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Antimafia Duemila – Il presidente della regione Sicilia, Lombardo, indagato per mafia

Conoscendo la fitta rete clientelare di Lombardo, le connessioni con la mafia me le immaginavo. La mafia ha sempre fatto grossi affari con la regione Sicilia…

Fonte: Antimafia Duemila – Il presidente della regione Sicilia, Lombardo, indagato per mafia.

La notizia l’ha data questa mattina il quotidiano La Repubblica.

Il governatore della Sicilia, Raffaele Lombardo, e suo fratello Angelo, parlamentare dell’Mps, risultano indagati dalla Procura di Catania con l’accusa di concorso esterno in associazione mafiosa. Alla base delle indagini ci sarebbe un rapporto di tremila pagine scritte dai Carabinieri del Ros emergono le presunte relazioni dei fratelli Lombardo con il capomafia catanese Vincenzo Aiello, arrestato l’8 ottobre 2009 con il boss latitante Santo La Cuasa nel corso di un vertice di mafia ed indicato come uomo vicino al boss ergastolano Benedetto Santapaola.
Nel dossier sono inserite le rivelazioni di un pentito di primo piano come Maurizio Avola e le intercettazioni telefoniche e ambientali che documenterebbero i contatti tra i due politici ed i boss. Oltre ai fratelli Lombardo risulterebbero indagati anche il deputato regionale dell’Udc, Fausto Fagone, e altri sindaci di comuni catanesi e diversi amministratori comunali e provinciali che, secondo quanto riportato, sarebbero stati eletti grazie all’appoggio delle famiglie del clan Santapaola, di cui Aiello era rappresentante.

Chi è Vincenzo Aiello?
Il boss etneo, arrestato lo scorso ottobre, non è un personaggio molto conosciuto ma al tempo stesso vanta un pedegree di prim’ordine. Uomo di fiducia del “capofamiglia” Benedetto Santapaola, i collaboratori di giustizia raccontano di lui che, già nel 1992, faceva parte della delegazione che partecipò al vertice con i corleonesi Giovanni Brusca, Leoluca Bagarella e Nino Gioè, per decretare l’affiliazione alla famiglia Santapaola di Santo Mazzei “u’ carcagnusu”, uomo d’onore, con la benedizione di Bagarella nel ruolo di padrino. Dopo l’arresto di Nitto Santapaola, nel maggio del ’93, Enzo Aiello diventò il nuovo capofamiglia. Nell’agosto del 1994 però, dopo otto mesi di latitanza, fu arrestato nell’ambito del maxiblitz “Orsa Maggiore” e sei mesi fa, in stato di sorvegliato speciale, è stato nuovamente arrestato nel blitz nelle campagne di San Pietro Clarenza mentre partecipava ad un summit con il gotha del clan Santapaola in cui si discuteva d’affari e delle strategie da adottare per arginare l’ascesa del clan Cappello.

L’inchiesta
Il faldone del Ros, ora al vaglio della Procura, secndo le indiscrezioni di stampa, racchiude i risultati di due anni di indagini e contiene le rivelazioni del collaboratore di giustizia Maurizio Avola ed una serie di intercettazioni telefoniche ed ambientali.
Avola, uomo d´onore della famiglia di Nitto Santapaola, già tre anni fa – prima dell’elezione  a Presidente della Regione – aveva accusato Lombardo. Dopo averlo visto in tv mentre firmava un accordo con la Lega nord, Avola riconobbe in Lombardo lo stesso uomo che, negli anni 80, avrebbe visto incontrarsi, durante la latitanza, con Nitto Santapaola, a San Giuseppe La Punta. Il meeting si sarebbe tenuto a casa di un falegname dove, secondo il pentito, il Governatore giunse a bordo di una Lancia Delta, dello stesso tipo di quella che guidava Lombardo in quel periodo.
Il nome del presidente dell’Mpa era affiorato alcuni mesi fa in una «breve» di cronaca sulle pagine interne dei quotidiani locali siciliani: «Archiviata dalla procura di Catania un’ indagine di mafia che ha sfiorato il governatore». Già all’epca delle accuse di Avola la Procura di Catania aveva iniziato le indagini chiedendone poi l’archiviazione ma il gip avrebbe respinto l’istanza imponendo un supplemento d’indagine.

