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“Lo Stato trattò con la mafia prima di via D’Amelio”

“Lo Stato trattò con la mafia prima di via D’Amelio”.

Lipari “conferma” Ciancimino

La trattativa, il papello, il ruolo di Vito Ciancimino, del generale Mori e del capitano De Donno. Qualcuno prima di Massimo Ciancimino aveva raccontato questa storia ma non è stato creduto, “bollato” come depistatore. I verbali di quegli interrogatori – datati 20, 28 novembre e 5 dicembre 2002 – ritornano, depositati al processo al generale Mori per favoreggiamento alla mafia, in corso a Palermo. Il personaggio al centro della vicenda è Pino Lipari, ex braccio destro economico di Bernardo Provenzano, oggi agli arresti domiciliari. Il 17 luglio 2009 è stato interrogato dai pm della Dda di Palermo Antonio Ingroia, Roberto Scarpinato e Nino Di Matteo. A loro ha confermato le dichiarazioni che aveva reso a suo tempo a Piero Grasso, Guido Lo Forte e Michele Prestipino.

“Mori e De Donno avrebbero incontrato il Ciancimino, credo nel ‘92, a Roma, per intraprendere una trattativa, De Donno avrebbe chiesto, o Mori, non so, ‘ma che cosa vuonno chisti, che cos’è?’, era successo il… la strage di Falcone, quindi siamo subito… nelle immediate… dopo qualche 15 giorni, 20 giorni, un mese, non so…”. Pino Lipari colloca, quindi, l’inizio dei colloqui fra gli ufficiali del Ros e Don Vito, dopo la strage di Capaci ma prima di quella di via D’Amelio. “Fu prima che morisse Borsellino, Borsellino era ancora in vita”. E Lipari sostiene anche che dietro Mori e De Donno ci fossero “persone delle istituzioni, lui faceva riferimento ai servizi segreti”. “Lui chi?” chiedeva allora Prestipino. “Provenzano – rispondeva Lipari – non a politici, perché se ci fosse stato Lima vivo avrebbe detto ‘Lima’, se Salvo fosse stato vivo, avrebbe detto ‘Salvo ’, perché i canali del tradimento di Cosa nostra quelli erano stati”.

Lipari sostiene anche di aver incontrato Vito Ciancimino a Roma, all’hotel Plaza, dopo le stragi. In quell’occasione Ciancimino gli avrebbe raccontato degli incontri con Mori e De Donno, “e mi diede una versione diversa dal Provenzano” ha raccontato Lipari. “Ciancimino mi disse: ‘io volevo un appuntamento col primario, col Riina, un incontro, e tu non me lo hai dato (…) e siccome non potevo parlare col suo aiuto, con Provenzano perché questa cosa era una cosa che doveva essere, per forza di cose, definita da Riina”. Così, secondo quanto dichiarato da Lipari, Ciancimino si sarebbe rivolto ad Antonino Cinà, medico della famiglia Riina. Quanto ai due ufficiali del Ros, anche Don Vito avrebbe confidato che “questa non è farina del loro sacco, venire a casa mia, a Roma…”.
Poi, attorno al 2000, Pino Lipari si sarebbe incontrato con lo stesso Antonino Cinà. Un’occasione buona per sapere come fossero andate le cose, e il medico gli avrebbe detto: “Pino, ti giuro, ho riferito a Riina, in occasione di una visita, gli ho riferito di questo aspetto proposto dal Ciancimino. Mi rimandò ad un paio di giorni, mi pare, e mi disse: ‘Nino qua c’è il papello, te lo puoi portare, che vuole Ciancimino? Vediamo che cosa deve fare”.

Fra le altre carte depositate al processo Mori, c’è anche una lettera firmata da Don Vito. Nell’intestazione si legge “Marcello Dell’Utri” e l’ex sindaco, a proposito di un procedimento milanese contro il senatore del Pdl risalente al 1981, scrive: “Io in piena coscienza affermo che se questa istruttoria fosse stata fatta a Palermo da Falcone, Dell’Utri sarebbe stato rinviato a giudizio e certamente condannato”. Infine, anche le intercettazioni fra gli avvocati Giovanna Livreri e Gianni Lapis. Il 17 gennaio 2009 la Livreri, a proposito di Massimo Ciancimino, dice: “Questo ragazzo può anche sapere meno di quello che altri immaginano che sappia, perché hai visto che comincia a parlare, ci possono essere tante persone in giro che pensano che questo sappia tante cose”. Lapis risponde alla collega: “Ma lui ha il papello del padre, se lo porta veramente… qua succede veramente che farà saltare tutti”. “Ma infatti – risponde l’altra – là c’è tutto, cioé là ci sono pure le connivenze con lo stato quindi è chiaro… ma là mica lo fa fuori la mafia, là lo fa fuori lo Stato”.


Andrea Cottone (il Fatto Quotidiano, 1 aprile 2010)


E Ciancimino scrisse: nel 1982 potevano condannare Dell’Utri

Fonte: E Ciancimino scrisse: nel 1982 potevano condannare Dell’Utri.

Mentre il figlio replica ai giudici che non lo vogliono sentire

Le soffitte della famiglia Ciancimino continuano a sfornare appunti imbarazzanti per i due imputati eccellenti dei processi palermitani: Marcello Dell’Utri e il generale Mario Mori. Le ultime carte sono state trovate negli scatoloni dimenticati nella casa della moglie di don Vito proprio quando Mori e Dell’Utri hanno cominciato ad attaccare il figlio del boss defunto. Entrambi i fogli sono stati scritti – secondo il figlio – da don Vito di suo pugno nel 2000 quando stava lavorando a un libro autobiografico. Nel foglio che riguarda il senatore del Pdl, don Vito ripercorre l’indagine milanese su mafia e affari che vide indagato Marcello Dell’Utri insieme a Vito Ciancimino. Nel suo biglietto l’ex sindaco mafioso rimarca stizzito il differente trattamento ricevuto: Dell’Utri fu prosciolto dal pm Viola di Milano mentre lui sarà condannato a Palermo per iniziativa di Giovanni Falcone. Nel biglietto si afferma questo concetto: “se l’istruttoria su Dell’Utri fosse stata condotta a Palermo da Falcone, Marcello Dell’Utri sarebbe stato rinviato a giudizio e condannato”.

