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B. e l’incubo Spatuzza

Fonte: B. e l’incubo Spatuzza.

Quando nel 1998 fu archiviata l’inchiesta sulle connessioni tra  stragi e politica, non c’era ancora il grande pentito

Venti pentiti, ritenuti credibili, raccontano dall’interno i rapporti tra Berlusconi, Dell’Utri e i boss mafiosi durante la stagione delle stragi. Da Francesco Di Carlo a Calogero Ganci, da Gioacchino Pennino ad Angelo Siino, da Pietro Romeo a Giovanni Ciaramitaro. Sono capi e gregari che raccontano come in quel periodo tra i boss e i due leader di Forza Italia fu stretto un accordo elettorale: la mafia avrebbe fatto votare in massa la nuova formazione politica in cambio di una normativa giudiziaria più favorevole (“41 bis, legislazione sui collaboratori di giustizia, recupero di garantismo processuale trascurato dalla legislazione dei primi anni ’90”). Un accordo elettorale frutto di un rapporto che, secondo i magistrati, “non ha mai cessato di dimensionarsi sulle esigenze di Cosa Nostra”, ma che non basta a stabilire l’esistenza, a monte, di un patto preventivo tra quei politici e i boss mafiosi per pianificare ed eseguire le stragi. Ecco perchè le posizioni di Berlusconi e Dell’Utri, indagati dodici anni fa come “mandanti occulti” sono state archiviate, ed ecco perchè il procuratore nazionale antimafia Piero Grasso oggi imprime, a sorpresa, con le sue dichiarazioni, una brusca  accelerazione mediatica alle indagini sul ’93, alludendo ad una matrice politica del terrorismo mafioso.

Grasso sa benissimo – poichè lui stesso (con i pm di Firenze Fleury, Chelazzi, Nicolosi e Crini) è tra i firmatari della richiesta di archiviazione – che quelle indagini, arenatesi nel novembre del 1998 con il decreto del gip Giuseppe Soresina, oggi trovano uno straordinario impulso nelle nuove investigazioni riaperte a Firenze e a Caltanissetta, dopo la collaborazione del pentito Gaspare Spatuzza. Grasso sa che le nuove analisi dei pm nisseni e fiorentini ripartono da un dato certo: nel biennio ’92-’93, Cosa Nostra “attraverso un programma di azioni criminali, ha inteso imprimere un’accelerazione alla situazione politica nazionale così da favorire trasformazioni incisive e da agevolare l’avvento di nuove realtà  politiche”. Cosa nostra ha cioè pianificato ed eseguito le stragi agevolando un obiettivo “politico”, esterno ai suoi più diretti interessi: seminare il caos, favorire il ribaltone istituzionale, e traghettare il Paese dalla Prima alla Seconda Repubblica. Sono parole che lo stesso procuratore nazionale aveva già sottoscritto, proprio dodici anni fa, in quella richiesta di archiviazione nei confronti di Berlusconi e Dell’Utri, che fino ad oggi – incredibilmente – è rimasta inedita.

In quell’atto, oltre a spiegare il percorso investigativo e logico-giuridico che li ha condotti a chiedere l’archiviazione, i magistrati di Firenze sottolineano un dato certo: sono “molteplici – scrivono i pm – gli elementi acquisiti univoci nella dimostrazione che tra Cosa Nostra e il soggetto politico imprenditoriale intervennero, prima ed in vista delle consultazioni elettorali del marzo 1994, contatti riconducibili allo schema contrattuale, appoggio elettorale-interventi sulla normativa di contrasto della criminalità organizzata”. Il rapporto di scambio – e cioè un accordo – c’è stato, anche se al semplice livello di promesse ed intese reciproche. Resta, all’epoca, sospesa una domanda finale: e cioè se il “dinamismo politico-militare dei boss, di cui quell’accordo fu uno degli effetti (…) attrasse di fatto – proprio nel momento storico in cui l’iniziativa militare veniva deliberata o era in corso – anche l’interlocutore politico”. E cioè se Berlusconi e Dell’Utri abbiano indirizzato i progetti eversivi di Cosa Nostra o se, invece, ne abbiano solo beneficiato a posteriori, senza averne alcuna consapevolezza o responsabilità. In questo quadro stagnante, ma sconosciuto per dodici anni, si inseriscono oggi le parole di Gaspare Spatuzza, che sembra riprendere i fili di un discorso interrotto, sia attribuendo una valenza politica allo stragismo, sia, soprattutto, indicando come “interlocutori” dei suoi capi, i boss Filippo e Giuseppe Graviano, gli stessi leader politici archiviati in passato. L’ex armiere i Brancaccio rilegge l’intera stagione delle bombe a partire dalla fine del ’91, quando i boss della cupola mafiosa, Giuseppe Graviano, Matteo Messina Denaro, Vincenzo Sinacori, sono tutti a Roma per uccidere Giovanni Falcone, Claudio Martelli, Maurizio Costanzo. Ma gli assassini, pronti a liquidare gli avversari con un colpo di pistola, si fermano. Succede qualcosa, in quel momento – lascia intendere Spatuzza – che fa cambiare il progetto di morte. Che fa pensare a modalità più “spettacolari” per quegli omicidi. Che induce a pianificare le stragi come strumento di terrore e di condizionamento. Che suggerisce di utilizzare la vendetta mafiosa, trasformandola in strategia politica, in strategia della tensione. Succede, fa capire Spatuzza, che in quel momento appare sulla scena politica italiana  un nuovo soggetto, appaiono nuovi interlocutori: persone che si propongono come tali ai boss preoccupati dall’imminente sentenza del maxi in Cassazione. Non c’è ancora un partito, ma i capimafia sanno (e, stando alle rivelazioni di Pino Lipari, l’ex consigliori di Riina e Provenzano, lo sanno direttamente da Dell’Utri) che presto ci sarà una nuova formazione politica. E che sarà un partito aperto alle esigenze di una legislazione giudiziaria “morbida”, tema cruciale per Cosa nostra. Agevolare la sua affermazione, sarà un affare per l’organizzazione mafiosa.

