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Le ‘relazioni pericolose’ di Dell’Utri

Fonte: Le ‘relazioni pericolose’ di Dell’Utri.

Nel mirino gli incontri del senatore tra il ’92 e il ’93.

PALERMO. Ora che la Dia, su delega della Procura antimafia di Firenze, cerca riscontri a presunti incontri tra il senatore Marcello Dell’Utri e i fratelli Giuseppe e Filippo Graviano, boss stragisti del ’93, setacciando gli alberghi romani e analizzando centinaia di tabulati telefonici, i magistrati rileggono le “relazioni pericolose” del senatore – già condannato per mafia a 9 anni – durante il ’93, nel pieno della stagione delle bombe.

E in particolare in autunno, subito dopo l’estate trascorsa dai due boss tra feste e cene, in un appartamento all’interno di una grande villa di Porto Rotondo, a poche centinaia di metri in linea d’aria, dalla villa del futuro presidente del Consiglio Berlusconi. Gli investigatori stanno rileggendo quel periodo cruciale per la storia recente del nostro Paese a partire dagli incontri con Vittorio Mangano, il fattore di Arcore, che andò a trovare Dell’Utri a Milano nel novembre ’93. Gli incontri, annotati nelle agende del leader di Publitalia e ammessi in un primo tempo da Dell’Utri “per ragioni personali” (spiegazioni bollate in sentenza come “giustificazioni impacciate”), sono stati recentemente smentiti dal suo difensore, Alessandro Sammarco, che li ha negati sostenendo come il senatore fosse stato indotto in errore dal non avere letto le annotazioni nell’agenda.

Ma i contatti siciliani di Dell’Utri, in quel periodo, sono numerosi, e da lui sempre diligentemente annotati, come nel caso di un block notes a lui sequestrato, nel quale tra il foglio datato 21/12/1993 e il foglio datato 3/2/1994, sono segnati numerosi contatti intrapresi dall’avvocato catanese Nino Papalia, indagato in passato dalla Dda di Catania per traffico d’armi. In una di queste (al foglio 3/2/1994) si legge: “Avv. Papalia per candidature su Catania”. Non solo contatti, ma dalle agende di Dell’Utri sono venuti fuori numeri telefonici di interesse investigativo: nella nota del 4/4/1996, la Dia ha segnalato che sull’elenco “agenda 12/5/1993”, sequestrata a Villa La Comacina, residenza del senatore, sono stati trovati due numeri telefonici di Perrin Patrick, un faccendiere in contatto con Licio Gelli, e implicato in una vicenda di esportazione clandestina di pesetas. Un uomo ben conosciuto dagli investigatori che nel 1982 avevano emesso un fonogramma di ricerche internazionali nei suoi confronti perché ritenuto coinvolto nella rapina di un portavalori assieme a Francesco Mangion e Giuseppe Strano, entrambi esponenti del clan Santapaola di Catania. I riflettori investigativi si riaccendono anche sul periodo precedente, sempre a cavallo delle stragi, e cioè sui brevi soggiorni che Dell’Utri ha fatto presso l’Hotel Villa Igea di Palermo nel novembre 1991, nel marzo 1992, nel giugno 1992 e nell’ottobre 1992. La Dia, infine, ha elaborato i traffici telefonici di Dell’Utri e di altri personaggi, considerati vicini a Cosa Nostra, tra i quali i misteriosi Salvatore Scardina e Rosario Cattafi (il primo titolare di una villa di Santa Flavia dove il 1° aprile del ’93 un summit mafioso diede il via libera alla campagna stragista nel “continente”, il secondo avvocato barcellonese già indagato per i suoi rapporti con i servizi segreti e la massoneria deviata) “individuando – come scrive il gip di Caltanissetta che ha archiviato l’inchiesta sui mandanti occulti delle stragi – diversi punti di contatto anche nel periodo di interesse della presente indagine”.

Giuseppe Lo Bianco (il Fatto Quotidiano, 2 giugno 2010)

Antimafia Duemila – ”La notte del ’92 con la paura del golpe”

Fonte: Antimafia Duemila – ”La notte del ’92 con la paura del golpe”.

Parla l’ex presidente della Repubblica: “Alle quattro di notte parlai con Scalfaro al Quirinale e gli dissi ‘dobbiamo reagire’. Grasso dice cose giuste”.

