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Antimafia Duemila – Processo Mori-Obinu: in aula pentiti su collusioni

Antimafia Duemila – Processo Mori-Obinu: in aula pentiti su collusioni.

Saranno sentiti in aula dai giudici del tribunale i tre collaboratori di giustizia che ipotizzano collusioni fra il boss Bernardo Provenzano e uomini delle istituzioni.
Il processo in cui sono stati citati gli ex boss, Nino Giuffré, Giovanni Brusca e Ciro Vara, è quello in cui sono imputati l’ex comandante del Ros, il prefetto Mario Mori, e il colonnello Mauro Obinu, accusati di favoreggiamento alla mafia nell’ambito del mancato blitz del 31 ottobre 1995 che avrebbe potuto portare all’arresto di Provenzano, su indicazione del mafioso-confidente Luigi Ilardo. I tre collaboratori saranno sentiti nell’aula bunker di Rebibbia a Roma il 21, 22 e 23 maggio. In una prossima udienza sarà citato Massimo Ciancimino, che sta rendendo dichiarazioni ai pm di Palermo. Oggi i giudici del tribunale hanno disposto una nuova perizia su una registrazione effettuata dal colonnello Michele Riccio, che raccoglieva le confidenze di Ilardo, e l’allora maggiore Antonio Damiano. Si tratta di una conversazione fatta il 10 maggio 1996, poche ore prima che Ilardo venisse ucciso a Catania, in cui Damiano si dice allarmato del fatto che la notizia riservata della collaborazione del mafioso si stava diffondendo a Caltanissetta.

ANSA

Antimafia Duemila – Processo Mori-Obinu: parla l’ex capo del Ros

Antimafia Duemila – Processo Mori-Obinu: parla l’ex capo del Ros.

di Maria Loi – 25 marzo 2009
Palermo
. In ballo c’era la cattura di un personaggio eccellente, il superlatitante Bernardo Provenzano ma il comandante del Ros di allora ha dichiarato di non aver mai parlato con chi aveva le notizie di prima mano delle indagini. La notizia ha davvero dell’incredibile.
Il personaggio in questione è il generale in pensione Mario Nunzella sentito in dibattimento da accusa e difesa al processo che vede imputati i due ufficiali dell’arma Mario Mori e Mauro Obinu accusati di aver favorito la mafia.
Mario Nunzella prese il posto del generale Subranni al comando del reparto speciale dei Carabinieri nel 1993 e vi rimase fino al 1997. Sono quelli gli anni in cui Michele Riccio viene aggregato al Ros con un compito investigativo molto particolare: quello di arrivare alla cattura di Provenzano attraverso il confidente Luigi Ilardo. Nunzella viene messo al corrente della delicata operazione e anche del fatto che quel 31 ottobre 1995, a Mezzojuso, avvenne l’incontro tra Ilardo e Provenzano. Della notizia Nunzella non informò i magistrati. Quando il pm Di Matteo gli ha chiesto il motivo, il generale ha risposto: <<Non ritenevo che lo dovessi fare io perché c’erano altri ufficiali che seguivano la vicenda>>. E poi <<il colonnello Michele Riccio asseriva di avere un contatto diretto con un magistrato>>.
Nei giorni a seguire in quel di Mezzojuso furono effettuati servizi di ricognizione e altre attività di indagine in quanto era stata prospettata la possibilità che ci fossero ulteriori incontri, cosa che poi non avvenne perché il 10 maggio 1996 Ilardo venne ucciso proprio alla vigilia della formalizzazione della sua collaborazione.
Suona davvero strano che il suo diretto superiore non abbia mai voluto parlare con un suo sottoposto come il colonnello Michele Riccio, preferendo interloquire con l’allora vice-comandante Mario Mori e il comandante del reparto di criminalità organizzata Mauro Obinu. Nunzella ha ammesso che all’interno dell’Arma non piaceva il metodo lavorativo del Riccio e vi erano alcune perplessità legate all’inchiesta di Genova che lo coinvolgeva. Eppure a suo tempo il Generale Carlo Alberto Dalla Chiesa ne aveva esaltato le grandi capacità investigative. Chi sta proteggendo il generale Nunzella?
Ci auguriamo che la questione professionale del Riccio non sia una sorta di paravento, dietro il quale si potrebbero nascondere interessi molto più alti.
Nella stessa udienza del 20 marzo sono stati sentiti anche l’allora capitano Marco Paolo Mantile, il colonnello Michele Siini e l’ingegnere Giuseppe Lo Torto.
Il processo proseguirà il 3 aprile prossimo.

Processi di cui e’ meglio non parlare

http://www.antimafiaduemila.com/index.php?option=com_content&task=view&id=13736&Itemid=78

di Nicola Tranfaglia* – 10 marzo 2009
Processi di cui è meglio non parlare Quello che sta avvenendo in Italia da alcuni anni a questa parte è un processo di cui sarebbe sbagliato negare la complessità e la gradualità. Riguarda, da una parte, l’oscuramento di fatti ed episodi sgraditi a chi controlla il potere politico e, dall’altra, l’affondamento di quello che era rimasto dello stato di diritto nel nostro paese.

Si tratta, nell’uno come nell’altro caso, di un attacco frontale a quell’idea di “democrazia moderna” che, negli anni migliori del sessantennio, era apparsa come un obbiettivo raggiungibile.
Un esempio calzante di questo duplice obbiettivo che si sta ormai realizzando in maniera rovinosa è costituito dal processo in corso a Palermo dal luglio 2007 (IV sezione del Tribunale penale) contro il generale e prefetto Mario Mori, ex capo del Sismi ed ex comandante del Ros dei carabinieri, per un complesso di vicende ancora oscure.
Vicende che riguardano le stragi politico-mafiose del 1992-93, la mancata cattura di Provenzano nel ’95-96, la nascita di Forza Italia nel 1993-94, infine alla cattura dello stesso Provenzano nel 2006.
Di un simile processo non parla nessuno in Italia come se si trattasse di una vicenda di assai scarso interesse e le sole notizie riguardo al generale Mori sono la sua presenza a Roma e le sue imprese come attuale responsabile del dipartimento di sicurezza della capitale per diretta nomina del sindaco di Alleanza Nazionale, Gianni Alemanno.
Attraverso una rivista bimestrale, Micromega (numero 1 – 2009), che ha scelto l’attualità politica come centro della sua battaglia periodica, possiamo leggere gli elementi essenziali di un dibattimento processuale che ha un particolare interesse dal punto di vista storico e riporta la testimonianza (che appare più di altre attendibile) del colonnello dei carabinieri Michele Riccio che riferisce notizie di prima mano sui fatti presi in considerazione.
In particolare Riccio accusa – con circostanze precise – il generale Mori e il suo strettissimo collaboratore colonnello Obinu di avergli impedito di trovare Provenzano 14 anni fa quando, grazie alla collaborazione processuale del mafioso Luigi Ilardo, ucciso da Cosa Nostra il 10 maggio 1996, era giunto al rifugio segreto del capomafia e stava per catturarlo.
Riccio rivela anche che proprio Mori gli aveva chiesto di non includere nomi di politici (o almeno di alcuni politici) nei rapporti che stendeva per il Ros durante la collaborazione di Ilardo precedente alla sua morte sicchè all’on. Andò, socialista, e all’on. Mannino, democristiano, si poteva anche accennare ma, in nessun caso, all’onorevole Marcello dell’Utri, (legato a Silvio Berlusconi come presidente di Pubblitalia) di cui pure Riccio aveva sentito parlare dal collaborante nel momento in cui, dopo le stragi del ’92, si stava dipanando la trattativa segreta del Ros Carabinieri con i capi di Cosa Nostra in vista di una tregua, che avrebbe dovuto seguire all’esaurirsi della strategia terroristica di attacco diretto allo Stato da parte dei corleonesi, e in particolare di Salvatore Riina, catturato provvidenzialmente nel gennaio 1993.
Ricorda che Ilardo, subito dopo aver annunciato ai magistrati Tenebra e Caselli di volersi costituire e collaborare con la giustizia, era stato ucciso da due sicari grazie al fatto che proprio dagli investigatori era stata diffusa la notizia della sua decisione e si era perduta una voce preziosa che molto poteva dire sugli ultimi anni dei delitti e delle imprese di Cosa Nostra non soltanto in Sicilia.
Le obiezioni della difesa alla testimonianza di Riccio non sono riuscite fino ad oggi a metterla in crisi e nel dibattimento si profila il delinearsi di una versione dei fatti che mette in luce come, durante la crisi politica del ’93-‘94, si sia realizzata un’alleanza di fondo tra la nascente Forza Italia e alcuni esponenti del Ros Carabinieri come il generale Mori e il tentativo di un accordo con la mafia siciliana che vede la sostituzione di Provenzano a Riina e il cambiamento radicale della strategia politica di Cosa Nostra.
Se il processo si concluderà recependo simili risultati, bisognerà tenerne conto in maniera adeguata nella ricostruzione storica dei rapporti tra la mafia e la politica nell’Italia contemporanea.

Cosa sapeva il Viminale?