L’altro foglietto proveniente dagli scatoloni di mamma Ciancimino è un foglio nel quale Ciancimino senior scrive le sue impressioni dopo avere assistito alla deposizione del generale Mori e del capitano Giuseppe De Donno al processo di Firenze sulle stragi di mafia. Secondo don Vito, Mori e De Donno avevano mentito testimoniando sul suo arresto e sulla vicenda del passaporto del boss. Ciancimino senior dice di essersi rifiutato di deporre – come gli avevano chiesto i mafiosi imputati – anche se avrebbe potuto sbugiardare in aula i carabinieri che avevano intavolato con lui la “trattativa” del 1993. La vicenda del passaporto di don Vito è centrale nel processo Mori. Massimo Ciancimino ha sempre citato questo episodio come la prova della volontà degli apparati dello Stato di arrestare l’uomo con il quale avevano trattato per nascondere all’opinione pubblica la verità. Secondo Ciancimino jr furono proprio i carabinieri a far chiedere e ottenere dal padre il passaporto. Una trappola in piena regola per l’anziano boss che, poco dopo, fu arrestato.

Ora però la procura di Palermo ha accertato che la richiesta di arrestare Vito Ciancimino è partita più di un mese prima della sua istanza per il rilascio del passaporto. Il 27 ottobre 1992, infatti, il sostituto procuratore generale, Luigi Croce, richiede alla corte d’appello di Palermo di ripristinare la custodia cautelare a Don Vito. Il pentito Gaspare Mutolo stava riempiendo fiumi di verbali e si attendeva la conferma in appello della condanna a 10 anni in primo grado. Il pericolo di fuga era “gravissimo, concreto e attuale”. Poi si sospende tutto perché la commissione antimafia doveva sentire don Vito. Il 25 novembre 1992 il boss chiede il rilascio del passaporto e il 7 dicembre il procuratore Croce torna a chiedere l’arresto perché l’audizione in commissione non c’è stata. Parte un lungo giro di fax fra Roma e Palermo e, alla fine, il 18 dicembre Armando D’Agati, presidente della terza sezione penale d’appello, scrive a penna l’ordinanza d’arresto. Dove si legge che la domanda per il passaporto “può concretizzare il tentativo, in un uomo abile, intelligente e non ignaro delle leggi, di sottrarsi definitivamente alla giurisdizione italiana ”. Massimo Ciancimino però non retrocede dalla sua versione: “Non è affatto una smentita della mia ricostruzione”, spiega a “Il Fatto Quotidiano”, la richiesta del passaporto ha comunque accelerato l’esecuzione dell’arresto ed è stata la sua motivazione”. Ciancimino non è affatto deluso dalla decisione della Corte di Appello di Palermo di non ascoltarlo come testimone dell’accusa contro Marcello Dell’Utri. “Ho accolto questa scelta con sollievo perché non ho mai avuto tanta voglia di parlare di questi argomenti e poi credo di avere sollevato dall’imbarazzo uno dei membri della Corte”. Comunque la Corte di assise di appello di Roma, a differenza di quella di Palermo, nonostante le sollecitazioni della difesa perché si seguisse quell’orientamento, ha ammesso il testimone Ciancimino. Quanto alle sue incoerenze, notate anche da Il Fatto, Ciancimino junior tiene a precisare che si tratta solo di un errore materiali. Quando ha raccontato il ruolo di don Vito e del banchiere Calvi (morto nel 1982) nella distribuzione della mazzetta Enimont (operazione del 1989) non mentiva ma era solo vittima di un lapsus. “Basta leggere i verbali”, spiega Ciancimino jr, “per capire che l’episodio da me riferito al processo Calvi usando la parola Enimont era lo scandalo Eni-Petromin, precedente alla morte di Calvi. Nessuna incoerenza, quindi ma solo una confusione di nomi dovuta alla stanchezza dovuta alle troppe deposizioni che ho fatto”. Quanto all’altro errore segnalato dalla difesa di Mario Mori, cioé la lettera all’ex ministro Dc Attilio Ruffini sul caso Ustica datata 1979 (mentre l’aereo dell’Itavia è caduto nel 1980) Ciancimino replica: “le lettere di mio padre a Ruffini depositate sono una ventina. Gli avvocati di Mori hanno semplicemente citato quella sbagliata”.

Marco Lillo e Andrea Cottone (il Fatto Quotidiano, 21 marzo 2010)

Il colonnello del Quirinale nella trattativa

Fonte: Il colonnello del Quirinale nella trattativa.

Scritto da Giuseppe Lo Bianco e Sandra Rizza

Perquisì la casa di Ciancimino ma gli sfuggì il “papello” Stato-Mafia

Tutti insieme appassionatamente. Ufficiali in divisa, intermediari, capi mafiosi e “aiutanti”: tutti protagonisti a partire dal 1992 della trattativa tra Cosa nostra e lo Stato. Sarebbero una decina, fino a questo momento, le persone indagate dalla procura di Palermo nell’ambito dell’inchiesta sul negoziato, dai contorni ancora oscuri, tra i rappresentanti delle istituzioni e i boss corleonesi aperto nel periodo a cavallo tra la strage di Capaci e quella di via D’Amelio.

