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Reggio, nuova minaccia della ‘ndrangheta lettera con proiettile a pm antimafia

Reggio, nuova minaccia della ‘ndrangheta lettera con proiettile a pm antimafia.

REGGIO CALABRIA – Una busta contenente un proiettile e un biglietto di minacce è stata inviata al sostituto procuratore della Dda di Reggio Calabria, Giuseppe Lombardo. La busta è stata intercettata all’ufficio postale. Lo ha reso noto il procuratore di Reggio Calabria, Giuseppe Pignatone.

“Questa mattina è pervenuta una missiva indirizzata al dottor Giuseppe Lombardo, sostituto procuratore della Dda di Reggio Calabria contenente un proiettile non esploso accompagnato da una missiva di evidente contenuto minaccioso”, scrive il procuratore Pignatone. “E’ l’ulteriore riprova – prosegue il comunicato – del tentativo di intimidire e condizionare l’attività della magistratura reggina impegnata in una difficile azione di contrasto contro la ‘ndrangheta. Da parte nostra continueremo a lavorare con serenità e fermezza”.

Giuseppe Lombardo si occupa dei processi di ‘ndrangheta, tra cui quello “testamento” contro i presunti intrecci tra le ‘ndrine della città e i palazzi del potere. Nel precedimento è indagato anche Massimo Labate, ex poliziotto e consigliere comunale di Alleanza Nazionale.

La lettera di minacce è solo l’ultimo atto di una strategia di intimidazione alla magistratura iniziata il 3 gennaio scorso con l’attentato compiuto alla Procura generale. A compierlo furono due persone, giunte sul posto a bordo di uno scooter. Uno dei due si avvicinò al portone della Procura generale e lasciò una bombola di gas, su cui era stato collocato dell’esplosivo, accendendo la miccia cui era collegata. Lo scoppio provocò danni al portone degli uffici della Procura generale, scardinando un’inferriata.

Giovedì scorso, in occasione della visita del capo dello Stato a Reggio Calabria un altro episodio che i magistrati reggini hanno chiaramente messo in relazione con la bomba: il ritrovamento, a poche centinaia di metri dal percorso presidenziale, di un’automobile al cui interno c’erano, oltre a due pistole e due fucili, due ordigni rudimentali collegati ad una miccia a lenta combustione.

Fonte: repubblica.it

Casa della Legalita’ e della Cultura – Onlus – Affari di scorie nucleari tra Emilia e Liguria… spuntano i Mamone

Fonte: Casa della Legalita’ e della Cultura – Onlus – Affari di scorie nucleari tra Emilia e Liguria… spuntano i Mamone.

Si aggiungono tasselli a quanto stiamo seguendo da tempo.
La notizia resa nota dal giornalista Gianni Lannes ad un convegno è inquietante e, comunque, non ci stupisce.
Al centro via sarebbe di nuovo la ECO.GE dei Mamone, famiglia della ‘ndrangheta, indicata come tale sin dal 2002 dalla DIA, che da anni denunciamo per i suoi legami, le sue entrature politiche, i suoi disastri ambientali, gli appalti pubblici ed il legame solido con il mondo delle cooperative emiliane, e che è entrata in molteplici inchieste giudiziarie, tra cui l’Operazione Pandora, false fatturazioni per costituzione di fondi neri, episodi di corruzione e smaltimenti illeciti di rifiuti pericolosi.

I mezzi della ECO.GE ha dichiaro il giornalista Lannes sono stati fotografati da lui stesso al lavoro nella centrale nucleare di Caorso, in provincia di Piacenza, per gli smaltimenti connessi allo smantellamento della più grande centrale nucleare italiana. Il giornalista ha seguito poi quei mezzi marchiati ECO.GE ed ha evidenziato che ripartivano per Genova per poi giungere a La Spezia. Fatto curioso questo, da Caorso a Genova e poi La Spezia… quando La Spezia è vicinissima a Piacenza, capire il perché di questo assurdo girovagare sui camion sarebbe utile, anche considerando che a Genova non esistono aree per lo stoccaggio di scorie radioattive.
Questo lavoro relativo allo smantellamento degli impianti ed al conseguente smaltimento delle scorie è seguito dalla SOGIM, la struttura affidataria dell’incarico dal Governo, che, quindi, a quanto si apprende, ha affidato in subappaltato l’opera alla società dei Mamone, la nota ECO.GE…
I traffici di rifiuti nucleari e non, in ed attraverso la Liguria non sono una novità.
Non lo sono rispetto al confine con la Francia e non lo sono considerando che il più grande porto turistico del mediterraneo – prima del faraonico “porticciolo” di Imperia, dove lavorava sempre la ‘ndrangheta-, quello di Lavagna, è in mano ad un noto personaggio il cui nome ricorre in atti relativi a fatti inquietanti di traffici internazionali di rifiuti, tra Servizi ed ‘ndrangheta, ovvero Jack Roc Mazreku. Il nome di Mazreku lo si è trovato in molteplici filoni delle inchieste sulle navi dei veleni, lungo le rotte delle scorie e di armi, a partire da quelli per via delle navi dei Messina con, su tutte, la Jolly Rosso, per arrivare ai porti dell’Africa, dove la Comerio company era di casa, in mezzo agli “aiuti umanitari” del nostro Paese. Ora costui è a Lavagna, dove controlla quel porto mai collaudato con una diga dove il “sapore” dei veleni sembra celarsi alle terre di riempimento per l’ampliamento effettuato violando le prescrizioni più elementari… mentre i pescatori parlano di decine e decine di imbarcazioni affondate al largo di Lavagna, direzione Corsica.

