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Benny Calasanzio Borsellino: Agenda Rossa, il fratello di Borsellino scende in piazza

Benny Calasanzio Borsellino: Agenda Rossa, il fratello di Borsellino scende in piazza.

«Tremate tremate, le agende rosse sono tornate». Si alza forte il brusio del popolo del web, che pian piano risponde massicciamente all’appello «Resistenza». Dopo quella del 19 luglio in via D’Amelio, un’altra manifestazione con al centro l’agenda rossa «rubata» di Paolo Borsellino è già in cantiere. A darne notizia è Salvatore, fratello del giudice, che da anni si scaglia contro le istituzioni coinvolte nella trattativa stato-mafia che portò alla morte dell’unico ostacolo alla patto: quello stesso Paolo Borsellino che scrisse sulla sua seconda agenda, quella grigia, di aver incontrato Mancino il primo luglio del 1992, il giorno del suo insediamento come ministro dell’Interno e 18 giorni prima di morire. «Lì a mio fratello venne proposta la trattativa con i boss e lui l’avrà rifiutata in maniera schifata. Oltre a Mancino, che continua a negare dando implicitamente del bugiardo a mio fratello, c’era anche Bruno Contrada, che poco prima il pentito interrogato da Paolo, Gaspare Mutolo, aveva additato come colluso con cosa nostra» ha detto Salvatore Borsellino.

Già il 19 luglio scorso, nel budello d’asfalto in cui era stato ucciso nel 1992 il procuratore aggiunto di Palermo assieme agli agenti di scorta Loi, Catalano, Li Muli, Cosina e Traina, l’ingegnere che vive ad Arese ormai da 40 anni era riuscito tramite il web e i social network a richiamare centinaia di persone da tutta Italia per una tre giorni all’insegna non delle lacrime, bensì della «rabbia costruttiva».

Manifestazione, quella del 19 luglio, disertata quasi completamente dalla gente di Palermo, boicottata ormai ufficialmente dalle grandi associazioni antimafia e soprattutto dai media, se si esclude Enrica Maio del Gr Rai e Silvia Resta di La7. Ora Borsellino torna a suonare la carica: il 26 settembre sarà la volta della capitale. Alle 14 il corteo si riunirà in piazza della Repubblica (Esedra) e da lì il corteo concluderà il suo corso in piazza Barberini. La marcia sarebbe dovuta passare dapprima davanti la sede del Consiglio Superiore della Magistratura, per ossimoro ubicata in Piazza Indipendenza, e poi al Quirinale, la sede della presidenza della Repubblica; a causa del protocollo sulla sicurezza che vige sulle manifestazioni romane, al Quirinale si potrà recare solo una delegazione di una cinquantina di persone. «Questa manifestazione è la continuazione ideale di quella che abbiamo fatto il 20 luglio davanti al palazzo di Giustizia di Palermo in sostegno di quei magistrati che, a rischio della propria vita, stanno combattendo per arrivare alla Verità sulle stragi del 92 e del 93.

Non dobbiamo dare tregua agli assassini ed ai loro complici. Mobilitiamoci tutti, ognuno di noi si impegni a far venire quante altre persone può, in una catena che non deve avere fine. Adesso hanno paura e si stanno muovendo, cominciano a muovere le loro pedine, Rutelli, Violante, il Pg di Caltanissetta Barcellona; noi dobbiamo agire più rapidamente di loro, impedire che fermino Sergio Lari, Antonio Ingroia, Nino Di Matteo.

Non lasciamoli soli, impediamo che chiudano la bocca a Massimo Ciancimino, che si muova il CSM, facciamogli capire che dovranno passare sui nostri corpi, che dopo 17 anni non ci lasceremo strappare ancora una volta la verità. Il 19 luglio in via d’Amelio abbiamo fatto scoccare la scintilla, ora è necessario l’incendio» ha spiegato il fratello del giudice che terrà aggiornati i partecipanti tramite il suo sito, www.19luglio1992.com.

“Il generale Mori mi disse che la trattativa era politica”

“Il generale Mori mi disse che la trattativa era politica”.

La deposizione di giovedì scorso dell’ex presidente della Camera ai Procuratori di Palermo che indagano sulla “trattativa” fra Stato e Mafia. Violante: rifiutai di incontrare Ciancimino.

