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In nome del corvo – Pietro Orsatti

In nome del corvo – Pietro Orsatti.

Non si ferma l’azione del procuratore Francesco , del suo aggiunto Ingroia e dei pm Antonino Di Matteo e Roberto Scarpinato. Però l’attenzione sul pool aumenta di giorno in giorno

di Pietro Orsatti (su left in edicola)

Lo scirocco porta “pensieri tinti”. E uno scirocco come quello degli ultimi giorni a non si vedeva da tempo. Già l’aereo fatica ad atterrare a Punta Raisi, fino all’ultimo l’opzione di una deviazione su rimane molto concreta. Appena scesi dalla scaletta, questa specie di “bora” arroventata africana sembra volerti sollevare. Si cammina a fatica fino al pulmino. Quando soffia un vento del genere non si è di buonumore.
Al bar Lux ci aspettano da più di un’ora quando finalmente arriviamo a . Proprio davanti a questo bancone la ammazzò il vicequestore Boris Giuliano. Uno dei tanti morti dello nella guerra  fra clan che per più di un decennio ha insanguinato questa città fino agli anni delle stragi. Giuliano non è il primo e purtroppo neppure l’ultimo. L’appuntamento è casuale, ma qui i simboli contano. Anche quando emergono per caso. «Avete fatto bene a venire proprio ora. Perché è qui e ora che si gioca tutta la partita. A ». L’interlocutore non può avere né un volto né un nome. Ma sa, frequenta, annusa. E fa “pensieri tinti” anche quando non soffia lo scirocco. «I conflitti, ovviamente, vengono tenuti lontani dagli occhi del pubblico – prosegue – e poi si distillano piccole perle di disinformazione da far cadere al momento giusto per colpire la persona giusta». Usciamo, nel vento, e ce ne andiamo verso il Giardino inglese. «Oggi non c’è bisogno né di sparare né di reprimere. La battaglia la giocate voi sui mezzi di e non sapete neppure di essere delle armi. Delle armi e mai caricate a salve». Cosa intende? «Cosa intendo? Ma scherziamo? Qualsiasi fuga di notizia è misurata, voluta, gestita, diretta. Che sia vera o che sia falsa. Che sia “intera” o solo un pezzo. Guardiamo la questione del procuratore capo . Non era una novità e non era neppure una notizia che suo cognato fosse indagato anni fa. Che succede? Nel momento in cui si concentrano attorno a un nuovo procuratore aggiunto “di peso” come Antonio Ingroia, che ha carisma e ha “scuola”, energie e aspettative, e che soprattutto ha in mano indagini scottanti, esce sul giornale la polpetta avvelenata della non notizia sul cognato mafioso del suo capo. Attenzione, una notizia che non c’era, e infatti poi è rientrata. Ma intanto il segnale era dato». Dato a chi? «A , prima di tutto, che ha osato con la nomina di Ingroia modificare gli equilibri consolidati a Palazzo di giustizia. E a Ingroia stesso, che sa perfettamente di essere un obiettivo». Poi l’interlocutore se ne va lasciando, come spesso succede in questa città, i discorsi sospesi a metà. Ha un altro appuntamento che non può attendere per un aperitivo, dice.

Era tempo che a non soffiava uno scirocco del genere. E non è solo un affaire meteorologico a creare un clima così cupo in città. Dopo le grandi operazioni contro i clan, in particolare la Perseo di dicembre, qualcosa sembra essersi incrinato negli equilibri istituzionali e giudiziari. In coincidenza (sarà un caso?) con l’insediamento di Antonio Ingroia nel posto che venne ricoperto in passato da Giovanni e Paolo Borsellino. Procuratore aggiunto, uno dei tanti, ma con nelle mani indagini e coordinamenti di peso. Fra cui essere il destinatario di un nuovo “dichiarante”, Massimo Ciancimino, figlio dell’ex sindaco del “sacco di ” inquisito e condannato anche per concorso esterno con , che dopo anni di silenzio ha iniziato a raccontare la sua verità. Due piani: quello degli affari e del riciclaggio nella degli anni 90 (e non solo); e quello più raggelante ancora della presunta trattativa fra e a cavallo delle stragi del 1992. E Ciancimino parla a Ingroia e a un altro pm di , Antonino Di Matteo. Quest’ultimo nel 2008, appena iniziato a raccogliere le prime dichiarazioni del figlio di don Vito, ha ricevuto una eloquente intimidazione, un razzo da segnalazione sparato davanti alla sua villa da una persona che, successivamente, si è data alla fuga.

