boss vicino a Provenzano. Fino al 1994, fino a quando Berlusconi è diventato il leader di Forza Italia.

E’ un’indagine che si ripete. Con tanti nuovi protagonisti. Ma non tutti. I nomi del premier e del suo braccio destro siciliano erano già entrati nelle indagini sulle stragi siciliane e poi anche in quelle in Continente, le bombe di Firenze e Roma e Milano del 1993. A Caltanissetta furono iscritti nel registro degli indagati come “Alfa” e “Beta” “per concorso nelle stragi”, a Firenze come “Autore 1” e “Autore 2”. Dalla prima inchiesta – (“Prove insufficienti, dichiarazioni di pentiti senza riscontro, elementi contrastanti”) – uscirono nell’inverno del 2002, dalla seconda tre anni prima.

Antimafia Duemila – Pentito Spatuzza parla, nuove inchieste

Antimafia Duemila – Pentito Spatuzza parla, nuove inchieste.

Le dichiarazioni dell’ex boss Gaspare Spatuzza sono al centro di nuove inchieste su mafia e politica avviate dalle procure di Milano, Firenze, Palermo e Caltanissetta alle quali, forse, ha voluto far riferimento il premier Berlusconi nel criticare alcuni frammenti di procure che “congiurano contro di noi”.

Il neo collaboratore di giustizia Spatuzza ha riferito degli intrecci che i suoi ex capimafia, Giuseppe e Filippo Graviano, avevano fra il 1992 e il 1995 con i politici e gli imprenditori del Nord. I Graviano vennero arrestati da latitanti nel capoluogo lombardo. E le indagini misero in evidenza i contatti che avrebbero avuto a Milano anche con Marcello Dell’Utri, il senatore del Pdl, amico del premier Silvio Berlusconi, condannato in primo grado a 9 anni per concorso esterno in associazione mafiosa e per il quale è in corso il processo d’appello a Palermo. A fine mese il pg inizierà la sua requisitoria. Spatuzza è stato interrogato a lungo nei mesi scorsi dal pm di Firenze Nicolosi e dal procuratore aggiunto di Milano, Ilda Boccassini, nell’ambito della nuova inchiesta sulle stragi del 1993, che riguarda molti punti rimasti ancora oscuri nonostante le sentenze di condanna definitiva di mandanti ed esecutori. A Milano è stato aperto uno stralcio, di cui è titolare, appunto, il pm Boccassini, sulla strage di via Palestro che causò cinque morti il 27 luglio ’93. Per l’eccidio sono stati condannati definitivamente all’ergastolo i fratelli Giovanni e Tommaso Formoso, ritenuti coordinatore e basista. Dalle indagini era emerso che sarebbe stato proprio Giuseppe Graviano a chiedere ai Formoso di collaborare alla strage. Le rivelazioni di Spatuzza potrebbero riaprire vecchie inchieste archiviate dai giudici in Sicilia. A Palermo, nel 1996, la procura chiese ed ottenne l’archiviazione per riciclaggio nei confronti di Berlusconi e Dell’Utri, indagati con l’aggravante di avere avvantaggiato la mafia. Pochi anni dopo a Caltanissetta il procuratore Gianni Tinebra chiedeva ed otteneva l’archiviazione, sempre per Berlusconi e Dell’Utri, dall’accusa di strage, nell’ambito dell’uccisione di Falcone e Borsellino. Adesso le dichiarazioni di Spatuzza hanno dato nuovo impulso alle indagini riaprendo e rivedendo vecchi filoni d’inchiesta. Infine, pochi mesi fa, i pm di Palermo hanno ritrovato fra le carte che erano state sequestrate a Massimo Ciancimino, una lettera indirizzata al premier in cui – secondo gli inquirenti – i corleonesi chiedevano nel 1994 “all’onorevole Berlusconi” di mettere a disposizione di Cosa nostra una sua rete televisiva, minacciando di morte il figlio se non avesse accolto la richiesta.

