Archivi tag: navi dei veleni

Antimafia Duemila – Dall’attentato all’Addaura alle navi dei veleni l’ombra dei servizi deviati

Fonte: Antimafia Duemila – Dall’attentato all’Addaura alle navi dei veleni l’ombra dei servizi deviati.

di Vincenzo Mulè – 8 maggio 2010

Servizi segreti deviati. Ancora loro. Nei giorni scorsi, la Commissione d’inchiesta sulle ecomafie aveva affermato senza mezzi termini che dietro i traffici di rifiuti pericolosi ci fosse una perversa alleanza tra politica e barbe finte.
Ora, dopo le rivelazioni fatte da Attilio Bolzoni su La Repubblica, sembrerebbe emergere un ruolo di primo piano dei servizi anche in occasione del fallito attentato a Falcone il 21 giugno del 1989 all’Addaura. Il giudice, che troverà la morte per mano della mafia a Capaci, già nei primissimi giorni che seguirono l’episodio si disse convinto che l’attentato non fosse opera solamente di Cosa Nostra, ma che vi fossero coinvolte «menti raffinatissime». Per uno strano scherzo del destino, le nuove rivelazioni cadono lo stesso giorno in cui si getta una nuova luce su un’altra morte eccellente, quella di Enrico Mattei, in uno scenario che, ancora una volta, sembra ricondurre a un disegno “superiore”.  Secondo il pentito gelese Antonio La Perna, che ha deposto al processo per l’uccisione del giornalista palermitano Mauro De Mauro, la mafia di Gela sarebbe stata coinvolta nel progetto di omicidio del presidente dell’Eni Enrico Mattei, morto in un disastro aereo nel 1962 nei pressi di Pavia. Il giornalista, secondo una delle ricostruzioni fatte dall’accusa, potrebbe essere stato eliminato per avere scoperto i retroscena dell’omicidio Mattei su cui svolgeva ricerche per conto del regista Francesco Rosi. Secondo Giuseppe Lumia, componente della Commissione antimafia «non è una novità l’esistenza di un terzo livello, quello delle relazioni e delle collusioni mafiose di settori deviati dello Stato e di pezzi della politica… …coinvolti nelle stragi di mafia. Dopo anni di depistaggi e omissioni – aggiunge l’esponente del Pd – non si può più tergiversare». Per Walter Veltroni, «le rivelazioni di Repubblica sull’attentato a Falcone sono di enorme importanza e possono aiutare a rileggere non solo il sacrificio di un giudice che credeva nelle istituzioni, ma tutta la storia del rapporto tra mafia e potere, tra mafia e poteri». Per questo, l’ex leader del Pd ha chiesto «al presidente della Commissione parlamentare antimafia, Pisanu, di dedicare la seduta di martedì prossimo all’esame urgente di questa vicenda». In un nota, la stessa Commissione comunica che  «il senatore Giuseppe Pisanu, si è riservato di prendere le decisioni opportune dopo aver sentito l’Ufficio di presidenza integrato dai capigruppo. Nel frattempo – prosegue la nota – lo stesso senatore Pisanu» ha concordato con il presidente del Copasir Massimo D’Alema di valutare insieme «gli aspetti della vicenda che possano riguardare i servizi segreti». L’ultimo mistero, ora, sembra ruotare intorno all’identità di un uomo, un agente da molti definito «con la faccia da mostro». Sembra un’ombra, ma è presente sempre in prossimità di luoghi ove avvengono fatti di sangue. Il suo nome è ancora sconosciuto, di lui si conosce solo questa deformazione nel volto. Il giorno del fallito attentato dell’Addaura, una donna afferma di aver visto quell’uomo «con quella faccia così brutta» vicino alla villa del giudice Falcone. Il mafioso Luigi Ilardo raccontò al colonnello dei carabinieri Michele Riccio di sapere che a Palermo «c’era un agente che faceva cose strane e si trovava sempre in posti strani. Aveva la faccia da mostro. Siamo venuti a sapere che era anche nei pressi di Villagrazia quando uccisero il poliziotto Agostino». Antonino Agostino, secondo la ricostruzione di Repubblica, era uno dei due sub che salvò la vita a Falcone. Venne ammazzato insieme alla moglie Ida Castellucci il 5 agosto del 1989, nemmeno due mesi dopo l’Addaura. Dell’agente ha parlato anche Massimo Ciancimino, il figlio di don Vito, sindaco mafioso di Palermo negli anni ‘70. Ai procuratori siciliani ha spiegato che quell’uomo era in contatto con suo padre da