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Antimafia Duemila – Ciancimino: ”Papa’ in affari con Calvi”

Fonte: Antimafia Duemila – Ciancimino: ”Papa’ in affari con Calvi”.

9 marzo 2010
Roma.
Scambi ripetuti di denaro, di somme importanti di soldi in contanti per non lasciare alcuna traccia, con versamenti di volta in volta alla Ubs di Losanna oppure allo Ior.

Tra Vito Ciancimino e Roberto Calvi i rapporti finanziari avviati a partire dagli anni Settanta furono molto intensi. “Mio padre – ha raccontato Massimo Ciancimino alla corte d’assise d’appello – lo incontro’, alla mia presenza, all’hotel Duomo di Milano nel luglio del 1980. Si scambiarono carte, documenti, discussero anche animatamente. Papa’ non gradi’ che Calvi gli fece sapere di non poter venire di persona a Losanna per il consueto passaggio di denaro, dando delega ad altra persona. Mio padre era un personaggio schivo, si fidava di pochissime persone e non gradiva affatto di dover conoscere un terzo soggetto che sapesse dei suoi affari elvetici”. L’ex sindaco di Palermo, secondo il teste, conobbe l’allora banchiere attraverso Salvatore Buscemi e Franco Bonura, chiamati i ‘gemelli’. “Calvi gli fu presentato a Milano. Era il periodo in cui papa’ si pose l’esigenza di portare all’estero i suoi soldi anche in vista di investimenti immobiliari in Canada e alla periferia milanese”. Ciancimino jr ha raccontato anche di un altro incontro, avvenuto a Sirmione negli anni Settanta, presenti Luciano Liggio, il medico Nino Cina’, lo stesso don Vito, Buscemi e Calvi. “A papa’ fu chiesto di intervenire presso alcune persone legate a dei giudici per la revisione di alcuni processi che riguardavano Liggio. Anche se piccolissimo, ero presente a quell’incontro”. Ciancimino ha quindi parlato dei rapporti che il papa’ aveva con lo Ior grazie al legame profondo con la famiglia del conte Vaselli: “Alla fine, papa’ aveva due conti corrrenti e due cassette di sicurezza, una per i soldi della famiglia, un’altra per quelli destinati a partiti politici e ad amici di Cosa Nostra. Mio padre definiva la legge sull’extraterritorialita’ del Vaticano una totale blindatura da atteggiamenti invasivi della magistratura. La tracciabilita’ del conto era uno degli incubi per lui”. Stando al teste, la speculazione edilizia in un’area di Milano fu avviata da Calvi e Ciancimino, con esponenti di Cosa Nostra (Buscemi, Bonura e la famiglia Bontate). Con riferimento a Pippo’ Calo’, uno degli imputati accusati (e assolti in primo grado) dell’omicidio Calvi, Ciancimino jr ha detto che il padre lo definiva “molto serio e intelligente anche se amava i cavalli. Con lui c’era un’amicizia che porto’ ad alcuni incontri per fare affari (circostanza smentita dallo stesso Calo’ attraverso una dichiarazione spontanea resa in videoconferenza, ndr)”.

AGI

Spunta un documento di don Vito su Dell’Utri

9 marzo 2010
Roma.
Un documento inedito, attribuibile all’ex sindaco di Palermo, Vito Ciancimino, chiama in causa il senatore del Pdl, Marcello Dell’Utri. A parlarne, nel processo di appello in corso a Roma per l’omicidio del banchiere Roberto Calvi, e’ stato Massimo Ciancimino, figlio di Vito, su sollecitazione del pm Luca Tescaroli che lo aveva interrogato il 12 gennaio scorso e che oggi ne ha ottenuto l’audizione cometestimone assistito.
Nell’appunto in corsivo, scritto dallo stesso don Vito, stando alle parole del figlio, si legge: “M.Dell’Utri-Alamia. Calvi-Buscemi-Dell’Utri. Canada Bono Pozza. Ior Raselli 5 miliardi. Milano 2 costruzioni”.
Massimo Ciancimino, poi, ha dato lettura di un altro foglio scritto in stampatello dalla segretaria personale del padre, presente stavolta lo stesso Massimo, in vista di un memoriale che non ha mai visto la luce.
Il documento si intitola ‘Scaletta cronologica dei fatti’ e cosi’ recita: ‘conoscenza con Roberto Calvi tramite Buscemi e Bonura. Conoscenza con Gardini tramite Buscemi e Bonura. Rapporti tra Alamia Dell’Utri Bonura e Buscemi. Investimenti su Milano 2 Banca Rasini Edilnord.
Rapporti bancari tra Ior Calvi Vaselli – Losanna. Investimento Canada Montreal – Giovanni e Sergio. Riunione a Castello con Di Carlo per il Canada. Documento n.4″.
Pochi dettagli sono stati forniti in aula da Ciancimino jr circa gli affari immobiliari compiuti verso la fine degli anni Settanta nell’hinterland milanese dal padre perche’ il presidente della corte d’assise d’appello Guido Catenacci ha ritenuto che l’argomento in questione non avesse a che fare strettamente con l’omicidio Calvi. E cosi’, Ciancimino ha potuto solo spiegare che l’allora
banchiere del vecchio Banco Ambrosiano giro’ delle importanti somme di denaro (prelevate da Banca Rasini e Gottardo) a Vito Ciancimino affinche’ Cosa Nostra speculasse in un’area alla periferia di Milano.
Ciancimino ha pero’ precisato che “papa’ non ha mai avuto conoscenza diretta di Dell’Utri”.

Tratto sa: rainews24.rai.it

Antonio Di Pietro: Processo Dell’Utri: basta la sentenza di primo grado

Fonte:

Antonio Di Pietro: Processo Dell’Utri: basta la sentenza di primo grado.

Riporto il servizio girato dell’ultima udienza del processo d’Appello a Marcello Dell’Utri di venerdì 26 febbraio.

Testo dell’intervento

Ogni giorno abbiamo l’impressione di essere giunti al punto di non ritorno. All’apice di una rottura degli equilibri istituzionali provocata da un uomo i cui scheletri nell’armadio sono talmente ingombranti da costringerlo ad usare tutta la sua forza mediatica perché i cittadini possano capire meno cose possibile.
Al processo contro Marcello Dell’Utri c’è stato un altro rinvio perché le difese vogliono studiare attentamente le dichiarazioni del figlio dell’ex sindaco di Palermo, Massimo Ciancimino. Se i Giudici di appello dovessero decidere di ammettere questa testimonianza, una volta riscontrata, non ci sarebbe da meravigliarsi più di tanto. Basta la sentenza di primo grado a capire il livello di collusione mafiosa. Il ruolo di mediatore svolto da Marcello Dell’Utri tra Cosa Nostra e Silvio Berlusconi. Dall’incontro di Milano tra i boss e l’attuale Premier fino alla nascita di Forza Italia. Partito preferito dalla mafia al posto dell’idea del movimento “Sicilia Libera”.
In Italia anziché occuparsi delle dichiarazioni di un personaggio bene informato, si tenta di delegittimarlo. O gli si attribuiscono dichiarazioni non formulate, al posto di discutere e riflettere sulle cose veramente dette.

Antimafia Duemila – Nei pizzini di don Vito Dell’Utri e le origini di Milano 2

Antimafia Duemila – Nei pizzini di don Vito Dell’Utri e le origini di Milano 2.

di Monica Centofante – 9 febbraio 2010
Palermo.
Potrebbe tornare a deporre Massimo Ciancimino. Questa volta al processo che vede imputato il senatore Marcello Dell’Utri, condannato in primo grado a 9 anni di reclusione, per concorso esterno in associazione mafiosa.