Se si dovesse fare un azzardo giornalistico si potrebbe quasi osare un paragone: da un lato il “binomio” fra procuratore aggiunto e dichiarante e dall’altro quello fra Buscetta e . Qualcuno l’azzardo ha provato pure a farlo, ma se Ingroia è della scuola del giudice ucciso a Capaci nel 1992 con la moglie e i ragazzi della scorta Ciancimino è tutto meno che un neo Buscetta. Buscetta era uomo d’onore, delle famiglie perdenti di , conosceva e dirigeva direttamente, era parte integrante del sistema di potere del clan anche se sconfitti dai in piena espansione. Massimo Ciancimino invece non è uomo d’onore, ha vissuto all’ombra del discusso e discutibilissimo padre, che di lui si fidava ma fino a un certo punto visto il carattere da “scavezzacollo” del rampollo. E ha avuto a che fare più con i “piccioli” che con i picciotti. Ma parla, e pure troppo. Dopo ogni sua deposizione rilascia battute e non solo ai magistrati. Le pagine dei giornali sono piene di sue dichiarazioni, o meglio “mezze” dichiarazioni. Eppure, nonostante le contraddizioni del personaggio, Ciancimino sta svelando alcuni aspetti totalmente inediti degli affari del padre e delle società connesse al “tesoro Ciancimino” (che rimane tuttora imponente nonostante i numerosi sequestri eseguiti dall’autorità giudiziaria negli anni). E poi quel capitolo che rischia di mettere a soqquadro mezza Repubblica: la trattativa fra e . E la credibilità di Massimo, a quanto sembra, aumenta. Anche perché, a proposito delle dichiarazioni relative ai “piccioli” viene affiancato da un altro dichiarante, l’avvocato Gianni Lapis. Ecco cosa avrebbe detto, durante l’ultima udienza di Bologna, il figlio di don Vito su chi fossero i soci del padre: «Salvo Lima, Calogero Pumilia, Enzo Zanghì, Pino Blanda, Enzo Cirà  e Carlo Vizzini, personaggi legati alla società del gas di mio padre da vincoli societari». Sommiamo dichiarazioni del genere a quelle per cui sarà sentito nei prossimi mesi anche a Roma in relazione a uno dei presunti protagonisti della trattativa, il generale dei Ros dei Mori, e il peso specifico di questo “dichiarante” diventa devastante. Ma l’attenzione sul gruppo di magistrati aumenta di giorno in giorno. Grazie al del procuratore Francesco , del suo aggiunto Ingroia e dei pm Antonino Di Matteo e Roberto Scarpinato, l’azione del pool non si ferma solo a questi capitoli spinosi.

La rogna, e qui si parla di criminalità organizzata e non di colletti bianchi o eventuali rapporti con pezzi dello , è la questione . Sono tre quelli più pericolosi: Messina Denaro, Nicchi e Raccuglia. Ma è su Raccuglia che in questo momento si sta accentrando l’attenzione. Nicchi è in ritirata e Messina Denaro ormai relegato al suo territorio nel trapanese. È proprio novità di questi ultimi giorni che Ingroia risulti essere riferimento del fascicolo dedicato al “veterinario” (questo il soprannome di Raccuglia) da anni introvabile nonostante sia evidente che non si è mai spostato dal suo territorio di origine. Raccuglia è l’uomo forte, papabile per il dominio di una nuova fase di . Che proprio Ingroia sia titolare dell’ è una notizia che pesa. E non poco.

Il caso Genchi. Informazione e disinformazione

Il caso Genchi. Informazione e disinformazione.

Scritto da Pietro Orsatti

Domani, davanti alle questure di molte grandi città italiane, liberi cittadini andranno a manifestare contro la sospensione dal servizio del vice questore Gioacchino Genchi, l’uomo, per intenderci, accusato da pezzi delle istituzioni e del mondo politico di essere lo spione numero 1 d’Italia. Notare, però, come la sospensione di Genchi non sia stata motivata dall’inchiesta in corso a Roma sui presunti abusi che questi avrebbe commesso approfittando, dice l’accusa, di password e accessi consegnatoli, legalmente e previa corretta autorizzazione, dalle procure per le quali da anni lavora. La sospensione è causata, invece, dalle dichiarazioni che ha rilasciato alla stampa, sul suo blog e sulla sua pagina di Face Book. Questo riportano notizie stampa comparse nelle ultime settimane.


