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Antimafia Duemila – Pg: ”Dell’Utri contribui’ a trattativa, Provenzano si fidava”

Fonte: Antimafia Duemila – Pg: ”Dell’Utri contribui’ a trattativa, Provenzano si fidava”.

“Alle trattative del periodo ’93-’94 tra lo Stato e Cosa nostra contribui’ Marcello Dell’Utri come gia’ risultava prima delle dichiarazioni di Gaspare Spatuzza”. Lo ha detto il procuratore generale Antonino Gatto, nella udienza dedicata alla requisitoria del processo contro il senatore del Pdl Marcello Dell’Utri, imputato di concorso in associazione mafiosa e condannato in primo grado a 9 anni. “A Milano Dell’Utri aveva rapporti con i fratelli boss di Brancaccio, Giuseppe e Filippo Graviano – ha detto Gatto -. I Graviano erano interessati al movimento politico ‘Sicilia libera’, poi confluito in Forza Italia. I due fratelli erano latitanti a Milano e avevano saldi rapporti con l’imputato, al punto che gli raccomandarono il calciatore Giuseppe D’Agostino, figlio di un loro uomo, perche’ venisse fatto giocare nel Milan”. Il Pg si e’ soffermato a lungo sulla “natura politica” dei discorsi fatti da Giuseppe Graviano a Spatuzza al bar Doney di Roma e a Campofelice di Roccella: “In quelle occasioni, col petto gonfio di gioia – ha proseguito il Pg – il boss disse di avere trovato ‘persone serie’ che gli avrebbero consentito di mettersi il Paese nelle mani: Berlusconi e Dell’Utri”. Gatto si e’ soffermato a lungo sui contatti che, tra la fine del ’93 e il gennaio ’94, “avrebbero dovuto portare benefici per tutti, compresi i carcerati. Si attendevano – ha aggiunto il rappresentante dell’accusa – provvedimenti e interventi da chi doveva fare le leggi. E questo era lo scopo di Graviano, ma non solo. Secondo quanto ha riferito un altro collaborante, Nino Giuffre’, anche Bernardo Provenzano usci’ allo scoperto in quello stesso periodo e disse: ‘Ci possiamo fidare'”.

Pg: Spatuzza è attendibile

19 marzo 2010
Palermo.
Si incentra tutta sulla attendibilità del pentito Gaspare Spatuzza la parte centrale della requisitoria del pg Nino Gatto, pubblica accusa al processo per concorso esterno in associazione mafiosa al senatore del Pdl Marcello Dell’Utri, ripresa questa mattina dopo una lunga pausa. Tre, secondo il pg Nino Gatto, gli argomenti che proverebbero l’attendibilità del collaboratore: la genesi del suo pentimento che trae origine da un percorso spirituale, confermato da esponenti ecclesiastici che l’hanno seguito, nel “camminino di fede”; l’ok delle procure di Firenze, Palermo e Caltanissetta alla sua ammissione al programma di protezione e il grado di certezza che accompagna le rivelazioni del pentito. “Spatuzza – dice Gatto – sa bene che portata hanno le sue dichiarazioni tanto che paragona l’effetto delle sue verità sulla strage di via D’Amelio, che hanno indotto i magistrati a riaprire l’inchiesta, alla rivelazione ‘a uno che ha fatto un palazzo di 10 piani che ha utilizzato cemento depotenziato'”. Gatto ha giustificato le originarie titubanze del pentito nel parlare dei rapporti tra mafia e politica con il timore delle conseguenze che certe rivelazioni avrebbero avuto. Infine il pg ha ripetuto i tratti salienti delle dichiarazioni del collaboratore sull’imputato. In particolare Gatto ha fatto riferimento al racconto di Spatuzza sull’incontro che questi avrebbe avuto, a gennaio del ’94, a Roma col boss Giuseppe Graviano. In quell’occasione il capomafia avrebbe detto al pentito che “avevano chiuso tutto grazie a due persone: Marcello Dell’Utri e Silvio Berlusconi”, facendo intendere con queste parole l’esistenza di un accordo tra la mafia e la politica.