Nella serata di ieri i pm di Palermo Antonio Ingroia e Nino Di Matteo hanno trasmesso alla procura generale, che sceglierà se chiederne l’acquisizione a dibattimento, due fogli di appunti scritti da don Vito nel 2000.
Almeno secondo la versione fornita dal figlio Massimo, che racconta di quando il padre raccoglieva vecchi documenti e prendeva nota di una serie informazioni che sarebbero poi confluite in un libro di memorie: la sua verità su una vita di rapporti, relazioni, interessi e affari.
“Berlusconi – Ciancimino” – si legge nel primo documento messo a disposizione dei magistrati – “Marcello Dell’Utri, Milano – truffa bancarotta, Ciancimino Alamia, Dell’Utri Alberto”.
Parole chiave che sembrano riportare a vecchie vicende degli anni Settanta, quando un giovane Marcello Dell’Utri lasciava temporaneamente la residenza di Arcore, dell’amico Silvio, e veniva assunto insieme al fratello Alberto alla corte di Filippo Alberto Rapisarda. In quel tempo assurto al vertice del terzo gruppo immobiliare italiano e costretto a fare quelle assuzioni, racconterà ai giudici, perché il favore gli fu chiesto da Gaetano Cinà “che non rappresentava solo se stesso, bensì il gruppo in odore di mafia facente capo a Bontate e Teresi”. I capi di Cosa Nostra. Gli stessi che avevano finanziato la vertiginosa ascesa imprenditoriale del Rapisarda.
È il 1977, si legge nella sentenza Dell’Utri, e all’imprenditore fanno capo tre società: la Bresciano spa, la Cofire spa e la Inim spa – poi andata in bancarotta – nella cui compagine sociale figura appunto Francesco Paolo Alamia “soggetto notoriamente in rapporti con Vito Ciancimino”. Così come avrebbe ricordato, tra l’altro, il giudice Paolo Borsellino in un’intervista rilasciata al giornalista  Zagdoun Jean Claude: “Che Alamia fosse in affari con Ciancimino – sono le sue parole – è una circostanza da me conosciuta e che credo risulti anche da qualche processo che si è già celebrato”.
Ma Alamia sembra non essere l’unico ad avere rapporti con l’ex sindaco di Palermo. Angelo Siino, alias “ministro dei lavori pubblici di Cosa Nostra” racconterà ai magistrati di un suo colloquio con Stefano Bontade che parlando del Dell’Utri gli aveva accennato appunto ai suoi rapporti con “un certo Alamia” e con Vito Ciancimino. In merito a quest’ultimo ”mi disse che stava… il Dell’Utri curava problemi finanziari del Ciancimino, inerenti a questa società di costruzioni con l’Alamia”.
E a confermare la sua versione saranno, tra gli altri, lo stesso Rapisarda, che parlerà di Berlusconi e Dell’Utri come riciclatori dei soldi di Bontade e il pentito Francesco Di Carlo che ricorderà i miliardi guadagnati con la vendita della droga e ripuliti sulla piazza milanese.
Accuse che non troveranno un definitivo riscontro, ma che lasceranno diverse zone d’ombra. Sulle quali forse Ciancimino Jr. potrà contribuire a fare luce.
Aggiungendo particolari contenuti nel secondo foglio consegnato ieri al procuratore generale Gatto e sempre redatto nel 2000 che riguarderebbe rapporti economici di Ciancimino padre con costruttori mafiosi palermitani e una ricostruzione di flussi finanziari che viaggiavano sull’asse Palermo-Milano2.
In anni più recenti, nel ’94/95, Vito Ciancimino avrebbe redatto una missiva indirizzata al neo-eletto onorevole Dell’Utri e all’allora Presidente del Consiglio Berlusconi al suo primo mandato. Una lettera in parte suggerita da Bernardo Provenzano o da uomini di sua fiducia nella quale l’ex sindaco di Palermo annuncia: “Se passa molto tempo ed ancora non sarò indiziato del reato di ingiuria, sarò costretto ad uscire dal mio riserbo che dura da anni”. Una rottura del riserbo che Massimo Ciancimino, nel corso dell’ultima udienza al processo Mori-Obinu, spiega  con l’eventuale possibilità prospettata dal padre di raccontare che “quella era stata la nascita della coalizione che poi aveva dato vita al gruppo Forza Italia”. E che rientrava nella famosa trattativa tra Cosa Nostra e la mafia che sarebbe durata fino al giorno della scomparsa dell’ex sindaco di Palermo e che nella sua idea e in quella di Bernardo Provenzano doveva avere uno sbocco politico con personaggi affidabili. Gli stessi con i quali i rapporti erano consolidati sin da quei lontani anni Settanta.

Antimafia Duemila – Ciancimino: ”Boss investivano su Milano attraverso Dell’Utri”

Antimafia Duemila – Ciancimino: ”Boss investivano su Milano attraverso Dell’Utri”.

I boss mafiosi Mimmo Teresi e Stefano Bontade negli anni Settanta avrebbero investito ingenti somme di denaro a Milano “attraverso Marcello Dell’Utri”. E’ quanto sostiene, in un interrogatorio del 14 gennaio scorso, Massimo Ciancimino parlando ai magistrati della Dda di Palermo. “C’era stato tutto un giro di denaro – spiega Ciancimino junior – praticamente a mio padre vengono dati soldi che venivano da Buscemi (Antonino, imprenditore in odor di mafia ndr), e soldi che venivano dall’investimento di Bontade e Teresi attraverso Dell’Utri”.

Nello stesso interrogatorio, Massimo Ciancimino sostiene che il padre si sarebbe servito del banchiere Roberto Calvi, l’ex Presidente del Banco Ambrosiano. “Calvi – racconta Ciancimino junior – era un soggetto che era stato presentato a mio padre da Buscemi, come persona molto influente nel settore bancario? lo stesso si era messo sempre a disposizione per quelle che erano ‘swap’ di denaro, compensazioni di denaro, avvenute ed esercitate da mio padre con personaggi legati al gruppo Buscemi”. E parlando ancora del padre Vito Ciancimino, aggiunge che “si era servito del Calvi per prendere dei soldi che provenivano da quello che era anche il gruppo appartenente a Marcello Dell’Utri e per il quale Marcello Dell’Utri aveva investito somme di denaro all’interno di questi investimenti immobiliari. L’unico collegamento che ricordo… e’ proprio che mio padre ritira dei soldi… erano quasi 5 miliardi, 4 miliardi e mezzo, che non erano tutto il suo frutto dell’investimento e lo ritira attraverso Calvi in territorio elvetico e una parte la ritira? viene compensata perche’ serviva a mio padre in Italia per ridarla a Zummo (Un imprenditore ndr)? ah, ora non so se era il frutto totale o parziale investimento”.

Alla domanda del pm se Vito Ciancimino avesse “fatto congiuntamente a Dell’Utri degli investimenti”, Massimo Ciancimino replica secco: “No, no, non me ne ha mai parlato, anzi mi ha detto: penso di non averli mai fatti investimenti insieme a Dell’Utri perche’ era un personaggio che non? non aveva motivo cioe’ di? e’ come se mio padre si metteva a fare investimenti con Enzo Zanghi’ (segretario di Vito Ciancimino ndr), cioe’ per lui era un altro, per carita’. Senza nulla togliere, era il giudizio di mio padre, non aveva motivo neanche di parlare con Dell’Utri mio padre, se aveva bisogno di parlare con qualcuno o qualche situazione parlava con Bontade, mio padre?” “Cioe’, ad esempio mi dice: ‘se Lima deve parlare con me, non parla con Zanchi’, se qualcuno ha bisogno di mandarmi a chiamare, parla se ci sono disponibile io, non parla? non ne vedeva motivo? purtroppo era questo il personaggio”.

Adnkronos

Ciancimino jr: ”Per mio padre Berlusconi era ricattabile”

12 febbraio 2010
Palermo.
Il Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi, dopo la realizzazione di Milano 2, sarebbe stato – secondo il giudizio dell’ex sindaco di Palermo Vito Ciancimino – “un soggetto ricattabile”. E’ quanto dice Massimo Ciancimino, figlio dell’ex sindaco, in uno dei verbali depositati oggi al processo d’appello al senatore Marcello Dell’Utri, accusato di concorso esterno in associaizone mafiosa. Una circostanza che il teste avrebbe appreso dal padre Vito, quando era ancora in vita “tra il 2000 e il 2002”.

Nell’interrogatorio del 7 gennaio 2010, Massimo Ciancimino spiega ai magistrati che lo interrogano sulla nascita di Milano 2: di aver fatto al padre “la domanda: ‘mi racconti come nasce, perche’ dicono che sei socio nel Milano 2?'”. “E mio padre – dice il figlio dell’ex sindaco ai pm – mi racconta tutta questa storia. E dopo dovevo capire, perche’ poi fondamentalmente mi appassionava anche un po’ il soggetto Berlusconi, volevo capire, ‘Ma se sei socio di Berlusconi, l’hai mai visto'” e a questo punto, ricorda Massimo Ciancimino,”mio padre mi ricostruisce tutta la serie di rapporti”.

“Ma fa di piu’ pure, fa una specie di difesa di Berlusconi – aggiunge Ciancimino parlando ancora del padre Vito – perche’ fondamentalmente dice: ‘Guarda che quando questi soggetti investono appunto in questa situazione, rappresentano il massimo dell’imprenditoria palermitana’. Quando Dell’Utri fondamentalmente, che dalla Cassa di Risparmio dove mio padre era pure Consigliere di Amministrazione, propone a questi suoi amici investimenti nell’area Nord? nell’area di Milano, non e’ che porta gentaglia”.

Adnkronos

Antimafia Duemila – ”Marcello Dell’Utri e’ il garante di una mafia non stragista”

Antimafia Duemila – ”Marcello Dell’Utri e’ il garante di una mafia non stragista”.

di Beatrice Borromeo – 11 febbraio 2010
“Mio padre Vito diceva sempre che Berlusconi prima o poi sarebbe caduto sul DPF. Che cos’è ? Sono i suoi punti deboli: Dell’Utri, Previti e le Femmine”.

Massimo Ciancimino è arrabbiato per le dichiarazioni rilasciate dal senatore Marcello Dell’Utri al Fatto, in cui il figlio dell’ex sindaco di Palermo viene descritto come “lo scemo di famiglia”, che viene “gestito dai pm” in cambio di sconti di pena. “Faccio causa a Dell’Utri – annuncia Ciancimino – perché ho già sopportato anche troppo le sue intimidazioni. Ogni volta che parla mostra la sua vera natura”.

Si è offeso perché Dell’Utri le ha dato dello scemo?

Pensi che uno degli elementi per cui sono stato condannato è che mio padre mi ha nominato suo unico erede. Evidentemente non mi considerava così stupido. Dell’Utri vuole solo screditarmi.

Cos’ha pensato leggendo l’intervista?
Che questo è un Dell’Utri in grande difficoltà.

Secondo il senatore lei è manovrato dai pm.
Non mi è mai stato chiesto di dichiarare nulla che non fosse vero. E non lo farei mai.

Quindi il pm Antonio Ingroia non è il regista occulto dei pentiti?
Questa la chiamo “sindrome da procura”. Vogliono creare un caso. E magari Ingroia, per certe sue esternazioni, si presta. Ma io non sono mai stato spinto a dire nulla.

Secondo Dell’Utri lei lo accusa per guadagnare sconti di pena.
Falso. Mi hanno solo applicato le attenuanti generiche perché ero incensurato e ho collaborato.

Allora lo fa per salvare il tesoretto che, secondo il senatore, nasconde all’estero?
E’ illogico pensarlo. Vivo sotto scorta, blindato, questo tesoro potrei solo guardarlo. E poi il mio patrimonio è già stato sequestrato. Mi hanno confermato il sequestro anche di una barca e di un appartamento.

Di cosa vive allora Massimo Ciancimino?
Lavoro per un’agenzia di crediti. Faccio il trader, vivo con quei soldi.

