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I Padrini del Ponte. Affari di mafia sullo stretto di Messina.

Fonte: I Padrini del Ponte. Affari di mafia sullo stretto di Messina..

Dal prossimo mese di aprile sarà in libreria il lavoro di Antonio Mazzeo “I Padrini del Ponte. Affari di mafia sullo stretto di Messina” (Edizioni Alegre, Roma, costo 14 euro). Il libro, sulla base di una documentazione che privilegia le fonti giudiziarie, fornisce una sistematizzazione di innumerevoli denunce e indagini sugli interessi criminali che ruotano attorno alla costruzione del Ponte sullo Stretto. La prefazione è stata curata da Umberto Santino del Centro Siciliano di Documentazione Antimafia “Giuseppe Impastato”.

Dall’Introduzione de “I Padrini del Ponte. Affari di mafia sullo stretto di Messina”
Speculatori locali o d’oltreoceano; faccendieri di tutte le latitudini; piccoli, medi e grandi trafficanti; sovrani o aspiranti tali; amanti incalliti del gioco d’azzardo; accumulatori e dilapidatori di insperate fortune; frammassoni e cavalieri d’ogni ordine e grado; conservatori, liberali e finanche ex comunisti; banchieri, ingegneri ed editori; traghettatori di anime e costruttori di nefandezze. I portavoce del progresso, i signori dell’acciaio e del cemento, mantengono intatta la loro furia devastatrice di territori e ambiente. Manifestazioni di protesta, indagini e processi non sono serviti a vanificarne sogni e aspirazioni di grandezza. I padrini del Ponte, i mille affari di cosche e ’ndrine, animeranno ancora gli incubi di coloro che credono sia possibile comunicare senza cementificare, vivere senza distruggere, condividere senza dividere.

Agli artefici più o meno occulti del pluridecennale piano di trasformazione territoriale, urbana, ambientale e paesaggistica dello Stretto di Messina, abbiamo dedicato questo volume che, ne siamo consapevoli, esce con eccessivo ritardo. Ricostruire le trame e gli interessi, le alleanze e le complicità dei più chiacchierati fautori della megaopera, ci è sembrato tuttavia doveroso anche perché l’oblio genera mostri e di ecomostri nello Stretto ce ne sono già abbastanza. E perché non è possibile dimenticare che in vista dei flussi finanziari promessi ad una delle aree più fragili del pianeta, si sono potuti riorganizzare segmenti strategici della borghesia mafiosa in Calabria, Sicilia e nord America. Forse perché speriamo ancora, ingenuamente, che alla fine qualcuno avvii una vera inchiesta sull’intero iter del Ponte, ricostruendo innanzitutto le trame criminali che l’opera ha alimentato. Chiarendo, inoltre, l’entità degli sprechi perpetrati dalla società Stretto di Messina. Esaminando, infine, i gravi conflitti d’interesse nelle gare d’appalto ed i condizionamenti ideologici, leciti ed illeciti, esercitati dalle due-tre famiglie che governano le opere pubbliche in Italia.

Forse il recuperare alla memoria vicende complesse, più o meno lontane, potrà contribuire a fornire ulteriori spunti di riflessione a chi è chiamato a difendere il territorio dai saccheggi ricorrenti. Forse permetterà di comprendere meglio l’identità e la forza degli avversari e scoprire, magari, che dietro certi sponsor di dissennate cattedrali nel deserto troppo spesso si nascondono mercanti d’armi e condottieri delle guerre che insanguinano il mondo. È il volto moderno del capitale. Ribellarsi non è solo giusto. È una chance di sopravvivenza.


Scheda autore

Antonio Mazzeo, militante ecopacifista ed antimilitarista, ha pubblicato alcuni saggi sui temi della pace e della militarizzazione del territorio, sulla presenza mafiosa in Sicilia e sulle lotte internazionali a difesa dell’ambiente e dei diritti umani. Ha inoltre scritto numerose inchieste sull’interesse suscitato dal Ponte in Cosa Nostra, ricostruendo pure i gravi conflitti d’interesse che hanno caratterizzato l’intero iter progettuale. Con Antonello Mangano, ha pubblicato nel 2006, I”l mostro sullo Stretto. Sette ottimi motivi per non costruire il Ponte” (Edizioni Punto L, Ragusa).

La giustizia messinese e le basi immorali di una società e di un territorio

La giustizia messinese e le basi immorali di una società e di un territorio.

Scritto da Fabio Repici

Cari amici e care amiche,

oggi la corte d’assise d’appello di Messina ha emesso la sentenza di secondo grado nel maxiprocesso denominato Mare nostrum, riguardante le associazioni mafiose operanti sulla costa tirrenica della provincia di Messina, decine di omicidi e tanti altri delitti verificatisi in quel territorio negli anni Ottanta e Novanta. Qualcuno di voi avrà già saputo delle numerose assoluzioni piovute, spesso in riforma di condanne pronunciate in primo grado. La sentenza di oggi, però, è solo l’ultimo atto di un grado di giudizio che aveva fatto registrare accadimenti inediti nella storia giudiziaria italiana. Ve ne accenno sommariamente alcuni.

Il clima del processo ebbe un mutamento allorché la corte, adeguandosi ad una nuova perizia (dopo ben nove di segno contrario espletate da esperti di ogni parte d’Italia) che, con argomentazioni a dir poco stravaganti, aveva fornito parere favorevole sulla capacità di rendere esame del collaboratore di giustizia barcellonese Maurizio Bonaceto (che nel 1997, tornato a Barcellona Pozzo di Gotto presso i suoi familiari dopo aver interrotto la propria collaborazione processuale, aveva tentato il suicidio lanciandosi dal terrazzo della propria abitazione, rimanendo gravemente menomato nel fisico e nella mente), aveva deciso di estromettere dal fascicolo i verbali delle dichiarazioni rese a suo tempo da Bonaceto e di disporne l’esame.

