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Caduti di guerra in missione di pace

Fonte: Caduti di guerra in missione di pace.

Due nuove vittime entrano nel novero dei soldati italiani che hanno trovato la morte in Afghanistan, dove l’esercito ormai da molti anni è impegnato nel portare avanti la guerra coloniale statunitense voluta da Bush e “coccolata” dal Nobel per la pace Barack Obama.
Due vittime e altri due feriti che, come sempre accade, campeggiano sulle prime pagine e nei titoli d’apertura dei TG, dimostrando in maniera inequivocabile come ormai gli unici morti sul lavoro degni di menzione ed in grado di suscitare la “commozione popolare” siano i soldati in missione di guerra all’estero.
Gli altri, quelli che lavorano nelle fabbriche, muoiono sulle strade, in agricoltura o nell’edilizia contano invero molto poco e possono meritare al più qualche trafiletto nelle cronache locali. In fondo che razza di eroi sarebbero, non portano certo in guerra il tricolore (o se preferite bandiera stelle e strisce) loro.

A margine delle false “lacrime” trasudanti ipocrisia e dell’ormai stantio teatrino imbastito dal mondo politico e giornalistico… si riaffacciano sulla scena anche le solite considerazioni sull’opportunità delle “nostre” missioni militari all’estero, dove siamo impegnati a combattere le guerre degli Stati Uniti e d’Israele.
Considerazioni, questa volta portate timidamente dalla Lega e dal Pd, che non hanno altro scopo se non quello di dirottare la reazione emotiva del momento verso riflessioni cariche di razionalità, in virtù delle quali la guerra è una cosa brutta, il sacrificio che stiamo pagando in termini di vite umane pesante, ma lo scopo della carneficina (spesso avente per oggetto donne e bambini) in fondo troppo nobile perché si possa pensare di defezionare dagli impegni presi.

Le missioni militari all’estero rappresentano qualcosa di aberrante, a prescindere da quale sia il prezzo che paghiamo in termini di vite umane. Lo sono perché comportano l’occupazione in armi di stati sovrani, lo sterminio giornaliero di civili, la prevaricazione nei confronti di culture spesso millenarie.

Ma rappresentano anche un cortocircuito logico di portata enorme, alla luce della situazione economica che stiamo vivendo.
Gli italiani che, secondo le fonti giornalistiche più autorevoli, già nel 2006 faticavano oltremisura per “arrivare a fine mese” e nel frattempo si sono ulteriormente impoveriti, sono in attesa (almeno quei pochi che l’hanno subodorata) della maxi stangata lacrime e sangue imposta dalla UE e supinamente accettata con acquiescenza dal governo. Tremonti, uomo di belle parole e bruttissimi fatti, sussurra e bofonchia frasi sconnesse, come un bimbo che abbia paura di dire alla mamma tutta la verità. Una verità che si esprime in una sola parola: tagli.

Tagli delle spese per il sociale, dei salari, delle pensioni, delle prospettive occupazionali, perché i tagli sono l’unica vera direttiva imposta dalla UE per dirottare verso le banche ed i mercati finanziari sempre più ingenti quantità di denaro.
La logica vorrebbe si tagliassero come prima cosa i finanziamenti miliardari per le missioni militari, anziché l’occupazione, la scuola e gli ospedali. Ma la logica spesso non è che un miraggio inarrivabile.

Qualche considerazione fine a sé stessa, utile per imbonire una parte dell’elettorato. Qualche lacrima d’ipocrita contrizione per far leva sull’amor patrio degli altri elettori.
Qualche dotto proclama che parli il linguaggio del pragmatismo, l’importante è in fondo che la commedia continui come e meglio di prima.

Antimafia Duemila – Via dalla guerra in Afghanistan!

Fonte: Antimafia Duemila – Via dalla guerra in Afghanistan!.

Flavio Lotti: La politica si assuma le sue responsabilità. Altrimenti questa guerra non avrà più fine. La Rai aiuti gli italiani a capire cosa bisogna fare.

A poche ore dall’uccisione di due militari italiani in Afghanistan, all’indomani della Marcia per la pace Perugia-Assisi, Flavio Lotti, coordinatore nazionale della Tavola della pace ha scritto un articolo pubblicato sul sito www.perlapace.it .

“Il dolore dei familiari dei soldati uccisi e l’angoscia di quelli feriti gravemente è anche il nostro. E’ un dolore forte che ci deve spingere a fare qualcosa in più per fermare e non continuare a combattere questa guerra.

I nostri giovani soldati muoiono perché il governo continua a scaricare sui militari il compito di risolvere un problema che i militari non hanno nessuna possibilità di risolvere. Per questo il mostro della guerra continua da nove anni a fare stragi di vite umane, di legalità, di diritto e di diritti.

