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Antimafia Duemila – Una nuova strategia della tensione?

Fonte: Antimafia Duemila – Una nuova strategia della tensione?.

di Giorgio Bongiovanni – 25 gennaio 2010
Che significato potrebbe avere oggi un attentato contro uno dei magistrati impegnati nelle delicate indagini sulle stragi e sulla trattativa che, piaccia o non piaccia, coinvolgono il Presidente del Consiglio o quanto meno il suo braccio destro, Marcello Dell’Utri?
Come dovremmo leggerlo? In quale contesto dovremmo inserirlo?

La storia, più o meno recente, ci ha insegnato che eventi drammatici di questo genere hanno più di una finalità e che sono stati determinanti per le stabilizzazioni, le destabilizzazioni e la creazione di nuovi equilibri. Vanno quindi collocati nell’andamento generale del sistema Paese e anche del ben più vasto sistema Mondo.
Se da una parte è vero che il tempo concede il giusto distacco per le valutazioni e altrettanto certo che l’esperienza dovrebbe servire a prevenire e, per quanto possibile, evitare che certi traumi si ripercuotano nuovamente sulla coscienza collettiva, seppur in gran parte dormiente.
Quindi oggi eliminare Antonio Ingroia, sulla cui incolumità ridacchiavano allegramente gli avvoltoi che occupano il Senato, o Sergio Lari, o Domenico Gozzo, o Nino Di Matteo perché no persino il testimone chiave Massimo Ciancimino, quali scenari delineerebbe?
L’Italia è in questo momento provata da una forte crisi economica, continui scioperi e proteste dimostrano che la crisi non è affatto finita e che la ripresa, se è vero che ci sarà, è ancora lontana. La disoccupazione crescente inasprisce il clima generale e il malessere diffuso è impregnato di incertezze e paura del futuro.
Lo scontro politico non è fra maggioranza e opposizione, quasi del tutto inesistente e in balia dei plurimi ricatti trasversali, ma tra un potere arrogante e arroccato su se stesso e una società civile indignata che fatica a trovare una convincente rappresentanza in parlamento, una parte di magistratura assiepata a difesa della Costituzione e qualche isolata voce del giornalismo e degli intellettuali. Il conflitto, poi, non riguarda le necessità del Paese o le riforme, ma la lotta per garantire i privilegi di casta, soprattutto del Presidente del Consiglio, e il tentativo di cittadini consapevoli che vedono sfilarsi di mano i propri diritti di dignità ed uguaglianza.
Gli episodi gravissimi di intolleranza e razzismo in terra di ‘ndrangheta legati allo sfruttamento barbaro e primordiale di poveri disgraziati, ridotti in miseria dalla grande chimera dello sviluppo senza limiti della minoranza opulenta del Pianeta, chiarifica lo stato di impoverimento umano e culturale verso cui sta precipitando anche il più semplice sentimento di compassione e solidarietà. Il primo mondo, ricco ed egoista, chiude le porte all’enorme massa di poveri e poverissimi che ci svergognano tutti, come razza, agli occhi della storia. Pagano prima e più di tutti le conseguenze del lento e inesorabile crollare del grande impero degli Stati Uniti che affogato nei debiti si dimena tra l’immagine di un presidente a misura dei sogni dei popoli e la realtà dello spietato mercanteggiare degli interessi di lobby, famiglie e potentati che sulla cartina del mondo tirano i dadi. Fantomatica guerra al terrore, dispiegamento di forze armate nel centro nevralgico della lotta per le risorse e per la supremazia e il terreno che scivola sotto i piedi di fronte all’incedere inquietante di Russia e Cina che, molto più abbienti, non intendono stare a guardare.
All’America in ginocchio la politica di Berlusconi non piace. Soprattutto per quella sua amicizia così stretta con Putin, il nuovo vero potente che avanza. E nemmeno l’Europa, Inghilterra in testa, si diverte più alle gag del ducetto megalomane che fa delle regole democratiche carta straccia. Pur tuttavia il nostro paese è sempre un avamposto strategico soprattutto nell’evenienza di scenari di guerra e avere un referente poco fedele e/o poco credibile in patria e fuori non è certo un vantaggio.
I famigerati poteri forti potrebbero già ravvisare l’esigenza di un cambio della guardia, la necessità di una “terza repubblica” e cosa di meglio di un lavoretto sporco affidato all’alleata di antica memoria, Cosa Nostra? La mafia oggi sbaragliata sul cui nuovo equilibrio incombe la cugina americana, cosa avrebbe in fondo da perdere? Tradita e abbandonata nella sua componente conosciuta ed esposta potrebbe rendere servigio, come consuetudine, e trattare il suo nuovo volto, per ora sconosciuto e insospettabile, con una nuova classe politica.
Assassinare chi su di lui indaga o testimonia equivarrebbe a decretare per Berlusconi e i suoi la fine, così come l’omicidio Lima e la morte di Falcone costarono ad Andreotti la Presidenza della Repubblica. Matteo Messina Denaro sembra ancora essere in grado di contrattare ma se non lo fosse la radicata borghesia mafiosa che gestisce le immense ricchezze accumulate negli anni lo è, eccome, pronta ad affidare lo scettro a qualche picciotto scaltro guidato nell’ombra dagli irriducibili ritornati in libertà, a pena scontata.
Riina e Provenzano? Forse non darebbero il loro consenso, ma indubbiamente, vecchi e ammalati, nell’isolamento delle loro celle, si godrebbero il tramonto.

Noi, pur detestando la politica del presidente del consiglio Berlusconi, respingiamo con forza l’idea che possa essere destituito dalla sua carica a suon di bombe; vorremmo che venisse sconfitto democraticamente, con legittime elezioni. Prego quindi, voi che mi leggete, se vorrete criticare anche aspramente queste mie modeste analisi, di farlo nel merito con logica uguale e contraria a quella con cui le ho esposte.

Blog di Beppe Grillo – Adottiamo i magistrati antimafia

Fonte: Blog di Beppe Grillo – Adottiamo i magistrati antimafia.