Le “trattative” tra Cosa Nostra e pezzi dello stato – parte seconda

Fonte: Le “trattative” tra Cosa Nostra e pezzi dello stato – parte seconda.

Scritto da Martina Di Gianfelice e Federico Elmetti

Gli elementi contraddittori concernenti una presunta trattativa tra Cosa Nostra e pezzi dello Stato a cavallo delle stragi del ’92-’93, sembrano oggi assumere una valenza diversa con l’emergere di nuovi scenari che rivelano l’esistenza di almeno tre distinte trattative datate in periodi differenti.

La presunta “seconda trattativa”

Mentre alcuni dei nomi degli interlocutori e degli obiettivi della “prima trattativa” sono stati individuati dalla magistratura con sentenze definitive, i volti dei protagonisti e i contenuti della presunta “seconda trattativa” sono ancora oggetto di valutazione da parte dell’autorità giudiziaria. Tuttavia dalla sentenza di primo grado con la quale il sen. Marcello Dell’Utri è stato condannato a nove anni di reclusione per concorso esterno in associazione mafiosa (11 dicembre 2004), dalle dichiarazioni di diversi collaboratori di giustizia e da altre acquisizioni investigative sono emersi numerosi elementi che rimandano ad una possibile convergenza degli interessi di Cosa Nostra con il programma politico del partito “Forza Italia”, presentato ufficialmente da Silvio Berlusconi il 18 gennaio 1994.

E’ un fatto processualmente accertato che Totò Riina, dopo aver rinnegato l’appoggio politico alla DC, rea di non essere stata in grado di fornire le necessarie coperture a livello istituzionale e non aver impedito la buona riuscita del maxiprocesso, abbia spinto Cosa Nostra nel 1987 a votare alle elezioni politiche in massa il PSI nel tentativo non troppo nascosto di agganciare Bettino Craxi, che in quegli anni si era proposto come uno degli esponenti più potenti e carismatici del panorama politico italiano. Allo stesso modo, è noto che questa decisione, per altro non da tutti i mafiosi condivisa, si rivelerà sbagliata. In particolare, il ministro della giustizia di allora, il braccio destro di Craxi, Claudio Martelli, aveva tradito le aspettative di Cosa Nostra portando a Roma Giovanni Falcone. A quel punto, la mafia, in cerca di nuovi referenti politici, vira verso la stagione delle stragi secondo la logica del “fare la guerra per fare la pace”. Dopo le stragi di Capaci e Via D’Amelio, l’obiettivo è stato raggiunto in pieno. Lo stato si è detto disposto a dialogare con Totò Riina. “Si sono fatti sotto”, rivela il capo di Cosa Nostra.


La mafia vota Forza Italia


E’ a quel punto che Cosa Nostra sente la necessità di far valere di nuovo il proprio peso all’interno delle istituzioni. L’idea iniziale è quella di creare un movimento separatista, Sicilia Libera, una nuova forza politica autonoma ad uso e consumo della mafia, gestita da Leoluca Bagarella. Il progetto naufraga quasi subito. Cosa Nostra ha già cambiato idea. Rivela Bagarella: “Ci stiamo orientando verso un’altra direzione che è di più facile realizzazione, mentre un progetto indipendentista passa per anni ed anni di lavoro, noi abbiamo degli agganci”. Siamo nel periodo immediatamente successivo alle stragi di Capaci e Via D’Amelio. Riina è appena stato catturato, il 15 gennaio 1993. Nel continente esplodono bombe in successione, a Roma, Firenze e Milano. Di che agganci politici parla Bagarella? E’ il pentito Tullio Cannella a rivelarlo senza mezzi termini: “Si stavano appoggiando, lo dico con onestà, con Forza Italia, quindi loro avevano dei vari candidati, amici di alcuni esponenti di Cosa Nostra e ciascun candidato con questi loro referenti aveva realizzato una sorta di patto elettorale, una sorta di impegno e quindi votavano per questi, tant’è vero che anche Calvaruso mi disse: ma sai, Giovanni Brusca mi porta in questi posti, riunioni, escono tutto il giorno volantini a tappeto di Forza Italia”.