Rifiuti ed armi, scorie e morte sono rotte che dalla Liguria sono sempre partite e dove le diverse province hanno giocato ruoli determinanti per gli smaltimenti illeciti di rifiuti tossici. Province dove sono accertati i “locali” della ‘ndrangheta, da Ventimiglia a Savona, da Genova a Lavagna…

Un capitolo mai pienamente chiuso è quello, ad esempio, della Rifiuti Connection dei primi anni Novanta, che vedeva noti “imprenditori” al fianco di pericolosi soggetti legati alla ‘ndrangheta, come i Fazzari – Gullace. Una cava nella ridente località turistica di Borghetto Santo Spirito, nel savonese, venne scoperta con oltre 12 mila fusti tossici. Altri 40 mila fusti vennero indicati, agli inquirenti, occultati nel levante genovese, nell’altra ridente terra di turismo e massoneria, il Tigullio, non sono mai stati cercati e potrebbero essere sepolti in quella che è divenuta una bomba ecologica innescata ed ancora inesplosa, tra le gallerie dell’immane ex Miniera di Libiola, sulle alture di Sestri Levante.

A La Spezia è tenuto in sordina e ignorato uno dei processi cardine dei traffici illeciti, quello che fa riferimento alla discarica di Pitelli, dove erano coinvolti uomini di primo piano della sinistra e dove la prescrizione per i reati principali è giunta salvifica praticamente per tutti… e dove i politici sono riusciti ad uscire di scena in fretta. Prima era un ostacolo dopo l’altro che veniva posto sulla strada dell’inchiesta coordinata dal pm Franz e poi, quando questi abbandonò il Palazzo di Giustizia spezzino, tutto cadde nel silenzio.
Ed è qui a La Spezia, dove si stava recando il capitano De Grazia prima di morire, che vi è un impatto devastante, da un lato, quella intorno alla discarica dei veleni di Pitelli dove i tumori infantili sono un record (negativo) nazionale, mentre dall’altro, quello del Porto, con l’Arsenale militare, vi è un’incidenza devastante di malattie autoimmunizzanti come la sclerosi multipla.

E’ a La Spezia che operava il boss Iamonte per riempire le navi da affondare… è qui che è pesante ed accertata, ancora una volta, la presenza di Cosa Nostra proprio nel settore portuale… e sempre da qui passava la rotta dei rifiuti derivanti dalle bonifiche di Seveso, che paiono ancora stoccate tra capannoni nella zona di Garlasco ed in alcuni lungo le banchine di La Spezia. E’ qui che vennero provati i missili “penetretor” della banda di Comerio per sparare nei fondali marini le scorie tossiche. E’ qui che recentemente un Gabriele Volpi, campione dello sport, anche lui con notevoli affari e traffici lungo le rotte con l’Africa, ed al centro di molteplici inchieste giudiziarie, ha avuto qualche banchina in concessione proprio in questo porto dell’estremo levante ligure.

Un panorama devastante dove le società di famiglie di mafia da quelle dei Fazzari-Gullace, su tutti la Sa.Mo.Ter. a quelle dei Fotia con la Scavo-Ter – entrambe già in rapporto con le società Mamone -, vedono assecondare le loro iniziative per adibire le cave a “discarica” da parte della dirigenza del settore ambiente della Regione Liguria, sempre il settore cave, sempre quella dott.ssa Minervini che era già stata indicata dalla Guardia di Finanza alla Procura di Genova tra i soggetti che, sulla partita dell’ex stabilimento “killer” della Stoppani, hanno operato per agevolare i Mamone, amici, ad esempio, del potente presidente della Regione Liguria, Claudio Burlando. Fatti le cui responsabilità delle Pubbliche Amministrazioni sono pesanti e che vedono reggere il ruolo di assessore all’ambiente della Regione Liguria quell’uomo che pare un perenne distratto, ovvero Franco Zunino, già responsabile del procedimento – nella veste di funzionario comunale di Celle Ligure – relativo all’appalto irregolare alla società Co.For. dei fratelli Guarnaccia (colpiti da arresto e sequestro, da parte della DDA di Reggio Calabria, dei beni in quanto esponenti della ‘ndrangheta impegnata nell’infiltrazione negli appalti pubblici, con l’operazione Arca).

Questa è la Liguria che ora, grazie anche alla linea del Governo Berlusconi, su impulso del “sovrano” imperiese e ministro della Repubblica, Claudio Scajola, sempre in tandem con Claudio Burlando, punta sul business del nucleare, pronta, sul nastro di partenza, per divorare la sua buona fetta di affari.

Antimafia Duemila – Traffico rifiuti tossici, parla pentito Sigma: ”So come funziona il sistema”

Fonte: Antimafia Duemila – Traffico rifiuti tossici, parla pentito Sigma: ”So come funziona il sistema”.

di Nerina Gatti – 17 gennaio 2010
“Dietro allo smaltimento illegale dei rifiti tossici c’è un “sistema” che va avanti tutt’ora. Io conosco come funziona. Conosco i fatti, –svela per la prima volta Sigma- se qualcuno mi vorrà ascoltare parlerò, ho sempre raccontato la verità.”