“Non c’è democrazia senza verità. Questo è il tempo della verità. Chi c’è dietro le stragi del ’92 e ’93? Chi c’è dietro le bombe contro il mio governo di allora? Il Paese ha il diritto di saperlo, per evitare che quella stagione si ripeta…”. Dopo la denuncia di Piero Grasso 1, dopo l’appello di Walter Veltroni 2, ora anche Carlo Azeglio Ciampi chiede al governo e al presidente del Consiglio di rompere il muro del silenzio, di chiarire in Parlamento cosa accadde tra lo Stato e la mafia in uno dei passaggi più oscuri della nostra Repubblica.

L’ex presidente, a Santa Severa per un weekend di riposo, è rimasto molto colpito dalle parole del procuratore nazionale antimafia, amplificate dall’ex leader del Pd. E non si sottrae a una riflessione e, prima ancora, a un ricordo di quei terribili giorni di quasi vent’anni fa. “Proprio la scorsa settimana ho parlato a lungo con Veltroni, che è venuto a trovarmi, di quelle angosciose vicende. E ora mi ritrovo al 100 per cento nei contenuti dell’intervista che ha rilasciato a “Repubblica”. Quelle domande inevase, quel bisogno di sapere e di capire, riflettono pienamente i miei pensieri. Tuttora noi non sappiamo nulla di quei tragici attentati. Chi armò la mano degli attentatori? Fu solo la mafia, o dietro Cosa Nostra si mossero anche pezzi deviati dell’apparato statale, anzi dell’anti-Stato annidato dentro e contro lo Stato, come dice Veltroni? E perché, soprattutto, partì questo attacco allo Stato? Tuttora io stesso non so capire… “.

Il ricordo di Ciampi è vivissimo. E il presidente emerito, all’epoca dei fatti presidente del Consiglio di un esecutivo di emergenza, che prese in mano un Paese sull’orlo del collasso politico (dopo Tangentopoli) e finanziario (dopo la maxi-svalutazione della lira) non esita ad azzardare l’ipotesi più inquietante: l’Italia, in quel frangente, rischiò il colpo di Stato, anche se è ignoto il profilo di chi ordì quella trama. “Il mio governo fu contrassegnato dalle bombe. Ricordo come fosse adesso quel 27 luglio, avevo appena terminato una giornata durissima che si era conclusa positivamente con lo sblocco della vertenza degli autotrasportatori. Ero tutto contento, e me ne andavo a Santa Severa per qualche ora di riposo. Arrivai a tarda sera, e a mezzanotte mi informarono della bomba a Milano. Chiamai subito Palazzo Chigi, per parlare con Andrea Manzella che era il mio segretario generale. Mentre parlavamo al telefono, udimmo un boato fortissimo, in diretta: era l’esplosione della bomba di San Giorgio al Velabro. Andrea mi disse “Carlo, non capisco cosa sta succedendo…”, ma non fece in tempo a finire, perché cadde la linea. Io richiamai subito, ma non ci fu verso: le comunicazioni erano misteriosamente interrotte. Non esito a dirlo, oggi: ebbi paura che fossimo a un passo da un colpo di Stato. Lo pensai allora, e mi creda, lo penso ancora oggi… “.

Resta da capire per mano di chi. Su questo Ciampi allarga le braccia. “Non so dare risposte. So che allora corsi come un pazzo in macchina, e mi precipitai a Roma. Arrivai a Palazzo Chigi all’una e un quarto di notte, convocai un Consiglio supremo di difesa alle 3, perché ero convinto che lo Stato dovesse dare subito una risposta forte, immediata, visibile. Alle 4 parlai con Scalfaro al Quirinale, e gli dissi “presidente, dobbiamo reagire”. Alle 8 del mattino riunii il Consiglio dei ministri, e subito dopo partii per Milano. Il golpe non ci fu, grazie a dio. Ma certo, su quella notte, sui giorni che la precedettero e la seguirono, resta un velo di mistero che è giunto il momento di squarciare, una volta per tutte”. La certezza che esponeva ieri Veltroni è la stessa che ripete Ciampi: non furono solo stragi di mafia, ed anzi, sulla base delle inchieste si dovrebbe smettere di definirle così. Furono stragi di un “anti-Stato”, ancora tutto da scoprire. E come Veltroni anche Ciampi aggiunge un dubbio: perché a un certo punto, poco dopo la nascita del suo governo, le stragi cominciano? E perché, a un certo punto, dopo gli eccidi di Falcone e Borsellino, le stragi finiscono? Perché la mafia comincia a mettere le bombe? Perché la mafia smette di mettere le bombe?

