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Troppe coincidenze nella Sicilia che non dimentica

Fonte: Troppe coincidenze nella Sicilia che non dimentica.

27 febbraio 2010 – Palermo. Tre fatti di cronaca, apparentemente slegati tra loro. L’omicidio dell’avvocato Enzo Fragalà, politico di lungo corso, ucciso barbaramente a bastonate da uno sconosciuto. L’imminente nascita del partito del sud annunciata dal governatore Raffaele Lombardo, una sorta di Lega in salsa siciliana. L’avvio di un nuovo processo contro Totò Cuffaro, questa volta per concorso esterno. Tutti fatti siciliani. Hanno qualcosa in comune? Ci sono analogie con il passato? Se il delitto Fragalà avesse – come sembra – un movente mafioso la sua morte appare un messaggio preciso diretto a tutti quegli avvocati parlamentari – o ex – che hanno difeso imputati di mafia.
Il nome di Fragalà viene accostato in queste ore sempre più spesso a quello di Salvo Lima. E non certo perché l’avvocato sia stato come Lima la cerniera tra politica e mafia. Ma perché la sua morte, come quella di Lima denuncerebbe un accordo tradito. Quello per cui i boss in carcere si aspettavano leggi a favore che non sono arrivate. Una minaccia che arriva da lontano, dal luglio del 2002, dieci anni esatti dalle stragi Falcone e Borsellino, quando il boss Bagarella denunciava la situazione dei detenuti al 41bis, “usati come merce di scambio dalle varie forze politiche”. Seguirono due lettere indirizzate “agli avvocati parlamentari” che si erano dimenticati dei loro clienti. La minaccia fu tradotta in una nota dei servizi secondo la quale Cosa nostra minacciava alcuni avvocati-parlamentari. Tra loro c’era Fragalà, insieme a Nino Mormino, oggi legale di Cuffaro. Con l’omicidio Fragalà Cosa nostra è passata ai fatti, a distanza di otto anni da quelle minacce?

A tirare in ballo gli avvocati parlamentari che se ne “fottevano” dei loro clienti in galera, furono due boss di prima grandezza, Giuseppe Graviano e Salvino Madonia. Proprio quel Graviano che il pentito Spatuzza afferma aver stretto con Dell’Utri e Forza Italia un patto elettorale. Al processo d’appello contro il senatore, il boss ha risposto così: “Sarà mio dovere quando il mio stato di salute lo permetterà di informare l’Illustrissima Corte d’Appello per rispondere a tutte le domande che mi verranno poste”. Un messaggio ricattatorio? Graviano potrebbe confermare Spatuzza? Le analogie con il 2002, con quelle minacce, non finiscono qui.
In quell’anno a finire nei guai fu anche il capo di Forza Italia in Sicilia, Gianfranco Micciché, coinvolto in una storia di droga come persona informata sui fatti. I sussurri del Palazzo dicevano che tutta la vicenda puzzava di ricatto mafioso, sia nei confronti di Micciché che del suo sponsor, il Presidente del Consiglio. Il cui nome un mese dopo, era il 22 dicembre 2002, comparve su uno striscione allo stadio di Palermo: “Uniti contro il 41bis. Berlusconi dimentica la Sicilia”. Qualcuno aveva promesso la fine del carcere duro?

Oggi Micciché è una spina nel fianco del Pdl in Sicilia, co-fondatore insieme con Lombardo del Partito del Sud. Una nuova avventura politica che però nasce vecchia. Fu infatti Vito Ciancimino a pensarci per primo e la mise nero su bianco nel “suo papello” che doveva diventare la base della trattativa nata nel 1992 tra stato e mafia. Qualcuno mise pure in pratica l’idea e nacque Sicilia Libera. A tirare le fila era Bagarella e quel partito prese in seguito il nome di Forza Italia-Sicilia Libera. Coincidenze? Il governatore Lombardo, futuro leader del partito del Sud manda in crisi il Pdl siciliano e il sistema di potere del suo predecessore Cuffaro, finito a difendersi nelle aule del tribunale palermitano dalle accuse di mafia.
Un futuro che ricalca il passato e che a sua volta divora il presente. Perché c’è infine un’analogia terribile ed è quella con il biennio delle stragi, ’92-’93. Oggi come allora sta per finire un ciclo politico. Oggi come allora Cosa nostra ha in mano un potenziale ricattatorio fortissimo. Oggi come allora si parla di trattativa tra stato e mafia. Non solo quella che Massimo Ciancimino sta raccontando nei tribunali. Ma un’altra molto più attuale e che forse ha armato la mano contro Enzo Fragalà. Una trattativa che come sempre ha bisogno di sangue e terrore. Perché a Palermo e in Sicilia si passa su tutto e non si dimentica nulla.