In particolare, il primo provvedimento disciplinare che lo ha raggiunto, e l’ammonizione a non rilasciare altre dichiarazioni alla stampa senza previa autorizzazione, sarebbe stato motivato da un’intervista che mi ha rilasciato in data 7 marzo nel suo studio a Palermo e pubblicata sul mio giornale, left-Avvenimenti, il 13 dello stesso mese. Questa notifica “disciplinare” sarebbe datata 18 marzo.

In seguito,  il 19 marzo, Gioacchino Genchi ha risposto a delle provocazioni di un giornalista sulla sua pagina di Face Book. Per chi conosce il mezzo il “botta e risposta” di FB, si tratta di fatto di una chat. La discussione è stata ripresa e pubblicata prima sul sito http://www.19luglio1992.com e successivamente anche sul blog pubblico di Genchi http://gioacchinogenchi.blogspot.com.
A quanto risulta la sospensione sarebbe stata diretta conseguenza di questo episodio.

Ritorniamo all’intervista da me realizzata. Sono stato uno degli ultimi a raggiungerlo e a intervistarlo. Genchi, appena iniziata la campagna nei suoi confronti fra gennaio e febbraio, ha rilasciato molte altre interviste (alcune addirittura molto più “dure” di quella rilasciata a me come quella realizzata da Tele Lombardia) fra le quali si segnalano la partecipazione dello stesso da Santoro e da Matrix (allora guidato ancora da Enrico Mentana) e Reality su La7. Specifico questo aspetto per spiegare come le dichiarazioni rilasciatemi da Genchi il 7 marzo non furono certo una novità né nei toni né negli argomenti. Abbiamo parlato per più di un’ora. Era alla stessa scrivania da dove da oltre 20 anni svolge il suo servizio  per conto dell’autorità giudiziaria. La stessa, ormai, conosciutissima grazie a servizi fotogrefici e televisivi e dalla quale ha rilasciato più di venti interviste alle radio, alle televisioni ed ai giornali di mezzo mondo. Durante l’intervista che mi ha concesso non è mai scivolato su giudizi politici rimanendo soltanto su argomenti che riguardano i suoi incarichi professionali. Notare, soprattutto, che non ha mai rilasciato dichiarazioni in qualità di funzionario della Polizia di Stato e non ha fornito dichiarazioni su incarichi operativi della sua amministrazione.

Probabilmente quello che ha creato preoccupazione, e che forse ha causato il primo provvedimento disciplinare nei suoi confronti, è che le sue dichiarazioni furono contestualizzate all’interno di una narrazione giornalistica che ricostruiva non tanto le inchieste di Catanzaro, quanto il percorso professionale e le indagini (e collegamenti fra le varie indagini) condotte da Genchi dal 1989 a oggi, ovvero dall’attentato dell’Addaura a Giovanni Falcone passando poi per quella della strage di via d’Amelio dove persero la vita Paolo Borsellino e i ragazzi della sua scorta. È stata la ricostruzione di questo percorso e dei tanti vuoti e delle tante ombre emerse in quelle indagini a suscitare tanta preoccupazione? La velocità e la tempestività con cui alcune testate giornalistiche, fin dall’esplosione del caso Why not, hanno divulgato indiscrezioni e dati e nomi riservati e coperti dal segreto istruttorio fanno temere che ci sia chi opera come un abile ufficio stampa per contrastare inchieste specifiche e specifici magistrati e percorsi investigativi. Tanto per fare un esempio, basta andare vedere come solo due giorni fa le solite testate abbiano iniziato a divulgare dati e numeri (non verificati visto che le indagini e le perizie sono tuttora in corso) sui presunti archivi Genchi sequestrati dai Ros per conto della procura di Roma il 13 marzo scorso. Il segreto istruttorio dov’è? Chi è che diffonde questi numeri e perché sempre e solo verso certe testate giornalistiche?