anni. Nel libro Don Vito, scritto a quattro mani con il giornalista Francesco La Licata, Massimo fa una rivelazione importante. «Tutti pensano che sappia il suo nome – dice – ma non è così. Posso solo dire che di indicazioni ne ho date affinchè la magistratura risalisse alla sua identità». Ai magistrati che gli presentarono un album di foto di agenti segreti italiani, Ciancimino jr indicò due volti. Erano quelli degli accompagnatori dell’uomo con la faccia da mostro. «Una sua foto non mi è mai stata fatta vedere. Posso solo dire che l’ultima volta che l’ho visto, stava uscendo dall’ambasciata Usa presso la santa Sede». Il messaggio potrebbe essere interpretato così: l’agente non è italiano e appartiene ai servizi segreti di un Paese straniero.Il giornalista, secondo una delle ricostruzioni fatte dall’accusa, potrebbe essere stato eliminato per avere scoperto i retroscena dell’omicidio Mattei su cui svolgeva ricerche per conto del regista Francesco Rosi. Secondo Giuseppe Lumia, componente della Commissione antimafia «non è una novità l’esistenza di un terzo livello, quello delle relazioni e delle collusioni mafiose di settori deviati dello Stato e di pezzi della politica coinvolti nelle stragi di mafia. Dopo anni di depistaggi e omissioni – aggiunge l’esponente del Pd – non si può più tergiversare». Per Walter Veltroni, «le rivelazioni di Repubblica sull’attentato a Falcone sono di enorme importanza e possono aiutare a rileggere non solo il sacrificio di un giudice che credeva nelle istituzioni, ma tutta la storia del rapporto tra mafia e potere, tra mafia e poteri». Per questo, l’ex leader del Pd ha chiesto «al presidente della Commissione parlamentare antimafia, Pisanu, di dedicare la seduta di martedì prossimo all’esame urgente di questa vicenda». In un nota, la stessa Commissione comunica che  «il senatore Giuseppe Pisanu, si è riservato di prendere le decisioni opportune dopo aver sentito l’Ufficio di presidenza integrato dai capigruppo. Nel frattempo – prosegue la nota – lo stesso senatore Pisanu» ha concordato con il presidente del Copasir Massimo D’Alema di valutare insieme «gli aspetti della vicenda che possano riguardare i servizi segreti». L’ultimo mistero, ora, sembra ruotare intorno all’identità di un uomo, un agente da molti definito «con la faccia da mostro». Sembra un’ombra, ma è presente sempre in prossimità di luoghi ove avvengono fatti di sangue. Il suo nome è ancora sconosciuto, di lui si conosce solo questa deformazione nel volto.  Il giorno del fallito attentato dell’Addaura, una donna afferma di aver visto quell’uomo «con quella faccia così brutta» vicino alla villa del giudice Falcone. Il mafioso Luigi Ilardo raccontò al colonnello dei carabinieri Michele Riccio di sapere che a Palermo «c’era un agente che faceva cose strane e si trovava sempre in posti strani. Aveva la faccia da mostro. Siamo venuti a sapere che era anche nei pressi di Villagrazia quando uccisero il poliziotto Agostino». Antonino Agostino, secondo la ricostruzione di Repubblica, era uno dei due sub che salvò la vita a Falcone. Venne ammazzato insieme alla moglie Ida Castellucci il 5 agosto del 1989, nemmeno due mesi dopo l’Addaura. Dell’agente ha parlato anche Massimo Ciancimino, il figlio di don Vito, sindaco mafioso di Palermo negli anni ‘70. Ai procuratori siciliani ha spiegato che quell’uomo era in contatto con suo padre da anni. Nel libro Don Vito, scritto a quattro mani con il giornalista Francesco La Licata, Massimo fa una rivelazione importante. «Tutti pensano che sappia il suo nome – dice – ma non è così. Posso solo dire che di indicazioni ne ho date affinchè la magistratura risalisse alla sua identità». Ai magistrati che gli presentarono un album di foto di agenti segreti italiani, Ciancimino jr indicò due volti. Erano quelli degli accompagnatori dell’uomo con la faccia da mostro. «Una sua foto non mi è mai stata fatta vedere. Posso solo dire che l’ultima volta che l’ho visto, stava uscendo dall’ambasciata Usa presso la santa Sede». Il messaggio potrebbe essere interpretato così: l’agente non è italiano e appartiene ai servizi segreti di un Paese straniero.