E’ in questo contesto che riappare, misteriosa, la figura di Vittorio Mangano. Già “stalliere” nella villa di Silvio Berlusconi ad Arcore tra il ’74 e il ’75, Mangano in quel periodo è appena uscito dal carcere ed è tornato a lavorare a pieno regime per Cosa Nostra. Intrattiene contatti stretti sia con Bagarella che con Giovanni Brusca e diviene referente di Cosa Nostra per la zona di Palermo-Centro. Bagarella in realtà non si fida di Mangano, ma allo stesso tempo lo tiene in pugno perché “serve territorialmente e politicamente”. Già nell’estate del ’93, quando ancora non si è sopito l’eco delle bombe, nel quartier generale di Berlusconi si lavora alacremente all’idea di fondare un nuovo partito. Il principale sostenitore della discesa in campo di Berlusconi è proprio Dell’Utri, che la ritiene “assolutamente necessaria”. Fedele Confalonieri e Gianni Letta sono invece contrari.Dopo un periodo di incertezza, Berlusconi decide di dare ancora una volta fiducia a Dell’Utri e gli affida l’incarico di fondare Forza Italia. A quel punto, Provenzano ha deciso: quello è il cavallo di Troia su cui salire per entrare nei gangli vitali delle istituzioni. Spiega il pentito Nino Giuffrè, braccio destro di Bernardo Provenzano: “Noi abbiamo avuto da sempre l’astuzia di metterci sempre con il vincitore, questa è stata la nostra furbizia. Quando ce ne andiamo a metterci con i socialisti già si vede che il discorso non regge. Stesso discorso con Forza Italia. Forza Italia non l’abbiamo fatta salire noi. Il popolo era stufo della Democrazia Cristiana, il popolo era stufo degli uomini politici, unni putieva cchiù, e non ne può più. Allora ha visto in Forza Italia un’ancora a cui afferrarsi e lei con chi parlava parlava e io lo vedevo, le persone tutte, come nuovo, come qualche cosa, come ancora di salvezza. E noi, furbi, abbiamo cercato di prendere al balzo la palla, è giusto? Tutti Forza Italia. E siamo qua”.

La decisione ufficiale di scendere in campo arriva nell’autunno del 1993. Provenzano gioca tutta la sua credibilità all’interno di Cosa Nostra sulla carta Forza Italia. Ancora Giuffrè: “Provenzano stesso ci ha detto che eravamo in buone mani, che ci potevamo fidare. Diciamo che per la prima volta il Provenzano esce allo scoperto, assumendosi in prima persona delle responsabilità ben precise e nel momento in cui lui ci dà queste informazioni e queste sicurezze ci mettiamo in cammino, per portare avanti, all’interno di Cosa Nostra e poi, successivamente, estrinsecarlo all’esterno, il discorso di Forza Italia”.

