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Benny Calasanzio Borsellino: Addio Tenebra, ripartono le indagini!

Benny Calasanzio Borsellino: Addio Tenebra, ripartono le indagini!.

Ci sono voluti 17 anni, la testa di un sostituto procuratore come Luca Tescaroli e l’arrivo di un nuovo procuratore capo a Caltanissetta per far riaprire le vecchie indagini e farne decollare di nuove sulle stragi del 1992 ed in particolare su quella che coinvolse il giudice Paolo Borsellino e gli agenti di scorta Eddie Walter Cosina, Emanuela Loi, Claudio Traina, Agostino Catalano e Vincenzo Li Muli. Il Consiglio Superiore della Magistratura, caduto in un evidente errore di valutazione, forse tradito dal viso angelico e rassicurante di Sergio Lari, lo aveva nominato procuratore capo di Caltanissetta nel dicembre del 2007. Salvatore Borsellino, il giorno dopo la nomina, aveva commentato, sottovoce, con pochi intimi: «questa volta è quella buona. Lari è una persone in gamba, per bene e determinato ad andare fino in fondo». Previsione mai fu più azzeccata. In meno di due anni, assieme agli aggiunti Domenico Gozzo e Amadeo Burtone, e ai sostituti Nicolò Marino e Stefano Lucanici, Lari è riuscito a riaprire le vecchie indagini e ad avviarne di nuove che si candidano seriamente a fornire risposte sconvolgenti sulla morte dei due giudici, che pare essere stata, quantomeno, favorita dagli apparati deviati dello Stato, ammesso che in quel periodo ce ne fossero di retti. La notizia che, nell’indagine sui presunti depistaggi orditi durante le investigazioni sulla strage di Via d’Amelio, sarebbero stati iscritti nel registro degli indagati uomini dei servizi segreti e addirittura poliziotti del gruppo investigativo «Falcone Borsellino», dimostra di che pasta è fatto il pool peraltro già preso di mira da alcuni corvi: buon segno. Dopo le nuove dichiarazioni del pentito Gaspare Spatuzza, ora anche Salvatore Candura sta tornando indietro, dicendo di essere stato convinto a mentire e ad accusarsi della paternità del furto dell’auto poi bomba proprio dal gruppo di poliziotti, che avrebbero agito per chiudere in fretta le indagini e il dibattimento. Dichiarazioni così pesanti da mettere in discussione tre gradi di giudizio bollati anche dalla Cassazione. Molti lo pensano, pochi lo dicono, ma il leit-motiv che gira è: bisognava aspettare che Giovanni Tinebra, ex Procuratore a Caltanissetta, fosse mandato, durante il governo Berlusconi 2001, a dirigere il Dipartimento amministrazione penitenziaria, che tra le altre cose si occupa dello svolgimento dei compiti inerenti all’esecuzione della misura cautelare della custodia in carcere (compresa l’attuazione del 41 bis), delle pene e delle misure di sicurezza detentive, delle misure alternative alla detenzione, per far ripartire le indagini a Caltanissetta? La risposta stai nei fatti che non necessitano di commenti. Lo stesso Tinebra che scrisse e chiese di firmare al giudice Tescaroli un provvedimento di archiviazione, nei confronti di Berlusconi e Dell’Utri, nell’indagine sui mandanti occulti, completamente assolutorio. Provvedimento che naturalmente Tescaroli, giunto con le sue indagini a tutt’altra convinzione, non firmò, preferendo mantenere la «sua» durissima archiviazione che gli costò una probabile croce sulla carriera. A tirare in ballo Tinebra nell’ultimo periodo è anche il magistrato Alfonso Sabella, affidabile cacciatore di mafiosi. In un intervista all’Unità, Sabella solleva inquietanti interrogativi su Tinebra, per sbaglio o per dolo chiamato dai più Tenebra, in particolare riguardo la pratica adottata dai mafiosi di «dissociarsi» da cosa nostra, cioè di pentirsi singolarmente per usufruire di una minima parte di benefici ma di non fare nomi. Tinebra a Caltanissetta ne era un agguerrito difensore, un atteggiamento che certo non si addice a chi vorrebbe sfruttare i collaboratori di giustizia per scardinare i clan e per penetrare nei rapporti mafia politica. Quando Sabella si oppone alla dissociazione di Biondino, legatissimo a Riina, il suo ufficio viene soppresso proprio da Tinebra che intanto aveva sostituito al Dap Caselli. «Molto tempo dopo si scopre ed è tutt’ora oggetto di un’inchiesta della procura di Roma che il magistrato che Tinebra ha messo al mio posto al Dap collaborava proprio con il Sisde di Mori nella gestione definita anomala di alcuni detenuti e aspiranti collaboratori di giustizia» ha spiegato Sabella. Un quadro fin troppo chiaro che a distanza di anni fa rimpiangere il lavoro di Luca Tescaroli: se non ci fosse stato Tenebra forse oggi qualcosa sarebbe diverso, anche in politica, probabilmente. Ora che Tenebra non c’è più, e che con lui anche le nebbie sulle responsabilità esterne a cosa nostra si stanno diradando, vedremo cosa accadrà. Intanto a Palermo i sostituti Ingroia e Di Matteo stanno facendo un lavoro magistrale sul figlio di don Vito Ciancimino; inchiesta che va di pari passo con le indagini di Caltanissetta. Quello che tutti ci chiediamo è: cacceranno prima Ingroia e Di Matteo o Lari e il suo pool? Le scommesse serviranno a pagare il vitalizio dei primi eliminati.