Manifestazione “Agenda rossa” – Roma – 26 settembre 2009

Manifestazione “Agenda rossa” – Roma – 26 settembre 2009.

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Palermo, 18 luglio 2009: la “Marcia delle agende rosse”
Fonte immagine: album di Francesco Cappello


Questa manifestazione è la continuazione ideale di quella che abbiamo fatto il 20 luglio davanti al palazzo di Giustizia di Palermo in sostegno di quei magistrati che, a rischio della propria vita, stanno combattendo per arrivare alla Verità sulle stragi del ’92 e del ’93. Non dobbiamo dare tregua agli assassini ed ai loro complici. Dovremo esserci tutti, quelli che abbiamo scalato sotto il sole le rampe che portano al Castello Utveggio portando un pezzo di Paolo dentro il nostro cuore, tutti quelli che eravamo in via D’Amelio quando all’ora della strage per un interminabile minuto si sono sentiti solo i battiti dei nostri cuori, tutti quelli che abbiamo percorso le vie di Palermo che ci portavano alla Magione levando in alto le nostre agende rosse e tutti quelli che abbiamo gridato la nostra rabbia e la nostra voglia di Verità davanti al palazzo di Giustizia.

E ci saranno tanti altri ancora, tutti quelli che in tante piazze d’Italia hanno urlato insieme a noi la nostra sete di Verità e di Giustizia, e avremo ancora in mano la nostra agenda rossa, un’agenda rossa che ora fa paura a tutti. Mobilitiamoci tutti, ognuno di noi si impegni a far venire quante altre persone può, in una catena che non deve avere fine. Adesso hanno paura e si stanno muovendo, cominciano a muovere le loro pedine, Rutelli, Violante, il PG di Caltanissetta Barcellona, noi dobbiamo agire più rapidamente di loro, impedire che fermino Sergio Lari, Antonio Ingroia, Nino Di Matteo, non lasciamoli soli, impediamo che chiudano la bocca a Massimo Ciancimino, che si muova il CSM, facciamogli capire che dovranno passare sui nostri corpi, che dopo 17 anni non ci lasceremo strappare ancora una volta la verità. Il nostro grido di RRRESISTENZAAAAA deve essere un urlo nelle loro orecchie, un urlo gridato da vicino, sotto le finestre di quei palazzi in cui sono in tanti a sapere ed ad avere occultato la verità. Il 19 luglio in via D’Amelio abbiamo fatto scoccare la scintilla, ora è necessario l’incendio.

Salvatore Borsellino

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Da sinistra in alto in senso orario: il Procuratore Capo di Caltanissetta Sergio Lari, il Procuratore Aggiunto di Palermo Antonio Ingroia,
il Sostituto Procuratore di Palermo Antonino Di Matteo e il Procuratore Aggiunto di Palermo Roberto Scarpinato


Programma preliminare della manifestazione

La manifestazione si svolgerà a partire dalle ore 14.30 a piazza della Repubblica (piazza Esedra) dove sarà allestito un palco sul quale chi sarà iscritto a parlare potrà farlo. Ci recheremo poi in corteo a piazza Barberini dove ufficialmente il corteo verrà sciolto. Una delegazione si recherà successivamente per un presidio davanti al Consiglio Superiore della Magistratura (piazza Indipendenza). Gli altri potranno venire in ordine sparso nella stessa piazza e poi potremo recarci, sempre in ordine sparso, davanti al Quirinale. La manifestazione terminerà alle ore 20.00.