Da http://www.antimafiaduemila.com/content/view/13102/78/:

di Giorgio Bongiovanni – AntimafiaDuemila
La morte di Borsellino, la trattativa, l’agenda rossa, il blitz di Mezzojuso, il covo di Riina… tutti misteri ancora irrisolti
Questo processo concerne esclusivamente gli esecutori materiali, coloro che hanno attivamente lavorato per schiacciare il bottone del telecomando.
Ma questo stesso processo è impregnato di riferimenti, allusioni, elementi concreti che rimandano altrove, ad altri centri di interessi, a coloro che in linguaggio non giuridico si chiamano i “mandanti occulti”, categoria rilevante non solo sotto il profilo giuridico, ma anche sotto quello politico e morale. E quindi qui finisce il processo agli esecutori della strage di via D’Amelio, ma non certamente la storia di questa strage annunciata che deve essere ancora in parte scritta».
È così che i giudici d’Appello del Borsellino Bis chiudevano la loro sentenza di condanna contro il Gotha mafioso responsabile della morte di Paolo Borsellino, rimandando a responsabilità esterne quelle cause che hanno fatto di Cosa Nostra solo il braccio esecutivo di un progetto ben più ampio.
Un giudizio che in molti passaggi ha messo in evidenza le “connessioni mafiose” e i “suggeritori”, “mandanti”, “coordinatori”, “istigatori” e “supporti” esterni” che hanno contribuito alla strage. Eseguita sì dalla mafia ma, così come in quasi tutti gli omicidi “eccellenti”, come risultato di ibridi connubi fra criminalità e centri di potere occulto.
Per questo è fondamentale sgomberare il campo da qualsiasi ombra come quella che fino ad oggi ha nascosto la verità sulla cosiddetta “Trattativa”. Quel patto scellerato avviato nel 1992 dagli uomini del Ros e Cosa Nostra che, secondo le indagini, determinò l’accelerazione della morte del giudice Paolo Borsellino. Vicende a cui si riferisce Massimo Ciancimino, il testimone oculare di quegli avvenimenti, che sta verbalizzando le sue dichiarazioni con i magistrati di Palermo Nino Di Matteo, Antonio Ingroia e Domenico Gozzo, titolari dell’accusa al processo sulla mancata cattura di Provenzano, in cui sono imputati per favoreggiamento aggravato alla mafia l’ex capo del Sismi Mario Mori e il capitano Mario Obinu.
Un episodio, quello di cui parla il figlio dell’ex sindaco di Palermo, che potrebbe vedere coinvolto l’ex ministro dell’Interno Nicola Mancino in quel “dialogo” già a partire dal giorno del suo insediamento al Viminale, il primo luglio 1992. Quel giorno il vicepresidente del Csm si sarebbe incontrato con Paolo Borsellino. A confermarlo è l’annotazione dell’agenda grigia del giudice. Cosa si erano detti Mancino non lo ricorda ma, la cosa importante, secondo le rivelazioni di Ciancimino e che la trattativa in quella data era già ampiamente avviata.
Una tesi questa che però Mancino smentisce categoricamente: “Non c’è stata nessuna trattativa”. Inoltre “non conoscevo personalmente quel magistrato, ma non ho escluso che fra le tante strette di mano per congratularsi con me ci potesse essere anche quella del giudice Borsellino. Nessuno me lo presentò, neppure il capo della Polizia Parisi, che pure, nel pomeriggio di quel giorno, mi aveva chiesto se avessi avuto qualche cosa in contrario a che il dott. Borsellino mi venisse a salutare.” Parole che suscitano lo sdegno del fratello del giudice Salvatore Borsellino, secondo il quale: “Il vicepresidente del Csm non poteva non conoscere il magistrato del pool di Palermo che il 23 maggio 1992 aveva portato sulle spalle la bara di Giovanni Falcone”, e che era destinato a ricoprire la carica di capo della superprocura antimafia, dopo la morte del suo collega. “Credevo – ha detto inoltre Salvatore Borsellino – che ci dovesse essere un limite alla decenza in particolare per chi dovrebbe rappresentare le Istituzioni” ma “mi accorgo che questi limiti vengono ormai oltrepassati senza alcun ritegno e che, per quanto riguarda il sen. Mancino, non di amnesia si tratta come avevo finora ipotizzato ma di qualcosa di molto, molto peggiore”.

La trattativa
Intanto i nuovi verbali di Massimo Ciancimino, trasmessi alla procura di Caltanissetta, fanno già parte del fascicolo sui mandanti della strage di via d’Amelio. Le sue dichiarazioni parlano di quella trattativa tra Stato e mafia intavolata a giugno del 1992, attraverso la mediazione di suo padre “Don” Vito Ciancimino. In quel momento lo Stato italiano era in ginocchio per il violento attacco mafioso. Lima era stato ucciso da poco, subito dopo era toccato a Giovanni Falcone.
E’ a quel punto che De Donno incontra su un volo Palermo-Roma Massimo Ciancimino durante il quale gli chiede di poter interloquire con suo padre.
La risposta, diversamente da quanto ha sempre sostenuto Mori, non tarderà ad arrivare. Secondo Massimo Ciancimino perverrà quasi subito e sarà affermativa. Suo padre era disposto a dialogare con il Ros anche perché speranzoso di ricevere in cambio delle agevolazioni per la sua situazione processuale.
Così a giugno i militari si incontravano con “Don Vito” 2 o 3 volte, chiedendogli di fare da tramite per contattare Riina e concordare con il boss la fine delle stragi.
La risposta, a quanto dice Mori, arrivò a luglio di quell’anno ma la “vera apertura” della controparte, secondo i militari, si avrà ad agosto dopo la strage di Via d’Amelio. Un periodo che non coincide con la datazione di Ciancimino, il quale anticipa l’incontro con Mori nel periodo a cavallo delle due stragi.
Un dettaglio non da poco che potrebbe provare la consapevolezza di Paolo Borsellino dell’esistenza della trattativa alla quale, per onestà morale e rettitudine professionale, si sarebbe opposto con tutte le sue forze, fino alla morte. La contropartita infatti prevedeva una serie di richieste contenute nel “papello” scritto da Riina, in cui il boss pretendeva una serie di agevolazioni legislative in favore dei mafiosi come l’allentamento delle restrizioni carcerarie, la revisione dei processi, l’abolizione della legge sui pentiti e la riforma della legge sulla confisca dei beni ai mafiosi. “Ero presente – ha dichiarato Massimo Ciancimino ai magistrati – quando a mio padre venne consegnato il papello”. Ciancimino lo ricorda bene perchè suo padre si era irritato. “Di quelle 10, 12 ce n’erano 3, 4 su cui si poteva anche intavolare una discussione, ma 7,8 erano quelle di chi non vuole…” trattare. Poi – ha aggiunto – “mio padre diede l’elenco al capitano De Donno e al Gen. Mori” (cosa che i due smentiscono).
Ma, a quel punto, i militari sarebbero stati ancora più espliciti, se prima avrebbero chiesto la consegna dei superlatitanti in generale poi invece avrebbero voluto ottenere esplicitamente ottenere la cattura di Riina. Una pretesa improponibile per Ciancimino che a quel punto avrebbe inveito perché in tal modo sarebbe stato esposto a morte certa. Tuttavia, dopo un iniziale dietro front, “Don Vito”, nel racconto del figlio, si rese disponibile e, prima di ritornare in carcere per scontare un residuo di pena, indicava con mappe catastali alla mano (unite ad allacci dell’acqua, luce e gas) l’abitazione di Totò Riina. Un prezioso contributo per Mori e De Donno che poi, per catturare il Capo di Cosa Nostra si avvalsero anche del riconoscimento del pentito Di Maggio che lo indicò per strada, vicino a quel covo in cui molti mafiosi sostenevano fossero custoditi scottanti documenti, tra cui forse il famigerato “papello”. “Alla fine – ha detto suo figlio – mio padre morì con la consapevolezza di essere stato scavalcato e che qualcuno avesse preso in mano la trattativa mantenendo certi accordi”.

Mi ha chiamato il ministro
“Don Vito” comunque non era uno sprovveduto, nei suoi ambienti sapeva muoversi bene. Conosceva il terreno vischioso della politica come quello della mafia e non si sarebbe mai speso per conto dei due ufficiali senza avere le giuste garanzie e non solo quelle di Provenzano.
Ed è qui che Salvatore Borsellino, il fratello del giudice ucciso in via d’Amelio, chiama in causa i vertici del Viminale gridando la sua rabbia e chiedendo a Nicola Mancino di ricordare cosa accadde il primo luglio 1992. Come si è detto, quel giorno infatti Paolo Borsellino aveva incontrato il neo ministro. A confermarlo sono la sua agenda grigia in cui è annotato l’appuntamento “ore 19:30 Mancino” e anche il magistrato Aliquò che lo accompagnò fino alla porta del Ministero. Paolo Borsellino quel pomeriggio stava interrogando a Roma Gaspare Mutolo al quale disse, dopo aver ricevuto una telefonata, “mi ha chiamato il ministro mi assento un’oretta e poi torno”. Al suo rientro Mutolo lo vide sconvolto, tanto che il giudice fumava due sigarette alla volta.
È probabile che nell’’ufficio del ministro dell’Interno Borsellino seppe o vide qualcosa che lo turbò notevolmente. Secondo le ipotesi il giudice poteva essere venuto a conoscenza della Trattativa. Certo è che in quei terribili giorni, all’indomani della strage di Capaci, il magistrato lavorava senza sosta per scoprire i mandanti della morte del suo collega e amico Giovanni Falcone. Sapeva di essersi avvicinato alla verità e per questo diceva alla moglie Agnese “devo fare in fretta”, avvertendola che se lui fosse stato ucciso sarebbe stata la mano di Cosa Nostra a compiere il delitto ma non sarebbe stata la mafia ad aver voluto avuto la sua eliminazione. In quei 57 giorni che separavano la strage di Capaci e quella di Via d’Amelio, Borsellino aveva ripreso il rapporto del Ros su mafia – appalti, quello stesso che, tempo prima, era stato stilato da Mori e De Donno, sul quale Falcone stava investigando prima di partire per Roma. I due Giudici stavano seguendo tutte le piste inerenti il sistema della spartizione illecita degli appalti in Sicilia e le relative collusioni con i poteri più alti.