L’Italia deve uscire da questa guerra. Subito.

L’Italia deve abbandonare la via della guerra e impegnarsi a costruire un’alternativa politica alla guerra senza limiti.

Al Parlamento chiediamo di convocare subito una seduta straordinaria dedicata alla guerra in Afghanistan, alla revisione della politica dell’Italia e delle iniziative urgenti da assumere a livello nazionale e internazionale.

Alla Rai, servizio pubblico, e a tutto il mondo dell’informazione, chiediamo di organizzare un serio dibattito sulla guerra in Afganistan per aiutare gli italiani a capire cosa è accaduto, cosa sta succedendo e come si può fare per evitare di continuare a piangere inutilmente.

Chiediamo che a parlare non siano invitati solo i militari e i cosiddetti “esperti” ma anche i costruttori di pace, quelli che ieri hanno partecipato alla Marcia per la pace Perugia-Assisi, quelli che lavorano tutti i giorni per evitare queste inutili stragi”.

Perugia, 17 maggio 2010


L’articolo completo sul sito www.perlapace.it

Antimafia Duemila – Gaza, le armi proibite

Fonte: Antimafia Duemila – Gaza, le armi proibite.

di Luca Galassi – 12 maggio 2010
Studio del New Weapons Research Group rivela che la presenza di metalli tossici nei tessuti e’ prova dell’utilizzo di armi sconosciute nelle offensive israeliane nella Striscia.
Un nuovo studio del New Weapons Research Group (Nwrg) ha rivelato che a Gaza gli israeliani hanno utilizzato armi contenenti metalli tossici e sostanze carcinogene. Per la prima volta sono stati analizzati tessuti di persone ferite nella Striscia durante le operazioni militari del 2006 e del 2009.

La commissione di scienziati del Nwrg ha coordinato tre universita’ (La Sapienza di Roma, l’universita’ di Chalmer in Svezia e quella di Beirut in Libano) nella raccolta e nell’analisi dei dati. La ricerca, che ha messo a confronto il contenuto di 32 elementi rilevati dalle biopsie, mostra come nelle offensive siano state utilizzate armi sconosciute, che non lasciano schegge o frammenti nel corpo, ma metalli e sostanze i cui effetti possono provocare anche mutazioni genetiche.

Sono stati analizzati 16 campioni di tessuto appartenenti a 13 vittime, prelevati dall’ospedale Shifa di Gaza, e individuati quattro tipi di ferite: carbonizzazione, bruciature superficiali, bruciature da fosforo bianco e amputazioni. Elementi chimici come alluminio, rame, bario, mercurio e vanadio sono stati individuati nelle persone amputate; sempre alluminio, rame, cobalto, e mercurio nelle ferite da fosforo bianco; piombo e uranio in tutte le ferite; arsenico, manganese, cadmio e cromo in tutte le ferite eccetto quelle da fosforo bianco; nichel solo nelle amputazioni. Alcuni di questi elementi sono carcinogeni, altri potenzialmente carcinogeni, altri tossici per il feto. Mercurio, arsenico, cadmio, cromo, nichel e uranio possono portare a mutazioni genetiche. Cobalto e vanadio producono mutazioni genetiche negli animali ma non e’ dimostrato che facciano altrettanto nell’uomo. Alluminio, mercurio, rame, bario, piombo, manganese hanno effetti tossici e provocano danni per il nascituro, nel caso di donne incinte, essendo in grado di oltrepassare la placenta e danneggiare embrione o feto. Tutti i metalli possono determinare patologie croniche ai danni dell’apparato respiratorio, renale, riproduttivo e della pelle.

“Nessuno – spiega Paola Manduca, docente di genetica all’università di Genova e portavoce del New Weapons Research Group – aveva mai condotto questo tipo di analisi bioptica su campioni di tessuto appartenenti a feriti. Noi abbiamo focalizzato lo studio su ferite prodotte da armi che non lasciano schegge e frammenti perché ferite di questo tipo sono state riportate ripetutamente dai medici a Gaza e perché esistono armi sviluppate negli ultimi anni con il criterio di non lasciare frammenti nel corpo. Abbiamo deciso di usare questo tipo di analisi per verificare la presenza, nelle armi che producono ferite amputanti e carbonizzanti, di metalli che si depositano sulla pelle e dentro il derma nella sede della ferita”.