Il programma non è ancora definitivo , oltre alle iniziali adesioni a questa manifestazione di Sonia Alfano, Gioacchino Genchi, Benny Calasanzio, nelle ultime ore si sono aggiunte quelle di Luigi De Magistris, Marco Travaglio e di Antonio Di Pietro che si è offerto di aiutarci a sostenere gli oneri economici di questa manifestazione senza per questo pretendere di toglierle il suo carattere di manifestazione spontanea e popolare anzi ribadendomi che questo ne deve essere il carattere. Spero, tramite l’aiuto di queste persone di riuscire ad ottenere dalla questura un percorso diverso e più simile a quello che era nelle nostra intenzioni originarie che prevedevano di far passare le nostra Agende Rosse nella vicinanze del Quirinale e davanti al CSM. Questo porebbe portare a invertire l’ordine della manifestazione che vedrebbe così il corteo partire da un concentramento in una piazza non lontana dal Quirinale e concludersi imn Piazza Esedra dove si terrebbero gli interventi previsti con la partecipazione di tutte le persone prima indicate.
Il giorno 25, cioè il giorno prima di questa manifestazione, si svolgerà a Latina, con partenza alle ore 21 da Piazza del Popolo ed arrivo alla Prefettura una fiaccolata a sostegno del coraggioso Prefetto di Latina Bruno Frattasi. Chi abitasse a Roma e dintorni o si trovasse  già a Roma il 25 per la manifestazione del 26 è invitato a partecipare alla fiaccolata. Io lo farò sicuramente e avrò in una mano la fiaccola per il prefetto di Latina e nell’altra la mia Agenda Rossa per i magistrati delle procure di Palermo e Caltanissetta.

Per avere informazioni su pullman in partenza da altre città italiane con destinazione Roma è possibile iscriversi al gruppo facebook della manifestazione oppure inoltrare un mail all’indirizzo 19luglio2009 [at] gmail . com


Approfondimenti: le sentenze definitive riguardanti mandanti ed esecutori delle stragi degli anni 1992-93


a) Le stragi del biennio ‘92-93: le conclusioni delle sentenze definitive della Magistratura riguardo al piano eversivo di Cosa Nostra e all’esistenza di mandanti ed esecutori della strage di via D’Amelio esterni all’associazione criminale

Negli anni 1992-93 l’organizzazione criminale denominata Cosa Nostra sferrò in Italia un attacco senza precedenti alle Istituzioni democratiche del paese ed ai suoi cittadini. In quel terribile biennio l’associazione criminale mafiosa pianificò e realizzò una serie di stragi efferate nelle quali furono uccise ventuno persone ed i feriti si contarono a decine: magistrati, agenti di Polizia, vigili del fuoco, semplici cittadini. Furono sventrate autostrade, devastati interi quartieri e messo a ferro e fuoco il patrimonio artistico del paese. Per la prima volta nella sua storia Cosa Nostra attaccò frontalmente lo Stato con il tritolo al di fuori della Sicilia. La strategia delle bombe si fermò improvvisamente nell’ottobre del 1993 quando l’organizzazione mafiosa era sul punto di far scoppiare un’autobomba al passaggio di un pullman carico di decine di Carabinieri all’esterno dello stadio Olimpico di Roma.

Nel corso degli ultimi diciassette anni un gruppo di magistrati e membri delle forze dell’ordine ha individuato e perseguito penalmente i mandanti e gli esecutori materiali di questi eccidi interni a Cosa Nostra, ma permangono spesse zone d’ombra sull’identità dei soggetti esterni all’organizzazione criminale che con questa hanno interagito nella dinamica del piano stragista. Per quanto riguarda la strage di via D’Amelio (19 luglio 1992), la sentenza definitiva BORSELLINO BIS (3 luglio 2003) ha accertato l’esistenza di soggetti esterni all’associazione Cosa Nostra “in qualche modo interessati a condizionare i moventi e i ragionamenti dei malavitosi eo in certe circostanze a svolgere una vera e propria opera di induzione al delitto”. Nel caso della strage di via dei Georgofili (27 maggio 1993) la magistratura ha riconosciuto con sentenza definitiva (6 maggio 2002) per i mandanti ed esecutori della strage interni a Cosa Nostra l’aggravante dell’aver agito per finalità di terrorismo ed eversione dell’ordine costituzionale, mettendo nero su bianco che le stragi compiute nel 1993 dall’associazione mafiosa nel continente puntarono a destabilizzare l’ordine democratico del paese.