L’agenda Rossa
Ma la consapevolezza di essere entrato in un gioco “troppo grande” rendeva il suo lavoro una corsa contro il tempo fino a svelare di fronte al pubblico della Biblioteca comunale di conoscere i segreti che avevano portato alla morte di Falcone. “Ritengo – aveva detto Paolo Borsellino – che più di questo momento sia necessario che io ricordi a me stesso e ricordi a voi che sono un magistrato. In questo momento oltre che magistrato sono un testimone. Se deve essere eliminato, la gente lo deve sapere: il pool antimafia deve morire davanti a tutti. Perché nonostante quello che è successo in Sicilia la Corte di Cassazione continua sostanzialmente ad affermare che la mafia non esiste continuando a far morire Giovanni Falcone. Prima di parlare in pubblico anche delle opinioni, anche delle convinzioni che io mi sono fatte raccogliendo le confidenze di Giovanni Falcone, questi elementi che porto dentro di me io debbo come prima cosa rassegnarli all’Autorità giudiziaria che è l’unica in grado di valutare quanto queste cose che io so possono essere utili alla ricostruzione dell’evento che a posto fine alla vita di Giovanni Falcone e che soprattutto, nell’immediatezza di questa tragedia, ha fatto pensare a me, e non soltanto a me, che era finita anche una parte della mia e della nostra vita”. Una cognizione, quella del Giudice, che sembrava già essere chiara, basata su verità e confidenze raccolte dal collega prima di morire e che inevitabilmente avrebbero finito per determinare l’accelerazione della strage di via d’Amelio. Informazioni che forse erano annotate nella sua agenda rossa, trafugata dalla valigetta di cuoio del magistrato subito dopo l’esplosione della bomba di via d’Amelio. Un capitolo in cui affiora la presenza sul luogo della strage dei Servizi Segreti e del tenente dei carabinieri Giovanni Arcangioli. Quest’ultimo, immortalato da un video mentre si allontana con la valigetta del magistrato. Cosa conteneva quell’agenda? Forse Borsellino aveva scoperto gli ingranaggi di un sistema perverso nel quale spesso lavorano in comune accordo mafiosi, Servizi deviati, politici, religiosi e imprenditori. Un apparato comunemente definito “area grigia” nella quale, purtroppo, quando le inchieste riescono ad arrivare a figure intoccabili, si arenano nei meandri della lenta burocrazia giudiziaria e dallo stop delle leggi ad personam.
Borsellino, destinato a ricoprire la carica di Capo della superprocura antimafia non avrebbe mai permesso a quel sistema di svilupparsi. Continuando a svolgere il suo dovere fino in fondo, avrebbe messo al servizio della gente la sua onestà professionale oltre che morale, con la consapevolezza di essere appoggiato da quella parte di società civile che si riconosceva in lui per i valori che esprimeva. Una prospettiva che avrebbe finito per sconvolgere quel sistema colluso che preventivamente lo ha ucciso.

Il covo di via Bernini
Cosicché il 15 gennaio 1993, dopo nemmeno un anno dalla morte del magistrato, il Ros arrestava Riina, colui che da interlocutore della trattativa ne era diventato l’obiettivo. Un’operazione che ci riporta alla mancata perquisizione del suo covo di via Bernini che costò a Mori e al capitano “Ultimo” un rinvio a giudizio per favoreggiamento aggravato alla mafia, concluso con una sentenza di assoluzione che non è però riuscita a motivare degnamente la quantomeno sospetta inattività degli ufficiali, arenandosi davanti al muro del segreto di Stato. Le anomalie diventano così delle coincidenze e come insegnava Riina a Giuffrè una volta possono essere possibili, due no. Perché la squadra del Ros coordinata da Mori decise di non perquisire la casa di Riina? Perché sono state spente le telecamere e abbandonati per 18 giorni i servizi di appostamento? Secondo Mori si era trattato di una serie di malintesi con la Procura di Caselli.
Ma è lì che tra le fila dei più fedeli alleati di “Zu Totuccio” si infuse il dubbio che il loro capo fosse stato “consegnato” da Provenzano, il quale dalle retrovie avrebbe gestito lo scambio per assumere il comando di una Cosa Nostra che si sarebbe avvicinata al mondo dell’economia e dei grandi appalti.
Proprio in questa direzione i magistrati dell’odierno processo a carico di Mori e Obinu cercano dunque di capire sotto quale “ombrello” protettivo il “Ragioniere” di Cosa Nostra sia riuscito a mantenere certi accordi, vivendo indisturbato la sua latitanza per quarantatré anni tra Palermo, Bagheria e Corleone.

Il mancato arresto di Provenzano
Raccogliendo la coraggiosa testimonianza del colonnello Michele Riccio, maggior accusatore dei due ufficiali, si ha infatti la sensazione di stringere un filo che collega molti misteri irrisolti. Una linea sottile che nel tempo ha racchiuso segreti inconfessabili in una fitta trama di ricatti e compromessi sui quali probabilmente si reggono oggi gli equilibri di questo Paese. I racconti di Riccio si riferiscono alle confessioni di Luigi Ilardo, vice reggente della famiglia mafiosa di Caltanissetta, cugino di “Piddu” Madonia. L’ex boss, detenuto nel ’93 presso il carcere di Lecce, aveva deciso di “saltare il fosso” e collaborare con la giustizia. Affidato alla gestione direttamente di Riccio del quale diventa confidente, viene infiltrato nel circuito mafioso da dove proveniva. Il suo contributo sarà inappagabile. L’ex esponente nisseo era riuscito a stabilire anche un contatto personale con Bernardo Provenzano, ottenendo con lui un appuntamento che si sarebbe tenuto il 31 ottobre 1995 in un casolare delle campagne di Mezzojuso. Un’occasione unica per il Ros che, a distanza di soli quattro anni dalla violenta offensiva di Cosa Nostra allo Stato e a soli due dall’arresto di Riina, avrebbe avuto la possibilità di catturare anche l’altro responsabile materiale delle stragi del ’92. L’incontro tra il capomafia e Ilardo si terrà verso le 8 del mattino, in una masseria vicino a quella dove, tempo dopo, sarà arrestato Benedetto Spera. Le Forze dell’Ordine però non arriveranno mai. E questo, secondo Riccio, a causa dell’inerzia dei suoi superiori. “Informai il colonnello Mori – ha dichiarato a processo – lo chiamai subito a casa per riferirgli dell’incontro e rimasi sorpreso, perché non me lo dimenticherei mai, non vidi nessun cenno di interesse dall’altra parte”. “Ci sono rimasto, perché pensavo che mi avrebbe detto: ‘ruba una macchina, corri!’, per dire”. Invece no. Alla fine, come risultato, Provenzano evitò l’arresto e dopo qualche mese Ilardo venne ucciso. Il collaboratore morirà il 10 maggio del ’96 a Catania proprio una settimana dopo la riunione che avrebbe dato il via alla sua collaborazione formale, a Roma in presenza dei Procuratori Caselli, Tinebra, Principato e dei militari Riccio, Mori e Subranni.
Secondo i magistrati la collaborazione portava in sé un vero e proprio uragano.
“Certi attentati che noi abbiamo commesso non sono stati commessi per nostro interesse, ma provengono da voi!…” aveva detto Ilardo a Mori, in occasione della loro presentazione.
Da quel momento Riccio aveva capito “l’importanza devastante e drammatica di quello che avrebbe detto”. Lo stesso Ilardo lo aveva preparato “vedrà quante ne dovremo passare” ed ancora “ho qualcosa da raccontarle anche sul Gen. Subranni…”. Ed esternando le sue perplessità sulla cattura di Riina aveva parlato di un contatto esistente tra Provenzano e Dell’Utri, “l’uomo dell’entourage di Berlusconi” e di un “progetto politico” in cui Cosa Nostra in quegli anni si riconosceva. E quando Ilardo fece al colonnello i nomi dei politici, Mori disse a Riccio di non inserirli nel rapporto “Grande Oriente”. “Tra questi c’era anche Marcello Dell’Utri: una persona importante, molto vicina ai nostri ambienti. Io allora – aveva detto Riccio – ritenni l’inserimento del suo nome un pericolo. Se lo metto pensai, succede il finimondo…”. Poi Riccio ricorda una frase di Mori: “Loro (Berlusconi e Dell’Utri) le guerre le fanno per noi. Portate più pentiti e vedrete che i pentiti cadranno”.