I magistrati Antonio Ingroia, Sergio Lari, Gaetano Paci, Nico Gozzo e Giovanbattista Tona sono dei bersagli viventi. Sono a rischio attentato. Il procuratore antimafia Nino Di Matteo che sta indagando sulle rivelazioni di Massimo Ciancimino è più fortunato, è solo sotto scorta da 16 anni, come molti suoi colleghi. In Francia o in Gran Bretagna sotto scorta, o fuggiti all’estero ci sarebbero i mafiosi, non i giudici. Nel Sud le procure della Repubblica sono avamposti, fortini circondati dall’Antistato. Cuffaro è stato condannato a 7 anni in appello anni, due anni in più per l’aggravante mafiosa. Dell’Utri è in attesa della sentenza di secondo grado dopo le elezioni, in primo grado è stato condannato a 9 anni. La cosa sensazionale è che si tratta di due senatori della Repubblica intervistati con reverenza in trasmissioni come “Porta a Porta” e nei servizi dei telegiornali da giornalisti al loro servizio, ma pagati da noi.
Molti pentiti, più di trenta, parlano delle relazioni tra mafia e Stato come atto fondativo della seconda Repubblica. I processi per le stragi di Capaci, via D’Amelio e in tutta Italia del biennio 92/93 si stanno riaprendo e coinvolgono i politici di allora in modo bipartisan. In carcere a scontare ergastoli su ergastoli ci sono solo mafiosi, dai Graviano a Riina a Provenzano, ma nessun politico. Chi li ha fregati? Chi non ha mantenuto le promesse?
Un nuovo ciclo si sta per aprire. Dopo 16 anni di stragi, alcune commissionate da mandanti del cosiddetto “continente“, secondo i pentiti, e delle quali la mafia sarebbe stata solo il braccio armato, c’è stata la Pax mafiosa, durata anch’essa circa 16 anni. I prossimi processi potrebbero mandare in galera politici eccellenti, distruggere carriere costruite sul sangue. Quelli in corso in Sicilia sulle stragi non sono processi alla mafia, ma processi allo Stato. Per questo si potrebbe aprire un nuovo ciclo di omicidi. Passare dal processo breve al magistrato morto è un attimo. I partiti che hanno occupato lo Stato non si possono condannare. I democristiani non si volevano far processare nelle piazze.I politici attuali (Berlusconi è solo il loro rappresentante) neppure nei tribunali.
La Rete deve adottare i giudici Antonio Ingroia, Sergio Lari, Gaetano Paci, Nico Gozzo e Giovanbattista Tona. Dar loro e alle loro inchieste la massima visibilità e sostegno. L’informazione è il loro giubbetto anti proiettile. Prima li diffamano (e lo stanno facendo da anni), poi li isolano (operazione in corso), poi li uccidono. Loro non si arrenderanno mai (ma gli conviene?). Noi neppure.

“Il plotone? Contro noi PM”

“Il plotone? Contro noi PM”.

(video di Annozero con gli Interventi dei Magistrati Nino di Matteo e Vittorio Teresi 21-gen-2010 sui problemi della giustizia e sul processo brevo)

Il procuratore antimafia Di Matteo: denigrazione continua che fomenta gli stessi mafiosi. C’è un clima da ritorno alle stragi

Nino Di Matteo, sostituto procuratore della Dda, è il pm che ha chiesto il rinvio a giudizio per Totò Cuffaro per concorso esterno in associazione mafiosa. Il 5 febbraio si svolgerà l’udienza preliminare. Richiesta arricchita dai pizzini inviati da Provenzano a Ciancimino e consegnati dal figlio Massimo secondo cui a proposito dell’amnistia ha scritto che ne aveva già parlato con Cuffaro e Mormino ricevendone segnali buoni. Di Matteo, 48 anni, vive scortato da 16 anni. “Rinunce e sacrifici fanno parte del mestiere che ho scelto di fare” dice, ma   c’è un ma a rendere diversa la condizione dei magistrati oggi: “Da qualche anno a questa parte è diventata abitudine da parte di uomini delle istituzioni, di giornalisti dire che i magistrati sono politicizzati, deviati, che desiderano il male altrui, fino a diventare ‘plotone di esecuzione’. Trattasi di assenza di rispetto anche formale per il ruolo del magistrato che non ha nulla a che vedere con le legittime critiche ai provvedimenti”.

È un clima che percepisce anche nei processi?
Il clima che si respira nel paese si è diffuso anche nel tessuto criminale. I parenti degli imputati assumono atteggiamenti spavaldi   , di denigrazione preventiva, prima impensabili, nei confronti di chi indossa la toga.

Qualche esempio?
Sono tantissimi. Lo ascoltiamo anche nelle intercettazioni. I mafiosi parlano con i loro parenti additando il magistrato che li indaga o li giudica come un persecutore che vuole a tutti costi la loro condanna. E nell’ultimo periodo è sempre più frequente. Così come accade che alla lettura della sentenza di condanna i parenti degli imputati gridino, inveiscano contro i giudici contro i pubblici ministeri. Offese personali, di ingiurie violentissime. Clima che contagia anche alcuni testimoni che convocati a rendere dichiarazioni in dibattimento mostrano una spavalderia nel mentire convinti che possono farlo impunemente.

A cui si aggiungono i provvedimenti adottati e quelli in corso come il processo breve.
Certamente accrescono l’incertezza sull’efficacia e sugli esiti dei processi. È stato così per l’indulto e sarà ancora peggio, ovviamente, per il processo breve che renderà sempre più diffusa la sensazione che in un modo o nell’altro si possa eludere la giustizia e che comunque anche   quando si incappa in una sentenza di condanna si potrà in ogni caso uscirne impunemente affermando di essere stati perseguitati da una magistratura che risponde a intenti persecutori o politici. Di fronte a questi continui attacchi così violenti, e purtroppo certe volte provenienti dalle istituzioni, la magistratura è sempre stata in silenzio e continuerà a fare il suo lavoro senza condizionamenti. Ma non si può non evidenziare che certe condotte, affermazioni che caratterizzano la cronaca di ogni giorno provocano conseguenze gravissime nel tessuto sociale e anche in quello criminale. Non dimentichiamo che isolamento e denigrazione, ancor più di singoli magistrati, è il ‘brodo di coltura’ nel quale la mafia ha agito per preparare le stragi. E un normale senso istituzionale dovrebbe ricordare a tutti che quando si parla in maniera così offensiva dei magistrati si parla di persone che comunque quotidianamente sono a   contatto in prima persona con i mafiosi, li arrestano chiedono gli ergastoli o li infliggono, sequestrano i loro beni. Noi esposti per natura, ne siamo consapevoli e non ci lamentiamo ma   fa rabbia constatare come la nostra esposizione venga esponenzialmente accresciuta da affermazioni offensive, inopportune che di fatto conducono all’isolamento della magistratura.