Da quanto ci riferisce il suo avvocato, Claudia Conidi, il pentito Sigma fu sentito anche dalla Procura di Potenza per le indagini sull’interramento dei rifiuti tossici in alcune zone del potentino.
Il pentito ci racconta di aver fatto anche dei sopralluoghi vicino Potenza, indicando agli inquirenti  i terreni dov’erano stati interrati i rifiuti nocivi. “Ma poi non è successo nulla”, conclude amareggiato Sigma. Forse troppe persone avevano interesse a che i rifiuti non si trovassero. Sigma ha dato la sua disponibilità ad essere ascoltato. Sulla sua attendibilità non ci dovrebbero essere dubbi, le sue testimonianze sono servite in passato a far luce su importanti segreti della ‘Ndrangheta in processi che hanno fatto la storia del contrasto alle ‘ndrine.

Lotta alla mafia nel mirino | Pietro Orsatti

Fonte: Lotta alla mafia nel mirino | Pietro Orsatti.

Dopo la bomba alla Procura di Reggio Calabria, parla il pm di Palermo Di Matteo. «La storia di Cosa nostra, con la sua volontà di combattere lo Stato con attentati e omicidi eccellenti, è una vicenda di corsi e ricorsi»
di Pietro Orsatti su left/Avvenimenti

E’ ormai una guerra. Niente più scaramucce ma un conflitto totale combattuto su più fronti contemporaneamente. Uno stratega militare la chiamerebbe “guerra di accerchiamento”. A farne le spese, obiettivo comune di soggetti e interessi differenti e sconnessi, è l’insieme della magistratura, in particolare i pubblici ministeri che si occupano di mafie, di intrecci mafiosi, di infiltrazioni del sistema criminale nella politica, nelle istituzioni e nell’economia. L’ordigno fatto esplodere domenica scorsa davanti alla Procura generale di Reggio Calabria è solo l’atto più eclatante e visibile. Si voleva intimidire la magistratura, è evidente, in particolare quei togati che stanno indagando su fatti di ’ndrangheta e corruzione e infiltrazioni nelle istituzioni locali e negli appalti. Atto diretto ed esplicito. «I criminali sono portati a pensare che nel processo d’appello le cose si sistemano – ha detto, commentando l’attentato, il procuratore generale di Reggio Calabria, Salvatore di Landro – . Quando questo non avviene, quando anche qui si rendono conto che prendono bastonate, qualcuno può avere la tentazione di reagire». E allora una “bombetta” di avviso. Non è la sola. Non solo in Calabria. In seguito all’arresto del boss di Altofonte, San Giuseppe Jato, Borgetto e Partinico, Domenico Raccuglia, del 15 novembre scorso a Calatafimi si è venuti a conoscenza della capacità tecnica e militare di Cosa nostra, e anche forse della sua volontà, di colpire con un attentato “bersagli eccellenti”, fra i quali non è difficile ipotizzare anche un possibile attacco a qualche magistrato “simbolo” in questa fase di forte offensiva da parte dello Stato nei confronti della mafia.

A non sottovalutare questo segnale è proprio uno dei pm di Palermo, Antonino Di Matteo. «Chi da decenni è abituato ad analizzare e studiare il fenomeno e a confrontarsi con le indagini e i processi sa benissimo che la storia di Cosa nostra anche da un punto di vista della capacità e della volontà di contrapporsi frontalmente allo Stato con attentati o omicidi eccellenti è una vicenda di corsi e ricorsi – spiega il magistrato da poco eletto presidente dell’Associazione nazionale magistrati di Palermo -. È nel dna di Cosa nostra la necessità e la capacità di ricorrere allo scontro frontale quando l’organizzazione lo ritiene opportuno e necessario per se stessa. Soltanto chi non conosce bene la storia di Cosa nostra e il suo modo di ragionare può sottovalutare determinati rischi solo perché negli ultimi quindici anni ha mantenuto un profilo basso, di immersione». Effettivamente una fase di immersione di Cosa nostra già avvenne negli anni Sessanta. Addirittura si ipotizzò il suo scioglimento. Poi con la strage di viale Lazio, compiuta a Palermo il 10 dice del ’69, divenne chiaro che non solo Cosa nostra era tutt’altro che in via di ritirata ma che c’era un nuovo soggetto militare in ascesa: i corleonesi di Totò Riina e Bernardo Provenzano che aprirono da quel momento un’offensiva ferocissima e sanguinosa verso i propri rivali diretti e contro lo Stato. Che si concluse solo nel biennio delle stragi 1992-93.

