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Antimafia Duemila – La nuova strategia per la penetrazione degli Ogm in Europa

Fonte: Antimafia Duemila – La nuova strategia per la penetrazione degli Ogm in Europa.

di G. Sinatti, Associazione Terre dell’Adriatico – 6 giugno 2010
Qui di seguito pubblichiamo un importante articolo dell’autorevole agenzia Reuters, che contiene importanti indiscrezioni che la Commissione europea ha evidentemente lasciato filtrare pochi giorni fa sul progetto di nuova regolamentazione della coltivazione degli Ogm in Europa.

A nostro avviso si tratta di un piano di estrema importanza perché mette in luce alcuni elementi essenziali per comprendere cosa accadrà nei prossimi mesi. Sintetizziamo brevemente, anche per i lettori non specializzati, i dati essenziali della situazione attuale:
1) L’insuccesso degli Ogm in agricoltura in Europa è oramai un dato acquisito: la contrarietà dell’opinione pubblica; l’indifferenza degli agricoltori europei, che stanno affrontando problematiche strutturali che gli Ogm non saranno mai in grado di risolvere; l’importanza dell’opposizione da parte di tecnici e studiosi – tutti questi elementi hanno di fatto bloccato l’espansione delle colture Ogm nel nostro continente;
2) Questa situazione è stata contrastata a tutti i livelli da parte della Commissione europea, soggetta a fortissime pressioni da parte di alcuni Paesi, la Gran Bretagna in particolare, e da parte della potentissima lobby biotecnologica: il quadro giuridico che ne è derivato è quanto di più inapplicabile e irrealistico si sia potuto concepire in tutta la storia della burocrazia europea, culminando con un concetto come quello della coesistenza fra colture Ogm e non Ogm che si è dimostrata del tutto inapplicabile, come testimoniato, in Italia, anche da esperienze come il progetto Life Environment Sapid al quale ha partecipato la nostra Associazione (1);
3) L’industria bio-tecnologica rappresenta a livello internazionale una forza finanziaria e tecnica che è in grado di coprire tutto il processo produttivo agrario ed è quindi in grado di condizionare le scelte degli imprenditori agricoli, che in molti contesti, in primo luogo quello nord-americano, sono ormai nella maggioranza dei casi operatori che operano a contratto per le multinazionali dell’agro-alimentare; questa forza tecnologica e finanziaria ha l’esigenza di forzare la situazione in Europa, dato che essa costituisce l’ultima area a livello mondiale in grado di opporsi alla penetrazione dei prodotti agricoli geneticamente ingegnerizzati, la cui sostanziale inefficacia rispetto alle aspettative inizialmente suscitate è ampiamente dimostrata, pur fra le righe, anche da ricerche non contrarie agli Ogm (2);
4) Il mondo della ricerca scientifica si è dimostrato fin da subito in piena contraddizione con le premesse del pensiero scientifico occidentale, premesse di indipendenza e di rigore sperimentale, che sono state disattese fin dalle origini a causa delle fortissime pressioni esercitate a livello politico ed economico dalle aziende biotech, come dimostra il testo, recentemente tradotto in italiano di Arpad Pusztai e di Susan Bardocz, scienziati che hanno vissuto in prima persona un incredibile linciaggio mediatico e professionale per avere denunciato per primi l’assenza di garanzia di scientificità nelle sperimentazioni sugli effetti degli Ogm sulla salute di uomini ed animali (3);
5) la strategia di fondo del complesso politico-industriale che sostiene le biotecnologie per l’agricoltura è quindi quella di creare il fatto compiuto, ovverosia introdurre queste colture a tutti i costi, vuoi inquinando le filiere agro-alimentari (come avvenuto anche in Europa nel caso della soia, un prodotto agricolo presente in oltre 10.000 prodotti alimentari finali), vuoi utilizzando gli aiuti allo sviluppo (dalla Serbia all’Africa) per diffondere le colture Ogm, vuoi appunto utilizzando come “teste di ponte” quegli Stati europei come la Spagna che hanno lasciato le porte aperte a queste colture, fra l’altro distruggendo in tal modo intere filiere commerciali non biotech, come quella del mais biologico.
Fatte queste indispensabili premesse, è ora il caso di rilevare come le notizie contenute in questo servizio della Reuters indicano con chiarezza che siamo arrivati alla resa dei conti finale in Europa. L’idea sottesa a questa nuova impostazione, che ovviamente, se passerà, sarà presentata come una “liberalizzazione” del mercato, è quella di creare appunto una situazione in cui, come ha notato da tempo il prof. Claudio Malagoli, utilizzando un’espressione tratta dalla storia economica, “la moneta cattiva scaccia quella buona” (4): vale a dire che i prodotti Ogm, con alle spalle la forza dell’industria bio-tecnologica ed il supporto dei settori politici che sono da esse sovvenzionati, si diffonderanno comunque, invadendo le filiere di qualità certificata come quelle biologiche e di origine e denominazione controllata, dato che, per le loro caratteristiche intrinseche sono esse in grado di contaminare gli altri prodotti, mentre non può avvenire il contrario.
La sfida è quindi gettata, con l’arroganza tipica di questi potenti settori economici che contano sull’intreccio di interessi fra scienza, industrie multinazionali e partiti – in significativo parallelismo con quanto avviene con gli strumenti della finanza globale, per togliere di mezzo le ultime forze che agiscono in nome della libertà di impresa dei produttori, per il diritto ad una scelta consapevole da parte dei consumatori.
Questa sfida potrà essere raccolta e vinta, a nostro avviso, solo se produttori e consumatori avranno ben chiara la posta in gioco: non si tratta semplicemente della salute e dell’ambiente, occorre dirlo chiaramente una volta per tutte, sono in gioco i rapporti economici all’interno delle nostre società. Quello per cui occorre agire presso l’opinione pubblica e i decisori politici sono la sovranità e la democrazia economica del nostro continente.