“Il generale Mori mi disse che la trattativa era politica”

“Gli chiesi se la magistratura era informata e rispose di no”

PALERMO – Per tre volte il generale Mario Mori cercò di far incontrare “privatamente” don Vito con Luciano Violante. E per tre volte il presidente della Commissione parlamentare antimafia, in quel lontano 1992, respinse l’invito. “L’autorità giudiziaria è stata informata di questa disponibilità del Ciancimino a parlare?”, chiese Violante nell’ultimo faccia a faccia con l’ufficiale dei carabinieri. “Si tratta di una cosa politica… di una questione politica”, fu la risposta di Mori.

Parola di Luciano Violante. È stata questa la sua deposizione ai magistrati di Palermo che indagano sulla “trattativa” fra Stato e Mafia. È questo un punto cruciale di quell’impasto di diciassette anni fa fra i Corleonesi e i servizi segreti. Chi aveva “autorizzato” ufficiali dell’Arma dei carabinieri a venire a patti con Cosa Nostra? Chi aveva dato il nulla osta per avviare un negoziato con Totò Riina ancora latitante? Era già stato ucciso Giovanni Falcone, il 23 di maggio. Avevano già fatto saltare in aria Paolo Borsellino, il 19 di luglio.
Quest’altro “pezzo” di verità l’ha rivelata Luciano Violante nella sua testimonianza – giovedì scorso – ai procuratori Antonio Ingroia, Nino Di Matteo e Roberto Scarpinato. Il suo verbale di interrogatorio è stato depositato da un paio di giorni nel processo contro il generale Mori “per la mancata cattura di Bernardo Provenzano”, un altro mistero di mafia, un altro giallo siciliano con protagonisti uomini dei reparti speciali dell’Arma dei carabinieri. Quella di Violante è una testimonianza che oramai è diventata pubblica e che ricostruisce uno dei tanti momenti oscuri – secondo la versione fornita dall’ex presidente parlamentare, naturalmente – di quell’estate siciliana del 1992.

L’inizio della vicenda è nota. Massimo Ciancimino, il figlio prediletto di don Vito, ha raccontato ai magistrati che suo padre – già in contatto con l’allora colonnello dei Ros Mario Mori e il suo fidato capitano Giuseppe De Donno – “voleva che del “patto” fosse informato anche Luciano Violante”. Il resto l’ha messo nero su bianco l’ex presidente dell’Antimafia nel suo interrogatorio.

Il primo incontro. Mario Mori va a trovare Luciano Violante nel suo ufficio di presidente dell’Antimafia. “Vito Ciancimino intende incontrarla”, gli dice. Aggiunge l’ufficiale: “Ha cose importanti da dire, naturalmente chiede qualcosa”. Violante risponde: “Potremmo sentirlo formalmente”. Cioè con una chiamata in commissione parlamentare: un’audizione. Ribatte Mori: “No, lui chiede un colloquio personale”. Il presidente Violante congeda l’ufficiale con un rifiuto: “Io non faccio colloqui privati”.

Dopo un paio di settimane Mario Mori, al tempo vicecomandante dei Ros, torna alla carica. È il secondo incontro. “Il generale quella volta mi portò anche il libro di Vito Ciancimino. Il titolo era “Le Mafie”…”, dichiara a verbale Violante. “Le Mafie” era una sorta di memoriale scritto dall’ex sindaco, un dossier dove parlava dei cugini esattori Nino e Ignazio Salvo, di Giulio Andreotti, di alcuni delitti eccellenti di Palermo. Il terzo incontro nei ricordi dell’ex presidente dell’Antimafia: “Mori mi ha chiesto subito che cosa ne pensavo del libro di Ciancimino, gli risposi che non mi sembrava che lì dentro ci fosse qualcosa di particolarmente importante. Lui, poi insistette ancora e con garbo che io incontrassi Ciancimino”.

Fu a quel punto che Violante chiese se la magistratura fosse informata di questa voglia di “parlare” dell’ex sindaco di Palermo. Fu a quel punto che l’ufficiale dei carabinieri pronunciò quelle parole: “Si tratta di cosa politica… di una questione politica”.

Se le cose sono andate veramente così si rimettono in gioco gran parte delle “certezze” investigative acquisite fino al 2004 fra Palermo e Firenze, la città dove si è celebrato il processo per le stragi mafiose in Continente del 1993. Fino a quella data, il 2004, indagati per la cosiddetta “trattativa” e per aver veicolato il “papello” (le richieste dei Corleonesi per fermare le stragi) c’erano soltanto Totò Riina, il suo medico Antonino Cinà e il vecchio Ciancimino. Tutti e tre mafiosi.

