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Paolo Franceschetti: CHI E’ VERAMENTE IL CAPO DEI CAPI?

Paolo Franceschetti: CHI E’ VERAMENTE IL CAPO DEI CAPI?.

Di Solange Manfredi

In questa calda estate, dopo 16 anni di detenzione, Riina ha deciso di parlare, di raccontare la sua verità.

Ovviamente sarà compito della magistratura verificare la veridicità delle affermazioni di Riina ma, ipotizzando che il boss di Corleone dica la verità, alcune domande possiamo, e dobbiamo, porcele.

Vediamo quali.

1. Nelle ricostruzioni operate dalle sentenze che si sono occupate delle stragi del 1992-1993 si afferma che tra l’agosto e il dicembre 1992 sarebbe intercorsa una sorta di “trattativa” tra Stato e mafia che avrebbe visto da un lato il generale Mori del Ros e dall’altro Riina. Mediatore tra le parti, Vito Ciancimino.

Oggi Riina afferma : “Io non so niente di queste cose. Da me non è venuto nessuno”.

Ipotizzando che Riina dica la verità, la prima domanda che sorge spontanea è:

Con chi Ciancimino ha portato avanti la trattativa? Una trattativa del genere si porta avanti con il vertice di Cosa Nostra, non con un subalterno. Ma se nessuno è andato da Riina, allora da chi? In altri termini: Riina era veramente il capo dei capi o, invece, era solo il “prestanome” di qualcuno molto più potente, protagonista occulto della mai finita strategia delle tensione?

Riina afferma anche che il giudice Borsellino non sarebbe stato ucciso dalla mafia ma, probabilmente, da uomini dello Stato.

Ipotizzando, anche in questo caso, che Riina dica la verità, la domanda da porsi è: Perchè? E’ possibile che Borsellino sia stato ucciso perchè, come anni prima il giudice Occorsio, aveva capito che la c.d. Trattativa in realtà (come aveva ipotizzato un’inchiesta svolta dalla procura di Palermo, poi archiviata per scadenza dei termini nel 2000) non era altro che un accordo per la realizzazione di un piano eversivo di destabilizzaizone dello stato condotta da un “sistema criminale” composto da mafia, massoneria deviata e servizi segreti deviati?

L’ipotesi non deve sorprendere e non rappresenterebbe certo una novità per il nostro paese; la storia della nostra Repubblica è costellata di eventi che vedono i vertici di cosa nostra trattare, attraverso esponenti massonici, con “presunti” terroristi ed ideatori di progetti golpistici al fine di alimentare la c.d. “strategia della tensione”

Ciò che sorprende, invece, è come, analizzando gli atti delle pagine più buie della storia del nostro paese compaiano, collegati tra loro, sempre alcuni nomi. Per rendersi conto di ciò basta fare una semplice analisi della storia professionale e massonica di un protagonista: Giuseppe Mandalari, il commercialista della mafia

E’ il 1954 quando Giuseppe Mandalari entra in massoneria e viene iniziato presso l’ Obbedienza di Piazza del Gesù.

Punto di riferimento costante di Mandalari in ambito massonico è il principe Alliata di Montereale, in rapporti con la destra eversiva, coinvolto anche nelle inchieste sul Golpe Borghese, sul Golpe Sogno, sulla organizzazione eversiva denominata “Rosa dei Venti”, il suo nome compare negli elenchi P2 di Licio Gelli.

Unico Sovrano Gran Commendatore ad vitam nella storia della massoneria italiana, Alliata di Montereale balza alle cronache dei progetti golpistici già negli anni ’50, accusato da Gaspare Pisciotta (poi morto in carcere per aver bevuto un caffè alla stricnina) di essere il mandante della strage di Portella della Ginestra, eseguita dal boss Salvatore Giuliano.

Nello stesso anno del suo ingresso in massoneria il giovane ragioniere Giuseppe Mandalari diviene dipendente dell’assessorato regionale ai Lavori Pubblici. Sono gli anni dell’ascesa di Luciano Liggio, il boss di Corleone che, grazie al legame con Vito Ciancimino, assessore ai Lavori Pubblici, si arricchisce a Palermo con l’abusivismo edilizio.