1) G. Sinatti, “Il progetto Life Environment Sapid: dal rischio un’opportunità”, 2009, in corso di pubblicazione.
2) The National Academies, The Impact of Genetically Engineered Crops on Farm Sustainability in the United States, National Academies Press, 2010.
3) Arpad Pusztai – Susan Bardocz, La sicurezza degli OGM, Edilibri, Milano, 2008.
4) C. Malagoli, Etica dell’alimentazione – prodotti tipici e biologici, Ogm e nutraceutici, commercio equo e solidale, Aracne editrice, Roma, 2006.
Venerdì 4 giugno 2010
Esclusivo: l’Unione Europea rivede il sistema di coltivazione degli OGM

Bruxelles (Reuters): L’Unione Europea sta per rivedere radicalmente il suo sistema di autorizzazione per le colture OGM a partire dal prossimo mese, aprendo la via ad una coltivazione degli OGM su larga scala, come dimostra una bozza di proposta di cui la Reuters ha preso visione venerdì.
In presenza di una maggioranza di Europei che non dimostrano di gradire la presenza di Ogm nei cibi, i politici dell’UE hanno appena approvato due varietà per la coltivazione in 12 anni, rispetto a più di 150 a livello mondiale.
Secondo una proposta che dovrebbe essere adottata il prossimo 13 luglio, la Commissione Europea intenderebbe dare maggiore libertà di approvazione a nuove varietà Ogm destinate alla coltivazione permettendo in cambio ai governi della UE di decidere se coltivarle o meno.
“Ci aspettiamo che il procedimento di autorizzazione per la coltivazione degli Ogm a livello europeo divenga più efficiente”, sostiene l’analisi della Commissione Europea che accompagna la proposta.
Il ministro dell’Agricoltura francese dichiara di non poter commentare il piano fino a che non lo avrà potuto esaminare. I governi della UE potrebbero manifestare le loro prime reazioni nell’incontro dei ministri dell’ambiente che si terrà il prossimo venerdì a Lussemburgo, dove la Francia ha richiesto una discussione sulla politica di blocco degli Ogm.
In Europa, la superficie coltivata a Ogm destinati alla commercializzazione lo scorso anno è stata inferiore ai 100.000 ettari, per lo più in Spagna, contro una superficie a livello mondiale di 134 milioni di ettari. Il piano della Commissione pertanto dovrebbe portare ad un aumento della coltivazione di varietà per il commercio nei Paesi che già stanno utilizzando gli Ogm, come la Spagna, il Portogallo e la Repubblica Ceca, mentre darebbe veste legale agli attuali bandi contro gli Ogm in Paesi come Italia, Austria e Ungheria.
Ma i critici sostengono che la proposta potrebbe accendere le dispute sul mercato interno europeo e lasciare l’UE vulnerabile a un contenzioso legale con il WTO che ha sostenuto nel 2006 l’accusa degli Stati Uniti secondo la quale la politica dell’Unione Europea era anti-scientifica.
Le nuove regole sono state disegnate da John Dalli, membro maltese della Commissione per gli Affari della Salute e del Consumatore: Dalli ha provocato in marzo una polemica per avere approvato la coltivazione di una patata Ogm per la produzione di amido.
I piani sono basati su di una proposta congiunta di Austria e Olanda che il presidente della Commissione, José Manuel Barroso si era impegnato l’anno scorso a mettere in atto come parte del suo programma di riconferma nella carica.