Lo scenario che affiora dalle nuove testimonianze – fra Palermo e Caltanissetta non c’è soltanto quella di Luciano Violante – e dalle nuove indagini scopre l’esistenza di un patto cercato da diversi protagonisti e a più livelli. Non c’è stato solo e soltanto Mario Mori dei Ros. C’è stato anche quel “Carlo” che frequentava don Vito da almeno quindici anni, un agente segreto che il “papello” di Totò Riina l’ha avuto materialmente nelle mani. E, a quanto pare, adesso, ci sono “mandanti” politici che quella trattativa volevano a tutti i costi. La vera svolta sui massacri siciliani del ’92 ci sarà pienamente solo quando i magistrati identificheranno quegli altri nomi, i nomi di chi aveva approvato o addirittura suggerito di mercanteggiare con i boss.

Benny Calasanzio Borsellino: Addio Tenebra, ripartono le indagini!

Benny Calasanzio Borsellino: Addio Tenebra, ripartono le indagini!.

Ci sono voluti 17 anni, la testa di un sostituto procuratore come Luca Tescaroli e l’arrivo di un nuovo procuratore capo a Caltanissetta per far riaprire le vecchie indagini e farne decollare di nuove sulle stragi del 1992 ed in particolare su quella che coinvolse il giudice Paolo Borsellino e gli agenti di scorta Eddie Walter Cosina, Emanuela Loi, Claudio Traina, Agostino Catalano e Vincenzo Li Muli. Il Consiglio Superiore della Magistratura, caduto in un evidente errore di valutazione, forse tradito dal viso angelico e rassicurante di Sergio Lari, lo aveva nominato procuratore capo di Caltanissetta nel dicembre del 2007. Salvatore Borsellino, il giorno dopo la nomina, aveva commentato, sottovoce, con pochi intimi: «questa volta è quella buona. Lari è una persone in gamba, per bene e determinato ad andare fino in fondo». Previsione mai fu più azzeccata. In meno di due anni, assieme agli aggiunti Domenico Gozzo e Amadeo Burtone, e ai sostituti Nicolò Marino e Stefano Lucanici, Lari è riuscito a riaprire le vecchie indagini e ad avviarne di nuove che si candidano seriamente a fornire risposte sconvolgenti sulla morte dei due giudici, che pare essere stata, quantomeno, favorita dagli apparati deviati dello Stato, ammesso che in quel periodo ce ne fossero di retti. La notizia che, nell’indagine sui presunti depistaggi orditi durante le investigazioni sulla strage di Via d’Amelio, sarebbero stati iscritti nel registro degli indagati uomini dei servizi segreti e addirittura poliziotti del gruppo investigativo «Falcone Borsellino», dimostra di che pasta è fatto il pool peraltro già preso di mira da alcuni corvi: buon segno. Dopo le nuove dichiarazioni del pentito Gaspare Spatuzza, ora anche Salvatore Candura sta tornando indietro, dicendo di essere stato convinto a mentire e ad accusarsi della paternità del furto dell’auto poi bomba proprio dal gruppo di poliziotti, che avrebbero agito per chiudere in fretta le indagini e il dibattimento. Dichiarazioni così pesanti da mettere in discussione tre gradi di giudizio bollati anche dalla Cassazione. Molti lo pensano, pochi lo dicono, ma il leit-motiv che gira è: bisognava aspettare che Giovanni Tinebra, ex Procuratore a Caltanissetta, fosse mandato, durante il governo Berlusconi 2001, a dirigere il Dipartimento amministrazione penitenziaria, che tra le altre cose si occupa dello svolgimento dei compiti inerenti all’esecuzione della misura cautelare della custodia in carcere (compresa l’attuazione del 41 bis), delle pene e delle misure di sicurezza detentive, delle misure alternative alla detenzione, per far ripartire le indagini a Caltanissetta? La risposta stai nei fatti che non necessitano di commenti. Lo stesso Tinebra che scrisse e chiese di firmare al giudice Tescaroli un provvedimento di archiviazione, nei confronti di Berlusconi e Dell’Utri, nell’indagine sui mandanti occulti, completamente assolutorio. Provvedimento che naturalmente Tescaroli, giunto con le sue indagini a tutt’altra convinzione, non firmò, preferendo mantenere la «sua» durissima archiviazione che gli costò una probabile croce sulla carriera. A tirare in ballo Tinebra nell’ultimo periodo è anche il magistrato Alfonso Sabella, affidabile cacciatore di mafiosi. In un intervista all’Unità, Sabella solleva inquietanti interrogativi su Tinebra, per sbaglio o per dolo chiamato dai più Tenebra, in particolare riguardo la pratica adottata dai mafiosi di «dissociarsi» da cosa nostra, cioè di pentirsi singolarmente per usufruire di una minima parte di benefici ma di non fare nomi. Tinebra a Caltanissetta ne era un agguerrito difensore, un atteggiamento che certo non si addice a chi vorrebbe sfruttare i collaboratori di giustizia per scardinare i clan e per penetrare nei rapporti mafia politica. Quando Sabella si oppone alla dissociazione di Biondino, legatissimo a Riina, il suo ufficio viene soppresso proprio da Tinebra che intanto aveva sostituito al Dap Caselli. «Molto tempo dopo si scopre ed è tutt’ora oggetto di un’inchiesta della procura di Roma che il magistrato che Tinebra ha messo al mio posto al Dap collaborava proprio con il Sisde di Mori nella gestione definita anomala di alcuni detenuti e aspiranti collaboratori di giustizia» ha spiegato Sabella. Un quadro fin troppo chiaro che a distanza di anni fa rimpiangere il lavoro di Luca Tescaroli: se non ci fosse stato Tenebra forse oggi qualcosa sarebbe diverso, anche in politica, probabilmente. Ora che Tenebra non c’è più, e che con lui anche le nebbie sulle responsabilità esterne a cosa nostra si stanno diradando, vedremo cosa accadrà. Intanto a Palermo i sostituti Ingroia e Di Matteo stanno facendo un lavoro magistrale sul figlio di don Vito Ciancimino; inchiesta che va di pari passo con le indagini di Caltanissetta. Quello che tutti ci chiediamo è: cacceranno prima Ingroia e Di Matteo o Lari e il suo pool? Le scommesse serviranno a pagare il vitalizio dei primi eliminati.

