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Taglia del governosulla libertà di stampa | l’AnteFatto | Il Cannocchiale blog

La cosa più scandalosa è che secondo me i giornali dovrebbero scatenare un putiferio contro questa nuova legge porcata che punisce la libertè di stampa oltre che le intercettazioni, invece se ne stanno tutti zitti e obbedienti tranne quelli de “Il fatto Quotidiano”…

Fonte: Taglia del governosulla libertà di stampa | l’AnteFatto | Il Cannocchiale blog.

Arrivano gli emendamenti anti-D’Addario (divieto di registrazione), quello che “salva” i criminali se in compagnia di un onorevole, e bavaglio e carcere per i giornalisti

Avendoci messo le mani giureconsulti del calibro di Schifani, Alfano e Ghedini, era naturale che la legge sulle intercettazioni fosse una boiata. C’è semmai da dubitare della sanità mentale di chi s’illudeva di migliorarla con qualche “emendamento condiviso” qua e là. Chissà che si aspettavano i vertici dell’Anm e i fresconi del Pd dall’intervento del presidente del Senato, quello che quando non faceva l’autista del senatore La Loggia prestava consulenze legali a noti mafiosi. Il risultato è che la boiata resta una boiata, a parte un ritocchino che cancella i “gravi indizi di colpevolezza” come condicio sine qua non per intercettare, ripristinando gli attuali “gravi indizi di reato”.

Dopo lunghe spiegazioni, con l’ausilio di qualche disegnino, berlusconidi e schifanidi hanno finalmente capito che le intercettazioni servono a scoprire i colpevoli e consentirle soltanto dopo averli scoperti significa non scoprirli più. Per il resto, tutto come prima. Con l’aggiunta di un paio di novità da perizia psichiatrica. La prima: se intercetta un criminale che parla con un parlamentare (la qual cosa accade con grande frequenza), il pm deve bloccare tutto e chiedere l’autorizzazione del Parlamento a proseguire. Esempio: il delinquente Gigi parla con l’onorevole Pippo, ma non lo chiama onorevole: lo chiama solo Pippo.

Passano mesi prima che gl’interlocutori di Gigi vengano identificati e si scopra così che Pippo è un onorevole. Nel qual caso la nuova norma è inutile. Poniamo invece che si capisca subito che Pippo è un onorevole: il pm dovrà avvertire il Parlamento, cioè Pippo, che sta intercettando il suo amico Gigi, così Pippo potrà avvisare Gigi di non chiamarlo più, o di cambiare telefono, o di usare i pizzini. Così l’inchiesta va in fumo. Stessa regola per acquisire i tabulati del parlamentare che parla con l’indagato intercettato. Ma di solito è proprio per sapere a chi è intestata una certa utenza che si acquisisce il tabulato: d’ora in poi per acquisirlo bisognerà già sapere che è di un parlamentare e chiedere il permesso al Parlamento. E’ il comma 22.

Seconda novità: il privato cittadino che – come la D’Addario con Berlusconi – registra o filma proprie conversazioni con qualcuno rischia da 6 mesi a 4 anni di galera, a meno che non emerga una notizia di reato e venga tempestivamente denunciata. Ma la stessa cosa non può farla un magistrato: vietato piazzare cimici nell’auto o nella casa del mafioso o dello stupratore (ma anche telecamere allo stadio per prevenire eventuali atti di violenza), a meno che non si abbia la certezza che in quel luogo si sta commettendo un delitto. E, siccome la certezza non c’è mai, le cimici e le telecamere non si piazzeranno mai più. Non è meraviglioso? Intatte anche le follie dei 60 giorni di durata massima delle intercettazioni (poi, fosse anche la vigilia di un omicidio, si stacca tutto) e del divieto di usare intercettazioni in un’inchiesta diversa da quella per cui sono state disposte (intercetto uno per furto di bestiame e scopro che sta per ammazzare la moglie? Il nastro non è più utilizzabile per incastrarlo per uxoricidio).

Poi naturalmente c’è il bavaglio alla stampa. Secondo indiscrezioni trapelate dal Quirinale, a Napolitano va bene così. Il giornalista che pubblica un atto d’indagine rischia 2 mesi di galera più 10 mila euro di multa (20 mila se è un’intercettazione pubblicata o raccontata o riassunta) più la sospensione dalla professione; e il suo editore fino a 500 mila euro ad articolo. Ma qui la boiata è talmente incostituzionale e contraria alla Convenzione europea dei diritti dell’uomo che la Consulta e/o la Corte di Strasburgo faranno presto giustizia. Cose che capitano in un paese dove il premier pensa che “in Italia da circa 15 anni c’è un golpe bianco tinto di rosso attuato da alcuni magistrati con pezzi della politica”. Anzi no, mi dicono che la frase è di Matteo Messina Denaro. Ragazzo sveglio. Farà strada.