È lo scenario ipotizzato dal procuratore Grasso: gli attentati servirono forse a preparare il terreno alla nascita di una nuova “entità politica”, che doveva irrompere sulla scena tra le macerie di Mani Pulite. Un “aggregato imprenditoriale e politico” che doveva conservare la situazione esistente. Quell’entità, quell’aggregato, secondo questo scenario, potrebbe essere Forza Italia. Nel momento in cui quel partito si prepara a nascere, e siamo al ’94, Cosa Nostra interrompe la strategia stragista. È uno scenario credibile? Ciampi non si avventura in supposizioni: “Non sta a me parlare di tutto questo. Parlano gli avvenimenti di quel periodo. Parlano i fatti di allora, che sono quelli richiamati da Grasso. Il procuratore antimafia dice la verità, e io condivido pienamente le sue parole”.

Per questo, in nome di quella verità troppo a lungo negata, l’ex capo dello Stato oggi rilancia l’appello: è sacrosanto che chi sa parli. Ed è sacrosanto, come chiede Veltroni, che “Berlusconi e il governo non tacciano”, perché la lotta alla mafia non è questione di parte, “ma è il tema bipartisan per eccellenza”. Si apra dunque una sessione parlamentare, dedicata a far luce su quegli avvenimenti. Perché il clima che si respira oggi, a tratti, sembra pericolosamente rievocare quello del ’92-’93. Ciampi stesso ne parlerà, in un libro autobiografico scritto insieme ad Arrigo Levi, che uscirà per “il Mulino” tra pochi giorni. “Lì è tutto scritto, ciò che accadde e ciò che penso. Così come lo riportai, ora per ora, sulle mie agende dell’epoca… “. Deve restare memoria, di tutto questo. Ma insieme alla memoria deve venir fuori anche la verità. “Perché senza verità – conclude l’ex presidente della Repubblica – non c’è democrazia”.

Tratto da: La Repubblica

Quando il Cavaliere intercettava – Pino Corrias – Voglio Scendere

Quando il Cavaliere intercettava – Pino Corrias – Voglio Scendere.

bertolotti de pirro
da Vanity Fair del 26 maggio 2010

Prima tradito dalle molte intercettazioni telefoniche tipo: “Toglietemi Santoro dai piedi” oppure “Parliamo di come sistemare le mie fanciulle nelle fiction”, poi umiliato dalle registrazioni di Patrizia D’Addario sul lettone di Putin (“dovresti masturbarti più spesso”) il Cavaliere vuole cancellare la libertà di cronaca in Italia, punire i giornalisti, annichilire gli editori, stravolgere il dettato costituzionale su due libertà essenziali a ogni democrazia, il dovere della stampa di informare, il diritto dell’opinione pubblica di sapere.  Ma c’era un tempo non troppo remoto in cui al Cavaliere piaceva moltissimo intercettare. Aveva fatto nascondere in vari punti del suo villone di Arcore (e poi anche a Palazzo Grazioli) dei microfoni in grado di registrare la voce degli ospiti. Era il 1997. Voleva convincere un tale D’Adamo, costruttore milanese in gravi difficoltà finanziarie, a infangare Antonio Di Pietro. Intendeva, con la registrazione, forzare la testimonianza del costruttore, spingerlo davanti ai giudici di Brescia che indagavano l’ex pm di Mani Pulite.

L’idea di incastrare inconsapevoli ospiti non era sua. L’aveva ereditata dal suo principale mentore, Bettino Craxi, che negli anni del suo massimo potere, usava nascondere tra i libri del suo studio, in piazza Duomo 19, una serie di microfoni che attivava con un tasto segreto. Miserie della politica. Forme preventive di autodifesa e attacco.
Il Cavaliere di oggi deplora quello che ieri praticava illegalmente. E pretende di vietare le registrazioni ai magistrati che invece ne fanno un uso legale, non per incastrare innocenti, ma per perseguire colpevoli.
(Vignetta di Bertolotti e De Pirro)

Antimafia Duemila – Mercanti di leggi

Fonte: Antimafia Duemila – Mercanti di leggi.

di Lorenzo Baldo – 26 maggio 2010
Questione di tempo. Ormai è solo una questione di tempo e il famigerato Ddl sulle intercettazioni diventerà legge. In uno schizofrenico mercanteggiare su una futura legge, schizzano da una parte all’altra offerte e rifiuti da parte di entrambi gli schieramenti politici.