Riina parafulmine d’Italia

Dice Maria Concetta Riina, la primogenita del capo di Cosa Nostra, che la condizione della sua famiglia durante la latitanza “era una situazione surreale, assurda” e che quello che veniva detto su suo padre e su di loro era come se non gli appartenesse. (Intervista al giornalista di Repubblica Attilio Bolzoni del 28-01-09)
Al di là dell’apparente schizofrenia che si può ritrovare in questa dichiarazione, c’è una “logica” non trascurabile. Quella stessa “logica” che fa dire a Maria Concetta Riina che suo padre è stato “un parafulmine per tante situazioni”. Ma “parafulmine” di chi?
E’ evidente che la figlia di Totò Riina lancia un segnale quando risponde che nonostante i tentativi di fare pentire suo padre “qualsiasi cosa gli avessero chiesto, lui (suo padre ndr), non avrebbe mai fatto nomi e cognomi di nessuno”.
Ma a quali nomi e cognomi si riferisce?
Forse a personaggi molto potenti delle istituzioni che hanno intavolato una “trattativa” con la mafia per far cessare la stagione stragista?
O ad altri Potenti del mondo imprenditoriale, massonico o religioso che si sono seduti a quel tavolo?
Queste sono le risposte che vorremmo avere. Per sapere la Verità, per il futuro dei nostri figli, ma anche dei figli di Maria Concetta Riina per i quali lei stessa dice di aver deciso di parlare.
Non mi illudo che Maria Concetta possa essere a conoscenza di tali segreti, anche perché si tratta di misteri che, una volta svelati, farebbero cadere la Maschera degli uomini sanguinari che hanno fondato la seconda Repubblica sul sangue di Falcone e Borsellino.
Se la figlia di Totò Riina chiede che i suoi figli non siano discriminati ma vengano considerati “normali”, lo stesso diritto appartiene ai familiari di tutte le vittime di mafia che chiedono giustizia e verità per i loro cari.
Maria Concetta Riina non parli quindi di “normalità” e non pretenda che venga presa in considerazione la sua concezione di “educazione, moralità e rispetto” che suo padre le avrebbe trasmesso.
Se prima non accetta la realtà della sofferenza delle madri e di quei figli delle vittime della mafia che a fatica hanno recuperato il senso della propria esistenza le sue parole si disperdono nel nulla.
Non si meravigli perciò della “chiusura” nei suoi confronti da parte di uno Stato che non le può riconoscere la condizione di normale cittadina che cerca un lavoro.
Dove è finito il resto del patrimonio di suo padre? In quale forziere è custodito e sotto quali nomi? E quali sono le proprietà riconducibili alla sua famiglia che ancora non sono state individuate?
Tante e tante domande che rimarranno nel vuoto.
Se davvero l’intervista di Maria Concetta Riina rappresenta una sua “apertura” non posso che auspicare che Dio la illumini a proseguire su questa strada.
Solo in questa maniera potrà confidare in un futuro migliore per i suoi figli.
Altrimenti rientri nel suo mondo, continui il suo “ruolo” e lasci a tutti gli operatori di pace e di giustizia l’onere e l’onore di costruire una nuova società senza l’orrore della mafia.
Un’ultima considerazione per noi molto importante e fondamentale è diretta al signor Salvatore Riina.
Dire la Verità, tutta la Verità sui suoi complici, sui MANDANTI A VOLTO COPERTO delle stragi che Lei, signor Riina ha voluto, riscatterebbe il suo peccato di fronte a Dio e di fronte agli uomini.
“Parlare” significherebbe far conoscere la Verità.
“La verità che rende Liberi ma veramente Liberi gli uomini”. (Vangelo di San Giovanni cap. 8, vers. 31)

Gorgio Bongiovanni
Direttore di ANTIMAFIADuemila

La forza della verità
Il colonnello Riccio regge l’attacco dei difensori di Mori e Obinu

di Maria Loi e Lorenzo Baldo

Lo scorso 9 gennaio si è concluso l’interrogatorio del colonnello dei Carabinieri, ora in pensione, Michele Riccio, al processo che vede imputati il generale Mario Mori e il colonnello Mauro Obinu per la mancata cattura di Bernardo Provenzano nel 1995. Nella precedente udienza del 16 dicembre vi era stata la prima parte della deposizione del colonnello Riccio che a tutti gli effetti è il teste chiave di questo processo dimenticato dai grandi Media (a parte Biondo e Travaglio sull’Unità e MicroMega).
Nell’udienza del 16 dicembre Riccio ha raccontato le fasi del fallito blitz di Mezzojuso (PA) con l’amarezza di chi ha dovuto eseguire le direttive dei suoi superiori senza poter procedere alla cattura di Provenzano. Il Pm Di Matteo ha letto quindi una nota interna del Ros firmata dal colonnello Riccio e indirizzata a Mori datata 11 marzo 1996 che, sotto la voce “Esponenti delle istituzioni”, conteneva un elenco di nomi di persone di cui aveva parlato confidenzialmente Ilardo, informazioni che poi avrebbe dovuto sviluppare una volta formalizzata la collaborazione. Tra i soggetti delle istituzioni elencati il Pm ha evidenziato che c’era scritto “Flavi Dolcino” (corretto a penna da Obinu con: “Favi Dolcino”) allora procuratore capo della Procura di Siracusa. Accanto al suo nome vi era scritto: “gestito principalmente dall’avv. D’Amico (di Lentini) quest’ultimo compromesso con la famiglia mafiosa e in particolare con Nello Nardo, uomo di Santapaola”.
Agli addetti ai lavori non è potuto sfuggire che quel Dolcino Favi è l’ex procuratore generale reggente di Catanzaro (attualmente indagato per abuso di ufficio e calunnia) che un anno fa tolse a Luigi De Magistris l’inchiesta denominata Why Not.
Quando il pubblico ministero ha chiesto al colonnello se era a conoscenza di accertamenti fatti sui nomi contenuti nel capitolo “Esponenti delle istituzioni”, Riccio ha risposto che ogni volta che chiedeva si scontrava con un muro di gomma.
Tra le informazioni che Riccio aveva raccolto da Luigi Ilardo nei primi mesi c’era anche quella sul contatto tra Provenzano e un uomo dell’entourage di Berlusconi che avrebbe assicurato a ‘zu Binnu iniziative favorevoli per Cosa Nostra da un punto di vista giudiziario ma anche aiuti nell’aggiudicazione degli appalti e dei finanziamenti statali. Riccio annotava velocemente in agende quello che gli raccontava la sua fonte per paura di dimenticarsi. Durante uno dei loro incontri Ilardo aveva fatto capire al Riccio, mentre sfogliavano un quotidiano locale in cui avevano letto i nomi di Dell’Utri e Rapisarda, che era proprio Dell’Utri l’uomo dell’entourage di Berlusconi. Anche quel giorno Riccio segnò il nome di Dell’Utri in agenda. Nel corso del dibattimento il col. Riccio ha più volte citato quel “muro di gomma” con il quale si è scontrato: “sono arrivato alla convinzione – ha rimarcato l’ufficiale – che non si voleva prendere Provenzano perché doveva assolvere altri compiti…”.
Nell’udienza del 9 gennaio scorso ha avuto inizio il controesame del col. Riccio. La parola è passata prima all’avvocato Piero Milio e poi al collega Enzo Musco. Entrambi hanno ripercorso alcune tappe della carriera di Riccio cercando più volte di metterlo in difficoltà. L’ufficiale ha retto molto bene il confronto costringendo i due legali a imbarazzanti dietrofront. In un’aula più affollata del solito, oltre a carabinieri e giornalisti erano presenti i due imputati: Mori e Obinu. Seduti vicini, si scambiavano sguardi d’intesa annotando su carta le dichiarazioni del teste chiave. Molto nervosismo e qualche piccolo scatto fisico ogni qualvolta il colonnello rimarcava la mancanza di professionalità dei suoi superiori.
Alla domanda del Pm sulla supervisione delle bozze del rapporto Grande Oriente che dovevano essere visionate obbligatoriamente da Mori, Riccio ne ha dato conferma. Di Matteo ha insistito chiedendo a Riccio se si fosse posto il problema in merito a cosa sarebbe potuto accadere qualora avesse scritto nel rapporto i passaggi più controversi (l’ordine di non intervenire, l’omissione dei nomi dei favoreggiatori di Provenzano).
Lo stesso Presidente della IV sez. penale, Mario Fontana, ha ulteriormente chiesto a Riccio se avesse pensato che determinate informazioni non sarebbero passate. Riccio ha confermato quanto esposto precedentemente al Pubblico Ministero in merito al fatto di essersi sentito solo, di aver temuto per la sua famiglia e per se stesso subito dopo la morte di Ilardo. “Se avessi scritto certe cose – ha ribadito il colonnello – si sarebbe andati allo scontro… certo che l’ho pensato…”. Facendo riferimento ai nomi dei politici di cui gli aveva riferito il confidente e che sarebbero dovuti essere inseriti nel rapporto il pm Di Matteo ha domandato al teste per quale motivo non c’era il nome del senatore Marcello Dell’Utri di cui, invece, Ilardo gli aveva accennato in un colloquio precedente. Il colonnello ha risposto che aveva avuto la direttiva di omettere i nomi dei politici dal generale Mori. Sul punto il pm ha invitato il colonnello a dare maggiori spiegazioni a riguardo e Riccio ha risposto: “Perché Dell’Utri era un personaggio vicino ai nostri ambienti, se mettevo quel nome succedeva il finimondo. Era l’area di riferimento dell’Arma…era di casa nostra”. “L’inserimento di quel nome – ha proseguito Riccio – l’ho visto come un pericolo”.
A sentire i nomi dei politici citati da Ilardo nell’aula del nuovo palazzo di giustizia l’aria si è fatta sempre più pesante: Andò, Mannino, Andreotti. Riccio non ha mai indietreggiato di un millimetro. E’ un racconto crudo, senza sconti per nessuno. Si sono così riaccesi i riflettori sulla vicenda del vassoio d’argento regalato da Cesare Previti al gen. Mori, così come la questione del fratello di Mori in servizio presso la Fininvest fino al 1991. Sono riemersi quegli inquietanti intrecci dove i principali protagonisti sono venuti a patti con Cosa Nostra nel nome di reciproci interessi celati dietro ad una “ragione di Stato” sempre più intrisa del sangue di tanti innocenti. Quella stessa “ragione di Stato” che protegge tuttora i mandanti esterni delle stragi del ‘92 e del ‘93. Ecco allora che rispuntano le tetre figure di Salvatore Ligresti, Raul Gardini, Giuseppe Farinella. Un racconto da romanzo criminale. Peccato che invece si tratti di pezzi di storia reale, volutamente occultati; quella storia che solamente pochi uomini hanno il coraggio di raccontare. Michele Riccio è uno di questi. Il coraggio che lo anima proviene indubbiamente dalla certezza della verità. Con un prezzo altissimo da pagare: isolamento e delegittimazione.
Ma per chi non è disposto a vendere la propria dignità ne vale comunque la pena.