Approccio a doppio binario (twin-track approach)
La proposta della commissione contiene due elementi principali, come dimostra la bozza.
Il primo è una misura provvisoria destinata a introdurre rapidamente dei cambiamenti che dovrebbero vedere la Commissione pubblicare nuove linee guida agli Stati membri in tema di “coesistenza” fra colture Ogm e non-Ogm.
Questo permetterebbe ai Paesi di stabilire le proprie regole tecniche per la coltivazione degli Ogm, per esempio stabilendo zone-cuscientto di 10 km tra campi Ogm e non Ogm, che in realtà escluderebbero la coltivazione degli Ogm in intere Regioni e Paesi.
Il secondo è un “emendamento ristretto” all’attuale legislazione UE sul rilascio degli Ogm nell’ambiente, che permetterebbe ai Paesi di bandire del tutto la coltivazione degli Ogm per ragioni diverse dalla sicurezza o dalla coesistenza.
Il mutamento legislativo dovrebbe raccogliere una maggioranza qualificata dei governi della UE e del Parlamento europeo secondo il sistema di ponderazione del sistema di voto dell’Unione.
Se il dibattito non potesse essere limitato a questa sola modifica come la Commissione si augura, comporterebbe due o più anni di complesso dibattito politico prima di arrivare ad una decisione.
Contattato dalla Reuters, il portavoce di Dalli ha rifiutato di confermare i dettagli del piano, ma ha dichiarato che il Commissario ha da tempo sostenuto questa idea ed ha promesso di definire delle proposte prima dell’estate.

Gli oppositori condividono la preoccupazione
“Queste proposte sono legalmente discutibili, contrarie al mercato unico e tali da seminare discordia tra gli Stati membri”, dichiara una fonte industriale che ha visto la proposta ma che ha chiesto di restare anonima.
La mossa potrebbe aprire nuovi mercati in Europa alle compagnie come Monsanto, Dow Agrosciences, una sussidiaria della Dow Chemical, e Singenta.
Le azioni di Syngenta sono inizialmente cresciute dopo la notizia, per chiudere in discesa nel corso della stessa giornata.
Il portavoce di Monsanto, Kelli Powers, ha dichiarato che senza ulteriori dettagli la società non era in grado di commentare la notizia. Anche i funzionari di Dow AgroSciences hanno dichiarato di riservarsi di commentare la notizia non appena emergeranno maggiori dettagli.
Il piano potrebbe essere una forte spinta alla crescita delle aziende cementiere, dice l’analista di Jeffries and Co., Laurence Alexander, ma resta prioritaria la preoccupazione in merito ad un più ampio accoglimento da parte del largo pubblico che potrebbe schiudere l’Unione Europea a maggiori importazioni.
Attualmente, l’UE blocca tutte le importazioni che contengano la minima traccia di materiale geneticamente modificato non approvato, ma la Commissione europea sta predisponendo una proposta che introduca nel corso dell’anno un più ampio margine di tolleranza, per evitare il ripetersi dei problemi di forniture alimentari provocati da questa normativa nel 2009.
Gli ambientalisti che sono stati informati della proposta dalla Commissione giovedì commentano che questa proposta conferma l’intenzione di Barroso di promuovere la coltivazione degli Ogm in Europa.
“La gente e l’ambiente saranno protetti solo se la proposta della Commissione sarà accompagnata da misure a livello europeo per prevenire che cibo e mangimi siano contaminati. Fino ad allora è necessario un immediato divieto alla coltivazione di colture Ogm”, dichiara Adrian Bebb, responsabile per cibo e agricoltura dell’organizzaziona ambientalista Friends of the Earth.