Questo rialzare il tiro da parte della criminalità nei confronti di chi indaga sulle mafie per conto dello Stato è un segnale preoccupante. Che si somma all’aggressività nei confronti della magistratura da parte di ampi settori della politica che non fanno riferimento alla sola maggioranza di governo. Una politica che sta cercando in tutti i modi, attraverso riforme organiche e blitz legislativi di vario tipo, di fermare l’azione in corso da parte della magistratura o di delegittimare di volta in volta uno più o magistrati che hanno ampliato il loro raggio di azione, passando dall’analisi e repressione degli aspetti militari della criminalità organizzata, debordando verso le implicazioni politiche, amministrative ed economiche del fenomeno mafia. Come ad esempio è successo dopo le ultime dichiarazioni in aula del collaboratore di giustizia Gaspare Spatuzza nel processo di appello a Marcello Dell’Utri. «Non è una novità che le polemiche sui pentiti, sui collaboratori di giustizia, si scatenino solo ed esclusivamente quando le dichiarazioni di questi alzano il tiro sulla politica, sull’imprenditoria e le istituzioni – spiega il pm Di Matteo -. La legge del 2001 che regolamenta la collaborazione con la giustizia degli ex mafiosi ritengo che vada bene così com’è, è già abbastanza restrittiva e rigorosa, per cui un ulteriore giro di vite sarebbe pericolosissimo perché disincentiverebbe definitivamente la collaborazione».
E sempre in relazione al processo Dell’Utri, ha lasciato una scia velenosa di polemiche anche la sospensione di parte del regime del 41bis applicato al boss di Brancaccio Giuseppe Graviano, che in aula si era avvalso della facoltà di non rispondere anche, questo ha fatto intendere, perché non erano state accolte le sue richieste di alleggerimento del proprio regime carcerario. Al processo Dell’Utri aveva detto: «Quando starò meglio potrei chiedere di essere sentito». Presto fatto, a meno di un mese dalla presentazione (per la seconda volta) dell’istanza del boss pluricondannato all’ergastolo anche per la strage di via D’Amelio del 19 luglio 1992, si è visto sospendere l’isolamento diurno. Da ora, nel supercarcere di Opera a Milano, potrà comunicare con altri detenuti, mafiosi e non, e avere quindi la possibilità di ricevere e inviare comunicazioni con l’esterno. Comunicazioni che proprio il 41bis, nella sua formulazione, intende impedire. La scorsa settimana questa decisione dei magistrati di sorveglianza ha scatenato, ovviamente, un putiferio, facendo intervenire anche due dei magistrati più in vista oggi sulla lotta alla mafia. Da un lato il procuratore nazionale antimafia Pietro Grasso ha spiegato che secondo lui la revoca dell’isolamento diurno per il boss mafioso Giuseppe Graviano è «una decisione presa da un giudice investito da una istanza di un difensore e che quindi non dovrebbe comportare nessuna altra valutazione dietrologica», dall’altro il procuratore aggiunto della direzione antimafia Antonio Ingroia è entrato nel merito giuridico e tecnico, affermando che «il problema è legislativo e la decisione che ha riguardato Graviano pone un tema centrale nel dibattito sul 41 bis e la lotta alla mafia. Dovrebbe essere previsto al più presto un prolungamento del periodo di tre anni di isolamento diurno per chi ha commesso reati particolarmente gravi, come quelli di mafia. Purtroppo – aggiunge Ingroia – le indagini ci dicono che i padrini di Cosa nostra continuano ancora a trovare il modo per oltrepassare le barriere del carcere duro, facendo arrivare gli ordini all’esterno». Come sia andata, le domande restano. Che sia stato un premio a Graviano per non aver testimoniato o un incentivo perché parli, rimangono molte ombre. Se non altro per la coincidenza dei tempi nell’applicazione dell’alleggerimento con l’udienza al processo Dell’Utri. Una serie di sospetti che già stanno scatenando polemiche durissime e le richieste più estreme, fra le quali quella della riapertura delle carceri speciali di Pianosa e l’Asinara, luoghi disumani e terribili che, nonostante fossero giustificate in ragione di una lotta estrema contro la mafia dopo le stragi del 1992, rappresentano un capitolo oscuro nella storia del rispetto dei diritti umani nel nostro Paese.

E poi, altra coda velenosa del dibattito (se vogliamo chiamarlo così, in realtà dai toni utilizzati sembrava di assistere a una rissa) è l’ipotesi da parte di alcuni esponenti della maggioranza di sopprimere o limitare all’interno di una codifica rigida e restrittiva per l’azione giudiziaria il reato di “concorso esterno” in associazione mafiosa. Guarda caso proprio il reato per cui è stato condannato a nove anni in primo grado il senatore Marcello Dell’Utri. «Il vero salto di qualità nella lotta alla mafia, soprattutto in questo momento storico – spiega ancora il pm Antonino Di Matteo – lo riusciremo a fare solo se sarà possibile colpire proprio i cosiddetti “colletti bianchi”: gli imprenditori, i politici, gli uomini delle istituzioni, quelli che consapevolmente e fattivamente contribuiscono alla realizzazione di fini importanti per l’organizzazione criminale. Il ricorso al “concorso esterno” è stato fondamentale e lo potrebbe essere ancora di più per debellare veramente la mafia. E vorrei anche ribadire che spesso l’apporto del concorrente esterno è ben più importante per Cosa nostra rispetto all’apporto di un uomo d’onore “punciutu”, che magari fa estorsioni o è rappresentante di una famiglia mafiosa. È attraverso i concorrenti che Cosa nostra esercita il suo potere. Sarebbe un errore che, con l’intervento su questa figura, si ponesse il concorrente esterno come una figura minore per Cosa nostra. Perché così non è». Sopprimere quindi la connotazione di questo reato dal codice sarebbe, secondo Di Matteo, un colpo mortale alla lotta alla mafia. C’è poi da dire che il concorso esiste per tutti i reati. Il concorso in truffa, rapina, omicidio, eccetera. Non è un’invenzione specifica della normativa antimafia. E non solo. «Poi, e questa è una mia valutazione personale, io sono contrario a una connotazione “normativa” specifica dei casi di concorso esterno in associazione mafiosa – prosegue il magistrato -. Anche perché la mafia è un fenomeno in continua evoluzione, temo che la previsione normativa di condotte definibili come concorso esterno possa poi non andare di pari passo con le tecniche mafiose di infiltrazione dei poteri pubblici. Se noi andiamo a vedere come si è evoluta l’azione, ad esempio nelle tecniche di riciclaggio dei capitali sporchi – e parlo delle tecniche “mafiose” di riciclaggio e infiltrazione dell’economia – capiamo che diventa anche difficile “normativizzare” oggi il concorso esterno in associazione mafiosa con un strumento che sia efficace anche fra dieci anni».
Ma di cosa avranno da preoccuparsi questi benedetti magistrati. Dopo tutto sia il premier che il ministro dell’Interno hanno annunciato un “piano” per debellare la mafia definitivamente entro la fine della legislatura. Quella stessa mafia spa che rappresenta quasi un terzo dell’economia reale di questo Paese.