Davanti alla corte comparve allora una larva d’uomo che, palesemente incapace di orientarsi, dietro consiglio del suo nuovo legale affermò con qualche difficoltà di non voler rispondere. A quel punto i pubblici ministeri chiesero alla corte di acquisire comunque i vecchi verbali di Bonaceto (ai sensi dell’art. 500 comma 4 c.p.p.), asserendo che il suo comportamento attuale era da ricondurre alle minacce rivolte a Bonaceto da esponenti della mafia barcellonese, secondo quanto si ricavava da un suo verbale d’interrogatorio del 24 maggio 1993. E’ stato solo quando io, intervenendo in udienza, ho segnalato che tuttora, come nel 1993, il fratello di Bonaceto fa il ragioniere nella grande impresa di autodemolizioni controllata dal boss barcellonese Salvatore Ofria (seppure intestata alla madre Carmela Bellinvia) che i pubblici ministeri, come avevo sollecitato, produssero una relazione del R.o.s. che attestava quanto da me detto. A quel punto la corte acquisì i verbali delle dichiarazioni rese da Bonaceto, perché sussistenti gli elementi concreti circa le pressioni subite dal collaboratore di giustizia per evitare di deporre.

Tornate nel fascicolo della corte le dichiarazioni di Bonaceto, alcuni difensori (ed in particolare i difensori del boss Giuseppe Gullotti, mandante dell’omicidio del giornalista Beppe Alfano) si adoperarono con strumenti inconsueti per cercare di minarne la credibilità. Infatti, il 9 marzo 2009, uno dei due difensori di Gullotti, l’avvocato barcellonese Franco Bertolone (che non aveva preso parte al processo fino alla sentenza di primo grado, per essere stato raggiunto dalle accuse del collaboratore di giustizia Giuseppe Chiofalo, che lo aveva indicato come “consigliori” della famiglia mafiosa barcellonese grazie ai suoi stretti rapporti con un magistrato, il dr. Cassata; ma la quarantena non veniva più ritenuta evidentemente necessaria per il giudizio d’appello, non si sa se perché il grande amico dell’avv. Bertolone, il dr. Franco Cassata, era stato nelle more nominato Procuratore generale di Messina dall’ineffabile Csm) lesse un inconsulto documento anonimo (che avanzava dubbi sull’attendibilità di Bonaceto, ma si risolveva anche in un attacco personale, fra gli altri, soprattutto contro la mia persona e quella di Piero Campagna, fratello della povera Graziella, assassinata nel 1985 a diciassette anni) il cui autore veniva identificato da quel legale nel dr. Olindo Canali, sostituto procuratore della Repubblica a Barcellona Pozzo di Gotto, che nel processo di primo grado aveva svolto le funzioni di pubblico ministero.

Di questo documento veniva letta soltanto una parte, nella quale, in sintesi, si affermava che Bonaceto aveva probabilmente mentito sull’omicidio Alfano, che il boss Gullotti e il killer Antonino Merlino, pur definitivamente condannati, erano in realtà innocenti rispetto all’omicidio Alfano, che io avevo ben contezza della loro innocenza per avermela confidata Piero Campagna, che io però mai avrei riferito all’autorità giudiziaria ciò che sapevo, per non scagionare i due mafiosi condannati. Tutto questo veniva letto davanti a numerosi imputati ed innanzi allo stesso boss Gullotti, che ascoltava attentamente in videoconferenza dal 41 bis e che qualche udienza dopo intervenne per approvare al riguardo l’operato dei suoi difensori.

Il documento letto dall’avv. Bertolone conteneva tante altre affermazioni, che però non venivano lette. Fra di esse, quella secondo cui “Franco Bertolone è il Franco Cassata degli avvocati” barcellonesi, frase che, a ben vedere, poteva essere considerata perfino un riscontro alle vecchie accuse del pentito Chiofalo. Sulla scorta di quel documento i difensori di Gullotti, cui si associavano numerosi altri, chiedevano la citazione come testimone del dr. Canali, perché questi riferisse sui sospetti relativi alle dichiarazioni di Bonaceto sull’omicidio Alfano. Vale osservare che l’omicidio Alfano non compariva fra le imputazioni del processo Mare nostrum e che, tuttavia, i difensori di Gullotti sostenevano il loro interesse ad approfondire anche quell’argomento alla ricerca di elementi per proporre istanza di revisione della sentenza definitiva di condanna. La corte, però, si trovava costretta a rigettare l’istanza non per l’irrilevanza rispetto alle imputazioni, ma perché formalmente sconosciuto l’autore del documento, da qualificarsi quindi come anonimo.

A quel punto io, che ero stato oggetto di spiacevoli apprezzamenti da parte di alcuni difensori, oltre che del documento anonimo, senza che la corte battesse ciglio, rinunciavo al mandato difensivo rappresentando alla corte la mia ovvia disponibilità a testimoniare. Qualche giorno dopo il rigetto della corte sulla sua testimonianza era direttamente il dr. Canali ad inviare un fax alla Procura generale con il riconoscimento della riconducibilità a lui del documento letto dall’avv. Bertolone. Con questa nuova evenienza, la corte disponeva la testimonianza del dr. Canali, che pure era stato pubblico ministero in primo grado e che, quindi, si trovava nella situazione di incompatibilità con l’ufficio di testimone prevista dall’art. 197 lett. d) del codice di procedura penale. Il dr. Canali testimoniò in due successive udienze, facendo affermazioni plasticamente false. Per questo egli è oggi indagato dalla Procura di Reggio Calabria per falsa testimonianza e per favoreggiamento del boss Gullotti. Inutile, però, è tacere che ciò è avvenuto solo per effetto della mia denuncia, nel silenzio di tanti, pur consapevoli della falsità di certe affermazioni.