La domanda, ovviamente, non ha una risposta. Quello che posso dire è che mi sono recato da Genchi per l’intervista dopo aver seguito il suo lavoro grazie alla lettura delle sentenze di alcuni processi a cui aveva collaborato fra cui quello proprio su via D’Amelio. La sua relazione, in questo caso, è un documento unico, impressionante. Quello si allarmante. Non tanto per alcuni poteri. Allarmante per il Paese, per la tenuta democratica delle istituzioni.
Non so se Genchi abbia commesso degli abusi. Lo diranno le indagini e, se ci si arriverà, un processo. Ma che sia garantita a Genchi la possibilità di difesa davanti a questa offensiva mediatica. Sempre che valga ancora il diritto.

Pietro Orsatti

(fonte il sito del giornalista Pietro Orsatti)

Gioacchino Genchi : Adesso parlo io – di Pietro Orsatti

Da http://www.orsatti.info/2009/03/13/il-servizio-di-left-sul-caso-genchi-aggiornamento-sulla-perquisizione-al-consulente-di-de-magistris-servizio-di-left-sul-caso-genchi-aggiornamento-sulla-perquisizione-al-consulente-di-de-magistris/:

Scritto da Pietro Orsatti

Gioacchino Genchi: «Mai fatta un’intercettazione in vita mia. Anzi, una: ho ascoltato per errore una conversazione fra mia moglie e sua madre». «Ma quali milioni di utenze tracciate, erano poco più di settecento». «Massoneria non è solo compassi. Consorterie massoniche possono chiamarsi Compagnia delle opere o Opus dei».

di Pietro Orsatti

A Palermo fa freddo. Anzi, c’è il gelo. Non è solo un fatto climatico, anche se fino a pochi giorni fa nevicava alle porte della città, ma è la bomba virtuale esplosa sulla testa del procuratore capo Francesco Messineo cha ha fatto precipitare la temperatura di colpo. Un articolo pubblicato su Repubblica ha ufficialmente riaperto la stagione dei veleni su uno degli uffici più delicati d’Italia. «Il cognato del procuratore è un uomo d’onore», titolava venerdì 6 marzo il quotidiano. E oltre all’inverno prolungato di quest’anno, a gelare le anticamere della Procura è sopraggiunta la memoria della “stagione dei veleni”, quella delle talpe e delle lettere anonime, quella dell’isolamento di alcuni magistrati, fra cui Giovanni Falcone, fra la fine degli anni Ottanta e l’estate delle stragi del Novantadue. Ovvio, il Csm apre subito un’inchiesta. Ovvio, i sostituti e i collaboratori di Messineo esprimono la propria solidarietà al capo. Il ministro Alfano sembra voler inviare un’ispezione immediata al palazzo di Giustizia di Palermo. Poi ci ripensa, gli ispettori rimangono a Roma.

Si comincia a pensare se non a una bufala intera a una “mezza” bufala, a una polpetta avvelenata a cui qualche cronista forse ha abboccato. Certo che quel titolo rimane. La carriera del procuratore di Palermo, dal 6 marzo, probabilmente è segnata. Cosa è accaduto? Qualcuno ha fatto pervenire alla stampa l’informazione sul fatto che l’Arma dei carabinieri aveva intercettato due anni fa il cognato del procuratore capo, Sergio Maria Sacco, marito della sorella della moglie di Messineo, gettando sul parente l’ombra di concorso esterno a Cosa nostra. La vicenda era vecchia e archiviata, ma piove in forma di cronaca in questa gelida Palermo. Anche perché, si scopre dopo, Sacco non è stato neanche indagato per quella telefonata intercettata, e altre accuse dei decenni precedenti lo avevano visto assolto. Tutto a conoscenza anche del Csm da anni, appunto. Chi ha fatto la soffiata (che soffiata non è) alla stampa?