C’è un altro pentito, Salvatore Cucuzza, che spiega come l’intermediazione tra Cosa Nostra e il partito del duo Dell’Utri-Berlusconi sia stata gestita ancora una volta proprio da Vittorio Mangano. Cucuzza riferisce di aver saputo dallo stesso Mangano che questi si era incontrato “un paio di volte con Dell’Utri” alla fine del ’93. Le date combaciano perfettamente. I due incontri avvengono infatti il 2 e il 30 novembre 1993, come si ricava da due annotazioni rinvenute nelle agende personali di Dell’Utri. Di cosa parlano i due? Lo rivela ancora Cucuzza: “Dell’Utri aveva promesso che si sarebbe attivato per presentare proposte molto favorevoli a Cosa Nostra sul fronte della giustizia, ovvero modifica del 41bis e sbarramento per gli arresti relativi al 416bis”. C’è un ulteriore collaborante, Francesco La Marca, che racconta di un episodio avvenuto nei primi mesi del 1994, quando Berlusconi è già sceso in campo ufficialmente. Mangano, poco prima delle elezioni, su preciso ordine di Bagarella e Brusca, si reca un paio di giorni a Milano per parlare con Dell’Utri. Tornato in Sicilia, Mangano è raggiante: “Tutto a posto! Dobbiamo votare Forza Italia! Così danno qualche possibilità di fatto del 41bis, i sequestri dei beni e per dedicare a noi collaboratori, per ammorbidire la legge”.

Sono proprio le richieste che Totò Riina aveva vergato di suo pugno sul “papello”, destinato poi a Vito Ciancimino perché lo facesse pervenire alle più alte cariche istituzionali, e che aveva come  oggetto dell’accordo una serie di benefici per i mafiosi: revisione del maxiprocesso, l’abolizione del 41 bis, l’annessione dei condannati ex. art. 416 bis c.p. ai benefici per i detenuti previsti dalla “Legge Gozzini”, normative di legge favorevoli agli appartenenti all’organizzazione criminale e garanzie per gli interessi economici, quali appalti e finanziamenti statali, degli stessi.

I contatti tra Provenzano e la Fininvest


A corroborare la tesi secondo cui Provenzano avrebbe instaurato una sorta di trattativa parallela con Dell’Utri, ci sono tre lettere indirizzate tra il ’91 e il ’94 a Berlusconi dal boss corleonese e recuperate nella documentazione sequestrata ai familiari di Vito Ciancimino. A parlarne è stato qualche mese fa Massimo Ciancimino, figlio dell’ex sindaco mafioso di Palermo Vito Ciancimino. Stando alla testimonianza di Ciancimino jr., la prima lettera fu a questi consegnata prima della trattativa del cd. “papello” da Pino Lipari, amministratore dei beni di Bernardo Provenzano e punto di riferimento per i contatti politici, alla presenza dello stesso boss corleonese nel villino di San Vito Lo Capo di proprietà del Lipari. Le altre due lettere risalirebbero al dicembre ’92 e ad inizio ’94. Il contenuto dell’ultima lettera indirizzata a Berlusconi (ritrovata durante una perquisizione nel 2005) concerne la richiesta, avanzata da Provenzano, di “mettere a disposizione (di Provenzano nda) le sue reti televisive (di Berlusconi nda)”, al fine di scongiurare il “triste evento” dell’uccisione di suo figlio. Il foglio su cui Provenzano ha avanzato questa offerta al futuro Onorevole Berlusconi è stato ritrovato strappato. Quando i magistrati di Palermo lo hanno mostrato a Massimo Ciancimino, questi si è detto preoccupato perché – ha riferito – “si tratta di cose troppo più grandi di me”.

Un altro documento importante al fine dell’accertamento della verità è un assegno, di cui parla sempre Ciancimino jr. dell’importo di 35 milioni firmato da Silvio Berlusconi; Ciancimino fu sorpreso a parlare dell’assegno con la sorella in un’intercettazione telefonica disposta dalla Procura di Palermo che indagava sul riciclaggio del patrimonio di Vito Ciancimino da parte del figlio. Ci sono poi tutta una serie di pagamenti, accertati in sede di giudizio, che pervenivano regolarmente nelle casse di Cosa Nostra dai conti correnti della Fininvest, in parte come riconoscimento per la protezione offerta Cosa Nostra alle antenne di Canale5 installate sul monte Pellegrino a Palermo. Le testimonianze in proposito sono molteplici e concordi. Giovan Battista Ferrante, ritenuto dal Tribunale un collaboratore di giustizia serio ed affidabile, profondo conoscitore delle dinamiche più interne di Cosa Nostra, riferisce che Salvatore Biondino, l’autista personale di Totò Riina, riceveva periodicamente, con cadenza semestrale o annuale, somme di denaro provenienti da Canale5 per tramite di Raffaele Ganci. Lo sa perché in alcune occasioni era presente lui stesso a queste consegne. Ferrante è certo che tutte queste somme di denaro (richieste e non) arrivavano almeno dal 1988 ed erano proseguite almeno fino al 1992. Queste dichiarazioni collimano perfettamente con quelle di un altro pentito, Galliano, che aveva spiegato come Raffaele Ganci, una volta scarcerato nel 1988, aveva ripreso in mano, su ordine di Riina, la situazione relativa ai soldi provenienti da Canale5 per mezzo di Dell’Utri e Cinà.