IL COLONNELLO. Da oggi nel fascicolo dei pm Paolo Guido e Nino Di Matteo c’è anche il nome di un colonnello dei carabinieri, in servizio presso il nucleo del Quirinale: Antonello Angeli, indagato per favoreggiamento: “Per aver aiutato diversi soggetti coinvolti nella trattativa, omettendo di sequestrare i documenti” rinvenuti nella villa all’Addaura di Massimo Ciancimino, durante la perquisizione del 17 febbraio 2005. Tra questi c’era anche il famigerato “papello” custodito con altre carte all’interno di una cassaforte, che non fu neppure aperta.


Con il colonnello Angeli sono indagati il generale Mario Mori e il suo ex braccio destro Giuseppe De Donno, quest’ultimo sospettato – in base all’articolo 338 del codice penale – di violenza o minaccia ad un corpo politico, amministrativo o giudiziario dello Stato. All’ex ufficiale del Ros viene contestata anche l’aggravante dell’articolo 339 del codice penale, che sanziona l’aver commesso il fatto in piu’ di 10 persone. Altri indagati nella stessa inchiesta sono i boss corleonesi Totò Riina e Bernardo Provenzano, e il “mediatore” Antonino Cinà, il medico di Riina che fece da postino tra i boss e don Vito Ciancimino, consegnando proprio al figlio Massimo il foglio con la lista dei benefici che Cosa nostra pretendeva in cambio della fine dello stragismo: richieste, sostiene Massimo, da far pervenire agli ufficiali del Ros. Tra gli indagati per la trattativa sembra ci siano anche il misterioso Carlo-Franco, i due agenti dei servizi riconosciuti da Massimo Ciancimino, e con tutta probabilità lo stesso figlio di don Vito che nella vicenda, per sua stessa ammissione, ha svolto un suo ruolo più che significativo. E’ lui, Massimo, l’unico che su quel negoziato non risparmia notizie e particolari. Il suo racconto è la ricostruzione di una serie di incontri tra il padre e i carabinieri del Ros, culminata con la consegna del “papello” da parte di Totò Riina e la successiva cattura di quest’ultimo al centro di Palermo. Gli altri indagati sembrano molto meno loquaci. Interrogati ieri dai pm di Palermo, l’ex ufficiale del Ros De Donno e il colonnello Angeli hanno preferito avvalersi della facoltà di non rispondere. L’ufficiale dei carabinieri in servizio presso la Presidenza della Repubblica si è presentato al Palazzo di giustizia ieri mattina, accompagnato dal suo difensore di fiducia, l’avvocato Salvatore Orefice; e quando i pm Guido e Di Matteo gli hanno contestato l’accusa di favoreggiamento, fornendo come elementi di prova le dichiarazioni di Massimo Ciancimino, ha preferito tacere. Il figlio di don Vito ha raccontato che quella cassaforte, contenente importanti documenti relativi alla trattativa, era ben visibile ma non e’ stata ispezionata. Secondo gli inquirenti, il comportamento di Angeli sarebbe stato finalizzato proprio ad evitare il ritrovamento di manoscritti dell’ex sindaco e altre prove che avrebbero potuto documentare il negoziato condotto dagli esponenti del Ros.

LA TELEFONATA. Ciancimino ha raccontato che quel giorno, il 17 febbraio del 2005, si trovava a Parigi quando ricevette una telefonata dal fratello che lo avvisava che c’era in corso una perquisizione nella sua abitazione dell’Addaura. Ciancimino ha poi aggiunto che gli fu passato al telefono il capitano dei carabinieri che coordinava la perquisizione (Massimo lo indica come “il capitano Angelini o Gentilini”) al quale lui disse di rivolgersi al custode della casa, Vittorio Angotti, per qualsiasi necessità, compresa la disponibilità di chiavi utili alla perquisizione. Il figlio di don Vito ha detto che a quel punto parlò al telefono con Angotti e gli chiese se i carabinieri avessero visto la cassaforte. Angotti – ha concluso Massimo nel verbale del 30 luglio 2009 – rispose che i militari non avevano chiesto nulla . Nella cassaforte, secondo Ciancimino jr, oltre a denaro contante e ad alcuni orologi di pregio, c’era anche il “papello”.
Anche De Donno, che da qualche anno ha lasciato l’Arma, ieri ha preferito non parlare. Secondo Ciancimino jr, De Donno sarebbe stato protagonista degli incontri con Vito Ciancimino e i boss per fermare la stagione delle stragi del 1992. Tra le fonti di prova che i pm hanno elencato all’ex capitano del Ros, anche le testimonianze dell’ex guardasigilli Claudio Martelli e dell’ex direttore degli Affari penali del ministero della Giustizia, Liliana Ferraro. Quest’ultima, nell’autunno scorso, raccontò ai pm di essere stata avvicinata da De Donno in un arco di tempo tra il 21 e il 28 giugno del ’92. In quell’incontro l’ex ufficiale le avrebbe comunicato che il Ros aveva avviato ”un’iniziativa investigativa” con Vito Ciancimino. Notizia che la Ferraro passò poi a Borsellino il 28 giugno. Tre settimane prima che il giudice fosse assassinato.

Giuseppe Lo Bianco e Sandra Rizza (il Fatto Quotidiano, 11 marzo 2010)

La cassaforte invisibile del ‘papello’


Palermo, 11 marzo 2010.
Tutto nasce da una perquisizione in una villetta al  numero 3621 di lungomare Cristoforo Colombo a Palermo, all’Addaura, al confine con Mondello. È il 17 febbraio del 2005 la casa è quella di Massimo Ciancimino che è indagato per riciclaggio. Lui è fuori città e viene informato della perquisizione. Comunica al personale in casa di collaborare ed aprire la cassaforte .

Passano gli anni ed è Massimo Ciancimino, interrogato dai magistrati, a tornare su quella perquisizione. Come mai, si chiede, non fu vista e non fu aperta la cassaforte? Si trattava pur sempre di una indagine per riciclaggio.