b) Le conclusioni delle sentenze definitive riguardo alla trattativa avviata dopo la strage di Capaci (23 maggio 1992) da alcuni membri delle forze dell’ordine con i vertici di Cosa Nostra

Tanto nella sentenza BORSELLINO BIS sulla strage di via D’Amelio quanto nella sentenza sulle stragi di via dei Georgofili ed in continente nel 1993 è stata ritenuta provata l’esistenza di una trattativa con i vertici di Cosa Nostra avviata da alcuni appartenenti alle forze dell’ordine subito dopo la strage di Capaci (23 maggio 1992) e proseguita nei mesi successivi per il tramite di Vito Ciancimino. Da un lato i capi di Cosa Nostra puntarono alla revisione della sentenza definitiva del maxiprocesso (30 gennaio 1992) e ad un forte indebolimento dell’azione repressiva dello Stato nei confronti dell’organizzazione criminale. Dall’altro lato alcuni membri del reparto speciale operativo (ROS) dei Carabinieri avrebbero mirato ad aprire un canale di comunicazione con i capi di Cosa Nostra inizialmente “finalizzato all’immediata cessazione della strategia stragista (motivazioni sentenza di appello, pag. 765, 18 marzo 2002). Al di là degli scopi reali o dichiarati degli autori di questo “dialogo”, la sentenza BORSELLINO BIS ha stabilito che tale trattativa è stata una della cause che ha determinato l’accelerazione della fase esecutiva della strage di via D’Amelio e la sentenza relativa a mandanti ed esecutori della strage di via dei Georgofili ha concluso che “l’iniziativa del ROS (perché di questo organismo si parla, posto che vide coinvolto un capitano, il vicecomandante e lo stesso comandante del Reparto) aveva tutte le caratteristiche per apparire come una “trattativa”; l’effetto che ebbe sui capi mafiosi fu quello di convincerli, definitivamente, che la strage era idonea a portare vantaggi all’organizzazione” (motivazioni sentenza di primo grado, pag. 1590, 6 giugno 1998).

c) I recenti sviluppi delle inchieste sulle stragi del biennio ‘92-93

In questi diciassette anni un gruppo di Uomini della magistratura e delle forze dell’ordine ha fatto tutto il possibile per cercare di individuare tutti i colpevoli delle stragi del ‘92-93 e di mettere a fuoco le modalità concrete e i nomi di tutti i protagonisti della trattativa tra Cosa Nostra e pezzi delle Istituzioni, trattativa che verosimilmente è proseguita anche dopo il termine della campagna stragista. Tuttavia questi investigatori hanno dovuto fare i conti con forti resistenze che sono pervenute dall’interno delle stesse Istituzioni e del Consiglio Superiore della Magistratura (CSM), resistenze che hanno pesantemente condizionato il proseguimento delle indagini.
Una cosa è certa: la magistratura da sola con i suoi strumenti non può arrivare alla conquista della verità. E’ necessario che ciascuno di noi faccia la propria parte e contribuisca al raggiungimento di questo obiettivo, il pieno disvelamento dei nomi di tutti i responsabili delle stragi del 1992-93 e di coloro che dall’interno delle Istituzioni e del mondo politico-imprenditoriale hanno scelto di interagire e trattare con Cosa Nostra in quel progetto eversivo caratterizzato da un dialogo a colpi di bombe.
Nella primavera-estate del 2009 nelle inchieste ancora aperte su quelle stragi sono emerse importanti novità grazie alle indagini svolte sulla base delle dichiarazioni del collaboratore Gaspare Spatuzza e del dichiarante Massimo Ciancimino. Alcuni magistrati delle Procure della Repubblica di Caltanissetta, Palermo e Firenze stanno dando il meglio delle loro capacità umane e professionali per fare fino il proprio dovere al fine di ricostruire pienamente i fatti accaduti in quegli anni terribili ed individuare volti e responsabilità dei coautori delle stragi ancora rimasti nell’ombra.