Nicola Biondo (ANTIMAFIADuemila, 27 febbraio 2010)

Indulto e Amnistia, due provvedimenti voluti da Provenzano

Indulto e Amnistia, due provvedimenti voluti da Provenzano.

Nel secondo giorno d’interrogatorio Massimo Ciancimino è stato escusso dal procuratore aggiunto Antonio Ingroia in merito ai pizzini acquisiti al fascicolo del dibattimento e consegnati dallo stesso Ciancimino alla Procura di Palermo tra novembre e dicembre dello scorso anno.

Si tratta, in particolare, di tre missive inviate da Provenzano a don Vito Ciancimino nel 1992 e nel 2001 e recuperate da suo figlio Massimo nella casa di via S. Sebastianello, a Roma, dopo la morte del padre. “Carissimo ingegnere, ho ricevuto la notizia che ha ritirato la ricetta (il papello) dal caro dottore (Antonino Cinà)…  credo che è il momento che tutti facciamo uno sforzo (per alleggerire le richieste di Riina), come già ci eravamo parlati al nostro ultimo incontro, il nostro amico (Riina) è molto pressato (dall’Architetto), speriamo che la risposta ci arrivi per tempo (prima di una nuova strage), se ci fosse il tempo per parlarne noi due insieme. Io so che è una buona usanza in lei andare al Cimitero per il compleanno del padre suo si ricorda, me ne parlò lei, potremo vederci per rivolgere insieme una preghiera a Dio o come l’altra volta, per comodità sua, da nostro amico OMISSIS  bisogna saperlo, perché a noi ci vuole tempo per  organizzarci”. Un biglietto, secondo Massimo Ciancimino, riferibile ai primi di luglio ’92, dopo la consegna delle richieste che Riina inoltrò allo Stato attraverso il dottore Antonino Cinà e che giunse attraverso l’ex sindaco di Palermo ai carabinieri.

Don Vito allora si era indignato perché quelle richieste sarebbero state politicamente impraticabili. Per questo parlò con Provenzano mettendolo di fonte alle sue responsabilità (“anche tu hai contribuito con le tue scelte a creare questo mostro”) chiedendogli di mediare il punto di vista del suo compaesano al quale “gli era stata riempita la testa di minchiate” da un personaggio “che lo aizzava a proseguire la strategia stragista” e che Ciancimino ha definito come “l’architetto”, un personaggio legato ai servizi di cui si conosce ancora poco. Per questo nel biglietto consegnato da Massimo Ciancimino ai magistrati si allude a una fantomatica “ricetta”. Il cosiddetto “papello” di Riina per il quale Provenzano, su consiglio di don Vito e del Signor Franco, avrebbe dovuto mitigare il contenuto. Da lì la stesura da parte di Vito Ciancimino di una lista contenente le controproposte in alternativa al papello che don Vito avrebbe dovuto sottoporre a Riina e ai carabinieri per cercare di portare a buon fine quella trattativa che era stata avviata dal Ros per la cattura dei latitanti.
In quei punti stilati a mano l’ex sindaco corleonese prevedeva la nascita di un partito capace di raccogliere un bacino di voti ereditati dalla vecchia Dc siciliana per poter tradurre in leggi le richieste più accomodanti per Cosa Nostra. Un progetto che però non andò mai in porto come quello di bloccare la ferocia di Riina il quale, perseverando nella sua linea violenta, organizzava in tutta fretta l’attentato di via d’Amelio al giudice Paolo Borsellino. Una strage che spinse don Vito a cambiare le carte in tavola facendo saltare i patti iniziali e spingendolo a collaborare con i carabinieri (con l’accordo di Provenzano) in cambio di una serie di agevolazioni personali su due richieste fondamentali che comprendevano il buon esito del suo processo pendente in fase d’appello e il parere favorevole della Sezione Misure di prevenzione del Tribunale di Palermo sui suoi beni in sequestro. Istanze che don Vito aveva inoltrato ai militari guidati dal generale Mario Mori chiedendo l’intervento dell’on. Violante, l’unico politico in grado d’intervenire. Un sogno, anche questo, che non si realizzerà a causa di una “trappola” in cui l’ex sindaco finì per essere vittima. Proprio quando tutto sembrava andare per il meglio, dopo la consegna delle cartine con l’indicazione del covo di Riina, il politico di Corleone era stato arrestato. Nel mese di novembre del ‘92 “doveva avvenire un incontro – ha spiegato Ciancimino – tra mio padre e Provenzano” il quale, trovandosi in Germania con la famiglia, aveva ritenuto più sicuro organizzarlo lì. Così il vecchio sindaco chiese un passaporto che gli procurò l’arresto per pericolo di fuga.