La maggioranza litiga su come imbavagliare meglio la stampa e annientare definitivamente gli strumenti a disposizione della magistratura. L’opposizione (o pseudo tale) protesta a corrente alternata, scalpita, ipotizza rivolte, poi però non si unisce compatta per bocciare, senza se e senza ma, una riforma liberticida.
Come è ipotizzabile trovare compromessi tali da poterla condividere? Tra inciuci e accordi vari abbiamo assistito ad uno spettacolo squallido che è arrivato al suo compimento finale. In un altro Paese una vera opposizione non avrebbe permesso che ciò accadesse.
Giustizia e informazione verranno immolate sull’altare di una delle peggiori leggi ad personam. La Costituzione verrà violata e vilipesa nei suoi pilastri portanti. All’orizzonte si profila l’incognita della firma di un presidente della Repubblica tra i più consenzienti che la storia ricordi.
Poi più nulla. Da scrivere o da dire nei pubblici dibattiti.
Se da una parte il mondo del giornalismo fa fronte comune e preannuncia la disobbedienza civile attraverso la pubblicazione delle notizie, dall’altro lato la magistratura si prepara al peggio.
E se anche la metà del Paese si è assuefatto all’incantatore di serpenti che ci governa, arrivando a sostenere ogni sua aberrazione, c’è un’altra metà che tenta di evitare lo scempio della democrazia.
Come cittadini non resterà quindi che appellarci alla Corte di Strasburgo, la Corte europea per i diritti dell’uomo di Strasburgo. A fronte di una legge che violerà il diritto di tutti a essere informati e il dovere dei giornalisti a informarli correttamente e completamente (non con il riassunto) ci appelleremo alla Corte per far disapplicare immediatamente quelle norme giudicate contrarie alla convenzione.
Dei gravissimi rischi per la libertà di informazione abbiamo discusso ampiamente e continueremo a farlo. Ne va del nostro futuro. Ma non spostiamo nemmeno un attimo l’attenzione dai rischi ulteriormente gravi nei quali incorrerà la magistratura a discapito della giustizia. In toto.
Lo strumento delle intercettazioni diventerà una sorta di feticcio del tutto inutile.
Le intercettazioni telefoniche non potranno durare per più di 75 giorni e dovranno essere autorizzate da un collegio formato da 3 giudici. Il governo si ostina a gridare ai quattro venti che da queste limitazioni saranno esclusi i reati di mafia e terrorismo. Non è così. Come è noto spesso si scopre che un reato è di mafia o terrorismo solamente dopo che si è fatta l’indagine su quel reato. Ad esempio la percentuale dei casi in cui un procedimento che ha avuto come causa investigativa iniziale e terminale un reato di mafia è solamente del 40-50%. Mentre c’è tutta un’altra galassia di indagini che approdano all’ipotesi di mafia pur nascendo da altre ipotesi di reato.
Anche le indagini su reati di stupro, stalking, rapina e pedofilia subiranno forti contraccolpi.
Addio a possibili nuove indagini su mafia e colletti bianchi, così come a indagini su mafia e pizzo e a seguire tutti i reati collegati alle organizzazioni criminali.
Non si potranno intercettare gli agenti segreti senza avere prima avvertito il governo dal quale dipendono.
E se un magistrato farà una conferenza stampa per spiegare un’operazione di polizia con l’arresto di uno o più mafiosi, non potrà poi seguire il relativo processo (in quanto ne ha parlato pubblicamente) e dovrà cedere il caso a un altro magistrato.
E’ evidente che il prossimo passo sarà la riforma del processo penale, per realizzare il vero obiettivo che è quello della sottoposizione dei pubblici ministeri all’esecutivo.
Con la riforma del processo verrà di fatto tolto al pm il potere d’iniziativa demandandolo alla polizia giudiziaria.
Non possiamo dimenticarci che tutte le più grandi inchieste sono nate d’iniziativa del pm e condotte dagli ufficiali di polizia giudiziaria che operavano sotto le direttive di un organo indipendente. Né tanto meno possiamo scordarci che un funzionario di polizia o un ufficiale dei carabinieri e della guardia di finanza può essere rimosso senza problemi dal Ministro competente. Come possiamo quindi illuderci che questi ultimi potranno essere liberi di avviare l’azione penale?
Il problema degli attacchi continui all’indipendenza e all’autonomia della magistratura affonda le sue radici più profondamente di quanto non si veda in superficie.
Poteri criminali come la mafia o altri sono stati molto spesso parte integrante dello Stato. Un corpo unico con due teste pensanti, che hanno vibrato e che vibrano all’unisono per determinare decisioni fondamentali. Un reale do ut des perpetrato nell’ultimo secolo, e ancor prima. Con una classe dirigente che ha costruito il potere anche facendo affari con la criminalità.
La riforma sulle intercettazioni rientra perfettamente in questo progetto antidemocratico nel quale i cittadini diverranno sudditi ignari dei crimini che si stanno compiendo e dove la giustizia e l’informazione saranno solo l’ombra di ciò che rappresentano. La responsabilità della politica (di quella che rimane) e della società civile resta altissima. A noi scegliere da che parte stare.
Tutto il resto verrà scritto poi nei testi apocrifi di qualche eretico.