Spatuzza dice che quei nuovi soggetti, quei “nuovi interlocutori” sono Berlusconi e Dell’Utri, fornendo un ulteriore tassello a quella ipotesi investigativa che dodici anni fa finì in archivio. Oggi Grasso, che fin dall’ìnizio ha sponsorizzato la collaborazione di Spatuzza, getta acqua sul fuoco e dice che le sue parole sono state “decontestualizzate”, ipotesi e ragionamenti che volano più in alto dei poteri che la Costituzione gli attribuisce. Poi la butta in scherzo: “’Un mandato di cattura per Berlusconi? Calma, nessun mandato, anche perchè non ne avrei i poteri”.


Giuseppe Lo Bianco e Sandra Rizza (il Fatto Quotidiano, 28 maggio 2010)

Le 14 lettere di Matteo Messina Denaro

Fonte: Le 14 lettere di Matteo Messina Denaro.

C’è un politico che Bernardo Provenzano ha “messo a disposizione” di Matteo Messina Denaro. C’è un prete che continua a mandare saluti a Matteo Messina Denaro e gli scrive: “Se hai bisogno della benedizione di Gesù Cristo sai dove e come trovarmi”. C’è un imprenditore che è pronto a intestarsi alcune quote di una società per fare grandi affari in provincia di Trapani. C’è un “amico”, che era devoto a Francesco Messina Denaro, e adesso è al servizio del figlio. C’è un tipografo che ha appena stampato un nuovo documento al nuovo leader carismatico di Cosa nostra, il trapanese Matteo Messina Denaro.

Ci sono cinque, e chissà quanti altri, insospettabili che da 16 anni proteggono la latitanza dell’ultimo depositario dei segreti di Totò Riina e Bernardo Provenzano. Quei cinque sono citati, con grande rispetto, da Messina Denaro nelle sue lettere: senza nomi, naturalmente, ma con diversi particolari che dicono della immutata capacità di infiltrazione di Cosa nostra nella società legale (o presunta tale). Bisogna leggerle con attenzione le lettere di Matteo Messina Denaro: quelle che sono state sequestrate nel corso degli ultimi anni sono 14. Sette, ritrovate dalla polizia nel covo di Bernardo Provenzano, a Corleone, l’11 aprile 2006. Due, sequestrate nel covo di Salvatore e Sandro Lo Piccolo, a Giardinello, durante il blitz fatto dalla squadra mobile di Palermo il 5 novembre 2007. Cinque lettere sono state invece consegnate al Sisde, il servizio segreto civile, dall’ex sindaco di Castelvetrano, Antonino Vaccarino, pure lui in contatto epistolare col latitante, fra il 2004 e il 2005.

Eccole, di seguito, le 14 lettere scritte da Matteo Messina Denaro. Leggerle è importante per capire cosa è diventata oggi Cosa nostra. Il padrino che ha voluto le stragi di Firenze, Roma e Milano sostiene di essere investito di una “causa”: “Se io fossi nato due secoli fa, con lo stesso vissuto di oggi già gli avrei fatto una rivoluzione a questo stato italiano e l’avrei anche vinta”. Però, poi, le parole che seguono non sono proprio da Che Guevara: “In Italia da circa 15 anni c’è stato un golpe bianco tinto di rosso attuato da alcuni magistrati con pezzi della politica ed ancora oggi si vive su quest’onda”. Questa l’ho già sentita, e ho lo sensazione di sapere anche dove.

Le lettere di Messina Denaro, alias Alessio, a Bernardo Provenzano

1-10-2003
1-2-2004
25-5-2004
30-9-2004
6-2-2005
30-9-2005
21-1-2006

I due capimafia discutono soprattutto di una questione economica che vedeva contrapposti i clan di Trapani (legati a Messina Denaro) e quelli di Agrigento (legati la latitante Giuseppe Falsone). Le lettere fanno riferimento alla figura di un insospettabile imprenditore del settore della grande distribuzione, Giuseppe Grigoli. Per chi vuole approfondire l’argomento, ecco la memoria depositata dalla Procura di Palermo al tribunale che si è trovato a dover giudicare la posizione di Grigoli:
Memoria della Procura

Le lettere di Alessio a Vaccarino, alias Svetonio
1-10-2004
1-2-2005
22-5-2005
30-9-2005
28-6-2006

Le lettere di Alessio a
Salvatore Lo Piccolo
Sandro Lo Piccolo

Salvo Palazzolo (tratto da: http://www.ipezzimancanti.it)

Taglia del governosulla libertà di stampa | l’AnteFatto | Il Cannocchiale blog

La cosa più scandalosa è che secondo me i giornali dovrebbero scatenare un putiferio contro questa nuova legge porcata che punisce la libertè di stampa oltre che le intercettazioni, invece se ne stanno tutti zitti e obbedienti tranne quelli de “Il fatto Quotidiano”…

Fonte: Taglia del governosulla libertà di stampa | l’AnteFatto | Il Cannocchiale blog.

Arrivano gli emendamenti anti-D’Addario (divieto di registrazione), quello che “salva” i criminali se in compagnia di un onorevole, e bavaglio e carcere per i giornalisti

Avendoci messo le mani giureconsulti del calibro di Schifani, Alfano e Ghedini, era naturale che la legge sulle intercettazioni fosse una boiata. C’è semmai da dubitare della sanità mentale di chi s’illudeva di migliorarla con qualche “emendamento condiviso” qua e là. Chissà che si aspettavano i vertici dell’Anm e i fresconi del Pd dall’intervento del presidente del Senato, quello che quando non faceva l’autista del senatore La Loggia prestava consulenze legali a noti mafiosi. Il risultato è che la boiata resta una boiata, a parte un ritocchino che cancella i “gravi indizi di colpevolezza” come condicio sine qua non per intercettare, ripristinando gli attuali “gravi indizi di reato”.