La Procura di Reggio Calabria nel frattempo aveva riaperto l’indagine derivante dall’informativa Tsunami, redatta nel 2005 dalla Compagnia dei carabinieri di Barcellona Pozzo di Gotto, che aveva documentato comportamenti illeciti del dr. Antonio Franco Cassata e le intime frequentazioni fra il dr. Canali ed il cognato del boss Gullotti. A far riemergere dai cassetti l’informativa Tsunami era stata la tragica morte di Adolfo Parmaliana. La sua ultima lettera, con le accuse al “clan” della “giustizia messinese/barcellonese”, aveva indotto la Procura di Patti a trasmettere il fascicolo sul suicidio di Adolfo alla Procura di Reggio Calabria. In effetti, posso affermare che è stato il suicidio di Adolfo a terremotare la situazione giudiziaria messinese. Da quel triste giorno, 2 ottobre 2008, gran parte della magistratura messinese associata si è chiusa a riccio in difesa delle sorti del Procuratore generale Cassata e del dr. Canali. Molti ricorderanno come la settimana dopo il suicidio di Adolfo i muri del palazzo di giustizia di Messina vennero tappezzati con manifesti dell’Anm che mi additavano nominativamente come un nemico pubblico.

La situazione è oggi ancora in fibrillazione. Perché se il dr. Canali è stato costretto a lasciare il distretto giudiziario messinese e le funzioni di pubblico ministero, il dr. Cassata, seppure considerato, anche in atti ufficiali, il più alto referente istituzionale della famiglia mafiosa barcellonese, è ancora incredibilmente il Procuratore generale di Messina. Però, avendo di recente il dr. De Feis riferito alla Procura di Reggio Calabria la verità sulle intimidazioni subite ad opera del dr. Cassata nel 2005, come riportate nell’informativa Tsunami, il dr. Cassata ha ragione di temere che la Procura di Reggio Calabria possa determinarsi a procedere nei suoi confronti e che il Csm si senta costretto ad aprire un procedimento disciplinare o paradisciplinare nei suoi confronti.

In questa situazione di limbo e di attesa, la criminalità barcellonese sta raccogliendo incredibili fortune giudiziarie. E’ solo di una decina di giorni fa la sentenza della corte di appello di Messina nel processo Mare nostrum-droga, che ha visto l’assoluzione generalizzata di tutti gli imputati. Come se a Barcellona Pozzo di Gotto non sia esistito traffico di droga e con la conseguenza che, fra gli assolti, c’è pure un amico di famiglia del dr. Cassata, naturalmente difeso dall’avv. Bertolone. Oggi, poi, c’è stata l’assoluzione di numerosi ed importanti mafiosi barcellonesi dall’imputazione di associazione mafiosa e dalle imputazioni relative ad alcuni omicidi. In particolar modo, risalta l’assoluzione del boss Gullotti, già beneficiato dalla falsa testimonianza del dr. Canali, per il duplice omicidio Iannello-Benvenga, per il quale in primo grado aveva ricevuto l’ergastolo. Il boss Gullotti può cominciare, quindi, da stasera a pensare ad un non troppo lontano ritorno in libertà, se si tiene conto del fatto che la condanna per l’omicidio Alfano, a causa dell’omessa contestazione dell’aggravante della premeditazione (omissione di cui è responsabile il dr. Canali), fu alla pena di trent’anni e non all’ergastolo.

In definitiva, in queste settimane molti mafiosi e narcotrafficanti barcellonesi tornano lindi in società con un marchio di onestà riconosciuto loro dagli organi giudiziari messinesi. Dopo sedici anni, si torna alla Barcellona in cui la mafia non esiste, come se l’uccisione di Beppe Alfano e la morte di Adolfo Parmaliana non siano servite a nulla. La famiglia mafiosa più potente della provincia di Messina e più impunita d’Italia può riprendere serenamente il comando del territorio, nella società criminale e naturalmente pure nella società legale. Del resto, ormai, la barcellonesizzazione di Messina, come ripeto da tempo, è cosa fatta: il Procuratore generale di Messina è il barcellonese Franco Cassata, il politico più in vista della provincia è il barcellonese Domenico Nania, il sindaco di Messina è il barcellonese Giuseppe Buzzanca. Tutt’e tre sono soci del circolo culturale paramassonico barcellonese Corda Fratres, di cui era riverito socio anche il boss Giuseppe Gullotti.

Nulla sembra, invece, poter fermare le follie del “rito peloritano”, della giustizia alla messinese. Nessun segnale, invece, viene di attenzione da parte degli organi dello Stato per la provincia di Messina, per questa Corleone del terzo millennio che è Barcellona Pozzo di Gotto, per i miasmi della giustizia messinese. Rimarranno i soliti sparuti illusi a invocare verità e giustizia, ad indicare al paese le nefandezze degli apparati del potere, le meschinità delle deviazioni istituzionali, gli intrallazzi di manutengoli della politica, dell’economia, della magistratura, dei servizi segreti, dell’informazione. Verranno ulteriormente aggrediti come invasati persecutori di uomini onesti e infangatori di istituzioni specchiate. Fino a che nel resto della nazione non ci si decida ad accendere un riflettore sui misfatti di quella provincia, il buio, materiale e morale, continuerà a sommergerla.

Vi chiedo scusa per aver abusato della vostra attenzione ma mi sarei sentito un disertore a non scrivere queste righe.

Fabio Repici

YouTube – Messina contesta Berlusconi – quello che non vedrete mai nella TV di regime

Fonte: YouTube – Messina contesta Berlusconi – quello che non vedrete mai nella TV di regime.