Come mai lei è l’unico nella sua famiglia a parlare?
Io parlo perché so le cose, ho i documenti.

Dell’Utri dice che lei ha un fratello “dignitosissimo, che infatti non parla”.
Dell’Utri riconosce la dignità a chi sta zitto. I miei fratelli non conoscevano l’attività lavorativa e politica con cui nostro padre si arricchì. Mio fratello è certamente una persona dignitosa, come dice il senatore, ma è d’accordo con me e supporta la mia scelta di parlare”.

Cosa pensava suo padre di Dell’Utri?
Lo vedeva come un subalterno.   Pensava che era troppo istintivo. La grande differenza comunque è stata che mio padre non ha avuto nessuna immunità.

Dell’Utri ha detto che è entrato in politica per non finire in carcere.
Mio padre ha subìto tutti i suoi processi. Dell’Utri ha goduto dell’immunità che la sua carica, e una serie di conoscenze, gli hanno dato.

Suo padre le parlava   mai dello “stalliere di Arcore” Vittorio Mangano?
Certo. Papà trovava allucinante che un imprenditore come Berlusconi, nel momento in cui i figli erano a rischio attentati, si rivolgesse a uno come Mangano!

Perché?
Questi erano i classici “metodi accerchiativi”, come diceva mio padre, di personaggi come Dell’Utri, per rendersi indispensabili a Berlusconi: fai le minacce per accreditarti sempre di più, e poi dai le soluzioni.

Lei ha affermato che Dell’Utri, a un certo punto, ha preso il posto di suo padre come mediatore con la politica.
Io non faccio una colpa a Dell’Utri di aver sostituito mio   padre nei rapporti tra mafia e politica. Però è successo: lo dice mio padre, lo scrive mio padre. Io lo confermo in aula.

Il 2 marzo lei verrà sottoposto al contro-esame nel processo Mori.
Dimostrerò il tassello mancante: che non c’è stata nessuna contrapposizione dello Stato in quegli anni, come sempre accade nelle regioni del sud. Lo Stato, tra i mali, ha scelto il minore. La criminalità organizzata nasce e cresce negli spazi vuoti lasciati tra cittadini e istituzioni. Per questo capisco il ruolo che hanno dato a Dell’Utri.

Sarebbe?
Dell’Utri era una nuova faccia su cui contare, capace di reggere questo equilibrio. Si voleva una mafia fondamentalmente meno dannosa per lo Stato. Una mafia non stragista. E infatti in 10 anni ci saranno stati solo una decina di omicidi.

Berlusconi ieri ha detto che “siamo alla giustizia spiritica, con qualcuno – lei – che riferisce parole di qualcuno – suo padre – che è morto da diversi anni”. Parole   che “non hanno nulla a che fare con la realtà”.
A Berlusconi risponderò il 2 marzo con i fatti, quando produrrò in aula tutti i documenti. Non sono come uno Spatuzza qualsiasi che parla de relato. Io antepongo al racconto il documento cartaceo che lo prova. Documentazione che mio padre ha scritto. Se mio padre scrive ‘Dell’Utri, Milano 2, Berlusconi’, io quel foglio lo porto in aula.

Ma cosa ci guadagna a parlare?
Nulla. Anzi, ho capito molto tempo fa che il mio comportamento costituisce un pericolo per me. Pensi che io vengo iscritto nel registro degli indagati lo stesso giorno in cui muore mio padre, il 19 novembre 2002. Era un avvertimento: se prima c’era mio padre che garantiva   questo tipo di silenzio, ora toccava a me.

Poi sono arrivate le prime minacce.
Ho ricevuto visite spiacevoli di carabinieri e di uomini appartenenti ai servizi. Mi sono arrivati a casa pacchi bomba. Persino una lettera intimidatoria   indirizzata a me, a mio figlio e a mia moglie. Da quel momento mia moglie ha cominciato a chiedermi: “Chi te lo fa fare?”. Poi, quando ho continuato a collaborare, ha chiesto la separazione.

Ha ripensamenti?
È chiaro che chi si fa i cazzi suoi ha solo vantaggi. I miei fratelli sono stati tutti prosciolti. Oggi sono preoccupato.

Cosa teme?
È chiaro che c’è un processo di cambiamento nell’aria che fa paura. C’è chi lavora per il dopo Berlusconi. Ho paura che qualche entità esterna voglia accelerare questo processo di cambiamento, come è avvenuto nel 1992 quando Tangentopoli stava sgretolando il sistema e la politica stragista di Cosa Nostra ha accelerato il cambiamento. Oggi   c’è la stessa aria. E io spero di non esserne vittima.

Ha un ruolo la Sicilia di oggi in questa ricerca dell’erede?
No. La Sicilia, come diceva mio padre, è solo il luogo dove si fa il lavoro sporco. Ma non ci nasce mai realmente qualcosa. Le cose nascono a Roma e a Milano.

Tratto da: Il Fatto Quotidiano

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Il vero volto di Cosa Nostra

Fonte: Il vero volto di Cosa Nostra.

Eccolo il vero volto di Cosa Nostra. Quello delle interconnessioni tra politica, affari e servizi segreti disegnato ieri da Massimo Ciancimino durante la sua deposizione all’aula bunker dell’Ucciardone all’udienza del processo che vede imputati il generale Mori e il colonnello Obinu per la mancata cattura di Provenzano.
Quel volto che ancora in Italia si fa fatica a comprendere e a metabolizzare, complice la diffusa propaganda che vorrebbe la lotta alle mafie come una qualsiasi questione di guardie e ladri particolarmente arricchiti.
La Cosa Nostra che ha delineato il figlio di don Vito, di cui è stato testimone diretto, è invece una struttura potentissima con un ruolo di primaria importanza nello sviluppo economico e politico della Sicilia e non solo.
Vito Ciancimino era legato a doppio filo tanto con Provenzano, con cui si conoscevano fin da ragazzi, quanto con il misterioso signor Franco, nome di fantasia, uomo dei servizi che gli sarebbe stato accreditato dall’onorevole Restivo, al tempo ministro dell’Interno.
Con il primo gestiva la grande imprenditoria, con il secondo le questioni più riservate, con entrambi, visto che erano anche in stretto contatto fra di loro, collaborava alle strategie più delicate.

E’ grazie alla sua amicizia con il padrino suo compaesano che il vecchio sindaco si aggiudica e fa aggiudicare ai suoi prestanome appalti e concessioni a sufficienza per arricchire se stesso e l’organizzazione criminale. E’ il caso del big business del gas di Caltanissetta che, grazie all’influenza di don Vito e al legame di Provenzano con i Madonia, viene assegnato alla cordata Lapis-Brancato.  Tanto per rendersi conto: al momento della vendita nel 2004 l’azienda di cui don Vito aveva una quota occulta del 15% e Provenzano una percentuale fissa della “messa a posto” del 2% valeva circa 1000 euro ad utenza con un guadagno finale di 130 milioni di euro. Con Salvatore Buscemi e Franco Bonura, entrambi boss di primo piano, con i quali intrattiene “rapporti di carattere famigliare” don Vito invece diversifica i suoi investimenti non più solo in Sicilia ma anche in Canada, a Montreal e a Milano dove i proventi mafiosi vengono impiegati in “un’operazione faraonica” alla periferia del capoluogo lombardo. E’ la Milano due di Silvio Berlusconi, nella quale – ha specificato il testimone- già avevano investito molti altri capi mafiosi. E fra i nomi degli affaristi, contenuti nei documenti del padre, compare in lista anche Marcello Dell’Utri.

Il signor Franco, di cui Massimo Ciancimino fornisce generiche caratteristiche fisiche (sui 65, 70 anni distinto, molto ben curato) e la tracciabilità in una sim per ora non rinvenuta, è piuttosto il consigliere discreto e silente. Interviene e viene consultato in situazioni più chirurgiche. E’ lui ad indicare nel politico corleonese la persona adatta ad effettuare alcune attività di copertura. Quando Moro venne rapito, nel 1978, i vertici della Dc e lo stesso Franco avevano contattato don Vito affinché facesse sapere a Provenzano, ma anche a Pippo Calò, in quel periodo molto presente su Roma e al vertice anche della banda della Magliana, di astenersi dal prendere iniziative non sollecitate alla ricerca del covo in cui era detenuto lo statista democristiano.
Un compito simile era stato richiesto all’ex sindaco anche immediatamente dopo la strage di Ustica. Doveva contattare Provenzano al fine di effettuare un controllo serrato del territorio in modo da evitare fughe di notizie o testimonianze incontrollate che potessero mettere in discussione la versione ufficiale stabilita dal governo dell’epoca.
Cosa Nostra quindi, con uno dei suoi referenti politico-imprenditoriali principali, partecipa ad alcuni degli avvenimenti più drammatici del Paese e se in questi casi svolge solo parti di supporto all’epoca del biennio stragista  92-93 è protagonista del cambiamento.

Rispondendo alle domande del pm Nino Di Matteo, Massimo Ciancimino, ha infatti introdotto il tema della trattativa, cioè il dialogo tra lo Stato rappresentato dal generale Mori, odierno imputato e dal capitano De Donno, con la mafia di Riina di cui don Vito fu tramite.
Ciancimino junior ha ricordato dell’incontro avuto con l’allora capitano De Donno in aereo verso Palermo pochi giorni dopo la strage di Capaci e la richiesta dell’incontro con il padre .
Solo dopo essersi consultato con Provenzano e il signor Franco Vito Ciancimino acconsente ad incontrare i due ufficiali, “non era nella forma mentis di mio padre incontrare carabinieri e questo non poteva certamente essere ben visto dentro Cosa Nostra”. Lo scopo dell’incontro era di mettere fine alla violenza arrivata al suo culmine con l’omicidio Falcone e ottenere perciò una resa dei latitanti in cambio di un buon trattamento per i familiari. Per Ciancimino il vantaggio offerto è quello di poter beneficiare di qualche sconto di pena.
Don Vito però non riteneva i due ufficiali in grado di assicurargli la risoluzione dei suoi problemi carcerari quindi, sempre grazie al signor Franco, gli sarebbe stato garantito che il Ministro Rognoni e il ministro Mancino erano a conoscenza dell’attività dei carabinieri. Il tutto prima della strage di via D’Amelio.