Ciancimino  racconta ai magistrati che in quella cassaforte si trovava sia il cosiddetto ‘papello’, cioè le richieste di Cosa Nostra nella trattativa con  uomini dello Stato  per interrompere le stragi, sia  il ‘contro-papello’, le proposte di Vito Ciancimino. Eppure nel verbale della perquisizione non c’è traccia di quella cassaforte e del suo contenuto.

Il 30 luglio dello scorso anno i sostituti procuratori Di Matteo e Scarpinato tornano in quella villetta e si rendono conto che quella cassaforte era impossibile non vederla.

Il 10 marzo di questo anno viene sentito il maggiore Antonello Angeli, responsabile di quella perquisizione: è accusato di favoreggiamento aggravato per avere aiutato  più persone ad eludere le investigazioni “in merito alla vicenda della cosiddetta trattativa tra i vertici di Cosa Nostra e rappresentanti dello Stato omettendo dolosamente di sequestrare  documenti di evidente interesse processuale” .

A favore di questa accusa non ci sarebbero  solo l’ispezione dei magistrati dello scorso luglio e le dichiarazioni di Massimo Ciancimino, ma anche le dichiarazioni di altri testi su quanto è accaduto durante e successivamente la perquisizione. In altre parole, qualcuno tra i partecipanti a quella perquisizione avrebbe raccontato che il cosiddetto papello che per il generale Mori non sarebbe mai esistito, in realtà fu  trovato, ma rimesso nella cassaforte da dove era stato preso.

Né del papello, né della cassaforte fu mai fatta menzione.

Davanti alle contestazioni dei magistrati il maggiore Antonello Angeli, ora in forze al gruppo dei Carabinieri per la sicurezza del Presidente della Repubblica, ha deciso di avvalersi della facoltà di non rispondere. Stessa decisione è stata presa dal Colonnello Giuseppe De Donno.

Maurizio Torrealta (Rainews24, 11 marzo 2010)

Il Patto (tra la mafia e lo Stato). Intervista a Nicola Biondo.

Fonte: Il Patto (tra la mafia e lo Stato). Intervista a Nicola Biondo.

I confini tra una parte (quanta?) dello Stato e la mafia sono sottili, spesso inesistenti. Viene persino il dubbio che l’Italia alla fine della Seconda Guerra Mondiale sia stata liberata dai mafiosi americani guidati da Lucky Luciano e non dagli Alleati (ma forse da tutti e due insieme alla CIA…). L’intervista a Nicola Biondo è sconvolgente, ma anche surreale. Ne emerge un gioco di specchi in cui scompare qualunque regola, ogni credibilità delle Istituzioni. Biondo descrive un girone infernale senza nessuna speranza di purgatorio o paradiso nel quale non precipitano i malvagi, ma i cittadini onesti: magistrati, poliziotti, politici, giornalisti in una mattanza nella quale la mafia è spesso il braccio armato di poteri protetti dallo Stato.

Intervista a Nicola Biondo

Il Patto tra Stato e mafia
“Mi chiamo Nicola Biondo, sono un giornalista freelance scrivo per L’Unità, con Sigfrido Ranucci, un inviato RAI abbiamo scritto un libro per Chiare Lettere, si intitola: “Il Patto. Da Ciancimino a Dell’Utri, la trattativa segreta tra Stato e mafia nel racconto inedito di un infiltrato”. Raccontiamo una storia straordinaria, molto poco conosciuta, quella di Luigi Ilardo, nome in codice Oriente.
Luigi Ilardo dal 1994 al 1996 ha smesso di essere un mafioso e è diventato un infiltrato, tutto quello che ascoltava e vedeva non era più a beneficio della sua famiglia mafiosa, ma a favore degli uomini dello Stato.
Luigi Ilardo è un caso eccezionale della lotta a Cosa Nostra, in pochi mesi fa decapitare le famiglie mafiose di tutta la Sicilia orientale, ma cosa più incredibile, inizia un rapporto epistolare con Bernardo Provenzano, Ilardo è il primo che racconta il metodo dei pizzini che consentiva a Bernardo Provenzano di comunicare all’esterno con i suoi uomini, Ilardo è il primo a raccontarcelo. Ilardo incontra Bernardo Provenzano il 31 ottobre 1995, e da infiltrato informa i Carabinieri del Ros, che però incredibilmente non arrestano il boss e soprattutto non mettono sotto osservazione il suo covo che per sei anni Bernardo Provenzano continuerà a frequentare indisturbato.
La storia di Luigi Ilardo ci ha consentito di vedere in diretta questo Patto, di farci quelle domande che ci si è sempre fatti, come mai Cosa Nostra, una banda di criminali, sia riuscita a durare così tanto, sia riuscita a imporre il proprio dominio non soltanto in Sicilia, ma nel nord Italia, ha investito, si è esportata in mezzo