anche su Terra

Tratto da: gliitaliani.it


ARTICOLI CORRELATI

Falcone e il gioco delle tre cartedi Anna Petrozzi

Le stagioni del doppio Statodi Nicola Tranfaglia

Un’altra verita’ sul fallito attento all’Addaura? di Maria Loi

Falcone, Antimafia e Copasir riaprono il caso Addaura
di Salvo Palazzolo
(
all’interno articolo di Attilio Bolzoni)

Addaura, nuova verita’ sull’attentato a Falconedi Attilio Bolzoni

“Non si parli di servizi segreti deviati ma di Mafia-Stato”
1° Editoriale-Video di Giorgio Bongiovanni

Blog di Beppe Grillo – Le navi dei veleni

Fonte: Blog di Beppe Grillo – Le navi dei veleni.

Gianni Lannes è un giornalista pugliese che si occupa di inchieste sul traffico d’armi e di esseri umani, e di ecomafie. Il meetup di Genova lo ha incontrato.
“Caro Beppe, di recente abbiamo conosciuto e ospitato Gianni Lannes.
E’ venuto a Genova per operare delle verifiche nelle capitanerie di Porto nell’ambito delle indagini per un documentato-dossier sugli affondamenti delle “navi dei veleni”.
Ci ha raccontato le difficili condizioni di vita in cui si ritrova oggi. Da dicembre vive sotto scorta a causa delle intimidazioni che lui e la sua famiglia continuano a ricevere: auto incendiate, freni manomessi, minacce telefoniche o al citofono di casa. I suoi spostamenti devono avvenire in totale riservatezza.
Tra i molti che potrebbero essere interessati a ostacolare il suo lavoro, Lannes denuncia di temere in modo particolare proprio lo Stato Italiano e alle attività dei servizi segreti.” Giacomo

Antimafia Duemila – La verita’ nascosta

Antimafia Duemila – La verita’ nascosta.

di Mariangela Gritta Grainer* – 19 marzo 2010
Mariangela Gritta Grainer ricostruisce 16 anni di bugie, carte false e silenzi dopo l’esecuzione di Ilaria e Miran. Per non dimenticare anche a fronte delle ultime notizie.

“Io so.  Io so i nomi dei responsabili della strage di Milano…
Io so i nomi del “vertice” che ha manovrato…e so tutti i fatti di cui si sono resi colpevoli.
Io so. Ma non ho le prove……”
(Pier Paolo Pasolini)

Queste parole, lette da Ilaria, sono l’incipit del film “Il più crudele dei giorni”.

Era il 20 marzo del 1994, il più crudele dei giorni: la vita di Ilaria Alpi e di Miran Hrovatin veniva stroncata a Mogadiscio in un agguato.
Dopo sedici anni lunghissimi e dolorosi si sa quasi tutto di quel che accadde quella domenica di marzo e perché.
Si sa che si è trattato di un’esecuzione. E’ ciò che è stato confermato in tutti questi anni dalle inchieste giornalistiche, dalle commissioni parlamentari e governative che se ne sono occupate, dalle sentenze della magistratura. E’ quanto ha sostenuto il dottor Emanuele Cersosimo respingendo la richiesta di archiviazione del procedimento penale presentata dalla Procura di Roma:
“…la ricostruzione della vicenda appare essere quella dell’omicidio su commissione, assassinio posto in essere per impedire che le notizie raccolte dalla Alpi e dal Hrovatin in ordine ai traffici di armi e di rifiuti tossici…venissero portati a conoscenza dell’opinione pubblica…”

Dunque traffici illeciti, che solamente organizzazioni criminali come la mafia, l’ndrangheta e la camorra possono gestire, come negli ultimi mesi indagini di procure, specialmente calabresi, dichiarazioni di pentiti e collaboratori di giustizia hanno riconfermato a partire dalle “navi dei veleni”.
Organizzazioni criminali che possono crescere ed estendere le loro ramificazioni in tutti i territori e in tutti i mercati perché godono di coperture, silenzi e complicità nelle strutture di potere pubbliche e private.

“Probabilmente stiamo parlando di un qualcosa che riapre anche la vicenda dell’uccisione di Ilaria Alpi e del suo operatore Miran Hrovatin. Stiamo parlando di uno dei fenomeni criminali più sofisticati e inquietanti della nostra storia recente” (ha dichiarato Walter Veltroni dopo l’incontro con Bruno Giordano, procuratore di Paola, a fine settembre 2009).

”Abbiamo avuto segnalazioni che consideriamo attendibili sui luoghi nei quali potrebbero essere nascoste queste scorie radioattive e così il 10 marzo andremo a fare delle verifiche in Calabria. Una parte di queste sostanze radioattive sulle cui tracce sarebbe stata anche la giornalista Ilaria Alpi, sarebbe stata sepolta in Italia, mentre un’altra parte in Somalia” (da una dichiarazione all’ANSA di Gaetano Pecorella, presidente della commissione bicamerale d’inchiesta sul ciclo dei rifiuti).
Una delegazione della commissione suddetta ha programmato anche un altro incontro con Francesco Fonti le cui dichiarazioni sono state alla base della riapertura del caso delle navi dei veleni e del probabile collegamento con l’uccisione di Ilaria e Miran.

«Per scoprire una delle navi di cui si è tanto parlato sono stati necessari 17 anni, ma alla fine si è venuti a capo di questa vicenda, quindi non c’è da scoraggiarsi». Lo ha detto il procuratore di Paola, Bruno Giordano, dopo che Luciana Alpi, in un’intervista pubblicata dal Manifesto aveva detto: “è ora che facciano veramente le indagini, noi non ne possiamo più, questo Stato ci ha trattato malissimo”.