Della trattativa Mori e De Donno avevano sempre fornito una diversa versione datando gli incontri invece successivamente all’omicidio del giudice Borsellino ma soprattutto avevano sempre negato di aver visto il famoso “papello” l’elenco di richieste che Riina, una volta constatata la disponibilità dello Stato al dialogo, avrebbe avanzato in cambio della cessazione dello stragismo. Il documento è stato però prodotto da Massimo Ciancimino e riporta, su di un post-it allegato, la dicitura autografa di don Vito: consegnato spontaneamente al colonnello Mori del Ros. Su ordine del padre, Massimo andò a ritirarlo personalmente, in busta chiusa, dal dottore Antonino Cinà, longa manus di Riina, nella sua villa di Mondello. Una volta preso visione dei contenuti, don Vito però si imbestialì con un caratteristico: “la solita testa di minchia”. I rapporti tra il politico e il capo di Cosa Nostra non erano mai stati idilliaci, don Vito lo riteneva un megalomane e dopo la strage di Capaci – confidò anni dopo al figlio – si era convinto che qualcuno stesse soffiando su questa sua personale esaltazione per indurlo a provocare un clima di destabilizzazione propedeutico ad una fase di profondo cambiamento.

Tuttavia, nonostante la sua contrarietà, sia Provenzano che il signor Franco lo avevano sollecitato a cercare una forma di mediazione, una rielaborazione moderata per rendere più accettabili le proposte impossibili lanciate da Riina. E questo è proprio il contenuto del secondo documento che il pm Di Matteo ha chiesto a Ciancimino di commentare. Si tratta di un foglio manoscritto del padre nel quale vi sono altri generi di modifiche legislative comunque di grande interesse per Cosa Nostra e non solo. Una sorta di appunto, una traccia che gli sarebbe servita per i prossimi incontri che doveva tenere con Provenzano, il signor Franco e i carabinieri, insomma con i suoi interlocutori. Tutti argomenti di cui continuerà a parlare Massimo Ciancimino nel prosieguo della sua deposizione.

Un piccolo dato curioso, ieri in aula c’erano una scolaresca attenta e silenziosa e pochi giornalisti, le firme più illustri, ma niente a che vedere con il can can mediatico che si era creato per l’interrogatorio di Gaspare Spatuzza che seppur importante era un uomo d’onore di relativa caratura rispetto ad un testimone diretto di un’epoca drammatica che ha segnato la storia del nostro Paese.
Certo in questo caso c’è da scrivere poco di sangue e violenza e Massimo Ciancimino non è facilissimo da smentire e infangare, ma soprattutto racconta di una mafia di cui è meglio non far sapere. Chissà mai che gli italiani comincino a capirne qualcosa.

Anna Petrozzi e Lorenzo Baldo (ANTIMAFIADuemila, 2 febbraio 2010)

Ciancimino: “Provenzano garantito da accordo”, “Mio padre investì soldi con i boss in Milano 2”

Ciancimino: “Provenzano garantito da accordo”, “Mio padre investì soldi con i boss in Milano 2”.

Il figlio dell’ex sindaco di Palermo ha testimoniato al processo Mori nell’aula bunker dell’Ucciardone. La ricostruzione dei rapporti con il boss latitante: “Godeva di immunità territoriale”

PALERMO – Parla del padre Vito, potente sindaco di Palermo, e dell’amico complice di sempre, Bernardo Provenzano. Parla soprattutto degli affari di Cosa nostra, che avrebbe investito molti capitali a “Milano 2”, la grande operazione immobiliare da cui presero il via le fortune di Silvio Berlusconi. Al processo Mori, nell’aula bunker del carcere palermitano dell’Ucciardone, Massimo Ciancimino racconta le trame del padre: “Con Provenzano si vedeva spesso  –  dice – anche a Roma, fra il 1999 e il 2002. Con altri mafiosi che avevano una grande capacità imprenditoriale faceva investimenti. Con i fratelli Buscemi e con Franco Bonura vennero investiti soldi anche in una grande realizzazione alla periferia di Milano che è stata poi chiamata Milano 2″.

La trattativa. Massimo Ciancimino parla soprattutto della trattativa che il padre avrebbe intrattenuto con l’allora colonnello del Ros Mario Mori e il capitano Giuseppe De Donno: “Prima della strage Borsellino  –  dice il testimone  –  il colonnello incontrò più volte mio padre, nella nostra casa romana di via San Sebastianello. Almeno due volte prima del 29 giugno, quando il dottore Antonino Cinà (il medico di Riina – ndr) mi consegnò a Palermo il cosiddetto papello, che io portai subito a Roma. Dopo il 29 giugno, ci fu un altro incontro fra Mori e mio padre”. Ciancimino non usa mezzi termini. “La richiesta dei carabinieri era chiara, così mi spiegò mio padre dopo quegli incontri: volevano stabilire un canale privilegiato per interloquire con i vertici dell’organizzazione mafiosa. Mio padre riteneva quella strategia uno sbaglio da parte delle istituzioni, era come accreditare la linea folle di Riina”. Il pm Nino Di Matteo chiede a Ciancimino: “Cosa chiedevano esattamente i carabinieri?”. Il figlio dell’ex sindaco spiega: “Volevano la resa incondizionata dei capimafia, in cambio di un trattamento di favore per i familiari dei boss”. Su tutta l’operazione, dice Ciancimino, avrebbe vigilato Bernardo Provenzano, che autorizzò la trattativa. “Mio padre seppe poi dal signor Franco, suo referente nei servizi segreti, che di quella trattativa erano informati gli onorevoli Mancino e Rognoni. Mio padre ne parlò con i carabinieri. E dagli stessi ebbe conforto in tal senso”


Il signor Lo Verde.
Il racconto di Ciancimino comincia da lontano. “Me lo ricordo da bambino  –  dice Massimo Ciancimino  –  Bernardo Provenzano, che io conoscevo come il signor Lo Verde, veniva a trovarci spesso nella nostra casa di villeggiatura di Baida, alle porte di Palermo. Solo molto tempo dopo, a fine anni Ottanta, vidi per caso l’identikit di un capomafia sulla rivista Epoca, mentre ero dal barbiere con mio padre. Era Provenzano, riconobbi l’uomo che veniva a casa mia. Chiesi a mio padre di quell’uomo. Mi rispose: stai attento al signor Lo Verde, da questa situazione non può salvarti nessuno”.

“Il signor Lo Verde  –  spiega il testimone  –  continuò a venirci a trovare anche quando mio padre era agli arresti domiciliari, nell’appartamento di via San Sebastianello, vicino a piazza di Spagna, a Roma. Dal 1999 al 2002. Mi incuriosiva quella situazione. Dissi a mio padre: ma non sono pericolosi questi incontri? Lui mi rispose senza tentennamenti. Disse che Provenzano poteva girare tranquillamente per Roma o in qualsiasi altra città, perché godeva di una sorta di immunità territoriale, basata su un accordo che anche mio padre aveva contribuito a stabilire. Un accordo che sarebbe stato stipulato fra il maggio 1992 e il dicembre dello stesso anno”.

Ciancimino senior e Provenzano. Ciancimino risponde alle domande dei pubblici ministeri Nino Di Matteo e Antonio Ingroia. Nella prima parte della sua deposizione, iniziata alle 10, ha rievocato l’attività politico-mafiosa del padre. “Aveva creato un vero e proprio sistema  –  spiega  –  suo compito era quello di spartire le tangenti dei grandi lavori pubblici di Palermo fra i politici e fra Cosa nostra, sempre tramite Provenzano”. Per i contatti più delicati, Vito Ciancimino utilizzava una linea telefonica riservata, installata nella sua casa di Palermo. “Spesso  –  aggiunge il teste  –  ero incaricato di consegnare buste chiuse a Provenzano”.

“Il rapporto fra mio padre e Provenzano era nato a Corleone  –  racconta Ciancimino junior – Abitavano nello stesso stabile: di tanto in tanto, mio padre dava lezione di matematica al giovane Bernardo. Molti anni dopo, si stupiva che lo chiamassero il ragioniere. In matematica non era stato mai bravo”.

Ad ascoltare Massimo Ciancimino c’è l’imputato principale di questo dibattimento, il generale Mario Mori, seduto accanto ai suoi legali, gli avvocati Piero Milio ed Enzo Musco. Sugli spalti del pubblico sono presenti numerosi studenti.

Una lunga deposizione. La deposizione davanti alla quarta sezione del tribunale si preannuncia lunga. Nei 23 verbali d’interrogatorio di Massimo Ciancimino già depositati dalla Procura in vista dell’udienza di oggi si parla della trattativa che sarebbe avvenuta fra Cosa nostra e l’entourage del generale Mori, nel 1992, durante la stagione delle stragi Falcone e Borsellino. L’accordo avrebbe previsto la cessazione della strategia stragista, in cambio di alcuni benefici per i boss: a mediare il misterioso dialogo  sarebbe stato il padre di Massimo, Vito Ciancimino. Secondo la Procura di Palermo, in quei giorni sarebbe nato un vero e proprio patto fra il vertice mafioso e una parte delle istituzioni: ecco perché, secondo i pm, Provenzano avrebbe proseguito indisturbato la sua latitanza (fino all’11 aprile 2006).