Antonio Di Pietro: Blog: di rettifica si chiude

…e questo di Berlusconi sarebbe il governo delle libertà? Se la legge venisse approvata bisognerà trasferire tutti i blog all’estero dove la legislazione berlusconiana-fascista-stalininsta non è valida.

Antonio Di Pietro: Blog: di rettifica si chiude.

La cosa più sconvolgente del disegno di legge sulle intercettazioni approvato dalla Commissione Giustizia del Senato è che più si va avanti nell’iter legislativo e più viene peggiorato. Ciascun esponente della maggioranza vuole aggiungerci qualcosa di suo per lasciare il suo segno indelebile di censore e far piacere al capo.

Al centro della censura sarà soprattutto chi – come molti di voi – scrive notizie in rete. Perché con queste nuove norme tutti i siti (anche quelli amatoriali e non registrati come testate giornalistiche) diventano come i giornali, soggetti quindi all’obbligo di rettifica regolato dalla “Legge sulla stampa”.

Qualsiasi persona che sarà citata su un sito o blog potrà fare richiesta di rettifica: in questo caso, il blogger deve pubblicarla entro quarantotto ore dalla richiesta, con le stesse caratteristiche grafiche, la stessa metodologia di accesso al sito e la stessa visibilità della notizia cui si riferiscono”. Per chi non rispetta tempi e modi previsti, la sanzione non è irrisoria: si rischia una multa fino a 12.500 euro.

Questo vuol dire che dietro un blog o un sito amatoriale deve sempre essere disponibile qualcuno per pubblicare la rettifica. Il blogger non può andare più in vacanza, assentarsi il fine settimana, decidere di prendersi un periodo di pausa dalla rete.

Oppure ci si immagina che dietro ciascun portale – anche amatoriale – ci sia sempre una redazione. È la tomba della libertà di informazione in rete. Soprattutto ora che si è visto che grazie a Internet si possono creare mobilitazioni importanti, senza la necessità di grandi risorse economiche o dell’appoggio dei grandi giornali.

Non sorprende questo accanimento censorio contro la libera circolazione delle idee: è tipico dei regimi in agonia. La storia lo insegna, da Mussolini a Ceausescu. Nel momento di esalare l’ultimo respiro i dittatori hanno stretto sempre più le loro maglie censoree. Ma più lo facevano e più le voci dell’opposizione si alzavano forti. Per questo è venuto il momento di urlare il nostro rifiuto. Più forte sarà e prima arriverà la fine del regime berlusconiano.

Paolo Franceschetti: Veltroni a Che tempo che fa.

Veltroni dice cose buone, ma non mi convince. Lui è stato vice presidente del consiglio e segretario del PD, perché queste cose non le ha denunciate prima? A quei tempi dormiva beatamente. E’ forse giunto il tempo di svelare i segreti passati per aiutare il parto del nuovo equilibrio di poteri occulti post-berlusconiani? In ogni caso Veltroni è anche stato a una delle riunioni dei Bildberger, perchè non ce ne parla? Certo prodi è un assiduo frequentatore delle riunioni Bildberger. Ci hanno già fregati, non ci casco più. E perchè Veltroni continua a parlare bene dell’euro che è una moneta emessa da una banca privata per creare debito pubblico e profitto privato?