Le indagini in corso rivelano segnali che Cosa Nostra può tornare a colpire?
Vi sono segnali che rendono plausibile un ritorno a scelte strategiche di contrapposizione frontale. Il dna di Cosa Nostra è tale per cui alterna periodi di inabissamento a quelli di attacchi frontali. Non dobbiamo illuderci che la sommersione di Provenzano sia eterna. Rispetto ad altri periodi la forza militare è indebolita però la storia insegna come la capacità di reclutamento di uomini e di forze sia sempre tale da permettergli di rialzare la testa.

Penso all’intenzione di colpire la sorella del gip di Caltanissetta Giovanbattista. Fino ad ora la vendetta trasversale è stata dedicata solo a chi “saltava il fosso”.
Vuol dire che tutti coloro che ci sono vicini possono diventare bersagli. È preoccupante. Amareggia constatare che ai rischi naturali si aggiungono quelli di una denigrazione generalizzata.

Sandra Amurri (il Fatto Quotidiano, 23 gennaio 2010)

Antimafia Duemila – Di Matteo: ”Ddl annulla processi vicini a reati di mafia”

Fonte: Antimafia Duemila – Di Matteo: ”Ddl annulla processi vicini a reati di mafia”.

Dopo l’intervento dell’Anm nazionale che ha definito il nuovo ddl sul processo breve “una riforma con effetti devastanti sul funzionamento della giustizia penale in Italia” esprimendo “forti dubbi di costituzionalità”.

Questa mattina, sulle pagine di La Repubblica Palermo è intervenuto anche il pm palermitano Nino Di Matteo, recentemente eletto   presidente della giunta distrettuale dell´associazione nazionale magistrati. “Deve essere chiaro che con la normativa oggi proposta solo i processi per i reati cosiddetti bagatellari, a carico dei poveracci, potranno giungere a conclusione prima della prescrizione – ha detto il magistrato – Tutti gli altri processi, anche quelli per i reati più gravi, la cui linea di confine con i reati di mafia è assai sottile, andranno in fumo”. Ha quindi aggiunto provocatoriamente: “Probabilmente, in tanti, per vedere tutelate le proprie ragioni e per avere giustizia, preferiranno rivolgersi al mafioso piuttosto che alla magistratura”. L´Anm di Palermo ha già avviato un monitoraggio dei processi che potrebbero andare in fumo. “I tempi medi di celebrazione dei processi finiranno comunque per allungarsi – spiega Di Matteo – perché è ampiamente prevedibile che la concreta speranza della prescrizione indurrà qualsiasi imputato a non ricorrere più ai riti alternativi”.

Ciancimino continua a parlare : Pietro Orsatti

Da non perdere l’intervista in video di Rainews24 a Massimo Ciancimino che conferma che mafia e politica hanno sempre fatto affari insieme.

Prima parte:

Seconda parte:

Fonte dell’articolo: Ciancimino continua a parlare : Pietro Orsatti.

di Pietro Orsatti su Terra

Massimo Ciancimino continua a parlare e a fornire documenti agli inquirenti. Lo ha fatto ancora ieri per più di quattro ore in Procura a davanti ai pm del capoluogo e di Caltanissetta. All’interrogatorio hanno partecipato, infatti, il procuratore aggiunto di Antonio Ingroia, i pm Nino Di Matteo e , il procuratore di Caltanissetta Sergio Lari e il suo aggiunto Domenico Gozzo. La presenza di entrambe le Procure significa che si è parlato non solo della trattativa e del famoso papello, ma anche della strage di via D’Amelio, di competenza del Tribunale di Caltanissetta. Poche ore prima si era lasciato sfuggire alcuni dettagli nuovi sulla vicenda della trattativa fra Stato e mafia, datandola nel periodo fra la strage di Capaci e quella di via D’Amelio nel 1992. «La trattativa è iniziata – ha spiegato il figlio dell’ex sindaco – quando il capitano (Di Donno) in aereo mi avvicina e mi dice che vuole avviare una trattativa. Mio padre, tramite altri canali, volle sapere se davvero questi due soggetti (i vertici del Ros) erano accreditati e avevano le coperture tali per potere mantenere questi impegni». E poi ha spiegato perché la scelta come mediatore fosse caduta proprio sul padre, raccontando che «il rapporto costante tra e le istituzioni è stato duraturo e ha rappresentato la politica e l’imprenditoria degli ultimi anni in Sicila. Il ruolo di mio padre era di cercare un equilibrio e far sì che l’equilibrio reggesse». Queste dichiarazioni, quasi uno sfogo rilasciato a Rainews24, sono state probabilmente causate dalle “disavventure” della notte precedente, quando due uomini del reparto operativo dei carabinieri,
in borghese, sono stati identificati dalla scorta di Ciancimino sotto la sua casa. Strana coincidenza, anche se i carabinieri si sono affrettati a smentire che i due uomini stessero svolgendo qualche indagine relativa al figlio dell’ex sindaco di , anche perché ieri mattina, a poche ore dallo strano “incidente”, Ciancimino ha testimoniato proprio sul ruolo avuto dai Ros sulla trattativa fra Stato e mafia.
E sempre sui reparti speciali dell’Arma si attende per oggi in aula a la dichiarazione di Mario Mori, l’alto ufficiale indicato dai pentiti e da Ciancimino e oggi anche da alcuni esponenti del governo dell’epoca come uno dei protagonisti della presunta trattativa. E domani dovrebbe essere anche il giorno della deposizione in Procura di Luciano Violante che, all’inizio dell’estate, aveva ricordato alcuni dettagli mai resi pubblici su alcuni tentativi di abboccamento da parte di Vito Ciancimino con intermediario proprio Mori. Intanto si attendono gli originali del papello e degli appunti di Ciancimino, nonché le registrazioni effettuate dallo stesso ex sindaco durante i presunti incontri avvenuti con gli alti ufficiali dell’Arma. Tutti questi materiali sarebbero ancora in una cassetta di all’estero, ma dovrebbero essere nelle mani dei magistrati entro la fine del mese.