Oggetto di richieste di rinvio a giudizio sin dal 1964, Luciano Liggio (che, secondo quanto testimoniato da Tommaso Buscetta, e confermato dallo stesso Liggio, avrebbe preso parte alle riunioni tenutesi con la massoneria deviata e pezzi delle istituzioni per partecipare al Golpe Borghese e al Golpe Sogno) si dà alla latitanza nel 1969, riuscendo a scappare, mezz’ora prima di essere arrestato, da una clinica romana presso cui era ricoverato e dove riceveva le visite del capo dei servizi segreti Generale Vito Miceli (poi arrestato perché sospettato di essere coinvolto nell’organizzazione eversiva “Rosa dei Venti”, nel Golpe Borghese il suo nome compare negli elenchi P2).

Luciano Liggio, durante la sua latitanza, si dedica ai sequestri di persona (Anonima Sequestri) i cui proventi, come vedremo poi, si sospetta vengano riciclati in società cui era commercialista Giuseppe Mandalari.

Durante la latitanza accanto a Luciano Liggio troviamo Carlo Fumagalli, anche lui pare dedito ai sequestri di persona e sospettato di aver chiesto un riscatto di mezzo milione di dollari per il sequestro dell’industriale Aldo Cannavale.

Carlo Fumagalli è un personaggio ambiguo. “Estremista di centro” come lui stesso si definiva, seppur noto come leader del movimento di destra MAR (Movimento di Azione Rivoluzionaria), secondo alcune testimonianze sarebbe stato in realtà legato alle vicende della c.d. “strategia della tensione”, ai servizi segreti e, in rapporti con Giangiacomo Feltrinelli (morto a Segrate a 200 metri dalla carrozzeria DIA di Fumagalli), avrebbe dato vita al gruppo Brigate Rosse, preparando l’attentato alla pista di collaudo della Pirelli del 1971 (questo dato risulta particolarmente interessante proprio in considerazione del fatto che sul volantino di rivendicazione MAR del 13 aprile 1970 compare il simbolo della stella a cinque punte, simbolo poi adottato dalle Brigate rosse).

Principale finanziatore di Fumagalli risulta essere Jordan Vessellinoff, consuocero di Igor Markevitch, il direttore d’ orchestra coinvolto nel rapimento dell’onorevole Aldo Moro. Anche lui personaggio ambiguo, che alcune informative indicano avere legami con faccendieri, trafficanti di armi ed appartenenti a vari servizi segreti, Jordan Vessellinoff aveva fondato nel 1958 a Santa Margherita Ligure, insieme al generale Giovanni Allavena (a capo del servizio segreto trafugherà alcuni fascicoli per consegnarli a Licio Gelli) la Loggia C.A.M.E.A. (Centro Attività Massoniche Esoteriche Accettate). Tale loggia risulta collegata con le logge cameine siciliane, nei cui elenchi compare il nome di Giuseppe Mandalari, e i cui vertici furono inquisiti nel 1979, dalla magistratura milanese, per avere aiutato Sindona (coinvolto nel Golpe Sogno) nel suo finto sequestro.

Fallito il golpe del ’74 per Luciano Liggio, Michele Sindona e Giuseppe Mandalari iniziano i guai. Luciano Liggio viene arrestato a Milano e tra le sue carte viene rinvenuto un numero di telefono riservato di Ugo De Luca, al vertice della Banca Privata Finanziaria di Milano di Michele Sindona. E’ l’inizio del crollo dell’impero finanziario di Sindona.

Passano pochi mesi e il 14 agosto del 1974 il giornale della Sicilia titola: “Anonima sequestri – Si indaga sulla personalità di Giuseppe Mandalari. Specialista nell’amministrare società costituite da mafiosi”. Secondo l’articolo gli investigatori sospettavano che alcune società di cui Mandalari era amministratore, considerate paravento di grossi mafiosi (Liggio, Riina e Bagarella), servissero a ripulire il denaro proveniente dai sequestri di persona.