Bernardo Provenzano e la pax mafiosa
La storia di Luigi Ilardo incrocia tanti misteri, tanti segreti che ormai forse non sono più né misteri né segreti, la verità è lì, basterebbe poco per poterla raccontare, per poterla vedere. Luigi Ilardo per primo fa il nome di Marcello Dell’Utri, lo definisce un insospettabile esponente dell’entourage di Silvio Berlusconi. Lo fa nel gennaio del 1994, racconta in diretta il patto politico – elettorale che il Gotha di Cosa Nostra avrebbe fatto con la nascente Forza Italia, fa i nomi e non è solo quello di Marcello Dell’Utri, noi li possiamo fare, ciò non significa che siano colpevoli queste persone di cui adesso racconterò, ma l’infiltrato Luigi Ilardo li fa, sono i nomi di Salvatore Ligresti, di Raul Gardini, fa in maniera particolare dell’entourage di Raul Gardini i nomi di famosi imprenditori a lui legati che poi saranno definitivamente processati e condannati per concorso esterno in associazione mafiosa, fa il nome di politici, a parte Dell’Utri, come quello del papà dell’attuale Ministro della difesa La Russa e di suo fratello Vincenzo e lega questo contatto che la famiglia La Russa avrebbe avuto con Cosa Nostra, insieme con la famiglia Ligresti. Tutto questo ci porta a vedere in maniera chiarissima quello che per Ilardo era normale, un patto tra Stato e mafia, quel patto che noi oggi vediamo chiaramente nei processi, la mancata cattura di Bernardo Provenzano, come la racconta Ilardo è finita in una processo che oggi abbiamo su tutte le prime pagine nei giornali, il processo al generale Mori, proprio perché quest’ultimo era l’ufficiale di più alto rango, responsabile di quell’operazione che avrebbe dovuto consentire l’arresto di Provenzano 11 anni prima di quando effettivamente è accaduto.
Il racconto di Massimo Ciancimino ci permette ancora di più di scendere nei particolari e i personaggi sono sempre gli stessi, in questo caso il generale Mori che nel 1992 incontra Vito Ciancimino, i contorni di questi incontri sono ancora sfuggenti per molti, sono chiarissimi per le sentenze, quella è stata una trattativa, l’obiettivo era di catturare alcuni capi latitanti e lasciarne altri fuori, come Bernardo Provenzano per esempio, quella mafia invisibile, affaristica che ripone nel fodero l’arma delle stragi, per portare avanti una vera e propria pax mafiosa, quindi la mancata cattura di Provenzano che raccontiamo attraverso questo racconto inedito dell’infiltrato Luigi Ilardo, non è altro che un tassello del patto tra Stato e mafia, noi ti lasciamo libero, tu non fai più le stragi, noi ti consentiamo di fare affari, anzi li facciamo insieme!

Omicidi di Stato e di mafia
Quella che abbiamo raccontato non è soltanto una storia di patti, di accordi, è anche una storia scritta con il sangue, il sangue di molti poliziotti uccisi, Ilardo racconta che un ruolo importantissimo hanno avuto i servizi segreti italiani in molti omicidi politici e non avvenuti in Sicilia, lui racconta che alcuni poliziotti sono stati traditi e uccisi da un misterioso agente dei servizi, Ilardo lo chiama “faccia da mostro” noi ci siamo chiesti: quante facce da mostro hanno girato indisturbate in Sicilia, commettendo delitti che come dice Ilardo non erano nell’interesse di Cosa Nostra? Di questi delitti adesso noi possiamo individuarli, sono il delitto di Piersanti Mattarella, il Presidente della Regione Sicilia ucciso nel 1980, il delitto di Pio La Torre, il capo dell’opposizione comunista alla Regione Sicilia, ci sono delitti di poliziotti che Ilardo individua come delitti non di mafia, ma di Stato, c’è una frase agghiacciante che Luigi Ilardo avrebbe detto nell’unico incontro avuto con il Generale Mori e la frase è questa: “Molti attentati addebitati a Cosa Nostra non sono stati commessi da noi, ma dallo Stato e voi lo sapete benissimo!”.

Il palazzo scomparso
E’ anche una storia di sangue quella dei magistrati, seguendo Luigi Ilardo, ci siamo imbattuti nell’ennesima storia incredibile, cioè quella di un palazzo che scompare, il palazzo è quello di via D’Amelio, in questo palazzo appena ultimato il 20 luglio 1992, a 24 ore dalla strage che ha ucciso Paolo Borsellino e i suoi ragazzi di scorta, due poliziotti e la Criminalpol salgono e si imbattono nei due costruttori, gli chiedono se hanno visto qualcosa, poi chiedono alla centrale via telefono se hanno precedenti penali, quei due costruttori sono due costruttori mafiosi, a quel punto sta per scattare l’arresto o quantomeno un interrogatorio in questura.Uno dei due poliziotti sale sulla terrazza e vede che il teatro della strage è lì, a due passi, c’è una visuale perfetta, nota anche delle cicche a terra, un mucchio di cicche a terra, il tempo di prepararsi a portare questi due costruttori in centrale per un interrogatorio, arriva un’altra volante, l’interrogatorio non si fa, i due poliziotti stilano un verbale e per 17 anni credono che quella pista sia stata abbattuta, invece no, oggi noi abbiamo riportato nel nostro libro la testimonianza, quel verbale di quei due poliziotti su quel palazzo gestito da costruttori mafiosi è sparito dalla Questura di Palermo. La Procura di Caltanissetta che indaga non l’ha trovato, c’è di più, i nomi di quei due costruttori finiranno da lì a poche settimane nei verbali di due importanti pentiti che accusavano Bruno Contrada n° 3 del Sisde e ex capo della Questura di Palermo, diranno questi pentiti: questi due costruttori hanno fornito a Bruno Contrada un appartamento, la loro versione ha retto in Cassazione, le indagini hanno appurato che questi due costruttori erano confidenti di Bruno Contrada e per conto di Cosa Nostra gli fornivano un appartamento. Quel palazzo di Cosa Nostra che dà su Via D’Amelio non è mai stato attenzionato dalle indagini, anzi a 48 ore dalla strage, in quel palazzo ritorna una squadra di Carabinieri, scrive un rapporto e dicono che è tutto a posto, strano, perché quel palazzo con quei costruttori era il primo luogo che si sarebbe dovuto indagare, ancora oggi, com’è noto, noi non sappiamo dove gli attentatori della strage di Via D’Amelio si sono piazzati, nessun pentito ce lo racconta, probabilmente perché davvero non è solo un segreto di mafia ma è anche un segreto di Stato.