Le intercettazioni
Agli atti dell’inchiesta, coordinata direttamente dal Procuratore D’Agata ed affidata al procuratore aggiunto Giuseppe Gennaro e ad altri quattro sostituti, ci sono ore ed ore di intercettazioni telefoniche ed ambientali che inguaiano il fratello del Presidente ed il suo autista “personale”. Altre, invece, sono state raccolte direttamente dalla voce dei mafiosi. In alcune di queste, riportate da La Repubblica, sarebbe proprio il boss catanese Vincenzo Aiello a ricordare, lamentandosi, i voti di scambio e le modalità di voto che permisero l’elezione di Lombardo a Governatore. A suo dire il Presidente della Regione aveva eretto un “circuito chiuso” che rendeva estremamente dificcili le comunicazioni con lui.
Nelle conversazioni tra i mafiosi ci sono anche numerose critiche nei confronti di Lombardo, reo di aver voluto come assessori nella sua giunta, ex magistrati come  Massimo Russo, Giovanni Ilarda (assessore alla Presidenza della Regione poi dimessosi) e Caterina Chinnici, figlia di Rocco Chinnici, capo dell’ufficio istruzione di Palermo, ucciso dalla mafia con un’autobomba nel 1983. “Raffaele ha fatto una ‘minchiata’ a fare questi magistrati assessori, perché questi, anche se lui è convinto che lo faranno, non potranno proteggerlo” commentava il boss Vincenzo Aiello parlando con i picciotti a commento di un’indagine che coinvolgeva un alto funzionario della Regione Siciliana, indagato per l’appalto relativo all’informatizzazione della Regione.
Un’altra parte dell’inchiesta, sempre corposa, riguarda gli “affari” dei fratelli Lombardo, e di esponenti politici e funzionari regionali a loro legati, nel controllo della spesa pubblica siciliana, dalla Sanità ai finanziamenti europei, alla formazione professionale, al grande business dell’energia alternativa, fino alla gestione dei rifiuti.
Proprio il fratello di Lombardo, secondo quanto ricostruito dai carabinieri del Ros, teneva i rapporti “da vicino” con i boss e gli altri esponenti delle famiglie mafiose. La sua automobile era stata imbottita anche di microspie, ma l’autista le aveva scoperte e in automobile non parlava più.

Quegli incontri con l’architetto Liga
Anche Giuseppe Liga, l’architetto arrestato la scorsa settimana accusato di essere il capomafia dei San Lorenzo per il dopo Lo Piccolo, aveva incontrato il governatore Lombardo.
Era il 2 giugno 2009, in piena campagna elettorale per le Europee. Una foto scattata dai finanzieri lo hanno ritratto mentre usciva dal palazzo della presidenza della Regione.
Qualche giorno dopo lo stesso Liga al telefono diceva: “Io ho avuto dei contatti con Raffaele… durante la campagna elettorale… ci sono alcune cose in movimento”.
Inoltre, appena due giorni prima dell’arresto, in un’intervista al mensile “S” l’architetto confermava il rapporto con il presidente della Regione: “Sono cresciuto insieme con il presidente della Regione, Raffaele Lombardo. Mi chiama, ci parlo”. Alla luce dei nuovi eventi anche quell’incontro potrebbe assumere un peso differente. Inoltre, nuovi risvolti d’indagine potrebbero essere raccolti grazie al nuovo collaboratore di giustizia, Giuseppe Laudani, rampollo di una delle famiglie più blasonate delle cosche catanesi che ha già parlato a lungo delle operazioni di riciclaggio di denaro attraverso il re della grande distribuzione in Sicilia, Sebastiano Scuto, arrestato e adesso sotto processo.

Indagini per fuga di notizie
Il Procuratore capo della Procura di Catania, Vincenzo D’Agata ha dichiarato: “Preferisco mantenere il massimo riserbo”, precisando “che la notizia non e’ stata certo diffusa dall’Azione Cattolica, c’e’ chi ha interesse a creare uno stato di tensione sul mondo politico, vera o falsa che sia la notizia”. “Purtroppo – ha spiegato ancora D’Agata – i giornali, qualche volta, diventano involontari strumenti nelle mani di qualcuno. Certo, capisco che il giornalista fa il suo mestiere ma noi dobbiamo fare il nostro”.
In merito alla notizia sul fascicolo aperto nei confronti di Raffaele Lombardo e del fratello Angelo, per concorso esterno all’associazione mafiosa, la procura di Catania ha deciso di aprire un’inchiesta sulla fuga di notizie. Il fascicolo sarà trasmesso, per competenza, alla procura di Messina a tutela dei magistrati di Catania che non possono indagare su atti che attualmente stanno trattando loro.

Richiesta di dimissioni

In attesa di conoscere i risvolti delle indagini il Presidente della Regione Sicilia ha già annunciato la propria estraneità dei fatti. In virtù della carica che ricopre, pur ammettendo la presunzione d’innocenza, le dimissioni immediate sarebbero state più che opportune, così come hanno richiesto Sonia Alfano e Rita Borsellino. “A seguito delle indagini avviate per concorso esterno in associazione mafiosa – ha sottolineato la parlamentare europea dell’Idv – mi aspetto le immediate dimissioni. Lombardo deve capire che non può continuare a infierire anche lui su una terra che è già stata saccheggiata e violentata da numerosi suoi predecessori, e della quale non è rimasto più nulla”. La Borsellino ha aggiunto: “Le gravi accuse nei confronti del governatore Lombardo che sembrano emergere dall’inchiesta della procura di Catania, non possono essere affrontate con leggerezza. La Sicilia non può ritrovarsi ancora una volta in una situazione in cui, sul suo massimo rappresentante istituzionale, si addensino delle ombre così pesanti”.
Chiara anche la posizione di Giuseppe Lumia: “Se i fatti verranno confermati anche per il Presidente Lombardo vale la presa di posizione che ho avuto nei confronti di casi simili: chi sbaglia paga”.

Benny Calasanzio Borsellino: “I Disarmati”, la resa dei conti di Claudio Fava

Benny Calasanzio Borsellino: “I Disarmati”, la resa dei conti di Claudio Fava.