Ma perché chiedere un passaporto ai carabinieri se l’ex sindaco aveva già una carta d’identità valida per l’espatrio e un passaporto di copertura procuratogli dal Signor Franco? “In realtà – ha spiegato Ciancimino – il suo avvocato e mio fratello Giovanni gli consigliarono di desistere. Mio padre però fu sincerato dai carabinieri che non c’erano problemi”. Un’ingenuità che costò a don Vito la misura cautelare in carcere e la fine del sogno di prendere parte a una nuova fase politica. Don Vito fu arrestato a Rebibbia il 19 dicembre 1992 per scontare una continuazione di pena per associazione mafiosa e concussione, fino al ‘99.  Anno in cui don Vito ottiene i domiciliari che sconterà fino al giorno della sua morte. Un periodo questo, durante il quale incontrerà più volte Provenzano che perorerà a suo favore una legge sull’amnistia che il capo di Cosa Nostra avrebbe spinto attraverso i Senatori Marcello Dell’Utri e Salvatore Cuffaro, all’epoca appena eletto presidente della Regione Sicilia. “Carissimo Ingegnere (…)- aveva scritto Provenzano a don Vito –  Mi è stato detto dal nostro Sen (Dell’Utri)e dal nuovo Pres (Cuffaro) che spingeranno la nuova soluzione per la sua sofferenza. Appena ho notizie ve li farò avere, so che l’av. (Nino mormino) è benintenzionato (…)”.  L’iniziativa, ha spiegato in aula Massimo Ciancimino, avrebbe previsto la presentazione in parlamento di un decreto indultivo che sarebbe dovuto essere presentato dall’allora Governo di sinistra e votato, dopo un accordo interno al partito di destra, in larga maggioranza.  Lo stesso Provenzano infatti chiarisce: “Carissimo Ingegnere, con l’augurio che vi troviate in uno stato di salute migliore di quando vi ho visto il mese scorso, ho riferito i suoi pensieri al nostro amico Sen.(Dell’Utri) Ho spiegato che loro (lo schieramento di destra) non possono fare provvedimenti come questi dell’amnistia quando governano loro e che è cosa giusta spingere per far approvare la legge. L’amico (Dell’Utri) mi ha detto che è stata fatta una riunione e sarebbero tutti in accordo. Ho visto che anche il buon Dio con il Cardinale ha chiesto la stessa cosa”. Alla fine don Vito non otterrà l’amnistia tanto sperata, tradito dai carabinieri e dallo stesso Provenzano non vedrà mai più il suo progetto di rinascita.


Silvia Cordella (
ANTIMAFIADuemila, 2 febbraio 2010)

Dell’Utri, “uomo di zio Bino”

Fonte: Dell’Utri, “uomo di zio Bino”.