Messina. Una tragedia preparata con cura.

Messina. Una tragedia preparata con cura.

Nota. Questo documento è stato scritto dalla Rete No Ponte una settimana prima della tragedia del 2 ottobre

Ruspe, lottizzazioni impressionanti su pendii fragili, copertura di impluvi naturali, sbancamenti enormi, sono continuati imperterriti, accelerando la fragilità intrinseca dei Peloritani, monti geologicamente giovani e pertanto soggetti più di altri a fenomeni franosi che la mano dell’uomo ha aggravato e reso pressocchè costanti. Messina ha scelto, come economia unica e sola, il cemento e le opere faraoniche.

Un territorio sano, non ferito da anni e anni di criminale edificazione, occupazione di prezioso suolo naturale, di sbancamenti, incendi che impoveriscono la vegetazione e rendono il suolo vulnerabile alla pioggia, forte o meno forte che sia, non reagirebbe come accaduto in questi giorni: frane, smottamenti, allagamenti, con i disagi che sono sotto gli occhi di tutti. Il passato anche recentissimo del nostro territorio avrebbe dovuto insegnare che…

la sua fragilità non va accentuata da irresponsabile edificazione in ogni dove, che le azioni illegittime vanno perseguite e non tollerate (vedasi aperture piste su pendii, occupazione di alvei di fiumare e torrenti e tanto altro), che gli incendi, anche se a bruciare sono “sterpaglie” per i più (che è invece preziosa prateria sub steppica) vanno comunque fermati d’urgenza e che la cronica carenza di vigili del fuoco deve essere risolta una volta per tutte.

Questa volta è toccato alla fascia jonica a sud della città, ma Messina, ogni volta che piove, registra danni incalcolabili, e non dimentichiamoci anche le vittime del disastro precedente (28 settembre 1998). In molti da molto tempo chiedono al Comune la sospensione della variante al PRG alla luce delle nuove norme di tutela ambientale che vigono sul territorio, un’occasione d’oro per ridisegnare la città che a detta di tutti ormai, possiede una previsione urbanistica sovradimensionata. L’amministrazione, anziché rispettare norme nazionali e comunitarie e cogliere con intelligenza l’opportunità data dalla Zona a Protezione Speciale – che certo non impedirebbe di realizzare ciò che realmente serve alla città – si è accanita contro di essa, perdendo ad oggi tempo prezioso e tutti i ricorsi avviati contro di essa. Ruspe, lottizzazioni impressionanti su pendii fragili, copertura di impluvi naturali, sbancamenti enormi, sono continuati imperterriti, accelerando la fragilità intrinseca dei Peloritani, monti geologicamente giovani e pertanto soggetti più di altri a fenomeni franosi che la mano dell’uomo ha aggravato e reso pressocchè costanti. Quanto previsto con il ponte, non solo la struttura aerea ma le opere connesse e quelle che si sbandierano da mesi, come compensative, non farebbero che aggravare ulteriormente il già gravissimo dissesto idrogeologico.

Basti pensare alle sole aree di stoccaggio dello smarino (materiale di scavo), previsto in aree di impluvio e in quantità impressionanti, tanto da formare vere e proprie montagne di materiale al posto dei naturali percorsi di scorrimento delle acque meteoriche. La scellerata urbanizzazione della città ha reso questa, una trappola mortale in caso di eventi catastrofici, non solo in caso di pioggia ma anche di sisma. Il capo del Genio Civile, l’ing. Sciacca, ha lanciato ripetutamente l’allarme, chiedendo la sospensione della Variante del PRG e una sua rielaborazione alla luce della gravissima situazione esistente. A tutti gli allarmi lanciati è seguito il silenzio e il proseguo di proclami di nuove e scellerate edificazioni (si pensi al “centro benessere” allo Scoppo, alla cementificazione delle colline, del mare e della costa a Grotte, al Piano particolareggiato di Faro Superiore, villaggio già fortissimamente congestionato e impraticabile, dove si vorrebbero realizzare centinaia di nuovi insediamenti con un aumento della popolazione di circa 3000 abitanti ma l’elenco è infinito), facendo finta che il rischio sismico non esista e che quello idrogeologico sia solo un ricordo del passato.

Messina ha scelto, come economia unica e sola, quella del cemento e delle opere faraoniche, inutili e antieconomiche: un’amministrazione illuminata e attenta alla sicurezza dei cittadini,fermerebbe tutto, compreso il Ponte e deciderebbe di convogliare le maestranze e le economie in una seria riqualificazione ambientale del territorio e dell’edilizia esistente. Un’amministrazione che abbia veramente a cuore la cittadinanza, convoglierebbe risorse umane, professionali ed economiche non solo nel mettere in sicurezza il territorio massacrato irresponsabilmente, ma anche nella verifica antisismica ed eventuale adeguamento, dell’intera città, fermando però il sacco edilizio che continua imperterrito e che aggrava giorno dopo giorno l’instabilità dei pendii, la sofferenza delle fiumare invase da ostruzioni di ogni genere e coperte da asfalto.

Non si può continuare a pensare che non possa piovere più e che bastino muri di contenimento per fermare il dissesto idrogeologico, così come non è pensabile continuare a pianificare in modo illogico la città, costruendo ovunque, e costringendo i cittadini a vivere in una trappola mortale, per evitare la quale si immaginano ulteriori nuovi scempi che aggraverebbero ulteriormente la situazione già oggi drammatica.