“La presenza – prosegue – di metalli in queste armi che non lasciano frammenti era stata ipotizzata, ma mai provata prima. Con nostra sorpresa, oltre a identificare i metalli presenti nelle armi amputanti, anche le bruciature da fosforo bianco contengono metalli in quantità elevate. La presenza di metalli in tutte queste armi implica anche la loro diffusione nell’ambiente in quantità ed in un’area di dimensioni a noi ignote, variabili secondo il tipo di arma. Questi metalli sono dunque anche inalati dalla persona ferita e da chi si trovava nelle adiacenze anche dopo l’attacco militare. La presenza di questi metalli comporta così un rischio sia per le persone coinvolte direttamente, che per quelle che invece non sono state colpite”.

Tratto da: it.peacereporter.net

ComeDonChisciotte – LA GUERRA E’ PACE. L’IGNORANZA E’ FORZA

Ma Obama è veramente un uomo di pace?

Fonte: ComeDonChisciotte – LA GUERRA E’ PACE. L’IGNORANZA E’ FORZA.

DI JOHN PILGER
newstatesman.com

Barack Obama, vincitore del Nobel per la Pace del 2009, sta pianificando una nuova guerra da aggiungere al suo già straordinario elenco.

I suoi agenti in Afghanistan regolarmente distruggono feste matrimoniali, contadini e lavoratori edili con armi di ultima generazione come il missile Hellfire (fuoco infernale), che risucchia l’aria dai polmoni. Secondo le Nazioni Unite, 338.000 bambini afghani stanno morendo sotto la coalizione guidata da Obama, che permette di spendere soltanto 29 dollari all’anno pro capite in cure mediche.

Nel giro di poche settimane dalla nomina, Obama ha iniziato una nuova guerra in Pakistan, che ha spinto più di un milione di persone ad abbandonare le loro case. Minacciando l’Iran – che il suo segretario di stato, Hillary Clinton ha dichiarato di esser pronta ad “annientare” – Obama mentì nel dire che gli Iraniani stavano occultando una “programma nucleare segreto”, pur sapendo che ciò era già stato segnalato all’Autorità Internazionale per l’Energia Atomica (IAEA). D’accordo con l’unica potenza nucleare in Medio Oriente, ha corrotto l’Autorità Palestinese inducendola a respingere la delibera delle Nazioni Unite secondo cui Israele aveva commesso crimini contro l’umanità nella sua aggressione a Gaza – crimini resi possibili dall’uso di armi inviate dagli Stati Uniti con la segreta approvazione di Obama prima del suo insediamento.

Nel suo paese, l’uomo di pace ha approvato una spesa militare di molto superiore a quella di qualsiasi anno dalla fine della Seconda Guerra Mondiale, nel bel mezzo di un nuovo tipo di repressione interna. Durante il recente incontro del G20, ospitato a Pittsgurgh da Obama, la polizia militarizzata attaccava pacifici dimostranti con qualcosa, mai visto prima per le strade americane, chiamato Long Range Acoustic Device (nella foto). Montato sulla torretta di un piccolo automezzo militare, il dispositivo emetteva un rumore acuto, mentre indiscriminatamente venivano lanciati gas lacrimogeni e irritanti. Fa parte di un nuovo armamentario “per il controllo delle masse” fornito da appaltatori militari quali Raytheon. Nello “stato di sicurezza nazionale” controllato dal Pentagono, il campo di concentramento di Guantanamo Bay, che Obama promise di chiudere, rimane aperto, e imprigionamenti arbitrari, assassinii segreti e torture continuano.

L’ultima guerra del neo premio Nobel per la Pace è in gran parte segreta. Il 15 luglio Washington ha stipulato un accordo con la Colombia che garantisce agli Stati Uniti sette basi militari giganti. “L’idea – ha riferito l’Associated Press – è quella di fare della Colombia un centro regionale per le operazioni del Pentagono… quasi metà del continente può essere coperto da un C-17 [aereo da trasporto militare] senza doversi rifornire, il che ci aiuta nella nostra strategia di presenza sul territorio”.

Tradotto questo significa che Obama sta progettando una “involuzione” dell’indipendenza e della democrazia che le popolazioni di Bolivia, Venezuela, Equador e Paraguay hanno ottenuto contro ogni aspettativa, assieme ad una storica cooperazione regionale che respinge il concetto di una “sfera d’influenza” degli Stati Uniti. Il regime colombiano, che appoggia gli squadroni della morte e che ha il peggior record del continente per i diritti umani, ha ricevuto aiuti militari dagli Stati Uniti secondi in proporzione soltanto ad Israele. La Gran Bretagna fornisce l’addestramento militare. Guidati da satelliti militari americani, i paramilitari colombiani stanno infiltrandosi in Venezuela con l’obiettivo di rovesciare il governo democratico di Hugo Chàvez, cosa che non riuscì a George Bush nel 2002.

