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Le “trattative” tra Cosa Nostra e pezzi dello stato – parte seconda

Fonte: Le “trattative” tra Cosa Nostra e pezzi dello stato – parte seconda.

Scritto da Martina Di Gianfelice e Federico Elmetti

Gli elementi contraddittori concernenti una presunta trattativa tra Cosa Nostra e pezzi dello Stato a cavallo delle stragi del ’92-’93, sembrano oggi assumere una valenza diversa con l’emergere di nuovi scenari che rivelano l’esistenza di almeno tre distinte trattative datate in periodi differenti.

La presunta “seconda trattativa”

Mentre alcuni dei nomi degli interlocutori e degli obiettivi della “prima trattativa” sono stati individuati dalla magistratura con sentenze definitive, i volti dei protagonisti e i contenuti della presunta “seconda trattativa” sono ancora oggetto di valutazione da parte dell’autorità giudiziaria. Tuttavia dalla sentenza di primo grado con la quale il sen. Marcello Dell’Utri è stato condannato a nove anni di reclusione per concorso esterno in associazione mafiosa (11 dicembre 2004), dalle dichiarazioni di diversi collaboratori di giustizia e da altre acquisizioni investigative sono emersi numerosi elementi che rimandano ad una possibile convergenza degli interessi di Cosa Nostra con il programma politico del partito “Forza Italia”, presentato ufficialmente da Silvio Berlusconi il 18 gennaio 1994.

E’ un fatto processualmente accertato che Totò Riina, dopo aver rinnegato l’appoggio politico alla DC, rea di non essere stata in grado di fornire le necessarie coperture a livello istituzionale e non aver impedito la buona riuscita del maxiprocesso, abbia spinto Cosa Nostra nel 1987 a votare alle elezioni politiche in massa il PSI nel tentativo non troppo nascosto di agganciare Bettino Craxi, che in quegli anni si era proposto come uno degli esponenti più potenti e carismatici del panorama politico italiano. Allo stesso modo, è noto che questa decisione, per altro non da tutti i mafiosi condivisa, si rivelerà sbagliata. In particolare, il ministro della giustizia di allora, il braccio destro di Craxi, Claudio Martelli, aveva tradito le aspettative di Cosa Nostra portando a Roma Giovanni Falcone. A quel punto, la mafia, in cerca di nuovi referenti politici, vira verso la stagione delle stragi secondo la logica del “fare la guerra per fare la pace”. Dopo le stragi di Capaci e Via D’Amelio, l’obiettivo è stato raggiunto in pieno. Lo stato si è detto disposto a dialogare con Totò Riina. “Si sono fatti sotto”, rivela il capo di Cosa Nostra.


La mafia vota Forza Italia


E’ a quel punto che Cosa Nostra sente la necessità di far valere di nuovo il proprio peso all’interno delle istituzioni. L’idea iniziale è quella di creare un movimento separatista, Sicilia Libera, una nuova forza politica autonoma ad uso e consumo della mafia, gestita da Leoluca Bagarella. Il progetto naufraga quasi subito. Cosa Nostra ha già cambiato idea. Rivela Bagarella: “Ci stiamo orientando verso un’altra direzione che è di più facile realizzazione, mentre un progetto indipendentista passa per anni ed anni di lavoro, noi abbiamo degli agganci”. Siamo nel periodo immediatamente successivo alle stragi di Capaci e Via D’Amelio. Riina è appena stato catturato, il 15 gennaio 1993. Nel continente esplodono bombe in successione, a Roma, Firenze e Milano. Di che agganci politici parla Bagarella? E’ il pentito Tullio Cannella a rivelarlo senza mezzi termini: “Si stavano appoggiando, lo dico con onestà, con Forza Italia, quindi loro avevano dei vari candidati, amici di alcuni esponenti di Cosa Nostra e ciascun candidato con questi loro referenti aveva realizzato una sorta di patto elettorale, una sorta di impegno e quindi votavano per questi, tant’è vero che anche Calvaruso mi disse: ma sai, Giovanni Brusca mi porta in questi posti, riunioni, escono tutto il giorno volantini a tappeto di Forza Italia”.

E’ in questo contesto che riappare, misteriosa, la figura di Vittorio Mangano. Già “stalliere” nella villa di Silvio Berlusconi ad Arcore tra il ’74 e il ’75, Mangano in quel periodo è appena uscito dal carcere ed è tornato a lavorare a pieno regime per Cosa Nostra. Intrattiene contatti stretti sia con Bagarella che con Giovanni Brusca e diviene referente di Cosa Nostra per la zona di Palermo-Centro. Bagarella in realtà non si fida di Mangano, ma allo stesso tempo lo tiene in pugno perché “serve territorialmente e politicamente”. Già nell’estate del ’93, quando ancora non si è sopito l’eco delle bombe, nel quartier generale di Berlusconi si lavora alacremente all’idea di fondare un nuovo partito. Il principale sostenitore della discesa in campo di Berlusconi è proprio Dell’Utri, che la ritiene “assolutamente necessaria”. Fedele Confalonieri e Gianni Letta sono invece contrari.Dopo un periodo di incertezza, Berlusconi decide di dare ancora una volta fiducia a Dell’Utri e gli affida l’incarico di fondare Forza Italia. A quel punto, Provenzano ha deciso: quello è il cavallo di Troia su cui salire per entrare nei gangli vitali delle istituzioni. Spiega il pentito Nino Giuffrè, braccio destro di Bernardo Provenzano: “Noi abbiamo avuto da sempre l’astuzia di metterci sempre con il vincitore, questa è stata la nostra furbizia. Quando ce ne andiamo a metterci con i socialisti già si vede che il discorso non regge. Stesso discorso con Forza Italia. Forza Italia non l’abbiamo fatta salire noi. Il popolo era stufo della Democrazia Cristiana, il popolo era stufo degli uomini politici, unni putieva cchiù, e non ne può più. Allora ha visto in Forza Italia un’ancora a cui afferrarsi e lei con chi parlava parlava e io lo vedevo, le persone tutte, come nuovo, come qualche cosa, come ancora di salvezza. E noi, furbi, abbiamo cercato di prendere al balzo la palla, è giusto? Tutti Forza Italia. E siamo qua”.

La decisione ufficiale di scendere in campo arriva nell’autunno del 1993. Provenzano gioca tutta la sua credibilità all’interno di Cosa Nostra sulla carta Forza Italia. Ancora Giuffrè: “Provenzano stesso ci ha detto che eravamo in buone mani, che ci potevamo fidare. Diciamo che per la prima volta il Provenzano esce allo scoperto, assumendosi in prima persona delle responsabilità ben precise e nel momento in cui lui ci dà queste informazioni e queste sicurezze ci mettiamo in cammino, per portare avanti, all’interno di Cosa Nostra e poi, successivamente, estrinsecarlo all’esterno, il discorso di Forza Italia”.

C’è un altro pentito, Salvatore Cucuzza, che spiega come l’intermediazione tra Cosa Nostra e il partito del duo Dell’Utri-Berlusconi sia stata gestita ancora una volta proprio da Vittorio Mangano. Cucuzza riferisce di aver saputo dallo stesso Mangano che questi si era incontrato “un paio di volte con Dell’Utri” alla fine del ’93. Le date combaciano perfettamente. I due incontri avvengono infatti il 2 e il 30 novembre 1993, come si ricava da due annotazioni rinvenute nelle agende personali di Dell’Utri. Di cosa parlano i due? Lo rivela ancora Cucuzza: “Dell’Utri aveva promesso che si sarebbe attivato per presentare proposte molto favorevoli a Cosa Nostra sul fronte della giustizia, ovvero modifica del 41bis e sbarramento per gli arresti relativi al 416bis”. C’è un ulteriore collaborante, Francesco La Marca, che racconta di un episodio avvenuto nei primi mesi del 1994, quando Berlusconi è già sceso in campo ufficialmente. Mangano, poco prima delle elezioni, su preciso ordine di Bagarella e Brusca, si reca un paio di giorni a Milano per parlare con Dell’Utri. Tornato in Sicilia, Mangano è raggiante: “Tutto a posto! Dobbiamo votare Forza Italia! Così danno qualche possibilità di fatto del 41bis, i sequestri dei beni e per dedicare a noi collaboratori, per ammorbidire la legge”.

Sono proprio le richieste che Totò Riina aveva vergato di suo pugno sul “papello”, destinato poi a Vito Ciancimino perché lo facesse pervenire alle più alte cariche istituzionali, e che aveva come  oggetto dell’accordo una serie di benefici per i mafiosi: revisione del maxiprocesso, l’abolizione del 41 bis, l’annessione dei condannati ex. art. 416 bis c.p. ai benefici per i detenuti previsti dalla “Legge Gozzini”, normative di legge favorevoli agli appartenenti all’organizzazione criminale e garanzie per gli interessi economici, quali appalti e finanziamenti statali, degli stessi.

I contatti tra Provenzano e la Fininvest


A corroborare la tesi secondo cui Provenzano avrebbe instaurato una sorta di trattativa parallela con Dell’Utri, ci sono tre lettere indirizzate tra il ’91 e il ’94 a Berlusconi dal boss corleonese e recuperate nella documentazione sequestrata ai familiari di Vito Ciancimino. A parlarne è stato qualche mese fa Massimo Ciancimino, figlio dell’ex sindaco mafioso di Palermo Vito Ciancimino. Stando alla testimonianza di Ciancimino jr., la prima lettera fu a questi consegnata prima della trattativa del cd. “papello” da Pino Lipari, amministratore dei beni di Bernardo Provenzano e punto di riferimento per i contatti politici, alla presenza dello stesso boss corleonese nel villino di San Vito Lo Capo di proprietà del Lipari. Le altre due lettere risalirebbero al dicembre ’92 e ad inizio ’94. Il contenuto dell’ultima lettera indirizzata a Berlusconi (ritrovata durante una perquisizione nel 2005) concerne la richiesta, avanzata da Provenzano, di “mettere a disposizione (di Provenzano nda) le sue reti televisive (di Berlusconi nda)”, al fine di scongiurare il “triste evento” dell’uccisione di suo figlio. Il foglio su cui Provenzano ha avanzato questa offerta al futuro Onorevole Berlusconi è stato ritrovato strappato. Quando i magistrati di Palermo lo hanno mostrato a Massimo Ciancimino, questi si è detto preoccupato perché – ha riferito – “si tratta di cose troppo più grandi di me”.