Ciancimino Jr rivela ai PM di Palermo

Che Bernardo Provenzano lo considerasse affidabile lo aveva già raccontato un suo ex braccio destro, il boss di Caccamo, Nino Giuffè. Tra il 1993 e il 1994, aveva ricordato il super pentito, Zio Bino al termine di una mezza dozzina di riunioni tra capimafia, aveva detto: “Siamo in buone mani, ci possiamo fidare”. Ma l’eventualità che tra il senatore del Pdl, Marcello Dell’Utri, e l’anziano uomo d’onore corleonese, per dieci anni alla guida di Cosa Nostra, vi fossero stati degli incontri a tu per tu era finora rimasta solo nel campo delle ipotesi. Chi adesso invece spariglia le carte e dà per sicuri quei summit, in cui si discuteva su come risolvere politicamente i molti problemi della mafia, è Massimo Ciancimino, il figlio di Vito, l’ex sindaco di Palermo protagonista di un pezzo importante della presunta trattativa tra Stato e i clan siciliani dei primi anni Novanta. Dice Ciancimino Junior: “Tra di loro c’erano rapporti stretti, molto stretti. Io so che si conoscevano che c’era un rapporto diretto. Tant’è che per mio padre, quando aveva bisogno di avere favori da quel partito (Forza Italia ndr) o notizie, bozze di legge, il punto di riferimento per era sempre il Lo Verde (uno degli alias di Provenzano ndr). Spesso anche tramite il Lo Verde mi sono arrivati a casa disegni di legge a casa, manovre su cose (il sequestro ndr) dei beni…”.

È questa, forse, la rivelazione più importante contenuta nei 22 verbali del giovane Ciancimino, depositati due giorni fa (con parecchi omissis) al processo per la mancata cattura di Provenzano contro l’ex capo del Ros dei carabinieri, generale Mario Mori. Per mesi davanti ai magistrati di Caltanissetta e Palermo, Ciancimino Junior ha provato a riscrivere un pezzo di storia d’Italia, consegnando i documenti conservati da suo padre, i pizzini ricevuti da Provenzano, e soprattutto le spiegazioni su quanto era accaduto in Sicilia affidate da don Vito a un libro che l’ex sindaco democristiano stava scrivendo prima di morire. Così Massimo Ciacimino parla dei misteri della storia italiana recente: da Ustica al caso Moro, dagli omicidi di Michele Reina e Pietro Scaglione a quello di Piersanti Mattarella. E ricostruisce pure il versamento di presunte tangenti date “da Romano Tronci all’onorevole Enrico La Loggia” (ex Dc, poi ministro di Forza Italia), e racconta di “una somma di denaro (duecentocinquantamila euro)” consegnata nel 2005 un commercialista perché fosse girata al presidente della Commissione Affari Costituzionali del senato, Carlo Vizzini.