Mistero. Sono stati i carabinieri, o meglio i Ros, con cui comunque Messineo ha costruito un rapporto esclusivo tenendo fuori dal gioco grosso, a volte, le forze di polizia? Erano irritati che il loro primato sulle indagini a Palermo fosse messo in discussione dopo gli ultimi riassetti di nomine e promozioni in Procura? Oppure: la “gola profonda” va cercata nelle fila della polizia di Stato, nell’ottica dello scontro ormai sempre più palese fra le due forze? O ancora, si tratta di un’ulteriore offensiva da parte di chi ha già decapitato le procure di Catanzaro e Salerno, come raccontano gli stessi pm di Palermo in un comunicato? La vicenda Sacco è «molto datata, già nota al Csm e valutata come irrilevante in occasione della nomina di Messineo a procuratore» e «non ha mai prodotto all’interno dell’ufficio riserve o limiti di alcun genere, anche per il ritrovato entusiasmo nel lavoro di gruppo, nella tradizione dello storico pool antimafia, e per l’effettiva gestione collegiale dell’ufficio». E poi, sempre secondo i pm, la polpetta avvelenata viene servita in «coincidenza temporale col progredire di delicatissime indagini sulle relazioni esterne di Cosa nostra». Qualcuno disse, decenni fa, «si sente tintinnare di sciabole». A farne le spese, l’intero ambiente.

«Una volta per toglierci di mezzo ci ammazzavano – spiega un tagliente Roberto Scarpinato, storico pm del processo a Giulio Andreotti, a lato di un convegno – ora non ne hanno bisogno. Ci sono altri modi per ridurci al silenzio. Chissà, forse dovremmo esserne pure grati». Ci pensa un po’ su e chiede al suo collega Antonio Ingroia, sostituto procuratore, che gli siede accanto: «Come si chiamava quel ministro dei Lavori pubblici che diceva che dovevamo conviverci con la mafia?». Ingroia sorride: «Lunardi, credo fosse Lunardi». Conclude Scarpinato: «Ecco, sì, forse dovremo imparare a conviverci con la mafia».

A Palermo si gela. Fa freddo anche a piazza Principe di Camporeale cercando il sotterraneo sede dello studio di Gioacchino Genchi, che da investigatore della polizia, prima, e consulente in quasi tutte le principali inchieste “di punta” delle procure italiane, poi, è diventato, nel giro di poche settimane, il nemico numero uno della democrazia italiana. L’uomo che avrebbe confezionato dossier, secondo alcuni politici e la stampa nazionale, su milioni di italiani. «Ma quali milioni di utenze tracciate, erano poco più di settecento e riconducibili a poche decine di persone». Un po’ “gattone” del numero uno della Spectre e un po’ hacker da film cyberpunk. C’è da rabbrividire a cercare un incontro con un uomo del genere. Poi, l’immagine mediatica costruita attorno al personaggio comincia a mostrare le prime crepe. Sempre Repubblica, a firma Giuseppe D’Avanzo, ne fa un ritratto romanzesco, tanto fantasioso da trasformare un piano terra luminoso con tanto di vista su aranci carichi di frutti in un sotterraneo oscuro, tanto letterario da moltiplicare un computer con due schermi – anche un po’ vecchiotto visto che si “impalla” almeno una volta durante l’incontro – in cinque mega elaboratori sempre all’opera a macinare dati sugli italici vizi. Certo Genchi non è difficile incontrarlo, parlarci, prendere un appuntamento. Dal suo blog a facebook, dai convegni alle procure di mezza Italia, di contatti Genchi ne ha lasciati davvero tanti.