E’ il giudice Occorsio, che negli anni aveva indagato sul Golpe Borghese, sul Piano Solo, sullo scandalo Sifar, che, per primo, sospetta che molti sequestri avvengano, in realtà, per finanziare attentati e disegni eversivi, e confida al giudice Imposimato: “Sono certo che dietro i sequestri ci siano delle organizzazioni massoniche deviate e naturalmente esponenti del mondo politico. Tutto questo rientra nella strategia della tensione”.

Il 09 luglio 1976, Occorsio viene assassinato e la sua borsa, contenente documenti della sua indagine, viene trafugata (esattamente come accaduto per le agende dei giudici Falcone e Borsellino). L’autore materiale del suo assassinio è un neofascista, Pierluigi Concutelli, nella cui abitazione vengono rinvenuti dei soldi provenienti dal sequestro di Emanuela Trapani e la cui scheda, con l’indicazione della tessera n. 11.070, verrà ritrovata anni dopo da Giovanni Falcone a Palermo, nella sede della Loggia massonica Camea.

Ma, mentre per Liggio e Sindona (quest’ultimo morirà nel carcere di Voghera dopo aver bevuto un caffè avvelenato, esattamente come Gaspare Pisciotta, grande accusatore del Principe Alliata di Montereale) è la fine, Giuseppe Mandalari pare divenire ancora più forte e, nel 1978, riunisce diverse logge massoniche sotto la denominazione profana di Accademia di Alta Cultura (identico nome di una comunione massonica creata anni prima proprio dal principe Alliata di Montereale), cui fa seguire un collegamento operativo con altre logge presenti a Trapani. Collegati alle logge massoniche trapanesi troviamo i mafiosi Asaro e Calabrò, boss che gestiscono ad Alcamo il laboratorio di morfina-base più grande d’Europa, un miliardo di proventi al giorno, scoperto solo nel 1985. Tra i fornitori di droga del laboratorio di Alcamo vi era l’organizzazione di cui faceva parte il killer Alì Agca che, poco prima di attentare alla vita di Papa Giovanni Paolo II, soggiornerà per alcuni giorni in quelle località.

Coordinatore dei fratelli di Piazza del Gesù in Sicilia, l’importanza di Mandalari in seno alla massoneria, viene alla luce, per la prima volta, solo durante le indagini che hanno ad oggetto le logge trapanesi che si nascondevano dietro il Centro studi Scontrino, logge massoniche all’obbedienza di Giuseppe Mandalari, cui risultavano affiliati mafiosi, politici, funzionari dei servizi segreti, e presso la cui sede era presente l’Associazione musulmani d’Italia, sponsorizzata da Gheddafi (secondo il giudice Palermo affiliato nel 1969 a Londra alla loggia massonica dei Senussi) e facente capo a Michele Papa, capofila per la Sicilia del Supersismi di Santovito e Musumeci, al quale era partecipe anche Pazienza.

Ma neppure questo ennesimo “incidente” ferma Mandalari, la sua carriera continua sino al periodo stragista del 92 -’93 e all’appoggio dato alla neonata formazione politica: Forza Italia.

Come si può notare, seguendo la storia professionale e massonica di un solo protagonista si possono ripercorrere 40 anni di c.d. “misteri” italiani.

Per concludere, e ritornando alla prima domanda con cui abbiamo aperto l’articolo: se Riina dice la verità, Ciancimino con chi potrebbe aver trattato? Forse con Giuseppe Mandalari? Giuseppe Mandalari viene indicato, oltre che come il commericalista della mafia, anche come prestanome di Riina ma, vista la sua storia professionale e massonica, non potrebbe essere vero il contrario?

Ed ancora, se Borsellino non è stato ucciso dalla mafia, è possibile che la sua morte sia stata decisa perché aveva capito, esattamente come anni prima il giudice Occorsio, che la “trattativa” altro non era che un accordo, tra i soliti noti, che rientrava nella mai finita strategia della tensione?