La guerra alla pace e alla democrazia in America Latina di Obama segue uno stile da lui dimostrato a partire dal colpo di stato ai danni del presidente democratico dell’Honduras, Manuel Zelaya, a giugno. Zelaya ha aumentato i minimi salariali, ha concesso sovvenzioni ai piccoli agricoltori, ha tagliato i tassi d’interesse e ridotto la povertà. Progettava di rompere col monopolio farmaceutico degli Stati Uniti e di produrre farmaci generici meno costosi. Nonostante abbia richiesto il reintegro del presidente Zelaya, Obama si rifiuta di condannare i colpevoli del golpe, di richiamare l’ambasciatore americano e di ritirare le truppe americane che stanno addestrando le forze dell’Honduras risolute a sconfiggere la resistenza popolare. A Zelaya è stato ripetutamente negato un incontro con Obama, che ha approvato un prestito di 164 milioni di dollari al regime illegale. Il messaggio è chiaro e noto: i delinquenti possono agire impunemente per conto degli USA.

Obama, il seducente manovratore di Chicago via Harvard, è stato reclutato per recuperare quella da lui definita la “leadership” mondiale. La decisione del comitato per il Premio Nobel è quella specie di nauseante razzismo alla rovescia che ha consacrato quest’uomo per non altra ragione che quella di appartenere ad una minoranza etnica e per il fascino che esercita sulla sensibilità dei liberali, se non sui bambini afghani che uccide. Questa è la Chiamata di Obama. Non è molto diversa dal fischietto per cani: impercettibile ai più, ma irresistibile agli infatuati e alle teste di legno. “Quando Obama entra in una stanza”, esclamava estatico George Clooney, “vuoi seguirlo da qualche parte, ovunque”.

Frantz Fanon, la grande voce della Black Liberation lo aveva capito. Nel suo libro “I dannati della terra” descrive come “La missione dell intermediario non ha niente a che fare col trasformare la nazione: consiste, banalmente, nell’essere l’anello di congiunzione tra la nazione e un capitalismo rampante, benché camuffato”. Siccome il dibattito politico sì è così svuotato nella nostra monocultura mediatica – Blair o Brown, Brown o Cameron – razza, sesso e classe sociale possono essere usati come strumenti seducenti di propaganda e distrazione. Ciò che conta nel caso di Obama, come Fanon faceva notare in un’epoca precedente, non è il rilievo “storico” dell’intermediario, ma è la classe che lui serve. Dopotutto, l’entourage di Bush è stato forse il più multirazziale nella storia della presidenza USA. C’erano Condoleezza Rice, Colin Powell, Clarence Thomas, tutti servitori di un potere estremo e pericoloso.

La Gran Bretagna ha sperimentato su di sè qualcosa di simile allo slancio mistico per Obama. Il giorno dopo le elezioni di Blair nel 1997, The Observer predisse che avrebbe creato “nuove regole mondiali sui diritti umani”, mentre The Guardian si rallegrò al “ritmo incredibile con cui le dighe del cambiamento si spalancarono”…. Quando lo scorso novembre Obama fu eletto, l’on. Denis McShane, un fedelissimo sostenitore dei bagni di sangue di Blair, senza volerlo ci mise in guardia dicendo: “Se chiudo gli occhi quando sento Obama, mi pare di sentire Tony. Sta facendo le stesse cose che facemmo noi nel 1997.”

John Pilger
Fonte: http://www.newstatesman.com
Link: http://www.newstatesman.com/international-politics/2009/10/obama-pilger-war-peace
15.10.2009

Scelto e tradotto per http://www.comedonchisciotte.org a cura di GIANNI ELLENA

IL BEL PAESE DELLE ARMI | Tutto Gambatesa .net

IL BEL PAESE DELLE ARMI | Tutto Gambatesa .net.