Passi la letteratura, si sorvoli sulla fiction, tolti i risvolti romanzeschi il personaggio rimane. Francesco Rutelli, presidente del Copasir, il comitato di controllo dei servizi, non lo ha certo in simpatia e infatti dichiara: «L’acquisizione di dati che riguardano centinaia di migliaia di cittadini, il tracciamento per 20 mesi degli spostamenti del capo dei servizi segreti italiani (Nicolò Pollari, direttore del Sismi fino al 15 dicembre 2006, ndr), l’ottenimento dei tabulati del capo della investigazione contro la mafia, all’insaputa dello stesso pubblico ministero che conduceva le indagini, sono alcuni tra i principali elementi dirompenti che abbiamo accertato e che meritano una riflessione molto severa». E di sicuro Genchi rappresenta il nemico numero uno anche per i Ros, con cui si scontra periodicamente dai tempi in cui, commissario di pubblica sicurezza a Palermo, si occupò dell’attentato dell’Addaura (1989) a Giovanni Falcone. «Da subito ci furono dei sospetti – racconta -. Sospetti che si materializzarono nel 1992 al momento in cui fu riferito ai magistrati di Caltanissetta da un maresciallo dei carabinieri, artificiere, che il congegno esplosivo era stato consegnato a un funzionario di polizia che era presente sul posto. Immediatamente con La Barbera svolgemmo degli accertamenti che riguardavano questo funzionario di polizia che già era, per la verità, indicato per la sua amicizia con Contrada e altri rapporti sospetti a Palermo. Alla fine dell’accertamento ci accorgemmo che questi non avrebbe mai potuto ricevere l’ordigno perché al momento si trovava in tutt’altra sede. La bomba, invece, venne maldestramente fatta brillare impedendo di conseguenza di stabilire con chiarezza se si fosse trattato di un vero attentato fallito o di una intimidazione. Questo maresciallo dei carabinieri in questione è stato condannato per false dichiarazioni al pubblico ministero». Inizia qui, sugli scogli davanti alla casa di villeggiatura di Giovanni Falcone, un percorso umano e professionale che lo porterà, quasi vent’anni dopo, a Catanzaro, all’incontro con il pm Luigi De Magistris e all’inchiesta Why not, poi alla tempesta che ha travolto, finora, due procure e un buon numero di magistrati, investigatori e consulenti. E il consulente di spicco di quell’inchiesta è Gioacchino Genchi, l’uomo dei tabulati. Non delle intercettazioni, come in molti lo accusano, compreso Rutelli – inizialmente, poi si è corretto – ma delle analisi incrociate sulle utenze telefoniche degli indagati. Analista, non spione con cuffia intento a piazzare microspie. «Mai fatta un’intercettazione in vita mia. Anzi no, una l’ho fatta, quando mi sono ritrovato ad ascoltare per errore una conversazione fra mia moglie e sua madre. Mia moglie è slovena, non ho capito nulla».

Ma perché i Ros, con cui ha collaborato e collabora da anni, conducono indagini su di lui e sembrerebbero essere oggi i suoi principali accusatori? E perché proprio sulla vicenda Why not a cui collaborarono attivamente fornendo essi stessi intercettazioni, queste sì reali, alla Procura di Catanzaro? «Perché probabilmente si sono voluti pulire il coltello – cerca di spiegare Gioacchino Genchi – perché è dal 1989 che mi imbatto in porcherie fatte dal Ros. Io ritengo che abbiano voluto colpire me, ben oltre la funzione di consulente dell’autorità giudiziaria, per quello che rappresento e per quello che ho rappresentato, per quello che è stato il mio ruolo dentro la polizia di Stato». Perché Genchi è tutt’altro che uno sconosciuto spione che lavora nel buio di uno scantinato (che non c’è) ma uno degli investigatori di punta a Palermo all’inizio degli anni Novanta. «Io rappresento solo me stesso e il lavoro che faccio – spiega Genchi – e al limite quella grande massa di persone per bene, di magistrati, di agenti e funzionari di polizia, anche di ufficiali e sottoufficiali dei Ros dei carabinieri con cui lavoro da anni». È nell’anno delle stragi di mafia, il 1992, che Genchi, allora commissario, emerge come uomo fondamentale per la lotta a Cosa nostra e alle coperture che l’organizzazione criminale si era trovata all’interno delle pieghe dello Stato. «Le cose cruciali del 1992 nessuno le dice – racconta Genchi -. Tutti parlano di quello che è successo dopo le stragi, nessuno dice quello che è avvenuto prima. Nel Novantadue si assiste a due attacchi concentrici al sistema politico, uno viene dalle inchieste su Tangentopoli, dalla Procura di Milano e dalle altre autorità giudiziarie, l’altro da un presidente della Repubblica che inizia a “picconare” il sistema stesso che lo ha generato, Francesco Cossiga. Un presidente che giunto al limite del suo mandato inizia a togliersi tutti i sassolini che si trova nelle scarpe. Oggi si direbbe che ha fatto “outing”. Attaccato e messo perfino in stato di accusa e che è costretto a dimettersi. Costretto a dimettersi perché in quel momento in Italia c’è chi vuole accelerare, qualcuno che voleva prendere il controllo del Paese, magari strumentalizzando, cavalcandole anche, le iniziative dell’autorità giudiziaria. Cossiga viene fatto dimettere e la strage di Capaci avviene proprio nel momento in cui si sta votando a Camere riunite il nuovo presidente, interrompendo quello che è il corso che quel Parlamento, anche di inquisiti e tutto quello che vogliamo, si stava dando con la proposta di un altro ben diverso presidente della Repubblica». Genchi è uno dei protagonisti delle indagini e per la strage di via D’Amelio individua da subito le misteriose connessioni esistenti con un ufficio dei servizi posizionato all’interno di Castel Utveggio che, da Monte Pellegrino, sembra essere il punto di osservazione più efficace per dare il segnale al detonatore della bomba che uccise Paolo Borsellino e gli uomini della sua scorta. «Non c’era altro luogo possibile, perché altrimenti si sarebbe dovuto pensare a un kamikaze. E così non è stato». Pochi mesi dopo, insieme al questore La Barbera, viene trasferito appena le indagini si avvicinano al nodo della presunta trattativa dello Stato con Cosa nostra, trattativa che oggi il figlio di Vito Ciancimino, Massimo che recentemente ha iniziato a collaborare con gli inquirenti, ha retrodatato nel periodo che intercorre fra la strage di Capaci e quella di via D’Amelio. E indica l’allora capo dei Ros e già ex capo del Sisde, il generale dei carabinieri Mario Mori, come uno dei protagonisti di quella trattativa.