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<a href="http://www.rainews24.rai.it/it/video.php?id=16946">Fonte Rainews24</a></div>

La «riforma» di Cosa Nostra, il papello e quelle leggi sulla giustizia in Italia

Fonte: La «riforma» di Cosa Nostra, il papello e quelle leggi sulla giustizia in Italia.

Scritto da Nicola Biondo

«Stiamo indagando su dieci anni di trattativa» dice all’Unità il Pm palermitano Nino Di Matteo a poche ore dalla consegna del Papello. Dieci anni il cui inizio è la strage di Capaci, maggio ’92, e la cui fine, o meglio punto di svolta, è il proclama di Leoluca Bagarella del luglio 2002 indirizzato alle forze politiche. Nel mezzo c’è il sangue di Borsellino e Falcone e delle vittime delle stragi del ’93, a Milano e Firenze, e un grande sforzo investigativo di magistratura e forze di polizia come mai era avvenuto in passato. Ma anche molte, troppe, aree grigie e un sensibile mutamento di clima intorno alla lotta antimafia. La trattativa insomma èun workin progress,nonsi esaurisce, secondo gli investigatori, al papello o agli scritti di Vito Ciancimino ma va oltre.

COME FINÌ LA TRATTATIVA?

La prima domanda che gli investigatori si pongono è se e quali punti del papello hanno avuto effettiva realizzazione in questa «lunga trattativa». La revisione del maxiprocesso ad esempio non è mai stata all’ordine del giorno. Negli ultimi anni però sono state molte le proposte di legge presentate per ottenere nuove norme per la revisione dei processi da ancorare, secondo unodei promotori Gaetano Pecorella – avvocato del premier – alle sentenze della Corte europea. Per quanto riguarda il 41bis e la legge sui pentiti è sotto gli occhi di tutti che le nuove leggi non garantiscono più buoni risultati. L’isolamento dei boss è ormai un ricordo del passato e la legge sui pentiti ha ottenuto un unico risultato: da anni ormai non si pente quasi più nessuno. Sulla revisione della legge Rognoni-La Torre basta dire che sono migliaia ogni anno i beni confiscati che non vengono riutilizzati, come denuncia da tempo la Agenzia del demanio. Le richieste di Riina contemplano anche la possibilità di dissociarsi da Cosa nostra, una exit strategy che garantirebbe la possibilità di accedere ai benefici carcerari senza l’obbligo di rivelare nulla. Una idea che ha fatto capolino più volte nelle aule parlamentari e per la quale ha mostrato interesse finanche un alto magistrato come Giovanni Tinebra, ex-capo della procura di Caltanissetta. La chiusura dei super carceri, comequelli dell’Asinara, è ormai invece una realtà. Mentre la trattativa progrediva è poi arrivata la riforma del c.d. «giusto- processo» che permette la scelta del silenzio ai testi o ai collaboratori mentre nessuna disposizione è stava varata per tutelare chi testimonia nei processi di mafia.

LA RIFORMA DI COSA NOSTRA

I dodici punti del papello, di cui questi sono i nodi essenziali, rivelano la grande riforma della giustizia di Cosa Nostra.Che non può non ricordare i temi dell’agenda dell’attuale governo. Di chi in fondo in nome di un garantismo disinvolto vorrebbe i magistrati sottoposti a forme di controllo e le indagini depotenziate con l’abolizione delle intercettazioni. Binu Provenzano lo aveva promesso al popolo di Cosa Nostra consumato dalla politica delle stragi: «Servono dieci anni per tornare all’antica». L’orizzonte della trattativa sarebbe stato allora «più ampio»: far nascere una nuova mafia in un nuovo Stato. In questo senso il papello di Riina nasce «vecchio» perché il suo alter ego Provenzano lo ha emendato e in parte realizzato, nella previsione diunarimozione collettiva del problema mafia. E si arriva così al redde rationem, a quel proclama di Bagarella del 2002 che accusa gli avvocati diventati parlamentari di non occuparsi più dei loro clienti mafiosi, che tira in ballo le forze politiche che giocano «sulla pelle dei detenuti». Una dichiarazione di guerra contro il patto di Provenzano che vedrà la sua manifestazione più clamorosa in uno striscione apparso pochi mesi dopo allo stadio di Palermo: «Uniti contro il 41bis, Berlusconi dimentica la Sicilia». Ci sono tappe visibili e meno visibili di questa trattativa. Una sicuramente è la scandalosa latitanza di don Binu: secondo la Procura di Palermo andrebbe addebitata proprio ad uno dei protagonisti della trattativa con Ciancimino, il generale Mario Mori oggi sotto processo per avere omesso di catturare il padrino pur essendo a conoscenza di uno dei luoghi che abitualmente frequentava fino al 2001. Processo che riprende martedì prossimo con l’audizione di LucianoViolante.

Trattative stato-mafia, arriva in Procura il “papello” delle richieste di Cosa Nostra – l’Unità.it

Fonte: Trattative stato-mafia, arriva in Procura il “papello” delle richieste di Cosa Nostra – l’Unità.it.

di Nicola Biondo

Non c’è nessuna intestazione, né una firma né ovviamente il destinatario. Quello che ormai viene chiamato “papello” è una lista di 12 punti, scritta a mano e a stampatello dal ghota di Cosa nostra. Ogni punto una richiesta allo stato per far cessare le stragi: si va dalla abolizione della legge sui pentiti a quella sulla confisca dei beni mafiosi, alla chiusura dei supercarceri come l’Asinara all’annullamento del decreto sul 41bis, il carcere duro. Una sorta di grande riforma della giustizia, una resa totale dello stato alla mafia dopo la strage di Capaci. E’ una fotocopia del papello quella che è stata consegnata ieri ai giudici palermitani dagli avvocati di Massimo Ciancimino, figlio di don Vito, tramite nell’estate del 1992 tra Cosa nostra e le istituzioni.