Nei mesi scorsi su queste rivelazioni c’è stato un gran baccano: ne hanno parlato Procure, esperti, commissioni parlamentari, governo; giornali, interviste, trasmissioni televisive e poi?
E’ caduto un silenzio “agghiacciante”  e assordante . E non è la prima volta che accade.
In tutti questi anni appena ci si avvicinava alla verità ecco che si costruiva un depistaggio, un occultamento, bugie, carte false…
Per restare ai traffici illeciti basta ricordare che Francesco Fonti non è una scoperta del 2009. E’ un pentito di ‘ndrangheta che dal 1994 ha collaborato con la DDA di Reggio Calabria e che nel 2005 rende noto un “memoriale” con le informazioni ritornate alla ribalta di recente.
Si tratta di informazioni che aveva già rese note davanti alla commissione parlamentare d’inchiesta sulla morte di Ilaria Alpi (e anche a quella sul ciclo dei rifiuti) dopo che l’Espresso del 2 giugno 2005 pubblicava parti consistenti del memoriale con un titolo forte: “Parla un boss: così lo stato pagava la ‘ndrangheta per smaltire i rifiuti tossici”.
Il 5 luglio 2005 Fonti racconta alla commissione: delle due navi della Shifco (una carica di rifiuti compresi fanghi di plutonio, l’altra di armi) che dall’Italia vanno in Somalia tra Mogadiscio e Bosaso (fine gennaio 1993); di un altro carico stessa destinazione nel 1987/1989; di Giancarlo Marocchino come persona che ha fornito gli automezzi da Mogadiscio a Bosaso; di altri nomi “interessanti” per l’inchiesta compresi quelli di chi ha trattato con lui (italiani e somali) e di chi si è occupato dell’occultamento dei carichi.
Ma tutto è stato messo in segretezza. E mettere il segreto, si sa, è un modo per occultare, impedire di indagare o peggio fare carte false.

Francesco Neri nell’audizione del 18.1.2005 davanti alla commissione parlamentare d’inchiesta sulla morte di Ilaria Alpi ha raccontato della sua indagine sui rifiuti tossici e sulle navi, iniziata nel 1994. Dice il dottor Neri ” Mi sono occupato dell’affondamento della “Rigel perché si legava a Comerio; durante la perquisizione che io feci a Garlasco nel suo studio, nel 1995, trovai nella sua agenda del 1987, nello stesso giorno in cui fu affondata la nave (il 21 ottobre 1987 n.d.r.), la scritta lost the ship, la nave è persa. L’unica nave nel mondo che era affondata quel giorno, accertai, era proprio la Rigel. Quindi, lui aveva avuto contezza dell’affondamento della Rigel. Alla Rigel poi si aggiunse la Jolly Rosso” (che il 14 dicembre 1990 si arenò sulla spiaggia di Amantea dopo un fallito tentativo di affondamento n.d.r.)
Il Pm Neri prosegue raccontando più dettagliatamente della perquisizione a casa di Comerio indicando i siti di affondamento per i quali Comerio dichiarava di aver ottenuto l’autorizzazione, tra i quali la Somalia, e dirà:
“Nella perquisizione trovammo queste due carpette: e la cosa che ci incuriosì più di ogni altra fu il ritrovamento del certificato di morte di Ilaria Alpi proprio nella carpetta della Somalia.”
Dice poi di aver inoltrato, per competenza, alla procura di Roma copia della parte relativa all’inchiesta sull’omicidio di Ilaria e Miran. Alla Procura di Roma non è arrivata, si è persa…..?

Le notizie rivelate sull’Espresso del 17 aprile 2008 sono clamorose
Il Pm Francesco Neri denuncia, infatti, la violazione del plico dove erano protetti i documenti scoperti da Natale De Grazia, il capitano di corvetta morto il 13 dicembre 1995 in circostanze mai chiarite, e la sparizione “di documenti di undici carpette numerate” compreso il certificato di morte di Ilaria Alpi rinvenuto durante quella perquisizione a casa di Giorgio Comerio, definito noto trafficante di armi, e coinvolto secondo gli investigatori nel piano per smaltire illecitamente rifiuti tossico nocivi che prevedeva la messa in custodia di rifiuti radioattivi delle centrali nucleari in appositi contenitori e il loro ammaramento. Il certificato era contenuto in una cartella di colore giallo intitolata “Somalia” insieme a corrispondenze sulle autorizzazioni richieste al governo somalo e con Ali Mahdi, ad altre informazioni su siti e modalità di smaltimento illegale di rifiuti radioattivi.

“Fatti gravissimi che richiedono l’intervento di magistrati e istituzioni;….chi ha avuto accesso a quella preziosa documentazione?” commentano con allarme Luciana e Giorgio Alpi.
Si può aggiungere che la commissione d’inchiesta presieduta dall’avvocato Taormina (che ha sostenuto che i due giornalisti sono forse eroi del giornalismo ma morti per caso mentre erano in vacanza!!) ha avuto accesso a tale documentazione, acquisendola anche, tramite alcuni consulenti che hanno riferito di non aver trovato il certificato di morte di Ilaria e altri documenti di cui il dottor Neri e altri magistrati avevano riferito in audizione. Anche questo aspetto va approfondito perché qualcuno poteva aver interesse a non trovare quei documenti …..o a farli sparire.

Sarebbe lunghissimo l’elenco degli indizi e anche delle prove che sono stati accumulati in questi anni e sorge spontaneo fare delle domande:
perché alla verità giudiziaria non si è ancora arrivati? Chi non vuole questa verità e quindi giustizia e perché?