Fonte: Paolo Franceschetti: Veltroni a Che tempo che fa..

Alcune frasi dette da Veltroni in trasmissione:

– A noi hanno raccontato che Ustica era stato un cedimento strutturale. Ora tutti hanno capito che non è così.

– Borsellino e Falcone sono stati uccisi da parti dello Stato.

– Il cervello della mafia è nella finanza.

– La mafia non ha mai fatto stragi. Perché invece di ucciderlo a Roma usa le stragi? Perché fanno le stragi davanti al patrimonio culturale?

– Il nostro è un paese divorato da questi centri oscuri.

– Non possiamo accettare che ci siano personalità della finanza che vanno in giro tranquille, e che ci sia un giovane scrittore come Saviano che è attaccato dal presidente del Consiglio.

– Il controstato obbedisce ad interessi finanziari e politici.

– Può succedere qualcosa di molto brutto… una crisi finanziaria produsse nel ’29 il nazismo; “nei momenti di crisi bisogna generare il cambiamento”.

Il discorso è interessante anche per altri passaggi, come quello in cui allude alla necessità di riformare il sistema bancario.

Nel discorso Veltroni plaude a Obama, lodandone la politica; e plaude all’Unione Europea.
E non menziona mai la massoneria, ci mancherebbe. La chiama “grumo” di interessi.

Antimafia Duemila – Quelle bombe del ’93

Fonte:Antimafia Duemila – Quelle bombe del ’93.

di Alfonso Sabella – 25 maggio 2010
La prefazione al libro della giornalista Silvia Resta “La bomba di Firenze”.

Qualcuno, e già all’epoca, le definì le “bombe intelligenti”. In un Paese già minato alle fondamenta dallo scandalo di tangentopoli e con i partiti tradizionali allo sbando, quegli ordigni esplosi a Firenze, Roma e Milano avevano messo praticamente in ginocchio l’Italia e determinato nella società civile un senso di inquietudine e di insicurezza almeno pari a quello conseguente al sequestro e all’uccisione di Aldo Moro.  Nelle Procure siciliane tutti avevamo capito che si trattava di bombe “diverse”: diverse da quella che, per ammazzare Giovanni Falcone, nel maggio del ‘92, aveva fatto saltare in aria due tronconi di autostrada a Capaci. E diverse anche da quell’altra che, due mesi dopo, aveva ucciso Paolo Borsellino, e che già in sé ci era parsa parecchio “strana”. Almeno per i tempi in cui si era deciso di farla esplodere.  Eppure era sempre esplosivo di mafia. Era sempre Cosa Nostra che, con i suoi uomini, aveva collocato quelle bombe.

Quando, più in là, andremo avanti con le indagini, scopriremo un’altra caratteristica del tritolo del ‘93.  I carnefici che l’avevano sistemato e fatto deflagrare non erano, come a Capaci e a via d’Amelio, i cosiddetti uomini d’onore.  Non c’erano capimandamento, reggenti, consiglieri e sottocapi sotto la Torre del Pulci a Firenze, o a San Giovanni in Laterano a Roma, ma solo semplici fiancheggiatori di Cosa Nostra, semplici ladri e rapinatori arruolati quasi per l’occasione: praticamente dei “vuoti a perdere” che non potevano avere idea per quale ragione e nell’interesse di chi avevano commesso quelle stragi.  Si disse anche, paradossalmente, che erano “bombe di pace”. Con le stragi siciliane di Capaci e via d’Amelio Cosa Nostra aveva dichiarato guerra allo Stato, con quelle del Continente dell’anno successivo, invece, la mafia avrebbe cercato di dialogare con le Istituzioni. Lo scopo sarebbe stato quello di trattare per ottenere le solite cose: revisione dei processi, abrogazione della legge sui pentiti, abolizione del 41 bis, scarcerazione dei vecchi boss malati…  In cambio si offriva, appunto, la pace e la tranquillità del Paese.