Esistono addirittura delle agende che testimoniano inconfutabilmente come per esempio nel 1990 Canale5 aveva versato nelle tasche di Cosa Nostra 5.000.000 di lire a titolo di “regalo”. A corroborare la versione dei vari pentiti c’è anche la dichiarazione del boss Galatolo, il quale si lamenta del fatto che fosse l’unico a non percepire somme di denaro da parte di Canale5: questa emittente pagava regolarmente “U cuirtu”, cioè Riina e i Madonia, ma non lui, che pur aveva sotto il suo controllo la zona palermitana di Acquasanta, in cui rientrava anche il monte Pellegrino. Ma c’è un altro pentito eccellente che su questa vicenda ha qualcosa da dire. Si tratta di Salvatore Cancemi. Egli conferma che fino a pochi mesi prima della strage di Capaci (23 maggio 1992) Berlusconi ancora era solito versare somme di denaro a Cosa Nostra per le “faccenda delle antenne”, una sorta di contributo all’organizzazione mafiosa di Totò Riina. Cancemi afferma di essere stato presente varie volte alla consegna di queste somme di denaro presso la macelleria di Raffaele Ganci: le mazzette erano da 50 milioni di lire, legate con un elastico. La somma annuale, secondo Cancemi, era di 200 milioni di lire.


Le rivelazioni di Luigi Ilardo


Dopo la vittoria alle elezioni del neonato partito di Berlusconi, secondo il boss e collaboratore di giustizia Luigi Ilardo “Provenzano ha ottenuto delle promesse dal nuovo apparato politico che ha vinto le elezioni in cambio dei voti ricevuti”. Infatti uno dei primi a parlare nello specifico di questa trattativa fu proprio Luigi Ilardo che rivelò alcune importanti informazioni al colonnello dei carabinieri Michele Riccio, principale accusatore del generale Mario Mori nel procedimento in cui quest’ultimo è imputato assieme al colonnello Mauro Obinu per favoreggiamento aggravato a Bernardo Provenzano. Il generale Mori ed il colonnello Obinu sono accusati di aver agevolato la latitanza di Provenzano non avendo fatto quanto possibile per catturarlo in occasione di un summit mafioso che si tenne il 31 ottobre del 1995 nelle campagne di Mezzojuso (PA) e che fu preannunciato dall’Ilardo al colonnello Riccio. Riguardo alle direttive di voto impartite da Cosa Nostra, il colonnello Riccio racconta di un episodio significativo raccontatogli da Ilardo poco prima di essere assassinato: “Ilardo viene a sapere che c’era stata anche una riunione a Caltanissetta presieduta dai palermitani e, se non ricordo male, i palermitani avevano mandato, così lui mi racconta, un personaggio insospettabile dell’organizzazione, non noto alle forze dell’ordine, dove già erano stata date delle prime nuove linee della strategia evolutiva di governo di Cosa Nostra. (…) Avevano tentato di fare prima un partito per conto loro, ma era fallita questa strategia di fare un loro soggetto politico gestito direttamente da Cosa Nostra. Era fallita e Provenzano aveva stabilito un contatto con un esponente dell’entourage di Berlusconi, di Forza Italia. Per cui c’era l’indirizzo di votare di lì a poco tutti per Forza Italia. Quindi avevano stabilito un contatto con un personaggio dell’entourage di Berlusconi il quale aveva già dato assicurazioni che ci sarebbero state normative giudiziarie a loro più favorevoli e anche aiuti nell’aggiudicazione degli appalti e dei finanziamenti statali. Ovviamente Cosa Nostra doveva raggiungere una sua compattezza unitaria. Infatti la direttiva che allora era stata data è che ogni provincia doveva nominare un unico responsabile provinciale, risolvere i contrasti interni ad ogni famiglia, ritornare a una serie di attività criminali meno esposte, meno violente in modo da ridurre progressivamente la repressione dello stato”.