Vomitate, gente, vomitate – Marco Travaglio – Voglio Scendere

Fonte: Vomitate, gente, vomitate – Marco Travaglio – Voglio Scendere.

Da Il Fatto Quotidiano del 7 Gennaio 2010
Il termometro migliore per misurare a che punto sta il regime è la lettura dei quotidiani “indipendenti”. Che hanno così interiorizzato il regime da non rendersi nemmeno più conto della gravità di quel che descrivono. Infatti lo raccontano con aria gaia e spensierata, come se parlassero del sole e della pioggia. Ieri, per esempio, a pagina 9 del Corriere della Sera, l’articolo dedicato alle tre leggi ad personam che garantiranno impunità eterna al satrapo si apriva così: “Il ministro della Giustizia Angelino Alfano è rientrato in anticipo dalle vacanze e ha subito raggiunto il consigliere giuridico del premier,l’avvocato Niccolò Ghedini, che lo attendeva a Villa San Martino. La prima riunione dell’anno insieme a Silvio Berlusconi è servita dunque a mettere a punto l’agenda 2010 sulla giustizia che,nei piani del presidente del Consiglio,prevede tappe forzate da qui ai prossimi 60 giorni. ‘Se il processo breve e il legittimo impedimento non venissero approvati nei due rami del Parlamento entro febbraio, le conseguenze politiche non sarebbero indolori’, avrebbe ripetuto Berlusconi davanti ai suoi collaboratori”. Notare la soavità di quel “raggiunge”.Traduzione: il ministro della Giustizia “raggiunge” nella residenza privata del premier l’avvocato che difende il premier in vari processi per corruzione di testimone, frode fiscale, appropriazione indebita e falso in bilancio, e che per giunta è stato nominato deputato dal premier per cancellare per legge i suddetti processi, ma la stampa indipendente lo chiama “consigliere giuridico” per non dare troppo nell’occhio. Costui impartisce ordini al cosiddetto ministro affinchè si dia da fare “a tappe forzate” per mobilitare le istituzioni affinchè blocchino i tribunali prima che pronuncino le sentenze a carico del premier. E questo sconcio prende il nome di “agenda 2010 sulla giustizia”. Segue minaccia mafiosa ai parlamentari: o provvedono “entro febbraio”, oppure “le conseguenze politiche non saranno indolori”. La parte riservata, in questo stomachevole copione,alle istituzioni di garanzia –presidente della Repubblica, opposizione, magistratura, stampa libera – è implicito ma evidente: devono partecipare festosamente all’operazione o al massimo scansarsi e non disturbare il manovratore. Chi non lo fa e per giunta annuncia di volersi opporre è un terrorista che “odia” e va emarginato dal consesso civile.

In un’altra cronaca del Pompiere, si legge che il premier “si è presentato senza le bende e i cerotti”: non ha più nulla da nascondere, nemmeno il rossore per la vergogna che, casomai si manifestasse, sarebbe comunque coperto da uno spesso strato di cerone. La fabbrica del regime opera alla luce del sole, con allegato comunicato stampa. A questo punto il cittadino che non abbia ancora portato il cervello all’ammasso non ha che tre opzioni: adeguarsi, voltarsi dall’altra parte, opporsi. Ma, se si oppone, ha la fortuna di conoscere in anticipo quello che lo aspetta. Il regime a cielo aperto si è premurato, nei giorni delle sante feste, di rammentarglielo affinchè nessuno poi dica che non era stato avvertito: i servizi segreti, pagati dallo Stato o assoldati da strutture private tipo Telecom, hanno licenza di spiare illegalmente gli oppositori: politici, magistrati, giornalisti, semplici cittadini. Monitorare, schedare, attenzionare, pedinare, screditare e magari chissà, in futuro, nascondere qualche bustina di eroina in qualche tasca scomoda. Tanto, se vengono scoperti (eventualità sempre più improbabile, viste le condizioni in cui viene ridotta la magistratura), provvede il regime a salvarli col segreto di Stato,trasformato in scudo spaziale per coprire le peggiori nefandezze degli apparati occulti. Per i mandanti è in arrivo la nuova immunità parlamentare extralarge. Ecco, ora il quadro è completo. Anzi no: manca quella roba chiamata Pd che non dice una parola, anzi dialoga. Adesso, volendo, potete anche vomitare, prima che diventi reato pure questo.