Luigi Ilardo viene tradito, viene ucciso, i suoi racconti rimangono blindati, il colonnello Michele Riccio che li raccoglie subisce un arresto, una serie di disavventure, ma finalmente la verità di Ilardo, della mancata cattura di Bernardo Provenzano arriva in un’aula di giustizia e è quell’aula di giustizia dove oggi stanno venendo fuori tanti particolari su una trattativa tra Stato e mafia!”

Ciancimino, accuse a Forza Italia: “Frutto della trattativa con la mafia”

Fonte: Ciancimino, accuse a Forza Italia: “Frutto della trattativa con la mafia”.

Massimo Ciancimino torna in aula, al processo che vede imputato il generale Mario Mori di aver favorito la latitanza di Bernardo Provenzano, e accusa: “La trattativa Stato mafia proseguì anche dopo il 1992”. Un pizzino di Provenzano diretto a Dell’Utri e Berlusconi.

PALERMO – “Nel 1994, l’ingegner Lo Verde, alias Bernardo Provenzano, mi fece avere tramite il suo entourage una lettera destinata a Dell’Utri e Berlusconi. Io la portai subito a mio padre, che all’epoca era in carcere. Mi disse che con quella lettera si voleva richiamare Berlusconi e Dell’Utri, perché ritornassero nei ranghi. Mio padre mi diceva che il partito di Forza Italia era nato grazie alla trattativa e che Berlusconi era il frutto di tutti questi accordi”.

Massimo Ciancimino torna nell’aula bunker di Palermo, al processo che vede imputato l’ex generale del Ros ed ex capo dei servizi segreti Mario Mori di aver protetto la latitanza del capomafia Bernardo Provenzano. Rispondendo alle domande del pubblico ministero Antonio Ingroia, il figlio dell’ex sindaco, ha ripercorso il contenuto di un pizzino che ha consegnato nei mesi scorsi ai magistrati di Palermo.

“E’ rimasta solo una parte di quella lettera – dice Ciancimino – eppure, fino a pochi giorni prima della perquisizione fatta dai carabinieri nel 2005 a casa mia, nell’ambito di un’altra indagine, il documento era intero. Ne sono sicuro. Non so cosa sia successo dopo”.

In ciò che è rimasto nella lettera si legge: “… posizione politica intendo portare il mio contributo (che non sarà di poco) perché questo triste evento non ne abbia a verificarsi. Sono convinto che questo evento onorevole Berlusconi vorrà mettere a disposizione le sue reti televisive”. Il “triste evento” sarebbe stato un atto intimidatorio nei confronti del figlio di Silvio Berlusconi.

Massimo Ciancimino spiega: “Provenzano voleva una sorta di consulenza da parte di mio padre: questo concetto di mettere a disposizione le reti televisive l’aveva suggerito proprio lui a Provenzano, qualche tempo prima. Mio padre si ricordava di quando Berlusconi aveva rilasciato un’intervista al quotidiano Repubblica. Diceva che se un suo amico fosse sceso in politica lui non avrebbe avuto problemi a mettere a disposizione una delle sue reti”.

Vito Ciancimino avrebbe poi rielaborato la lettera di Provenzano: Massimo Ciancimino ha consegnato questa mattina al tribunale il secondo foglio della bozza scritta dal genitore. “La lettera è indirizzata a Dell’Utri e per conoscenza al presidente del consiglio onorevole Silvio Berlusconi – spiega il testimone – io fui incaricato di riportarla a Provenzano. Poi non so che fine abbia fatto e se sia stata consegnata”.

Insorge in aula l’avvocato Piero Milio, uno dei legali del generale Mori: “Cosa c’entrano questi argomenti con il processo, che si occupa della presunta mancata cattura di Provenzano nel 1995 a Mezzojuso, provincia di Palermo?”. Il presidente della quarta sezione del tribunale, Mario Fontana, respinge l’opposizione e invita il pubblico ministero Ingroia a proseguire nelle domande: “ E’ comunque importante accertare cosa sia avvenuto eventualmente prima o dopo”, dice.

Secondo la ricostruzione di Massimo Ciancimino, fatta propria dalla Procura, la trattativa fra mafia e Stato condotta durante le stragi del 1992 avrebbe avuto una “terza fase”: “A Vito Ciancimino, nel rapporto con Cosa nostra, si sarebbe sostituito Marcello Dell’Utri”, è l’accusa del figlio dell’ex sindaco. Che aggiunge: “Mio padre mi disse che fra il 2001 e il 2002 Provenzano aveva riparlato con Dell’Utri”.

La “bozza Ciancimino” ha un passaggio in più rispetto al documento sequestrato nel 2005. E’ scritto nel finale: “Se passa molto tempo e non sarò indiziato del reato di ingiuria sarò costretto ad uscire dal mio riserbo che dura da anni e convocherò una conferenza stampa”. Chiede il pubblico ministero Nino Di Matteo: “Cosa sua padre minacciava di svelare?”.

Risponde Ciancimino junior: “L’origine della coalizione che aveva portato in politica Silvio Berlusconi”. Chiede ancora il pm: “A quando risaliva la bozza?”. Ciancimino: “Il 1994-1995”.

I SERVIZI SEGRETI Nell’audizione di Massimo Ciancimino torna il misterioso “signor Franco”, l’agente dei servizi segreti che secondo Ciancimino junior sarebbe stato in contatto con il padre e con Provenzano. “Dopo un’intervista con Panorama, in cui emergeva in qualche modo un mio ruolo nell’arresto di Riina, il signor Franco mi invitò caldamente a tacere e a non parlare più di certe vicende perché tanto non sarei mai stato coinvolto e non sarei mai stato chiamato a deporre. Cosa che effettivamente avvenne – accusa Ciancimino junior – visto che fino al 2008, quando decisi di collaborare con i magistrati, nessuno mi interrogò mai”. Anche durante gli arresti domiciliari Massimo Ciancimino avrebbe ricevuto una strana visita: “Un capitano dei carabinieri – dice il testimone – mi invitò caldamente a non parlare della trattativa e dei rapporti con Berlusconi”.