Notizia recentissima: si può riaprire il processo per la morte di Ilaria e Miran.
Il dottor Maurizio Silvestri ha respinto la richiesta di archiviazione avanzata dal Pm Giancarlo Amato della Procura di Roma disponendo invece l’imputazione coatta per il reato di calunnia per Ali Rage Hamed detto Jelle, testimone d’accusa chiave nei confronti di Hashi Omar Hassan in carcere da dieci anni dopo la condanna definitiva a 26 anni. Un procedimento controverso per la diversità delle sentenze (innocente colpevole) e che forse dà ragione a chi ha scritto (anche in una sentenza) che si è voluto costruire in Hashi un capro espiatorio. Ci sono testimoni che hanno dichiarato che Jelle non era presente sul luogo del duplice omicidio; Jelle non ha testimoniato al processo (era già “irreperibile”) e dunque non ha riconosciuto in aula Hashi; c’è una conversazione telefonica registrata in cui Jelle dichiara di essere stato indotto ad accusare Hashi ma di voler ritrattare e raccontare la verità.

Ci sono documenti, testimonianze, informative, inchieste: un materiale enorme, accumulato in 16 anni dalle inchieste giornalistiche, della magistratura, delle commissioni d’inchiesta parlamentari e governative, che “custodisce” le prove. Cercarle con determinazione è un dovere della magistratura e delle istituzioni.

Ilaria. nel film “Il più crudele dei giorni” ad un certo punto con sullo sfondo la strada Garoe Bosaso, costruita con i fondi della cooperazione italiana dice:

“Per darvi un’idea di quanto sia utile spendere centinaia di miliardi della cooperazione in Somalia ecco…questa è la strada Garoe Bosaso una strada…che almeno è servita per coprire ogni sorta di porcherie tossiche e radioattive che l’occidente ha la buona abitudine di affidare a questi poveri disgraziati del terzo mondo, tutto con la complicità di politici, militari, servizi segreti, faccendieri italiani e somali….
“Io so. Io so e so anche i nomi e adesso ho anche le prove”.

*Portavoce Associazione Ilaria Alpi

Tratto da: ilariaalpi.it

Veleni, ‘ndrangheta, Mani Pulite e Servizi

Fonte: Veleni, ‘ndrangheta, Mani Pulite e Servizi.

Scritto da Vincenzo Mulè

Non solo navi a perdere nel racconto di Francesco Fonti. Il primo pentito di ‘ndrangheta alza il livello e svela una fitta rete di intrecci tra politica, grandi imprese e criminalità organizzata. Con la mediazione dei Servizi

«Tutto nasceva da una necessità». Francesco Fonti, il pentito di ’ndrangheta che per primo ha rivelato nel 2005 l’esistenza delle cosiddette navi dei veleni nel Mediterraneo, continua a parlare. E alza il tiro, rivelando uno spaccato dell’Italia nel quale la vicenda degli affondamenti dei rifiuti potrebbe essere interpretata solo come una naturale conseguenza del clima generale. Ma svela particolari che aiutano a capire anche molte vicende della cronaca: «Dopo “Mani pulite”, la ’ndrangheta rimase molto delusa dal comportamento della DC. Cercava nuovi riferimenti politici, nuovi interlocutori attraverso i quali poter esercitare i propri traffici senza problemi. Fu allora che prese la decisione di formare le persone da avviare alla carriera politica. E da inserire in entrambi gli schieramenti». Fonti definisce questa operazione come una sorta di «investimento a lungo termine».

In questo modo, aggiunge l’uomo, «risolvemmo un problema politico ed economico. Eravamo sicuri di quello che facevamo. Perché potevamo indirizzare il voto del mondo carcerario e quello degli italiani all’estero, soprattutto in Germania». La politica, dunque. E gli affari. Gli stessi che portavano la ’ndrangheta a lavorare con il gotha dell’industria italiana. «Tutti passavano da noi. Il percorso era lineare. Ogni multinazionale aveva il suo referente politico, che attivava ogni volta che aveva necessità. Questi, poi, coinvolgeva della questione i servizi segreti i quali ci affidavano il lavoro sporco».

La necessità, secondo Fonti, era quella di nascondere i rifiuti di materiale che non doveva apparire. La rivelazione del pentito è quasi sussurrata: «Armi. Destinate al Medio Oriente».

In questo quadro, camorra, mafia e ’ndrangheta vengono interpellate per conoscere la disponibilità ad entrare nei traffici. «La mafia non aveva bisogno di soldi, la camorra non aveva i nostri agganci con l’estero, quindi fu naturale che i primi a entrare nell’affare dello smaltimento dei rifiuti fummo noi della ’ndrangheta», ricorda ancora Fonti.  Il pentito già in passato ha fatto qualche nome di politici invischiati nei giri.

Tutti hanno smentito. Se non querelato. È il caso di Ciriaco De Mita, l’uomo con il quale Fonti, sempre stando al suo racconto, trattava il prezzo. «Perché noi, all’inizio, accettammo i dieci miliardi che ci venivano offerti senza battere ciglio. Ci sembrava una somma enorme per un lavoro così facile. Dopo, realizzai che potevamo ottenere molto di più. Così andai dall’ex presidente del Consiglio. Con lui avevo un rapporto confidenziale dovuto a un’amicizia in comune».