(hanno collaborato Catherine Hornby da Amsterdam, Carey Gillam da Chicago; Gus Trompiz e Marie Maitre da Paris; a cura di Veronica Brown and Sue Thomas)

Tratto da: clarissa.it

PeaceReporter – Chiquita Connection

Fonte: PeaceReporter – Chiquita Connection.

La Colombia ha chiesto l’estradizione dei vertici di Chiquita, accusata di aver pagato squadre di paramilitari colpevoli di 11mila omicidi

“Il caso di terrorismo più grande della storia recente, con tre volte il numero delle vittime dell’attacco alle Torri Gemelle di New York”. Terry Colling Sworth, esperto Usa in diritto internazionale, definisce così la storiaccia che sta dietro al processo che vede quale imputata la multinazionale delle banane Chiquita, accusata di aver assoldato tra gli anni Ottanta e Novanta orde di paramilitari per perseguire i propri interessi in Colombia. Risultato: 11mila vittime nella sola regione dell’Urabá, costa nord del paese.

Ci risiamo. Difesa e accusa torneranno a colpi di documenti e tesi contrapposte in una causa legale che va avanti da anni, e che prima è stata trattata negli Usa e adesso è sfociata in un processo in Colombia che sta per entrare nel vivo, mettendo fine all’impunità nella quale si sono crogiolate finora molte multinazionali padrone incontrastate dell’America Latina.
Nel primo caso, Chiquita ha raggiunto un accordo con il dipartimento di Giustizia Usa per le colpe di Banadex, società affiliata. Sulla base del patteggiamento, Chiquita sta pagando una multa di 25 milioni di dollari, essendosi dichiarata colpevole di avere violato la legge degli Stati Uniti per avere effettuato, dal 2001 al 2004, pagamenti a entità affiliate con l’organizzazione “Autodefensas Unidas de Colombia” (AUC). Nel secondo caso, invece, la Procura della Repubblica colombiana si è appena rivolta al Direttore degli affari criminali del Dipartimento di giustizia Usa, Thomas Black, affinché notifichi ai cittadini statunitensi a capo della Chiquita Brands Inc., un tempo United Fruit Company, John Paul Olivo, Charles Dennis Keiser e Dorn Robert Wenninger, l’avviso di garanzia affinché si difendano dall’accusa di “associazione a delinquere aggravata”. A questo seguirà, nei prossimi giorni, la richiesta di estradizione, che potrebbe riguardare altri 19 dirigenti della multinazionale, che avrebbero finanziato i paracos in operazioni finalizzate alla “protezione” dell’impresa bananiera, all’occupazione di terre mediante lo sfollamento forzato e all’eliminazione dei sindacalisti.

Sono già 127 le famiglie colombiane che si sono dichiarate parte civile, facendo appunto di questo processo il più grande caso di terrorismo della storia recente. E sulla delicata questione dell’estradizione si è già pronunciata anche la relatrice generale delle Nazioni Unite sull’indipendenza giudiziaria, Gabriela de Alburquerque, in visita in Colombia propri in questi giorni, definendola “imprenscindibile”. Se per gli Usa, dunque, questo è un caso chiuso, in Colombia è tutto ancora da snocciolare.

Per decenni, “repubblica delle banane” sono stati chiamati tutti quei paesi, Honduras in testa, i cui governi non erano che prestanome delle grandi compagnie della frutta Usa, le quali facevano il bello e cattivo tempo a colpi di corruzione e arbitrarietà. E anche nella complessa Colombia, le multinazionali hanno e giocato e lo giocano tutt’ora, un ruolo chiave nei rapporti di forza. Proprio in questi giorni, ricorre l’81esimo anniversario della “mattanza delle bananiere” compiuta dall’esercito nella stazione centrale di Ciénaga, su richiesta della United Fruit Company, e così ben descritta in Cento anni di solitudine da Gabriel García Márquez.