Un altro documento importante al fine dell’accertamento della verità è un assegno, di cui parla sempre Ciancimino jr. dell’importo di 35 milioni firmato da Silvio Berlusconi; Ciancimino fu sorpreso a parlare dell’assegno con la sorella in un’intercettazione telefonica disposta dalla Procura di Palermo che indagava sul riciclaggio del patrimonio di Vito Ciancimino da parte del figlio. Ci sono poi tutta una serie di pagamenti, accertati in sede di giudizio, che pervenivano regolarmente nelle casse di Cosa Nostra dai conti correnti della Fininvest, in parte come riconoscimento per la protezione offerta Cosa Nostra alle antenne di Canale5 installate sul monte Pellegrino a Palermo. Le testimonianze in proposito sono molteplici e concordi. Giovan Battista Ferrante, ritenuto dal Tribunale un collaboratore di giustizia serio ed affidabile, profondo conoscitore delle dinamiche più interne di Cosa Nostra, riferisce che Salvatore Biondino, l’autista personale di Totò Riina, riceveva periodicamente, con cadenza semestrale o annuale, somme di denaro provenienti da Canale5 per tramite di Raffaele Ganci. Lo sa perché in alcune occasioni era presente lui stesso a queste consegne. Ferrante è certo che tutte queste somme di denaro (richieste e non) arrivavano almeno dal 1988 ed erano proseguite almeno fino al 1992. Queste dichiarazioni collimano perfettamente con quelle di un altro pentito, Galliano, che aveva spiegato come Raffaele Ganci, una volta scarcerato nel 1988, aveva ripreso in mano, su ordine di Riina, la situazione relativa ai soldi provenienti da Canale5 per mezzo di Dell’Utri e Cinà.

Esistono addirittura delle agende che testimoniano inconfutabilmente come per esempio nel 1990 Canale5 aveva versato nelle tasche di Cosa Nostra 5.000.000 di lire a titolo di “regalo”. A corroborare la versione dei vari pentiti c’è anche la dichiarazione del boss Galatolo, il quale si lamenta del fatto che fosse l’unico a non percepire somme di denaro da parte di Canale5: questa emittente pagava regolarmente “U cuirtu”, cioè Riina e i Madonia, ma non lui, che pur aveva sotto il suo controllo la zona palermitana di Acquasanta, in cui rientrava anche il monte Pellegrino. Ma c’è un altro pentito eccellente che su questa vicenda ha qualcosa da dire. Si tratta di Salvatore Cancemi. Egli conferma che fino a pochi mesi prima della strage di Capaci (23 maggio 1992) Berlusconi ancora era solito versare somme di denaro a Cosa Nostra per le “faccenda delle antenne”, una sorta di contributo all’organizzazione mafiosa di Totò Riina. Cancemi afferma di essere stato presente varie volte alla consegna di queste somme di denaro presso la macelleria di Raffaele Ganci: le mazzette erano da 50 milioni di lire, legate con un elastico. La somma annuale, secondo Cancemi, era di 200 milioni di lire.


Le rivelazioni di Luigi Ilardo


Dopo la vittoria alle elezioni del neonato partito di Berlusconi, secondo il boss e collaboratore di giustizia Luigi Ilardo “Provenzano ha ottenuto delle promesse dal nuovo apparato politico che ha vinto le elezioni in cambio dei voti ricevuti”. Infatti uno dei primi a parlare nello specifico di questa trattativa fu proprio Luigi Ilardo che rivelò alcune importanti informazioni al colonnello dei carabinieri Michele Riccio, principale accusatore del generale Mario Mori nel procedimento in cui quest’ultimo è imputato assieme al colonnello Mauro Obinu per favoreggiamento aggravato a Bernardo Provenzano. Il generale Mori ed il colonnello Obinu sono accusati di aver agevolato la latitanza di Provenzano non avendo fatto quanto possibile per catturarlo in occasione di un summit mafioso che si tenne il 31 ottobre del 1995 nelle campagne di Mezzojuso (PA) e che fu preannunciato dall’Ilardo al colonnello Riccio. Riguardo alle direttive di voto impartite da Cosa Nostra, il colonnello Riccio racconta di un episodio significativo raccontatogli da Ilardo poco prima di essere assassinato: “Ilardo viene a sapere che c’era stata anche una riunione a Caltanissetta presieduta dai palermitani e, se non ricordo male, i palermitani avevano mandato, così lui mi racconta, un personaggio insospettabile dell’organizzazione, non noto alle forze dell’ordine, dove già erano stata date delle prime nuove linee della strategia evolutiva di governo di Cosa Nostra. (…) Avevano tentato di fare prima un partito per conto loro, ma era fallita questa strategia di fare un loro soggetto politico gestito direttamente da Cosa Nostra. Era fallita e Provenzano aveva stabilito un contatto con un esponente dell’entourage di Berlusconi, di Forza Italia. Per cui c’era l’indirizzo di votare di lì a poco tutti per Forza Italia. Quindi avevano stabilito un contatto con un personaggio dell’entourage di Berlusconi il quale aveva già dato assicurazioni che ci sarebbero state normative giudiziarie a loro più favorevoli e anche aiuti nell’aggiudicazione degli appalti e dei finanziamenti statali. Ovviamente Cosa Nostra doveva raggiungere una sua compattezza unitaria. Infatti la direttiva che allora era stata data è che ogni provincia doveva nominare un unico responsabile provinciale, risolvere i contrasti interni ad ogni famiglia, ritornare a una serie di attività criminali meno esposte, meno violente in modo da ridurre progressivamente la repressione dello stato”.

Chi era quell’uomo insospettabile delle istituzioni? Riccio lo scoprirà più tardi, sempre dalla voce di Ilardo: “Fu un momento fortuito. Questo avvenne già quando non ero più alla Dia. Ilardo venne un giorno in macchina…avevo sempre…come tante mattine prima di incontrare Ilardo prendevo il giornale e se non ricordo male c’era sul giornale un articolo che riguardava problematiche tra Dell’Utri e Rapisarda… per cui dissi: – E’ questo qui…? – E lui: – Ci ha messo tanto a capirlo? Lei lo sapeva già. Perchè me lo chiede? – (…) Quindi io inserii nella mia agenda il nome di Dell’Utri

Martina Di Gianfelice e Federico Elmetti

LINK

a) Le “trattative” tra Cosa Nostra e pezzi dello stato – parte prima (Martina Di Gianfelice, 19luglio1992.com, 3 ottobre 2009)

b) Sentenza di primo grado Dell’Utri-Cinà emessa dalla seconda sezione penale del Tribunale di Palermo presieduta dal dott. Leonardo Guarnotta (11 dicembre 2004)

c) “Marcello, Silvio e la mafia”, il libro curato da Federico Elmetti per la guida alla lettura della sentenza di primo grado Dell’Utri-Cinà  (19luglio1992.com)

Dell’Utri, un nome da non nominare invano : Pietro Orsatti

Fonte: Dell’Utri, un nome da non nominare invano : Pietro Orsatti.

Anna Petrozzi su Terra della domenica

«Io quello che ti voglio dire pure a te il nome di là non lo dobbiamo nominare». «Quale… è?». «Dell’Utri… capisti? Completamente non deve esistere, non deve esistere Ni’» (Intercettazione del 4 novembre 2007 tra i mafiosi Antonino Caruso e Letterio Ruvolo). Un nome che non si deve pronunciare nemmeno per sbaglio. Troppo alto il rischio di essere intercettati e di “mascariare” colui che considerano il loro referente più importante, colui che potrebbe aiutarli a risolvere i problemi.
Quello di Dell’Utri però è un nome che fa anche paura allora come oggi. Un giorno del 1994, tra l’aprile e maggio all’incirca, il colonnello dei carabinieri, Michele Riccio, allora in forza al Ros, si era incontrato con il suo confidente: Luigi Ilardo. Era il reggente della famiglia di Caltanissetta e da infiltrato avrebbe dovuto portare gli inquirenti alla cattura di Bernardo Provenzano già in quegli anni. Ilardo dal suo ruolo di vertice poteva comunicare direttamente, via pizzini, con il capo di Cosa nostra ed era al corrente dei molti segreti e delle strategie messe in atto per riportare in equilibrio l’organizzazione dopo l’arresto di Riina.
Parlando con il colonnello che raccoglieva e registrava le sue confidenze, e grazie alle quali aveva fatto arrestare numerosi latitanti di primo piano dell’epoca, Ilardo gli raccontò di una riunione di capi in cui si era deciso di abbandonare il progetto di un partito proprio delle cosche “Sicilia Libera” (ideato da Bagarella e gestito da Tullio Cannella per suo ordine, ndr) perché Provenzano si era incontrato con un esponente dell’entourage di Berlusconi e che quindi da quel momento in poi si sarebbe dovuto votare e sostenere Forza Italia.
Quel nome Ilardo non lo fece subito. Diceva sempre che ne avrebbe parlato al momento giusto. Tuttavia qualche tempo dopo era uscito su un giornale un articolo riguardante i contrasti tra Dell’Utri e Rapisarda, e Riccio ricordandosi di quel discorso gli chiese spiegazioni. «È questo?», gli domandò indicando il giornale. «Ci ha messo tanto… se lo sai, colonnello, che me lo chiedi a fare?».
Riccio non incluse questo dato nella sua abituale relazione di servizio e si limitò a segnarlo sulla sua agenda. Solo nel 1998, due anni dopo che Ilardo venne freddato per strada a Catania. a una settimana esatta dall’incontro con i magistrati di Palermo (Caselli e Principato, ndr) e Caltanissetta (Tinebra) cui aveva dichiarato di volere formalmente collaborare con la giustizia, quel nome riemerge. Le agende di Riccio vengono infatti acquisite dai magistrati di Firenze, Chelazzi e Nicolosi, che stanno indagando sui mandanti esterni delle stragi e gliene chiedono conto.
La settimana scorsa durante un’udienza del processo in corso a Palermo a carico del generale Mori e del colonnello Obinu per la mancata cattura di Provenzano proprio a seguito delle precise indicazioni di Ilardo, il presidente del Tribunale ha chiesto a Riccio perché non aveva subito fatto il nome di Dell’Utri. Il colonnello, pluridecorato per le sue pericolose azioni antiterrorismo, ha risposto: «Per timore. Dell’Utri era il nuovo che avanzava». E ancora meno ne aveva fatto menzione al suo superiore Mori, perché a suo dire gli aveva già «dato disposizioni di non riferire i contatti politici; se gli dico di Dell’Utri, qui succede il finimondo». Circostanza che Mori nega seccamente.
Vero e proprio terrore ha colto invece Massimo Ciancimino, l’ultimo figlio di don Vito, testimone diretto della trattativa. Durante uno dei tanti interrogatori cui lo sta sottoponendo la procura di Palermo è andato nel panico quando i magistrati gli hanno mostrato metà di una lettera indirizzata a Berlusconi nella quale si “chiedeva” all’onorevole la disponibilità di una delle sue reti televisive, pena uno spiacevole evento. Scioccato per quel ritrovamento che non si aspettava, Ciancimino ha cercato di fornire una falsa ricostruzione per poi rettificarla il giorno seguente: «Io ho paura. Quando si tratta di Berlusconi e Dell’Utri, io ho paura. Questo è un gioco molto più grande di me».
E nonostante a verbale sia evidente il tentativo di Ciancimino di ricostruire lo scenario, al processo d’appello per mafia contro il senatore Dell’Utri il presidente del tribunale non ha concesso di ascoltarlo. Aggiungendo un altro tassello alle occasioni mancate che hanno caratterizzato questo secondo grado. Il timore per l’accusa è che il clima poco rassicurante influenzi la Corte mentre la Procura generale sta confermando la prima tesi di condanna: Dell’Utri aveva chiamato Mangano a casa Berlusconi con l’imprimatur del più alto vertice di Cosa nostra. La sentenza è attesa entro dicembre.