Dopo lunghe spiegazioni, con l’ausilio di qualche disegnino, berlusconidi e schifanidi hanno finalmente capito che le intercettazioni servono a scoprire i colpevoli e consentirle soltanto dopo averli scoperti significa non scoprirli più. Per il resto, tutto come prima. Con l’aggiunta di un paio di novità da perizia psichiatrica. La prima: se intercetta un criminale che parla con un parlamentare (la qual cosa accade con grande frequenza), il pm deve bloccare tutto e chiedere l’autorizzazione del Parlamento a proseguire. Esempio: il delinquente Gigi parla con l’onorevole Pippo, ma non lo chiama onorevole: lo chiama solo Pippo.

Passano mesi prima che gl’interlocutori di Gigi vengano identificati e si scopra così che Pippo è un onorevole. Nel qual caso la nuova norma è inutile. Poniamo invece che si capisca subito che Pippo è un onorevole: il pm dovrà avvertire il Parlamento, cioè Pippo, che sta intercettando il suo amico Gigi, così Pippo potrà avvisare Gigi di non chiamarlo più, o di cambiare telefono, o di usare i pizzini. Così l’inchiesta va in fumo. Stessa regola per acquisire i tabulati del parlamentare che parla con l’indagato intercettato. Ma di solito è proprio per sapere a chi è intestata una certa utenza che si acquisisce il tabulato: d’ora in poi per acquisirlo bisognerà già sapere che è di un parlamentare e chiedere il permesso al Parlamento. E’ il comma 22.

Seconda novità: il privato cittadino che – come la D’Addario con Berlusconi – registra o filma proprie conversazioni con qualcuno rischia da 6 mesi a 4 anni di galera, a meno che non emerga una notizia di reato e venga tempestivamente denunciata. Ma la stessa cosa non può farla un magistrato: vietato piazzare cimici nell’auto o nella casa del mafioso o dello stupratore (ma anche telecamere allo stadio per prevenire eventuali atti di violenza), a meno che non si abbia la certezza che in quel luogo si sta commettendo un delitto. E, siccome la certezza non c’è mai, le cimici e le telecamere non si piazzeranno mai più. Non è meraviglioso? Intatte anche le follie dei 60 giorni di durata massima delle intercettazioni (poi, fosse anche la vigilia di un omicidio, si stacca tutto) e del divieto di usare intercettazioni in un’inchiesta diversa da quella per cui sono state disposte (intercetto uno per furto di bestiame e scopro che sta per ammazzare la moglie? Il nastro non è più utilizzabile per incastrarlo per uxoricidio).

Poi naturalmente c’è il bavaglio alla stampa. Secondo indiscrezioni trapelate dal Quirinale, a Napolitano va bene così. Il giornalista che pubblica un atto d’indagine rischia 2 mesi di galera più 10 mila euro di multa (20 mila se è un’intercettazione pubblicata o raccontata o riassunta) più la sospensione dalla professione; e il suo editore fino a 500 mila euro ad articolo. Ma qui la boiata è talmente incostituzionale e contraria alla Convenzione europea dei diritti dell’uomo che la Consulta e/o la Corte di Strasburgo faranno presto giustizia. Cose che capitano in un paese dove il premier pensa che “in Italia da circa 15 anni c’è un golpe bianco tinto di rosso attuato da alcuni magistrati con pezzi della politica”. Anzi no, mi dicono che la frase è di Matteo Messina Denaro. Ragazzo sveglio. Farà strada.

Antimafia Duemila – Op. Golem. Intercettazione del 2006: l’ordine dei mafiosi e’ votare Berlusconi, Prodi e’ ”babbu”

Antimafia Duemila – Op. Golem. Intercettazione del 2006: l’ordine dei mafiosi e’ votare Berlusconi, Prodi e’ ”babbu”.

di Rino Giacalone – 18 marzo 2010
Nell’officina di Leonardo Ippolito a Castelvetrano a parlare di tante cose.

Strategie mafiose, l’organizzazione della latitanza del super boss Messina Denaro, ma anche di politica.
Anche i mafiosi se la prendono con i «comunisti». Non è una novità, «comunisti» Matteo Messina Denaro «bolla» così magistrati e politici avversi nei «pizzini» della corrispondenza con l’ex sindaco Tonino Vaccarino, sorprendentemente scoperto nel 2006 essere un infiltrato del Sisde, il servizio segreto civile. In quell’officina nel 2006 gli investigatori grazie alle «cimici» hanno sentito i boss parlare delle imminenti elezioni, e di come fare avere voti «alla lista di Silvio Berlusconi» e che «sono finiti i tempi dei comunisti» la cui vittoria potrebbe (ai mafiosi) «consumarli».
Ascoltati a discutere di politica sono Nanai Ippolito, Tonino Catania, Mommo Casciotta. «I tempi dei Comunisti sono finiti Tonino…..le leggi non sono più come una volta…votiamo giusti!…ce ne possiamo andare dall’Italia se salgono…Prodi… questo babbu ! ci consuma a tutti…votiamo giusto quando sarà».
Sono 24 i profili del boss mafioso latitante Matteo Messina Denaro su Facebook. In molti di questi profili sul più famoso socialnetwork c’è l’ultima fotografia segnaletica del capomafia latitante dal 1993, in altre ancora ci sono dei soldi o un ritratto di Albert Einstein. Sono poi tanti, oltre 200 gli «amicì» del numero uno di Cosa nostra, molti dei quali stranieri. In alcune pagine si leggono commenti, «incitazioni», su alcuni profili poi non mancano alcune informazioni circa il «datore di lavoro», Cosa Nostra, o la «posizione», leader. Oltre alle pagine personali anche alcuni gruppi. Su Facebook circola protesta per queste pagine  e questi gruppi che però restano non rimosse.
Sembra escluso che il boss latitante usi il social network per veicolare suoi messagi, per questo c’è il sistema tradizionale dei «pizzini» che è quasi per intero svelato tra le pagine dell’operazione antimafia «Golem 2».
La seconda tranche dell’indagine antimafia che ha colpito scompaginandolo il mandamento mafioso di Castelvetrano conferma poi che Matteo Messina Denaro ha un amanuense che scrive i suoi «pizzini», cosa che era già emersa nella prima parte della stessa inchiesta, quella che l’estate dell’anno scorso portò ad una prima serie di arresti, sempre favoreggiatori del boss. Il «pensiero» è invece quello suo, certamente non hanno dubbi gli investigatori, perchè quei «pizzini» dai soggetti finiti arrestati  sono stati sempre letti come gli «ordini» del capo mafia latitante dal 1993. Tra le circostanze scoperte quelle che nel momento in cui i fedeli complici di Messina Denaro andavano a prelevare i «pizzini» avevano l’accortezza di spegnere i cellulari, ubbidendo ad altri tassativi ordini del boss: cellulari spenti per evitare di essere individuati, e così in diverse occasioni Salvatore Messina Denaro si muoveva tenendo il cellulare spento. Le indagini sul «servizio postale mafioso» ha portato ad accertare che la consegna dei «pizzini» deve avvenire con precise modalità, e questo avviene da almeno 13 anni. Un servizio puntuale come in una intercettazione viene sentito spiegare da Giovanni Risalvato poche ore prima di una «consegna»: «…io domani mattina li do a chi li devo dare… perché quello domani mattina quando viene non é che gli posso dire aspetta che devo raccogliere le cose… perché ci sono giornata ! orario ! tutte cose puntate ! precise… a millesimo di grammo ! Li’ non si puo’ “cugghiuniari ! (scherzare ndr)».