di Monica Centofante

C’è un business che non conosce crisi e che in controtendenza con l’andamento generale del mercato è sempre in rapida espansione: è quello delle armi, un comparto in continua crescita con miliardi di dollari di fatturato. E una delle principali fonti di guadagno per il nostro Paese, che dal 1945 in poi si è sempre posizionato tra i primi dieci produttori di armamenti al mondo. A fare la nostra “fortuna”, in particolare, i Paesi del Terzo Mondo, dove da oltre trent’anni esportiamo ogni sorta di arma e di armamento, rendendoci complici di sanguinari conflitti e di violazioni dei diritti umani.
Dal secondo dopoguerra ad oggi, pizza a parte, c’è un solo made in Italy che tra alti e bassi non tramonta mai. E che in tempi di crisi, con un evidente effetto trainante sull’economia, registra un saldo attivo commerciale in netto contrasto con il deficit del Paese.
E’ il mercato delle armi, un comparto aziendale con decine di migliaia di addetti e miliardi di Euro di fatturato. Il fiore all’occhiello dell’economia italiana e uno dei principali responsabili della morte e della distruzione di milioni di vite umane.
Il rapporto annuale del Presidente del Consiglio dei Ministri – (come di consueto) pubblicato a fine marzo di quest’anno e riferito alle attività del 2008 – è coerente con i trend di crescita del settore. Che l’anno scorso ha ottenuto 1880 autorizzazioni all’esportazione per oltre 3 miliardi di Euro: il 28,58% in più rispetto al 2007, con consegne realmente effettuate per 1 miliardo e 800 milioni, autorizzazioni relative a programmi intergovernativi per 2 miliardi e 700 milioni e un volume d’affari di oltre 7 miliardi e 500 milioni di Euro.
Dati che da soli valgono a dimostrare il consolidamento e l’incremento nel “mercato globale” dell’industria bellica italiana, che si conferma come “un competitivo integratore di sistemi, capace di affermarsi in mercati tecnologicamente all’avanguardia”.
Lo rivendica con orgoglio il documento, una trentina di pagine in tutto più una ventina di tabelle, che presentano una serie di numeri dei quali però c’è ben poco da andare fieri. Più del 30% delle nostre esportazioni, si apprende, raggiunge i Paesi del sud del mondo e il 35,86% la Turchia, che ha immesso nella nostra economia oltre 1 miliardo di Euro grazie a commesse che comprendono non meglio identificati “elicotteri”.
Il termine è generico, ma le dichiarazioni pubblicate nel settembre del 2007 sul sito ufficiale del ministero della difesa turco lasciano spazio a pochi dubbi: “Nel quadro del programma Atak (Tactical Reconnaissance and Attack Helicoper ndr.) – si legge – lo scorso 7 settembre è stato raggiunto l’accordo con Agusta Westland: seguirà presto una cerimonia ufficiale”. L’accordo prevedeva la commessa di 1,2 miliardi di euro per 51 elicotteri A129 da combattimento destinati al Comando turco delle forze di terra e all’avvio delle trattative il Presidente e Amministratore Delegato di Finmeccanica, Pier Francesco Guarguaglini, si mostrava più che soddisfatto. “La scelta degli elicotteri Agusta Westland da parte della Turchia – aveva detto – conferma l’elevata competitività dei nostri prodotti e le ottime relazioni industriali” che esistono tra i due Paesi. In Turchia, tra l’altro, “Finmeccanica è presente da molti anni in diversi settori. Questa scelta rinnova i rapporti di stima e amicizia reciproci e apre la strada a nuove interessanti opportunità di collaborazione tra i due Paesi”. Agusta Westland è infatti una controllata di Finmeccanica, di cui il principale azionista è il Governo, e “forse per il semplice fatto che la Turchia sia un partner Nato e che si trattava di elicotteri ha fatto ‘sorvolare’ su qualche denuncia ribadita dalle associazioni per la difesa dei diritti umani”.
Il commento è di Giorgio Beretta, della Rete Italiana per il Disarmo, che ricorda inoltre come la stessa azienda abbia inaugurato lo scorso anno ad Ankara i suoi nuovi “Regional Business Headquarters”. D’altronde, come si dice, “business is business” e così, mentre a parole, strette di mano e visite ufficiali l’Italia si eleva a paladina dei diritti dei più deboli contro l’asse del male, dall’altra non esita a fornire ai Paesi che i diritti umani li violano costantemente i mezzi per poter proseguire a perpetrare ogni sorta di violenza.