Antimafia Duemila – I conti che non tornano e tanti ”non ricordo”

Antimafia Duemila – I conti che non tornano e tanti ”non ricordo”.

Al processo Mori-Obinu riemergono le relazioni di servizio e i racconti non coincidono

di Anna Petrozzi e Lorenzo Baldo – 25 settembre 2009
Palermo.
Venti relazioni di servizio redatte per conto del Ros dall’agosto del 1995 al maggio del 1996 e tre versioni che ricostruiscono il blitz di Mezzojuso.

Questo il contenuto dei tre floppy disk che il colonnello dei carabinieri Michele Riccio ha consegnato questa mattina alla Corte che presiede il processo in corso a Palermo a carico del generale Mario Mori e del colonnello Mauro Obinu.
Alle domande poste dal pubblico ministero Antonino Di Matteo, Riccio ha spiegato di essersi letteralmente ritrovato tra i piedi i tre floppy mentre stava cambiando le cornici ad alcune stampe nella stanza che stava ristrutturando per ospitare la propria madre.
I tre dischetti, su cui la Corte ha già disposto la perizia che dovrebbe essere completata in una ventina di giorni, sono contrassegnati dalle apposite etichette su cui è leggibile non solo la dicitura “relazioni Ros” e il nome di copertura di Riccio “uncino”, ma anche scritte a matita che fanno riferimento alla Dia. Secondo la ricostruzione di Riccio, i floppy che gli furono consegnati dal maggiore Damiano al termine del rapporto “Grande Oriente” sarebbero gli stessi su cui l’ufficiale aveva registrato le relazioni redatte dal Riccio sulle confidenze di Ilardo quando era in servizio alla Dia.
Attorno all’aprile 1997 temendo che il materiale relativo all’attività investigativa condotta in Sicilia potesse venirgli sottratta o addirittura essere manomessa Riccio, che si trovava a Roma, telefonò alla moglie per farglieli riporre in un luogo sicuro, appunto dietro alla cornice di un quadro. Luogo che entrambi però avevano dimenticato.
Questi nuovi documenti rivestono particolare importanza poiché nella relazione conclusiva denominata “Grande Oriente” del luglio 1996 il colonnello fa più volte riferimento alle sue relazioni, che tuttavia fino a questo momento non era stato possibile ritrovare. Addirittura Riccio era stato accusato di non averle mai redatte.
Ora saranno i periti nominati dal tribunale e dall’accusa a dover accertare la validità di questi nuovi elementi il cui contenuto sarà poi discusso dalle parti.
L’udienza è poi proseguita con l’audizione del procuratore di Torino Gian Carlo Caselli, al tempo dei fatti procuratore capo di Palermo e del procuratore di Reggio Calabria, Giuseppe Pignatone.
Prima ancora di rispondere ai quesiti del pm Ingroia, Caselli ha voluto precisare che i suoi ricordi non potevano essere più di tanto precisi a causa del tempo trascorso, delle tante vicissitudini della sua carriera e a causa di un infarto.
In effetti la deposizione del magistrato è stata sorprendentemente scandita da continui “non ricordo” e “non potrei escluderlo” anche su informazioni basilari come la finalità ultima del rapporto confidenziale di Ilardo con il colonnello Riccio.
Caselli ha infatti sostenuto di non aver saputo il nome della fonte fino quasi alla vigilia del primo e unico incontro, che si verificò il 2 maggio 1996, una settimana esatta prima che il confidente venisse assassinato a Catania; di aver delegato prima l’allora sostituto procuratore Pignatone e poi l’allora sostituto Teresa Principato ad occuparsi della questione; di averla perciò seguita solo per sommi capi e di non ricordare che l’obiettivo principale del lavoro con Ilardo era la cattura di Provenzano.
Alle domande insistenti del pm Di Matteo il procuratore ha affermato di non ricordare nemmeno che gli allora colonnello Mori e maggiore Obinu, con i quali si sentiva molto frequentemente per motivi operativi, gli avessero parlato dell’opportunità di catturare il super latitante a Mezzojuso.
Come noto i due imputati più volte hanno confermato che il 31 ottobre 1995 Riccio aveva pedinato con alcuni uomini Ilardo che incontrava per la prima volta, dopo mesi di corrispondenza di pizzini, il capo di Cosa Nostra. Tuttavia non essendoci né le condizioni né i mezzi a disposizione gli avevano ordinato di limitarsi all’osservazione.
Ed è qui il nodo del contendere. Riccio infatti sostiene che quella perduta occasione non fu casuale ma voluta specificatamente dai suoi superiori per impedire la cattura del boss.
Sul punto è stato sentito anche il procuratore Pignatone che ha commentato in aula un suo appunto relativo ad un incontro avuto con il colonnello il 1° novembre 1995, quindi il giorno dopo Mezzojuso.
Il magistrato sostiene che fosse abbastanza normale vedersi con Riccio in un giorno festivo data la loro disponibilità lavorativa “24 h” e quindi non fu sorpreso della sua richiesta di appuntamento. Tuttavia non gli disse nulla di quanto avvenuto il giorno prima.
Al contrario Riccio ha dichiarato che andò dal sostituto cui faceva riferimento proprio per rappresentargli l’accaduto.
In effetti è difficile pensare che proprio nell’ immediato ridosso di quel mancato successo di cui erano a conoscenza anche i vertici del Ros, il colonnello non ne avesse proferito parola. Ed è ancora più inspiegabile capire perché né Pignatone né nessun altro chiesero mai più conto di quei fatti a Riccio, visto che già dal 1996 la relazione di servizio raccontava nei dettagli di Mezzojuso.
Tirando le somme dai tre magistrati a conoscenza di quei fatti finora sentiti in questo dibattimento, Principato, Caselli e Pignatone, sono molti gli elementi emersi che coincidono solo in parte e in modo alterno, cioè se corrisponde all’uno non corrisponde all’altro.
Al colonnello Riccio il Presidente Fontana ha chiesto invece perché nel 1998 aveva fatto il nome di Dell’Utri solo successivamente a quello di altri politici collusi con la mafia come Andò, Andreotti e Mannino. Il colonnello ha spiegato di aver ritenuto opportuno parlarne solo ai magistrati di Firenze Chelazzi e Nicolosi che avevano rinvenuto il nome di Dell’Utri nelle sue agende, poiché non aveva avuto fiducia di due magistrati catanesi che, sentitolo a Roma, avevano iniziato l’interrogatorio dicendogli che aveva bisogno di protezione. L’unica cosa per ora certa è che non tutti i conti tornano. Ilardo voleva collaborare con la giustizia e non fece in tempo, fece consegnare grandi latitanti suoi superiori per arrivare ad essere un interlocutore diretto di Provenzano, portò il Ros sulla porta del boss, ma quel mancato blitz e le mai proseguite indagini su quella pista regalarono al capo di Cosa Nostra la possibilità di quei “cinque, sette anni” per rimettere tutte le cose a posto.

Blog di Beppe Grillo – Verità di Stato e verità di mafia

Blog di Beppe Grillo – Verità di Stato e verità di mafia

Sommario della puntata:
Massimo Ciancimino comincia a parlare
Il “papello”, i Servizi Segreti e la copertura politica della trattativa
Parla Ciancimino, parlano tutti.
Ayala: “Mancino ha incontrato Borsellino… o forse no”
Ciampi e il suo telefono a Palazzo Chigi “manomesso”
Il cerino in mano

Testo:
“Buongiorno a tutti, ben ritrovati dopo le vacanze anche se magari qualcuno c’è ancora. Io no, purtroppo.
Vorrei parlare subito di una questione che secondo me segnerà questa stagione della politica, dell’informazione, della cronaca, della giustizia ed è probabilmente la vicenda più importante che si sta svolgendo, anche se i giornali ne parlano poco, tra alti e bassi, tra fiammate e docce gelate. Anzi, forse proprio per il fatto che i giornali ne parlano poco, tanto per cambiare.
E’ la faccenda di questi improvvisi squarci che si sono aperti quest’estate sulla vicenda della trattativa tra lo Stato e la mafia nel 1992, che poi null’altro è se non il paravento che cela i mandanti esterni, i suggeritori occulti delle stragi del 1992, almeno per quanto riguarda quella di Borsellino, e del 1993 di Roma, Firenze e Milano.
Ci sono molte novità che è difficile notare: eppure basta incrociare e confrontare ciò che esce sui giornali, senza bisogno di andare a vedere verbali giudiziari che sono ancora segreti e quindi né io né voi possiamo conoscere. Già quello che si è letto sui giornali è piuttosto significativo su quello che sta venendo fuori e io penso che se ci sarà una spinta dal basso della società civile, se qualcuno sul fronte politico prenderà finalmente sul serio questa faccenda e se i magistrati verranno lasciati lavorare, soprattutto quelli di Palermo, Caltanissetta e Firenze che sono quelli competenti per materia e per territorio sulle trattative del “papello”, Palermo sui mandanti delle stragi. Si potrebbe riuscire a capire chi sono i veri padri fondatori della Seconda Repubblica che, come forse avete sentito dire, non è nata a differenza della Prima dalla Resistenza ma proprio dalle stragi, dalle trattative, dalle bombe e dal sangue dei morti.
E’ sempre meglio ricapitolare per evitare di dare qualcosa per scontato e acquisito, in modo che chiunque incamera il Passaparola sappia com’è cominciata la vicenda e a che punto è arrivata.
Dopodiché ci ritorneremo se, come spero, avrà degli sviluppi.