A inchiodare alla sbarra del tribunale colombiano Chiquita, sono le dichiarazioni di alcuni dei più spietati capi paramilitari, come Salvatore Mancuso, Raúl Emilio Hasbún, Ever Veloza e Fredy Rendón, i quali, avvalendosi della legge uribista Giustizia e Pace che garantisce loro impunità in cambio di un improbabile addio ad armi e malaffare e di una altrettanto improbabile riparazione alle vittime, hanno parlato dettagliatamente di pagamenti milionari alle Autodifese unite colombiane (le Auc, il maggior gruppo paramilitare, ormai sciolto) da parte della multinazionale Usa. Loro compito, sfollare a sangue e fuoco i contadini dalle loro terre, avvalendosi della complicità del governo. Una pratica messa in atto in tutto il paese da gruppi militari al soldo di molti altri gruppi economici legati al malaffare, e che perdura tutt’ora nonostante la scomparsa della sigla Auc. Non è bastato cancellare la sigla per voltare una delle pagine più violenti della storia colombiana: i paracos sono tutt’oggi vivi e vegeti e in azione sotto altra bandiera, quella delle Aquile nere, e non solo.

Nonostante le smentite di Chiquita, le confessioni degli storici leader del paramilitarismo colombiano mettono a nudo una prassi che andava ben al di là della consegna di soldi. Raúl Emilio Hasbún, per esempio, parla di 4200 fucili AK-47 e di 5 milioni di proiettili provenienti dalla Bulgaria ricevuti in una imbarcazione della United Fruit Company. Non solo: corrompendo le autorità doganali, la multinazionale avrebbe creato un porto privato a Turbo (in Antioquia, culla di violente stragi paramilitari) che sarebbe servito anche per attività legate al narcotraffico. In particolare, nel 2001, le navi Chiquita Bremen e Chiquita Belgie avrebbero imbarcato in questo porto una tonnellata e mezzo di cocaina nascondendola tra la frutta. Ma la multinazionale non ci sta e a tambur battente ha più volte ribadito che tutto questo è una montatura.

E mentre la ricostruzione dei fatti sarà attività primaria dei giudici nel processo, molte cose sono cambiate nella filosofia e nel modus operandi della banana dieci e lode. Dopo aver pubblicamente recitato un mea culpa, ha venduto capre e cavoli in Colombia e ha cercato di voltar pagina puntando a un codice etico e all’ecosostenibilità. Ma qualcuno insinua grossi dubbi. Il procuratore speciale del caso United Fruit Company, Alicia Domínguez, è convinta che Chiquita non abbia mai lasciato le coltivazioni colombiane. Anzi, con maestria finanziaria, avrebbe creato imprese dai nomi nuovi quali Olinsa, Invesmar e Banacol S.A.,e continuato a finanziare i paramilitari per proteggerle. E dato che Olinsa sembra avere un contratto con Chiquita Brands fino al 2012 e che è, secondo il procuratore, un prestanome di Chiquita, la multinazionale delle banane, sempre secondo l’accusa, non avrebbe mai lasciato il paese dall’eccidio del 1928.

ComeDonChisciotte – LA POVERTÀ, LA GIUSTIZIA DEL COMMERCIO GLOBALE E LE RADICI DEL TERRORISMO

ComeDonChisciotte – LA POVERTÀ, LA GIUSTIZIA DEL COMMERCIO GLOBALE E LE RADICI DEL TERRORISMO.

DI JOHN PERKINS
YES! Magazine

Il brano che segue è tratto da “Hoodwinked: un economista di successo rivela perché i mercati finanziari mondiali sono implosi, e cosa dobbiamo fare per ricostruirli”. Random House, 2009.

“Domenica, i cecchini dei Navy Seal hanno tratto in salvo un capitano illeso di una nave cargo americana e hanno ucciso tre pirati somali in un’ardita operazione nell’Oceano Indiano, mettendo fine a una situazione di stallo che durava da cinque giorni tra le forze navali degli Stati Uniti e una piccola banda di briganti in giubbotti di salvataggio arancione al largo del Corno d’Africa”.

Il New York Times ha pubblicato questo articolo nell’aprile del 2009. Le stesse parole “pirati”, “operazione ardita”, “stallo” e “briganti” erano tipiche dei media americani; hanno fatto sembrare come se gli odiati cowboy bianchi avessero cavalcato in soccorso di una città assediata da Billy the Kid e la sua banda. Avendo vissuto in quella parte del mondo come sicario dell’economia, sapevo che c’era un altro lato di ciò che era accaduto. Mi chiedevo perché nessuno si domandava nulla in merito alle cause della pirateria.