Per l’originale si dovrà attendere ancora ma la Procura di Palermo lo giudica un passo avanti importante nelle indagini.

Ma se il papello cattura l’ovvia attenzione mediatica, grande importanza viene data dai PM Nino Di Matteo e Antonio Ingroia ad alcuni fogli che riportano le considerazioni di Vito Ciancimino sulla trattativa. In essi Don Vito farebbe riferimento a due politici, Mancino e Rognoni ( che hanno ripetutamente smentito qualsiasi coinvolgimento) e ricostruirebbe le fasi della trattativa con il Ros in modo assai diverso a quanto finora appurato in due sentenze. Considerazioni anche politiche quelle di Ciancimino riguardanti la necessità di dare vita ad un Partito del Sud prima delle elezioni del 1994.

Dall’aprile del 2008 Massimo Ciancimino fornisce ai Pm Di Matteo e Ingroia la sua versione dei fatti e una cospicua documentazione. La prima verifica che va fatta è se il papello è statpo inviato prima o dopo la strage di via D’Amelio.

“Stiamo indagando su 10 anni di trattativa” dice Di Matteo. Indagini che vanno coordinate con la procura di calatnissetta. Oggi interrogato Martelli. Ipotesi di falsa testimonianza Mori De Donno al Borsellino-ter.

Benny Calasanzio Borsellino: Agenda Rossa, il fratello di Borsellino scende in piazza

Benny Calasanzio Borsellino: Agenda Rossa, il fratello di Borsellino scende in piazza.

«Tremate tremate, le agende rosse sono tornate». Si alza forte il brusio del popolo del web, che pian piano risponde massicciamente all’appello «Resistenza». Dopo quella del 19 luglio in via D’Amelio, un’altra manifestazione con al centro l’agenda rossa «rubata» di Paolo Borsellino è già in cantiere. A darne notizia è Salvatore, fratello del giudice, che da anni si scaglia contro le istituzioni coinvolte nella trattativa stato-mafia che portò alla morte dell’unico ostacolo alla patto: quello stesso Paolo Borsellino che scrisse sulla sua seconda agenda, quella grigia, di aver incontrato Mancino il primo luglio del 1992, il giorno del suo insediamento come ministro dell’Interno e 18 giorni prima di morire. «Lì a mio fratello venne proposta la trattativa con i boss e lui l’avrà rifiutata in maniera schifata. Oltre a Mancino, che continua a negare dando implicitamente del bugiardo a mio fratello, c’era anche Bruno Contrada, che poco prima il pentito interrogato da Paolo, Gaspare Mutolo, aveva additato come colluso con cosa nostra» ha detto Salvatore Borsellino.

Già il 19 luglio scorso, nel budello d’asfalto in cui era stato ucciso nel 1992 il procuratore aggiunto di Palermo assieme agli agenti di scorta Loi, Catalano, Li Muli, Cosina e Traina, l’ingegnere che vive ad Arese ormai da 40 anni era riuscito tramite il web e i social network a richiamare centinaia di persone da tutta Italia per una tre giorni all’insegna non delle lacrime, bensì della «rabbia costruttiva».

Manifestazione, quella del 19 luglio, disertata quasi completamente dalla gente di Palermo, boicottata ormai ufficialmente dalle grandi associazioni antimafia e soprattutto dai media, se si esclude Enrica Maio del Gr Rai e Silvia Resta di La7. Ora Borsellino torna a suonare la carica: il 26 settembre sarà la volta della capitale. Alle 14 il corteo si riunirà in piazza della Repubblica (Esedra) e da lì il corteo concluderà il suo corso in piazza Barberini. La marcia sarebbe dovuta passare dapprima davanti la sede del Consiglio Superiore della Magistratura, per ossimoro ubicata in Piazza Indipendenza, e poi al Quirinale, la sede della presidenza della Repubblica; a causa del protocollo sulla sicurezza che vige sulle manifestazioni romane, al Quirinale si potrà recare solo una delegazione di una cinquantina di persone. «Questa manifestazione è la continuazione ideale di quella che abbiamo fatto il 20 luglio davanti al palazzo di Giustizia di Palermo in sostegno di quei magistrati che, a rischio della propria vita, stanno combattendo per arrivare alla Verità sulle stragi del 92 e del 93.

Non dobbiamo dare tregua agli assassini ed ai loro complici. Mobilitiamoci tutti, ognuno di noi si impegni a far venire quante altre persone può, in una catena che non deve avere fine. Adesso hanno paura e si stanno muovendo, cominciano a muovere le loro pedine, Rutelli, Violante, il Pg di Caltanissetta Barcellona; noi dobbiamo agire più rapidamente di loro, impedire che fermino Sergio Lari, Antonio Ingroia, Nino Di Matteo.

Non lasciamoli soli, impediamo che chiudano la bocca a Massimo Ciancimino, che si muova il CSM, facciamogli capire che dovranno passare sui nostri corpi, che dopo 17 anni non ci lasceremo strappare ancora una volta la verità. Il 19 luglio in via d’Amelio abbiamo fatto scoccare la scintilla, ora è necessario l’incendio» ha spiegato il fratello del giudice che terrà aggiornati i partecipanti tramite il suo sito, www.19luglio1992.com.

“Il generale Mori mi disse che la trattativa era politica”

“Il generale Mori mi disse che la trattativa era politica”.

La deposizione di giovedì scorso dell’ex presidente della Camera ai Procuratori di Palermo che indagano sulla “trattativa” fra Stato e Mafia. Violante: rifiutai di incontrare Ciancimino.