Massimo Ciancimino comincia a parlare

La vicenda comincia semplicemente con le interviste di questo personaggio molto interessante, singolare, sicuramente molto chiacchierone, cioè Massimo Ciancimino, figlio dell’ex sindaco mafioso di Palermo Vito, il quale per anni è stato indagato dalla procura di Palermo, ha avuto il torto di dover gestire il patrimonio di suo padre, è stato accusato di riciclaggio – lui dice che non è riciclaggio, si vedrà, questo a noi interessa poco. E’ stato condannato in primo grado per riciclaggio, adesso si sta battendo in appello. Di certe cose non aveva parlato ai magistrati fino a un anno fa, anche perché aveva come l’impressione che la vecchia procura di Palermo non fosse molto interessata ad alzare il tiro sugli alti livelli istituzionali e politici frequentati da suo padre; invece poi fa sapere ai magistrati della nuova Procura di Palermo, quella retta dal Procuratore Messineo – per intenderci – da un paio d’anni che ha come l’impressione che abbia più interesse a toccare certi altarini e quindi comincia ad affrontare temi che prima aveva lasciato perdere.
Anche perché si era reso conto che quando gli avevano perquisito la casa, stranamente, i Carabinieri non erano nemmeno andati ad aprire la cassaforte che pure era visibile anche da un bambino, ma stiamo parlando di vicende ricorrenti, ricorderete che i Carabinieri del Ros non entrarono nemmeno nella casa di Riina: il motto di certi servitori dello Stato, soprattutto a Palermo, è “non aprite quella porta e non aprite quella cassaforte”, forse perché sanno già quello che ci troverebbero dentro.
In ogni caso, questa era la ragione della sua impressione sulla vecchia gestione della Procura, tanto più che poi in casa gli avevano trovato la lettera di Provenzano a Berlusconi e invece di utilizzarla nei processi i magistrati della vecchia Procura l’avevano lasciata marcire in uno scatolone per cui quelli della nuova Procura l’hanno tirata fuori e recuperata in extremis per versarla nel processo Dell’Utri che, fra l’altro, riprenderà fra meno di tre settimane.
Ciancimino comincia dunque ad alzare il tiro e a raccontare ai magistrati di Palermo cosa faceva suo padre, perché tutto ciò che Ciancimino racconta lo ha visto fare da suo padre insieme a esponenti delle istituzioni oppure l’ha sentito raccontare sempre da suo padre, che è morto. Padre che gli avrebbe addirittura dettato un memoriale che sarebbe nascosto da qualche parte: sapete che Ciancimino ha carte interessanti nascoste in giro per il mondo e si spera che prima o poi si decida a consegnarle alla magistratura. Ci sono altre due lettere attribuite a Provenzano e rivolte a Berlusconi, in originale o in copia, ci sarebbe il famoso “papello” della trattativa tra Riina e i Carabinieri del Ros e i loro mandanti rimasti anch’essi ancora occulti, e poi ci sarebbe questo memoriale dettato da Vito Ciancimino e dattiloscritto da Massimo.
Inizia a raccontare dei rapporti tra suo padre e il capitano De Donno e il Colonnello Mori e li data – la trattativa poi sfociata nel papello – tra la strage di Capaci e quella di Via D’Amelio. Parliamo del mese di giugno del 1992: dopo che uccidono Falcone si fanno avanti i Carabinieri con Ciancimino.
Questa è già una prima novità perché inizialmente si pensava che la trattativa fosse iniziata dopo la strage di Via D’Amelio, invece no, pare che inizi prima e questo è molto importante perché molti magistrati e investigatori sono convinti che la strage di Via D’Amelio sia stata provocata proprio dalla trattativa tra i Carabinieri e Totò Riina in quanto questo, dopo aver eliminato Falcone, riceve da qualcuno l’input che bisogna eliminare anche Borsellino perché la strage di Capaci ha sortito l’effetto di attivare lo Stato a trattare con la mafia ma Borsellino lo è venuto a sapere, si oppone e quindi va eliminato: ostacolo da rimuovere sulla strada della trattativa. Quindi, la datazione dell’inizio della trattativa tra gli uomini del Ros e Ciancimino è fondamentale e Massimo Ciancimino a cavallo tra la strage di Capaci e quella di Via D’Amelio, giugno 1992.
Poi racconta che suo padre aveva rapporti intimi e costanti con Bernardo Provenzano, fino al 2000 quando il padre rimase agli arresti domiciliari.
Racconta che la trattativa dei Carabinieri fu soprattutto con Provenzano piuttosto che con Riina e questo spiegherebbe per quale motivo a un certo punto Riina si ritrova i Carabinieri davanti a casa: cresce l’ipotesi che sia stato venduto da Provenzano e Ciancimino ai Carabinieri in cambio del cambio di rotta della mafia più trattativista e meno stragista – Provenzano è più trattativista, Riina è lo stragista – e quindi dell’alleggerimento della pressione dello Stato sulla mafia e del fatto che Provenzano diventa il capo indiscusso di Cosa Nostra dopo l’arresto di Riina e che però le carte di Riina non si prendono, si lasciano a Provenzano, e che lo stesso Provenzano non si prende e questo ci ricollega al processo in corso a Palermo a carico, tanto per cambiare, del Generale Mori per non avere catturato Provenzano già nel 1995 quando il Colonnello Riccio, un altro ufficiale del Ros, lo aveva segnalato presente in un casolare di Mezzojuso.
Ciancimino racconta poi di avere visto lui il “papello”, cioè il foglio di carta con l’elenco delle cose che Riina o Provenzano, o Riina e Provenzano, chiedevano ai Carabinieri in cambio della cessazione delle stragi, “papello” che nel prosieguo della trattativa nell’autunno del 1992 dopo che era stato ucciso anche Borsellino fu consegnato a vari referenti tra i quali, dice Massimo Ciancimino mentre il generale Mori nega, al generale Mori.

Il “papello”, i Servizi Segreti e la copertura politica della trattativa

Dice però che il “papello” fece un tragitto un po’ più complicato: i capi di Cosa Nostra lo fecero pervenire a Vito Ciancimino, lui lo passò a un certo Carlo che era un uomo dei Servizi Segreti che gli stava accanto da una trentina d’anni – pensate, c’era un uomo dei Servizi Segreti, un certo Carlo, che accompagnava la vita e la carriera di un sindaco mafioso come Ciancimino per conto dello Stato. Quindi Ciancimino da’ prima il “papello” a Carlo e questo lo da’ a Mori, questo è molto importante perché Ciancimino per quanto riguarda le istituzioni si fida di questo Carlo che da trent’anni sta al suo fianco mentre Mori si è fatto avanti più di recente.
Ciancimino, il figlio, ricorda che suo padre per trattare – dato che a trattare tra Stato e mafia c’è da lasciarci le penne se si fa qualche passo falso – aveva preteso delle coperture politiche, che dovevano essere da parte del governo. Nel senso: chi è questo Mori che fa la trattativa? Sarà mica una sua iniziativa personale? No, ci deve essere dietro lo Stato altrimenti mica ci mettiamo a trattare. Chi lo manda Mori? Chi è d’accordo con la trattativa avviata da Mori? Dice Massimo Ciancimino, anche questo tutto da verificare naturalmente ma sono gli squarci che si stanno aprendo e quindi li dobbiamo raccontare così come li sappiamo, per quanto riguarda il governo la copertura chiesta da Ciancimino doveva darla il nuovo ministro dell’Interno Nicola Mancino, per quanto riguardava l’opposizione la copertura la doveva dare il rappresentante per i problemi della giustizia Luciano Violante, di lì a poco diventato presidente della Commissione Antimafia.
Insomma, sono d’accordo il governo e l’opposizione che lo Stato tratti con la mafia dopo la strage di Capaci e dopo la strage di Via D’Amelio? Questo vuole sapere Ciancimino per andare avanti con la trattativa. Infatti, si informa presso il signor Carlo – che secondo alcuni si chiamerebbe Franco, ma insomma… – che è appunto l’uomo dei Servizi affinché si informi di chi sta alle spalle di Mori. Dopodiché la trattativa prosegue, segno che le informazioni vanno a buon fine cioè che arrivano le garanzie che la destra e la sinistra, almeno il pentapartito perché in quel momento non c’era il centrodestra ma il pentapartito ovvero DC, Psi, partiti laici minori da una parte e PDS all’opposizione, non erano contrari. Anzi, secondo Massimo Ciancimino non era contrario il governo mentre la copertura di Violante va in fumo in quanto Violante rifiuta di incontrare Vito Ciancimino.
Quando poi viene catturato Vito Ciancimino nel dicembre del 1992 la trattativa si interrompe anche perché un mese dopo viene arrestato Riina ma non viene perquisito il covo, e sapete quello che succede dopo: secondo i giudici di Palermo dopo la trattativa dei Carabinieri interrotta dall’arresto di Ciancimino e un mese dopo di Riina parte un’altra trattativa, ammesso che fosse un’altra e non il prosieguo della stessa, che coinvolge Dell’Utri il quale fornisce poi le garanzie sulla nascita di Forza Italia, garanzie che verranno ritenute sufficienti da Provenzano tant’è che questo smetterà dopo la stagione delle stragi del 1993 di sparare e inaugurerà la lunga pax mafiosa che dura anche oggi.
Ecco, in quel periodo si inseriscono le tre lettere che Provenzano manda a Berlusconi: una all’inizio del 1992, prima delle stragi, segno che c’erano già dei rapporti con Dell’Utri perché era lui a fare il postino: la lettera Provenzano la dava a Ciancimino, che la dava a Dell’Utri che la dava a Berlusconi, tre volte questo sarebbe successo, la seconda volta alla fine del 1992 dopo le stragi e la terza all’inizio del 1994 quando Berlusconi si getta in politica, e questa è la lettera di cui i magistrati hanno una metà tagliata nella quale Provenzano o chi per lui si rivolge a Berlusconi chiamandolo “onorevole”. Stiamo parlando di un Berlusconi già diventato politico quindi non prima del 1994.
Richieste di aiuti, promesse di sostegno politico, scambi di favori con Dell’Utri che fa il pony express fra Provenzano e Berlusconi, questo è quello che racconta Massimo Ciancimino. E a questo punto i magistrati riaprono le indagini sulla trattativa del “papello” perché è ovvio che se la mafia ha costretto lo Stato a fare delle cose che non avrebbe fatto senza le stragi qui stiamo parlando evidentemente di reati gravissimi, è un’estorsione fatta dalla mafia allo Stato, stiamo parlando di un reato che credo si chiami “minaccia contro corpo politico dello Stato”. Un qualcosa di molto simile a un golpe.