La ‘Ndrangheta attacca le istituzioni: bomba esplode davanti alla Procura generale

La ‘Ndrangheta attacca le istituzioni: bomba esplode davanti alla Procura generale.

Scritto da Monica Centofante e Rainews 24

Reggio Calabria. Non hanno dubbi i responsabili delle forze dell’ordine e della magistratura di Reggio Calabria che questa mattina si sono riuniti d’urgenza insieme al comitato provinciale per l’ordine e la sicurezza pubblica: l’ordigno fatto esplodere nelle prime ore dell’alba davanti alla procura generale della città calabrese è di origine mafiosa.
E a dimostrarlo, in particolare, il confezionamento della bomba, per il quale sarebbero stati utilizzati materiali in tutto simili a quelli adoperati nei continui tentativi di estorsione della ‘Ndrangheta nei confronti di commercianti e imprenditori reggini.
E’ quanto emerso dai primi accertamenti seguiti allo scoppio dell’ordigno ad alto potenziale che alle 5 di questa mattina ha svegliato il centro storico della città dello Stretto, in prossimità di piazza Castello, in un momento in cui la strada era fortunatamente deserta. E che per questo motivo non ha provocato vittime, ma ha scardinato un’inferriata del portone della procura e danneggiato gli altri infissi della struttura.
Secondo quanto emerso dalle indagini appena iniziate, e condotte dai Carabinieri del comando provinciale reggino, le telecamere di sorveglianza avrebbero ripreso due persone coperte da casco integrale che a bordo di uno scooter si sarebbero avvicinate al portone della Procura generale. Ma che risulterebbero ancora ignote.
Sul movente del gesto intimidatorio – che il professor Enzo Ciconte, esperto del fenomeno ‘Ndrangheta, ha interpretato come “un messaggio chiaro e forte alla magistratura” per motivi ancora  sconosciuti – è intervenuto il Procuratore generale Salvatore Di Landro: “Voglio ricordare – ha detto – che l’ufficio della Procura si occupa della confisca e del sequestro dei beni, e dei procedimenti di appello contro le cosche della criminalità organizzata”. A fargli eco Franco Mollace, per anni alla Dda di Reggio Calabria e dal 10 dicembre sostituto procuratore generale a Reggio. Il fatto – ha dichiarato – è “di una gravità senza dimensione un attacco diretto all’ufficio che evidentemente, negli ultimi tempi, ha segnato una rottura col passato”. Mentre “è evidente un indirizzo nuovo dell’ufficio e certamente non gradito alla criminalità organizzata”.
L’europarlamentare Luigi de Magistris, intervenuto con una nota, ha tenuto invece a sottolineare che l’atto criminale non è il primo, ma solo l’ultimo di una lunga serie. Più di una volta, ha detto, Reggio Calabria è stata “crocevia di attentati dinamitardi compiuti dalla criminalità organizzata nei confronti delle istituzioni democratiche. Questo è accaduto spesso quando l’attività della magistratura ha avuto ad oggetto i rapporti tra politica e ‘Ndrangheta, tra quest’ultima e persone delle istituzioni”. “La strategia della tensione – ha proseguito de Magistris – è uno dei mezzi di comunicazione della ‘Ndrangheta anche quando viene colpita nei suoi interessi economici. Bisogna mantenere alta la vigilanza democratica ed essere vicini alle donne e agli uomini delle istituzioni impegnati per l’attuazione e la difesa della legalità”.
Vicinanza e sostengo ai magistrati reggini impegnati nella lotta alla ‘Ndrangheta, sono stati intanto espressi da più parti politiche e dallo stesso Presidente Napolitano che ha manifestato in una nota il convinto apprezzamento e il forte incoraggiamento alla tenace azione, assieme alle forze dell’ordine, di contrasto della criminalità.

Monica Centofante da Antimafiaduemila

Reggio Calabria.

Un ordigno ad alto potenziale, costruito artigianalmente, con esplosivo collegato a una bombola del gas, è esploso intorno alle 5 di questa mattina, davanti al portone del tribunale di Reggio Calabria, dove ha sede anche la Procura Generale, nella centralissima piazza Castello.

Sul posto sono intervenuti i Vigili del fuoco e i Carabinieri del comando provinciale di Reggio Calabria che hanno avviato le indagini.

La bomba è stata posizionata intorno alle 4.50 della scorsa notte da due persone al momento ignote che si sono avvicinate al portone della Procura Generale a bordo di uno scooter. La telecamera a circuito chiuso della Procura generale di Reggio Calabria ha registrato le immagini dell’attentato che adesso sono al vaglio degli inquirenti che stanno cercando di dare un volto e un nome ai due individui che hanno compiuto il gesto.