“Il generale Mori mi disse che la trattativa era politica”

“Gli chiesi se la magistratura era informata e rispose di no”

PALERMO – Per tre volte il generale Mario Mori cercò di far incontrare “privatamente” don Vito con Luciano Violante. E per tre volte il presidente della Commissione parlamentare antimafia, in quel lontano 1992, respinse l’invito. “L’autorità giudiziaria è stata informata di questa disponibilità del Ciancimino a parlare?”, chiese Violante nell’ultimo faccia a faccia con l’ufficiale dei carabinieri. “Si tratta di una cosa politica… di una questione politica”, fu la risposta di Mori.

Parola di Luciano Violante. È stata questa la sua deposizione ai magistrati di Palermo che indagano sulla “trattativa” fra Stato e Mafia. È questo un punto cruciale di quell’impasto di diciassette anni fa fra i Corleonesi e i servizi segreti. Chi aveva “autorizzato” ufficiali dell’Arma dei carabinieri a venire a patti con Cosa Nostra? Chi aveva dato il nulla osta per avviare un negoziato con Totò Riina ancora latitante? Era già stato ucciso Giovanni Falcone, il 23 di maggio. Avevano già fatto saltare in aria Paolo Borsellino, il 19 di luglio.
Quest’altro “pezzo” di verità l’ha rivelata Luciano Violante nella sua testimonianza – giovedì scorso – ai procuratori Antonio Ingroia, Nino Di Matteo e Roberto Scarpinato. Il suo verbale di interrogatorio è stato depositato da un paio di giorni nel processo contro il generale Mori “per la mancata cattura di Bernardo Provenzano”, un altro mistero di mafia, un altro giallo siciliano con protagonisti uomini dei reparti speciali dell’Arma dei carabinieri. Quella di Violante è una testimonianza che oramai è diventata pubblica e che ricostruisce uno dei tanti momenti oscuri – secondo la versione fornita dall’ex presidente parlamentare, naturalmente – di quell’estate siciliana del 1992.

L’inizio della vicenda è nota. Massimo Ciancimino, il figlio prediletto di don Vito, ha raccontato ai magistrati che suo padre – già in contatto con l’allora colonnello dei Ros Mario Mori e il suo fidato capitano Giuseppe De Donno – “voleva che del “patto” fosse informato anche Luciano Violante”. Il resto l’ha messo nero su bianco l’ex presidente dell’Antimafia nel suo interrogatorio.

Il primo incontro. Mario Mori va a trovare Luciano Violante nel suo ufficio di presidente dell’Antimafia. “Vito Ciancimino intende incontrarla”, gli dice. Aggiunge l’ufficiale: “Ha cose importanti da dire, naturalmente chiede qualcosa”. Violante risponde: “Potremmo sentirlo formalmente”. Cioè con una chiamata in commissione parlamentare: un’audizione. Ribatte Mori: “No, lui chiede un colloquio personale”. Il presidente Violante congeda l’ufficiale con un rifiuto: “Io non faccio colloqui privati”.

Dopo un paio di settimane Mario Mori, al tempo vicecomandante dei Ros, torna alla carica. È il secondo incontro. “Il generale quella volta mi portò anche il libro di Vito Ciancimino. Il titolo era “Le Mafie”…”, dichiara a verbale Violante. “Le Mafie” era una sorta di memoriale scritto dall’ex sindaco, un dossier dove parlava dei cugini esattori Nino e Ignazio Salvo, di Giulio Andreotti, di alcuni delitti eccellenti di Palermo. Il terzo incontro nei ricordi dell’ex presidente dell’Antimafia: “Mori mi ha chiesto subito che cosa ne pensavo del libro di Ciancimino, gli risposi che non mi sembrava che lì dentro ci fosse qualcosa di particolarmente importante. Lui, poi insistette ancora e con garbo che io incontrassi Ciancimino”.

Fu a quel punto che Violante chiese se la magistratura fosse informata di questa voglia di “parlare” dell’ex sindaco di Palermo. Fu a quel punto che l’ufficiale dei carabinieri pronunciò quelle parole: “Si tratta di cosa politica… di una questione politica”.

Se le cose sono andate veramente così si rimettono in gioco gran parte delle “certezze” investigative acquisite fino al 2004 fra Palermo e Firenze, la città dove si è celebrato il processo per le stragi mafiose in Continente del 1993. Fino a quella data, il 2004, indagati per la cosiddetta “trattativa” e per aver veicolato il “papello” (le richieste dei Corleonesi per fermare le stragi) c’erano soltanto Totò Riina, il suo medico Antonino Cinà e il vecchio Ciancimino. Tutti e tre mafiosi.

Lo scenario che affiora dalle nuove testimonianze – fra Palermo e Caltanissetta non c’è soltanto quella di Luciano Violante – e dalle nuove indagini scopre l’esistenza di un patto cercato da diversi protagonisti e a più livelli. Non c’è stato solo e soltanto Mario Mori dei Ros. C’è stato anche quel “Carlo” che frequentava don Vito da almeno quindici anni, un agente segreto che il “papello” di Totò Riina l’ha avuto materialmente nelle mani. E, a quanto pare, adesso, ci sono “mandanti” politici che quella trattativa volevano a tutti i costi. La vera svolta sui massacri siciliani del ’92 ci sarà pienamente solo quando i magistrati identificheranno quegli altri nomi, i nomi di chi aveva approvato o addirittura suggerito di mercanteggiare con i boss.

Benny Calasanzio Borsellino: Addio Tenebra, ripartono le indagini!

Benny Calasanzio Borsellino: Addio Tenebra, ripartono le indagini!.