Questo è il Claudio Fava migliore. Un Fava indignato ma cosciente della forza del pensiero comune che lentamente capisce, si informa, si indigna ed inizia a disprezzare profondamente coloro che fino qualche tempo fa si riverivano. “I Disarmati” è un viaggio in Sicilia, a Palermo, a Catania, con qualche capatina negli uffici romani che contano, magari dei partiti della sinistra. E’ una decostruzione, una demolizione dei due più grandi quotidiani siciliani: il Giornale di Sicilia e La Sicilia. L’uno fondato e gestito dalla famiglia Ardizzone, famiglia che non ha mai disprezzato amicizie mafiose, frequentazioni massoniche e fotografie accanto ai boss come Bontate; lo stesso giornale che ha relegato la cronaca del maxiprocesso alla mafia istruito da Falcone e Borsellino a dei colonnini in cui si dava eguale peso alle accuse dei pm e alle velleità della difesa. Un viaggio che a tratti diventa attuale, e prende le sembianze di un tesserino da pubblicista. Lo stesso che diedero a Mario Francese dopo la sua morte, lo stesso “onorario” che era stato donato al giornalista antimafia Pino Maniaci, ora sotto processo per esercizio abusivo della professione di giornalista, mica di chirurgo. Fava torna agli anni 80, dopo l’eccidio di Dalla Chiesa, della moglie e dell’agente di scorta. Rivede quei corpi e ricorda gli anni del coordinamento antimafia, messo in piedi dai giovani che affrontarono Sciascia dandogli del “quaraquaquà” quando attaccò Borsellino, ricorda poi l’esperienza politica della Rete. Ricorda e non nasconde le enormi contraddizioni dei leader, da Orlando che sparò (verbalmente) contro Falcone, mirando in alto, a Carmine Mancuso, il figlio del poliziotto Lenin ammazzato da cosa nostra; il Carmine passato dall’antimafia militante alle file di Forza Italia, che forse con i soldi della mafia fu costituita. C’è in “I Disarmati” l’orrenda involuzione del Partito Comunista Italiano, che dall’intransigenza legalitaria che portò sulla croce Pio La Torre abdicò completamente alla lotta alla mafia, passando il comando a dirigenti indegni come Michelangelo Russo, che arrivò a dire, mentre Fava e altri urlavano per quella evidente commistione tra mafia e affari rappresentata dai cavalieri di Catania, Ciancio, Costanzo, Sanfilippo e Graci “mica possiamo fare gli esami del sangue ad ogni azienda!”. Quindi ben vengano quelle infette, quelle colluse. Il tutto in nome di un immotivata frenesia di progresso, un progresso fittizio e a beneficio dei mafiosi. E dei loro amici. Per non parlare della squallida ed orgogliosa confessione di uno dei fondatori del Pci siciliano, Napoleone Colajanni: “i soldi degli appalti li presi anch’io quando ero segretario della federazione di Palermo. Ma c’erano tre regole: non mettersi una lira in tasca, non dare nulla in cambio e non farsi beccare”. La Sicilia di quegli anni era tutta nel matrimonio del nipote del cavaliere dell’apocalisse Costanzo, dove, tra politici, notabili e cardinali il più riverito e fotografato era Nitto Santapaola, già all’apice del potere mafioso. Un bestiario in cui entra a pieno titolo Sergio D’Antoni, ex segretario della Cisl, candidato alle europee con il Pd: “Se lottare per i lavoratori vuol dire essere mafiosi allora viva la mafia” scandiva di fronte alla bara di cartone di Orlando che i lavoratori delle aziende colluse bloccate dal sindaco di Palermo portavano in corteo. Dietro di lui annuiva Raffaele Bonanni. Bestie come i deputati europei del Pci che bocciano la relazione presentata dai Verdi in cui chiedevano a Salvo Lima di fare chiarezza sul dossier di Umberto Santino che dimostrava mirabilmente tutte le collusioni dell’onorevole mafioso. Erano passati solo 7 mesi dalla morte di La Torre. L’attacco frontale del libro, che è anche la sua cifra stilistica, è mirato ai piedi del palazzo che domina la politica e la vita quotidiana catanese: la redazione de La Sicilia, il giornale che dalla sua fondazione è riuscito a non prounciare mai la parola mafia, lo stesso che rifiutò i necrologi a Pippo Fava e al commissario Beppe Montana perchè in essi si addebbitava la loro morte a Cosa Nostra. E poi tante, tante altre cose che spiegano perchè la lotta alla mafia unisca solo i morti e divida aspramente i vivi.

RnS – Dell’Utri, la mafia e il silenzio dei media – indigeni, berlusconi e la mafia

RnS – Dell’Utri, la mafia e il silenzio dei media – indigeni, berlusconi e la mafia.

Dell’Utri era presente a una riunione del ’92 nella quale c’erano anche D’Agata e altri personaggi di Catania come Aldo Ercolano [esponente di vertice dei clan catanesi]. Si discuteva della strategia di portare avanti un partito nuovo per fare delle cose in Italia e aggiustarne altre come il 41 bis. Bisognava anche screditare i pentiti e proprio a questo doveva servire il partito nuovo. Maurizio Avola, collaboratore di giustizia.

di Giuseppe Giustolisi / Micromega, La primavera n.2 del 9 marzo 2006

È una fredda mattinata di febbraio quando da un «sito riservato», come si dice in gergo giudiziario, depone in videoconferenza un collaboratore di giustizia nel processo che si celebra davanti al tribunale di Catania contro la mafia messinese e due magistrati, l’ex sostituto della Direzione nazionale antimafia Giovanni Lembo e l’ex capo dei gip di Messina Marcello Mondello (da qualche anno in pensione), imputati di concorso esterno in associazione mafiosa.