A.A.A. Lodo offresi prezzo trattabile – Marco Travaglio – Voglio Scendere

Fonte: A.A.A. Lodo offresi prezzo trattabile – Marco Travaglio – Voglio Scendere.

Premesso che l’on. avv. Niccolò Ghedini è una simpatica personcina e il suo maestro on. avv. Pietro Longo pure, la domanda è questa: ma è normale che questi due signori – come informano quotidianamente i giornali – si aggirino per le aule parlamentari, peraltro deserte, e negli angiporti limitrofi, cercando di piazzare lodi, lodini, sottolodi, minilodi travestiti da “riforme della giustizia” in formato extralarge, o mignon, da tasca o da pochette, per cancellare i processi o i reati del loro cliente che li paga profumatamente e, per inciso, fa pure il presidente del Consiglio? È normale che tutti li stiano a sentire, nell’ambito del “dialogo sulle riforme”, anziché mandarli a stendere? È normale che nessuno, dal presidente della Camera a quello della Repubblica, non trovino due minuti e due parole per metter fine allo sconcio? È normale che i giornaloni “liberali” non scrivano una riga? È normale che Pigi Battista abbia frantumato i marroni per tutta l’estate a De Magistris perché non s’era ancora dimesso da magistrato (l’ha fatto a settembre, nel silenzio di Battista) e non abbia mai dedicato una virgola alle mancate dimissioni di Ghedini e Longo dall’avvocatura o dal Parlamento o dalla difesa berlusconiana? È normale che il Corriere degli Ostellini, dei Panebianchi, dei Pappagalli della Loggia che quotidianamente ci affetta i santissimi con la separazione delle carriere fra giudici e pm non dedichi un pigolìo alla separazione delle carriere fra avvocati e legislatori?

È normale che l’Ordine degli avvocati, quello che non ha ancora trovato il modo di espellere Previti a tre anni dalle condanne definitive per aver comprato le sentenze Imi-Sir e Mondadori, non abbia nulla da dire ai due illustri associati in spudorato conflitto d’interessi? Se non andiamo errati, l’Ordine forense è dotato financo di un “Codice deontologico”, che nel capitolo III sul “Conflitto d’interessi”, contempla il seguente art. 37: “L’avvocato ha l’obbligo di astenersi dal prestare attività professionale quando questa… interferisca con lo svolgimento di altro incarico anche non professionale”. Tipo quello di deputato. Ora, non ritengono lorsignori che codesto articolo calzi a pennello con ciò che fanno ogni santo giorno da 15 anni gli avvocati del premier? E, se è così, il Codice deontologico ha una funzione ornamentale o è vincolante per gli associati? E che si intende fare per indurre le due personcine a rispettarlo? Finora gli On. Avv. avevano sempre trovato un prestanome disposto a immolarsi e intestarsi le leggi-vergogna su misura dell’Utilizzatore Finale e dei suoi cari: decreto Biondi, condono Tremonti, scudo Tremonti, ddl Pittelli, lodi Schifani e Alfano, legge-bavaglio Alfano sulle intercettazioni. Solo Cirielli si era ribellato, tant’è che la sua legge riveduta e corrotta fu ribattezzata “ex Cirielli”, alla memoria, per mancanza di scudi umani volontari. Ora anche Angelino Jolie, essendosi sputtanato abbastanza, non firma più nulla. Così Ghedini e Longo han dovuto riaprire il bazar mettendoci la faccia e il nome. Ogni giorno la premiata ditta sforna una nuova schifezzuola per sondare il terreno e vedere l’effetto che fa: amnistia super o mini; indultino gigante o nano; prescrizione breve o media o lampo; portiamo tutto da Milano a Roma, o magari ci fermiamo a metà strada, tipo Orte; un bel lodino nuovo di pacca, anzi usato; valido per tutti, o solo per gli incensurati, o solo per Lui. Interessa l’articolo? Prezzi modici e trattabili. Roba che nemmeno Paolo Ferrari coi due fustini al posto di un Dash. Prima o poi riusciranno a piazzarlo, il Ghedash che lava più bianco. Tanto nessuno dice nulla e il Presidente firma tutto. O no?