Ci sono voluti 17 anni, la testa di un sostituto procuratore come Luca Tescaroli e l’arrivo di un nuovo procuratore capo a Caltanissetta per far riaprire le vecchie indagini e farne decollare di nuove sulle stragi del 1992 ed in particolare su quella che coinvolse il giudice Paolo Borsellino e gli agenti di scorta Eddie Walter Cosina, Emanuela Loi, Claudio Traina, Agostino Catalano e Vincenzo Li Muli. Il Consiglio Superiore della Magistratura, caduto in un evidente errore di valutazione, forse tradito dal viso angelico e rassicurante di Sergio Lari, lo aveva nominato procuratore capo di Caltanissetta nel dicembre del 2007. Salvatore Borsellino, il giorno dopo la nomina, aveva commentato, sottovoce, con pochi intimi: «questa volta è quella buona. Lari è una persone in gamba, per bene e determinato ad andare fino in fondo». Previsione mai fu più azzeccata. In meno di due anni, assieme agli aggiunti Domenico Gozzo e Amadeo Burtone, e ai sostituti Nicolò Marino e Stefano Lucanici, Lari è riuscito a riaprire le vecchie indagini e ad avviarne di nuove che si candidano seriamente a fornire risposte sconvolgenti sulla morte dei due giudici, che pare essere stata, quantomeno, favorita dagli apparati deviati dello Stato, ammesso che in quel periodo ce ne fossero di retti. La notizia che, nell’indagine sui presunti depistaggi orditi durante le investigazioni sulla strage di Via d’Amelio, sarebbero stati iscritti nel registro degli indagati uomini dei servizi segreti e addirittura poliziotti del gruppo investigativo «Falcone Borsellino», dimostra di che pasta è fatto il pool peraltro già preso di mira da alcuni corvi: buon segno. Dopo le nuove dichiarazioni del pentito Gaspare Spatuzza, ora anche Salvatore Candura sta tornando indietro, dicendo di essere stato convinto a mentire e ad accusarsi della paternità del furto dell’auto poi bomba proprio dal gruppo di poliziotti, che avrebbero agito per chiudere in fretta le indagini e il dibattimento. Dichiarazioni così pesanti da mettere in discussione tre gradi di giudizio bollati anche dalla Cassazione. Molti lo pensano, pochi lo dicono, ma il leit-motiv che gira è: bisognava aspettare che Giovanni Tinebra, ex Procuratore a Caltanissetta, fosse mandato, durante il governo Berlusconi 2001, a dirigere il Dipartimento amministrazione penitenziaria, che tra le altre cose si occupa dello svolgimento dei compiti inerenti all’esecuzione della misura cautelare della custodia in carcere (compresa l’attuazione del 41 bis), delle pene e delle misure di sicurezza detentive, delle misure alternative alla detenzione, per far ripartire le indagini a Caltanissetta? La risposta stai nei fatti che non necessitano di commenti. Lo stesso Tinebra che scrisse e chiese di firmare al giudice Tescaroli un provvedimento di archiviazione, nei confronti di Berlusconi e Dell’Utri, nell’indagine sui mandanti occulti, completamente assolutorio. Provvedimento che naturalmente Tescaroli, giunto con le sue indagini a tutt’altra convinzione, non firmò, preferendo mantenere la «sua» durissima archiviazione che gli costò una probabile croce sulla carriera. A tirare in ballo Tinebra nell’ultimo periodo è anche il magistrato Alfonso Sabella, affidabile cacciatore di mafiosi. In un intervista all’Unità, Sabella solleva inquietanti interrogativi su Tinebra, per sbaglio o per dolo chiamato dai più Tenebra, in particolare riguardo la pratica adottata dai mafiosi di «dissociarsi» da cosa nostra, cioè di pentirsi singolarmente per usufruire di una minima parte di benefici ma di non fare nomi. Tinebra a Caltanissetta ne era un agguerrito difensore, un atteggiamento che certo non si addice a chi vorrebbe sfruttare i collaboratori di giustizia per scardinare i clan e per penetrare nei rapporti mafia politica. Quando Sabella si oppone alla dissociazione di Biondino, legatissimo a Riina, il suo ufficio viene soppresso proprio da Tinebra che intanto aveva sostituito al Dap Caselli. «Molto tempo dopo si scopre ed è tutt’ora oggetto di un’inchiesta della procura di Roma che il magistrato che Tinebra ha messo al mio posto al Dap collaborava proprio con il Sisde di Mori nella gestione definita anomala di alcuni detenuti e aspiranti collaboratori di giustizia» ha spiegato Sabella. Un quadro fin troppo chiaro che a distanza di anni fa rimpiangere il lavoro di Luca Tescaroli: se non ci fosse stato Tenebra forse oggi qualcosa sarebbe diverso, anche in politica, probabilmente. Ora che Tenebra non c’è più, e che con lui anche le nebbie sulle responsabilità esterne a cosa nostra si stanno diradando, vedremo cosa accadrà. Intanto a Palermo i sostituti Ingroia e Di Matteo stanno facendo un lavoro magistrale sul figlio di don Vito Ciancimino; inchiesta che va di pari passo con le indagini di Caltanissetta. Quello che tutti ci chiediamo è: cacceranno prima Ingroia e Di Matteo o Lari e il suo pool? Le scommesse serviranno a pagare il vitalizio dei primi eliminati.

Patto mafia-servizi, inchiesta riaperta “Intermediario americano per Totò Riina” – cronaca – Repubblica.it

Patto mafia-servizi, inchiesta riaperta “Intermediario americano per Totò Riina” – cronaca – Repubblica.it.

Nuovi indagati a Palermo, inchiesta più ampia di quella che portò alle archiviazioni
La misteriosa trattativa tra la “cupola” e uomini delle istituzioni

Patto mafia-servizi, inchiesta riaperta
“Intermediario americano per Totò Riina”

di SALVO PALAZZOLO

PALERMO – Le ultime richieste sono state girate ai vertici dei servizi segreti, su alcuni 007. “Voglia la Signoria Vostra illustrare le mansioni svolte nell’ambito della struttura palermitana dell’intelligence da…”. I pm Nino Di Matteo e Antonio Ingroia, gli stessi che hanno portato a processo l’ex capo del Sisde Mario Mori per favoreggiamento a Cosa nostra, hanno riaperto l’inchiesta sulla misteriosa trattativa che vide protagonista la cupola mafiosa e alcuni uomini delle istituzioni.