E’ certa l’origine mafiosa
E’ certa l’origine mafiosa dell’attentato. L’attacco, per il procuratore generale Salvatore Di Landro, può essere avvenuto sia per le attività della procura in materia di misure di prevenzione sia per una serie di procedimenti in appello sulla criminalità organizzata.  “Dalla telecamera di servizio – ha detto Di Landro – è stato possibile notare che due individui, che indossavano i caschi e che sono giunti a bordo di un motorino, hanno depositato l’ordigno composto da una bombola di gas e da materiale esplodente. Siamo certi che si tratti di un grave attentato perpetrato dalla criminalità organizzata”.

Napolitano: solidarietà e vicinanza
Napolitano ha espresso ai Capi degli uffici requirenti di Reggio Calabria solidarietà e la vicinanza del Paese ai magistrati della città. Il Capo dello Stato, si legge in una nota del Quirinale, ha manifestato il convinto apprezzamento e il forte incoraggiamento alla tenace azione, assieme alle forze dell’ordine, di contrasto della criminalità, assicurando il pieno sostegno delle istituzioni.

L’attentato di questa mattina ai danni della procura generale della Repubblica presso la Corte d’Appello di Reggio Calabria è “un episodio gravissimo che colpisce uno degli uffici giudiziari più impegnati nella lotta alla ‘ndrangheta”, dichiara il presidente del Consiglio Regionale, Giuseppe Bova. “E’ un atto di “inaccettabile spregiudicatezza, che condanniamo con forza, indigna e allarma perche’ conferma come la criminalità organizzata sia tornata ad alzare il tiro”.

Maroni convoca riunione il 7 gennaio
Il ministro dell’Interno, Roberto Maroni, ha convocato per il pomeriggio del 7 gennaio una riunione straordinaria alla prefettura di Reggio Calabria dei vertici delle forze dell’ordine, dopo la bomba fatta esplodere all’alba di oggi contro la Procura generale del capoluogo. Nell’occasione, si insedierà anche il nuovo prefetto della città. E’ quanto fa sapere la portavoce del ministro, Isabella Votino. Maroni ha chiamato oggi il procuratore generale di Reggio Calabria, Salvatore Di Landro, e il procuratore Giuseppe Pignatone, per esprimere loro solidarietà.

Fini: condanna all’attentato e sostegno ai magistrati
l presidente della Camera, Gianfranco Fini, ha espresso il proprio sostegno e la propria piena solidarietà ai magistrati e a tutti gli operatori della giustizia del Tribunale di Reggio Calabria, per il vile attentato di questa notte. Nell’esprimere la più ferma condanna per il grave episodio, Fini ha dichiarato la sua vicinanza a quanti quotidianamente svolgono con dedizione e senso di responsabilità il proprio lavoro nel nome della legalità e della democrazia.

Alfano, sdegno per il grave attentato
Il ministro della Giustizia Angelino Alfano esprime il proprio “sdegno per il grave attentato perpetrato ai danni degli uffici giudiziari di Reggio Calabria, simbolo della lotta alla mafia e luogo di straordinari successi dello Stato nei confronti delle cosche mafiose”. Il Guardasigilli si dice “assolutamente certo” che l’attentato “non fara’ venir meno, anzi accrescera’, l’impegno della magistratura reggina nel contrasto ad ogni forma di violenza e prevaricazione”. Alfano sottolinea infine “la propria vicinanza alla operosa Procura generale di Reggio Calabria e a tutta la magistratura del distretto”.

Pg, grati al Capo dello Stato per la vicinanza
“La magistratura reggina non puo’ che essere profondamente grata e gratificata della vicinanza del Capo dello Stato Giorgio Napolitano e del ministro Roberto Maroni. E’ di conforto sapere che il Presidente ci e’ stato subito vicino”. Lo ha detto il procuratore generale di Reggio Calabria, Salvatore Di Landro. “In questo momento cosi’ forte e delicato – ha aggiunto – l’ufficio ha ricevuto la solidarieta’ ampia, piena e diretta della Presidenza della Repubblica e del ministro Maroni che ringrazio vivamente per la loro vicinanza e la condivisione dei problemi che abbiamo. Ci giunge particolarmente gradito e di conforto il messaggio del Presidente della Repubblica per l’alto livello istituzionale. Tutta la magistratura reggina me e il procuratore della Repubblica in primis, gli esprime la piu’ viva gratitudine”. Di Landro, che ha preso servizio come procuratore generale il 5 dicembre scorso, ha avuto stamani un lungo colloquio con il Quirinale.

Da Rainews24

Blog di Beppe Grillo – Mafia a Milano

Blog di Beppe Grillo – Mafia a Milano.

Milano, la capitale morale è diventata immorale. E’ la capitale della droga e del cemento senza il rock and roll, ma con l’Expo 2015. E’ la capitale europea della cocaina, la si respira nell’aria insieme al CO2 per produrre di più. Anche i topi milanesi sono consumatori abituali di cocaina che fluisce nelle fogne. Mortizia Moratti nulla sa, nulla vede, nulla sente. Mafia? Cos’è la mafia? Qualcuno glielo spieghi, povera stella.