Si colga l’allarme lanciato dal genio civile e si fermi tutto, si investa in ciò che rende più sicura e civile la vita a Messina, senza continuare a pontificare nel senso vero del termine, di ponte e opere connesse e compensative e fantomatici piani triennali che prevedono ulteriori valanghe di cemento Non è sottraendo per sempre suolo ancora naturale costruendoci sopra, non è realizzando siti di deposito di materiale, nuove cave, strade, nuove corsie autostradali che questa città e i suoi cittadini potranno acquisire sicurezza e benessere, ma è attraverso la ricostruzione della qualità ambientale ed edile che si potrà realmente porre fine ai disastri che giungono immancabili, ad ogni pioggia e che potrebbero essere incalcolabili in caso di sisma.


Antimafia Duemila – L’accorata ed inascoltata denuncia di Parmaliana

Antimafia Duemila – L’accorata ed inascoltata denuncia di Parmaliana.

Fra il 1995 e 1998 Adolfo Parmaliana propose numerose denunce contro l’amministrazione comunale di Terme Vigliatore rubricate ai nn. Rgnr 9/95, 53/95, 476/96, 178/97, 1086/97, 299/98, 644/98, della Procura di Barcellona P.G. ed assegnate dall’allora capo Rocco Sisci al Sostituto Procuratore Canali Olindo.

Non avendo risposte Adolfo Parmaliana si rivolse alla Procura Generale per l’avocazione dei procedimenti.

Dal 1998 il Sostituto Procuratore Generale Dr. Marcello Minasi chiese costantemente notizie di questi procedimenti e nel 2002 non potè che avocare le indagini e così scrisse il 02.10.2002 nella richiesta di archiviazione (che dovette formulare essendo ormai scaduti i termini di prescrizione, richiesta dovutamente accolta dal GIP che non potè che rilevare l’intervenuta prescrizione):

“Risulta dagli esposti del Parmaliana, …. un impressionante spaccato di malcostume, cattiva amministrazione, inefficienza, manipolazione dei pubblici poteri per interesse personale, impudente confusione tra la funzione pubblica ed il privilegio personale e familiare che certamente non hanno trovato una adeguata risposta né negli organi giurisdizionali né da quelli di controllo amministrativo e contabile …quei comportamenti che integrano la fattispecie dell’abuso d’ufficio e dell’omissione degli atti d’ufficio risalgono … i più recenti al 1995 … pertanto già da alcuni anni tali reati si sono prescritti senza che sia stato fatto alcun atto di interruttivo o addirittura senza alcun atto di indagine. Resta da esaminare la sussistenza dell’unico reato ipotizzabile a prescrizione decennale e cioè il reato di falso in atto pubblico, sotto forma del falso ideologico (art. 479) piuttosto che quello materiale, così come iscritto a Registro Generale. Sotto questa fattispecie possono essere compresi tutti i numerosi comportamenti relativi a reiterati e macroscopici falsi nella redazione del bilancio del comune rilevati dagli stessi revisori dei conti o più volte denunciate dallo stesso esponente ……..”

Ed aggiunse(esattamente sei anni prima, come se una mano superiore Lo guidasse e premonisse il futuro), un’orazione di immensa grandezza che resterà per sempre negli atti dello Stato Italiano –
“In conclusione dalla miriade degli atti irregolari, illegittimi ed illeciti resta la accorata ed inascoltata denuncia del Parmaliana ……… sì che non appare eccessiva la descrizione del comportamenti degli organi preposti al controllo di legittimità ed efficienza ed alla repressione degli illeciti come “silenzio dello stato”.

Grazie Dott. Minasi, questo era Adolfo Parmaliana che altra magistratura barcellonese-messinese ha portato alla morte.

Il Procuratore Generale Dott. Marzachì inviò gli atti alla Procura di Reggio Calabria che avvio un procedimento penale a carico del Dott. Olindo Canali per il reato di abuso (ma non di omissione) e dopo due anni (e noi aggiungiamo di inconsistenti ed errate) indagini ne chiese l’archiviazione (sul punto chiederemo gli opportuni chiarimenti e Vi informeremo). Anche Adolfo Parmaliana il 02.02.04 denunciò alla Procura di Reggio Calabria la Procura di Barcellona P.G.. Il GIP archiviò.

Adolfo Parmaliana non ha conosciuto questi atti e se oggi egli fosse con noi scriverebbe:

“Tanti dovrebbero scappare … se avessero dignità !”


RnS – Dell’Utri, la mafia e il silenzio dei media – indigeni, berlusconi e la mafia

RnS – Dell’Utri, la mafia e il silenzio dei media – indigeni, berlusconi e la mafia.

Dell’Utri era presente a una riunione del ’92 nella quale c’erano anche D’Agata e altri personaggi di Catania come Aldo Ercolano [esponente di vertice dei clan catanesi]. Si discuteva della strategia di portare avanti un partito nuovo per fare delle cose in Italia e aggiustarne altre come il 41 bis. Bisognava anche screditare i pentiti e proprio a questo doveva servire il partito nuovo. Maurizio Avola, collaboratore di giustizia.

di Giuseppe Giustolisi / Micromega, La primavera n.2 del 9 marzo 2006

È una fredda mattinata di febbraio quando da un «sito riservato», come si dice in gergo giudiziario, depone in videoconferenza un collaboratore di giustizia nel processo che si celebra davanti al tribunale di Catania contro la mafia messinese e due magistrati, l’ex sostituto della Direzione nazionale antimafia Giovanni Lembo e l’ex capo dei gip di Messina Marcello Mondello (da qualche anno in pensione), imputati di concorso esterno in associazione mafiosa.