“Ci ho fatto un papello così” « Blog di Giuseppe Casarrubea

Fonte: “Ci ho fatto un papello così” « Blog di Giuseppe Casarrubea, http://casarrubea.wordpress.com/2009/10/28/ci-ho-fatto-un-papello-cosi/

Della mafia, e cioè di un fenomeno sommerso che affonda le sue radici maligne in tutto il tessuto sociale e istituzionale dell’Italia, si è parlato e scritto spesso come di una realtà circoscritta alla Sicilia e all’America, per un lungo periodo della storia del ‘900. Assai poco si è riflettuto, invece, sulle sue caratteristiche attuali. Quelle cioè che ne hanno favorito la penetrazione sul piano nazionale o quelle altre che si manifestano con violenza all’indomani della caduta del muro di Berlino. Quando, ad esempio, vengono alla ribalta in modo dirompente la mafia russa, che condurrà al potere Yeltsin, quella albanese o ungherese e degli altri Paesi dell’ex blocco sovietico, non dimenticando le ex repubbliche asiatiche dei Soviet.

A tale proposito non è forse superfluo ricordare le ingerenze dell’intelligence Usa, a partire dall’era reaganiana e dal suo successore Bush senior, per destabilizzare prima l’ex impero sovietico e dopo i nuovi Stati formatisi dalla disgregazione dell’Urss.

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Lungo questo percorso, già dalla seconda guerra mondiale e fino ai nostri giorni, le mafie si sono dimostrate braccio armato delle vocazioni imperialistiche dello zio Sam. Valga per tutti l’esempio dell’Afghanistan: il fratello di Karzai, capo del governo fantoccio della Nato, è il maggior narcotrafficante in oppio dell’Asia centrale.

Si tratta di mafie nuove, come nuovo era stato nel dopoguerra il sistema messo in piedi da Lucky Luciano tra Europa, America latina e Usa. La loro modernità consiste nella nuova realtà geopolitica mondiale che, come un’infinita trama planetaria, ne ha favorito lo sviluppo riorientandole verso nuove forme di potere politico, nuove realtà istituzionali, dagli Urali al Mediterraneo e al Medio Oriente.

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I caratteri di queste mafie sono la  mondializzazione e l’emersione progressiva delle loro connessioni con i singoli Stati, sotto l’egida di Washington.

Solo all’interno di questo quadro possono essere spiegati i fatti che accadono in Italia a partire dal 1992, con l’avvertenza, però, che le stragi di quell’anno non arrivano all’improvviso come banali colpi di testa di una mafia ringalluzzita, ma sono l’approdo di un percorso iniziato almeno un biennio prima, con la crisi del sistema-Stato e con la connessa caduta dei grandi valori tradizionali.

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E veniamo alle rivelazioni dei collaboratori di giustizia degli ultimi  mesi. Cominciamo con Giovanni Brusca. Immaginiamoci un grande palcoscenico dove si muovono vari personaggi. Ciascuno recita la sua parte. Quella in cui crede veramente.

La scena – così come è stata raccontata da molti giornali – rappresenta “Totò u Curtu” alla vigilia di Natale del 1992. Il grande capo riunisce i boss più fidati per gli auguri, in una casa alla periferia di Palermo. Lima, Falcone e Borsellino sono già stati eliminati nei mesi precedenti e Totò è euforico. Esclama: “Finalmente si sono fatti sotto!” E aggiunge: “Ci ho fatto un papello così!”

L’euforia di  Riina ci spiega una sola cosa: non aveva capito niente. Tronfio e pieno di sè, era stato preso da una sorta di megalomania acuta. Pensava di dominare sullo Stato e sull’universo. Esattamente come quell’altro criminale della storia: il bandito Salvatore Giuliano che aveva sulle spalle quattrocento fascicoli per reati penali. Non per ultimo quello riguardante l’accusa di insurrezione armata contro i poteri dello Stato.

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Riina pensava di dettare lui le regole del gioco, ricorrendo alle  bombe e al tritolo. Ma era quello che gli avevano fatto credere. Non poteva immaginare che tre settimane dopo, a metà gennaio 1993, sarebbe finito in manette come un qualsiasi picciotto alle prime armi. Che le cose non stessero per nulla come  le stava vivendo il corleonese,  è dimostrato dal fatto che tutto concorreva alla sua liquidazione, analoga e parallela al crollo del sistema politico italiano travolto da Mani pulite.