Non lo sappiamo. Noi, basandoci su dati di fatto acquisiti, non possiamo che porci delle domande ed avanzare delle probabili ipotesi, il resto è compito della magistratura.

Verrà un giorno: L’hanno ammazzato loro

Verrà un giorno: L’hanno ammazzato loro.

Innanzitutto i miei più vivi complimenti a David Parenzo, giornalista di Telelombardia e conduttore ieri sera di una memorabile puntata di Iceberg, intitolata “Mafia: le verità nascoste” [si può vedere l’intera puntata  qui (Vi verrà chiesto di installare un componente aggiuntivo dvx)]. Presenti in studio il figlio di Vito Ciancimino, l’avvocato Gaetano Pecorella, Nando Dalla Chiesa, Gianluigi Nuzzi di Panorama, autore di “Vaticano S.P.A.” e in collegamento da Roma Luigi Li Gotti e Giuseppe lo Bianco, autore de “L’agenda rossa di Paolo Borsellino“. Ne è emersa una discussione pacata e profonda tra personaggi competenti che ha sviscerato senza alcuna titubanza e in un colpo solo tutti quegli argomenti rigorosamente tabù che sono accuratamente evitati dalla televisione nazionale pubblica e privata.

Si è parlato in piena libertà della trattativa tra stato e mafia a cavallo delle stragi di Capaci e Via D’Amelio, si è parlato del ruolo dei servizi segreti, si è parlato del Castel Utveggio da cui probabilmente è stato azionato il comando che ha fatto saltare in aria Borsellino e la sua scorta, si è parlato di infiltrazioni mafiose nella politica, si è parlato di Salvo Lima e Ignazio Salvo esponenti mafiosi della corrente andreottiana in Sicilia, si è parlato di pezzi deviati dello stato, si è parlato della copertura offerta alla latitanza di Provenzano, del ruolo poco chiaro dei Ros, del generale Mori e del colonnello Obinu, si è parlato dell’agenda rossa, del capitano dei carabinieri Arcangioli con la borsa in mano e dell’indagine archiviata, si è parlato di Nicola Mancino e del suo incontro del 1 luglio con Paolo Borsellino, si è parlato delle confessioni di Brusca e Mutolo, si è parlato degli intrecci pericolosi tra mafia e Vaticano, del ruolo dello Ior nel riciclaggio di denaro sporco, della protezione offerta dal Vaticano a Vito Ciancimino, dei conti segreti cifrati di Andreotti, si è parlato dei banchieri di Dio, Calvi e Sindona, si è parlato dell’omicidio Ambrosoli, si è parlato dell’arcivescovo Marcinkus, si è parlato perfino dei memoriali del pentito Vincenzo Calcara diffusi sul suo sito da Salvatore Borsellino.

Mi verrebbe da dire: Parenzo è impazzito. Come mai, tutto d’un colpo, una piccola emittente privata (in realtà, nemmeno troppo piccola) trova la forza di affrontare argomenti che in tutti questi anni sono sempre stati appositamente nascosti dai media di massa? Sfido chiunque si cibi solo di televisione a dirsi al corrente anche solo di uno dei temi sopra citati. Solo la rete e alcuni libri di inchiesta contengono informazioni in proposito. Per chi già conosceva i fatti deve essere stata una bella boccata d’ossigeno di informazione libera. Per chi ne era all’oscuro, una bella doccia ghiacciata da far rabbrividire. Ancora complimenti vivissimi.

Il punto è che, per la prima volta dopo diciassette lunghissimi anni, qualcosa sembra smuoversi. Quelli che erano stati solo sospetti cominciano ad assumere contorni ben definiti. Le denunce lanciate dai soliti noti, gli eroi dell’antimafia militante, tacciati di protagonismo e di “complottismo acuto”, cominciano a risultare assolutamente credibili e a poggiare su basi ben solide. Una concomitanza di avvenimenti ha cominciato a smuovere le acque, anzi la melma che ricopre quei lontani mesi del ’92-’93 che alcuni vorrebbero subdolamente dimenticare e relegare all’oblio.