Parla Ciancimino, parlano tutti.

Quando emergono da interviste o indiscrezioni di stampa le prime notizie su quello che ha detto Ciancimino i protagonisti della politica dell’epoca entrano in fibrillazione.
Nicola Mancino, lo sapete, già da anni è oggetto di chiacchiericci continui, poi per fortuna c’è Salvatore Borsellino che ogni tanto strilla forte ciò che gli altri mormorano piano. E’ noto che il ministro dell’Interno che avrebbe incontrato Borsellino poco prima della strage di Via D’Amelio è proprio Mancino e Paolo Borsellino lo scrive nel suo diario. Mancino ha sempre negato, come ha sempre negato di aver saputo di trattative o cose del genere.
Guarda caso, quest’estate in un’intervista continua a dire di non aver incontrato Borsellino, al massimo gli avrà dato la mano ma come poteva lui riconoscere Borsellino fra i tanti… come se Borsellino fosse uno fra i tanti: era uno che di lì a quindici giorni morirà ammazzato ed è quello che tutti gli italiani individuano come l’erede naturale di Falcone che è appena stato ammazzato, figuratevi se si può scambiare per un usciere che ti stringe la mano il giorno che diventi ministro. Comunque questo dice Mancino: “non ho incontrato Borsellino, forse gli ho stretto la mano fra le tante”, ma aggiunge: “in quell’estate io respinsi ogni tipo di proposta di trattativa fra Stato e mafia”. Questo è interessante perché vuol dire che qualcuno gli sottopose queste proposte di trattative, e sappiamo che forse anche Borsellino respinse quelle trattative; allora sarebbe interessante sapere chi propose al ministro Mancino quelle trattative, perché dev’essere la stessa persona o lo stesso ambiente che le propose a Borsellino, soltanto che Borsellino disse di no ed è stato ammazzato, Mancino continuò a fare il ministro dell’Interno e devo dire che lo fece anche molto bene.
Violante, quando esce sui giornali che Ciancimino ha dichiarato che suo padre chiedeva la copertura anche della sinistra e cioè si Violante, tarantolato anche lui ha un’illuminazione e corre a Palermo a testimoniare, con dichiarazioni spontanee, che effettivamente gli è venuto in mente 17 anni dopo che il generale Mori gli aveva chiesto, mentre era presidente della commissione Antimafia, di incontrare Ciancimino ma dato che l’incontro proposto doveva essere a quattrocchi lui Ciancimino non lo voleva incontrare. Mori andò altre due volte per sollecitare quell’incontro ma Violante disse sempre di no.
E qui si pone un altro problema: per quale motivo Violante si è tenuto per 17 anni una notizia di questo calibro: nel 1992 non lo sapeva mica nessuno che i Carabinieri del Ros stavano trattando con Ciancimino cioè con la mafia. E Violante era presidente della commissione Antimafia, possibile che non apre immediatamente un’indagine con i suoi poteri, che sono gli stessi della magistratura, può persino convocare testimoni e arrestare la gente se vuole. Perché se non lo voleva fare lui non ha avvertito il suo amico Caselli che di lì a poco è andato a fare il procuratore capo di Palermo? Subito, all’inizio del 1993 così la trattativa si sarebbe saputa e sarebbe stata interrotta e non se ne sarebbero fatte altre perché sarebbero intervenuti i magistrati. Invece, Violante questa cosa se la tiene per 17 anni, dal 1992 al 2009, e poi tomo tomo cacchio cacchio se ne viene fuori con una dichiarazione ai magistrati di Palermo dicendo: “toh… guarda mi è venuto in mente! E’ vero!”. Intanto i magistrati di Palermo avevano processato il generale Mori per la mancata perquisizione del covo di Riina, l’avevano di nuovo fatto rinviare a giudizio per la mancata cattura di Provenza e Violante sempre zitto! Eppure sarebbe stato importante, in quei processi, avere la sua testimonianza! Violante che dice che il generale Mori faceva da tramite, da ambasciatore di Ciancimino per convincerlo a incontrare Ciancimino!
Voi capite che per uno che viene processato per favoreggiamento della mafia il fatto che andasse a chiedere a Violante: “scusi, lei vuole incontrare Ciancimino?”, un generale dei Carabinieri, sarebbe stato interessante. Violante zitto, se ne salta fuori adesso perché non lo può più negare, l’ha raccontato Ciancimino, quindi, trafelato, arriva a dire la sua verità, tardiva, molto tardiva.

Ayala: “Mancino ha incontrato Borsellino… o forse no”

Ma non è finita perché questa è anche l’estate nella quale salta fuori, con un’intervista ad Affariitaliani, l’ex giudice Ayala, già pubblico ministero nei processi istruiti da Falcone e Borsellino poi datosi alla politica e ultimamente, trombato dalla politica, ritornato in magistratura – credo che sia giudice in Abruzzo.
Ayala dice: “poche balle, Mancino aveva incontrato Borsellino, me l’ha detto lui”. A questo punto il giornalista dice: “ma Mancino lo nega” e lui risponde: “no, mi fece vedere l’agenda nella quale c’era scritto che il 1° luglio del 1992 Mancino aveva incontrato Borsellino”.
Strano, una bomba! I magistrati convocano immediatamente Ayala per saperne di più, lo convocano ovviamente quelli di Caltanissetta che stanno indagando sui mandanti esterni delle stragi. E lì Ayala dice: “no, ma io sono stato frainteso”. Piccolo problema: Affariitaliani ha l’audio registrato con le parole di Ayala. Possibile che Mancino gli abbia fatto vedere un’agenda con scritto l’incontro con Borsellino e Ayala sia stato frainteso? In che senso frainteso? Spiegherà Ayala, dopo aver capito che non può smentire le dichiarazioni perché sono state registrate, che si era sbagliato lui nell’intervista: Mancino gli aveva fatto vedere un’agenda dove non c’era il nome di Borsellino e lui, invece, ricordava che nell’agenda ci fosse. Ma se uno nell’agenda non ha il nome di Borsellino, per quale motivo dovrebbe farla vedere ad Ayala? E’ evidente che fai vedere l’agenda se hai scritto un nome, se non c’è scritto niente che prova è che non hai visto una persona?
Tu puoi vedere tutte le persone di questo mondo e non scriverle nell’agenda, è se lo scrivi che lo fai vedere a una persona per testimoniare quello che le stai dicendo! Cose da matti, comunque questo è un altro rappresentante delle istituzioni folgorato e poi avviato rapidamente alla retromarcia.
Ma non è finita: a questo punto interviene il generale Mori che, non si sa se in un’intervista o in una notizia fatta trapelare all’agenzia “il Velino” dice: “Violante non si ricorda mica bene: non gli avevo proposto di incontrare Ciancimino a tu per tu, ma di farlo parlare in commissione Antimafia!”. Allora resta da capire come mai Violante non abbia accettato di convocare Ciancimino in commissione Antimafia visto che l’Antimafia convocava pure i pentiti di mafia, non è che potesse sottilizzare: se Ciancimino aveva qualcosa da raccontare perché non fargliela dire?

Ciampi e il suo telefono a Palazzo Chigi “manomesso”

A questo punto salta fuori l’ex presidente della Repubblica Ciampi, che ricorda che cosa successe a Palazzo Chigi: Ciampi è presidente del Consiglio nella primavera-estate del 1993 quando esplodono le bombe nel continente, a Roma, Milano e Firenze. E soprattutto, nella notte degli attentati alle Basiliche a Roma, mentre a Milano esplode via Palestro il 27 luglio del 1993, Ciampi ricorda il famoso black out nei palazzi del potere ma anche che “ero a Santa Severa in vacanza, rientrai con urgenza a Roma di notte, accadevano strane cose: io parlavo al telefono con un mio collaboratore a Roma e cadeva la linea. Poi trovarono a Palazzo Chigi il mio apparecchio manomesso, mancava una piastra”. C’erano ancora le cornette, non c’era ancora ai livelli di oggi i cellulari. “Al largo della mia casa di Santa Severa, a pochi km da Roma, incrociavano strane imbarcazione: mi fu detto che erano mafiosi allarmati dalla legge che istituiva per loro il carcere duro. Chissà, forse il carcere lo volevano morbido”.
Ciampi, dopo quell’episodio, va a Bologna all’improvviso e il 2 agosto commemora a sorpresa la strage di Bologna ricordando il ruolo della P2, cosa che ricorda di nuovo in questa intervista a Repubblica nella quale dice anche che purtroppo su quei rapporti tra la P2, telefoni manomessi, black out eccetera non è stata fatta chiarezza.
Il giorno dopo, il procuratore di Firenze competente sulle stragi del 1993 interviene piccato: è Pier Luigi Vigna, già capo della procura di Firenze, già capo della procura nazionale Antimafia il quale dice: “noi abbiamo indagato tutto, non c’è più niente da indagare”. Il giorno dopo ancora dice: “la politica tace il nome dei mandanti occulti delle stragi”: insomma, dice due cose all’apparenza sembrerebbero contraddirsi ma soprattutto non si spiega per quale motivo scopriamo solo oggi che il telefono di Ciampi a Palazzo Chigi, il telefono personale del Presidente del Consiglio del 1993, la notte delle stragi era stato manomesso, gli hanno tolto una piastra, era intercettato probabilmente il capo del Governo! Da chi può essere intercettato il capo del governo che è anche il capo dei Servizi Segreti e che al largo della sua casa al mare “incrociavano strane imbarcazioni: mi fu detto che erano mafiosi allarmati dalla legge sul carcere duro”.
Mettete insieme tutte queste cose, mettete insieme che Martelli, allora ministro della Giustizia dice: “lo Stato forse non trattava con la mafia ma rappresentanti dello Stato si”. E lo dice così, en passant, in un’intervista. E mettete insieme che Dell’Utri, beffardo, l’altro giorno rilascia un’intervista dicendo: “apprendo dai giornali che qualcuno avrebbe trattato con la mafia: sarebbe gravissimo se ciò fosse successo, bisogna assolutamente istituire una commissione parlamentare d’inchiesta per fare luce perché è orribile l’idea che qualcuno tratti con la mafia i tempi delle stragi. Cosa mi dice, signora mia?”. Dell’Utri dichiara in un’intervista.