d) Gli scopi della manifestazione del 26 settembre a Roma

Con la manifestazione che stiamo organizzando a Roma per sabato 26 settembre vogliamo dare un segnale forte e chiaro a quei Magistrati che in questa battaglia per la ricerca della verità non sono soli e che noi siamo al loro fianco. Come a Palermo ci siamo presentati lunedì 20 luglio davanti a palazzo di giustizia per sostenere i magistrati palermitani impegnati in delicatissime indagini sul nodo mafia-politica e sulla complicità di pezzi delle Istituzioni con Cosa Nostra, così il 26 settembre percorreremo in corteo le strade di Roma per chiedere che a questi magistrati, a quelli di Caltanissetta e a quelli di Firenze titolari delle inchieste sulle stragi del 1992-93 siano dati tutti i mezzi e l’appoggio necessari per portare a termine il proprio lavoro. Tutte le Istituzioni devono aver chiaro che in questa lotta le forze migliori dello Stato non sono isolate e che anche la società civile pretende piena Giustizia. Il simbolo della nostra richiesta di verità e della nostra rabbia sarà un agenda rossa, la stessa che abbiamo portato in mano il 19 luglio 2009 per le strade di Palermo e di tante altre città italiane, la stessa agenda che il 19 luglio 1992 è stata trafugata dalla borsa di Paolo Borsellino pochi minuti dopo lo scoppio della bomba in via D’Amelio a Palermo.
La conoscenza dello scenario in cui maturarono le stragi di quella stagione e dei moventi che spinsero gli autori a compiere quei delitti efferati non è necessaria solamente per la definizione delle responsabilità penali degli assassini, ma anche per capire il presente. Quelle stragi contribuirono infatti ad accelerare bruscamente un’involuzione del quadro politico nazionale e non potremo mai comprendere fino in fondo le ragioni dell’attuale gravissimo degrado del panorama morale ed istituzionale del paese senza aver fatto piena luce sulle trattative che a partire da quel contesto ebbero luogo tra Cosa Nostra e pezzi della classe dirigente italiana. “La seconda Repubblica affonda i suoi pilastri nel sangue”, ha detto il Procuratore Aggiunto di Palermo Antonio Ingroia, ma “è giunta l’ora della verità”, come ha scritto il giornalista Giorgio Bongiovanni. Nelle Istituzioni ci sono certamente numerosi individui che sanno molto di quelle trattative ed è venuto il momento che comunichino all’autorità giudiziaria quanto a loro conoscenza. Noi cittadini faremo fino in fondo la nostra parte per stare vicino a chi dall’interno delle Istituzioni sta combattendo questa difficile battaglia per la ricerca della verità.

Marco Bertelli



LINK

1) Il

sito curato dall’Associazione tra i familiari della strage di via dei Georgofili

2)

Sentenza d´appello BORSELLINO BIS emessa dalla Corte di Assise di Appello di Caltanissetta presieduta dal dott. Francesco Caruso il 18 marzo 2002

3)

Sentenza di primo grado sulla strage di via dei Georgofili emessa dalla Corte di Assise presieduta da Gaetano Tommaselli il 6 giugno 1998

Berlusconi e la mafia

Ecco due video interessanti:

– Nel primo Bossi da del “mafioso” a Berlusconi, lo definisce “pupo di cosa nostra”, dice che “fece la Fininvest coi quattrini di Cosa Nostra”. Poi però Bossi è diventato alleato di ferro di Berlusconi, che cose strane…

– Nel secondo i collaboratori di giustizia Antonino Giuffrè (braccio destro di Bernardo Provenzano) , e Salvatore Cancemi (autista di Riina), ammettono al processo sui mandanti occulti delle stragi mafiose di Capaci e di Via D’Amelio, le connessioni tra Cosa Nostra e Forza Italia. Questo video poi fa alcune considerazioni sugli appoggi ad alto livello politico ed economico che hanno permesso alla mafia di crescere e prosperare.

Buona visione.

Bossi: “Berlusconi Mafioso!”

I pentiti di mafia parlano di Berlusconi