Mafia: 18 arresti e il cerchio si stringe attorno al latitante Matteo Messina Denaro

Fonte: Mafia: 18 arresti e il cerchio si stringe attorno al latitante Matteo Messina Denaro.

Qual’è il volto della mafia trapanese? È il viso di imprenditori, professionisti, di insospettabili commercianti, uomini che hanno scelto di servire il capo mafia latitante Matteo Messina Denaro non nascondendo la devozione riservata nei suoi riguardi, «è il capo di tutto» lo appellano.

C’è affianco a questi volti quelli della vecchia mafia che non abbandona mai il campo, come quella di «don» Nino Marotta, classe 1927, castelvetranese: fu «consigliori» del patriarca della mafia belicina, «don» Ciccio Messina Denaro, adesso lo è del figlio, Matteo, 48 anni il prossimo aprile, latitante dal 1993. Marotta era tra quelli che convocava i «summit» quando c’era qualcosa da decidere, dentro una officina di Castelvetrano, il segnale erano le sue parole che annunciavano a chi doveva esserci «che il pezzo di ricambio era arrivato». Una cerchia di 18 persone finita in manette stanotte a Trapani nell’operazione “Golem II”, 18 persone fermate per ordine della Procura antimafia di Palermo, provvedimento eseguito dai Poliziotti delle Mobili di Trapani, Palermo e dello Sco.


Una mafia tutt’altro che remissiva, in ritirata, pronta a compiere balzi in avanti e per questo la Dda di Palermo (procuratore aggiunto Teresa Principato, pm Paolo Guido e Marzia Sabella) non ha voluto attendere i tempi per la emissione da parte del gip di una ordinanza di custodia cautelare ed ha deciso di agire con i fermi. Ad agire la scorsa notte il «pool» che ha condotto le indagini, gli agenti delle squadre mobili di Trapani e Palermo e dello Sco (servizio centrale operativo di Roma). La notte scorsa sono andati a bussare alle porte di personaggi insospettabili, alle abitazioni dei familiari del latitante, nella casa della madre Lorenza dove vive anche la compagna del boss, Francesca Alagna, che a Matteo ha dato una figlia oggi quindicenne e che porta lo stesso nome della nonna. Una casa dove in ogni stanza ci sono due foto poste sui mobili, quella di Francesco, morto in latitanza nel 1998, di crepacuore per l’arresto del figlio Salvatore, oggi tornato in manette, e quella di Matteo, il segno preciso è dire che «loro ci sono». Caparbietà trasferita anche all’esterno come testimoniano le intercettazioni che hanno permesso di ascoltare i complici di Matteo Messina Denaro discutere di tante cose.


Il vertice

La mafia trapanese è nelle mani dei più stretti parenti del super boss, il fratello Salvatore Messina Denaro, il cognato Vincenzo Panicola, Giovanni e Matteo Filardo, suoi cugini. Loro guidavano il «cerchio» di persone più vicine al latitante, Salvatore Messina Denaro era indicato da tutti come «la testa dell’acqua», arrestato l’altro suo cognato, il bagherese Filippo Guattadauro, toccò a Salvatore diventare il referente per i contatti da e per il fratello latitante. Quella della scorsa notte è l’operazione che è il seguito di quella dell’estate scorsa, «Golem» quando furono arrestati i «pizzinari» che gestivano il circuito esterno, quelli di ora sono soggetti vicinissimi al latitante, che hanno avuto (lo tradiscono nelle loro discussioni finite intercettate) occasione di incontrarlo, come racconta di avere fatto l’imprenditore di Castelvetrano Giovanni Risalvato, lo stesso che è pronto a mettersi a disposizione per fare da manovale, andare a bruciare la casa per esempio del consigliere comunale del Pd di Castelvetrano Pasquale Calamia, «punito» in questa maniera per avere auspicato durante una seduta consiliare (presente il prefetto Trotta) l’arresto del latitante così da cancellare la nomea di Castelvetrano città di Messina Denaro.