Il cerino in mano

Voi capite che qui siamo di fronte a una classe politica e a un ceto dirigente dove anche l’ultimo degli uscieri sa cento volte di più di quello che sappiamo noi e di quello che sanno i magistrati. In Italia i cittadini e i magistrati sono come i cornuti, sono sempre gli ultimi a sapere, e voi vedete che questo giro, questa ristretta cerchia di persone si manda messaggi perché si è aperto qualche spiraglio, perché qualcuno sta cominciando a parlare. E se qualcuno sta cominciando a parlare, saranno squalificati come dice il Capo dello Stato ma del resto, se stiamo parlando di stragi, è ovvio che chi deve saperne qualcosa non può che essere persona squalificata, sarebbe meglio se i testimoni delle stragi fossero delle suore Orsoline, ma purtroppo queste delle stragi non ne sanno niente, è molto meglio che parlino i mafiosi o i figli dei mafiosi. Anche quella dichiarazione del Capo dello Stato sembrava tanto un invito a chiudere certe bocche.
Evidentemente, in questa ristretta cerchia c’è un sacco di gente che sa, che tace, che si manda messaggi trasversali perché comunque “io so che tu sai che io so”, e che sarebbe bene venisse fuori allo scoperto. Perché fanno così? Perché si mandano queste strizzatine d’occhio e queste rasoiate al curaro? Perché sanno che se la verità comincia a uscire, lo scarica barile andrà avanti fino a quando uno, l’anello più debole, verrà scaricato. Purtroppo in questa stagione i protagonisti sono tutti vivi, purtroppo per loro: ci fosse qualche bel morto a cui scaricare addosso le responsabilità l’avrebbero già fatto, ma tutti coloro che avevano queste responsabilità istituzionali sono vivi e si stanno buttando addosso l’uno sull’altro i cadaveri delle stragi del 1992 e 1993.
Teniamo gli occhi aperti e stiamo a vedere nei prossimi mesi chi rischia di restare col cerino in mano, perché chi rischia di restare col cerino in mano prima di bruciarsi magari parla.
Abbonatevi al “Fatto”, siamo già in 20.000, frequentate il sito Antefatto.it dove trovate un sacco di notizie in anteprima rispetto all’uscita del giornale che sarà il 23 settembre: mercoledì 23 settembre saremo in edicola col primo numero de “Il Fatto” e passate parola!”

Il generale di Binnu « Pietro Orsatti

Il generale di Binnu « Pietro Orsatti.

Al processo Mori-Obinu, il colonnello Riccio ricostruisce le fasi dell’accordo fra Provenzano e lo . L’infiltrato Ilardo parlò di un contatto tra il numero due della Cupola e Dell’Utri: la nascita di Forza interessava molto a

di Pietro Orsatti su Left-Avvenimenti

La storia racconta di un , negli anni dello stragismo di , sempre più defilato e in disaccordo con . Talmente lontano dal padrone di quello che era diventata l’organizzazione mafiosa dopo la “mattanza” degli anni 70 e 80 da cercare in pezzi dello una “relazione” strategica. E non è difficile addirittura ipotizzare una sua “collaborazione” nella cattura di Riina nel ’93. Queste ipotesi di una strategia di Binnu Provenzano in totale rottura con il capo della Cupola mafiosa si nascondono nelle pieghe di uno dei processi più clamorosi e contemporaneamente più invisibili degli ultimi decenni, quello al generale dei Ros (ed ex capo del Sismi) Mario Mori e al capitano Mario Obinu. Ad accusarli per il mancato arresto di Provenzano nel 1995 è un altro ufficiale dei , il colonnello Michele Riccio. Al centro delle dichiarazioni di Riccio la famosa trattativa fra e , il famigerato “papello”, e il bagno di sangue delle stragi del ’92. E la testimonianza, e la morte, di un collaboratore, Luigi Ilardo, vice del capo mafia di Caltanissetta “Piddu” Madonia. Affidato direttamente a Riccio del quale diventa confidente, Ilardo venne infiltrato nell’ mafioso di provenienza. L’ex boss nisseno riuscì perfino ad avvicinare , ottenendo un appuntamento il 31 ottobre 1995 in una cascina a Mezzojuso. Nonostante Ilardo avvisasse dell’occasione unica non si presentò nessuno ad arrestare Binnu consentendone la fuga. «Informai il colonnello Mori – ha dichiarato al processo Riccio -. Lo chiamai subito a casa per riferirgli dell’incontro e rimasi sorpreso, perché non me lo dimenticherei mai, non vidi nessun cenno di interesse dall’altra parte». Riccio era sul posto, avrebbe potuto intervenire immediatamente appena avuto il via libera dal capo dei Ros in . «Mi disse che preferiva impegnare i propri strumenti, dei quali al momento era sprovvisto – prosegue Riccio nel suo racconto -. Noi eravamo pronti e non ci voleva una grande scienza per intervenire». L’ ufficiale ha parlato anche di un incontro a fra il collaboratore e il colonnello. «Quando lo portai da Mori, Ilardo gli disse: “In certi fatti la mafia non c’entra, la responsabilità è delle istituzioni e voi lo sapete”. Io raggelai». E Binnu, sfuggito alla cattura, sparì per altri 11 anni. Dopo qualche mese Ilardo venne ucciso a pochi giorni prima del suo ingresso “ufficiale” nel programma di protezione speciale per i collaboratori. Qualcuno sospetta grazie a una “spiata”. E Riccio, poi, ricorda come i nomi dei politici fatti da Ilardo venissero in seguito “stralciati” nella stesura del documento “Grande Oriente” proprio su richiesta di Mori. Uno fra tutti, quello di Marcello Dell’Utri. Ilardo aveva parlato esplicitamente di un contatto tra Provenzano e Dell’Utri, «l’uomo dell’entourage di », e di un «progetto politico», la nascita di Forza , che interessava ai vertici della Cupola mafiosa. E motore di quel nuovo progetto politico, non a caso, era proprio l’allora capo di Publitalia. Riccio ha raccontato in aula nel 2002 di un incontro con l’avvocato Taormina e Marcello Dell’Utri: «Nello studio del professor Taormina mi venne detto che sarebbe positivo per il senatore Dell’Utri se nella mia deposizione avessi escluso che era emerso il suo nome nel corso della mia indagine siciliana. Io non risposi e rimasi sbalordito».

Dopo le dichiarazioni di Riccio che hanno aperto il processo a Mori e Obinu, oggi si aggiunge il nuovo dichiarante Massimo Ciancimino (figlio di Vito, il sindaco del “sacco di ”), che a settembre testimonierà anche nel processo in secondo grado a Marcello Dell’Utri. «Ero presente – ha dichiarato Massimo Ciancimino ai magistrati – quando a mio padre venne consegnato il papello». Un documento di peso, e che Vito Ciancimino avrebbe definito come “non accettabile” nella sua interezza valutando che solo alcuni punti potevano essere discussi e divenire nodi di un’eventuale trattativa. Sempre secondo “Massimino” il documento venne comunque consegnato dal padre al capitano De Donno e al generale Mori. Non solo: don Vito, nel racconto del figlio, indicò con mappe catastali alla mano (e documenti relativi ad allacci dell’acqua, luce e gas) l’abitazione di . La stessa abitazione che dopo l’arresto del capo mafioso non venne perquisita permettendo di conseguenza non solo la fuga (o meglio il trasloco) della moglie di Riina e dei figli ma addirittura la totale rimozione di ogni documento e traccia. Operazione eseguita, come emerse in seguito dal racconto di alcuni pentiti, da Leoluca Bagarella. Per questa mancata perquisizione, Mori e il comandante “Ultimo” (l’ufficiale che eseguì la cattura del boss) vennero rinviati a giudizio e in seguito assolti ma la stranezza della circostanza, unita alla vicenda delle dichiarazioni di Riccio e Ciancimino e della mancata cattura di Provenzano, lascia troppi interrogativi aperti. Interrogativi che si amplificano ancora di più quando Massimo Ciancimino ricorda come don Vito «alla fine morì con la consapevolezza di essere scavalcato e che qualcuno avesse preso in mano la trattativa mantenendo certi accordi».

E torniamo a Provenzano, l’uomo della sommersione di , colui che in molti ritengono abbia tradito e consegnato il suo capo, e amico fin dall’infanzia, . È sempre più pressante il sospetto che oltre alla trattativa del “papello”, quella delle richieste “non accettabili” avanzate da , contemporaneamente Binnu ne aprisse un’altra, più realistica e spregiudicata. Si smette di sparare, si buttano in cella tutti quelli che non vogliono deporre le armi e si fanno affari come “ai vecchi tempi”. A riaccendere i riflettori sull’anziano boss in carcere dal 2006 non sono solo le dichiarazioni di Riccio e Ciancimino jr ma anche le ultime rivelazioni emerse da un vecchio dei servizi segreti tedeschi, oggi ripreso dal dossier del Bka (la polizia criminale) sulla penetrazione delle italiane in Germania e rilanciato in dal quotidiano l’Unità. Secondo il documento, Provenzano aveva richiesto direttamente alla ’ndrangheta calabrese di acquistare una grossa quantità di esplosivo, poi utilizzato per la strage di dove persero la vita e gli agenti della sua scorta. E l’acquisto avvenne proprio in Germania dove i clan calabresi erano penetrati da tempo. Il parla esplicitamente di «ingenti quantitativi di esplosivo ad alto potenziale di provenienza militare» ordinati dai clan di . Borsellino andava spesso a Francoforte all’epoca perché impegnato nelle indagini sull’assassinio del magistrato Rosario Livatino nel 1990, visto che risultava che i killer del magistrato avevano trovato rifugio e appoggi in Germania. Dopo uno dei suoi viaggi, per verificare anche una pista sulla strage di Capaci, Borsellino aveva dichiarato ad alcuni amici: «Il tritolo è arrivato anche per me, lunedì scorso». E mentre nessuno impediva che la strage avvenisse, addirittura evitando che venisse messo in quel divieto di sosta richiesto da scorta e magistrato da mesi, Provenzano, da bravo “ragioniere” di , pianificava l’acquisto di quintali di sintex. In silenzio, aspettando solo il momento giusto. Che arrivò, puntualmente, la domenica del 19 luglio 1992.

