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Antimafia Duemila – Lauro: «La mafia non sopravvive senza complicità»

Antimafia Duemila – Lauro: «La mafia non sopravvive senza complicità».

Il pentito calabrese parla di rapporti fra ‘Ndrangheta, massoneria e istituzioni deviate
a cura di Monica Centofante
La sua carriera criminale iniziò a diciotto anni e si sviluppò durante la rivolta di Reggio capoluogo, quando venne a crearsi il connubio tra ‘Ndrangheta, servizi segreti deviati, massoneria e terrorismo. E’ Giacomo Ubaldo Lauro, uno dei primi pentiti calabresi, un tempo importante trafficante di droga in contatto con il cartello di Medellin. <<Sono nato a Brancaleone, un paese della Jonica – racconta – e ho iniziato a collaborare nel settembre del 1992, dopo il mio arresto avvenuto all’aeroporto di Amsterdam>>. Una decisione, quella di passare dalla parte dello Stato, intervenuta in seguito alle stragi di Falcone e Borsellino, quando, a suo dire, vennero meno i  presupposti che lo avevano fatto entrare nella ‘Ndrangheta: <<Non potevo certo essere orgoglioso di sentirmi un uomo d’onore dopo quello che era successo. Prima dei giudici palermitani, era stato ucciso a Campo Calabro il giudice Antonio Scopelliti>>. Ai rischi che comporta la scelta di collaborare, alle vendette a cui sarebbero andati incontro i familiari Lauro ci aveva pensato, certo, ma alla fine era prevalso il bisogno di rifarsi una vita al di fuori dell’organizzazione criminale. Lo avrebbe fatto aprendo un’attività di agriturismo con quei 500 milioni che lo Stato gli avrebbe elargito per mantenere sé stesso e i sette membri della sua famiglia. 500 milioni al posto della paga mensile. Era il 1996, ricorda, <<sarà un caso, ma subito dopo iniziarono le mie disavventure. Addirittura fui accusato di aver commesso una truffa ai danni dello Stato. Finii nuovamente in carcere, ma vi assicuro senza avere commesso alcun reato. Secondo l’accusa, avrei distratto delle somme alle quali avevo avuto accesso con finalità ben precise. Mi costò 14 mesi di carcere preventivo. Soltanto dopo un’indagine della distrettuale antimafia di Roma, fu accertata l’insussistenza delle accuse con la successiva richiesta di archiviazione a mio carico. Archiviazione disposta poi dallo stesso Gip della Capitale>>.
Ora, lo scheletro di quella tenuta agrituristica è ancora lì, Lauro è tornato alla paga mensile e le polemiche su uno Stato che paga troppo bene i pentiti sono sempre accese. <<Adesso i ricchi siamo noi collaboratori – si indigna – e magari andiamo pure in Svizzera a nascondere il denaro… Nelle banche svizzere ci andavo quando ero malandrino… finiamola con questi discorsi di parte. Se mi avessero ammazzato un fratello o il padre io offrirei dei soldi per scoprire chi è stato… Esiste una legge, credo che sia giusto applicarla. Gli scandali sono le disfunzioni che alcuni apparati dello Stato provocano per il reinserimento di noi collaboratori di giustizia. Chi sbaglia è giusto che paghi, non generalizziamo le colpe di qualche pentito: se un giudice è corrotto non vuol dire che tutta la magistratura sia marcia. Ognuno risponde delle sue azioni. La verità è che il collaboratore in Italia non è più ‘gradito’: evidentemente la lotta alla mafia non tira più>>. Pone poi l’accento sulle riforme della legge sui pentiti evidenziando che per sconfiggere organizzazioni come la ‘Ndrangheta, la Camorra o Cosa Nostra è necessario l’apporto dei collaboratori con la giustizia poiché esse possono essere smantellate solo dall’interno. Consiglia quindi di imitare in toto il modello americano e alla proposta di un carcere “morbido” in cambio della collaborazione risponde: <<Ma credete davvero che uno si autoaccusi di aver commesso degli omicidi solo per una cella più comoda, sapendo che lo Stato, da solo, non è stato capace di trovare l’assassino? Così facendo le stragi Capaci e via d’Amelio resterebbero senza nome. Chi dice queste assurdità pensa che il mafioso sia stupido. Nessuno dice niente per niente: tutto ha un suo prezzo!!! O pensate che in America il pentito parli in onore della Madonna?>>.