Il figlio di Vito Ciancimino continua a rispondere senza tentennamenti alle domande dei pubblici ministeri. Ritorna sugli affari del padre: “Dopo le inchieste e le denunce della commissione antimafia e il caso della sua querela al capo della polizia, mio padre decise di spostare i suoi investimenti lontano da Palermo”. Correvano gli anni Settanta. Massimo Ciancimino spiega: “Alcuni suoi amici di allora,  Ciarrapico e Caltagirone, ma anche altri costruttori romani gli dissero di investire in Canada dove erano in preparazione le Olimpiadi di Montreal. C’erano dei mutui agevolati per gli investitori stranieri”. Con i boss Salvatore e Antonino Bonura, con il costruttore mafioso Franco Bonura sarebbe nato in seguito un altro investimento: “Una grande realizzazione alla periferia di Milano che è stata poi chiamata Milano 2”, dice Ciancimino junior.

I rapporti con i servizi. Un altro capitolo della deposizione nell’aula bunker è quello dei rapporti fra l’ex sindaco di Palermo, Bernardo Provenzano e i servizi segreti.  Massimo Ciancimino dice che il tramite sarebbe stato un “uomo che vestiva sempre in modo molto elegante, non siciliano”. Lui lo conosceva solo come il nome: “signor Franco o Carlo”. “Era legato all’ambiente dei servizi”, spiega il testimone. “Lo contattavo tramite due numeri conservati nella Sim del mio telefonino. Avevo un’utenza fissa, con prefisso 06 Roma e un’utenza cellulare”. Il signor Franco torna nel racconto di Ciancimino già dagli anni Settanta. “Lo rividi il giorno dei funerali di mio padre  –  spiega  –  venne al cimitero dei Cappuccini di Palermo per portarmi un biglietto di condoglianze del signor Lo Verde. Disse che se n’era andato un grande uomo”.

Il signor Franco. Vito Ciancimino avrebbe incontrato spesso il signor Franco:  “Lui, mio padre e il signor Lo Verde avevano le chiavi di un appartamento, nella zona di via del Tritone, a Roma”. All’ex sindaco di Palermo sarebbero stati chiesti dai Servizi diversi “interventi”: anche in occasione del disastro di Ustica (“Per non fare diffondere certe notizie”, dice Ciancimino junior) e del sequestro Moro (“Per trovare il covo”).

Salvo Palazzolo (laRepubblica.it, 1 febbraio 2010)

Le rivelazioni di Ciancimino al processo Mori

da L’Unità.it, 1 febbraio 2010

I soldi investiti dal padre, don Vito Ciancimino, a Milano 2, i piani di Riina per uccidere Piero Grasso, Calogero Mannino e Carlo Vizzini, l’immunità territoriale di cui Bernardo Provenzano ha goduto anche nel periodo delle stragi del 1992. Sono rivelazioni bomba quelle che Massimo Ciancimino, figlio dell’ex sindaco di Palermo, sta facendo ai magistrati che lo stanno ascoltando come testimone nell’aula bunker dell’Ucciardone, a  Palermo, nell’ambito del processo al generale dei carabinieri Mario Mori e al generale Mauro Obinu, che sono accusati di favoreggiamento aggravato alla mafia.

“Sono tranquillo. Deporrò in questo processo, dicendo tutta la verità”, ha detto Ciancimino prima di entrare nell’aula. Ma il testimone denuncia anche intimidazioni da parte dei servizi.  «Nel maggio del 2009 ho ricevuto la visita di un uomo dei servizio segreti, nella mia casa di Bologna, e mi accusò di essere venuto meno agli impegni presi. Mi ha chiaramente intimidito dicendomi che la strada che avevo cominciato a percorrere non mi avrebbe dato alcun beneficio». Secondo Ciancimino jr.  gli 007 non avrebbero gradito la sua decisione di iniziare a fare le dichiarazioni ai magistrati sulla presunta trattativa tra Stato e mafia dopo le stragi del ’92. E proprio sulla presunta trattativa, il testimone lancia pesanti accuse verso due ex ministri: «I ministri Rognoni e Mancino erano a conoscenza del dialogo intrapreso tra mio padre con il vice comandante del Ros, Mario Mori. Me lo disse mio padre che lo aveva saputo da un esponente dei servizi segreti”.

“Dopo le inchieste e le denunce della commissione antimafia e il caso della sua querela al capo della polizia, mio padre decise di spostare i suoi investimenti lontano da Palermo”, ha detto Ciancimino jr, ricostruendo gli affari di suo padre con i boss di mafia Salvatore e Antonino Buscemi e Franco Bonura. “Mio padre li chiamava i ‘gemelli’. Ricordo negli anni ’60 molte riunioni domenicale al ristorante la Scuderia a Palermo. Quando mio padre era assessore ai lavori pubblici dava indicazioni su un terreno che sarebbe diventato edificabile. Quei guadagni finivano in delle società in cui mio padre era interessato”.

Negli anni ’70 poi dopo gli accertamenti della commissione antimafia Don Vito Ciancimino decide di diversificare. “Alcuni suoi amici di allora Ciarrapico e Caltagirone e altri costruttori romani gli dicono di investire in Canada dove sono in preparazione le Olimpiadi di Montreal”. Ma anche altri soldi saranno destinati a un altro progetto. “Una grande realizzazione alla periferia di Milano che è stata poi chiamata Milano 2”. Ciancimino junior ha spiegato di aver acquisito queste informazioni sia direttamente dal padre sia attraverso la lettura di agende e documenti dello stesso genitore. “Insieme avremmo dovuto fare un memoriale per questo gli chiedevo sempre chiarimenti su qualcosa che ritenevo interessante”.

Ciancimino è ritenuto dalla procura uno dei testimoni chiave della cosiddetta trattativa tra Stato e mafia che avrebbe visto il Ros dei carabinieri tra i protagonisti. Ai due ufficiali si contesta il mancato arresto, nel ’95, del capomafia Bernardo Provenzano, all’epoca latitante. Secondo l’accusa proprio il blitz fallito per scelta dei carabinieri, sarebbe stato una delle poste in gioco nell’accordo tra pezzi dello Stato e le istituzioni.

Dopo l’omicidio di Salvo Lima, avvenuto il 12 marzo 1992, racconta il testimone, il padre incontrò Provenzano. «Mio padre disse che quanto accaduto a Lima era terribile perché la vittima si è sicuramente resa conto di quello che stava succedendo». Ciancimino Jr ha spiegato che suo padre «una settimana e dieci giorni dopo l’omicidio» venne a Palermo e si incontrò con Provenzano in una abitazione dai due considerata sicura vicino via Leonardo da Vinci. «La morte di Lima fu un elemento di rottura – ha detto – Riina aveva mandato a dire di non preoccuparsi ma il suo linguaggio era l’inizio della fine. Mio padre mi spiegò che quello messo in atto da Riina era un programma di una follia pura, una serie di politici e magistrati sarebbero stati eliminati tra loro Piero Grasso, il ministro Vizzini e Calogero Mannino».

Ciancimino junior sta ricostruendo in aula le frequentazioni del padre, ma anche gli incontri a cui avrebbe partecipato lo stesso Massimo quando era più giovane.”Avevo saputo da mio padre che Provenzano godeva di una sorta di ‘immunità territoriale che gli permetteva di muoversi liberamente” durante la sua latitanza “grazie a un accordo che aveva stipulato mio padre stesso”. “Questa immunità era garantita da «un accordo alla stipula del quale era presente anche mio padre e che risale al maggio del 1992”.

“Scoprii che la persona che conoscevo come ‘signor Lo Verde’ era Bernardo Provenzano negli anni Ottanta mentre mi trovavo dal barbiere a Palermo. Sfogliando una rivista, mi pare ‘Epoca’, vidi una sua foto e nella didascalia c’era scritto che si trattava del boss latitante Bernardo Provenzano. Quando ne parlai con mio padre, lui mi disse: ‘Stai attento con il signor Lo Verde, perché da questa situazione non ti salva nessuno’. Mio padre dava a Provenzano del tu, mentre lui chiamava mio padre ‘ingegnere’, anche se in realtà gli mancavano due materie alla laurea. “Mio padre conosceva Riina da quando erano ragazzi. Tra loro il rapporto è sempre stato teso. Mio padre non lo stimava e preferiva Provenzano perché riteneva che avesse un più elevato spessore culturale”, ha detto Ciancimino. “Mio padre aveva inventato una specie di sistema di spartizione degli appalti: potremmo chiamarlo il sistema. D’accordo con Bernardo Provenzano gli appalti venivano spartiti equamente tra tutti i partiti, in consiglio comunale, a seconda della loro rappresentatività”. Il testimone ha anche raccontato che suo padre, appositamente, faceva attendere Riina quando questi lo andava a trovare e ne rifiutava i regali ritenendo che portassero sfortuna. “Era un rapporto fatto di contrasti. L’ho visto almeno tre-quattro volte a casa mia. Parlo degli anni Ottanta. Riina veniva spessissimo per le feste comandate. Ma ricordo che quando erano in camera arrivavano delle urla dalla stanza”.

Don Vito aveva una sorta di ‘linea rossa’, cioè un numero di telefono “sempre a disposizione” per i boss ma anche i politici. “Mio padre aveva a Palermo e a Mondello la ‘linea rossa’ sempre a disposizione di queste persone, e soprattutto di Lo Verde (Provenzano ndr). Ma anche di Gioia, Lima, Ruffini, e del signor Franco o Carlo”. Secondo Ciancimino gli ultimi due sarebbero degli agenti dei servizi segreti.  “Mi è capitato di ricevere o consegnare direttamente nelle mani dell’ingegner Lo Verde, cioè di Bernardo Provenzano qualche lettera, specialmente nell’ultimo periodo. Anche perché nel momento in cui certi personaggi venivano a mancare, mio padre era diventato molto più prudente. Capitò anche nel 1992”.