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Dai verbali inediti di cui l’Espresso del 21 ottobre 2009 anticipa i contenuti, risulta che esponenti istituzionali avrebbero coperto nel 1992 la presunta trattativa tra Totò u Curtu, capo di Cosa Nostra, e lo Stato. Mediatori: Vito Ciancimino, ex sindaco di Palermo per conto dei corleonesi, da un lato; il colonnello Mori e il capitano De Donno, per conto dello Stato, dall’altro. Ci sarebbe anche, secondo Brusca, un elemento invisibile che muove le fila in questo teatrino: Bernardo Provenzano, alias “ingegner Lo Verde”, in contatto permanente con Vito Ciancimino a Roma, come confermato da Massimo Ciancimino ad “Anno Zero”, l’8 ottobre 2009.

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Detta così, questa storia si presta a molti gravi equivoci e a forme di sottile depistaggio. Il problema, infatti, non è la trattativa che oggettivamente conduce solo all’arresto di Totò Riina, ma quello che succede nei quindici mesi successivi. Cioè le grandi e sotterranee manovre che porteranno al passaggio delle consegne tra vecchia e nuova guardia a livello delle gerarchie mafiose e dei poteri dominanti.

Le rivelazioni di Brusca trovano conferma nelle dichiarazioni del mafioso Gaspare Spatuzza, uomo d’onore della famiglia di Brancaccio, di professione killer, che comincia a “cantare” nell’aprile 2008 e indica ai pm di Firenze e Palermo i rapporti tra alcuni boss e Marcello dell’Utri. Il senatore del Pdl, sempre secondo Spatuzza, avrebbe creato una connessione tra Silvio Berlusconi e Cosa Nostra in vista della nascita di Forza Italia. Saranno i magistrati a stabilire come stanno le cose e se Spatuzza sia un pentito credibile o meno. Saranno i magistrati ad accertare se le sue dichiarazioni trovano riscontri in altri atti documentari. Sta di fatto, però, che il quadro generale sembra concordare con le confessioni di un altro mafioso pentito. Si tratta di Gaspare Mutolo che, come dice Lirio Abbate nel suo articolo dell’Espresso, aveva parlato di un incontro tra Mancino e Borsellino a Roma, circa un mese dopo la strage di Capaci. Il pentito sostiene che dopo l’incontro Borsellino era sconvolto. Perchè? E’ logico pensare che un giudice di tale esperienza e levatura possa essere rimasto sconvolto da affermazioni ovvie sui rapporti tra mafia e Stato? E’ evidente che quel giorno Borsellino sarebbe venuto a conoscenza di informazioni fuori dall’ordinario. Ma quali? Ci può aiutare nella risposta, forse, ciò che accadrà quando, secondo Spatuzza, Cosa Nostra aggancia il suo nuovo referente politico. Da quel momento  in poi,  nel 1994, le sorti del nostro Paese non saranno più quelle di prima.

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Ma Spatuzza dice anche altre cose, secondo il Corriere della Sera del 23 ottobre 2009: “Giuseppe Graviano  [un boss mafioso] mi disse che la persona grazie alla quale avevamo ottenuto tutto era Berlusconi e c’era di mezzo un nostro compaesano, Dell’Utri… mi disse anche che ci eravamo messi il Paese nelle mani”.

Continua Spatuzza nel suo verbale del 6 ottobre scorso, riportato da Attilio Bolzoni su Repubblica del 24 ottobre 2009: “Incontrai [metà gennaio 1994] Giuseppe Graviano all’interno del bar Doney in via Veneto, a Roma. Graviano era molto felice, come se avesse vinto al Superenalotto, una Lotteria. E mi spiega che si era chiuso tutto e ottenuto quello che cercavamo”. Conclude il pentito riferendosi al patto accennato da Giuseppe Graviano: “… Tutto questo grazie a Berlusconi, la persona che aveva portato avanti questa cosa diciamo, mi fa [Graviano] il nome di Berlusconi, io all’epoca non conoscevo Berlusconi, quindi gli dissi se era quello del Canale 5 e mi disse che era quello del Canale 5″.

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Ma dell’Utri se la ride. “Sono tutte grandi cazzate” – dice il senatore già condannato a nove anni di reclusione in primo grado per concorso esterno in associazione mafiosa. Lo scrive il Corriere della Sera del 23 ottobre 2009. Sulle dichiarazioni di Spatuzza si registra anche l’intervento di Ghedini (Pdl), legale del presidente del Consiglio. Ghedini esclude categoricamente che le dichiarazioni di Spatuzza possano essere prese sul serio.