Falcone e Borsellino, inchieste riaperte. Caccia ad un agente segreto sfregiato

http://www.19luglio1992.com/index.php?option=com_content&view=article&id=1509:falcone-e-borsellino-inchieste-riaperte-caccia-ad-un-agente-segreto-sfregiato&catid=20:altri-documenti&Itemid=43

Scritto da Attilio Bolzoni
Venerdì 17 Luglio 2009 09:12
Nessuno conosce il suo nome. Tutti dicono però che ha “una faccia da mostro”. E’ un agente dei servizi di sicurezza. Lo cercano per scoprire cosa c’entra lui e cosa c’entrano altri uomini degli apparati dello Stato nelle stragi e nei delitti eccellenti di Palermo. Diciassette anni dopo si sta riscrivendo la storia degli attentati mafiosi che hanno fatto tremare l’Italia. Ci sono testimoni che parlano di altri mandanti, ci sono indizi che portano alla ragionevole convinzione che non sia stata solo la mafia a uccidere Falcone e Borsellino o a mettere bombe.

É stata ufficialmente riaperta l’inchiesta su via Mariano D’Amelio. É stata ufficialmente riaperta l’inchiesta su Capaci. É stata ufficialmente riaperta anche l’inchiesta sull’Addaura, su quei cinquantotto candelotti di dinamite piazzati nel giugno dell’89 nella scogliera davanti alla casa di Giovanni Falcone. Una trama. Una sorta di “strategia della tensione” – questa l’ipotesi dei procuratori di Caltanissetta titolari delle inchieste sulle stragi palermitane – che parte dagli anni precedenti all’estate del 1992 e finisce con i morti dei Georgofili a Firenze e quegli altri di via Palestro a Milano.

Gli elementi raccolti in questi ultimi mesi fanno prendere forma a una vicenda che non è circoscritta solo e soltanto a Totò Riina e ai suoi Corleonesi, tutti condannati all’ergastolo come esecutori e mandanti di quelle stragi. C’è qualcosa di molto più contorto e di oscuro, ci sono ricorrenti “presenze” – indagine dopo indagine – di agenti segreti sempre a contatto con i boss palermitani. Tutti a scambiarsi di volta in volta informazioni e favori, tutti insieme sui luoghi di una strage o di un omicidio, tutti a proteggersi gli uni con gli altri come in un patto di sangue.

I procuratori di Caltanissetta – sono cinque che indagano, il capo Sergio Lari, gli aggiunti Domenico Gozzo e Amedeo Bertone, i sostituti Nicolò Marino e Stefano Luciani – hanno già ascoltato Vincenzo Scotti (ministro degli Interni fra il 1990 e il 1992) e l’allora presidente del Consiglio (dal giugno 1992 all’aprile 1993) Giuliano Amato per avere anche informazioni che nessuno aveva mai cercato. Su alcuni 007. Primo fra tutti quell’agente con la “faccia da mostro”.
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É uno dei protagonisti dell’intrigo. Un’ombra, una figura sempre vicino e intorno a tanti episodi di sangue. Il suo nome è ancora sconosciuto, di lui sa soltanto che ha un viso deformato. In tanti ne hanno parlato, ma nonostante quella malformazione – segno evidente per un facile riconoscimento – nessuno l’ha mai identificato. Chi è? Gli stanno dando la caccia. Sembra l’uomo chiave di molti misteri palermitani.

Il primo: l’attentato del 21 giugno del 1989 all’Addaura. C’è la testimonianza di una donna che ha visto quell’uomo “con quella faccia così brutta” vicino alla villa del giudice Falcone, poco prima che qualcuno piazzasse una borsa sugli scogli con dentro la dinamite. Qualcuno? Sull’Addaura c’è a verbale anche il racconto di Angelo Fontana, un pentito della “famiglia” dell’Acquasanta, cioè quella che comanda in quel territorio. Fontana rivela in sostanza che i mafiosi dell’Acquasanta quel giorno si limitarono a “sorvegliare” la zona mentre su un gommone – e a bordo non c’erano i mafiosi dell’Acquasanta – stavano portando i cinquantotto candelotti sugli scogli di fronte alla casa di Falcone.