E’ successo che a Caltanissetta si è insediato come procuratore generale Sergio Lari e come per incanto sono ripartite le indagini sulle stragi, insabbiate e abbandonate da tempo. E’ successo che da qualche mese si è messo a cantare Massimo Ciancimino, il figlioccio dell’ex sindaco mafioso di Palermo Vito Ciancimino, che parla della trattativa tra mafia e stato mediata da suo padre, facendo nomi e cognomi. E’ successo che da qualche mese è in corso il processo a carico del generale Mori e del colonnello Obinu, indicati come coloro che materialmente portarono avanti la trattativa tra Riina e lo stato e sono accusati di aver coperto la latitanza di Bernardo Provenzano. E’ successo che da qualche mese ha iniziato a parlare un nuovo pentito, Gaspare Spatuzza, che, ribaltando le verità processuali confermate dalla Cassazione, si autoaccusa e dice di aver rubato lui (e non Vincenzo Scarantino) la macchina riempita di tritolo con cui si è sventrato il giudice Paolo Borsellino e la sua scorta. Succede che Spatuzza è ritenuto assolutamente attendibile dai magistrati (Ingroia e Di Matteo) che lo stanno ascoltando e quindi si profila la revisione di tutti i processi che avevano messo una pietra sopra la strage di Via D’Amelio (Borsellino uno, bis e ter). Succede che Totò Riina, dopo sedici anni e mezzo dalla cattura, torna a parlare in via ufficiale facendo pervenire ai giornali un messaggio inquietante per tramite del suo avvocato Luca Cianferoni: “L’hanno ammazzato loro“. Dove per “lo” si intende Paolo Borsellino e per “loro” si intende lo Stato.

E lo fa il giorno della diciassettesima commemorazione della strage di Via d’Amelio.

Basterebbe quest’ultima (evidentemente voluta) coincidenza per far tremare i polsi e far capire come si stia giocando, nel silenzio totale dell’informazione nazionale, una partita delicatissima tra mafia e istituzioni, in un rincorrersi di confessioni, minacce, intimidazioni, smentite di facciata, messaggi più o meno criptici, ora che la verità sulle stragi di quegli anni sembra quanto mai vicina. Una verità che rischierebbe di stravolgere dalle fondamenta lo stato democratico in cui viviamo e che per questo fa una paura tremenda.

Sarebbe curioso se, come la Prima Repubblica crollò sotto l’inchiesta di Mani Pulite e la Seconda nacque nel sangue delle stragi, così quest’ultima crollasse sotto le indagini su quelle stesse stragi e desse il via ad una Terza Repubblica, quella che sognava Paolo Borsellino, ripulita del “puzzo del compromesso morale” e delle stantie collusioni mafiose. Una specie di legge universale del contrappasso.

Ciò che crea sconcerto sono le reazioni del mondo istituzionale ad un tale susseguirsi di avvenimenti e dichiarazioni.

Partiamo dalla manifestazione di tre giorni indetta da Salvatore Borsellino e dal comitato cittadino 19luglio1992 tenutasi a Palermo dal 18 al 20 luglio. Sono giunte centinaia di persone da tutta Italia. Persone comuni della società civile, che si sono pagate di tasca propria il biglietto dell’areo, del treno o del pullman per essere presenti di persona in Via D’Amelio, armate solo di una simbolica agenda rossa e di tanta tanta rabbia. Hanno percorso sotto il sole feroce di un luglio siciliano i quattro chilometri in salita che congiungono Via D’Amelio al Castel Utveggio che domina Palermo. Hanno presidato per ore via D’Amelio ascoltando ed applaudendo gli interventi di Salvatore e Rita Borsellino, Luigi De Magistris, Sonia Alfano, Giulio Cavalli, Gioacchino Genchi e tanti altri ragazzi provenienti da varie regioni d’Italia. Hanno appeso striscioni, hanno camminato in processione, hanno vegliato sul teatro della strage. Il tutto da soli. Lasciati incredibilmente soli. Traditi perfino dalle cosiddette associazioni antimafia, che hanno preferito disertare l’appello di Salvatore e commemorare (chissà perchè: forse per invidie meschine, forse per concorrenza) in altre sedi e in altri luoghi. Traditi dai Palermitani che, come ha denunciato dal palco Salvatore, hanno preferito andare al mare, tradendo quella promessa fatta diciassette anni prima, quando cacciarono a calci dalla cattedrale di Palermo i rappresentanti delle istituzioni presenti ai funerali del fratello.