Gli arrestati

A finire in manette sono stati: Salvatore Messina Denaro, 57 anni, Maurizio e Raffaele Arimondi, 44 e 50 anni, Calogero Cangemi, 61 anni, Tonino Catania, 43, Lorenzo Catalanotto, 30 anni, Andrea Craparotta (detto Giovanni), 46, Giovanni e Matteo Filardo, 47 e 42 anni, Leonardo Ippolito, 55, Marco Manzo, 45, Antonino Marotta, 83, Nicolò Nicolosi, 39, Vincenzo Panicola, 40, Giovanni Risalvato, 56, Filippo Sammartano, 52, Salvatore Sciacca, 30, Giovanni Stallone, 52. Tra i 18, sei sono imprenditori, Raffaele Arimondi, Calogero Cangemi, Giovanni e Matteo Filardo, Nicolò Nicolosi, Vincenzo Panicola; due commercianti Maurizio Arimondi e Giovanni Stallone. Nel corso dell’operazione, sono state eseguite oltre 40 perquisizioni, nelle province di Trapani, Palermo, Torino, Como, Milano, Imperia, Lucca, Siena e Caltanissetta, nei confronti di altrettanti soggetti, ed è stato eseguito il sequestro preventivo penale di un’impresa commerciale per la distribuzione all’ingrosso di caffè e prodotti dolciari (la società Ari gestita da Salvatore Messina Denaro), di un centro revisioni e officina autorizzata Alfa Romeo e di un esercizio pubblico.

Il reticolo

Il reticolo che custodisce il capo mafia latitante poco alla volta sta venendo alla luce, si scoprono i capi saldi, i punti di riferimento, i complici, vicini e lontani, gli arresti di oggi sono il prosieguo dell ’indagine «Golem» del giugno scorso quando gli arrestati furono 13, la «prima filiera esterna« di sostegno a Matteo Messina Denaro, con alcuni, come Francesco Luppino e Natale Bonafede, che garantivano i contatti con gli allora vertici regionali di «Cosa Nostra», tra cui, Salvatore Lo Piccolo. Gli arresti costituiscono un nuovo step tattico nella strategia investigativa volta alla individuazione progressiva dei successivi livelli gerarchici di responsabilità che costituiscono la filiera funzionale dei sostenitori del latitante castelvetranese». Una cerchi di sodali che si occupavano di estorsioni, danneggiamenti, di trovare un rifugio al latitante, della occulta gestione delle «casseforti» del boss. Punti di riferimento Salvatore Messina Denaro e Vincenzo Panicola, ma anche  soggetti come Giovanni Risalvato e Leonardo Ippolito, veri e propri trait-d’union tra le due fasi gestionali della compagine mafiosa. L’officina Alfa Romeo di Ippolito era adibita a luogo sicuro dove di norma avvenivano gli incontri, sempre presenti Filippo Guttadauro, fino al suo arresto, Nino Marotta, Giovanni Risalvato, Giovanni Filardo, Lorenzo Catalanotto, Girolamo Casciotta, ora deceduto, e Tonino Catania, quest’ultimo specialista negli incendi.


L’attività mafiosa

La spartizione di lavori  tra imprenditori organici o contigui a «Cosa Nostra» castelvetranese, regolamentarne o incentivarne le attività lavorative quali l’affidamento di lavori in sub appalto, condizionare nell’area di Castelvetrano il sistema produttivo del conglomerato cementizio, del movimento terra e di altri settori produttivi connessi, per la fornitura del calcestruzzo alle imprese che operavano nella zona di Castelvetrano. Oppure occuparsi direttamente dei nascondigli del latitante, un passaggio finito intercettato quando ad occuparsene su incarico di Filippo Guttadauro dovevano essere proprio Tonino Catania, Giovanni Risalvato e l’imprenditore caseario di Partanna Calogero Cangemi, che aveva frequentazioni importanti anche con mafiosi agrigentini, come Gino Guzzo, arrestato di recente. Doveva essere una casa con grandi comodità per ospitare Messina Denaro. L’officina di Ippolito non era l’unico luogo degli incontri. Salvatore Messina Denaro spesso preferiva parlare con i suoi «amici» all’esterno, in piazza, in riva al mare, a Tre Fontane, in un appezzamento di terreno nei pressi di una folta vegetazione di alberi di ulivi, oppure a Campobello nei pressi di una statua votiva di San Padre Pio. Il gruppo finito in manette la notte scorsa nell’operazione «Golem seconda fase» è quello che si occupava della trasmissione della corrispondenza da e per il soggetto latitante, nonché del reperimento periodico di somme di denaro per il suo sostegno logistico. Le intercettazioni hanno consentito di accertare il confezionamento di involucri  di piccolissime dimensioni, arrotolate accuratamente nel nastro adesivo, in cui venivano racchiuse banconote da 500 euro inviate a Matteo Messina Denaro, ancora appellato, come avveniva 12 anni addietro, quando l’operazione «Progetto Belice» tradiva che Matteo era appellato come «u siccu». Oggi Matteo è anche indicato come «il primo assoluto», proprio per segnare il suo comando incontrastato della mafia in Sicilia Occidentale. In una intercettazione ambientale del 15 novembre 2008, fatta a Palermo, Giuseppe Scaduto, relazionando i suoi interlocutori sull’incontro avvenuto il giorno prima con il gruppo dei dissidenti (a cui pure aveva partecipato l’allora latitante Giovanni Nicchi), riferiva che la fazione legata a Gaetano Lo Presti aveva tirato fuori un pizzino di Matteo Messina Denaro, che  pur dichiarandosi a disposizione di tutti, non era intenzionato a «riconoscere» nessuno come nuovo capo della commissione provinciale.
Matteo Messina Denaro, dunque, pur non potendo formalmente rivestire cariche verticistiche nella consorteria palermitana a lui estranea, si poneva e si pone come l’unica figura carismatica a tutt’oggi capace di imprimere le linee strategiche dell’intera Cosa nostra e il cui orientamento finisce per assumere carattere imperativo.