E ha parlato tanto, Lauro, rivelando il volto di una ‘Ndrangheta che <<non ha una sua ideologia politica>>, ma che si muove solo per <<questioni di potere>>. <<Le famiglie calabresi – dice – stanno sempre con il più forte, con quel gruppo politico che comanda>> e <<hanno rapporti con diverse realtà criminali internazionali>>. Cita il Medio Oriente, l’America del Sud, l’Europa Centrale, il Mare del Nord. In quanto ai porti sotto controllo parla di Rotterdam in Olanda, Anversa in Belgio, Brema in Germania e ancora di Spagna e Portogallo. Compravendita di armi e droga è il principale commercio di questa spietata organizzazione che non ha mancato di compiere omicidi eccellenti. Il più eclatante dei quali fu quello dell’on. Ludovico Ligato, manager potentissimo, allora presidente delle Ferrovie dello Stato. <<Ligato è stato liquidato – commenta Lauro – per motivi di interesse e di economia nella guerra di mafia. Era al boss Paolo De Stefano, a cui aveva fatto delle cortesie quando era presidente delle Ferrovie (sic!). In più, ed è fondamentale per capire il personaggio e valutarne la forza, conosceva bene magistrati, uomini delle Istituzioni, personaggi importanti della vita economica nazionale. Non si dimentichi che il cugino di Paolo De Stefano, l’avvocato Giorgio De Stefano, era iscritto alla Democrazia Cristiana. A gestire questo omicidio eccellente è stata la mia ‘famiglia’, anche se materialmente a sparare fu Giuseppe Lombardo>>.
Poi prosegue: <<La sua morte è stata decisa quando la ‘Ndrangheta ha compreso che aveva perso il lume della ragione. Metteva i bastoni fra le ruote per far arrivare i finanziamenti statali a Reggio Calabria. Su questi miliardi che dovevano arrivare da Roma lui aveva fatto altri progetti, creando delle società di comodo. La ‘Ndrangheta aveva provato a convincerlo a ritornare sui suoi  passi, ma lui, un vero testardo, non intese venire a patti perché si riteneva invulnerabile. Una volta compresa l’impossibilità del (sic!), è stato eliminato, come si usa per un boss avversario, non ritenendo più possibile altra soluzione>>.
Storia simile, assicura il pentito, quella del notaio Pietro Marrapodi, ufficialmente morto suicida. Avrebbe voluto vedere i suoi ex amici notabili, che riteneva dei traditori, coinvolti in un procedimento penale <<per macchiarne la cristallinità>> ma <<hanno fatto di tutto per farlo passare per pazzo>>. Sottolinea, ancora, che il notaio è <<rimasto vittima di sé stesso dopo aver spifferato al Procuratore aggiunto di Reggio Calabria, Salvo Boemi, di certi affari tra giudici e mafiosi con la complicità delle logge. Ma guardate come finisce questa storia: il notaio Marrapodi è finito appeso ad una corda, io in cella a Paliano ed il giudice Boemi abbandonato dalle Istituzioni. Tutti vittime degli stessi nemici>>. Il notaio, aggiunge, <<partecipava alle nozze della figlia di Nirta o al battesimo del figlio di Bruno Equisone>> e con alcuni di questi boss <<ha fatto buoni affari>>. Afferma poi che il Marrapodi aveva rapporti con il boss Paolo De Stefano evidenziando il fatto che la non appartenenza al crimine del professionista non costituiva alcun ostacolo al loro legame. Cosa questa, che prima della creazione della cosiddetta Santa non sarebbe mai potuta accadere.
Tra gli <<altri notabili calabresi che si erano messi  a disposizione dell’organizzazione>> cita inoltre il preside Cosimo Zaccone, e mentre accusa imprenditori, ispettori del Ministero di Grazia e Giustizia e magistrati riconosce che <<la giustizia, per fortuna, non è affidata solo a queste persone corrotte: ci sono i giudici onesti e quelli disonesti>>.