Antimafia Duemila – Massimo Ciancimino: ”Ho paura di essere ucciso”

Antimafia Duemila – Massimo Ciancimino: ”Ho paura di essere ucciso”.

di Giorgio Bongiovanni e Silvia Cordella – 28 luglio 2009
Un’alta attenzione mediatica. L’aspettativa da parte di tutti di conoscere le verità sulle stragi del ’92. L’inaspettato intervento del capo dei capi Totò Riina su una trattativa che si concluse con la sua cattura. Il brulicare crescente di informazioni che i politici, non si sa bene perché, iniziano a dare solo oggi, dopo l’annuncio di Massimo Ciancimino (che parla invece ai magistrati da più di un anno) di consegnare ai pm di Palermo: il sostituto Nino Di Matteo e l’aggiunto Antonio Ingroia, i documenti del padre con il famoso “papello”.

Il foglio scritto da Riina, o per sua interposta persona, con le sue richieste allo Stato in cambio della fine delle bombe del ‘92. Un susseguirsi di notizie, dichiarazioni, colpi di scena che stanno creando fermento intorno al coinvolgimento di apparati istituzionali nella trattativa avviata nel 1992 tra lo Stato e Cosa Nostra e il ruolo di questi nella strage di via Mariano d’Amelio. Un capitolo che vede al centro Massimo Ciancimino il quale continua a mantenere fede alla sua promessa di dire la verità.
Una verità che – ci ha subito confessato durante il nostro recente incontro – lo sta esponendo a ritorsioni di ogni genere e tipo. Tanto che è stato costretto a traslocare in un albergo dove vive barricato in una stanza. Non molto tempo fa il comitato per l’ordine e la sicurezza gli aveva affidato una tutela richiesta dalla Procura della Repubblica di Bologna costituita da due uomini in borghese che lo accompagnano nei suoi spostamenti. Una protezione comunque superficiale, certamente non all’altezza della portata delle dichiarazioni del figlio dell’ex sindaco di Palermo che, “riconoscendo lo sforzo” dei suoi “protettori”, noleggerà una macchina blindata: “Devo proteggere mia moglie e mio figlio quando viaggio con loro”.
E ancora, fortemente preoccupato, ci dice: “Temo di non arrivare al processo Dell’Utri”. Un processo in cui in tutta probabilità (i giudici si sono riservati di decidere) sarà chiamato a deporre il 17 settembre prossimo.
Il timore di Massimo Ciancimino non è dovuto alla sua ansia, né al suo protagonismo, nasce invece da altre forme di minacce ricevute da soggetti neppure troppo anonimi. Ma di questo lui non vuole parlare. Ci sono in gioco interessi troppo alti che non devono essere toccati. Di recente rispondendo alle domande dei pm aveva detto “è un gioco più grande di me”. Ci  sono equilibri che destabilizzerebbero l’attuale potere politico, nato proprio in quegli anni di stragi e contrattazioni, quando l’era di “Tangentopoli” aveva rastrellato i vecchi partiti storici collusi e corrotti.
Fu lì che Cosa Nostra sferrò il suo attacco allo Stato per dare un segnale a quella certa classe politica che non era riuscita a garantire a dovere alcune promesse. Per questo venne ucciso Lima poi Falcone. Ma lo Stato invece di mostrare il suo pugno di ferro intavolò quella che per tutti è diventata la “Trattativa”. Quel dialogo tra mafia e istituzioni che in realtà, secondo la testimonianza di Ciancimino junior, ebbe tre fasi.
La prima. Quella che – a differenza di quanto sostiene oggi l’on. Mancino –  venne avviata dal Ros, quando a fine giugno ’92 il capitano De Donno contattò, durante un viaggio aereo Palermo – Roma, Massimo Ciancimino per chiedergli di convincere suo padre a incontrare il gen. Mario Mori e poter effettuare uno scambio con Riina. Lo svolgimento di questa prima fase lo si conosce dalle varie ricostruzioni processuali. Vito Ciancimino si rese disponibile sperando di poter ottenere qualche beneficio per la sua detenzione e lo stesso Riina accettò di buon grado quel primo passo. Da lì la sua frase “si sono fatti sotto” e la realizzazione di un “papello” pieno di richieste che lo stesso Sindaco di Palermo aveva ritenuto inaccettabili.
Ed è proprio in questo momento che qualcuno, in alto, molto probabilmente all’interno dei servizi o per mandato dei cosiddetti poteri forti, convinse Riina ad accelerare i tempi e mettere a punto la strage di Via d’Amelio. Per sbloccare il dialogo e per eliminare un ostacolo scomodo e pericoloso: Paolo Borsellino.
La seconda fase della trattativa è quella dell’autunno ’92 che vide subentrare Provenzano, finora rimasto spettatore. Binnu, riprendendo in segreto il dialogo con i carabinieri attraverso Vito Ciancimino, condusse questa parte di trattativa facendo di Riina il suo oggetto di scambio.
Chi in effetti avrebbe potuto rivelare a Vito Ciancimino il nascondiglio del padrino che egli stesso  indica nelle mappe di Palermo procurate dai Carabinieri?
Il capo dei corleonesi venne così catturato, in cambio di nuovi accordi, nel gennaio del ’93 ma, nonostante il Ros avesse individuato il covo (nel quale avrebbe potuto trovare documentazione importantissima) i carabinieri guidati da Mori trascurarono la casa di via Bernini, rimasta priva di sorveglianza per 18 giorni. Il tempo sufficiente agli uomini di Cosa Nostra per ripulire la villa di ogni carteggio compromettente e per trasferire la famiglia del capomafia a Corleone.
Di qui sarebbe poi partita anche una terza trattativa: quella che ha visto Provenzano scavalcare anche Vito Ciancimino nei rapporti con le istituzioni.
Il Ragioniere di Cosa Nostra infatti era in cerca di referenti politici in grado di garantirgli impunità e agevolazioni legislative per quella che sarà la nuova mafia del dopo stragi. Interlocutori credibili che secondo i collaboratori di giustizia più accreditati, come Nino Giuffé, Provenzano trova nel nascente partito politico di Forza Italia cui sarebbe giunto, tramite Marcello Dell’Utri, già vecchio amico di Cosa Nostra sin dagli anni Settanta. (Infatti molti collaboratori di giustizia hanno dichiarato che Dell’Utri è amico di Cosa Nostra sin dai tempi di Stefano Bontade e Vittorio Mangano, il famoso stalliere di Berlusconi. Ma è soprattutto Salvatore Cancemi, ex membro della Cupola e ora collaboratore di giustizia, che ascolta, nel 1991 da Riina in persona, le seguenti parole: “Berlusconi e Dell’Utri sono nelle mie mani e questo è un bene per tutta Cosa Nostra).
Per la Cosa Nuova il vecchio sindaco risultava infatti già troppo compromesso.
Don Vito venne così arrestato a dicembre del ’92 ma non smetterà comunque di essere il consigliere di Provenzano che incontrerà nella sua casa di Roma fino al 2002, durante gli arresti domiciliari. Infatti il nuovo capo di Cosa Nostra è a lui che si rivolgerà per un suggerimento quando nel 1994  dovrà recapitare la lettera con le minacce al neo eletto Silvio Berlusconi tramite Dell’Utri. Intimidazioni preventive che Cosa Nostra invia al Presidente del Consiglio per ricordargli “chi comanda” e che “ci sono dei doveri da rispettare”. La lettera – così come ha raccontato Massimo Ciancimino ai giudici – era stata consegnata nelle sue mani nella casa di Pino Lipari a San Vito Lo Capo, in presenza dello stesso Lipari e Provenzano. Il compito di Ciancimino jr era dunque quello di farla arrivare a suo padre, all’epoca detenuto a Rebibbia affinché esprimesse il suo parere. Una missiva che era rimasta ai Ciancimino mentre un’altra uguale faceva il suo corso fino a giungere al destinatario finale.
Una ricostruzione questa che completa le tesi espresse da diversi collaboratori di giustizia sentiti in tutti questi anni dalle varie Procure e le ipotesi investigative sulle stragi del ’92-’93 le quali più volte si sono fermate, per mancanza di riscontri o per scadenza dei tempi di indagine, al filone delle responsabilità politiche e istituzionali sulle stragi in un periodo che ha segnato il passaggio tra la prima e la seconda repubblica italiana.
Restano da capire alcuni punti che il figlio più piccolo di don Vito ci auguriamo potrà chiarire in dibattimento, con un confronto aperto, se i giudici lo riterranno opportuno, con i signori Riina, Cinà o Provenzano. Il capo dei capi intanto, a sorpresa, ha espresso la sua opinione, a modo suo, negando la prima trattativa, quella portata avanti da lui stesso e chiarendo di essere stato venduto da un accordo segreto tra lo Stato e Vito Ciancimino. “Riina discolpandosi dalla strage di via d’Amelio – ha affermato Ciancimino – implicitamente sostiene per la prima volta il suo ruolo in Cosa Nostra e non citando la strage di Capaci non nega di avervi partecipato”. Dunque Riina non parla a caso, le sue accuse tuonano come messaggi: “io non c’entro con la morte di Borsellino” ha detto, “l’hanno ammazzato loro”. La domanda è: loro chi? A chi Riina sta mandando i suoi avvertimenti? E perché alcuni personaggi protagonisti della politica solo oggi rispondono e, molto parzialmente, a domande che avrebbero dovuto avere risposte esaustive subito dopo le stragi?