I pizzini, istruzioni per l’uso

È stato possibile ricostruire  la tempistica della corrispondenza inviata dal latitante e delineare anche il ruolo dei soggetti coinvolti e arrestati. L’apparato delle comunicazioni è strutturato, a differenza di quanto accadeva nella catena epistolare del boss corleonese Provenzano, nell’osservanza di due ferree regole, divieto di lasciare traccia materiale sia dei biglietti che dei movimenti posti in essere per la consegna/prelievo degli stessi , nonché ridurre al minimo il numero dei tramiti e le occasioni in cui la posta viene veicolata. E spunta ancora il Sisde di Mori. Parte dell’indagine è anche dedicata ai contatti – ancora pizzini – tra Messina Denaro e l’ex sindaco di Castelvetrano Tonino Vaccarino che tra il 2003 ed il 2006 su incarico di alti funzionari dell’ex «SISDE» teneva contatti con il boss. Una parte dell’indagine scottante, per la quale la Procura ha scritto alla presidenza del Consiglio a proposito di alcune intercettazioni che hanno riguardato uomini dell’allora capo del Sisde prefetto Mori, l’intervento dei servizi segreti è stato tenuto anche all’oscuro della Procura antimafia di Palermo, e questo fino al 2006 quando i pizzini trovati nel covo di Provenzano tradivano contatti che Matteo Messina Denaro aveva con un certo “Vac”, lo indicava al boss di Corleone come un suo paesano, che sarebbe dovuto intervenire su alcuni appalti, come la costruzione di un’area di servizio sull’autostrada dalle parti di Alcamo. Solo in quel momento il Sisde avrebbe deciso di rilevare che Vac, cioè Vaccarino, era un loro informatore. L’analisi degli specialisti della Polizia ha permesso di scoprire che il latitante Matteo Messina Denaro è solito mandare i suoi pizzini in tre precisi momenti dell’anno, tra gennaio e febbraio, tra maggio e giugno e tra settembre ed ottobre. Il “viaggio” di questi pizzini non è di breve durata, di solito occorrono almeno tra le due e le quattro settimane.


Contatti dal carcere

Ma c’è di più, emerge ancora il ruolo di un altro potente uomo del Belice, l’imprenditore Giuseppe Grigoli, il «re» dei centri commerciali Despar, arrestato due anni addietro e oggi sotto processo a Marsala, coimputato con Messina Denaro: sia prima che dopo il suo arresto, e quindi, nonostante la detenzione, è riuscito a mantenere contatti attraverso i familiari con la consorteria mafiosa, in particolare con Salvatore Messina Denaro, lui che davanti ai giudici aveva detto che «mai aveva avuto contatti con i boss». Familiari di Grigoli, come la moglie, Maria Fasulo, sono tra i destinatari dei 40 avvisi di garanzia emessi dalla Procura antimafia di Palermo, indagati per favoreggiamento.

Panettoni e colombe pasquali per le estorsioni

Nell’indagine c’è poi il capitolo sui attentati, incendi, danneggiamenti, nei confronti di commercianti, imprenditori, soggetti politici, nonché alle gestione occulta di imprese, società  e beni, attraverso specifici casi di trasferimento fraudolento di valori, intestazioni fittizie a fidati prestanome. Una delle aziende è la «Ari Group srl», società per l’importazione, l’esportazione ed il commercio all’ingrosso ed al dettaglio di caffè, interamente intestate a Maurizio Arimondi e al figlio Antonino, ma nella mani di Salvatore Messina Denaro. Filippo Sammartano di Campobello di Mazara gestiva la «Mac. One» col cognato Giovanni Stallone. Sembra che l’azienda veniva usata per estorcere denaro ad imprenditori, costretti a comprare sostanziose forniture di panettoni e colombe pasquali a secondo dei periodi dell’anno.


Il fuoco per le intimidazioni

A proposito di attentati incendiari a scopo intimidatorio o estorsivi, emergono i seguenti: l’attentato incendiario a scopo intimidatorio perpetrato, nei confronti dell’imprenditore Francesco Perrone, amministratore dell’impresa «Perrone Costruzioni srl», commissionato da Leonardo Ippolito a Tonino Catania e Girolamo Casciotta, che a loro volta coinvolgevano anche Salvatore Lombardo, ucciso nel maggio dell’anno scorso a Partanna; il tentativo di incendio, a scopo estorsivo,  nei confronti dei proprietari del bar denominato  «Caffè Roma» di Castelvetrano, per indurre i titolari nel recedere dall’acquisto dell’immobile, dove aveva sede l’esercizio commerciale; l’attentato incendiario a scopo intimidatorio delle strutture di proprietà dell’impresa impegnata nella realizzazione di un serbatoio da 3.600 mq e delle condotte di alimentazione dal punto di presa Acquedotto Bresciana, lavori appaltati dal comune di Castelvetrano.
All’opera sono stati visti grazie alle intercettazioni video, Giovanni Risalvato, Lorenzo Catalanotto, Tonino Catania, il pregiudicato mafioso campobellese Marco Manzo, oltre che di Nicolò Nicolosi negli incendi tra l’ ottobre 2008 ed il marzo 2009, l’incendio in diversi momenti delle tre auto intestate al pregiudicato Severino Lazzara, dell’auto di Nicola Clemenza, presidente del consorzio per la tutela e la valorizzazione dei prodotti agricoli del territorio della valle del Belice, il quale aveva rivendicato i diritti degli agricoltori oleari costretti dal mercato a vendere il prodotto a prezzi stracciati; l’incendio nel novembre 2008 della villetta sita in Castelvetrano, località Triscina, in uso a Pasquale Calamia, consigliere comunale di Castelvetrano del Pd, il quale nel corso di un consiglio comunale, nel mese di giugno del 2008, aveva formulato pubblicamente al Prefetto di Trapani l’auspicio che la latitanza del Matteo Messina Denaro, che era una offesa per la città di Castelvetrano, potesse terminare in tempi brevi. Agli atti di indagine c’è l’estorsione all’imprenditore di Ganci Luigi Spallina ordinata da Salvatore Messina Denaro. Spallina era aggiudicatario dell’appalto per il polo tecnologico integrato in contrada Airone di Castelvetrano, appalto di Belice Ambiente Ato Trapani 2, per un importo di euro 2.936.597. Messina Denaro chiese il 3 per cento, 100 mila euro.