Sarà. Ma ieri, davanti alla Commissione parlamentare antimafia, il Procuratore Piero Grasso non ha avuto peli sulla lingua: “Non c’è dubbio che la strage che colpì Falcone e la sua scorta sia stata commessa da Cosa Nostra. Rimane però l’intuizione, il sospetto, chiamiamolo come vogliamo, che ci sia qualche entità esterna che abbia potuto agevolare o nell’ideazione, nell’istigazione, o comunque possa aver dato un appoggio all’attività della mafia”.

Non vi è dubbio, infatti, che la tecnica della strage di Capaci, sia di natura terroristica. Ricorda in tutto e per tutto i metodi dei narcotrafficanti colombiani, degli “insorti” iracheni e delle squadre neofasciste italiane manovrate dalla Cia.

Giuseppe Casarrubea e Mario J. Cereghino

intervista di Ruotolo a Massimo Ciancimino

Intervista a Salvatore Borsellino

 

Ghedini e Alfano chiavi in mano – Marco Travaglio – Voglio Scendere

Ghedini e Alfano chiavi in mano – Marco Travaglio – Voglio Scendere.

Signornò
da l’Espresso in edicola

A furia di sentir ripetere dal cosiddetto ministro della Giustizia, Angelino Alfano, e dal vero Guardasigilli, on. avv. Niccolò Ghedini, che “per la mafia la legge sulle intercettazioni non cambia nulla”, un gruppo di delinquenti comuni di Palermo si sono lasciati travolgere dall’entusiasmo. Si son portati avanti col lavoro, senz’attendere il voto finale del Parlamento. E uno si è tradito. Così sono finiti tutti e cinque in galera il 22 giugno per associazione a delinquere finalizzata a varie truffe aggravate: “Spendevano nomi di persone defunte” per ottenere contratti di finanziamento da società finanziarie per la bellezza di 554 mila euro. Il 18 dicembre erano riuniti per organizzare i piani di battaglia, ignari di essere ascoltati. Uno, in verità, qualche dubbio l’aveva: “Allora possiamo parlare qua, giusto?”. Un altro, che aveva colto al volo il senso della legge Alfano, ma aveva anticipato un po’ i tempi, gli ha risposto: “Le microspie ci stanno per situazioni di mafia, qui noi stiamo parlando di truffe, quindi possiamo parlare“. Ed è esploso in una sonora risata. Ma c’era poco da ridere.

Le microspie erano in agguato, la nuova legge non era ancora attiva. Se lo fosse stata, avrebbe avuto ragione lui. Non perché, in teoria, i giudici non possano più intercettare i truffatori (com’era nella prima versione della norma, che escludeva gli ascolti per tutti i reati con pene inferiori ai 10 anni, truffe incluse). Ma perché per tutti i reati, salvo mafia, terrorismo e sequestro di persona, per disporre le intercettazioni la nuova legge richiede “evidenti indizi di colpevolezza” su qualcuno: il giudice, in pratica, dovrà già conoscere il nome del colpevole. Nel qual caso, fra l’altro, non avrà più bisogno di intercettarlo. Di solito infatti si intercetta per scoprire il colpevole, non viceversa. Per le microspie, poi, il limite imposto dalla nuova legge è ancor più demenziale: l’intercettazione ambientale è consentita solo nei luoghi dove si sta commettendo un reato. E siccome la cimice serve proprio a scoprire se si sta commettendo un reato, è impossibile saperlo prima di averla piazzata.

Si dirà: se i truffatori fossero mafiosi, sarebbero intercettabili anche con la nuova legge.
Eh no, qui casca l’asino: nessuno può dire in partenza, inseguendo una truffa, se i suoi autori sono mafiosi o no. “Lo scopriremo solo vivendo”, cantava Battisti. Nel nostro caso, intercettando. Ma la geniale coppia Ghedini-Alfano ha stabilito che il pm debba scoprirlo per scienza infusa, prima di intercettare. Mission impossible. Il nostro presunto truffatore, che ora è in carcere per troppa fiducia nel governo, va comunque ringraziato. Con quella frase lapidaria (“Stiamo parlando di truffe, quindi possiamo parlare”) ha riassunto come meglio non si poteva l’assurdità psichedelica della legge, quasi immolandosi per fornircene una prova preventiva su strada. The future is now.