Ho ricordato le mie visite al popolo Bugi, quando sono stato inviato nell’isola indonesiana di Sulawesi nei primi anni ’70. I Bugi erano stati pirati infami sin dai tempi delle Società delle Indie Orientali nel 1600 e 1700. La loro ferocia aveva ispirato i marinai europei ritornati per disciplinare i loro figli disobbedienti con le minacce “l’uomo bugi ti si piglia”. Nel 1970, abbiamo temuto che avrebbero attaccato le nostre petroliere mentre passavano attraverso il vitale Stretto di Malacca.

Un pomeriggio, mi sedetti con uno dei loro anziani sulla riva sulawese. Guardavamo la sua gente costruire un galeone a vela, chiamato aprahu, proprio come aveva fatto per secoli. Come una gigantesca balena arenata, era alto e asciutto, sostenuto verticalmente da una fila di pali nodosi che sembravano radici che spuntavano dallo scafo. Dozzine di uomini si attivavano intorno ad esso, lavorando d’ asce, d’accette e trapani a mano. Gli ho espresso le preoccupazioni del mio governo, facendo capire che ci sarebbero state ritorsioni se le vie del petrolio venivano minacciate.


[Il recente libro di J. Perkins, a sinistra, e, a destra, il suo maggiore successo, tradotto in Italia col titolo “Confessioni di un sicario dell’economia”]

Il vecchio mi guardò. “Non eravamo pirati ai vecchi tempi”, disse, i suoi folti capelli bianchi andavano su e giù sdegnosamente. “Abbiamo solo combattuto per difendere la nostra terra contro gli europei che sono venuti a rubare le nostro spezie. Se oggi attacchiamo le vostre navi, è perché ci portano via il commercio; le vostre ‘navi puzzolenti’ inquinano le nostre acque col petrolio, distruggendo i nostri pesci e facendo morire di fame i nostri bambini”. Poi si strinse nelle spalle. “Ora, siamo in perdita”. Il suo sorriso era disarmante. “Come può una manciata di persone a bordo di navi a vela in legno combattere i sottomarini americani, gli aerei, le bombe e i missili?”

Pochi giorni dopo il salvataggio, il Times ha pubblicato un editoriale dal titolo “Lotta alla pirateria in Somalia”, che concludeva:

Ancora lasciata a se stessa, la Somalia può solo diventare più nociva, diffondendo la violenza ai propri vicini dell’Africa orientale, generando più estremismo e rendendo la navigazione nel Golfo di Aden sempre più pericolosa e costosa. Vari sono gli approcci in discussione, come cercare attraverso i potenti clan della Somalia di ricostituire prima le istituzioni locali e poi quelle regionali e nazionali. Queste soluzioni devono essere urgentemente considerate.

Da nessuna parte il Times – o uno qualsiasi degli altri media che ho letto, sentito o visto – ha fatto il tentativo di analizzare le radici del problema in Somalia. I dibattiti sull’opportunità di armare gli equipaggi delle navi e inviare più navi da guerra nella regione, abbondano. C’è stato quel vago riferimento alla ricostituzione di istituzioni regionali e nazionali, ma che cosa esattamente l’autore intende dire? Istituzioni che sarebbero davvero di aiuto, come ospedali pubblici, scuole e mense per i poveri? O milizie locali, prigioni e forze di polizia stile Gestapo?

I pirati erano pescatori la cui sussistenza era stata distrutta. Erano padri i cui figli avevano fame. Far cessare la pirateria significherebbe aiutarli a vivere in modo sostenibile, dando dignità alle loro vite. Potrebbero i giornalisti non capire questo? Qualcuno di loro ha visitato la baraccopoli di Mogadiscio?

Infine, l’edizione del mattino dell’NPR del 6 maggio ha trasmesso un rapporto di Gwen Thompkins; ella ha intervistato un pirata che andava sotto il nome Abshir Abdullahi Abdi. “Abbiamo capito che quello che stiamo facendo è sbagliato”, ha spiegato Abdi. “Ma la fame è più importante di qualsiasi altra cosa”.