Le regole

La regola che funzionava era quella che a pagare il pizzo dovevano essere le imprese non del territorio, gli «stranieri», per le imprese locali valeva un’altra regola quella di acquisire le commesse, cemento, ferro, inerti, sub appalti, presso le società della mafia, ma per ottenere ciò i boss non dovevano faticare per favorire le società loro vicine o da loro stesse controllate, le commesse arrivavano in modo automatico, in virtù di quel sistema che ha permesso alla mafia di diventare impresa. E al solito non c’è imprenditore che si lamenta. Anzi è pronto a diventare uomo nelle mani del boss pronto a imparare a memoria la ortodossia mafiosa, quella che Messina Denaro aveva spiegato nei pizzini inviati a Vaccarino dove parlava di persecuzione giudiziaria e di una guerra che deve ancora continuare. Intanto oggi a perdere è stato lui, non ha più a disposizione i complici più fidati.

Rino Giacalone (Antimafiaduemila, 15 marzo 2010)

Antimafia Duemila – Mafia: A Castelvetrano nel 1950 la prima trattativa tra Stato e Mafia

Probabilmente neanche questa è la prima, la mafia è nata con lo stato italiano e ha sempre vissuto in simbiosi con pezzi del potere che occupa lo stato. Comunque storia interessante da sapere

Fonte: Antimafia Duemila – Mafia: A Castelvetrano nel 1950 la prima trattativa tra Stato e Mafia.’

di Rino Giacalone – 15 marzo 2010
5 luglio 1950. Cortile di via Mannone a Castelvetrano.

Tra storia e leggenda dei patti tra Stato e mafia, è qui in questo luogo che se ne consumò certamente uno, il primo del dopoguerra.
Il bandito di Montelepre Salvatore Giuliano è in questo cortile che venne trovato morto, ucciso, raccontarono ai cronisti dell’epoca, al termine di un conflitto a fuoco con i carabinieri. Sparatoria inesistente. Giornalisti e fotografi videro il corpo di Giuliano steso a terra, torace e volto in giù, era insanguinata la canottiera, il temibile bandito non faceva più male a nessuno, lo Stato si presentava vittorioso. Ma era stata la mafia a «vendere» il bandito.
Uno dei cronisti che era presente sul luogo era Franco Grasso, Vincenzo Vasile in uno scritto lo ha ricordato, Grasso negli anni ’50 lavorava per la «Voce della Sicilia», fu lui a «sbugiardare» la cronaca dell’uccisione del bandito Giuliano, «il primo falso di Stato dell’Italia repubblicana» scrisse Vasile. Per terra, in quel cortile, non c’era sangue mentre ciò che Giuliano indossava ne fosse intriso. Giuliano fu ucciso da Gaspare Pisciotta a casa dell’«avvocaticchio» Gregorio De Maria, questi, ancora vivo, quasi centenario, ricorda che sentendo sparare in casa corse verso la camera dove era Giuliano incrociò Pisciotta che fuggiva via e che gli disse, «avvocato qui sparano». Pisciotta era arrivato lì con Giuseppe Marotta, commerciante di olio e vino, il cosidetto «’ntiso» del paese, suo fratello Nino aveva portato Giuliano a casa dell’avvocato De Maria, la vigilia del Natale del 1949. «Marotta – ha raccontato l’avvocaticchio, che oggi ha 99 anni – bussa alla porta della mia casa. Io vado ad aprire e m’accorgo che non è solo. Ti ho portato due pellegrini – mi dice – puoi ospitarli per qualche notte?… Mi sentii di morire. Avevo riconosciuto uno dei due, era Salvatore Giuliano».
Sessant’anni dopo il nome di Nino Marotta riemerge. Ad 83 anni è il più anziano dei mafiosi in attività. È tra i 18 arrestati dell’operazione «Golem 2». Dal 1950 ad oggi ne ha fatta di carriera, è passato dalla «banda» Giuliano fino a diventare il «consigliori» dei Messina Denaro, del «patriarca» Francesco Prima e di suo figlio Matteo oggi. Il riemergere del nome di «don» Nino Marotta riporta a uno dei primi grandi misteri del dopoguerra, dietro il delitto Giuliano la trama di una «trattativa» con pezzi dello Stato e con l’ispettorato antibanditismo, il ruolo di un capitano dei carabinieri, Antonio Perenze, la falsa ricostruzione dei fatti. De Maria fu assolto al processo di Viterbo contro la banda Giuliano: secondo i giudici agì in stato di necessità. La sua vita però, ha confidato ai giornalisti, «è stata capovolta», non potè diventare notaio, come progettava, e finì per insegnare prima educazione fisica e poi inglese. Di tanto in tanto racconta che incontrava Nino Marotta (Giuseppe morì nel 2004), facendo l’unica cosa saggia che racconta sa di dover fare e cioè «salutarlo per primo».
Sessant’anni dopo nei «pizzini» di Matteo Messina Denaro si coglie l’ombra di una trattativa ancora tra mafia e Stato, come ai tempi di Giuliano. «Golem 2» inoltre svela come il Sisde, l’ex servizio segreto civile, tentò di entrare in contatto con Messina Denaro (per la sua cattura si dirà), gli uomini del prefetto Mori si erano rivolti ad un ex sindaco di Castelvetrano, Tonino Vaccarino e questo fino al 2006, quando la Procura di Palermo pare fino ad allora non informata viene notiziata di quella corrispondenza tra Alessio (Messina Denaro) e Svetonio (Vaccarino).

Le linee dirette di casa Ciancimino

Fonte:Le linee dirette di casa Ciancimino.

L’interrogatorio di Massimo Ciancimino non si concluderà il 2 febbraio come previsto. Le udienze continueranno oggi e lunedì prossimo perché il teste che sta deponendo al processo contro il generale Mori e il colonello Obinu, accusati di favoreggiamento alla mafia per la mancata cattura di Provenzano nel ‘95, dovrà ancora approfondire il capitolo relativo alla trattativa avviata nel 1992 dai carabinieri del Ros con Cosa Nostra.