Adesso, l’indagine sarebbe molto più ampia di quella che nel 2004 era stata chiusa con un’archiviazione per Totò Riina, il suo medico Antonino Cinà e l’ex sindaco Vito Ciancimino. Erano accusati di aver “veicolato” un “papello” di richieste per far cessare le stragi. Ora, l’indagine cerca oltre, perché la trattativa sarebbe iniziata molti mesi prima della stagione degli eccidi Falcone e Borsellino, e sarebbe proseguita anche oltre. Secondo i pm di Palermo, uno degli “effetti” del presunto (e raggiunto) patto sarebbe stata la mancata cattura di Provenzano nel 1995 da parte del Ros di Mario Mori, che con Ciancimino aveva iniziato a dialogare. Ecco perché le risultanze dell’ultima inchiesta potrebbero finire presto anche al processo Mori.

Intanto, ci sarebbero già dei nuovi indagati per la trattativa, al vaglio della Procura diretta da Messineo. Il filone principale che viene approfondito è quello dei rapporti fra boss e uomini dei servizi. Dalla vecchia inchiesta i magistrati hanno poi ripreso il giallo della trattativa americana di Riina. A parlarne era stato Paolo Bellini, ex estremista di destra che ai processi per le stragi aveva svelato le confidenze di uno degli assassini di Falcone, Nino Gioè, morto suicida in carcere. “Riina aveva un ulteriore canale per cercare di ottenere benefici – questa la confidenza – era una trattativa triangolare, fra Italia e Usa, nel senso che Cosa nostra aveva dei tramiti oltreoceano per una trattativa da condurre in porto con ambienti italiani”.

Chissà se il misterioso intermediario è l’avvocato americano arrivato in Sicilia poco prima delle stragi. Ne ha parlato il pentito Giuffrè. Lui sa poco, solo che qualche mafioso aveva il compito di andarlo a prendere nel lussuoso albergo di Villa Igiea.

Antimafia Duemila – Bongiovanni: “Chiarezza su stragi e rapporti P2 e politica”

Antimafia Duemila – Bongiovanni: “Chiarezza su stragi e rapporti P2 e politica”.

In  apertura del dibattito dal titolo “I mandanti impuniti”, organizzato dalla redazione di ANTIMAFIADuemila e in corso a Palermo, Giorgio Bongiovanni ha dato lettura di quanto dichiarato dal Procuratore capo di Caltanissetta Sergio Lari questo pomeriggio: “Si può ipotizzare che Paolo avesse segnato su quell’agenda notizie da lui apprese in ordine allo svolgimento di una trattativa tra lo Stato e Cosa nostra e che quindi – ha continuato il magistrato –  il furto di questa agenda potrebbe essere stato ispirato o organizzato da un terzo livello, un servizio segreto deviato”. Il direttore di ANTIMAFIADuemila ha invitato il sen. Giuseppe Lumia a fare chiarezza sui rapporti tra la P2 e la politica. Giorgio Bongiovanni ha dichiarato ancora: “nel momento in cui si farà chiarezza sui mandanti occulti potremo capire chi comanda veramente in Italia. I mandanti delle stragi sono ancora al potere nel nostro Paese”.
Il direttore di ANTIMAFIADuemila ha quindi invitato a leggere profondamente i giornali di oggi che parlano di questa inchiesta delicatissima che la procura di Palermo sta svolgendo su mafia e Stato. “Voglio invitare tutta la cittadinanza a sostenere la Procura di Palermo e in particolare Antonio Ingroia e Nino Di Matteo che hanno nelle mani queste importanti indagini. Non li dobbiamo lasciare soli. Dobbiamo stare vicino ai magistrati onesti affinché non li uccidano come è successo a Borsellino e Falcone”. Bongiovanni ha infine concluso: “Dobbiamo difendere i magistrati liberi – ha continuato Giorgio Bongiovanni – che non sono appoggiati da alcun potere politico. Quando sentirete che attaccheranno Ingroia e Di Matteo sappiate che c’è un tentativo di isolarli. Noi dobbiamo riunirci e sostenerli”.

Antimafia Duemila – Bongiovanni: “Chiarezza su stragi e rapporti P2 e politica”

Antimafia Duemila – Bongiovanni: “Chiarezza su stragi e rapporti P2 e politica”.

In  apertura del dibattito dal titolo “I mandanti impuniti”, organizzato dalla redazione di ANTIMAFIADuemila e in corso a Palermo Giorgio Bongiovanni ha dato lettura di quanto dichiarato dal Procuratore capo di Caltanissetta Sergio Lari questo pomeriggio:  “Si può ipotizzare che Paolo avesse segnato su quell’agenda notizie da lui apprese in ordine allo svolgimento di una trattativa tra lo Stato e Cosa nostra e che quindi – ha continuato il magistrato –  il furto di questa agenda potrebbe essere stato ispirato o organizzato da un terzo livello, un servizio segreto deviato”. Il direttore di Antimafia duemila ha invitato il sen. Giuseppe Lumia a fare chiarezza sui rapporti tra la P2 e la politica. Giorgio Bongiovanni ha dichiarato ancora: “ nel momento in cui si farà chiarezza sui mandanti occulti potremo capire chi comanda veramente in Italia. I mandanti delle stragi sono ancora al potere nel nostro Paese”.
Il direttore di ANTIMAFIADuemila ha quindi invitato a leggere profondamente i giornali di oggi che parlano di questa inchiesta delicatissima che la procura di Palermo sta svolgendo su mafia e Stato. “Voglio invitare tutta la cittadinanza a sostenere la Procura di Palermo e in particolare Antonio Ingroia e Nino Di Matteo che hanno nelle mani queste importanti indagini. Non li dobbiamo lasciare soli. Dobbiamo stare vicino ai magistrati onesti affinché non li uccidano come è successo a Borsellino e Falcone”. Bongiovanni ha infine concluso: “Dobbiamo difendere i magistrati liberi – ha continuato Giorgio Bongiovanni – che non sono appoggiati da alcun potere politico. Quando sentirete che attaccheranno Ingroia e Di Matteo sappiate che c’è un tentativo di isolarli. Noi dobbiamo riunirci e sostenerli”.