“Mio padre usava particolare accortezza per lo scambio di ‘pizzini’ con Bernardo Provenzano. Spesso, essendo un po’ maniacale per sua forma mentis, le buttava nel water o le bruciava, o le tagliava a pezzetti”. “Spesso -dice ancora- faceva le fotocopie perché temeva che si potessero trovare le impronte, anche quando scriveva le lettere usava addirittura dei guanti”. Alla domanda se erano intercorsi rapporti di tipo economico tra Vito Ciancimino e Bernardo Provenzano, Ciancimino ha risposto di sì.

“Nel 1990, grazie alle sue amicizie che aveva in Corte di Cassazione, mio padre riuscì a fare annullare l’ordine di custodia che fu emesso dal gip Grillo per la vicenda mafia e appalti”, ha detto ancora Ciancimino jr. La sezione della Cassazione che emise il provvedimento di annullamento era la prima, presieduta all’epoca da Corrado Carnevale.

Alcuni incontri tra Vito Ciancimino e il vicecomandante del Ros, sarebbero avvenuti prima della strage di via d’Amelio, avvenuta il 19 luglio ’92, dove fu ucciso Paolo Borsellino e la sua scorta. «Dopo la consegna del ‘Papellò, avvenuta il 29 giugno del ’92, che mi fu dato insieme ad una lettera da consegnare a mio padre, e che mi venne data dal dottore Antonino Cinà». Sempre rispondendo alle domande del magistrato Ciancimino jr, ha spiegato che gli incontri duravano circa una ora e mezza e si svolgevano in casa dell’ex primo cittadino di Palermo. «È successo alcune volte, due o tre, dopo la morte del giudice Falcone e poi dopo», ha spiegato. «Per mio padre comunque era sbagliato cercare il dialogo con Cosa nostra, dopo le stragi. Lui diceva che era come mettere benzina nel radiatore. Era sbagliato parlare con Riina».


Redazione L’Unità.it (1 febbraio 2010)

Le linee dirette di casa Ciancimino

Fonte:Le linee dirette di casa Ciancimino.

L’interrogatorio di Massimo Ciancimino non si concluderà il 2 febbraio come previsto. Le udienze continueranno oggi e lunedì prossimo perché il teste che sta deponendo al processo contro il generale Mori e il colonello Obinu, accusati di favoreggiamento alla mafia per la mancata cattura di Provenzano nel ‘95, dovrà ancora approfondire il capitolo relativo alla trattativa avviata nel 1992 dai carabinieri del Ros con Cosa Nostra.

Il quarto figlio dell’ex sindaco di Palermo, interrogato dal pm Nino Di Matteo, ha iniziato ricostruendo l’atavico rapporto tra don Vito e Bernardo Provenzano. Un legame che risale agli anni ‘60 quando il piccolo Ciancimino aveva appena 7 anni e i genitori andavano insieme in villeggiatura a Baida. “Mio padre e Provenzano che conoscevo come il Signor Lo Verde si incontravano frequentemente, almeno tre o quattro volte al mese fino agli anni della stretta del pool di Giovanni Falcone negli anni ‘80”. “Da quel momento si era resa necessaria un po’ più di attenzione” e gli incontri avvenivano un po’ più di rado, spesso sostituiti dai pizzini. Messaggi che don Vito e zu Binnu s’inviavano tramite suo figlio Massimo che, diversamente dagli altri tre fratelli più grandi già laureati, suo malgrado, era stato investito di questo compito.

Massimo ha descritto così i periodi di detenzione di suo padre intervallati dai soggiorni obbligati a Rotello, Roma e dai divieti di dimora a Palermo. Dal ’84, anno in cui l’ex sindaco era stato arrestato dal Giudice Falcone, fino al giorno della sua morte mentre era ai domiciliari (’99- 2002), il giovane Ciancimino lo aveva seguito e accompagnato. Per questo è diventato il testimone diretto di quel sistema colluso tra mafia, politica e imprenditoria che per certo è passato attraverso casa sua. Quella di via Sciuti a Palermo dove don Vito incontrava i geometri Pino Lipari e Tommaso Cannella e dove esisteva una linea telefonica preferenziale riservata agli on. Gioia, Lima, Ruffini e poi ancora a Provenzano e al misterioso uomo dei Servizi Segreti, il sig. Franco – Carlo.  Ed ancora la casa di Mondello e Roma in Via San Sebastianello, sede dei ripetuti incontri tra il capo di Cosa Nostra e lo stesso Ciancimino durante la sua  detenzione nell’appartamento romano. Incontri che Binnu organizzava senza accorgimenti particolari privo di tutele poiché, aveva detto don Vito a suo figlio, era garantito da un accordo stretto con uomini delle istituzioni tra il maggio e il dicembre del 1992.

Proprio a Roma i due avevano avuto modo di parlare di molte cose. Oltre a scelte di natura politica che avevano visto Don Vito nel ’92 fuori dai giochi politici, l’ex sindaco continuava a essere messo al corrente delle logiche interne all’organizzazione. Da consigliori di Provenzano qual era, per anni aveva mandato avanti lucrosi affari nei quali il Ragioniere di Cosa Nostra percepiva la sua parte. Investimenti a Milano, Montreal e Palermo e quelli legati alla società di metano dell’ing. Ezio Brancato e del tributarista Gianni Lapis, nella cui azienda don Vito Ciancimino deteneva il suo 15 per cento come socio occulto. “Mio padre ci era entrato nel momento in cui i due soci non riuscivano ad aggiudicarsi l’appalto per metanizzare Caltanissetta” ha detto Ciancimino alla Corte presieduta dal giudice Fontana. La gara sarebbe dovuta essere vinta da esponenti vicini ai Madonia, per questo su richiesta di Brancato Lima consigliò loro di rivolgersi a Ciancimino. Alla fine, grazie al suo intervento, la Gas riuscì a cambiare le sorti della gara e a ottenere l’appalto quella volta in maniera pulita e lecita. Si stabilì così che il 2 per cento sarebbe andato a Provenzano mentre i lavori sarebbero stati subappaltati a ditte legate a Cosa Nostra. Una percentuale che Matteo Messina Denaro aveva contestato pretendendo per dei lavori eseguiti nel suo territorio un surplus di 500 milioni di lire, versati solo per metà dai soci Brancato. Una circostanza di cui i magistrati di Palermo hanno trovato conferma nel 2006, in occasione del sequestro dei pizzini di Provenzano nel suo covo di Montagna dei Cavalli dove, in una missiva il boss di Castelvetrano chiedeva allo Zio di “aggiustare” la situazione “del figlio del suo paesano”.

Ciancimino quella volta non ne volle sapere di pagare. Col suo solito fare irriverente fece arrivare il messaggio a Matteo Messina Denaro che i suoi soldi se li stava “mangiando” lui nella capitale tra macchine e donne. Un atteggiamento irriverente che per don Vito non era inusuale. L’ex sindaco non aveva mai avuto riguardi particolari per chi considerava inferiore a lui, la lista di queste persone era lunga. Uno di questi era Salvatore Riina che non stimava perché troppo impulsivo e protagonista. Il loro rapporto era maturato da una “conoscenza obbligata”, in quanto entrambi corleonesi che si erano frequentati sin da ragazzini. Infatti, ha sottolineato Massimo Ciancimino, tra i due “non c’è stato mai un buon sangue, Riina a casa mia c’è stato solo tre o quattro volte. Quando arrivava mio padre lo faceva aspettare. Prima mangiava e poi lo incontrava”. Tanto che nel 1992 don Vito, dopo essere stato contattato dai Carabinieri del Ros per chiedere a Riina la fine delle bombe, arriva al capo di Cosa Nostra attraverso la mediazione di Antonino Cinà. Quel medico e capomafia di San Lorenzo che don Vito aveva conosciuto tra il ’78-’79 in occasione di una riunione con Liggio e lo stesso Riina a Sirmione. Allora il medico di San Lorenzo “doveva rappresentare lo stato di salute di Liggio per favorire la sua situazione giudiziaria” mentre don Vito era stato incaricato di trovare una risoluzione per la condanna del capomafia.
Da allora anche Cinà aveva fatto strada in Cosa Nostra. Fungendo da “ponte di collegamento” tra Riina e don Vito Ciancimino per la consegna del famoso papello, il medico di San Lorenzo dopo la cattura di Totò u Curtu era poi passato dalla parte della nuova Cosa Nostra capeggiata da Provenzano, diventando anni dopo il capomafia di una delle zone più importanti di Palermo insieme ai boss Nino Rotolo e Francesco Bonura. Entrambi legati a doppio filo agli affari di don Vito.

Silvia Cordella e Lorenzo Baldo (ANTIMAFIADuemila, 2 febbraio 2010)

E’ Mafiagate (inchiesta integrale) | Pietro Orsatti

Fonte: E’ Mafiagate (inchiesta integrale) | Pietro Orsatti.