Per tutti gli approfondimenti sulla mancata cattura di Provenzano a Mezzojuso: Antimafiaduemila.com

Processo Mori-Obinu.
Maresciallo incriminato per falsa testimoniaza

Il maresciallo dei carabinieri Angelo Bongiorno è stato incriminato in aula per falsa testimonianza nell’udienza del 30 gennaio scorso del processo Mori-Obinu. Rispondendo al Pubblico Ministero il sottufficiale ha sostenuto in aula che il 31 ottobre del 1995 Riccio non si trovava a Mezzojuso (PA) insieme a lui e ad altri colleghi. Di fronte a tali dichiarazioni il Pm Nino Di Matteo ha prodotto la copia della relazione di servizio, recante anche la firma del M.llo Bongiorno, che attesta invece la presenza di Riccio durante l’operazione (così come le altre testimonianze che confermano la presenza di Riccio a Mezzojuso). E proprio in merito alla suddetta relazione di servizio il teste ha risposto di avere firmato qualche giorno dopo: “E lo feci – ha evidenziato – perché me lo chiese lo stesso Riccio”. Queste affermazioni hanno indotto il pm a chiedere ed ottenere immediatamente dal tribunale un confronto tra Bongiorno e un suo collega, l’appuntato Damiano Tafuri. Un confronto nel quale lo stesso Bongiorno si è contraddetto più volte riconoscendo sommessamente che il suo collega aveva ricordi più precisi dei suoi. Il Pm ha quindi ottenuto dal tribunale la trasmissione degli atti per procedere contro il sottufficiale. Il processo è stato rinviato al 13 febbraio.
L.B.

Borsellino: omicidio di Stato?

Da http://www.beppegrillo.it/2009/01/passaparola_lun_13.html:

Buongiorno a tutti,
oggi parliamo di un processo scomparso, un processo dimenticato. Anzi, per nulla dimenticato. Proprio perché chi di dovere lo sa che non ne parla. E dopo capirete il perché.
A Palermo, in un’aula della quarta sezione penale del Tribunale, si sta processando l’ex capo dei servizi segreti civili, cioè l’ex capo del SISDE. Che è un prefetto, ma è anche un generale dei Carabinieri e si chiama Mario Mori. Un omino piccolo, un valoroso ufficiale dell’Arma, che ha lavorato con Dalla Chiesa ai tempi del terrorismo, che ha lavorato al R.O.S. – il Reparto Operazioni Speciali dei Carabinieri – ha guidato il R.O.S.
E’ un pluridecorato e plurimedagliato per la cattura di Riina e altri latitanti mafiosi, eppure pare nasconda dei segreti. Pare. Nessuno è in grado di affermarlo con certezza. Il processo è in corso. Ma io ne sarei abbastanza certo in quanto penso che questo sia una delle massime eccellenze investigative che abbiamo avuto in Italia. E che evidentemente nella stagione delle stragi di mafia è stato investito da un qualche potere che non conosciamo – ecco perché dico ‘pare’ che nasconda dei segreti – del compito, dell’ingrato compito, del terribile compito di trattare con la mafia mentre l’Italia veniva messa a ferro e fuoco dalle bombe, in Sicilia nel ’92 e addirittura nel continente, a Milano, Roma e Firenze, nel ’93.
Il mancato arresto di Provenzano nel 1995

Ora però non è imputato per quello, è imputato per una questione che potrebbe spiegare quella trattativa e potrebbe spiegare quel misterioso episodio che è stato oggetto di un altro processo che immediatamente precede l’episodio per il quale Mori adesso è imputato, la mancata perquisizione del covo di Riina dopo la sua cattura. Questo processo si riferisce a un altro episodio, che segue di due anni la mancata perquisizione del covo di Riina e risale al 1995 e precisamente al 31 ottobre 1995. Che cosa accade il 31 ottobre del 1995? Un colonnello dello stesso R.O.S. dei Carabinieri, grazie a un mafioso suo confidente sotto copertura – infiltrato nella mafia, ma confidente dei Carabinieri – riesce a scoprire dove è nascosto Provenzano. Provenzano nel 1995, due anni dopo la cattura di Riina, due anni dopo le ultime stragi, è il capo indiscusso di Cosa Nostra. Il confidente avverte il colonnello dei Carabinieri, che si chiama Michele Riccio, il consulente si chiama Luigi Ilardo. Il Carabiniere riesce a scoprire dove è nascosto Provenzano. Di più, incontra Provenzano. Ha un appuntamento con Provenzano in questo capanno di Mezzojuso. È un centro di campagna, una trentina di chilometri a sud di Palermo. Quindi dice: “Sto per incontrare Provenzano, venitemi dietro che vi faccio catturare Provenzano!”. Il colonnello Riccio entusiasta parla con i vertici del R.O.S., che sono i generali – c’è il colonnello Mori che è il capo operativo – c’è il braccio destro di Mori che è l’allora maggiore Mario Obinu, i quali decidono di non catturare Provenzano, ma semplicemente di far pedinare il confidente a distanza per vedere dove va, e poi cercare di catturare Provenzano quando saranno tutti pronti. Purtroppo passata quella occasione, Provenzano non ne consentirà un’altra. Fino a quando, undici anni dopo, all’indomani delle elezioni vinte dal centro-sinista quasi tre anni fa, Provenzano verrà catturato, o verrà consegnato, o si consegnerà, o si lascerà prendere. Perché sapete che le catture dei boss in Sicilia destano sempre degli interrogativi, dubbi, interpretazioni pirandelliane, come quel gioco di specchi, dove non si riesce mai a capire chi ha fatto che cosa. Esattamente come la cattura di Totò Riina nel ’93.
Lo Stato era compatto nella lotta alla mafia?