Nell’ultimo rapporto di Amnesty International, la Turchia figura come il Paese in cui “il sentimento e la violenza nazionalisti sono aumentati sull’onda di un’accresciuta incertezza politica e degli interventi armati. La libertà di espressione ha continuato a essere limitata”, non si sono fermate le “denunce di tortura e altri maltrattamenti” ed eccessivo è l’”impiego della forza da parte delle forze dell’ordine”. “Le incriminazioni per violazioni dei diritti umani – ancora – sono state inefficaci e insufficienti”, anche nei confronti “di rifugiati e richiedenti asilo”. E “non sono cessate le preoccupazioni per la mancanza di equità processuale”.
Nessuna meraviglia.
Non è l’unica nazione interessata da violazioni dei diritti umani, né da conflitti o tensioni a cui l’Italia vende materiali d’armamento. E a cui, nel corso della storia, li ha venduti.
Basti pensare che nella rosa dei migliori clienti non mancano neppure stati canaglia come la Siria, che da noi ha comprato sistemi di puntamento per 2,8 milioni di Euro e fino al 2007 anche l’Iraq. Nel pieno della “guerra preventiva” contro l’Occidente del mondo.
Contemporaneamente, è ovvio, gli affari si fanno anche con gli Stati avversari, quelli della “lotta al terrorismo”, che sono nostri alleati. E con operazioni come quella chiusa alla fine del 2008 quando Alenia North America, controllata di Finmeccanica, ha siglato un contratto del valore di 287 milioni di dollari con l’Usaf per la fornitura di 18 velivoli da trasporto tattico G.222. Velivoli che saranno girati alle forze armate afgane (Afghanistan National Army Air Corps) dal Combined Air Power Transition Force dell’Usaf di Kabul. “Siamo orgogliosi – ha dichiarato per l’occasione Giuseppe Giordo, presidente ed amministratore delegato di Alenia – di supportare ancora una volta le Forze Armate Usa nella lotta globale al terrorismo, con la fornitura di un velivolo robusto – che ha dimostrato nel corso della sua carriera delle eccellenti capacità – per il suo utilizzo in Afghanistan da parte dell’Anaac”.
Come dire: un colpo al cerchio e uno alla botte. Lucrosissimi tutti e due.
E se questi sono i principali dati riguardanti la vendita di armamenti da guerra non sono da sottovalutare altri dati: quelli riferiti alle cosiddette “armi leggere” di fabbricazione nostrana – utilizzate per lo più nei conflitti a “bassa intensità” dei Paesi in via di sviluppo – delle quali è pieno il mondo. Con risultati, in termini di diritti umani, a dir poco disastrosi.
E il principio costituzionale secondo il quale “l’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali”?
Carta straccia. Aggirato da una serie di stratagemmi volti ad eludere le norme in materia di vendita di armi (peraltro relativamente recenti), da accordi internazionali, da operazioni non proprio limpide, che hanno caratterizzato tutta la storia dell’industria armiera italiana e, in modo particolare, gli ultimi quarant’anni.
Nel corso dei quali il modo di “concepire la guerra” si è lentamente trasformato: non più d’assalto, ma, dicevamo, a “bassa intensità”, recentemente definita “chirurgica”, “elettronica” o più ipocritamente “in funzione della pace, della democrazia, della libertà”.
La metamorfosi, concepita negli anni Novanta protagonisti del secondo conflitto del Golfo e della guerra in Jugoslavia, avviene l’11 settembre del 2001. E porta con sé – oltre a una serie di problematiche politico-sociali che in questa sede non tratteremo – un consistente incremento nella produzione di armi ed armamenti. Che va a sovrapporsi a quel “dividendo della pace”, seguito al crollo dell’Unione Sovietica, il quale ha avuto vita relativamente breve e che dopo una iniziale riduzione della spesa militare nei principali Paesi occidentali ha presto ceduto il passo a una nuova corsa agli armamenti. D’altronde, come giustamente annotano Riccardo Bagnato e Benedetta Verrini in Armi d’Italia, “le guerre hanno bisogno di armamenti almeno quanto gli armamenti hanno bisogno di guerre”.
E in quest’ottica, i dati raccolti da Vincenzo Comito (Le armi come impresa) e riportati nei rapporti annuali del Sipri, l’Istituto Internazionale di Ricerche sulla Pace di Stoccolma, parlano chiaro: se già dagli ultimi anni Novanta le prime cento imprese del settore a livello mondiale erano in crescita, nel 2005 la spesa per gli armamenti ha raggiunto la cifra di 1.001 miliardi di dollari, nel 2006 ha toccato i 1.204 e nel 2007 i 1.339. Cifre che corrispondono grosso modo al 2,5% del pil mondiale nei due anni e a 173 dollari per ogni abitante della terra nel 2005, a 184 dollari nel 2006, a 202 nel 2007”. Oltre ad un incremento nel 2007, rispetto al 1998, del 45%.