Patto mafia-servizi, inchiesta riaperta “Intermediario americano per Totò Riina” – cronaca – Repubblica.it

Patto mafia-servizi, inchiesta riaperta “Intermediario americano per Totò Riina” – cronaca – Repubblica.it.

Nuovi indagati a Palermo, inchiesta più ampia di quella che portò alle archiviazioni
La misteriosa trattativa tra la “cupola” e uomini delle istituzioni

Patto mafia-servizi, inchiesta riaperta
“Intermediario americano per Totò Riina”

di SALVO PALAZZOLO

PALERMO – Le ultime richieste sono state girate ai vertici dei servizi segreti, su alcuni 007. “Voglia la Signoria Vostra illustrare le mansioni svolte nell’ambito della struttura palermitana dell’intelligence da…”. I pm Nino Di Matteo e Antonio Ingroia, gli stessi che hanno portato a processo l’ex capo del Sisde Mario Mori per favoreggiamento a Cosa nostra, hanno riaperto l’inchiesta sulla misteriosa trattativa che vide protagonista la cupola mafiosa e alcuni uomini delle istituzioni.

Adesso, l’indagine sarebbe molto più ampia di quella che nel 2004 era stata chiusa con un’archiviazione per Totò Riina, il suo medico Antonino Cinà e l’ex sindaco Vito Ciancimino. Erano accusati di aver “veicolato” un “papello” di richieste per far cessare le stragi. Ora, l’indagine cerca oltre, perché la trattativa sarebbe iniziata molti mesi prima della stagione degli eccidi Falcone e Borsellino, e sarebbe proseguita anche oltre. Secondo i pm di Palermo, uno degli “effetti” del presunto (e raggiunto) patto sarebbe stata la mancata cattura di Provenzano nel 1995 da parte del Ros di Mario Mori, che con Ciancimino aveva iniziato a dialogare. Ecco perché le risultanze dell’ultima inchiesta potrebbero finire presto anche al processo Mori.

Intanto, ci sarebbero già dei nuovi indagati per la trattativa, al vaglio della Procura diretta da Messineo. Il filone principale che viene approfondito è quello dei rapporti fra boss e uomini dei servizi. Dalla vecchia inchiesta i magistrati hanno poi ripreso il giallo della trattativa americana di Riina. A parlarne era stato Paolo Bellini, ex estremista di destra che ai processi per le stragi aveva svelato le confidenze di uno degli assassini di Falcone, Nino Gioè, morto suicida in carcere. “Riina aveva un ulteriore canale per cercare di ottenere benefici – questa la confidenza – era una trattativa triangolare, fra Italia e Usa, nel senso che Cosa nostra aveva dei tramiti oltreoceano per una trattativa da condurre in porto con ambienti italiani”.