Tutta la difesa di Marcello Dell’Utri, e di conseguenza di Silvio Berlusconi, dalle accuse di Spatuzza è nel negare la credibilità del teste. Ma a raccontare di rapporti con Cosa nostra sono tanti, e da decenni
di Pietro Orsatti su
left/Avvenimenti

Se Marcello Dell’Utri e Silvio Berlusconi (il non imputato ma comunque convitato di pietra) si trovassero di colpo a essere al centro delle dichiarazioni di un solo pentito, Gaspare Spatuzza, e tirati dentro un presunto intreccio di interessi innominabili con Cosa nostra, si potrebbe sospettare che ci troviamo davanti a un possibile complotto. Ma non è così, non è solo Spatuzza che parla, anzi, a parlare sono in parecchi e da parecchio tempo. Perché emerge dalle carte di quel processo in primo grado a Marcello Dell’Utri, con tanto di condanna a 9 anni per concorso esterno in associazione mafiosa, un rapporto consolidato, continuo, fin dai primi anni Settanta, cioè da quando Silvio Berlusconi, affiancato dai suoi più fidi collaboratori Marcello Dell’Utri e Fedele Confalonieri, è solo un costruttore milanese che non si sogna ancora di buttarsi nel grande mondo delle televisioni e dell’editoria, e ancor meno della politica. Silvio è un giovane imprenditore di successo, in una Milano dove era approdata Cosa nostra, dove gli imprenditori erano diventati “vacche da mungere”, dove i rapimenti e le estorsioni erano cose di tutti i giorni, anche grazie alla consolidata presenza di Luciano Liggio e di gruppi di catanesi e messinesi. Dobbiamo, quindi, andare indietro nel tempo di almeno 35 anni per ricostruire una vicenda che da lì, dalla paura dei rapimenti, ci porterà all’oggi, alle accuse di Spatuzza e ai sospetti (già emersi negli anni Novanta sia a Firenze che a Caltanissetta) di un coinvolgimento di Berlusconi in una presunta trattativa. Con le stragi del 1992-93 a fare da “facilitatori” di un possibile accordo fra mafia e pezzi della politica e dello Stato. Si tratterebbe, perciò, di andare a vedere quale sarebbe stato, secondo le ricostruzioni fornite da numerosi pentiti e uomini d’onore, il primo incontro diretto fra uomini di Cosa nostra e l’allora costruttore lombardo Silvio Berlusconi.

Comincia a raccontare Gaspare Mutolo, amico di Liggio e Riina e boss dei quartieri Partanna e Mondello di Palermo, del clima che avrebbe portato Marcello Dell’Utri per conto di Silvio Berlusconi a contattare qualcuno in Sicilia, qualcuno che lo proteggesse dai rapimenti che in quel periodo (siamo negli anni Settanta) erano un fatto quasi quotidiano a Milano. L’obiettivo era diventato «l’uomo che aveva fatto la Milano 2», racconta Mutolo e spiega che «eravamo pronti diciamo… già c’era un gruppo di persone pronte per sequestrarlo. Non è che sono state parole così… eravamo là a Milano perché eravamo pronti da un momento all’altro che davano il via per sequestrare questa persona, che dopo io ho capito che era Berlusconi perché molto spesso la sera andava negli uffici che ci sono nella Milano 2 e questi battuti li aveva presi un certo Antonino Grado, un «uomo d’onore» della famiglia di Stefano Bontade, una persona che abitava là a Milano. Tutta assieme non se ne fece più niente, ma addirittura siamo rientrati tutti e mi ricordo che io non ho partito più per alcuni sequestri e dopo ho saputo così, insomma, che quell’impresario che aveva fatto la Milano 2 era Silvio Berlusconi, che era entrato in contatto con alcuni personaggi importanti in cui i mafiosi avevano il compito che investivano e questo Berlusconi era tranquillo, pacifico che non veniva più né minacciato e né… cioè che non correva più la minaccia che potesse essere sequestrato o lui o qualcuno dei suoi familiari».

E l’incontro, a quanto spiega un altro pentito, Antonino Galliano, la cui testimonianza è inserita anche lei nelle motivazioni della sentenza Dell’Utri, è diretto fra Silvio Berlusconi e Stefano Bontade che all’epoca era a capo della Commissione di Cosa nostra, ovvero a capo della mafia siciliana. «Quindi con Stefano Bontade fissano l’appuntamento a Milano e si… si recano a Milano il Tanino Cinà con Stefano Bontade e con Mimmo Teresi. A questo appuntamento vanno a trovare il Dell’Utri e il Berlusconi e mi dicono che c’erano anche altre persone; lo Stefano Bontade aveva ascoltato, diciamo, il problema e li rassicurò che non sarebbe successo più nulla e che per maggiore sicurezza avrebbe mandato un suo uomo nella…diciamo, per guardare le spalle alla famiglia Berlusconi, cioè nella villa di Arcore e gli manda, dicevano, il Vittorio Mangano, che era un esperto, diciamo, molto pratico di animali. Fece anche una precisazione il Tanino Cinà, disse che il signor Berlusconi rimase, diciamo, affascinato dalla figura di Stefano Bontade, che non si immaginava di avere a che fare con una persona così intelligente e così, diciamo, affascinevole, diciamo. Cioè… s’immaginava di avere a che fare con un uomo rozzo, cioè un mafioso tipico che… che si leggeva nei libri o si vedevano nei film a quei tempi. Quindi, quando poi, il Mangano prende servizio alla villa di Arcore, dopo poco tempo, per, diciamo, accattivarsi maggiormente la fiducia del Dottor Berlusconi, organizza un finto se, diciamo… un finto furto di quadri all’interno della villa e lui fa finta di adoperarsi per il recupero di questo maltolto». Così racconta Galliano, uomo d’onore del clan della Noce, in relazione a un incontro avvenuto nel 1975 nella sede della Edilnord, la società di Silvio Berlusconi costituita per edificare Milano 2. E poi prosegue: «Il Berlusconi, diciamo… dice allo Stefano Bontade che vuole fare un regalo… un regalo, diciamo, alla… diciamo a loro. E per questo, diciamo, incarica lo Stefano Bontade il Tanino Cinà. Il Tanino Cinà si reca, sin da quel momento, ogni… due volte l’anno per ritirare dei soldi nello studio di Marcello Dell’Utri. A quei tempi questi erano venticinque milioni a volta e quindi cinquanta milioni l’anno. Questi soldi poi lui, diciamo, lo Stefano… il Tanino Cinà li faceva avere allo Stefano Bontade; però questi soldi, quando succede la guerra di mafia e quindi lo Stefano Bontade viene ucciso, questi soldi il Tanino Cinà li consegna a Pippo Di Napoli, che a sua volta li faceva avere ad un uomo d’onore della famiglia di Santa Maria di Gesù, che è anche nipote di Tanino Cinà, Pippo Contorno».

Poi è la volta di Salvatore Cuccuzza, membro del mandamento di Porta Nuova retto proprio da Mangano “lo stalliere”, che spiega che «Mangano Vittorio aveva rapporti molto intimi con Stefano Bontade e con Rosario Riccobono che in quel periodo diciamo che erano molto in auge interno a “cosa nostra”, però il suo diretto capo era Pippo Calò. Avevano un rapporto buono, ma diciamo che Mangano essendo un tipo un po’ egocentrico preferiva l’amicizia anche di queste persone che andavano alla grande in quel periodo, quindi erano molto intimi con Bontade, con Inzerillo, con Riccobono». Amico quindi di quello che era, all’epoca, il Gotha di Cosa nostra prima della mattanza avviata da Totò Riina.
E poteva mancare il pentito Antonino Giuffrè, uno degli accusatori principali di Marcello Dell’Utri e Silvio Berlusconi? Certo che no. Anche lui ricorda perfettamente la circostanza che portò Dell’Utri a organizzare l’incontro fra Berlusconi e Bontade. « Sì, signor Presidente, vado un pochino a stento, perché sono discorsi molto vecchi e se ricordo bene, addirittura di questi discorsi ne ha parlato Michele Greco, cioè come le dicevo siamo nella metà degli anni Settanta e a Milano e nei dintorni vengono fatti molti sequestri da parte della mafia siciliana ed uno degli obiettivi cioè… ed appositamente il signor Berlusconi», racconta Giuffrè.

Quindi, Berlusconi era preoccupato di un possibile rapimento suo o di un suo familiare. Marcello Dell’Utri perciò si fa tramite, grazie a Gaetano Cinà, di un incontro con Stefano Bontade, incontro che sarebbe avvenuto nella sede della Edilnord. Qui si trova un accordo e Cosa nostra offre protezione, addirittura si parla di affari, di possibili costruzioni in Sicilia. A fare da “garante” della protezione di Silvio Berlusconi sarebbe stato individuato Vittorio Mangano. Questo il primo “approccio”. Poi la questione si fa ancora più complessa. Mangano è amico dei Graviano, in particolare c’è un patto fra il mandamento di Porta Nuova retto dallo “stalliere” e quello di Brancaccio retto dai Fratelli Giuseppe e Filippo Graviano. Spatuzza oggi racconta che addirittura i Graviano gli ordinarono di andare a dare “una controllata” al territorio di Mangano mentre questi era in carcere. Insomma i Graviano erano legati a Mangano, erano latitanti a Milano e non solo, si erano dimostrati interessati precedentemente anche a un altro affare che interessava Berlusconi, quello di Euromercato/Standa a Palermo. Si legge nella sentenza in primo grado a Dell’Utri che anche i Graviano intervenissero nell’affare. Quindi è improbabile che Dell’Utri non fosse a conoscenza di questa circostanza, come concludono i giudici.

C’è un passaggio, oggi, nel confronto fra Gaspare Spatuzza e il “ragioniere” Filippo Graviano avvenuto il 20 agosto scorso, un passaggio che forse anticipa se non un pentimento almeno una dissociazione da parte del più giovane dei due fratelli. Spatuzza si rivolge al suo ex capo: «Nessuno mi può dire (incompr.) perché non mi sto (incompr.) e non mi sto inventando niente». E Graviano gli risponde: «Assolutamente, vedi che io, dal primo momento, l’ho detto ai magistrati, oggi te l’ho detto davanti. Io non ho nulla contro le tue scelte». E Spatuzza insiste: «Nessuno mi può dire infame perché non sto infamando nessuno». E ancora Graviano: «Ma assolutamente». E visto che uno dei possibili “infamati” è proprio Filippo, è facile trarre delle conclusioni.

Ciancimino Jr: “Sentii parlare di soldi dei clan a Milano 2”

Fonte: Ciancimino Jr: “Sentii parlare di soldi dei clan a Milano 2”.