Il pentito si chiama Maurizio Avola, classe 1961, catanese, il killer preferito del boss Nitto Santapaola. Nel suo palmarès criminale Avola vanta numerosi omicidi e altrettante rapine ed estorsioni, fatti per i quali ha già incassato una condanna definitiva a trent’anni. Arrestato nel 1993, dopo un anno inizia la sua collaborazione con la procura di Catania (beneficia subito del programma di protezione, ma poi lo perderà per delle rapine commesse nel 1997) e confessa di essere l’autore dei fatti di sangue più efferati avvenuti nella zona etnea, tra cui l’omicidio eccellente del giornalista catanese Giuseppe Fava. Il contributo delle sue rivelazioni è stato determinante per la condanna di boss e gregari della mafia etnea nel processo Orsa maggiore. Ma le rivelazioni di Avola entrano anche in altri processi, come quello celebrato a Palermo a carico di Marcello Dell’Utri, poi condannato a nove anni di carcere per concorso esterno in associazione mafiosa. E proprio di Dell’Utri il pentito è tornato a parlare nel processo di Catania, a proposito del disegno stragista di Cosa Nostra. L’ex killer catanese, quella mattina, ha raccontato anche qualche particolare inedito su quella zona grigia, mai completamente esplorata dalle inchieste della magistratura, che fa da cerniera fra la mafia che spara e i piani alti della politica e dell’economia.

Avola non è un mafioso di primo piano, ma è a conoscenza dei segreti più pesanti di Cosa Nostra perché fino al momento del suo arresto era l’ombra di Marcello D’Agata, il vice del boss Santapaola. Lo accompagnava ovunque, anche nei summit mafiosi di un certo rilievo e poi D’Agata, puntualmente, gli riferiva di fatti e persone. Figura centrale degli intrecci inconfessabili fra Cosa Nostra e il mondo dei colletti bianchi, secondo Avola, era Michelangelo Alfano, un imprenditore morto suicida di recente in circostanze ancora poco chiare e imputato di mafia in questo processo. Avola sa molte cose su questo personaggio, ma all’inizio della sua collaborazione omette di raccontarle. «Non parlai di lui», dice al pm Antonino Fanara, «perché D’Agata mi diceva che era un personaggio molto potente e che faceva anche parte della massoneria. Era quindi una persona che mi faceva un po’ paura. E così non parlai né di lui, né di altri ma solo dei semplici mafiosi come eravamo noi». Tanto per capire meglio lo spessore di Alfano, di lui si parla al processo per l’omicidio del banchiere Roberto Calvi.

Agli atti c’è anche la foto della Ferrari di cui Alfano era proprietario, dove sono in posa, appoggiati alla macchina, Flavio Carboni e Silvano Vittor. Ma ancor più indicative della caratura del personaggio sono le parole di un colonnello dei carabinieri, Michele Riccio, che nel processo palermitano Grande Oriente ha definito Alfano Fanello di collegamento fra Cosa Nostra stragista e pezzi deviati dello Stato. «Sapevo da D’Agata», continua Avola, «che Alfano era interessato agli appalti e che era un uomo di Cosa Nostra. Partecipava anche a delle riunioni importanti in provincia di Messina, agli inizi degli anni Novanta c’era infatti una strategia contro lo Stato che prevedeva di mettere delle bombe in giro».

E a questo punto che salta fuori il nome di Dell’Utri. Il pm chiede ad Avola informazioni sui rapporti fra il manager berlusconiano e Cosa Nostra e il pentito risponde: «Dell’Utri era presente a una riunione del ’92 nella quale c’erano anche D’Agata e altri personaggi di Catania come Aldo Ercolano [esponente di vertice dei clan catanesi]. Si discuteva della strategia di portare avanti un partito nuovo per fare delle cose in Italia e aggiustarne altre come il 41 bis. Bisognava anche screditare i pentiti e proprio a questo doveva servire il partito nuovo». I contatti fra Dell’Utri e la mafia siciliana erano già iniziati prima, per risolvere la faccenda delle estorsioni compiute dai clan catanesi ai danni dei magazzini Standa, allora di proprietà del premier Silvio Berlusconi. «Dell’Utri aveva stabilito contatti a Catania in occasione dell’estorsione alla Standa», prosegue Avola. «Erano state incendiate diverse Standa a Catania e provincia e noi avevamo contattato Dell’Utri tramite Salvatore Tuccio [anche lui braccio destro del boss Santapaola]».

Passano pochi mesi e il rapporto fra Dell’Utri e Cosa Nostra di Messina si consolida. Secondo il racconto del pentito, infatti, gli attentati a Falcone e Borsellino e le stragi del ’93 vengono pianificate a un tavolo messinese, al quale siedono tra gli altri Marcello Dell’Utri e Michelangelo Alfano: «La strategia è nata a Messina e tutto deriva dai contatti fra Alfano e Dell’Utri». Dunque un periodo di attività febbrile per la mafia messinese, con incontri ad altissimo livello che si susseguono a ritmo vertiginoso. A un certo punto però lo scenario cambia. Il tavolo delle riunioni si sposta nella capitale, dove viene programmato un altro attentato eccellente: «In quel periodo ci fu una riunione all’Hotel Excelsior di Roma», continua Avola. «Vi parteciparono D’Agata, Alfano e personaggi di altissimo livello. Fra questi ricordo Cesare Previti e il finanziere Francesco Pacini Battaglia. Lo scopo era quello di fare un attentato al giudice Di Pietro e io dovevo essere l’esecutore. Bisognava fare un favore ai socialisti, ma poi la cosa non andò avanti perché i socialisti non stavano mantenendo quanto promesso e nel frattempo si profilava l’alleanza con la nuova forza politica che stava nascendo».