Chissà se il misterioso intermediario è l’avvocato americano arrivato in Sicilia poco prima delle stragi. Ne ha parlato il pentito Giuffrè. Lui sa poco, solo che qualche mafioso aveva il compito di andarlo a prendere nel lussuoso albergo di Villa Igiea.

Antimafia Duemila – Bongiovanni: “Chiarezza su stragi e rapporti P2 e politica”

Antimafia Duemila – Bongiovanni: “Chiarezza su stragi e rapporti P2 e politica”.

In  apertura del dibattito dal titolo “I mandanti impuniti”, organizzato dalla redazione di ANTIMAFIADuemila e in corso a Palermo, Giorgio Bongiovanni ha dato lettura di quanto dichiarato dal Procuratore capo di Caltanissetta Sergio Lari questo pomeriggio: “Si può ipotizzare che Paolo avesse segnato su quell’agenda notizie da lui apprese in ordine allo svolgimento di una trattativa tra lo Stato e Cosa nostra e che quindi – ha continuato il magistrato –  il furto di questa agenda potrebbe essere stato ispirato o organizzato da un terzo livello, un servizio segreto deviato”. Il direttore di ANTIMAFIADuemila ha invitato il sen. Giuseppe Lumia a fare chiarezza sui rapporti tra la P2 e la politica. Giorgio Bongiovanni ha dichiarato ancora: “nel momento in cui si farà chiarezza sui mandanti occulti potremo capire chi comanda veramente in Italia. I mandanti delle stragi sono ancora al potere nel nostro Paese”.
Il direttore di ANTIMAFIADuemila ha quindi invitato a leggere profondamente i giornali di oggi che parlano di questa inchiesta delicatissima che la procura di Palermo sta svolgendo su mafia e Stato. “Voglio invitare tutta la cittadinanza a sostenere la Procura di Palermo e in particolare Antonio Ingroia e Nino Di Matteo che hanno nelle mani queste importanti indagini. Non li dobbiamo lasciare soli. Dobbiamo stare vicino ai magistrati onesti affinché non li uccidano come è successo a Borsellino e Falcone”. Bongiovanni ha infine concluso: “Dobbiamo difendere i magistrati liberi – ha continuato Giorgio Bongiovanni – che non sono appoggiati da alcun potere politico. Quando sentirete che attaccheranno Ingroia e Di Matteo sappiate che c’è un tentativo di isolarli. Noi dobbiamo riunirci e sostenerli”.

Antimafia Duemila – Bongiovanni: “Chiarezza su stragi e rapporti P2 e politica”

Antimafia Duemila – Bongiovanni: “Chiarezza su stragi e rapporti P2 e politica”.

In  apertura del dibattito dal titolo “I mandanti impuniti”, organizzato dalla redazione di ANTIMAFIADuemila e in corso a Palermo Giorgio Bongiovanni ha dato lettura di quanto dichiarato dal Procuratore capo di Caltanissetta Sergio Lari questo pomeriggio:  “Si può ipotizzare che Paolo avesse segnato su quell’agenda notizie da lui apprese in ordine allo svolgimento di una trattativa tra lo Stato e Cosa nostra e che quindi – ha continuato il magistrato –  il furto di questa agenda potrebbe essere stato ispirato o organizzato da un terzo livello, un servizio segreto deviato”. Il direttore di Antimafia duemila ha invitato il sen. Giuseppe Lumia a fare chiarezza sui rapporti tra la P2 e la politica. Giorgio Bongiovanni ha dichiarato ancora: “ nel momento in cui si farà chiarezza sui mandanti occulti potremo capire chi comanda veramente in Italia. I mandanti delle stragi sono ancora al potere nel nostro Paese”.
Il direttore di ANTIMAFIADuemila ha quindi invitato a leggere profondamente i giornali di oggi che parlano di questa inchiesta delicatissima che la procura di Palermo sta svolgendo su mafia e Stato. “Voglio invitare tutta la cittadinanza a sostenere la Procura di Palermo e in particolare Antonio Ingroia e Nino Di Matteo che hanno nelle mani queste importanti indagini. Non li dobbiamo lasciare soli. Dobbiamo stare vicino ai magistrati onesti affinché non li uccidano come è successo a Borsellino e Falcone”. Bongiovanni ha infine concluso: “Dobbiamo difendere i magistrati liberi – ha continuato Giorgio Bongiovanni – che non sono appoggiati da alcun potere politico. Quando sentirete che attaccheranno Ingroia e Di Matteo sappiate che c’è un tentativo di isolarli. Noi dobbiamo riunirci e sostenerli”.