Chi era quell’uomo insospettabile delle istituzioni? Riccio lo scoprirà più tardi, sempre dalla voce di Ilardo: “Fu un momento fortuito. Questo avvenne già quando non ero più alla Dia. Ilardo venne un giorno in macchina…avevo sempre…come tante mattine prima di incontrare Ilardo prendevo il giornale e se non ricordo male c’era sul giornale un articolo che riguardava problematiche tra Dell’Utri e Rapisarda… per cui dissi: – E’ questo qui…? – E lui: – Ci ha messo tanto a capirlo? Lei lo sapeva già. Perchè me lo chiede? – (…) Quindi io inserii nella mia agenda il nome di Dell’Utri

Martina Di Gianfelice e Federico Elmetti

LINK

a) Le “trattative” tra Cosa Nostra e pezzi dello stato – parte prima (Martina Di Gianfelice, 19luglio1992.com, 3 ottobre 2009)

b) Sentenza di primo grado Dell’Utri-Cinà emessa dalla seconda sezione penale del Tribunale di Palermo presieduta dal dott. Leonardo Guarnotta (11 dicembre 2004)

c) “Marcello, Silvio e la mafia”, il libro curato da Federico Elmetti per la guida alla lettura della sentenza di primo grado Dell’Utri-Cinà  (19luglio1992.com)

“Il super-attentato ha l’ok del compaesano” Le carte di Firenze che turbano la politica – Politica – Repubblica.it

“Il super-attentato ha l’ok del compaesano” Le carte di Firenze che turbano la politica – Politica – Repubblica.it

Tra ’93 e ’94 il piano di una strage allo stadio Olimpico: così il pentito Spatuzza ne parla ai pm toscani
Il messaggio sarebbe arrivato da Graviano, boss indicato come vicino a Dell’Utri in alcune inchieste
“Il super-attentato ha l’ok del compaesano”
Le carte di Firenze che turbano la politica

di ATTILIO BOLZONI

“Il super-attentato ha l’ok del compaesano” Le carte di Firenze che turbano la politica

I pompieri tra le macerie dopo l’attentato a Firenze in via dei Georgofoli
ROMA – Prima ha parlato dell’uccisione di Paolo Borsellino con i procuratori di Caltanissetta, poi ha continuato a parlare con i procuratori di Firenze sulle stragi mafiose in Continente del 1993. E Gaspare Spatuzza, boss del quartiere palermitano di Brancaccio soprannominato “U’ tignusu” per le sue calvizie, ha cominciato dalla fine. Ha cominciato dal fallito attentato all’Olimpico, da quel massacro che nei piani di Cosa Nostra corleonese sarebbe dovuto avvenire una domenica pomeriggio allo stadio “per ammazzare almeno 100 carabinieri” del servizio d’ordine.

Per fortuna, quella volta qualcosa non funzionò nei circuiti elettrici del telecomando che avrebbe dovuto far saltare in aria un’auto – una Lancia Thema – con dentro 120 chili di esplosivo. Non ci fu strage. Ma rivela oggi il pentito Gaspare Spatuzza ai magistrati di Firenze: “Giuseppe Graviano mi disse che per quell’attentato avevamo la copertura politica del nostro compaesano”.