Intervista a Gianni Barbacetto.
“Sono Gianni Barbacetto, faccio il giornalista, scrivo tra l’altro su Il Fatto quotidiano, Milano è diventata ormai in maniera inoppugnabile, la capitale della ’ndrangheta, ce lo dicono magistrati che hann speso anni e anni della loro vita per indagare su quella che è ormai la più importante organizzazione criminale in Italia, ma Milano, a differenza di Palermo, di Reggio Calabria o di Napoli, non è una città monopolizzata da un’organizzazione criminale, Milano è un mercato aperto, a Milano c’è la ’ndrangheta, ma operano anche qui uomini di Cosa Nostra, uomini della camorra.
Milano è la capitale della cocaina, uno studio dell’istituto di ricerca farmacologia Mario Negri ha valutato, analizzando l’acqua delle fogne di Milano, che ogni giorno vengono consumate a Milano 12 mila dosi di cocaina, a Milano ogni giorno ci sono 5, 6 ricoveri in un anno 2 mila persone vengono ricoverate per overdose da cocaina, è un mercato immenso, la fascia principale di questo mercato è nelle mani della ‘ndrangheta che ha instaurato rapporti privilegiati con i produttori latino – americani, da questo mercato enorme della cocaina arrivano un mucchio di soldi, questi soldi poi entrano nel circuito legale e inquinano gli affari di questa città.
Ormai i gruppi mafiosi sono arrivati a Milano alla seconda, alla terza generazione, continuano i vecchi affari sporchi, a Milano nell’ultimo anno e mezzo ci sono stati 5-6 omicidi di mafia, non a Palermo, non a Napoli, continuano le famiglie della ’ndrangheta, ma anche gli uomini di Cosa Nostra e della camorra i loro traffici sporchi, sostanzialmente il traffico di droghe, continuano i regolamenti di conti, poi però ci sono gli affari puliti, questa massa enorme di soldi guadagnati soprattutto con la cocaina, vengono impiegati principalmente nel settore dell’edilizia, ormai si dice che non ci sia a cantiere a Milano e di cantieri ce ne sono tanti, in cui non siano presenti le macchine di movimento terra, i camion delle famiglie calabresi della ’ndrangheta, se tu non fai lavorare i camion della ’ndrangheta, il tuo cantiere è a rischio, potrebbero andare a fuoco i tuoi mezzi, possono farti dei furti di materiale in cantiere, molti imprenditori del nord con i cognomi lombardi, milanesissimi, fanno finta di nulla, chiudono un occhio e anche due e hanno ormai imparato a convivere con la mafia, hanno capito che per avere la vita tranquilla, qui devono far lavorare alcune famiglie.
Nell’hinterland milanese sono insediate ormai da 2, 3 generazioni famiglie di peso, cognomi che sono ai vertici della ’ndrangheta Platì a Reggio Calabria e che però hanno anche qui sviluppato i loro affari, cognomi come Sergi, Trimboli, Papalia, Barbaro lavorano in Calabria, ma hanno le loro basi ormai anche a Milano. Il settore dell’edilizia privata è ampiamente inquinato dalla presenza criminale, ma ormai le ultime indagini ci hanno detto che la ’ndrangheta ha fatto il salto, è riuscita a avere anche appalti pubblici, i lavori per esempio nella costruzione della quarta corsia dell’autostrada Milano – Brescia, lavori per l’alta velocità, ormai c’è il salto anche nei cantieri pubblici anche sui soldi pubblici, sugli appalti pubblici la criminalità organizzata ha messo le mani.
Tutto ciò non sarebbe possibile senza i contatti con la politica, la criminalità organizzata a Milano, anche a Milano, ha saputo stringere contatti con alcuni politici, naturalmente non li conosciamo, però conosciamo qualche segnale, qualche nome, per esempio sappiamo che la famiglia Morabito, un clan importante della ’ndrangheta, ha organizzato una bella cena elettorale al ristorante Gianat di Milano in onore di Alessandro Colucci che è un consigliere regionale lombardo.
Sappiamo che alcuni personaggi considerati vicini e legati alla ’ndrangheta hanno avuto rapporti con Vincenzo Giudice, un Consigliere comunale di Milano che tra l’altro ha fatto fallire e ha fatto perdere un mucchio di soldi pubblici facendo fallire una società comunale che si chiama Zincare, ma ciò nonostante è stato premiato con la presidenza ben retribuita di un’altra società comunale.
Sappiamo per esempio che un deputato della Repubblica Francesco De Luca, ha avuto contatti con una famiglia napoletana, con gli emissari di una famiglia di camorra, la famiglia Guida che opera qui a Milano, l’argomento era aggiustare un processo in Cassazione, lui si è sempre difeso dicendo: ho detto di sì, ma poi non ho fatto nulla.
I contatti ci sono, conosciamo soltanto la punta dell’iceberg probabilmente di questo fenomeno, le famiglie della ’ndrangheta, camorra, di Cosa Nostra hanno molti soldi, hanno metodi molto convincenti per riuscire a penetrare nell’economia del nord, milanese, negli affari del nord e anche hanno mezzi e persone per infiltrarsi e aprire rapporti con la politica, gli appalti dell’Expo 2015 saranno corposi e fanno gola a tutti, anche la criminalità organizzata, vorrebbe sedersi a questa tavola imbandita, quando sarà imbandita.
L’attenzione per la criminalità organizzata, per le infiltrazioni soprattutto della ’ndrangheta, ma non solo a Milano, dovrebbe essere alta, invece c’è una scarsa sensibilità della politica, anche il Sindaco Letizia Moratti, quando si parla di mafia a Milano, dice: “Non esageriamo, non si deve denigrare la città, questa è la città della moda, design, volontariato e di tante cose belle“, tutto vero, ma ahimè dobbiamo imparare anche a vedere il lato oscuro di questa città, perché altrimenti l’alternativa è che senza che ce ne accorgiamo, si infiltreranno nell’economia e nella politica e quando ce ne accorgeremo sarà troppo tardi!”. Gianni Barbacetto

Caso Wind, seconda puntata. Volevano fermare i pm di Why Not | Pietro Orsatti

Fonte: Caso Wind, seconda puntata. Volevano fermare i pm di Why Not | Pietro Orsatti.