A Catania, negli anni Ottanta, il rapporto fra Cosa Nostra e il Psi era di strettissima cointeressenza, dice Avola, che su questa liaison è prodigo di particolari, sollecitato da una domanda dell’avvocato Fabio Repici, difensore di un collaboratore di giustizia imputato nel processo. «Il clan Santapaola aveva canali di riciclaggio dei proventi illeciti?», chiede l’avvocato. Risposta di Avola: «Aldo Ercolario, tramite lo zio, aveva fatto investimenti con un politico che veniva sempre a Catania. Si tratta di Gianni De Michelis, all’epoca aveva i capelli lunghi. Era lui che teneva i contatti a Catania e noi lo portavamo in giro per i night». Come dire che si univa l’utile al dilettevole. Fin qui Maurizio Avola. Si tratta di fatti da lui già raccontati alle procure di Catania e Caltanissetta e ribaditi al dibattimento di Catania. Una testimonianza durata tre ore che è stata oscurata dai media locali e nazionali. Il perché prova a spiegarlo l’avvocato Ugo Colonna, parte civile al processo contro i magistrati messinesi e difensore dello stesso Avola: «Gli editori nazionali fin dal 1999 non intendono più occuparsi dei fatti di mafia che riguardano gli strati alti dell’imprenditoria e della politica. Sembra proprio che ci sia una sorta di patto trasversale sulla scorta del quale non solo la stampa ma anche certe procure hanno inteso da armi porre un velo di coperture».

E l’oblio non risparmia certo questo processo chiave per gli equilibri mafiosi che ormai va avanti da oltre quattro anni. Per la verità qualche tentativo da parte dei mezzi di informazione di farvi ingresso c’è stato, senza però ottenere l’ok del tribunale. All’inizio del dibattimento infatti Radio radicale chiese di registrare le udienze, ma il presidente Francesco D’Alessandro, su richiesta dell’imputato Giovanni Lembo, negò l’autorizzazione. Stessa decisione in questi ultimi giorni per le telecamere di Chi l’ha visto che voleva riprendere la deposizione di un importante testimone di mafia, tale Antonino Giuliano, un imprenditore che, oltre a svelare gli appoggi a tutti i livelli di cui ha goduto Cosa Nostra messinese, ha raccontato di aver visto il superlatitante Bernardo Provenzano proprio a casa del boss Michelangelo Alfano.

Lo strano caso del dottor Olindo Canali

Lo strano caso del dottor Olindo Canali.

Scritto da Claudio Cordova e Sonia Alfano

Il senatore Beppe Lumia, del Partito Democratico, sul suo conto ha presentato svariate interrogazioni parlamentari, in diversi periodi; al suo nome è legata anche la figura di Beppe Alfano, giornalista assassinato  dalla mafia l’8 gennaio del 1993 a Barcellona Pozzo di Gotto, in provincia di Messina; il suo nome compare, insieme a quello del collega Franco Cassata, procuratore generale di Messina, nell’informativa del Ros dei Carabinieri, denominata “Tsunami”, poi archiviata a Reggio Calabria; e, da ultimo, il suo nome comparirebbe anche nel presunto memoriale che il professore Adolfo Parmaliana avrebbe scritto poco prima di suicidarsi, il 2 ottobre del 2008.


La figura di Olindo Canali, sostituto procuratore della Repubblica di Barcellona Pozzo di Gotto si interseca, da anni, con quella di vicende misteriose e controverse accadute in provincia di Messina. Canali, insieme a Cassata e a un altro magistrato, Rocco Scisci, avrebbe anche ostacolato le indagini di un giovane sostituto, De Feis. Tutte ipotesi, nessuna prova.

Ma ritorniamo a Beppe Lumia, uno dei pochi politici che non hanno paura di nominare la parola “mafia”; è stato anche presidente della Commissione Parlamentare Antimafia ed è uno dei parlamentari maggiormente schierati nella lotta alla criminalità organizzata. Ecco, in una nota molto recente, datata 25 marzo 2009, Lumia, a proposito di Olindo Canali, afferma: “La vicenda che vede coinvolto il magistrato Olindo Canali è incredibile. Mi chiedo come sia possibile che si possano essere verificate vicende così, che vedono sempre gli stessi protagonisti”.
Le vicende a cui allude Lumia sono vicende dolorose. Dolorose e tragiche. Sì perché di casi strani, misteriosi,  in provincia di Messina ne sono accaduti parecchi: “Dalle indagini sui delitti di Beppe Alfano, di Graziella Campagna, di Attilio Manca e sulle denunce di Adolfo Parmaliana – aggiunge Lumia – emerge sempre un quadro di comportamenti da parte di singoli magistrati come Canali e il procuratore Cassata che devono essere capiti fino in fondo”.

Ma non finisce qui. Lumia si è occupato più volte delle vicende messinesi, di Terme Vigliatore, il Comune sciolto grazie alle denunce del professor Parmaliana, ma anche di Barcellona Pozzo di Gotto: il 9 ottobre del 2008, a sette giorni dal suicidio del docente, Lumia interroga il Guardasigilli, parlando di Franco Cassata e Olindo Canali e sollecitando l’invio degli ispettori presso gli uffici della Procura della Repubblica.

Il 4 giugno del 2008, inoltre, lo stesso Lumia, aveva già interrogato il Presidente del Consiglio dei Ministri e il Ministro della Giustizia, parlando del procuratore generale di Messina, Franco Cassata, ma citando anche le vicende relative all’informativa “Tsunami”, che portavano, inevitabilmente (ai tempi il procedimento non era ancora stato archiviato) al dottor Olindo Canali.

Lo stesso Olindo Canali che, proprio ieri, è stato audito, in qualità di testimone, nell’ambito del processo “Mare Nostrum”: il magistrato è stato ascoltato in merito a un suo manoscritto redatto allorquando temeva di essere arrestato nel corso dell’operazione del Ros dei Carabinieri “Tsunami” per certe presunte frequentazioni (la sua posizione è stata invece poi archiviata a Reggio Calabria). Lo stesso Canali ha avanzato dubbi sulla gestione del collaboratore di giustizia Maurizio Bonaceto e soprattutto sulla colpevolezza del boss della famiglia mafiosa dei barcellonesi, Giuseppe Gullotti, detto “l’avvocaticchio”, condannato con sentenza definitiva a 30 anni quale mandante dell’omicidio del giornalista Beppe Alfano.