Ecco, questo processo, se uno lo conosce, consente alla gente di capire – non solo gli esperti, ma la gente comune – cosa è successo tra lo Stato e la mafia negli ultimi quindici anni. Potrebbe riscrivere, questo processo, la storia della mafia e dell’antimafia degli ultimi quindici, vent’anni. E infatti i pubblici ministeri – il pubblico ministero principale (sono in tre che lavorano: sono Nico Gozzo, Antonio Ingroia e Nino Di Matteo), quello che si è occupato fin dall’inizio di questa indagine è Nino Di Matteo, il 15 luglio dell’anno scorso quando è iniziato il processo, dopo il rinvio a giudizio di Mori e di Obinu, ha tracciato davanti ai magistrati la sua ipotesi accusatoria. Dicendo: “in questo processo intendiamo dimostrare questo, questo e quest’altro, con le seguenti prove e le seguenti testimonianze ecc.” Naturalmente è intervenuto l’avvocato Pietro Miglio, in rappresentanza della difesa dei due ufficiali, il quale invece ha detto: “noi dimostreremo che i nostri due clienti, Mori e Obinu, sono innocenti, che non c’è nessun mistero, che Provenzano non si faceva catturare.”
Qual è l’ipotesi accusatoria che a noi interessa? Non è tanto interessante sapere se Mori e Obinu hanno commesso dei reati, quelli sono fatti loro, dei magistrati, degli avvocati. Quel è il processo nel suo aspetto giuridico. Poi c’è l’aspetto pubblico e cioè quello che interessa a noi, o dovrebbe interessare a noi se qualcuno ce li raccontasse, e cioè sapere chi ha fatto che cosa e perché. Sapere poi se quello è un reato o no, poco importa. Importa sapere se lo Stato era tutto compatto nel combattere la mafia, se lo Stato aveva una sola strategia per combattere la mafia, se è vero che la mafia e lo Stato si sono sempre contrapposti in questi ultimi vent’anni e se è vero quello che ci veniva raccontato mentre esplodevano le bombe che uccidevano Falcone, la scorta e la moglie, poi Borsellino e la scorta e tanti innocenti cittadini comuni presi per caso dalle bombe di via Palestro a Milano o di via dei Georgofili a Firenze, e delle basiliche di San Giorgio al Velabro e San Giovanni in Laterano a Roma, per non parlare dell’attentato di via Fauro contro Maurizio Costanzo. Se quello che ci veniva detto, e cioè “non abbasseremo la guardia!”, “nessuna pietà” era vero o era solo una declamazione retorica. Qui sembrerebbe che dietro le quinte, mentre lo Stato faceva la faccia feroce davanti alle telecamere, dietro le quinte fosse in realtà affaccendato a trattare con in mafiosi evidentemente perché l’aveva sempre fatto in passo, ed evidentemente perché l’ha sempre fatto in futuro. Ed è interessante quindi questa storia per capire un po’ tutto. Perché se fosse vera l’ipotesi accusatoria – il reato che viene contestato a Mori e a Obinu è piuttosto grave: favoreggiamento aggravato e continuato a Cosa Nostra, in particolare a Provenzano. Qual è questa tesi accusatoria? La tesi accusatoria è che, nel 1992, mentre a Milano esplode Tangentopoli, la Corte di Cassazione conferma le condanne dei mafiosi che Falcone e Borsellino con grande fatica sono riusciti a far condannare nel maxiprocesso nato dalle dichiarazioni di Buscetta e di altri due pentiti, Contorno e Calderone. La mafia si aspetta che la Cassazione con il solito Carnevale annullerà tutto e rimanderà liberi e belli i boss nelle loro case, e invece Carnevale non presiede il Collegio quella volta, perché è stato istituito una sorta di principio di rotazione, e lo stesso Carnevale ha preferito per opportunità, nel pieno della polemica, cedere il passo a un altro presidente. Basta il cambio di un presidente per far sì che quasi tutte le condanne vengano confermate in Cassazione. Per la mafia è uno shock bestiale, la fine della sua impunità storica ed è anche un problema materiale: i boss invece di uscire restano dentro con la prospettiva di non uscire più, o quasi. Anche perché sono piuttosto agees i boss mafiosi quando vengono presi, di solito.
La strategia delle stragi dopo il maxiprocesso

C’è quindi una reazione della mafia che è per metà una vendetta nei confronti dei referenti politici istituzionali perché evidentemente non hanno mantenuto le promesse o non sono riusciti a mantenere l’immunità, che sempre avevano garantito a Cosa Nostra, e quindi c’è l’eliminazione di Salvo Lima il 12 marzo 1992 a Palermo, c’è l’eliminazione di uno dei due cugini Salvo, Ignazio l’altro, Nino, era già morto per conto suo. E poi c’è l’omicidio Falcone che è un salto di qualità. Non è la vendetta verso un vecchio amico della mafia che ha tradito, ci mancherebbe altro, è semplicemente un attentato preventivo per impedire a Falcone di continuare a fare ciò che stava già facendo. È grazie a Falcone se si era acceso un faro sulla prima sezione penale della Cassazione e sul ruolo di Carnevale e se Carnevale non aveva presieduto quel Collegio al maxiprocesso perché Falcone, dirigente del Ministero della Giustizia sotto il ministro Martelli, aveva metto sotto il mirino Carnevale, che era considerato da lui, e non solo da lui, il tappo che impediva le condanne definitive ai mafiosi. Viene ucciso Falcone, viene ucciso Borsellino perché? Perché nel frattempo si è avviata una trattativa. Tra chi? Tra l’allora colonnello Mori e il suo collaboratore del momento più fedele, il capitano De Donno, e Vito Ciancimino, un sindaco mafioso di Palermo che in quel momento stava agli arresti domiciliari a Roma, per motivi di salute. Cioè questi due alti ufficiali dei Carabinieri vanno da un noto mafioso, condannato per mafia, e gli chiedono di fare da tramite coi vertici di Cosa Nostra. In quel momento, siamo nel 1992, c’è ancora la diarchia Riina – Provenzano. Ciancimino è più uomo di Provenzano che non di Riina, in ogni caso fa da tramite – i Carabinieri diranno di aver voluto avviare quella trattativa nella speranza di avere un aiuto per arrestare dei latitanti mafiosi e di iniziare in qualche modo le stragi che erano iniziate con quella di Capaci. Il risultato è che Riina capisce esattamente a rovescio, e cioè vede i Carabinieri, lo Stato, col cappello in mano dopo la strage di Capaci, e si felicita per aver avuto quella brillante idea di ricattare lo Stato con una strage dopo l’altra.
Il patto tra mafia e Stato