Il pentito si chiama Maurizio Avola, classe 1961, catanese, il killer preferito del boss Nitto Santapaola. Nel suo palmarès criminale Avola vanta numerosi omicidi e altrettante rapine ed estorsioni, fatti per i quali ha già incassato una condanna definitiva a trent’anni. Arrestato nel 1993, dopo un anno inizia la sua collaborazione con la procura di Catania (beneficia subito del programma di protezione, ma poi lo perderà per delle rapine commesse nel 1997) e confessa di essere l’autore dei fatti di sangue più efferati avvenuti nella zona etnea, tra cui l’omicidio eccellente del giornalista catanese Giuseppe Fava. Il contributo delle sue rivelazioni è stato determinante per la condanna di boss e gregari della mafia etnea nel processo Orsa maggiore. Ma le rivelazioni di Avola entrano anche in altri processi, come quello celebrato a Palermo a carico di Marcello Dell’Utri, poi condannato a nove anni di carcere per concorso esterno in associazione mafiosa. E proprio di Dell’Utri il pentito è tornato a parlare nel processo di Catania, a proposito del disegno stragista di Cosa Nostra. L’ex killer catanese, quella mattina, ha raccontato anche qualche particolare inedito su quella zona grigia, mai completamente esplorata dalle inchieste della magistratura, che fa da cerniera fra la mafia che spara e i piani alti della politica e dell’economia.

Avola non è un mafioso di primo piano, ma è a conoscenza dei segreti più pesanti di Cosa Nostra perché fino al momento del suo arresto era l’ombra di Marcello D’Agata, il vice del boss Santapaola. Lo accompagnava ovunque, anche nei summit mafiosi di un certo rilievo e poi D’Agata, puntualmente, gli riferiva di fatti e persone. Figura centrale degli intrecci inconfessabili fra Cosa Nostra e il mondo dei colletti bianchi, secondo Avola, era Michelangelo Alfano, un imprenditore morto suicida di recente in circostanze ancora poco chiare e imputato di mafia in questo processo. Avola sa molte cose su questo personaggio, ma all’inizio della sua collaborazione omette di raccontarle. «Non parlai di lui», dice al pm Antonino Fanara, «perché D’Agata mi diceva che era un personaggio molto potente e che faceva anche parte della massoneria. Era quindi una persona che mi faceva un po’ paura. E così non parlai né di lui, né di altri ma solo dei semplici mafiosi come eravamo noi». Tanto per capire meglio lo spessore di Alfano, di lui si parla al processo per l’omicidio del banchiere Roberto Calvi.

Agli atti c’è anche la foto della Ferrari di cui Alfano era proprietario, dove sono in posa, appoggiati alla macchina, Flavio Carboni e Silvano Vittor. Ma ancor più indicative della caratura del personaggio sono le parole di un colonnello dei carabinieri, Michele Riccio, che nel processo palermitano Grande Oriente ha definito Alfano Fanello di collegamento fra Cosa Nostra stragista e pezzi deviati dello Stato. «Sapevo da D’Agata», continua Avola, «che Alfano era interessato agli appalti e che era un uomo di Cosa Nostra. Partecipava anche a delle riunioni importanti in provincia di Messina, agli inizi degli anni Novanta c’era infatti una strategia contro lo Stato che prevedeva di mettere delle bombe in giro».

E a questo punto che salta fuori il nome di Dell’Utri. Il pm chiede ad Avola informazioni sui rapporti fra il manager berlusconiano e Cosa Nostra e il pentito risponde: «Dell’Utri era presente a una riunione del ’92 nella quale c’erano anche D’Agata e altri personaggi di Catania come Aldo Ercolano [esponente di vertice dei clan catanesi]. Si discuteva della strategia di portare avanti un partito nuovo per fare delle cose in Italia e aggiustarne altre come il 41 bis. Bisognava anche screditare i pentiti e proprio a questo doveva servire il partito nuovo». I contatti fra Dell’Utri e la mafia siciliana erano già iniziati prima, per risolvere la faccenda delle estorsioni compiute dai clan catanesi ai danni dei magazzini Standa, allora di proprietà del premier Silvio Berlusconi. «Dell’Utri aveva stabilito contatti a Catania in occasione dell’estorsione alla Standa», prosegue Avola. «Erano state incendiate diverse Standa a Catania e provincia e noi avevamo contattato Dell’Utri tramite Salvatore Tuccio [anche lui braccio destro del boss Santapaola]».