Il quarto figlio dell’ex sindaco di Palermo, interrogato dal pm Nino Di Matteo, ha iniziato ricostruendo l’atavico rapporto tra don Vito e Bernardo Provenzano. Un legame che risale agli anni ‘60 quando il piccolo Ciancimino aveva appena 7 anni e i genitori andavano insieme in villeggiatura a Baida. “Mio padre e Provenzano che conoscevo come il Signor Lo Verde si incontravano frequentemente, almeno tre o quattro volte al mese fino agli anni della stretta del pool di Giovanni Falcone negli anni ‘80”. “Da quel momento si era resa necessaria un po’ più di attenzione” e gli incontri avvenivano un po’ più di rado, spesso sostituiti dai pizzini. Messaggi che don Vito e zu Binnu s’inviavano tramite suo figlio Massimo che, diversamente dagli altri tre fratelli più grandi già laureati, suo malgrado, era stato investito di questo compito.

Massimo ha descritto così i periodi di detenzione di suo padre intervallati dai soggiorni obbligati a Rotello, Roma e dai divieti di dimora a Palermo. Dal ’84, anno in cui l’ex sindaco era stato arrestato dal Giudice Falcone, fino al giorno della sua morte mentre era ai domiciliari (’99- 2002), il giovane Ciancimino lo aveva seguito e accompagnato. Per questo è diventato il testimone diretto di quel sistema colluso tra mafia, politica e imprenditoria che per certo è passato attraverso casa sua. Quella di via Sciuti a Palermo dove don Vito incontrava i geometri Pino Lipari e Tommaso Cannella e dove esisteva una linea telefonica preferenziale riservata agli on. Gioia, Lima, Ruffini e poi ancora a Provenzano e al misterioso uomo dei Servizi Segreti, il sig. Franco – Carlo.  Ed ancora la casa di Mondello e Roma in Via San Sebastianello, sede dei ripetuti incontri tra il capo di Cosa Nostra e lo stesso Ciancimino durante la sua  detenzione nell’appartamento romano. Incontri che Binnu organizzava senza accorgimenti particolari privo di tutele poiché, aveva detto don Vito a suo figlio, era garantito da un accordo stretto con uomini delle istituzioni tra il maggio e il dicembre del 1992.

Proprio a Roma i due avevano avuto modo di parlare di molte cose. Oltre a scelte di natura politica che avevano visto Don Vito nel ’92 fuori dai giochi politici, l’ex sindaco continuava a essere messo al corrente delle logiche interne all’organizzazione. Da consigliori di Provenzano qual era, per anni aveva mandato avanti lucrosi affari nei quali il Ragioniere di Cosa Nostra percepiva la sua parte. Investimenti a Milano, Montreal e Palermo e quelli legati alla società di metano dell’ing. Ezio Brancato e del tributarista Gianni Lapis, nella cui azienda don Vito Ciancimino deteneva il suo 15 per cento come socio occulto. “Mio padre ci era entrato nel momento in cui i due soci non riuscivano ad aggiudicarsi l’appalto per metanizzare Caltanissetta” ha detto Ciancimino alla Corte presieduta dal giudice Fontana. La gara sarebbe dovuta essere vinta da esponenti vicini ai Madonia, per questo su richiesta di Brancato Lima consigliò loro di rivolgersi a Ciancimino. Alla fine, grazie al suo intervento, la Gas riuscì a cambiare le sorti della gara e a ottenere l’appalto quella volta in maniera pulita e lecita. Si stabilì così che il 2 per cento sarebbe andato a Provenzano mentre i lavori sarebbero stati subappaltati a ditte legate a Cosa Nostra. Una percentuale che Matteo Messina Denaro aveva contestato pretendendo per dei lavori eseguiti nel suo territorio un surplus di 500 milioni di lire, versati solo per metà dai soci Brancato. Una circostanza di cui i magistrati di Palermo hanno trovato conferma nel 2006, in occasione del sequestro dei pizzini di Provenzano nel suo covo di Montagna dei Cavalli dove, in una missiva il boss di Castelvetrano chiedeva allo Zio di “aggiustare” la situazione “del figlio del suo paesano”.

Ciancimino quella volta non ne volle sapere di pagare. Col suo solito fare irriverente fece arrivare il messaggio a Matteo Messina Denaro che i suoi soldi se li stava “mangiando” lui nella capitale tra macchine e donne. Un atteggiamento irriverente che per don Vito non era inusuale. L’ex sindaco non aveva mai avuto riguardi particolari per chi considerava inferiore a lui, la lista di queste persone era lunga. Uno di questi era Salvatore Riina che non stimava perché troppo impulsivo e protagonista. Il loro rapporto era maturato da una “conoscenza obbligata”, in quanto entrambi corleonesi che si erano frequentati sin da ragazzini. Infatti, ha sottolineato Massimo Ciancimino, tra i due “non c’è stato mai un buon sangue, Riina a casa mia c’è stato solo tre o quattro volte. Quando arrivava mio padre lo faceva aspettare. Prima mangiava e poi lo incontrava”. Tanto che nel 1992 don Vito, dopo essere stato contattato dai Carabinieri del Ros per chiedere a Riina la fine delle bombe, arriva al capo di Cosa Nostra attraverso la mediazione di Antonino Cinà. Quel medico e capomafia di San Lorenzo che don Vito aveva conosciuto tra il ’78-’79 in occasione di una riunione con Liggio e lo stesso Riina a Sirmione. Allora il medico di San Lorenzo “doveva rappresentare lo stato di salute di Liggio per favorire la sua situazione giudiziaria” mentre don Vito era stato incaricato di trovare una risoluzione per la condanna del capomafia.
Da allora anche Cinà aveva fatto strada in Cosa Nostra. Fungendo da “ponte di collegamento” tra Riina e don Vito Ciancimino per la consegna del famoso papello, il medico di San Lorenzo dopo la cattura di Totò u Curtu era poi passato dalla parte della nuova Cosa Nostra capeggiata da Provenzano, diventando anni dopo il capomafia di una delle zone più importanti di Palermo insieme ai boss Nino Rotolo e Francesco Bonura. Entrambi legati a doppio filo agli affari di don Vito.

Silvia Cordella e Lorenzo Baldo (ANTIMAFIADuemila, 2 febbraio 2010)