Riina voleva naturalmente non lo scontro con lo Stato, lui voleva punire chi aveva tradito per conto dello Stato gli accordi con Cosa Nostra e voleva fare un nuovo accordo con persone che fossero in grado di rispettarlo. Voleva un nuovo trattato di reciproca non belligeranza, convenienza, convivenza, connivenza. E dato che la classe politica se ne stava praticamente andando con l’indagine di Mani Pulite, bisognava attrarre qualche nuovo soggetto politico in grado di prendersi la responsabilità di fare questo nuovo accordo con la mafia. Per questo Riina mette le bombe, per questo si felicita che siano arrivati subito i Carabinieri col cappello in mano. E allora Riina dice: “perché cedere subito per un piatto di lenticchie? Possiamo rilanciare alzando il tiro con altre stragi e alzando quindi la posta della trattativa, così lo Stato ci darà molto di più”. La trattativa prosegue, parte subito dopo la strage di Capaci, e produce – questo è molto probabile – la strage di via D’Amelio, perché Borsellino è il simbolo vivente del partito della non trattativa. Adesso c’è tutta una polemica nata dalle rivelazioni dei figlio di Ciancimino e ripresa giustamente da Salvatore Borsellino a proposito di un incontro che ci sarebbe stato al Viminale il 2 luglio del 1992 tra Borsellino e l’allora ministro dell’Interno Mancino, dove secondo alcuni avrebbe fatto capolino anche Bruno Contrada e dopo il quale incontro Borsellino sarebbe rientrato agitatissimo nell’interrogatorio che stava facendo con Gaspare Mutolo che guarda caso era uno dei primi pentiti che parlavano di Andreotti, di Contrada e di Carnevale. Agitatissimo perché, così sostiene il figlio di Ciancimino, Borsellino era stato in qualche modo informato al Viminale che c’era in corso una trattativa e si chiedeva il suo consenso. E immaginate se Borsellino avrebbe acconsentito a trattare con la mafia che il mese precedente gli aveva ammazzato il migliore amico. È evidente che Borsellino diventa l’ostacolo numero uno sulla strada della trattativa e Riina lo intende così tant’è che lo elimina da quella strada, per spianare la strada della trattativa. Dopodiché vengono pianificati gli attentati del ’93 ai monumenti e ai simboli dell’arte, della religione, ai simboli dell’Italia praticamente, ma Riina il 14 gennaio del 1993 viene arrestato dagli stessi uomini del R.O.S. che stanno trattando con Cosa Nostra. E lì succede quel fatto increscioso: il R.O.S. arresta Riina promette che sorveglierà giorno e notte la casa dove Riina era latitante per vedere se arrivavano altri mafiosi, perché i mafiosi non sapevano che era stato scoperto il covo, Riina era stato arrestato lontano da casa, dopodiché ingannando la procura di Caselli, gli uomini del R.O.S. abbandonano il covo, lo lasciano incustodito e lo lasciano perquisire a Cosa Nostra. Che l’abbiano fatto apposta, che non l’abbiano fatto apposta, che si siano dimenticati, che si siano sbagliati, non lo sappiamo. Il processo che si è tenuto fino a due anni fa a Palermo, non ha appurato il dolo, non poteva del resto appurare che Mori e l’allora capitano Ultimo avessero fatto apposta queste omissioni per favorire la mafia, questa era l’accusa, da questa sono stati assolti, ma il processo ha appurato che il covo non è stato sorvegliato e non è stato perquisito e quindi chi lo ha perquisito? Cosa Nostra, capeggiata da chi? Dopo l’arresto di Riina, da Provenzano. C’erano i segreti, le carte della trattativa? C’era il famoso ‘papello’ che il figlio di Ciancimino assicura essere stato passato da suo padre al generale Mori, con le l’elenco delle richieste che la mafia faceva allo Stato per interrompere le stragi? Fine dei pentiti, fine del 41bis, fine dell’ergastolo, revisione del maxiprocesso e fine del sequestro dei beni. Non lo sappiamo. Sappiamo che lo Stato rinuncia a perquisire il covo di Riina. Cosa succede subito dopo? Succede che due anni dopo c’è la possibilità di prendere Provenzano. C’è la possibilità di prendere Provenzano perché il confidente Ilardo porta praticamente a casa di Provenzano i Carabinieri. Ma, dice il colonnello Riccio che gestisce il confidente Ilardo, il R.O.S. dei Carabinieri Provenzano non lo voleva prendere.
Per chi vuole entrare nel dettaglio di questo processo, non dimenticatevi che alla fine di questo mese, il 30 gennaio, uscirà un piccolo librino che ho curato io, un fascicoletto insieme alla rivista Micromega. Lì troverete tutti i dettagli con le parole, la versione dell’accusa, la versione della difesa e tutto il racconto del colonnello Riccio, che è spaventoso. Le parti più spaventose sono due. La prima è quando Riccio racconta che Ilardo, che nel frattempo stava decidendo di diventare un collaboratore di giustizia, di uscire da quella veste ambigua e rischiosa dell’infiltrato dentro la mafia confidente dei Carabinieri – col rischio di essere ammazzato da un giorno all’altro – e quindi di entrare con la sua famiglia nel programma di protezione dello Stato. Fanno una riunione a Roma per stabilire i termini della sua collaborazione con i magistrati interessati: Caselli, procuratore di Palermo; Tinebra, procuratore di Caltanissetta; il generale Mori, che nel frattempo ha fatto carriera. Ilardo, appena vede Mori, gli va incontro, nemmeno lo saluta, gli dice subito: “guardi, colonnello, che le stragi che abbiamo dovuto fare noi le avete commissionate voi dello Stato. Questo è il concetto. Immaginate un ufficiale dei Carabinieri che ha combattuto il terrorismo, che ha combattuto la mafia, si sente dire da un mafioso che le stragi le ha fatte lo Stato. Che fa? Gli mette le mani addosso, gli dice “ne racconti un’altra, come si permette?”. Che ne so. Il racconto di Riccio è agghiacciante perché sostiene che Mori rimase irrigidito per qualche secondo: silenzio, paralisi, tensione. Poi gira i tacchi e se ne va.
Il secondo episodio agghiacciante è quello che succede subito dopo quella maledetta riunione che si tiene il 2 maggio del ’96 a Roma nella quale viene deciso che Ilardo diventerà un collaboratore di giustizia. Ilardo torna in Sicilia perché ha chiesto una settimana per avvertire i suoi parenti di quello che sta per succedere, perché dovrà andar via poi per sempre dalla Sicilia, insomma quello che succede con in pentiti e con i testimoni di giustizia. E appena arriva in Sicilia, qualcuno fa sapere a Cosa Nostra che lui in realtà è un mafioso che sta tradendo Cosa Nostra che sta per cominciare a parlare e a mettere a verbale e quindi viene ucciso da un killer di Cosa Nostra a Catania. La collaborazione viene soffocata nella culla. Il giorno prima che lui entrasse nel programma di protezione, la mafia lo elimina perché qualcuno dei pochissimi esponenti delle istituzioni che sapevano del suo imminente pentimento ha fatto la fuga di notizie. Deve essere qualcuno che partecipava a quella riunione a Roma o che ha parlato con qualcuno che aveva partecipato a quella riunione.
Ilardo quindi muore. Il colonnello Riccio pagherà un prezzo altissimo perché due anni dopo essersi scontrato coi vertici del R.O.S. che non avevano voluto catturare Provenzano viene arrestato a sua volta dal R.O.S., cioè da suoi colleghi, per delle operazioni antidroga a Genova, molto controverse. Secondo alcuni erano delle operazioni brillantissime – la DEA gli aveva anche dato degli encomi solenni (la DEA è l’anti droga americana) – secondo altri erano operazioni disinvolte. Viene arrestato con dei suoi collaboratori per traffico di droga e viene condannato in primo grado a nove anni. Secondo alcuni potrebbe essere una manovra per delegittimare il suo racconto. Perché il colonnello Riccio aveva un’agenda dove aveva segnato tutte le confidenze che Ilardo gli faceva sui rapporti mafia-politica. E gli aveva parlato di Dell’Utri, e gli aveva parlato di Andreotti, e gli aveva parlato di Mannino, e gli aveva parlato di Salvo Andò e gli aveva parlato di altri politici che secondo lui avevano rapporti con la mafia. E gli aveva parlato anche con quel Dolcino Favi che all’epoca era in servizio a Siracusa nella magistratura e che poi arriverà a fare il procuratore generale reggente di Catanzaro e troveremo due anni fa a togliere l’inchiesta ‘Why Not’ dalle mani di De Magistris. Tutte cosa naturalmente da verificare. Resta il fatto che alla vigilia della verbalizzazione delle rivelazioni, Ilardo viene con precisione cronometrica assassinato e quindi quello che ha detto assume una discreta importanza.
Gente di ‘casa nostra’

In questo processo, tramite il colonnello Riccio, Ilardo dall’aldilà parla tramite le agende del colonnello Riccio. E il colonnello Riccio conclude i tre giorni, lettura e udienza, dedicati al suo esame, alla sua deposizione ricordando che il generale Mori gli ordinò di non scrivere nei rapporti investigativi nessun nome politico tra quelli fattigli da Ilardo, nemmeno quello di Dell’Utri.
Mori e altri spiegarono al colonnello Riccio che Dell’Utri e Berlusconi stavano facendo le stesse battaglie contro i giudici che interessavano al R.O.S. e che insomma, questa fu l’espressione, ‘Berlusconi e Dell’Utri sono di ‘casa nostra’. Cioè noi dei R.O.S. dei Carabinieri, apparteniamo alla stessa casa di Berlusconi e di Dell’Utri’. Nel processo vedremo se questa mancata cattura di Provenzano è reato, se è stata fatta per favorire la mafia oppure no, già sappiamo, per quello che dice Riccio, che Provenzano poteva essere catturato undici anni prima, quando era ancora un po’ più in carne, un po’ più in forze e soprattutto un po’ più potente, un po’ più importante. Soprattutto sappiamo che di questo processo non si deve parlare. Non si deve parlare perché ci riporta alle stragi e alle trattative tra Stato e mafia. E quello è un tema che non può essere affrontato dall’informazione italiana perché è un tema che riguarda la nascita della Seconda Repubblica. Una Seconda Repubblica che non è purtroppo nata dal sangue della Resistenza, ma è nata dal sangue delle stragi e quindi chi ne parla o chi ne vuole parlare, letteralmente, muore. Passate parola!”

Il processo nascosto

Da http://www.19luglio1992.com/index.php?option=com_content&view=article&id=984:il-processo-nascosto&catid=20:altri-documenti&Itemid=43:

Il processo nascosto

Scritto da Nicola Biondo

«Tutte le anomalie di cui sono stato testimone mi hanno fatto capire che Provenzano non volevano catturarlo perché aveva un compito ben preciso». A parlare è un ufficiale dei Carabinieri in pensione, il colonnello Michele Riccio. Il particolare è stato rivelato ieri nel corso di un processo che dal luglio scorso si svolge a Palermo: un processo importante di cui poco o nulla è stato finora detto. Un «processo nascosto». Proviamo a capire perché.
Sul banco degli imputati siedono due pezzi da novanta delle forze dell’ordine: il generale Mario Mori e il colonnello Mauro Obinu. Il primo, ex-capo del Ros dei carabinieri e del Sisde, oggi dirige l’ufficio sicurezza del comune di Roma. Il secondo, anche lui del Ros, è un ufficiale di grande esperienza, molto noto negli ambienti dell’Arma. La procura di Palermo li accusa di un reato infamante: favoreggiamento dell’ex primula rossa di Cosa Nostra Bernardo Provenzano. Secondo la Procura, Mori e Obinu avrebbero omesso di catturarlo benché fossero stati informati dal colonnello Riccio della sua presenza a un summit che si tenne il 31 ottobre del 1995 in località Mezzojuso, trenta chilometri a sud di Palermo.
La notizia era stata data al colonnello Riccio – che è il principale testimone dell’accusa – da Luigi Ilardo, un uomo d’onore della famiglia nissena dei Madonia che all’inizio del 1994 aveva deciso di collaborare con la giustizia ed era diventato un infiltrato «sotto copertura». Agiva, cioè, per conto dello Stato. Il colonnello aveva subito riferito l’informazione a Mori il quale – è questa una delle più gravi accuse specifiche contro l’ex capo del Ros – «non mi permise di usare un segnalatore da mettere addosso a Ilardo in modo tale da scoprire dove si teneva il summit e arrestare Provenzano».
Questi i fatti di cui si discute nel «processo nascosto». Fatti gravissimi che costituiscono un capitolo della storia mai chiarita del cosiddetto «papello», la trattativa tra Stato e Cosa Nostra. È infatti a quella trattativa che Riccio allude quando parla del «compito ben preciso» di Provenzano. Ma i temi più scabrosi sono altri ancora. Ed è là che probabilmente va cercata la causa dell’occultamento mediatico di questo processo: i rapporti tra Cosa Nostra e Marcello Dell’Utri, senatore di Forza Italia, uno dei più stretti collaboratori del presidente del Consiglio.
Ilardo ne parlò poco dopo l’avvio della sua collaborazione – cominciata nel gennaio del 1994 sotto il nome di copertura “Oriente” – ma, sostiene Riccio, questa categoria di confidenze fu subito messa da parte. Accantonata. E fu Mario Mori, all’epoca colonnello, a chiederlo. Di certo, il 10 maggio del 1996, alla vigilia del suo ingresso nel programma di protezione, Luigi Ilardo fu assassinato. Un colpo micidiale per la lotta contro Cosa Nostra. L’infiltrato aveva già dato ampia prova di essere affidabile. I suoi racconti avevano tra l’altro permesso la decapitazione dei vertici mafiosi delle province di Catania, Caltanissetta e Agrigento. Inoltre aveva fotografato in diretta l’organigramma di Cosa nostra dopo l’arresto di Riina, permettendo l’individuazione dei favoreggiatori della latitanza di Provenzano. Aveva persino iniziato a scambiare con lui alcune lettere, i famosi pizzini. È stato infatti Ilardo il primo a parlare dell’efficiente mezzo di comunicazione del padrino.Per il colonnello Riccio la morte del “suo” infiltrato fu la conferma definitiva che Cosa Nostra aveva la possibilità di conoscere le mosse degli investigatori. Doveva esserci stata una fuga di notizie dall’interno. Solo una decina di persone sapevano di Ilardo. Queste considerazioni si sommarono al disappunto per il mancato arresto di Provenzano. Riccio decise di informare la magistratura.
Scrisse un rapporto che venne inviato alle procure di Palermo, Catania, Caltanissetta e Messina. Le indagini non furono sviluppate. Non accadde nulla. Anzi qualcosa di importante successe. Ma allo stesso colonnello Riccio.
Il 7 giugno 1997 fu arrestato assieme ai suoi più stretti collaboratori per una brutta storia di droga. La procura di Genova lo accusò di aver gestito illegalmente alcune infiltrazioni nei cartelli del narcotraffico. Una strana storia: per alcune di quelle operazioni Riccio era stato insignito della medaglia al valore della DEA americana e aveva ricevuto ben tre encomi.
Tornato in libertà, Riccio riprese, ancora con maggior convinzione e rabbia di prima, a segnalare le confidenze ricevute da Ilardo. Nel 1998 i giudici di Firenze lo sentirono a proposito delle stragi del ’93 e della trattativa intercorsa nel 1992 tra Vito Ciancimino e Mario Mori. Poco dopo, la Procura di Catania mise nero su bianco i suoi dubbi sul generale Mori e sull’operato dei Ros. Quindi Riccio fu chiamato a testimoniare al processo Dell’Utri. In quell’occasione, per la prima volta parlò in pubblico di tentativi volti a tenere fuori i politici dalle inchieste: «L’avvocato Taormina mi chiese di affermare che Ilardo non aveva mai fatto il nome di Dell’Utri come persona vicina alla mafia». Respinse l’invito ma, sostiene, ricevette altre pesanti pressioni.
Il 31 ottobre del 2001 ripetè i suoi racconti alla procura di Palermo. Il generale Mori reagì con una denuncia per calunnia. I giudici, però, credettero alla versione del colonnello e il 14 aprile ottennero il rinvio a giudizio per Mori e Obinu. Siamo a oggi. Al processo nascosto.

L’Unità, 10 gennaio 2009

Quando Mori mi disse: “Nel rapporto non citare Dell´Utri”

Da http://www.19luglio1992.com/index.php?option=com_content&view=article&id=985:quando-mori-mi-disse-qnel-rapporto-non-citare-dellutriq&catid=20:altri-documenti&Itemid=43:

Scritto da Nicola Biondo

Quando Mori mi disse: <>L’accusa del colonnello Riccio in aula ieri a Palermo. Dal dossier del collaboratore Ilardo risulta che tutti i mafiosi e su tutto il territorio nazionale avrebbero dovuto votare Forza Italia

PALERMO – Il generale Mori mi disse di non citare nel mio rapporto i nomi di tutti i politici, tra questi c’era anche Marcello Dell’Utri: una persona importante, molto vicina ai nostri ambienti. Se lo metto, pensai, succede il finimondo». È questa una delle dichiarazioni più pesanti fatte ieri davanti al tribunale di Palermo dal colonnello Michele Riccio, l’uomo che riuscì a infiltrare nel cuore di Cosa Nostra il mafioso Luigi Ilardo.

Pur senza ancora nominare Dell’Utri, Riccio aveva cominciato a rivelare le parti più scabrose delle confidenze di Ilardo fin dal 1996. «Tutti gli appartenenti alle varie organizzazioni mafiose nel territorio nazionale – scrisse in un rapporto – avrebbero dovuto votare Forza Italia. I vertici palermitani avevano stabilito un contatto con un esponente insospettabile di alto livello appartenente all’entourage di Berlusconi. In cambio Cosa Nostra si aspettava leggi a favore degli inquisiti e coperture per gli interessi economici».
Chi era quel politico vicino a Berlusconi? Riccio qualche sospetto lo ebbe subito. Infatti, ha spiegato, chiese esplicitamente a Ilardo se si trattasse di Dell’Utri. La risposta fu: «Ma se lei le cose le sa, che me le chiede a fare?». Non lo mise per iscritto, e non solo per le pressioni dei superiori. Glielo chiese in modo esplicito l’infiltrato: «Ilardo – ha spiegato in aula – voleva fare le sue dichiarazioni a proposito dei politici direttamente ai giudici. Ufficialmente non era ancora un pentito e temeva che, se avesse fatto qualche nome pesante, avrebbe potuto rischiare la vita a causa di talpe istituzionali». Cosa che puntualmente accadde: il 10 maggio 1996, a Catania, due killer mai identificati lo uccisero. Così, nel processo in corso, è stato a Riccio a parlare del mondo politico. Estendendo il discorso ai rapporti dello stesso suo ex superiore: «In un’occasione – ha testimoniato – vidi un piatto d’argento e Mori mi disse che gli era stato regalato da Cesare Previti«.
Ma, tra i fatti nuovi emersi nel processo, quello forse più imbarazzante per il generale Mori è connesso ai rapporti di suo fratello col gruppo Fininvest. Una storia vecchia e complicata. Era emersa per la prima volta nel corso delle indagini sui cosiddetti “mandanti esterni” delle stragi mafiose, procedimento poi archiviato nel quale erano indagati Berlusconi e Dell’Utri. In uno dei rapporti effettuati nel corso delle indagini, la Direzione investigativa antimafia parlava di un’azienda, la “CO.GE Spa”, della quale erano titolari due imprenditori coinvolti in affari di mafia, Filippo Salamone e Giovanni Miccichè. La stessa azienda, sottolineava ancora il rapporto della Dia, all’inizio degli anni Novanta era controllata dalla “Paolo Berlusconi Finanziaria Spa” e, tra i soci, c’era tale Giorgio Mori. Chi era costui?
Mori ha sempre smentito che fosse suo parente. L’ha fatto sulla base di argomento in apparenza inoppugnabile: suo fratello si chiama Alberto e non Giorgio. Circostanza, questa, che sembrava aver chiuso definitivamente la questione. Invece, nel processo in corso, il colonnello Riccio l’ha clamorosamente riaperta. Ha detto infatti di aver saputo da una fonte autorevolissima (Giancarlo Foscale, prima amministratore delegato della Standa, poi vicepresidente della Fininvest) che il fratello di Mario Mori lavorava per l’azienda leader del gruppo Berlusconi. Non più un problema di nomi, dunque, ma un fatto sostanziale. Solo ieri il generale Mori ha ammesso che in effetti suo fratello Alberto, dunque quello vero, ha lavorato per la Fininvest, anche se solo fino al 1991.
Se l’avesse detto spontaneamente, la questione si sarebbe chiarita subito per quello che, con tutta probabilità è: un errore materiale sul nome. Il fatto è che il generale Mori vuole tenere l’ambiente berlusconiano, e in particolare Dell’Utri, il più lontano possibile dalla sua persona. Era lui il capo del Sisde quando, nel 2002, il servizio segreto civile diffuse un rapporto che, a sorpresa, collocava dell’Utri e Previti tra le potenziali vittime di Cosa Nostra: questo perché, «al di là dell’effettivo coinvolgimento in affari di mafia» i due erano percepiti come “mascariati”, cioè compromessi, e quindi non difendibili presso l’opinione pubblica.
Una testimonianza pesantissima. La descrizione dell’unico incontro tra Ilardo e il generale Mori fa rabbrividire. Secondo il colonnello Riccio, il mafioso infiltrato disse al capo del Ros dei carabinieri queste parole: «Certe cose che avvengono in Sicilia non sono Cosa Nostra ma sono poste in essere dalle istituzioni e voi lo sapete». Adesso quella frase, che Mori smentisce di aver mai sentito, è sotto la lente d’ingrandimento della magistratura. Ilardo non può più spiegarla. Ma forse aveva ragione Provenzano quando in un pizzino scriveva «Ci sono uomini che fanno più danno da morti che da vivi».

L’Unità, 10 gennaio 2009