Passano pochi mesi e il rapporto fra Dell’Utri e Cosa Nostra di Messina si consolida. Secondo il racconto del pentito, infatti, gli attentati a Falcone e Borsellino e le stragi del ’93 vengono pianificate a un tavolo messinese, al quale siedono tra gli altri Marcello Dell’Utri e Michelangelo Alfano: «La strategia è nata a Messina e tutto deriva dai contatti fra Alfano e Dell’Utri». Dunque un periodo di attività febbrile per la mafia messinese, con incontri ad altissimo livello che si susseguono a ritmo vertiginoso. A un certo punto però lo scenario cambia. Il tavolo delle riunioni si sposta nella capitale, dove viene programmato un altro attentato eccellente: «In quel periodo ci fu una riunione all’Hotel Excelsior di Roma», continua Avola. «Vi parteciparono D’Agata, Alfano e personaggi di altissimo livello. Fra questi ricordo Cesare Previti e il finanziere Francesco Pacini Battaglia. Lo scopo era quello di fare un attentato al giudice Di Pietro e io dovevo essere l’esecutore. Bisognava fare un favore ai socialisti, ma poi la cosa non andò avanti perché i socialisti non stavano mantenendo quanto promesso e nel frattempo si profilava l’alleanza con la nuova forza politica che stava nascendo».

A Catania, negli anni Ottanta, il rapporto fra Cosa Nostra e il Psi era di strettissima cointeressenza, dice Avola, che su questa liaison è prodigo di particolari, sollecitato da una domanda dell’avvocato Fabio Repici, difensore di un collaboratore di giustizia imputato nel processo. «Il clan Santapaola aveva canali di riciclaggio dei proventi illeciti?», chiede l’avvocato. Risposta di Avola: «Aldo Ercolario, tramite lo zio, aveva fatto investimenti con un politico che veniva sempre a Catania. Si tratta di Gianni De Michelis, all’epoca aveva i capelli lunghi. Era lui che teneva i contatti a Catania e noi lo portavamo in giro per i night». Come dire che si univa l’utile al dilettevole. Fin qui Maurizio Avola. Si tratta di fatti da lui già raccontati alle procure di Catania e Caltanissetta e ribaditi al dibattimento di Catania. Una testimonianza durata tre ore che è stata oscurata dai media locali e nazionali. Il perché prova a spiegarlo l’avvocato Ugo Colonna, parte civile al processo contro i magistrati messinesi e difensore dello stesso Avola: «Gli editori nazionali fin dal 1999 non intendono più occuparsi dei fatti di mafia che riguardano gli strati alti dell’imprenditoria e della politica. Sembra proprio che ci sia una sorta di patto trasversale sulla scorta del quale non solo la stampa ma anche certe procure hanno inteso da armi porre un velo di coperture».

E l’oblio non risparmia certo questo processo chiave per gli equilibri mafiosi che ormai va avanti da oltre quattro anni. Per la verità qualche tentativo da parte dei mezzi di informazione di farvi ingresso c’è stato, senza però ottenere l’ok del tribunale. All’inizio del dibattimento infatti Radio radicale chiese di registrare le udienze, ma il presidente Francesco D’Alessandro, su richiesta dell’imputato Giovanni Lembo, negò l’autorizzazione. Stessa decisione in questi ultimi giorni per le telecamere di Chi l’ha visto che voleva riprendere la deposizione di un importante testimone di mafia, tale Antonino Giuliano, un imprenditore che, oltre a svelare gli appoggi a tutti i livelli di cui ha goduto Cosa Nostra messinese, ha raccontato di aver visto il superlatitante Bernardo Provenzano proprio a casa del boss Michelangelo Alfano.

antonio pagliaro » si chiama maurizio e sa tante cose

antonio pagliaro » si chiama maurizio e sa tante cose.

di a. pagliaro

8 Mar 2009

mi chiamo MaurizioIl Maurizio di Mi chiamo Maurizio sono un bravo ragazzo ho ucciso ottanta persone (Fazi Editore) è Maurizio Avola, il killer della mafia catanese vicinissimo a Nitto Santapaola, poi collaboratore di giustizia. Il bel romanzo-verità di Roberto Gugliotta e Gianfranco Pensavalli è un racconto a più voci: c’è la voce di Maurizio, la voce della moglie, la voce del giudice che raccolse le sue deposizioni. E’ naturalmente, come ogni racconto di mafia, un racconto di orrori. Omicidi eseguiti come un lavoro nella venerazione di un uomo brutale come il boss Santapaola. Fino all’arresto e alla collaborazione. Maurizio Avola è un pentito vero, un uomo distrutto dai rimorsi che decide di parlare e raccontare ogni cosa.

La moglie: “Mi dava un bacio e poi usciva a sparare a qualcuno, metteva a letto i nostri bambini e magari nel pomeriggio aveva dato fuoco a un cadavere. Mi portava il caffè a letto, avevamo appena fatto l’amore e usciva per pulire la pistola. Dava l’elemosina a una zingara, portava a casa i cani abbandonati e poi finiva a sangue freddo un suo amico“.

Maurizio: “Prima la routine quotidiana delle giornate, con gli avvenimenti che si ripetono monotoni: sveglia, colazione, riunione, passeggiata, crimine, pranzo e cena (…). Le giornate, in questo modo tutte uguali, si cancellano dalla memoria. Poi, all’improvviso, ti rendi conto e realizzi tutto”.