Dalla moviola della sua memoria esce insomma il dipinto verosimile, ma ancora tutto da verificare, dell’area grigia. Di quella zona di confine tra la mafia e una borghesia siciliana da sempre abituata a convivere e a fare affari con i boss. Un filo sottile che parte da Palermo per arrivare a Roma e che poi, secondo Massimo Ciancimimo, si riannoda ad Arcore dove Dell’Utri, già trentacinque anni fa, “sicuramente aveva gestito soldi che appartenevano sia a Stefano Bontade (il capo della mafia palermitana ucciso nel 1981 ndr) che a persone a lui legate”. Ai pm Ciancimino junior ha offerto molte piste per i possibili riscontri: nomi di società tra le famiglie mafiose dei Bonura e dei Buscemi (questi ultimi già risultati soci del gruppo Ferruzzi di Ravenna), l’identità di commercianti di diamanti testimoni dei presunti passaggi di capitali, appunti di suo padre. Ma per il momento tutto è ancora coperto dal segreto investigativo. Agli atti finisce invece il racconto del dopo. Di quello che accadde quando nel 1992 Cosa Nostra uccide l’eurodeputato Salvo Lima, l’andreottiano che fino a quel momento aveva fatto da tramite tra la grande politica e le cosche. A quel punto don Vito, già arrestato e condannato, ma ancora libero, accarezza l’idea di prendere il suo posto. Con Provenzano vanta un’amicizia antica. I carabinieri del Ros, che vogliono catturare Totò Riina, bussano spesso alla sua porta. Don Vito pensa così di poter diventare il nuovo punto d’equilibrio tra Stato e mafia. Ma la situazione presto precipita. Lui va in carcere e viene sostituito. “Da chi? Da qualcuno che l’aveva scavalcato?” domandano i pm. Ciancimino junior risponde sicuro: “Mio padre disse che Marcello Dell’Utri, una persona che non stimava, perché la riteneva troppo impulsiva, poteva essere l’unico che poteva gestire una situazione simile”. E le sue, secondo il figlio dell’ex sindaco, non erano ipotesi. Perché, nel corso degli anni, del rapporto diretto tra Provenzano e l’ideatore di Forza Italia, lui avrebbe avuto più volte riscontri diretti. Per esempio un biglietto ricevuto dalle mani del boss nel settembre 2001. Nel dattiloscritto si legge: “Carissimo Ingegnere (don Vito Ndr) ho letto quello che mi ha dato M (Massimo ndr)… Mi è stato detto dal nostro Sen e dal nuovo Pres che spigeranno la nuova soluzione per la sua sofferenza. Appena ho notizie ve li farò avere, so che l’av. è benintenzionato. Il nostro amico Z ha chiesto di incontrare il Sen. Ho letto che a lei non ha piacere e bisogna prendere tempo si tratta di nomine nel gas, mi ha detto che vi trovate in Ospedale che la salute vi ritorni presto e che il buon Dio ci assista”.

Massimo Ciancimino, che ha già potuto apprezzare le capacità d’intervento del padre sul mondo Fininvest quando era riuscito a far assumere, nel giro di 20 giorni, un’amica a Publitalia, traduce. Il “nostro sen” è Dell’Utri, il “nuovo pres” è invece il governatore Siciliano Totò Cuffaro, mentre “l’av” è l’avvocato Nino Mormino, difensore di tutto il ghota di Cosa Nostra, legale di fiducia di Dell’Utri e, in quel momento vice-presidente della commissione giustizia della Camera. Tre politici già finiti sotto inchiesta per fatti di mafia (i primi due condannati in primo grado, il terzo archiviato) che, secondo Ciancimino junior, cercavano di darsi da fare perché l’ultima parte di pena che ancora costringeva l’ex sindaco agli arresti domiciliari, fosse cancellata da un provvedimento di clemenza. Anche per questo nelle mani di Ciancimino, altre volte anche tramite Provenzano, a partire dal ’96 arrivano spesso gli articolati pro-mafia, poi presentati in parlamento. O almeno così dice Ciancimino Junior che spiega anche come “il nostro amico Z”, fosse suo cugino, Enzo Zanghi. Un uomo già finito nel mirino degli investigatori nel 1998, quando due mafiosi legati a Provenzano, in alcune intercettazioni avevano parlato di lui come della persona che chiedeva di votare per Dell’Utri alle elezioni europee.

Certo, non tutte le parole di Ciancimino Junior vanno prese come oro colato. Gli investigatori stanno cercando di capire come mai già in bigliettini del 2000, quando Dell’Utri era solo deputato, comparisse un “amico senatore” che, secondo il testimone, sarebbe sempre il braccio destro di Berlusconi. Ma il dato è che per ora le sue parole sembrano preoccupare molte persone. Tanto che nei giorni scorsi, il giovane Ciancimino ha detto a Il Fatto Quotidiano di essere stato avvicinato da un emissario di Dell’Utri, forse proprio in vista di una possibile convocazione al processo d’appello contro il senatore azzurro. A Palermo e non solo, si trattiene il respiro.

Peter Gomez (il Fatto Quotidiano, 13 gennaio 2010)