L’aspetto organizzativo, invece, era curato dal Partito socialista, «grazie ai rapporti che Craxi aveva in Somalia. In Calabria trattavamo con Lelio Lagorio». Sentito il 14 settembre 2005 dalla Commissione parlamentare di inchiesta sulla morte di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin (v. anche qui), l’ex ministro della Difesa ha smentito in maniera netta ogni coinvolgimento: «Questa è una notizia che non esiste. Io non ho mai sentito nominare questo personaggio».

Nel racconto del pentito, il legame tra politica e malaffare è talmente saldo che in occasione del rapimento di Aldo Moro, Francesco Fonti viene convocato dalla sua cosca, Romeo, a San Luca. Gli viene detto di andare a Roma in quanto dalla Dc calabrese erano venute pressanti richieste alle cosche per attivarsi al fine della liberazione di Moro.

Fonti andò a Roma e alloggiò all’hotel Palace di via Nazionale dove incontrò vari agenti dei servizi segreti tra i quali uno che avevo conosciuto in precedenza tramite Guido Giannettini con il nome di “Pino”. Quest’uomo sarà l’ombra che seguirà Fonti in tutte le sue nefandezze, compresa l’affondamento delle navi dei veleni.

Fonti afferma di aver incontrato durante il soggiorno nella Capitale anche il segretario Zaccagnini al “Café de Paris” di via Veneto. Lo stesso che il 23 luglio 2009 è stato posto sotto sequestro perché riconducibile, secondo la Dia, la Gdf e la magistratura, alla cosca Alvaro.

Fonti ricorda uno Zaccagnini «schifato» da quell’incontro: «è un brutto momento per la coscienza di tutto il mondo politico e non avrei mai potuto pensare che oggi potessi essere seduto davanti a lei in qualità di petulante, ma è così. Non sono mai sceso a compromessi, ma se sono venuto a incontrarla significa che il sistema sta cambiando, faccia in modo che quella di oggi non sia stata una perdita di tempo, ma piuttosto una svolta decisiva, ci dia una mano e la Dc di cui mi faccio garante saprà sdebitarsi».

Fonti racconta di aver soggiornato circa due settimane a Roma, dove incontrò anche uno dei boss di Cosa nostra, Stefano Bontade. Lo rivedrà poco dopo a Milano. Quando gli riferì che stava entrando in società nelle televisioni private.

Terra, tratto da: GliItaliani

Antimafia Duemila – Il pentito Fonti: ”Mi vogliono morto”

Aggiornamento sulle navi dei veleni affondate al largo della calabria

Fonte: Antimafia Duemila – Il pentito Fonti: ”Mi vogliono morto”.

di Vincenzo Mulè – 3 marzo 2010
Parla Francesco Fonti, il pentito della ‘ndrangheta che ha svelato i traffici di rifiuti nel Mediterraneo: «Le navi ci sono. Forse ho sbagliato con i nomi, ma i relitti sono nelle acque di Cetraro. Li avevano comprati i Romeo».

Come un puzzle che piano piano si ricompone, la storia dei traffici dei rifiuti pericolosi con il trascorrere del tempo si arricchisce di nuovi particolari. Con la complicità della Commissioni ecomafie, protagonista nei giorni scorsi di nuove audizioni che hanno smosso un quadro che le polemiche legate al mancato ritrovamento della Cunsky. «Credetemi. Al largo di Cetraro la nave c’è. Volete che non lo sappia io che l’ho affondata»? Francesco Fonti, il pentito che per primo ha parlato dei traffici delle cosiddette navi dei veleni, torna a parlare. Rilanciando tutto. E puntando il dito contro i servizi segreti. E i legami con la politica. Che è il tassello mancante. L’ultimo, ma quello più difficile da provare. E che blocca ancora l’ex boss della ’ndrangheta dal raccontare tutto: «Se rivelassi tutto quello che so, verrei coperto da denunce, la cui prima conseguenza sarebbe la revoca degli arresti domiciliari. E morirei in prigione». Ciò, però, non gli impedisce di lancia un nuovo allarme: i traffici continuano «sul Tirreno, probabilmente attraverso la famiglia Mancuso».

E, allora, occorre necessariamente fare un passo indietro. Alle prime dichiarazioni. Quelle rese al giornalista de L’espresso Riccardo Bocca nel 2005. E dalle quali emergono delle incongruenze. Sottolineate anche da Andrea Palladino nel suo libro Bandiera nera, nel quale si legge: «Francesco Fonti ha elencato tre navi affondate – secondo lui – nel 1992, con diversi carichi di rifiuti tossici: la Cunski, la Yvonne A e la Voriais Sparadis. Tre navi che nel 1992 si chiamavano rispettivamente Shahinaz, Adriatico I e Glory Land. Anzi, l’ultima della lista (l’ex Voriais Sporadis), dopo essere stata rinominata Glory Land, è affondata nel mar della Cina il 20 gennaio del 1990».