Il giudice: “Anche Maurizio Avola ha ribadito la centralità degli attentati alla Standa di Catania nella storia delle stragi. Ma a sorpresa, dopo anni di collaborazione, ha alzato il tiro per sostenere che alla fine del 1991 a Messina vi furono incontri fra Dell’Utri, l’imprenditore mafioso Michelangelo Alfano, il boss Luigi Sparacio e altri uomini d’onore messinesi. In particolare Avola dichiarò di essere venuto a sapere da Marcello D’Agata che Cosa nostra voleva consentire a una forza politica nuova di assumere posizioni di potere, affinché la rappresentasse in luogo dei precedenti referenti politici che l’avevano tradita; il progetto prevedeva quindi l’eliminazione di personaggi pubblici particolarmente rappresentativi, fra politici e magistrati“.

Il libro si chiude con parte di un articolo di  Giuseppe Giustolisi (da Micromega del 9 marzo 2006). Un articolo che avrebbe scosso qualunque Paese civile. Non l’Italia, dunque. D’altra parte anche il libro di Gugliotta e Pensavalli è passato quasi inosservato: non mi stupisce visto che quando ne ho proposto la recensione a un quotidiano con il quale collaboro non ho nemmeno ricevuto risposta.

“‘L’ ex killer catanese ha raccontato anche qualche particolare inedito su quella zona grigia, mai completamente esplorata dalle inchieste della magistratura, che fa da cerniera fra la mafia che spara e i piani alti della politica e dell’economia.

Figura centrale degli intrecci inconfessabili fra Cosa nostra e il mondo dei colletti bianchi, secondo Avola, era Michelangelo Alfano, un imprenditore morto suicida di recente in circostanze ancora poco chiare e imputato di mafia in questo processo. Avola sa molte cose su questo personaggio, ma all’inizio della sua collaborazione omette di raccontarle. «Non parlai di lui», dice al pm Antonino Fanara, «perché D’Agata mi diceva che era un personaggio molto potente e che faceva anche parte della massoneria. Era quindi una persona che mi faceva un po’ paura. E così non parlai né di lui, né di altri ma solo dei semplici mafiosi come eravamo noi».

Tanto per capire meglio lo spessore di Alfano, di lui si parla al processo per l’omicidio del banchiere Roberto Calvi. (…) Indicative della caratura del personaggio sono le parole di un colonnello dei carabinieri, Michele Riccio, che nel processo palermitano Grande Oriente ha definito Alfano anello di collegamento fra Cosa nostra stragista e pezzi deviati dello Stato. «Sapevo da D’Agata», continua Avola, «che Alfano era interessato agli appalti e che era un uomo di Cosa nostra. Partecipava anche a delle riunioni importanti in provincia di Messina, agli inizi degli anni Novanta c’era infatti una strategia contro lo Stato che prevedeva di mettere delle bombe in giro».

E a questo punto che salta fuori il nome di Dell’Utri. Il pm chiede ad Avola informazioni sui rapporti fra il manager berlusconiano e Cosa nostra e il pentito risponde: «Dell’Utri era presente a una riunione del ‘92 nella quale c’erano anche D’Agata e altri personaggi di Catania come Aldo Ercolano. Si discuteva della strategia di portare avanti un partito nuovo per fare delle cose in Italia e aggiustarne altre come il 41 bis. Bisognava anche screditare i pentiti e proprio a questo doveva servire il partito nuovo». I contatti fra Dell’Utri e la mafia siciliana erano già iniziati prima, per risolvere la faccenda delle estorsioni compiute dai clan catanesi ai danni dei magazzini Standa, allora di proprietà del premier Silvio Berlusconi. «Dell’Utri aveva stabilito contatti a Catania in occasione dell’estorsione alla Standa», prosegue Avola. «Erano state incendiate diverse Standa a Catania e provincia e noi avevamo contattato Dell’Utri tramite Salvatore Tuccio [anche lui braccio destro del boss Santapaola]».

Passano pochi mesi e il rapporto fra Dell’Utri e Cosa Nostra di Messina si consolida. Secondo il racconto del pentito, infatti, gli attentati a Falcone e Borsellino e le stragi del ‘93 vengono pianificate a un tavolo messinese, al quale siedono tra gli altri Marcello Dell’Utri e Michelangelo Alfano: «La strategia è nata a Messina e tutto deriva dai contatti fra Alfano e Dell’Utri».

A un certo punto però lo scenario cambia. Il tavolo delle riunioni si sposta nella capitale, dove viene programmato un altro attentato eccellente: «In quel periodo ci fu una riunione all’Hotel Excelsior di Roma», continua Avola. «Vi parteciparono D’Agata, Alfano e personaggi di altissimo livello. Fra questi ricordo Cesare Previti e il finanziere Francesco Pacini Battaglia. Lo scopo era quello di fare un attentato al giudice Di Pietro e io dovevo essere l’esecutore. Bisognava fare un favore ai socialisti, ma poi la cosa non andò avanti perché i socialisti non stavano mantenendo quanto promesso e nel frattempo si profilava l’alleanza con la nuova forza politica che stava nascendo».

L’intero articolo di Giuseppe Giustolisi si può leggere qui.