Anche il 2008, rispettando i ritmi di crescita a dispetto della crisi finanziaria internazionale, ha visto un incremento della spesa militare mondiale pari al 4%, ossia 1.464 miliardi di dollari. 40,6 dei quali sono stati spesi dal nostro Paese, che quest’anno si posiziona all’ottavo posto per spese militari con un aumento del budget militare nazionale pari all’1,8%.
L’Italia, si legge nel Sipri Yearbook 2009, ricopre il 2,8% della spesa militare mondiale che vede gli Stati Uniti al primo posto seguiti dalla Cina (per la prima volta dal secondo dopoguerra), da Francia, Gran Bretagna, Russia, Germania, Giappone, Italia – appunto -, Arabia Saudita e India.
E fatta eccezione per l’Europa occidentale e centrale, dal 1999 tutte le regioni del mondo hanno registrato “significativi incrementi” della spesa militare anche perché, annota il Sipri, “durante gli otto anni della presidenza di George W. Bush la spesa militare è aumentata a livelli che non si registravano dalla Seconda Guerra Mondiale”.
All’origine della tendenza alla crescita vi è dunque la spesa Usa. Dovuta non solo alla guerra in Iraq e in Afghanistan, ma come annota ancora Comito ad “una chiara visione ideologica dell’amministrazione Bush volta al mantenimento, anzi all’accrescimento, del dominio militare del paese nel mondo”. Mirato, non va sottovalutato, anche e soprattutto ad assicurarsi il controllo di zone strategiche del pianeta in vista del progressivo esaurimento delle risorse naturali ed energetiche.
Anche l’Italia – che grazie all’amicizia e all’alleanza strategica con gli Stati Uniti ha incassato lauti guadagni con la guerra all’Iraq – non si discosta da questa intenzione, tanto che nella relazione di esercizio del 2007 dell’Aiad (Associazione Industrie per l’Aerospazio, i sistemi e la Difesa) si parla dell’esigenza di una maggiore sicurezza dopo l’11 settembre, considerato “il punto di partenza per l’avvio accelerato del processo di sviluppo di nuovi mezzi tecnologici necessari per la sicurezza della collettività”. In termini di “controllo delle frontiere”, “sicurezza del sistema dei trasporti”, “protezione delle infrastrutture critiche”, “sicurezza energetica e degli approvvigionamenti”.
Per fare questo, come abbiamo già accennato e come vedremo, occorre superare una serie di “ostacoli”: dalle leggi che frenano l’industria armiera agli scontri con le associazioni pacifiste e con la società civile organizzata. Che hanno difeso strenuamente, finora con non poco successo, la legge 185/90 dagli attacchi di una politica bipartisan e senza scrupoli che intendeva cancellare con un colpo di spugna anni di lotte per ottenere più trasparenza e più etica nella produzione e nella vendita di armi e armamenti. In un’Italia pronta a sacrificare la spesa sociale, la ricerca e la cooperazione allo sviluppo, ma non certamente l’industria bellica controllata, in modo più o meno diretto, dallo stesso governo. Per questo, sottolineano ancora Bagnato e Verrini, “non è stata affatto una battuta quella del premier Silvio Berlusconi che, nell’ottobre del 2004 – non diversamente da altri prima di lui – ha promesso ai vertici di Finmeccanica di trasformarsi nel loro ‘commesso viaggiatore’ per far aumentare le commesse dei nostri aerei e sistemi di difesa. La sua è stata una dichiarazione che fotografa una realtà e avalla una tradizione storica”.
La stessa che tenteremo di ripercorrere nelle pagine che seguono, prendendo spunto dall’ultimo rapporto del Presidente del Consiglio dei Ministri “sui lineamenti di politica del Governo in materia di esportazione, importazione e transito dei materiali d’armamento” e ripercorrendo i tratti salienti della complessa storia dell’industria armiera italiana, dal secondo dopoguerra fino ai giorni nostri.
Nel farlo abbiamo attinto a diverse fonti, in particolare al prezioso e già citato testo di Benedetta Verrini e Riccardo Bagnato Armi d’Italia, nonché ad articoli, rapporti ufficiali, comunicati di associazioni pacifiste che da anni tentano di fare chiarezza su un tema controverso, per oltre quarant’anni coperto dal “segreto di Stato”.
L’intento è quello di contribuire a prendere coscienza del ruolo svolto dall’Italia nell’insicurezza mondiale, partendo da un concetto di base: che sin dal 1945 il nostro Paese si è sempre posizionato tra i primi dieci produttori di armamenti nel mondo e ha esportato senza controllo non solo armi da guerra che hanno alimentato ogni sorta di conflitto, ma anche pistole, cluster bombs, mine che (sebbene queste ultime siano state messe al bando) uccidono lentamente milioni di innocenti. Giorno dopo giorno e non soltanto quando scoppia un conflitto degno delle prime pagine.