Tre navi protagoniste nel 1987, assieme alla Jolly Rosso, di uno dei più grandi traffici di rifiuti tossici e nucleari tra l’Italia e il Libano. «Feci questi nomi allertando il giornalista circa la possibilità che mi potessi sbagliare. Sapevo dell’esistenza di questi tre relitti che erano stati acquistati dalla famiglia dei Romeo per circa 800 milioni». Ora, emerge, un altro spicchio di verità. I nomi non sono stati fatti a caso. Ma dovevano parlare a chi sapeva: «A me interessava il Libano. E volevo che lo capissero anche determinate persone che mi leggevano. Io sono in pericolo, ma la minaccia non arriva dalla criminalità organizzata bensì dai Servizi segreti. Sono loro che mi vogliono morto. La protezione, in questo quadro, me l’aspetto dagli arabi. È con loro che ho stretto un patto di sangue. Sono loro che avevano preparato per me nel 2005 una via di fuga che mi avrebbe condotto, da Beirut, in Giordania da dove, sotto la protezione del re Abdullah, avrei avuto una villa, cinquanta uomini per la mia protezione e la gestione di tutta l’eroina che proveniva dell’Afghanistan e dal Pakistan ».

Ora Francesco Fonti è agli arresti domiciliari e vive in attesa di segnali da quello che un tempo è stato il suo mondo. E, soprattutto, dalla politica. Segnali che lo convincano definitivamente a vuotare il sacco completamente. Per il momento, però, sono altri i messaggi che il pentito ha ricevuto: «Tre settimane fa ho ricevuto una telefonata dall’Olanda da un fantomatico giornalista. Ho denunciato la cosa ai carabinieri, che hanno fatto delle indagini. Dalle quali è risultato che l’uomo che parlava un italiano stentato aveva telefonato da una cabina telefonica e che il recapito che aveva lasciato a Fonti risultava inesistente. La sua paura, però, non è la ’ndrangheta «Fino ad adesso mi è stato reso il favore di essere dichiarato inattendibile. È il modo con cui la ’ndrangheta ha deciso di tenermi in vita». È il suo grado di attendibilità lo snodo attorno al quale ruota la vicenda. Un’attendibilità messa in dubbio sempre da meno persone. In primis, Gaetano Pecorella, presidente della commissione Ecomafie. Questo, secondo Fonti, rimane l’ostacolo più duro da superare.

Lo scorso 26 gennaio, il procuratore della Repubblica di Paola, Bruno Giordano, ha scritto una lettera all’ex boss. Un foglio nel quale Giordano elenca una serie di motivazioni che lo spingono a rifiutare l’invito di Fonti a un incontro. Nelle ultime righe della lettera si legge: «Ciò non significa che io non abbia ritenuto valido il suo apporto conoscitivo, né che, sul piano strettamente personale, dubiti della sua sincerità. Mi impongo, semplicemente, un binario di linearità istituzionale per non infliggere con iniziative contrastanti in atto assunte da uffici giudiziari diversi dal mio e più legittimati ad operare». Dietro queste poche righe, tra l’imbarazzato e il dispiaciuto, ci sarebbe secondo Fonti, una chiave di lettura importante per capire le dinamiche e le forze che caratterizzano la storia.

Tratto da: gliitaliani.it

Fonte: terranews.it

Ancora intimidazioni a Gianni Lannes. Berlusconi non risponde

Fonte: Ancora intimidazioni a Gianni Lannes. Berlusconi non risponde.

A causa di un’evidente e anomala intimidazione di matrice mafiosa consumatasi nel tardo pomeriggio di ieri 17 novembre – i carabinieri sono stati prontamente informati – non potrò partecipare alla conferenza di Amnesty International in programma oggi alle 17,30 all’auditorium della biblioteca provinciale di Foggia. Porgo le mie scuse al collega Cesare Sangalli che presenterà il suo reportage in Nigeria. Il giornalista toscano, aveva intervistato il padre di KEN SARO WIWA, il poeta impiccato insieme ai suoi amici e compagni di lotta il 10 novembre 1995 perché aveva osato denunciare pubblicamente tale sfruttamento. Proprio in quel paese africano l’Eni saccheggia le risorse naturali di idrocarburi mietendo vittime umane. E’ la stessa multinazionale che sta distruggendo anche l’Italia e ora farà man bassa dell’Abruzzo dopo aver  sfruttato la Basilicata e prima ancora l’antica Daunia, succhiando a partire dagli anni ‘50, notevoli quantitavi di gas dalle viscere dei Monti Dauni, senza dare in cambio nulla di concreto. E paradossalmente i cittadini della Capitanata pagano la bolletta energetica all’Italcogim. Avrei dovuto illustrare le mie inchieste in Somalia, dove ho lavorato per conto del settimanale L’Espresso, sul sequestro di un  peschereccio oceanico.  Avrei mostrato con immagini fotografiche e documenti la rotta dei veleni industriali (tossici e radioattivi) che l’Europa occulta illegalmente in quella parte del globo, sia in mare che in terra.
Avrei parlato del progetto Urano (targato Comerio), in cui si erano imbattuti gli straordinari colleghi ILARIA ALPI e MIRAN HROVATIN (vedi: Il Manifesto del 18 marzo 2006). Avrei raccontato dell’ineguagliabile lavoro di intelligence del capitano di corvetta della Marina italiana, NATALE DE GRAZIA, assassinato nel 1995 (i curiosi possono leggere il servizio che avevo realizzato con il collega Luciano Scalettari, pubblicato dal settimanale Famiglia Cristiana nel giugno 2005). Singolare coincidenza, come ben sanno gli inquirenti: ieri ho raccolto ulteriori prove sull’affondamento delle navi dei veleni, di migliaia di barili imbottiti di scorie pericolose e centinaia di container, gettati a ridosso del Gargano, delle Isole Pelagose e delle Isole Tremiti. Caro signor presidente del consiglio dei ministri Berlusconi, signor ministro Maroni per quale ragione non avete ancora fornito una risposta all’interrogazione a voi indirizzata l’8 luglio scorso dal deputato Leoluca Orlando, a proposito degli attentati che già allora avevo subito? Un fatto è certo: solleveremo tutta l’Italia partendo dal Mezzogiorno. Stiamo facendo luce su tutte queste vicende nebulose che coinvolgono pezzi di Stato, governi, istituzioni deviate, partiti, e multinazionali. Non avete il diritto di ipotecare la nostra vita e quella delle generazioni future. Anche se mi ammazzeranno (ho comunque messo al sicuro anche presso colleghi fidati la documentazione probante e scottante) salirà presto una marea popolare che vi sommergerà. Come ben sapete sono già state realizzate analisi scientifiche a Vieste nel Gargano, la mia terra e il mio mare, che evidenziano le cause dello straordinario innalzamento di neoplasie maligne e malformazioni nei bambini, ma avete messo tutto a tacere. Siete al corrente di tutti i disastri anche in Calabria, in Sicilia, in Sardegna, in Molise, in Abruzzo, in Basilicata e perfino nelle Marche. Apprendo ora che l’ente provincia di Foggia – guidato dal presidente Pepe (parlamentare del pdl) e tra l’altro dall’assessore Pecorella – ha negato ai miei collaboratori la sala conferenze di palazzo Dogana per la presentazione del  libro, NATO: COLPITO E AFFONDATO. Grazie a questi politicanti da strapazzo per la democrazia violata.