Un emissario del signor Franco gli avrebbe pure preannunciato un’i mminente inchiesta nei suoi confronti e persino gli arresti domiciliari: “Per questo, ero stato invitato ad andare via da Palermo”. Ciancimino riferisce ancora le parole che gli avrebbe riferito il capitano del Ros Giuseppe De Donno, collaboratore di Mori: ”Mi rassicurò che nessuno mi avrebbe mai sentito sulla vicenda relativa all’arresto di Riina. Su questa vicenda – mi disse – sarebbe stato persino apposto il segreto di Stato”.

LA PERQUISIZIONE
Secondo la Procura, l’ultimo mistero legato al caso Ciancimino sarebbe quello della perquisizione del 2005: “Nessuno dei carabinieri presenti – accusa il testimone – chiese di aprire la cassaforte, che era ben visibile nella stanza di mio figlio”. Si commuove Massimo Ciancimino quando vede le fotografie della casa, fatte di recente dalla Dia su ordine della Procura. “In quella villa di Mondello ho tanti ricordi – spiega – lì ha vissuto mio figlio dopo la nascita”. Dopo una breve sospensione dell’udienza, Ciancimino torna ad accusare: “I carabinieri e qualcun altro sapevano che in quella cassaforte c’e rano il papello e altri documenti”.

LE MINACCE “Anche la settimana scorsa ho ricevuto delle pesanti intimidazioni – denuncia Massimo Ciancimino – sul parabrezza della mia auto è stata lasciata una lettera dal contenuto molto chiaro: neanche i magistrati di Palermo ti potranno salvare”.
Fonte: repubblica.it (Salvo Palazzolo, 8 Febbraio 2010)

I verbali integrali di Ciancimino

Fonte: I verbali integrali di Ciancimino.

E’ l’argomento del giorno, la deposizione di Massimo Ciancimino al processo che vede imputato il generale del Ros Mario Mori di avere favorito la latitanza di Bernardo Provenzano. In realtà, da mesi, il figlio dell’ex sindaco di Palermo sta raccontando ai pubblici ministeri della direzione distrettuale antimafia i segreti del padre: le figure più ricorrenti sono quelle dell’ingegner Lo Verde, ovvero Bernardo Provenzano, e del signor Franco, un misterioso agente segreto che avrebbe fatto da anello di collegamento fra Cosa nostra e i palazzi delle istituzioni. Massimo Ciancimino racconta, ma non sa tutto.
Il signor Franco, ad esempio, resta senza identità, nonostante le indicazioni offerte ai magistrati: nel suo cellulare, Ciancimino, aveva i numeri di un’utenza fissa (con prefisso 06 – Roma) e di una cellulare. Erano questi i contatti con il signor Franco, “grande amico di mio padre”, racconta il figlio dell’ex sindaco.
Vale la pena di leggerli integralmente i 22 verbali che i pubblici ministeri Nino Di Matteo e Antonio Ingroia hanno depositato al processo Mori. Sono il racconto di una Palermo inedita, in cui i mafiosi e strani agenti segreti vanno in giro tranquillamente. Questi verbali sono davvero un’utile lettura, per capire.

Salvo Palazzolo (Fonte: www.ipezzimancanti.it, 6 febbraio 2010)

I verbali integrali di Massimo Ciancimino

Il vero volto di Cosa Nostra

Fonte: Il vero volto di Cosa Nostra.

Eccolo il vero volto di Cosa Nostra. Quello delle interconnessioni tra politica, affari e servizi segreti disegnato ieri da Massimo Ciancimino durante la sua deposizione all’aula bunker dell’Ucciardone all’udienza del processo che vede imputati il generale Mori e il colonnello Obinu per la mancata cattura di Provenzano.
Quel volto che ancora in Italia si fa fatica a comprendere e a metabolizzare, complice la diffusa propaganda che vorrebbe la lotta alle mafie come una qualsiasi questione di guardie e ladri particolarmente arricchiti.
La Cosa Nostra che ha delineato il figlio di don Vito, di cui è stato testimone diretto, è invece una struttura potentissima con un ruolo di primaria importanza nello sviluppo economico e politico della Sicilia e non solo.
Vito Ciancimino era legato a doppio filo tanto con Provenzano, con cui si conoscevano fin da ragazzi, quanto con il misterioso signor Franco, nome di fantasia, uomo dei servizi che gli sarebbe stato accreditato dall’onorevole Restivo, al tempo ministro dell’Interno.
Con il primo gestiva la grande imprenditoria, con il secondo le questioni più riservate, con entrambi, visto che erano anche in stretto contatto fra di loro, collaborava alle strategie più delicate.

E’ grazie alla sua amicizia con il padrino suo compaesano che il vecchio sindaco si aggiudica e fa aggiudicare ai suoi prestanome appalti e concessioni a sufficienza per arricchire se stesso e l’organizzazione criminale. E’ il caso del big business del gas di Caltanissetta che, grazie all’influenza di don Vito e al legame di Provenzano con i Madonia, viene assegnato alla cordata Lapis-Brancato.  Tanto per rendersi conto: al momento della vendita nel 2004 l’azienda di cui don Vito aveva una quota occulta del 15% e Provenzano una percentuale fissa della “messa a posto” del 2% valeva circa 1000 euro ad utenza con un guadagno finale di 130 milioni di euro. Con Salvatore Buscemi e Franco Bonura, entrambi boss di primo piano, con i quali intrattiene “rapporti di carattere famigliare” don Vito invece diversifica i suoi investimenti non più solo in Sicilia ma anche in Canada, a Montreal e a Milano dove i proventi mafiosi vengono impiegati in “un’operazione faraonica” alla periferia del capoluogo lombardo. E’ la Milano due di Silvio Berlusconi, nella quale – ha specificato il testimone- già avevano investito molti altri capi mafiosi. E fra i nomi degli affaristi, contenuti nei documenti del padre, compare in lista anche Marcello Dell’Utri.