Ma allora perché non minacciarle le stragi? Perché non collocare 300 chili di semtex sotto la Torre di Pisa e avvisare le Forze di Polizia? Perché non riempire le spiagge di Rimini e Riccione di siringhe infette e telefonare al Comune? «Questa volta ve lo abbiamo detto per tempo ma la prossima…».  Non sono esempi di fantasia: erano proprio queste le idee che avevano a quei tempi tanti capimafia preoccupati per la dimostrazione di impegno che lo Stato stava manifestando contro la criminalità organizzata, mandando i suoi uomini migliori a Palermo e munendoli, finalmente, di efficaci strumenti materiali e normativi.  Perché allora la mafia decise di passare dalla minaccia all’esecuzione? Cos’era questa incomprensibile vocazione suicida di Cosa Nostra?  Già, nel luglio 1992 mentre i soliti garantisti, pur dopo la strage di Capaci, avanzavano dubbi sulla necessità di misure straordinarie antimafia, la mafia aveva fugato ogni loro perplessità uccidendo Paolo Borsellino. A un anno di distanza, mentre tutte le forze sane del Paese erano impegnate a contrastarla, Cosa Nostra, invece di sommergersi e far dimenticare della sua stessa esistenza secondo la logica tutta siciliana del “calati juncu ca’ passa la china”, continuava in quella strategia di morte e distruzione che non poteva portare nulla di buono per i suoi affiliati.  E allora, tutta questa “intelligenza”?

I mafiosi che avevo conosciuto, in fondo, erano uomini piccoli, forse furbi ma con concetti elementari. Totò Riina, da contadino qual era, investiva la maggior parte dei proventi miliardari della sua attività criminale in terreni agricoli; Giovanni Brusca, più giovane e cittadino, in appartamenti, orologi di marca e in qualche impresa edile; i Vitale di Partinico, allevatori, compravano masserie, vacche e pecore; e lo stesso Giuseppe Graviano, che pur frequentava ambienti, come si usa dire a Palermo, più cool, si era limitato a investire in valuta pregiata e titoli di Stato.  E allora a chi, in realtà, facevano comodo quelle bombe e, soprattutto, di chi era quell’“intelligenza”?  Nessuno dei collaboratori di Giustizia che ho interrogato e che aveva in qualche modo collaborato a quelle stragi è stato in grado di rivelare il motivo per cui le avevano eseguite. Erano semplici soldati, meri esecutori di ordini. Del tutto inutile era stato contestare loro che, con quelle bombe, avevano di fatto solo contribuito a rafforzare la determinazione dello Stato nel contrasto alla mafia e, in pratica, a determinare l’inizio della fine di Cosa Nostra: decine e decine di mafiosi latitanti arrestati, arsenali sequestrati, patrimoni miliardari confiscati, centinaia di condanne all’ergastolo o a decenni di carcere.

Insomma un pessimo affare per i boss.  Cui prodest? A chi interessa? È la prima domanda che un investigatore deve porsi quando inizia a lavorare su un delitto. E noi ce la siamo posta tante volte e tante volte abbiamo trovato ipotesi credibili, anche se tutte le verifiche compiute non hanno finora mai raggiunto la dignità necessaria per sfociare in provvedimenti giudiziari.  Del resto nel nostro Paese ormai il livello probatorio necessario per far condannare qualcuno che sia diverso da un extracomunitario clandestino o da un disperato simile deve essere elevatissimo; e più è influente la persona su cui si indaga più questo livello deve innalzarsi. In certi casi – e da magistrato mi dispiace riconoscerlo – purtroppo ci si deve fermare, si deve prendere atto che la tua ipotesi investigativa, per quanto verosimile e riscontrata, non ha alcuna possibilità concreta di essere confermata da una sentenza emessa in nome del Popolo italiano.  La protagonista di questo romanzo di pura fantasia, un’invenzione narrativa che trae mero spunto dalla strage di via dei Georgofili, infatti non è un pubblico ministero, né un poliziotto o un carabiniere, ma una giovane reporter americana. Dunque proprio il personaggio giusto per indagare sulle ragioni dell’attentato alla più importante pinacoteca del mondo, il Museo degli Uffizi.  Forse solo una persona non soggetta alle ferree e pur necessarie regole dell’attività giudiziaria, ma soprattutto libera, anche perché straniera, da condizionamenti esterni poteva approfondire la vicenda con arguzia, acume e una consistente dose di spregiudicatezza. Forse solo un corrispondente di un giornale estero potrebbe andare avanti, in piena autonomia, in un’inchiesta così delicata senza preoccuparsi delle conseguenze, ma con l’unico scopo di accertare la verità, o qualcosa di vicino a questa, senza paura di censure, ritorsioni, delegittimazioni. Ma si tratta, appunto, solo di fantasia.

* Magistrato

Tratto da: liberainformazione.org