PALERMO – Un fiume di denaro dalla Sicilia a Milano per finanziare la Edilnord che costruì Milano 2. Un fiume di denaro che, secondo Massimo Ciancimino – interrogato ieri per tre ore a Caltanissetta – arrivava dalle casse di due costruttori mafiosi: Antonino Buscemi, morto in carcere mentre stava scontando una condanna, e Franco Bonura, condannato nel 2008 a venti anni.

Sarebbero stati loro, secondo il figlio dell’ex sindaco di Palermo, a «fare grossi investimenti nella Edilnord tra gli anni 70 e 80». Faccia a faccia cruciale, quello di ieri, in cui sette magistrati hanno passato ai raggi X i tre pizzini di Provenzano che Ciancimino aveva consegnato dieci giorni fa, tentando di datarli e chiedendo insistentemente chi fosse il senatore a cui si fa riferimento. Un senatore con cui il padrino di Corleone avrebbe avuto un’interlocuzione diretta per ottenere qualcosa che sembra fare riferimento a un’amnistia.
Ciancimino, pur dicendo di non avere la certezza assoluta, ha fatto il nome di Marcello Dell’Utri. Dichiarazioni che potrebbero far rileggere le inchieste degli anni scorsi, sempre archiviate, che chiamavano in causa Berlusconi e Dell’Utri come nuovi referenti della seconda trattativa avviata da Cosa Nostra, la quale chiedeva sconti di pena, revisioni di processi e altri vantaggi per interrompere le stragi dopo quelle di Firenze, Roma e Milano. Appunti che adesso vengono collegati anche alle recenti rivelazioni del pentito Gaspare Spatuzza, il quale ha riferito che dopo Capaci e via D’Amelio i fratelli Giuseppe e Filippo Graviano avevano «agganciato» Berlusconi e Dell’ Utri.

Di fronte al figlio del sindaco-boss, sei magistrati della procura di Caltanissetta (il procuratore Sergio Lari, gli aggiunti Domenico Gozzo e Amedeo Bertone, i sostituti Nicolò Marino, Stefano Luciani e Giovanni Di Leo) e il pm Nino Di Matteo della procura di Palermo. Dall’altra parte un Ciancimino disponibile a rispondere a tutto. «Ho parlato di tutto e di più – ha detto all’uscita – non chiedetemi di che cosa perché tutti i verbali sono stati secretati. Posso soltanto dire che sono a completa disposizione dei magistrati, e che ci saranno nuovi interrogatori». Antonino Buscemi, considerato referente economico di Totò Riina e Bernardo Provenzano, fratello del boss Salvatore, fu la longa manus in Sicilia della Calcestruzzi di Raul Gardini: su di lui avevano indagato sia Giovanni Falcone che Paolo Borsellino.

Il nome dell’imprenditore mafioso era finito nel rapporto dei Ros, «Mafia ed Appalti», dove c’erano i nomi non soltanto dei mafiosi ma anche di tanti politici che con loro avrebbero fatto affari. Ma l’inchiesta non ebbe mai uno sbocco concreto. Quando il 23 luglio del’ 93 si suicidò Gardini, i pm di Caltanissetta – che indagavano sulle stragi di Capaci e via D’ Amelio – collegano l’episodio agli arresti di due mesi prima che portarono in carcere i vertici della Calcestruzzi in Sicilia. C’è poi, ancora da chiarire, la storia dell’assegno di cui Massimo Ciancimino parla al telefono con la sorella Luciana in una telefonata intercettata nel 2004.

«Digli che abbiamo un assegno suo, se lo vuole indietro…», chiedeva Massimo a Luciana, che stava andando a una manifestazione di Forza Italia alla quale avrebbe partecipato il premier. «Chi, il Berlusconi?», domandava lei ridendo. «Sì, ce l’abbiamo ancora nella vecchia carpetta di papà», rispondeva il fratello. Lei, incredula: «Ma che dici… Del Berlusca?». E lui: «Sì, di 35 milioni, se si può glielo diamo…».

Don Vito Ciancimino e la “consulenza” a B.

Fonte: Don Vito Ciancimino e la “consulenza” a B..

Dall’odore dei soldi di Silvio Berlusconi, fino all’intervento di Bernardo Provenzano su un non troppo misterioso “amico senatore” che nel 2000 cercava di far approvare l’amnistia. Se dice il vero, è l’altra faccia del potere quella che Massimo Ciancimino sta disegnando, con pizzini e documenti alla mano, davanti ai magistrati di Palermo e Caltanissetta. Nei suoi ultimi interrogatori sulla trattativa Stato-Cosa Nostra il figlio di don Vito – l’ex sindaco democristiano di Palermo condannato per mafia – ha parlato a lungo delle attività economiche del padre al nord e dei suoi rapporti con Silvio Berlusconi. Dichiarazioni condite da nomi di persone e di società, spesso riprese da un libro che Ciancimino senior stava scrivendo prima di morire nel 2002, sulle quali è ora in corso una serrata attività di verifica. I verbali del giovane Ciancimino – ascoltato venerdì per 4 ore da 5 magistrati che seguono il filone stragi e trattativa – sono stati segretati. Ma l’importanza delle sue parole traspare dalla decisione dei magistrati palermitani di riaprire il fascicolo archiviato 6031/94, l’inchiesta per mafia e riciclaggio nella quale, fino al 1997 era indagato anche Berlusconi. Nel mirino della procura c’è adesso uno dei protagonisti di quel fascicolo l’ingegnere Francesco Paolo Alamia di Villabate, 75 anni, per qualche mese assessore palermitano al turismo proprio al fianco di Ciancimino. E poi salito alla ribalta nella seconda metà degli anni Settanta quando a Milano diventò azionista dell’Inim: una società, considerata il terzo gruppo immobiliare italiano, per la quale ha lavorato anche il braccio destro del Cavaliere, Marcello Dell’Utri. Allora i giornali soprannominavano l’Inim, controllata dal finanziere siciliano Filippo Alberto Rapisarda, la “Compro tutto Spa”.

E spesso scrivevano di miliardi che arrivavano alla Stazione Centrale dentro borse di pelle. A quell’epoca Vito Ciancimino, come hanno raccontato alcuni testimoni nelle indagini sul fallimento delle aziende di Rapisarda, si faceva vedere in via Chiaravalle a Milano, sede dell’Inim e per qualche tempo anche residenza di Dell’Utri. E proprio suo figlio ricorda oggi di averlo accompagnato in viaChiaravalle dove doveva incontrare il boss Pippo Bono. Allora la stampa sosteneva che dietro l’attività di Rapisarda ci fosse proprio l’ex sindaco di Palermo. Ma don Vito con i giornalisti si limitava a dire: “È vero sono la mente di molte operazioni oltre lo Stretto”, mentre Alamia spiegava: “Vista la sua competenza in materia urbanistica, potrebbe essere un nostro consulente”. E quelle non erano delle boutade. O almeno così sostiene Massimo Ciancimino che davanti ai magistrati ha parlato anche di una sorta di consulenza fornita dal padre ai siciliani che erano in trattativa con Berlusconi. Finora dalle indagini era emersa solo la traccia di un assegno da 35 milioni di lire versato dal Cavaliere a don Vito una trentina di anni fa. Oggi c’è di più. Ciancimino junior ricorda come dietro a suo padre si muovesse una cordata composta dai boss delle maggiori famiglie mafiose, dai Buscemi, ai Bonura, dai Teresi, ai Bontade, che attraverso la Banca Rasini avrebbero finanziato il giovane costruttore di Milano 2. Accuse simili a quelle (archiviate) già mosse da numerosi pentiti e di fronte alle quali il premier, pur convocato in tribunale, non ha mai i sentito il bisogno di spiegare l’origine delle proprie fortune. Perché, per esempio, il 6 aprile del 1977 nella Finanziaria d’investimento Fininvest srl viene registrato come versato per contanti un aumento di capitale da 8 miliardi di lire? E ancora: dal ‘74 al ‘78 Dell’Utri, che Berlusconi descriveva come il suo segretario, è l’amministratore dell’Immobiliare San Martino, poi trasformata in Milano 2 spa. Perché? Domande alle quali i magistrati potrebbero ora rispondere da soli, seguendo un’indicazione precisa: il nome di un esponente del mondo della finanza ebraica che, secondo Ciancimino junior, era in contatto sia con Berlusconi che con suo padre. Per stabilire se davvero in periodi più recenti Dell’Utri è stato scelto da Cosa Nostra come nuovo referente politico è infatti necessario fare chiarezza sui legami del passato. Solo l’esistenza di un patto antico può giustificare pizzini in cui Provezano sembra riferirsi allo storico collaboratore del Cavaliere sostenendo di averlo contattato. “Caro Ingegnere (così Provenzano chiamava l’ex sindaco, ndr) abbiamo parlato con il nostro amico senatore per quella questione… hanno fatto una riunione e sono tutti d’accordo…”, scriveva il capo dei capi nel 2000. Il riferimento era per una possibile amnistia di cui l’allora Guardasigilli, Piero Fassino, aveva pubblicamente parlato. Nei sui dattiloscritti Zio Bino, mente politicamente finissima, considerava un bene che una proposta del genere fosse stata avanzata dal centrosinistra. Se lo avesse fatto Berlusconi, secondo lui, l’amnistia non sarebbe mai passata. E Ciancimino senior, che aveva bisogno del provvedimento di clemenza per liberarsi dai suoi ultimi anni di condanna (per reati non di mafia) sarebbe rimasto a bocca asciutta. Ma Provenzano dopo aver discusso con “l’amico senatore” era fiducioso. Anche perché pensava di avere la Chiesa dalla sua parte. A colpirlo era stato un intervento dell’arcivescovo di Milano, cardinal Martini. Per questo (molto ottimisticamente) si diceva tranquillo e commentava: “Ora abbiamo l’appoggio anche di Dio”.


Fonte:
il Fatto quotidiano (Peter Gomez e Marco Lillo, 25 Novembre 2009)