A proposito di Beppe Alfano, e quindi di storie dolorose, tragiche e misteriose. Sonia Alfano, figlia del giornalista assassinato, da anni accusa pubblicamente  e nelle sedi giudiziarie il magistrato, per i suoi comportamenti. Beppe Alfano, secondo la figlia, confidò a Canali che “aveva potuto appurare con le sue inchieste giornalistiche che a Barcellona Pozzo di Gotto si nascondeva il boss catanese, allora latitante Nitto Santapaola”. Era effettivamente così, Nitto Santapaola trascorse parte della sua latitanza nel grosso centro del messinese e Beppe Alfano, per la sua voglia di indagare e scoprire la verità, fu ucciso.

Dunque Olindo Canali temeva di essere arrestato e aveva affidato a un manoscritto alcune “valutazioni personali”. L’informativa “Tsunami”, infatti, segnalava Canali per certe presunte frequentazioni, in particolare per quella con Salvatore Rugolo “personaggio – si legge nell’informativa Tsunami – ritenuto inserito a pieno titolo ai vertici della mafia barcellonese che, grazie allo schermo protettivo di cui beneficia per via della sua professione di medico, parrebbe dirigere ponendosi in un ruolo di vera e propria “cerniera” tra gli ambienti criminali e quelli istituzionali”. Rugolo è il cognato del boss Gullotti, il mandante dell’omicidio Alfano sulla cui colpevolezza, il magistrato Canali avrebbe avanzato dei dubbi.

L’informativa Tsunami per quasi tre anni ha fatto avanti ed indietro tra la Procura di Barcellona e la Dda di Messina fino a quando non è stata trasferita a Reggio Calabria, proprio a causa del coinvolgimento nelle indagini di due magistrati, Canali e Cassata. A Reggio Calabria il procedimento è stato archiviato.

Resta da vedere se farà la stessa fine il procedimento disciplinare a carico dello stesso Canali già avviato dal Consiglio Superiore della Magistratura. Quel “testamento”, scritto da Canali quando temeva l’arresto,  infatti, è stato già acquisito dalla prima commissione di Palazzo dei Marescialli che dovrà valutare il comportamento del magistrato che rischia di essere trasferito da Barcellona Pozzo di Gotto per “incompatibilità ambientale”, la motivazione più “classica” e, probabilmente, anche più indolore per disporre il trasferimento di un magistrato della Repubblica.

E poi ci sarebbe il memoriale di Adolfo Parmaliana. Ma anche questa è una storia dolorosa, tragica e misteriosa.

Claudio Cordova

Fonte: STRILL.IT

Sonia Alfano in merito agli ultimi avvenimenti del processo “Mare Nostrum” (26 marzo 2009)

“Quel che sta accadendo intorno al processo Mare Nostrum e dunque anche in merito all’omicidio di mio padre, è indicativo della condizione di totale degrado in cui versa gran parte della magistratura messinese. Sin da quell’ 8 gennaio del 93′ io e la mia famiglia abbiamo denunciato questa situazione ed indicato i due maggiori responsabili degli insabbiamenti delle inchieste giudiziarie messinesi, tra cui quella riguardante l’omicidio di mio padre, nelle persone di Olindo Canali e Franco Antonio Cassata.
Lo stato di degrado dell’apparato giudiziario messinese è testimoniato dallo stesso Olindo Canali che, seppur sia un Procuratore della Repubblica, invia lettere anonime alla sua stessa procura, affermando di conoscere la verità sull’omicidio di mio padre salvo poi non svelarla in tribunale.
In una qualsiasi altra procura d’Italia, un magistrato che di suo pugno ammette di avere colpe in merito a fatti di mafia, verrebbe immediatamente sospeso e processato. Ma non a Messina.
Olindo Canali svolge tutt’ora regolare servizio insieme ad Antonio Franco Cassata con il quale condivide atroci responsabilità anche rispetto alla morte del Professore Adolfo Parmaliana.
Ho trascorso gli ultimi sedici anni della mia vita a denunciare le responsabilità di una parte della magistratura messinese ma nessuno ha mai voluto darmi ascolto e neppure oggi, davanti all’ammissione di colpevolezza di Olindo Canali, lo si sospende e lo si processa.
Immediatamente dopo il delitto di mio padre ho chiesto che venissero cercati i mandanti di terzo livello e che le indagini, una volta concluse, venissero riaperte per accertare tutte le responsabilità. Ma le mie richieste, motivate da elementi, fatti, circostanze, sono sempre state respinte ed io additata come un’opportunista interessata solo a speculare sulla morte del proprio padre. Adesso è lo stesso Canali, ovvero colui che avrebbe dovuto accertare e punire, a confermare la presenza di un terzo livello.
Ma Canali, che ben conosce i perversi meccanismi dei poteri messinesi, fa anche di peggio poichè, pur ammettendo le sue colpe, non racconta ciò che dice di sapere ma si limita a gettare fango sull’unica verità processuale in nostro possesso.
Ci sono ben due sentenze di Cassazione che attestano la colpevolezza di Antonio Merlino e Giuseppe Gullotti, seppur restino a tutt’oggi sconosciute le responsabilità istituzionali in seno alla morte di mio padre.
Chi indossa una toga ed amministra la giustizia dovrebbe far affermare la verità processuale e chiederne il rispetto e non gettare fango ed ombre su indagini e processi. Alla luce di quanto sta accadendo ci sorge invece il sospetto che Canali più che amministrare la giustizia in nome del popolo italiano, la amministri in nome di quello di Cosa Nostra”.

Sonia Alfano