Antimafia Duemila – Gino Strada: ”Noi facciamo ospedali e nessuno ci spara”

Antimafia Duemila – Gino Strada: ”Noi facciamo ospedali e nessuno ci spara”.

“Il mio lavoro non cambia perché ho passato sette anni della mia vita in Afghanistan e non mi ricordo un giorno in cui sono morte meno di 10 persone”.
Lo ha detto il fondatore di Emergency, Gino Strada, ai giornalisti che gli chiedevano se, dopo l’attentato del 17 settembre scorso, costato la vita a sei paracadutisti italiani, possa cambiare anche il suo lavoro e quello dei volontari dell’organizzazione. “Noi facciamo ospedali – ha aggiunto – e nessuno ci spara addosso: se i militari fossero rimasti a casa, certamente…”. Parlando a margine dell’8/a Conferenza regionale toscana sulla cooperazione internazionale in corso a Siena, alla vigilia del suo ritorno in Afghanistan (“dove tornerò a fare il mio lavoro che è quello di stare 12 ore al giorno in sala operatoria”), Strada ha ribadito la differenza tra il lavoro di Emergency e le operazioni di peacekeeping che “sono due cose opposte e non devono avere neppure un punto di contatto”. “Fare la guerra – ha precisato – deve chiamarsi fare la guerra. Sono anche stufo di tutte queste bugie. Almeno un Paese abbia il coraggio di dire ‘partecipiamo ad un’occupazione militaré e si prenda la responsabilità, e non spacciamo l’attività dei militari per peacekeeping o umanitaria. Perché se dovessimo prendere per buone queste bugie, quanto meno verrebbe da dire che sono una massa di cretini visto che, per distribuire due caramelle, spendono 20 milioni di euro”.

Antonio Di Pietro: Che cosa ci facciamo ancora in Afghanistan?

Antonio Di Pietro: Che cosa ci facciamo ancora in Afghanistan?.

E’ la domanda che – sono sicuro – se venisse fatta oggi agli italiani, la maggioranza di essi non saprebbe piu’ cosa rispondere. Certo oggi e’ il giorno del dolore, della partecipazione della solidarieta’ ai nostri soldati e della vicinanza alle famiglie delle vittime.

Sentimenti che rinnoviamo con tutto il cuore, ma non possiamo esimerci dal porci un interrogativo di fondo. A forza di starci, e di restarci, in Afghanistan abbiamo perso anche la conoscenza delle ragioni per le quali ci siamo andati. Ragioni che, magari all’inizio, potevano pure essere nobili, anche se non possono mai esserle per chi ripudia per principio la violenza e la guerra come strumento di risoluzione dei conflitti, ma che ora si sono totalmente trasformate perché nel frattempo anche i protagonisti hanno cambiato pelle.

Coloro che un tempo sembravano battersi per la libertà del loro popolo e la democrazia di quel paese ora appaiono, agli occhi della Comunità internazionale, e anche del popolo che volevano liberare dal tiranno, solo un “cambio della guardia” di un altro regime che vuole sbarazzarsi del precedente per affermare il proprio.

Insomma, lì sembra proprio che sia cambiato il quadro di riferimento rispetto alle aspettative iniziali: non c’è più solo una guerra di liberazione del popolo afghano dai terroristi e dai fondamentalisti talebani. In Afghanistan, oramai, c’è una guerra guerreggiata fra opposte fazioni. Lo dimostra il fatto che, nonostante ci siano appena state le elezioni, la conta delle schede elettorali ha evidenziato che oltre un milione e mezzo di queste sarebbero false o comunque coartate. Non lo diciamo noi. Lo ha evidenziato l’apposita commissione internazionale ivi inviata dall’Onu e dall’Unione Europea.

Dobbiamo allora chiederci: la nostra missione in Afghanistan è davvero ancora e solo una “missione di pace” oppure si sta trasformando – alle nostre spalle ed anche sulla pelle dei nostri soldati – in un’azione di protettorato a favore di una fazione e contro un’altra?

Noi siamo andati in Afghanistan per aiutare il popolo afghano e non il tiranno di turno a sbarazzarsi dei suoi avversari. La nostra Costituzione parla chiaro sul punto: l’Italia non può e non deve partecipare ad azioni di guerra, né tantomeno deve schierarsi con qualcuno in caso di regolamenti di conti.

Per questa ragione, l’Italia dei Valori ha già chiesto e, ribadisce, la richiesta di aprire al più presto in Parlamento e nel Paese un dibattito serio ed una riflessione approfondita su questo interrogativo di fondo: chi stiamo difendendo in Afghanistan? Qual è il reale scenario politico di quel Paese? Insomma, che ci facciamo ancora in Afghanistan? E fino a quando dobbiamo restarci?

Quel che è successo oggi è una tragedia annunciata e, finora, solo rinviata per un concorso fortuito di circostanze. E domani cosa accadrà? Fino a quando dobbiamo restare ad aspettare la prossima bomba terroristica? E d’altro canto: possiamo mai anche noi cadere nella trappola americana della ritorsione “bombarola”, buttando giù bombe indiscriminatamente sul popolo afghano e colpendo sì qualche obiettivo terroristico, ma facendo di tutt’erba un fascio anche delle popolazioni civili (magari colpevoli solo di essersi riunite per un matrimonio o per un funerale)?

Ecco, questi sono gli interrogativi di fondo per cui noi dell’Italia dei Valori chiediamo che il Parlamento immediatamente si occupi di dare risposte a questi quesiti piuttosto che correre appresso alle sottane e ai ricatti di turno o di discettare sullo share di gradimento di questa o quella trasmissione televisiva.