Thompkins ha commentato: “I villaggi dei pescatori della zona sono stati devastati da pescherecci da traino clandestini e dallo scarico di rifiuti da parte delle nazioni industrializzate. Le barriere coralline, secondo quanto si dice, sono morte. Aragosta e tonno sono scomparsi. La malnutrizione è alta”.

Si potrebbe pensare che avessimo imparato dal Vietnam, l’Iraq, l’incidente del “Black Hawk Down” in Somalia nel 1993 e da altre incursioni simili, che le risposte militari raramente scoraggiano le insurrezioni. In realtà, spesso fanno il contrario; l’intervento straniero potrebbe far infuriare le popolazioni locali, motivarle a sostenere i ribelli e il risultato è un’escalation di attività di resistenza. Questo fu quello che successe durante la Rivoluzione Americana, le guerre in America Latina per l’indipendenza dalla Spagna, e nell’Africa coloniale, in Indocina, nell’Afghanistan occupato dai sovietici e in tanti altri luoghi.

Incolpare i pirati e altre persone disperate per i nostri problemi è una distrazione che non possiamo permetterci se vogliamo davvero trovare una soluzione alla crisi che dobbiamo affrontare. Questi incidenti sono i sintomi del fallimento del nostro modello economico. Essi sono, per la nostra società, l’equivalente di un attacco di cuore per una persona. Mandiamo i Navy Seals a salvare gli ostaggi come consentiremmo ai medici di eseguire un by-pass coronarico. Ma è indispensabile riconoscere che entrambe sono reazioni a un problema di fondo. In primo luogo, il paziente ha bisogno di capire le ragioni per cui il suo cuore si è guastato, come il fumo, la dieta e la mancanza di esercizio fisico. Lo stesso vale per la pirateria e tutte le forme di terrorismo.

Il futuro dei nostri figli è intrecciato con il futuro dei bambini nati nei villaggi di pescatori della Somalia, le montagne della Birmania (Myanmar) e le giungle della Colombia. Quando dimentichiamo questo, quando consideriamo quei bambini distanti, come un qualcosa di scollegato dalle nostre vite, o solo come i discendenti di pirati, di guerriglieri o corrieri della droga, puntiamo la pistola alla nostra stessa progenie, come pure a padri disperati e a madri in terre che sembrano così lontane, ma in realtà sono i nostri vicini della porta accanto.

Ogni volta che leggo sulle azioni adottate per proteggerci dai cosiddetti terroristi, devo stupirmi della ristrettezza di vedute della nostra strategia. Anche se ho incontrato gente simile in Bolivia, Ecuador, Egitto, Guatemala, Indonesia, Iran e Nicaragua, non ne ho mai incontrato uno che volesse davvero imbracciare un fucile. So che ci sono uomini e donne impazzite che uccidono perché non riescono a controllarsi, serial killer e assassini di massa. Sono certo che i membri di Al Qaeda, dei talebani e altri gruppi del genere sono guidati dal fanatismo, ma tali estremisti sono in grado di reclutare un numero considerevole di seguaci solo da gruppi di persone che si sentono oppressi o indigenti. I “terroristi” che ho trovato nelle grotte andine e nei villaggi del deserto sono persone le cui famiglie furono scacciate dalle società petrolifere, dalle dighe idroelettriche o dagli accordi del “libero commercio”, i cui figli muoiono di fame, e che non vogliono niente di più che tornare alle loro famiglie con cibo, sementi e accesso a terre che possano coltivare.

In Messico, molti dei guerriglieri e narcotrafficanti una volta possedevano fattorie in cui coltivavano mais. Hanno perso i loro mezzi di sussistenza quando il North American Free Trade Agreement (NAFTA) ha dato ai produttori statunitensi un vantaggio sleale sui prezzi. Ecco come l’Organic Consumers Organization, un’organizzazione no-profit che rappresenta oltre 850.000 soci, iscritti e volontari, lo descrive:

Da quando il NAFTA è entrato in vigore il 1° gennaio 1994, le esportazioni di mais degli Stati Uniti al Messico sono quasi raddoppiate a circa 6 milioni di tonnellate nel 2002. NAFTA ha eliminato le quote che limitano le importazioni di mais. . . . ma ha continuato a permettere agli Stati Uniti di sussidiare la propria produzione per rimanere competitiva sul mercato del mais messicano, essendo il costo di produzione americano minore di quello messicano . . . Il prezzo pagato agli agricoltori per il mais in Messico è sceso di oltre il 70 per cento. . .