Proseguono le rivelazioni sul responsabile della security del gestore telefonico. Negli atti anche i rapporti con Tavaroli e Mancini dei servizi

di Pietro Orsatti su Terra

L’obiettivo era smontare Why Not. Questo emerge dalle rivelazioni relative all’inchiesta Wind condotta dalla procura di Crotone, titolare il pm Pierpalo Bruni. L’indagine ha portato all’esecuzione degli arresti domiciliari per il capo della Security del gestore telefonico Salvatore Cirafici, e coinvolge anche il maggiore dei carabinieri Enrico Maria Grazioli, uomo di fiducia di Cirafici e che proprio da questi veniva avvisato di essere indagato e intercettato. Per capire cosa è davvero accaduto nell’ufficio riservato della Security Wind dove arrivavano tutte le richieste dell’autorità giudiziaria bisogna analizzare anche alcune persone non indagate, fra le quali emerge il commercialista Giuseppe Carchivi «soggetto capace di intessere, macchinare, architettare, mantenere unito e garantire una fitta rete amicale con personaggi di indubbia levatura – dichiara il maggiore Grazioli – sia privatistiche che pubblico istituzionale ». Carchivi, secondo gli accertamenti, era in contatto telefonico proprio con il maggiore dei Carabinieri, che, ricordiamolo, fino a pochi mesi prima aveva ricoperto l’incarico di comandante del Nucleo Investigativo di Catanzaro, occupandosi anche delle inchieste condotte dall’ex pm Luigi De Magistris, “Poseidone” e “Why Not”.

Le intercettazioni raccontano come Carchivi avesse messo in contatto Grazioli con il parlamentare Pdl Giancarlo Pittelli, all’epoca uno dei principali indagati delle due inchieste catanzaresi. I due si incontrarono anche a Roma, per scambiarsi informazioni sulle indagini cui lo stesso Grazioli aveva preso parte e che vedevano interessati Pittelli, oltre ad altri soggetti come il Presidente della Regione, Chiaravalloti Giuseppe.

Il maggiore Grazioli, interrogato dal pm Bruni, descrive uno scenario inquietante: «Ritengo che Pittelli e Carchivi volessero utilizzarmi come strumento per colpire appartenenti alle istituzioni che, secondo un loro distorto giudizio, compivano e compiono attività investigativa nei confronti di soggetti a loro vicini». Sempre Grazioli racconta che Cirafici lo sollecitava ad informarlo «se il dottore Bruni avesse avanzato la richiesta (d’indagine ndr). Non solo, voleva altresì sapere se il Genchi fosse consulente tecnico di Bruni nell’ambito del presente procedimento penale». Ecco qui, come era prevedibile, la paura che oltre alle carte ereditate da De Magistris, il pm Bruni si potesse avvalere proprio di quel consulente che era stato uno dei protagonisti nell’inchiesta Why Not, Gioacchino Genchi.

Cirafici, sempre secondo Grazioli, era preoccupato del fatto che nel corso dell’indagine Why not erano emersi contatti con alcuni uomini delle istituzioni. Nello stesso periodo Genchi, infatti, segnalava al pm Bruni che proprio Cirafici era in contatto, tra gli altri, con gli uomini della security Telecom Fabio Ghioni e Luciano Tavaroli, e con Marco Mancini del servizio segreto militare. è in questo snodo delle indagini che emerge il legame diretto con l’altra “centrale informativa”, quella messa in piedi da Tavaroli in Telecom. «Il timore paventato da Cirafici – racconta agli inquirenti Grazioli – era determinato dal fatto che aveva, a cagione del suo ruolo presso la Wind, la disponibilità di schede telefoniche non intestate e non riconducibili ad alcuno; erano quindi delle schede “coperte”». Schede che Cirafici aveva «date per l’uso – aggiunge – anche a soggetti ricoprenti ruoli istituzionali di primo piano». I nomi di questi “soggetti istituzionali” è ancora riservato.

La paura del consulente del pm, Genchi, e il continuo informarsi sia con Grazioli che con altri di come stesse andando l’inchiesta Why Not: sono questi i fattori che fanno concentrare i sospetti della procura su Cirafici. «So che è andato anche in Procura a chiedere informazioni – prosegue Grazioli – ma non mi ha chiesto di accompagnarlo perché sapeva già a chi rivolgersi ». Quando la procura giunge a individuare una scheda fantasma usata dallo stesso responsabile della sicurezza, Cirafici non ha più dubbi e, rivolgendosi a Grazioli, afferma:«Bruni va fermato». Quando poi Grazioli viene e interrogato per la prima volta dal pm di Crotone, l’uomo della Wind lo convoca e cerca di intimidirlo per spingerlo a ritrattare. Ma ormai Bruni è andato avanti e la situazione, nel giro di poche settimane, precipita. A questo punto lunedi scorso giunge inevitabilmente l’ordinanza del Gip per la misura cautelare nei suoi confronti: arresti domiciliari.