«Sarà un caso, ma dopo che sono stato invitato a “Matrix”, Mentana è stato costretto a dimettersi – osserva Genchi – e nella prima puntata dello stesso programma con un nuovo conduttore a essere intervistato è stato proprio Mori». Quindi il caso Englaro è stato solo una scusa? Certo che la coincidenza è inquietante. Nel mondo di Genchi, che questi lo voglia o meno, questo tipo di collegamenti sono routine quotidiana.

Come è routine incrociare la massoneria, vecchia e nuova, palese e no. «La massoneria oggi dobbiamo porla in una dimensione diversa da quella a cui siamo stati abituati – spiega -. Io mi sono occupato in numerosissime occasioni di indagini sulla massoneria. E sono arrivato a una conclusione. Per i ricordi che ho io tutti i soggetti a cui sono stati trovati paramenti massonici, i grembiulini tanto per intenderci, sono stati sempre prosciolti. Magari c’erano condotte riprovevoli dal punto di vista morale o politico, però di reati nemmeno l’ombra. Il vero problema è quando i grembiulini non si trovano. I cosiddetti affiliati all’orecchio. E i veri problemi non sono le singole logge, che poi tra l’altro sono sempre in lite fra di loro, ma emergono quando queste logge vengono aggregate, si auto aggregano, anche senza volerlo, per difendersi dalle indagini. Io ritengo che in questo De Magistris, e nel mio piccolo forse anch’io, ha avuto il primato di individuare delle logge, delle consorterie massoniche o para massoniche che poi possono chiamarsi Compagnia delle opere o Opus dei. Qualcuno quando pensa alla massoneria pensa solo ai compassi, a Gelli, alla massoneria laica. Non è solo così». E da qualche tempo è iniziata a circolare la voce, insistente, di nuove logge coperte. «Sì. Sono tutta una serie di aggregazioni e di sub aggregazioni che ormai utilizzano internet e non più le regole della tessera, del numero, del codice, e che usano un sistema di accordi trasversali – in particolare dopo la frantumazione dei partiti e delle ideologie – che partono dal mondo della politica per arrivare a quello della finanza passando e controllando totalmente il mondo dell’informazione. In una situazione di questo genere, specie se questi soggetti apparentemente disgiunti vengono attaccati contemporaneamente, è chiaro che si uniscano. Infatti, l’unisono anche parlamentare degli attacchi che si sono avuti all’attività di De Magistris, e anche alla mia, con una mistificazione di numeri e nomi senza eguali, lascia di stucco perfino molti parlamentari».

A piazza Principe di Camporeale, appena usciti dallo studio di Gioacchino Genchi, fa ancora più freddo. Lo scontro in atto fra vari apparati dello Stato assume volti e sfumature ancora più inquietanti, e la sensazione di rivivere qualcosa di irrisolto, e forse di irrisolvibile, frutto della natura stessa di questo Paese, si fa pressante. Mentre le prime smentite sul caso Messineo non riescono a spazzare via la tempesta, rileggendo la cronaca dell’ultimo anno e mezzo, a partire dai primi lampi su Why not, disegnano un quadro di fine epoca. Come se si assistesse al dibattersi degli ultimi dinosauri travolti da una nuova era glaciale.

left numero 10, articolo di Pietro Orsatti, 13 marzo 2009