Ma soprattutto è stata sconcertante l’assenza dello Stato. Ed è stata una vittoria grandiosa di Salvatore. Nessun uomo politico ha osato avvicinarsi quest’anno, ed è la prima volta da diciassette anni a questa parte, all’ulivo piantato in Via D’Amelio “per celebrare i loro riti di morte e assicurarsi che Paolo sia veramente defunto“. Non ha osato metterci piede il ministro della giustizia Angelino Alfano, forse ricordandosi di essere stato sorpreso a presenziare al matrimonio della figlia del boss mafioso Santacroce: ha mandato solo un messaggio di circostanza. Non ha osato metterci piede il presidente del senato Renato Schifani, forse ricordandosi di aver messo su una società con il noto mafioso Nino Mandalà e aver fatto parte del consiglio comunale di Villabate sciolto due volte per infiltrazioni mafiose: ha mandato solo un messaggio di circostanza. Ma non ha osato metterci piede nemmeno il capo dello stato Giorgio Napolitano. Eppure lui non aveva scuse: ha mandato solo un messaggio di circostanza. Per la prima volta nemmeno una corona di fori è stata posta in via D’Amelio. “Le corone di fiori andate a metterle sulle tombe dei vostri eroi“, così recitava uno striscione legato ad una lapide posticcia di Vittorio Mangano.

Non per niente però Napolitano ha prontamente commentato le esternazioni di Totò Riina e ha liquidato il tutto con una battuta: “Le rivelazioni rese note nei giorni scorsi a proposito di una pista che porterebbe al coinvolgimento di apparati dello Stato nelle stragi di mafia del 1992 in cui persero la vita, fra gli altri, i magistrati Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, sono più o meno senzazionalistiche e provengono da soggetti, diciamo così, piuttosto discutibili“. Io non so se il nostro presidente della repubblica si rende conto che “queste rivelazioni sensazionalistiche” sono state confermate dai principali procuratori che stanno in questi giorni indagando sulle stragi. Di trattativa tra stato e mafia e di interessi collimanti tra Cosa Nostra e pezzi delle istituzioni nelle stragi del ’92 hanno parlato esplicitamente sia Antonio Ingoria, procuratore a Palermo, che Sergio Lari, procuratore a Caltanissetta. Ma soprattutto esiste una sentenza col timbro della Cassazione, relativa al processo Borsellino Bis, in cui si parla chiaramente di “mandanti occulti ed esterni a Cosa Nostra”, su cui ancora non si è riusciti a far luce. Napolitano sembra ignorare tutto questo. Ma non è una sorpresa. Il 13 dicembre 2008, con beata impudenza, ebbe già a dichiarare che “non esistono nè fascicoli segreti nè misteri al Viminale“.

A che gioco sta giocando Napolitano? Chi sta cercando di coprire?

Probabilmente sta cercando di coprire il suo vice, Nicola Mancino, vicepresidente del CSM. Un altro che farebbe meglio a tacere piuttosto che perdersi in ridicole quanto patetiche giustificazioni. Esiste un pentito, Gaspare Mutolo, che racconta come Paolo Borsellino, che lo stava interrogando il 1 luglio del 1992, ricevette una chiamata dal ministro Nicola Mancino. Esiste un testimone oculare, l’allora procuratore di Palermo Antonio Aliquò, che accompagnò Borsellino fin sulla porta del Viminale. Ma soprattutto esiste l’agenda grigia dello stesso Paolo Borsellino su cui è segnata distintamente l’ora esatta dell’incontro col ministro: ore 19:30. Quell’incontro è lo snodo fondamentale di tutta la vicenda. In quell’incontro, verosimilmente venne prospettata a Borsellino la possibilità di scendere a patti con Cosa Nostra per fermare le stragi. Il suo ovvio rifiuto avrebbe coinciso con la sua condanna a morte.