Antimafia Duemila – Mafia e stato: a che punto siamo?

Antimafia Duemila – Mafia e stato: a che punto siamo?.

di Anna Petrozzi – 28 luglio 2009

“Spiragli di luce” li ha chiamati il procuratore aggiunto Antonio Ingroia, quei nuovi importantissimi elementi investigativi su cui stanno lavorando i magistrati della procura di Palermo e Caltanissetta. Spiragli che potrebbero portare alla verità, o quanto meno ad avvicinarsi al reale scenario che ha determinato la stagione stragista del ’92 e ’93 che vede coinvolti non solo gli uomini di Cosa Nostra ma anche altre entità di cui forse si possono cominciare ad intravvedere i lineamenti.
Alla prorompente richiesta di giustizia e verità gridata da Salvatore Borsellino che si è premurato di spiegare a mezza Italia cosa fossero l’agenda rossa scomparsa di suo fratello e il castello Utveggio sono corrisposte le importantissime dichiarazioni di Massimo Ciancimino, figlio di don Vito, e la collaborazione di Gaspare Spatuzza.
Pare dunque che sia il momento buono: c’è attenzione da parte della società civile,  emergono carte e riscontri e un gran fermento di ricordi affiora alla memoria dei protagonisti istituzionali di quei tragici giorni. Persino Salvatore Riina ha rotto il suo silenzio tombale e ha accettato un colloquio con il procuratore di Caltanissetta Sergio Lari e i sostituti Gozzo e Marino durato ben tre ore.
Benché sia grande la speranza degli italiani onesti di capire esattamente cosa accadde in quel biennio e come le stragi abbiano influenzato il dispiegarsi del progetto di deriva democratica cui siamo giunti inesorabilmente fino ad oggi, occorre muoversi con molta prudenza e cercare di analizzare il più possibile i fatti. Anche perché la nostra storia è densa di depistaggi, inganni, doppi giochi, patti, caffè avvelenati e sempre per dirla con Ingroia “cortine fumogene”.
Procediamo con ordine, per quanto si possa.
Spatuzza. Gaspare Spatuzza era un killer di Brancaccio, per 13 anni rinchiuso al 41 bis, che ora, in preda ad una crisi mistica, chiede di parlare con il procuratore nazionale antimafia Piero Grasso perché vuole raccontare la sua verità. “Sono stato io  – ha confessato – a rubare la 126” che imbottita di tritolo ha ucciso Paolo Borsellino e i suoi agenti di scorta. Ad auto accusarsi dello stesso reato però era stato Vincenzo Scarantino e sebbene presa con le pinze e mille riserve la sua ricostruzione era stata sancita dalla Cassazione. Oggi sembra che i riscontri però diano ragione a Spatuzza e quindi si profila la possibilità per alcuni condannati in via definitiva di far rivedere le proprie posizioni.
“Ci sono innocenti in carcere e colpevoli in libertà”, così si era espresso a suo tempo Giovanni Brusca proprio in relazione alle dichiarazioni di Scarantino e così ha parlato anche Salvatore Riina che, in occasione della commemorazione della strage di Via D’Amelio, ha dichiarato che Paolo Borsellino “l’ammazzarono loro”. Loro sarebbero i “servizi segreti”, l’entità grigia che spunta sempre quando nel nostro Paese non riescono ad individuare responsabilità precise di eccidi terribili che nascondono dietro alla violenza progetti ben precisi di orientamenti politici e di alleanze economiche.
Chiaramente non è trapelato nulla del dialogo del capo dei capi con i magistrati di Caltanissetta, eccezion fatta per l’annuncio, da parte dell’avvocato difensore del boss Luca Cianferoni, della prossima consegna di un memoriale che Riina stesso firmerà. La sua verità insomma.
Le sue dichiarazioni e ancora di più le notizie attorno ai documenti cartacei e audio che sarebbero in possesso di Massimo Ciancimino hanno sollecitato come mai in questi anni i ricordi finora taciuti di illustri uomini dello stato.
L’affaire Mancino. L’allora neoeletto Ministro dell’Interno è stato chiamato in causa più e più volte da Salvatore Borsellino poiché nell’agenda del giudice ucciso, quella grigia dedicata agli appuntamenti e ai conti, in data 1 luglio 1992 è segnato il suo nome. Gaspare Mutolo, il collaboratore che stava verbalizzando in quel giorno proprio con Borsellino, aveva infatti raccontato che il magistrato aveva interrotto il loro interrogatorio per andare dal Ministro. In principio Mancino aveva sostenuto di essere certo di non aver incontrato il giudice per poi precisare di non ricordare se tra le tante mani strette quel giorno di insediamento ci fosse stata anche quella di Borsellino. Cioè ha sostenuto di non rammentare se aveva ricevuto il giudice più in vista d’Italia in quel momento, da tutti ritenuto l’erede diretto di Giovanni Falcone, ammazzato a Capaci poco più di un mese prima. E quale prova aveva esibito la sua agenda intonsa. Versione incredibile ma poco contestabile, agenda contro agenda. Oggi invece è spuntata dal nulla la versione di Giuseppe Ayala, ex magistrato, che afferma invece di aver visto nell’agenda di Mancino segnato proprio l’appuntamento con l’amico Paolo. Non esclude però che l’incontro tra Borsellino e il ministro possa essere stato fugace e che si sia limitato ad una stretta di mano.
Tra le ipotesi investigative sull’eccidio di via D’Amelio ha preso sempre più corpo nel tempo la probabilità che l’accelerazione con cui venne eseguita la strage sia stata innescata dalla consapevolezza del giudice rispetto alla cosiddetta Trattativa. Vale a dire che Paolo Borsellino era venuto a conoscenza del dialogo che era in corso in quel momento tra il Ros dei carabinieri, l’allora colonnello Mori e il capitano De Donno, e la mafia di Riina per il tramite di Vito Ciancimino e di Antonio Cinà e si sia fortemente opposto, divenendo così un fastidioso ostacolo da rimuovere.
Ammesso che tale impostazione sia corretta e che questo movente sia tra i tanti possibili, viste le molte intuizioni e conoscenze di Borsellino, quello scatenante, resta da capire chi lo informò e quando.
Qualche giorno fa Mancino, che ha sempre negato con forza un suo qualsivoglia coinvolgimento in questi fatti, in un’intervista rilasciata ad Attilio Bolzoni e Francesco Viviano di La Repubblica, ha ammesso per la prima volta che in effetti vi fu una richiesta di trattativa da parte della mafia, ma che fu rispedita al mittente senza colpo ferire. Peccato che questa sua tardiva narrazione contraddica quanto già accertato da sentenze cioè che fu il Ros a chiedere un appuntamento con Vito Ciancimino tramite il più piccolo dei suoi figli, Massimo appunto, incontrato per caso su un volo Palermo-Roma dal capitano De Donno.
E’ quindi lo Stato a cercare la mafia e non viceversa.
Pugno di ferro acclamato anche da Luciano Violante che finora si era dimenticato di far sapere che anche lui era a conoscenza della trattativa ma che la respinse con sdegno. A ruota l’ex ministro della giustizia Martelli che ravvisa elementi validi nelle esternazioni di pretesa innocenza di Riina mentre l’ex ministro Scotti, che fu esautorato delle funzioni di Ministro dell’Interno in una notte e sostituito da Mancino proprio quel 1° luglio, rammenta lo stato di allarme in cui si trovava il Paese a cavallo delle stragi e di come la minaccia di una strategia destabilizzatrice fosse più che concreta.
Dopo anni di silenzio e persino una controversa dichiarazione di vittoria sulla mafia molto poco apprezzata al vertice Onu del 2000 anche il criminologo Pino Arlacchi è intervenuto nel dibattito inquadrando la trattativa intavolata dal Ros con la mafia in una sorta di eterno conflitto tra carabinieri e polizia. “Perché è bene che si sappia: il cancro della lotta alla mafia è sempre stata la concorrenza, le gelosia tra apparati dello Stato”.
Il Ros. Il raggruppamento operativo speciale dei carabinieri era stato creato proprio per supportare le indagini più delicate. Grandi successi e grandi misteri.
15 gennaio 1993, cattura di Totò Riina e il covo di via Bernini lasciato a disposizione della mafia che lo ripulisce in fretta e furia. 31 ottobre 1995, Luigi Ilardo guida il colonnello Riccio nella masseria di Mezzojuso dove si intrattiene con Provenzano tutto il giorno, ma non arrivano i rinforzi e il boss sfugge. Ilardo viene assassinato una settimana dopo aver manifestato la sua volontà di collaborare formalmente con lo stato, dopo che aveva registrato decine di cassette con il colonnello Riccio dai contenuti esplosivi che forse oggi cominciano ad avere un loro filo logico.
La cattura di Riina e la superlatitanza di Provenzano sono collegate? Fanno parte di un unico disegno che ruota attorno alla trattativa, a più trattative?
A questo stanno lavorando senza sosta i procuratori di Caltanissetta e Palermo che hanno già sentito alcuni degli autori delle varie dichiarazioni di cui sopra. Intanto al processo per la fallita cattura di Provenzano il colonnello Riccio ha fatto pervenire copia fotografica di tre floppy disks che ha rinvenuto nella sua abitazione in seguito a lavori di ristrutturazione che contengono le relazioni di servizio da lui compilate dall’agosto del ’95 al maggio ’96. Per l’esattezza fino all’11 maggio 1996 il giorno successivo all’omicidio di Ilardo. Raccontano per filo e segno le attività svolte dal colonnello dal giorno in cui cominciò a gestire la collaborazione del reggente della famiglia di Caltanissetta per conto del Ros, relazioni che Riccio compilava sui computer del Ros e che gli furono consegnate dal maggiore Damiano a conclusione del suo operato.
Il presidente della IV sezione del Tribunale, Mario Fontana, ha disposto che sia il colonnello Riccio stesso a consegnare alla corte i tre floppy e che quindi venga sentito il 25 settembre prossimo in modo da fornire le spiegazioni necessarie.
Al medesimo processo saranno sentiti anche Nino Giuffré in trasferta a Roma il 7 e l’8 ottobre prossimi e il teste tanto atteso: Massimo Ciancimino. Forse è sarà lui a fornire la giusta chiave di interpretazione di tutti questi eventi che sembrano essere strettamente correlati tra di loro.