Gianni Lannes (fonte:
italiaterranostra.it, 18 novembre 2009)

La copertina del libro “NATO: colpito e affondato. La tragedia insabbiata del Francesco Padre”.
Per ulteriori informazioni sul libro clicca QUI

Navi dei veleni – Non lasciamo sola la Calabria : Pietro Orsatti

Navi dei veleni – Non lasciamo sola la Calabria : Pietro Orsatti.

di Pietro Orsatti Editoriale su Terra

Oggi ad Amantea la società civile scende in piazza per chiedere risposte e atti concreti. Perché la società calabrese ha memoria. E vive i segni della memoria sulla propria pelle, abbandonata in un limbo di inazione, il rifiuto di fatto del di intervenire, sola davanti alla devastazione del proprio territorio e dei propri mari. Perché tutti sapevano, da almeno 14 anni, che i mari di Calabria si sono trasformati in un cimitero di navi a perdere, di carrette fuori corso riempite di scorie e rifiuti tossici e affondate. Ottenendo due risultati: smaltire a basso costo rifiuti pericolosi e truffare le assicurazioni. Un mix di imprenditori senza scrupoli, trafficanti, mafiosi, pezzi di istituzioni che non hanno vigilato. Tutti sapevano. Perché ora non si può più negare l’evidenza, dopo il ritrovamento della Cunsky nelle acque di Cetraro nel Tirreno. Da quando la Rosso (già Jolly Rosso, dell’armatore Messina già coinvolto per traffico di rifiuti) spiaggiò sulle coste calabresi e nella cabina del comandante venne trovata un’agenda con longitudine e latitudine e accanto scritto: «La nave è affondata». Si trattava della Rigel. Una commissione d’inchiesta ottenne i fondi per ricercarla nello Jonio al largo di Capo Spartivento, ma l’azienda che aveva
ottenuto l’appalto, che più tardi si scoprì legata ai servizi, non riuscì a individuarla. Tutti sapevano che i rifiuti partivano dalla Liguria, in parte finivano nel Mare nostrum e in parte in Paesi come la Somalia. Si chiamano triangolazioni. Si prende un pezzo di mare o di terra (e mai fondali furono così propizi come quelli di Bosaso in Somalia), lo si paga a un signore locale della guerra con denaro e armi, finanziando così una bella carneficina. E chi sopravvive si becca gli effetti delle scorie. Tutti sapevano, anche Ilaria Alpi e Miran Hrovatin, che proprio a Bosaso
girarono l’ultimo servizio sui traffici di armi e rifiuti. Un servizio che non è mai andato in onda. Uccisi perché sapevano. Depredati del loro perché scomodo, non raccontabile. Il legame è così palese, evidente. Oggi si saprà, finalmente, chi vuole la verità. Chi la vuole davvero. Anche nella politica. Oggi si conteranno più le assenze che le presenze. E quella del centrodestra, che ha deciso di nascondere la testa sotto la sabbia non aderendo alla manifestazione di Amantea dice più di tanti discorsi. Tutti sapevano, anche se adesso qualcuno cerca di negare. La storia delle navi a perdere è il paradigma di questo Paese, dove sapere non conta nulla. Se non quando la situazione è precipitata.