Il signor Franco, di cui Massimo Ciancimino fornisce generiche caratteristiche fisiche (sui 65, 70 anni distinto, molto ben curato) e la tracciabilità in una sim per ora non rinvenuta, è piuttosto il consigliere discreto e silente. Interviene e viene consultato in situazioni più chirurgiche. E’ lui ad indicare nel politico corleonese la persona adatta ad effettuare alcune attività di copertura. Quando Moro venne rapito, nel 1978, i vertici della Dc e lo stesso Franco avevano contattato don Vito affinché facesse sapere a Provenzano, ma anche a Pippo Calò, in quel periodo molto presente su Roma e al vertice anche della banda della Magliana, di astenersi dal prendere iniziative non sollecitate alla ricerca del covo in cui era detenuto lo statista democristiano.
Un compito simile era stato richiesto all’ex sindaco anche immediatamente dopo la strage di Ustica. Doveva contattare Provenzano al fine di effettuare un controllo serrato del territorio in modo da evitare fughe di notizie o testimonianze incontrollate che potessero mettere in discussione la versione ufficiale stabilita dal governo dell’epoca.
Cosa Nostra quindi, con uno dei suoi referenti politico-imprenditoriali principali, partecipa ad alcuni degli avvenimenti più drammatici del Paese e se in questi casi svolge solo parti di supporto all’epoca del biennio stragista  92-93 è protagonista del cambiamento.

Rispondendo alle domande del pm Nino Di Matteo, Massimo Ciancimino, ha infatti introdotto il tema della trattativa, cioè il dialogo tra lo Stato rappresentato dal generale Mori, odierno imputato e dal capitano De Donno, con la mafia di Riina di cui don Vito fu tramite.
Ciancimino junior ha ricordato dell’incontro avuto con l’allora capitano De Donno in aereo verso Palermo pochi giorni dopo la strage di Capaci e la richiesta dell’incontro con il padre .
Solo dopo essersi consultato con Provenzano e il signor Franco Vito Ciancimino acconsente ad incontrare i due ufficiali, “non era nella forma mentis di mio padre incontrare carabinieri e questo non poteva certamente essere ben visto dentro Cosa Nostra”. Lo scopo dell’incontro era di mettere fine alla violenza arrivata al suo culmine con l’omicidio Falcone e ottenere perciò una resa dei latitanti in cambio di un buon trattamento per i familiari. Per Ciancimino il vantaggio offerto è quello di poter beneficiare di qualche sconto di pena.
Don Vito però non riteneva i due ufficiali in grado di assicurargli la risoluzione dei suoi problemi carcerari quindi, sempre grazie al signor Franco, gli sarebbe stato garantito che il Ministro Rognoni e il ministro Mancino erano a conoscenza dell’attività dei carabinieri. Il tutto prima della strage di via D’Amelio.

Della trattativa Mori e De Donno avevano sempre fornito una diversa versione datando gli incontri invece successivamente all’omicidio del giudice Borsellino ma soprattutto avevano sempre negato di aver visto il famoso “papello” l’elenco di richieste che Riina, una volta constatata la disponibilità dello Stato al dialogo, avrebbe avanzato in cambio della cessazione dello stragismo. Il documento è stato però prodotto da Massimo Ciancimino e riporta, su di un post-it allegato, la dicitura autografa di don Vito: consegnato spontaneamente al colonnello Mori del Ros. Su ordine del padre, Massimo andò a ritirarlo personalmente, in busta chiusa, dal dottore Antonino Cinà, longa manus di Riina, nella sua villa di Mondello. Una volta preso visione dei contenuti, don Vito però si imbestialì con un caratteristico: “la solita testa di minchia”. I rapporti tra il politico e il capo di Cosa Nostra non erano mai stati idilliaci, don Vito lo riteneva un megalomane e dopo la strage di Capaci – confidò anni dopo al figlio – si era convinto che qualcuno stesse soffiando su questa sua personale esaltazione per indurlo a provocare un clima di destabilizzazione propedeutico ad una fase di profondo cambiamento.

Tuttavia, nonostante la sua contrarietà, sia Provenzano che il signor Franco lo avevano sollecitato a cercare una forma di mediazione, una rielaborazione moderata per rendere più accettabili le proposte impossibili lanciate da Riina. E questo è proprio il contenuto del secondo documento che il pm Di Matteo ha chiesto a Ciancimino di commentare. Si tratta di un foglio manoscritto del padre nel quale vi sono altri generi di modifiche legislative comunque di grande interesse per Cosa Nostra e non solo. Una sorta di appunto, una traccia che gli sarebbe servita per i prossimi incontri che doveva tenere con Provenzano, il signor Franco e i carabinieri, insomma con i suoi interlocutori. Tutti argomenti di cui continuerà a parlare Massimo Ciancimino nel prosieguo della sua deposizione.

Un piccolo dato curioso, ieri in aula c’erano una scolaresca attenta e silenziosa e pochi giornalisti, le firme più illustri, ma niente a che vedere con il can can mediatico che si era creato per l’interrogatorio di Gaspare Spatuzza che seppur importante era un uomo d’onore di relativa caratura rispetto ad un testimone diretto di un’epoca drammatica che ha segnato la storia del nostro Paese.
Certo in questo caso c’è da scrivere poco di sangue e violenza e Massimo Ciancimino non è facilissimo da smentire e infangare, ma soprattutto racconta di una mafia di cui è meglio non far sapere. Chissà mai che gli italiani comincino a capirne qualcosa.

Anna Petrozzi e Lorenzo Baldo (ANTIMAFIADuemila, 2 febbraio 2010)