Le indagini riaperte sui massacri di diciassette anni fa sono disseminate di indizi che stanno portando gli investigatori a riesaminare uno scenario già esplorato in passato, ipotesi che girano intorno agli ambienti imprenditoriali milanesi frequentati dai fratelli Giuseppe e Filippo Graviano, boss di Palermo più volte citati – in inchieste e anche in sentenze – come vicini al senatore Marcello Dell’Utri. E’ a Firenze che hanno dato a Gaspare Spatuzza lo status di pentito (è entrato nel programma di protezione su richiesta della procura toscana), è a Firenze che il mafioso di Brancaccio sta svelando tante cose su quella stagione di “instabilità” mafiose a cavallo fra il 1992 e il 1994.

Rapinatore e poi sicario – è uno dei killer di don Pino Puglisi, il parroco ucciso a Palermo nel settembre 1993 – capo del mandamento di Brancaccio, legatissimo ai Graviano, Gaspare Spatuzza dopo avere fornito una diversa ricostruzione della strage di via D’Amelio (autoaccusandosi e smentendo il pentito Vincenzo Scarantino che a sua volta si era autoaccusato dello stesso massacro), è stato ascoltato sulle bombe di Firenze e Roma e Milano, dieci morti e centosei feriti.

E poi anche sul fallito attentato all’Olimpico, quello che – se fosse avvenuto – sarebbe stato uno degli ultimi atti della strategia mafiosa nell’attacco contro lo Stato. La “comprensione” del fallito attentato dell’Olimpico potrebbe, a questo punto, diventare la chiave per entrare in tutti i misteri delle stragi.

Inizialmente le ricostruzioni poliziesche avevano fatto risalire il progetto dell’attentato nel periodo ottobre-novembre 1993, poi il pentito Salvatore Grigoli aveva indicato una data precisa (domenica 31 ottobre, la partita era Lazio-Udinese), poi ancora un altro pentito – Antonio Scarano – aveva spostato di qualche mese il giorno della strage: 6 febbraio 1994, ventiduesima giornata di campionato, all’Olimpico l’incontro Roma-Milan. Gaspare Spatuzza racconta adesso alcuni restroscena cominciando con quella frase sulla “copertura politica”.

Dichiarazione che va ad aggiungersi a quelle precedenti scivolate nell’inchiesta sui “mandanti esterni” per le bombe in Continente, prima fra tutte quella di Nino Giuffrè, il capomandamento di Caccamo. Spiegava Giuffrè ai giudici di Firenze: “L’attentato dell’Olimpico doveva essere un messaggio mandato in alto loco… Sarà stato uno dei soliti colpi di testa di Leoluca Bagarella contro i carabinieri, magari perché gli avevano arrestato il cognato Totò Riina, o perché mirava ad altri discorsi, ad eventuali contatti che poi ci sono stati fra i carabinieri e parti di Cosa Nostra”.

Ma Antonino Giuffrè, più che della seconda ipotesi era convinto della prima. E spiegava ancora che – in quel periodo – dentro Cosa Nostra era già stato impartito l’ordine “di appoggiare la nuova formazione politica che era Forza Italia”, che Cosa Nostra non avrebbe mai più continuato con le stragi, che “se ci fosse stato l’attentato dello stadio Olimpico a Bagarella gli avrebbero senza dubbio staccato la testa: sarebbe morto”.

Le indagini di Firenze si incrociano con quelle della procura di Caltanissetta su Capaci e su via D’Amelio, con quelle di Palermo sulla famosa “trattativa” fra i Corleonesi e apparati dello Stato e infine quelle di Milano sugli investimenti in Lombardia dei fratelli Graviano. Dallo sviluppo di tutte questi filoni fra qualche mese affiorerà probabilmente qualcosa di più concreto, di più chiaro. Al momento sono soltanto “spunti investigativi”, sono tracce.

(13 settembre 2009)