Altri due link sulle stragi:

Quest’uomo sa molte cose (e infatti stanno cercando di screditarlo in ogni modo): “L’attacco che viene fatto nei miei confronti parte esattamente dagli stessi soggetti che io avevo identificato la sera del diciannove luglio del 1992 dopo la strage di via D’Amelio, mentre vedevo ancora il cadavere di Paolo Borsellino che bruciava e la povera Emanuela Loi che cadeva a pezzi dalle mura di via D’Amelio numero diciannove dov’è scoppiata la bomba, le stesse persone, gli stessi soggetti, la stessa vicenda che io trovai allora la trovo adesso!
Ancora nessuno ha detto che io sono folle. Anzi, sarò pericoloso, terribile ma che sono folle non l’ha detto nessuno. Bene allora quello che io dico non è la parola di un folle perché io dimostrerò tutte queste cose. E questa è l’occasione perché ci sia una resa dei conti in Italia. A cominciare dalle stragi di via D’Amelio alla strage di Capaci. Perché queste collusioni fra apparati dello Stato servizi segreti, gente del malaffare e gente della politica, è bene che gli italiani comincino a sapere cosa è stata”.

Questo video è un collage interessante.

Lo strano caso del dottor Olindo Canali

Lo strano caso del dottor Olindo Canali.

Scritto da Claudio Cordova e Sonia Alfano

Il senatore Beppe Lumia, del Partito Democratico, sul suo conto ha presentato svariate interrogazioni parlamentari, in diversi periodi; al suo nome è legata anche la figura di Beppe Alfano, giornalista assassinato  dalla mafia l’8 gennaio del 1993 a Barcellona Pozzo di Gotto, in provincia di Messina; il suo nome compare, insieme a quello del collega Franco Cassata, procuratore generale di Messina, nell’informativa del Ros dei Carabinieri, denominata “Tsunami”, poi archiviata a Reggio Calabria; e, da ultimo, il suo nome comparirebbe anche nel presunto memoriale che il professore Adolfo Parmaliana avrebbe scritto poco prima di suicidarsi, il 2 ottobre del 2008.


La figura di Olindo Canali, sostituto procuratore della Repubblica di Barcellona Pozzo di Gotto si interseca, da anni, con quella di vicende misteriose e controverse accadute in provincia di Messina. Canali, insieme a Cassata e a un altro magistrato, Rocco Scisci, avrebbe anche ostacolato le indagini di un giovane sostituto, De Feis. Tutte ipotesi, nessuna prova.

Ma ritorniamo a Beppe Lumia, uno dei pochi politici che non hanno paura di nominare la parola “mafia”; è stato anche presidente della Commissione Parlamentare Antimafia ed è uno dei parlamentari maggiormente schierati nella lotta alla criminalità organizzata. Ecco, in una nota molto recente, datata 25 marzo 2009, Lumia, a proposito di Olindo Canali, afferma: “La vicenda che vede coinvolto il magistrato Olindo Canali è incredibile. Mi chiedo come sia possibile che si possano essere verificate vicende così, che vedono sempre gli stessi protagonisti”.
Le vicende a cui allude Lumia sono vicende dolorose. Dolorose e tragiche. Sì perché di casi strani, misteriosi,  in provincia di Messina ne sono accaduti parecchi: “Dalle indagini sui delitti di Beppe Alfano, di Graziella Campagna, di Attilio Manca e sulle denunce di Adolfo Parmaliana – aggiunge Lumia – emerge sempre un quadro di comportamenti da parte di singoli magistrati come Canali e il procuratore Cassata che devono essere capiti fino in fondo”.

Ma non finisce qui. Lumia si è occupato più volte delle vicende messinesi, di Terme Vigliatore, il Comune sciolto grazie alle denunce del professor Parmaliana, ma anche di Barcellona Pozzo di Gotto: il 9 ottobre del 2008, a sette giorni dal suicidio del docente, Lumia interroga il Guardasigilli, parlando di Franco Cassata e Olindo Canali e sollecitando l’invio degli ispettori presso gli uffici della Procura della Repubblica.

Il 4 giugno del 2008, inoltre, lo stesso Lumia, aveva già interrogato il Presidente del Consiglio dei Ministri e il Ministro della Giustizia, parlando del procuratore generale di Messina, Franco Cassata, ma citando anche le vicende relative all’informativa “Tsunami”, che portavano, inevitabilmente (ai tempi il procedimento non era ancora stato archiviato) al dottor Olindo Canali.

Lo stesso Olindo Canali che, proprio ieri, è stato audito, in qualità di testimone, nell’ambito del processo “Mare Nostrum”: il magistrato è stato ascoltato in merito a un suo manoscritto redatto allorquando temeva di essere arrestato nel corso dell’operazione del Ros dei Carabinieri “Tsunami” per certe presunte frequentazioni (la sua posizione è stata invece poi archiviata a Reggio Calabria). Lo stesso Canali ha avanzato dubbi sulla gestione del collaboratore di giustizia Maurizio Bonaceto e soprattutto sulla colpevolezza del boss della famiglia mafiosa dei barcellonesi, Giuseppe Gullotti, detto “l’avvocaticchio”, condannato con sentenza definitiva a 30 anni quale mandante dell’omicidio del giornalista Beppe Alfano.