Un piccolo “malacarne” della borgata – tale Francesco Paolo Gaeta – assistette casualmente alle “operazioni”. Fu ucciso a colpi di pistola qualche tempo dopo: il caso fu archiviato come un regolamento di conti fra spacciatori. Dopo il fallito attentato, a Palermo fecero circolare le solite voci infami: “É stato Falcone a mettersi da solo l’esplosivo”. Il giudice, molto turbato, disse soltanto: “Sono state menti raffinatissime”. Già allora, lo stesso Falcone aveva il sospetto che qualcuno, dentro gli apparati, volesse ucciderlo. Ma l’uomo con “la faccia da mostro” fu avvistato anche in un altro angolo di Palermo, un paio di mesi dopo. Un’altra testimonianza. Confidò il mafioso Luigi Ilardo al colonnello dei carabinieri Michele Riccio: “Noi sapevamo che c’era un agente a Palermo che faceva cose strane e si trovava sempre in posti strani. Aveva la faccia da mostro. Siamo venuti a sapere che era anche nei pressi di Villagrazia quando uccisero il poliziotto Agostino”.

Nino Agostino, ufficialmente agente del commissariato San Lorenzo ma in realtà “cacciatore” di latitanti, fu ammazzato insieme alla moglie Ida Castellucci il 5 agosto del 1989. Mai scoperti i suoi assassini. Come non scoprirono mai come un amico di Agostino, il collaboratore del Sisde Emanuele Piazza (anche lui cacciatore di latitanti) fu strangolato dai boss di San Lorenzo. Una soffiata, probabilmente. Il confidente Ilardo ha parlato anche di lui. E poi ha raccontato: “Io non so per quale ragione i servizi segreti partecipavano a queste azioni… forse per coprire determinati uomini politici che avevano interesse a coprire determinati fatti che erano successi, mettendo fuori gioco magistrati o altri uomini politici che volevano far scoprire tutte queste magagne”. Un’altra testimonianza ancora viene da Vincenzo Agostino, il padre del poliziotto ucciso: “Poco prima dell’omicidio di mio figlio vennero a casa mia a Villagrazia di Carini due uomini che si presentarono come colleghi di Nino, uno aveva un viso orribile…”.

L’ultimo a parlare dell’agente segreto con “la faccia da mostro” è stato Massimo Ciancimino, il figlio di don Vito, sindaco mafioso di Palermo negli anni ’70. Ai procuratori siciliani ha spiegato che quell’uomo era in contatto con suo padre da anni. Fino alla famosa “trattativa”, fino a quell’accordo che Totò Riina voleva raggiungere con lo Stato italiano per “fermare le stragi”. Un baratto. Basta bombe se aboliscono il carcere duro e cancellano la legge sui pentiti, basta bombe se salvano patrimoni mafiosi e magari decidono la revisione del maxi processo.

Ma Massimo Ciancimino non ha rivelato solo gli incontri di suo padre con l’agente dal viso sfigurato. Ha parlato anche di un certo “signor Franco” e di un certo “Carlo”. Forse non sono due uomini ma uno solo: un altro agente dei servizi. Uno con il quale il vecchio don Vito aveva un’intensità di rapporti lontana nel tempo. “Fu lui – sono parole di Ciancimino jr – a garantire mio padre, rassicurandolo che dietro le trattattive, inizialmente avviate dal colonnello dei carabinieri Mario Mori e dal capitano Giuseppe De Donno, c’era un personaggio politico”. Di questo “signor Franco” o “Carlo”, Massimo Ciancimino ha fornito ai procuratori indicazioni precise. E anche un’agenda del padre con i loro riferimenti telefonici.

Un ultimo capitolo di questi intrecci fra mafia e apparati è affiorato dalle ultime indagini sull’uccisione di Paolo Borsellino. Un pentito (Gaspare Spatuzza) ha smentito il pentito (Vincenzo Scarantino) che 17 anni fa si era autoaccusato di avere portato in via D’Amelio l’autobomba che ha ucciso il procuratore e cinque poliziotti della sua scorta.

“Sono stato io, non lui”, ha spiegato Spatuzza, confermando comunque in ogni dettaglio la dinamica dei fatti e svelando che Falcone – prima di Capaci – sarebbe dovuto morire a Roma in un agguato. Le armi, fucili e pistole, a Roma le aveva portate lui stesso. Dopo un anno di indagini i magistrati di Caltanissetta hanno accertato che Gaspare Spatuzza ha detto il vero e Vincenzo Scarantino aveva mentito. Si era inventato tutto. Qualcuno lo aveva “imbeccato”. Chi? “Qualcuno gli ha messo in bocca quelle cose per allontanare sospetti su altri mandanti non mafiosi”, risponde oggi chi indaga sulla strage.

Un depistaggio con frammenti di verità. Agenti segreti e scorrerie in Sicilia. Poliziotti caduti, omicidi di inspiegabile matrice. Boss e spie che camminano a braccetto. Attentati, uno dopo l’altro: prima Falcone e cinquantaquattro giorni dopo Borsellino. Una cosa fuori da ogni logica mafiosa. La tragedia di Palermo non sembra più solo il romanzo nero di Totò Riina e dei suoi Corleonesi.

Attilio Bolzoni (La Repubblica, 17 luglio 2009)