Il passaggio di cui sopra espone il lato oscuro delle politiche del “libero commercio”. I Presidenti degli Stati Uniti e il nostro Congresso hanno applicato norme che vietavano agli altri paesi di imporre le tariffe sui prodotti americani o di sovvenzionare prodotti locali che potrebbero competere con la nostra industria agro-alimentare, mentre a noi permette di mantenere le nostre barriere d’importazione e sovvenzioni, dando così alle aziende americane un vantaggio sleale. Il “libero commercio” è un eufemismo; esso vieta agli altri di usufruire dei vantaggi offerti alle multinazionali. Non disciplina, però, l’inquinamento che sta sciogliendo i ghiacciai, l’accaparramento di terre e lo sfruttamento.

Padre Miguel d’ Escoto Brockmann, un sacerdote nicaraguense che assisteva la guerriglia sandinista ed è ora presidente dell’ Assemblea Generale dell’ONU, ha un apprezzamento diretto per tali eufemismi e il potere delle parole usato per influenzare le percezioni del pubblico. “Il terrorismo non è davvero un ‘ismo’”, mi disse. “Non c’è alcun legame tra i sandinisti che hanno combattuto i Contras e Al Qaeda, o tra la FARC colombiana e i pescatori diventati pirati in Africa e in Asia. Eppure sono tutti chiamati ‘terroristi.’ Questo è solo un modo comodo per il vostro governo di convincere il mondo che c’è un altro nemico ‘ismo’ là fuori, come lo era il comunismo. Esso distoglie l’attenzione dai problemi reali”.

La nostra mentalità ristretta e le politiche che ne conseguono fomentano la violenza, le ribellioni e le guerre. A lungo termine, quasi nessuno trae beneficio dall’attaccare le persone etichettate come “terroristi”. Con una sola eccezione eclatante: la corporatocrazia.

Coloro che possiedono e dirigono le imprese che costruiscono navi, missili e veicoli corazzati; che fanno cannoni, uniformi e giubbotti antiproiettile; che distribuiscono cibo, bevande analcoliche e munizioni; che forniscono assicurazioni, medicinali e carta igienica; che costruiscono porti, piste di atterraggio e alloggi; e ricostruiscono villaggi distrutti, fabbriche, scuole, ospedali – loro e solo loro, sono i grandi vincitori.

Il resto di noi sono ingannati da quell’unica, esagerata parola: terrorismo.

Il collasso economico attuale ha risvegliato in noi l’importanza di regolamentare e prevalere sulle persone che controllano le imprese che ricevono un vantaggio dall’abuso di parole come terrorismo e che commettono altre truffe. Ci rendiamo conto che oggi i colletti bianchi dirigenti non sono una speciale razza incorruttibile. Come il resto di noi, hanno bisogno di regole. Eppure non è sufficiente per noi ristabilire regole che separano le banche di investimento dalle banche commerciali e dalle compagnie di assicurazione, ripristinare le leggi anti-usura e imporre linee guida per garantire che i consumatori non siano gravati da un credito che non possono permettersi. Non possiamo semplicemente tornare a soluzioni che hanno funzionato prima. Solo con l’adozione di nuove strategie che promuovano a livello mondiale la responsabilità ambientale e sociale proteggeremo il futuro.

John Perkins ha adattato questo estratto di “Hoodwinked: un sicario dell’economia rivela perché i mercati finanziari mondiali sono implosi, e cosa dobbiamo fare per ricostruirli” per “YES! Magazine”, un’organizzazione informatica nazionale non-profit che combina idee potenti con azioni concrete. John è anche autore di “Confessioni di un sicario dell’economia”, “Il mondo è come tu lo sogni: Insegnamenti shamanistici del Rio delle Amazzoni e delle Ande”, e “Lo spirito del Shuar.

Titolo originale: “Poverty, Global Trade Justice, and the Roots of Terrorism “

Fonte: http://www.yesmagazine.org
Link
15.11.2009

Traduzione per http://www.comedonchisciotte.org a cura di CONCETTA DI LORENZO