Ma i rapporti con le istituzioni si spingono ben oltre e vengono mantenuti grazie al legame con la massoneria. <<Ancora non è stato detto tutto sulle collusioni fra poteri deviati e criminalità organizzata – chiarisce Lauro -. Un’organizzazione dedita al crimine ha per forza delle complicità, altrimenti non potrebbe sopravvivere. Pensate ad un fiore piantato in un deserto… Ci sono interessi e poteri ancora forti. Forse qualche sbaglio l’ho fatto anch’io pronunciando qualche nome. Avrei dovuto forse lasciare fuori dai verbali certi magistrati. Sono ancora troppo potenti: così facendo ho solo fatto del danno a me stesso. Il mio errore più grande non è stato quello di collaborare, ma di parlare della massoneria. Chi gestiva o gestisce ancora il  potere in Italia deve fare i conti con le logge segrete e non. D’altro canto, ditemi chi ha fatto l’Italia… Io so che Giuseppe Garibaldi era un massone>>. Per quanto riguardai nomi di politici e imprenditori legati alle logge dice di non voler scendere nel dettaglio, ma conferma che la massoneria è un potere forte, così come lo sono la magistratura e la politica. <<Un circuito inossidabile>>, lo definisce al cui interno vi sarebbero personaggi disonesti che non fanno gli interessi della collettività: <<La massoneria aiutava noi criminali ad aggiustare i processi in Cassazione. Ogni situazione dipendeva da chi si interessava per quel determinato processo. Le logge sono depositarie di interessi e di complicità dentro le istituzioni: i processi penali erano facilmente controllabili. Grazie all’intervento delle logge segrete, i fratelli De Stefano, nonostante una pesantissima condanna a 28 anni di carcere, si salvarono>>.
E forse è anche per questo che all’interno delle carceri i boss calabresi facevano il bello  e il cattivo tempo facendo entrare, come afferma il pentito, casse di champagne, organizzando riunioni, picchiando gli agenti penitenziari.
In quanto alla politica, afferma che <<i politici fanno le chiacchiere, gli ‘ndranghetisti fanno i fatti. Ad esempio, sono sicuro che appena si passerà dai progetti alla realtà, il Ponte sullo Stretto farà gola alle consorterie: ogni pietra sarà un affare! Si ricordi che la ‘Ndrangheta è favorevole a tutti i lavori: basti citare gli esempi del quinto centro siderurgico, della Liquilchimica,  delle Grandi Officine di Saline Joniche. Prenda il Porto di Gioia Tauro: più che il porto sta decollando l’Onorata società di Gioia Tauro!>>.
Interrogato in merito ai rapporti della mafia calabrese con le “famiglie” siciliane, Lauro ha dichiarato di non poter fornire particolari in quanto vi sono indagini in corso, ma, per dare un’idea, ha ricordato i fatti del verminaio di Messina ed i suoi ottimi rapporti con il professor Giuseppe Longo, amico intimo di Beppe Morabito. Ha riferito, inoltre, degli ottimi rapporti di Paolo De Stefano con il professor Motta e con l’onorevole Saverio D’Aquino.
Infine, in merito all’omicidio Pecorelli, ha parlato di un accordo tra i servizi segreti e il boss Tonino Saccà. Fu lui <<a chiedermi di preparare l’omicidio>>, per organizzare il quale si svolse un incontro <<a Roma, in via Sicilia, dove c’era l’allora ufficio della Guardia di Finanza. Parlammo con un generale>>. <<Quell’omicidio – conclude – era fortemente richiesto da troppa gente importante>>. La sua era una morte decisa <<anche senza l’intervento della ‘Ndrangheta. Dopo quell’incontro io scesi subito ad Africo e ne parlai con mio compare, Peppe Morabito, il quale mi consigliò giustamente di tirarmi fuori da questa storia>>. <<Capita la pericolosità  della richiesta, presi la macchina per raggiungere Milano, dove avrei trovato un nascondiglio sicuro. Ma, stranamente, all’ingresso dell’autostrada, fui arrestato dal vicecapo della polizia, Gianni De Gennaro. Credete che sia stato solo un caso? Penso che qualcuno mi vendette: anche se ufficialmente si parlò di intercettazioni telefoniche. Dopo una settimana, uccisero Mino Pecorelli>>.