Mancino non ricorda quell’incontro, ma mai l’ha negato. Si è sempre nascosto dietro risibili giustificazioni: “non sapevo che faccia avesse Borsellino”, “era il mio primo giorno di insediamento al Viminale”, “perchè dovrei nascondere l’incontro?”, “cosa ci saremmo dovuti dire?” e via dicendo. Ripeto: più adduce simili motivazioni, più la sua posizione appare a dir poco opaca. Allo stesso modo, fino a poco tempo fa, aveva sempre negato categoricamente che fosse esistita una trattativa con la mafia. Il 16 gennaio 2009 così dichiarava: “Escludo in maniera netta e categorica che lo Stato abbia trattato con esponenti della mafia. Ignoro le ‘assunte trattative’ che comunque avrei fermamente osteggiato, tra gli uomini del Ros e il signor Ciancimino tese a far accantonare da parte della mafia l’offensiva contro lo Stato“. Per la serie: io non c’ero e, se c’ero, dormivo. Oggi, a distanza di pochi mesi, Mancino invece conferma che la trattativa c’è stata e il governo ha detto immediatamente no: “Noi l’abbiamo sempre respinta. L’abbiamo respinta anche come semplice ipotesi di alleggerimento dello scontro con lo Stato portato avanti dalla mafia“.

E’ confortante vedere che, piano piano, incalzato dalle scoperte delle varie procure d’Italia, Mancino recuperi un po’ della sua memoria e lasci trapelare cose di cui, si capisce, sa molto di più di quanto vorrebbe far credere. Tra un po’, molto probabilmente, Mancino verrà chiamato da una delle quattro procure che stanno indagando ancora sulle stragi (Palermo, Caltanissetta, Roma e Firenze) come persona informata sui fatti e a quel punto dovrà parlare, non potrà continuare a cincischiare. Massimo Ciancimino l’ha tirato in ballo esplicitamente come terminale istituzionale della trattativa. Riina l’ha tirato in ballo, chiedendo come facesse a sapere della sua cattura quattro giorni prima dell’arresto. Mutolo l’ha tirato in ballo, come abbiamo visto.

Una cosa è certa, ormai. La trattativa c’è stata, è iniziata prima della strage di Via D’Amelio ed è continuata almeno fino alla cattura di Riina (15 gennaio 1993). Fino a prova contraria, Mancino, per tutto quel lasso di tempo, è stato il ministro dell’interno. Vuole davvero farci credere che il generale Mori, incaricato di trattare con Riina per tramite di Vito Ciancimino, operasse all’insaputa del Ministero dell’Interno? E, se davvero è così, per conto di chi e di quali pezzi deviati dello Stato operava Mori?

I casi sono due: o Mancino mente spudoratamente ed è quindi colluso, o dice la verità ed è quindi un allegro sprovveduto che non dovrebbe ricoprire incarichi tanto delicati. In entrambi i casi, avrebbe solo una cosa da fare: dimettersi dal Csm e dire tutto quello che sa.

Le rivelazioni di Massimo Ciancimino sono delle bombe a orologeria pronte a scoppiare. C’è solo da attendere chi innesterà la miccia. A partire dalle parole che il padre gli rivolse il giorno della strage di Via D’Amelio per annunciargli la morte di Paolo Borsellino. Disse Vito Ciancimino: “Mi sento un po’ responsabile“.

Ecco, io non vorrei che tra un po’, a pronunciare quelle esatte parole, siano uomini che ora siedono nei piani più alti della nostra disgraziata repubblica.