A proposito di Beppe Alfano, e quindi di storie dolorose, tragiche e misteriose. Sonia Alfano, figlia del giornalista assassinato, da anni accusa pubblicamente  e nelle sedi giudiziarie il magistrato, per i suoi comportamenti. Beppe Alfano, secondo la figlia, confidò a Canali che “aveva potuto appurare con le sue inchieste giornalistiche che a Barcellona Pozzo di Gotto si nascondeva il boss catanese, allora latitante Nitto Santapaola”. Era effettivamente così, Nitto Santapaola trascorse parte della sua latitanza nel grosso centro del messinese e Beppe Alfano, per la sua voglia di indagare e scoprire la verità, fu ucciso.

Dunque Olindo Canali temeva di essere arrestato e aveva affidato a un manoscritto alcune “valutazioni personali”. L’informativa “Tsunami”, infatti, segnalava Canali per certe presunte frequentazioni, in particolare per quella con Salvatore Rugolo “personaggio – si legge nell’informativa Tsunami – ritenuto inserito a pieno titolo ai vertici della mafia barcellonese che, grazie allo schermo protettivo di cui beneficia per via della sua professione di medico, parrebbe dirigere ponendosi in un ruolo di vera e propria “cerniera” tra gli ambienti criminali e quelli istituzionali”. Rugolo è il cognato del boss Gullotti, il mandante dell’omicidio Alfano sulla cui colpevolezza, il magistrato Canali avrebbe avanzato dei dubbi.

L’informativa Tsunami per quasi tre anni ha fatto avanti ed indietro tra la Procura di Barcellona e la Dda di Messina fino a quando non è stata trasferita a Reggio Calabria, proprio a causa del coinvolgimento nelle indagini di due magistrati, Canali e Cassata. A Reggio Calabria il procedimento è stato archiviato.

Resta da vedere se farà la stessa fine il procedimento disciplinare a carico dello stesso Canali già avviato dal Consiglio Superiore della Magistratura. Quel “testamento”, scritto da Canali quando temeva l’arresto,  infatti, è stato già acquisito dalla prima commissione di Palazzo dei Marescialli che dovrà valutare il comportamento del magistrato che rischia di essere trasferito da Barcellona Pozzo di Gotto per “incompatibilità ambientale”, la motivazione più “classica” e, probabilmente, anche più indolore per disporre il trasferimento di un magistrato della Repubblica.

E poi ci sarebbe il memoriale di Adolfo Parmaliana. Ma anche questa è una storia dolorosa, tragica e misteriosa.

Claudio Cordova

Fonte: STRILL.IT

Sonia Alfano in merito agli ultimi avvenimenti del processo “Mare Nostrum” (26 marzo 2009)

“Quel che sta accadendo intorno al processo Mare Nostrum e dunque anche in merito all’omicidio di mio padre, è indicativo della condizione di totale degrado in cui versa gran parte della magistratura messinese. Sin da quell’ 8 gennaio del 93′ io e la mia famiglia abbiamo denunciato questa situazione ed indicato i due maggiori responsabili degli insabbiamenti delle inchieste giudiziarie messinesi, tra cui quella riguardante l’omicidio di mio padre, nelle persone di Olindo Canali e Franco Antonio Cassata.
Lo stato di degrado dell’apparato giudiziario messinese è testimoniato dallo stesso Olindo Canali che, seppur sia un Procuratore della Repubblica, invia lettere anonime alla sua stessa procura, affermando di conoscere la verità sull’omicidio di mio padre salvo poi non svelarla in tribunale.
In una qualsiasi altra procura d’Italia, un magistrato che di suo pugno ammette di avere colpe in merito a fatti di mafia, verrebbe immediatamente sospeso e processato. Ma non a Messina.
Olindo Canali svolge tutt’ora regolare servizio insieme ad Antonio Franco Cassata con il quale condivide atroci responsabilità anche rispetto alla morte del Professore Adolfo Parmaliana.
Ho trascorso gli ultimi sedici anni della mia vita a denunciare le responsabilità di una parte della magistratura messinese ma nessuno ha mai voluto darmi ascolto e neppure oggi, davanti all’ammissione di colpevolezza di Olindo Canali, lo si sospende e lo si processa.
Immediatamente dopo il delitto di mio padre ho chiesto che venissero cercati i mandanti di terzo livello e che le indagini, una volta concluse, venissero riaperte per accertare tutte le responsabilità. Ma le mie richieste, motivate da elementi, fatti, circostanze, sono sempre state respinte ed io additata come un’opportunista interessata solo a speculare sulla morte del proprio padre. Adesso è lo stesso Canali, ovvero colui che avrebbe dovuto accertare e punire, a confermare la presenza di un terzo livello.
Ma Canali, che ben conosce i perversi meccanismi dei poteri messinesi, fa anche di peggio poichè, pur ammettendo le sue colpe, non racconta ciò che dice di sapere ma si limita a gettare fango sull’unica verità processuale in nostro possesso.
Ci sono ben due sentenze di Cassazione che attestano la colpevolezza di Antonio Merlino e Giuseppe Gullotti, seppur restino a tutt’oggi sconosciute le responsabilità istituzionali in seno alla morte di mio padre.
Chi indossa una toga ed amministra la giustizia dovrebbe far affermare la verità processuale e chiederne il rispetto e non gettare fango ed ombre su indagini e processi. Alla luce di quanto sta accadendo ci sorge invece il sospetto che Canali più che amministrare la giustizia in nome del popolo italiano, la amministri in nome di quello di Cosa Nostra”.

Sonia Alfano