Archivi tag: palermo

Borsellino, l’intervista nascosta: Palermo ritrova la voce antimafia

Borsellino, l’intervista nascosta: Palermo ritrova la voce antimafia.

Tutto esaurito per la presentazione del Dvd del “Fatto”

“Mi auguro che chiunque vuol fare chiarezza su una delle pagine più buie della nostra Repubblica non sia criminalizzato, questa iniziativa e altre analoghe pertanto sono per me e i miei figli un atto di amore”. Agnese Borsellino ha definito un atto d’amore l’iniziativa del Fatto Quotidiano che mercoledì sera ha presentato a Palermo in anteprima il dvd Paolo Borsellino, l’Intervista Nascosta. Il filmato integrale mai trasmesso in tv, della famosa intervista che il magistrato rilasciò ai colleghi francesi Fabrizio Calvi e Jean Pierre Moscardo due giorni prima della strage di Capaci e 61 giorni prima di essere ucciso, acquistabile da oggi con il Fatto. Un incontro vigilato da uno spiegamento massiccio delle forze dell’ordine e partecipato da un fiume di persone. Anche quando ogni posto era esaurito, tanti giovani sono rimasti immobili sulla piazza antistante, nonostante la pioggia, con la speranza di poter entrare. Una speranza che non poteva restare disattesa. Così, appena la sala si è svuotata, l’incontro è stato in parte ripetuto. Una testimonianza di condivisione di un giornale che si limita a raccontare i fatti senza chiedere il permesso a questo o a quel partito, a questo o a quel potentato, a raccontare un bisogno profondo di verità di passione civica, ma anche la necessità di manifestare solidarietà a Marco Travaglio, a tutta la redazione del Fatto Quotidiano e al suo direttore Antonio Padellaro, indicati come “mandanti morali” del lancio al premier della statuetta del Duomo da parte di una persona affetta da gravi disturbi psichici . “Quello che vorremmo è un paese normale in cui fosse normale scrivere e manifestare le proprie opinioni, in cui a farla da padrone fosse il confronto civile e non certe dimostrazioni di barbarie politica”, ha detto Padellaro nel suo intervento preceduto dalla introduzione dell’autrice di questo articolo a cui Agnese Borsellino, donna discreta e restia ad ogni forma di protagonismo, impossibilitata a partecipare a causa di seri motivi di salute, aveva voluto consegnare una lettera densa di emotività ma anche di denuncia politica.


Presenti alcuni magistrati della Procura di Palermo, Nino Di Matteo e Roberto Scarpinato, Andrea Tarondo pm di Trapani e Franca Imbergamo giudice a Caltanissetta, che non hanno voluto rinunciare ad esserci nonostante il clima da coprifuoco psicologico che si respira nel paese. Marco Travaglio si è chiesto cosa sarebbe accaduto a Paolo Borsellino se quell’intervista l’avesse rilasciata oggi, se oggi, avesse consegnato quei documenti a dei giornalisti. Di certo, nella migliore delle ipotesi, sarebbe stato inserito nella lunga lista delle toghe rosse, dei magistrati sovvertitori della volontà popolare, lui che semmai era una toga nera a riprova che l’imparzialità di un magistrato è al di sopra delle opinioni politiche personali. La presenza di così tanti giovani sinceramente, evidentemente impegnati nella costruzione del proprio futuro, impregnato di rispetto per le persone e per le regole, è stata
la rappresentazione di un paese soffocato dalla propaganda martellante che ogni giorno senza sosta arriva nelle case, nei bar, nei ristoranti dalla reti televisive di proprietà di Berlusconi e da quelle controllate da Berlusconi, presidente del Consiglio. E di fronte alle loro facce pulite, ai loro sguardi attoniti, spesso bagnati dalla commozione, il testamento di Borsellino: “Bisogna continuare a fare il proprio dovere nonostante i rischi e i pericoli che questo comporta perché la ricerca della verità porta con sé il livello di dignità di cui ognuno di noi dispone” si è trasformato in impegno urgente.



Sandra Amurri (il Fatto Quotidiano, 18 dicembre 2009)

Palermo – Un porto per il sultano | Pietro Orsatti

Fonte: Palermo – Un porto per il sultano | Pietro Orsatti.

Affari – A Palermo la riqualificazione urbanistica passa per un lucroso piano di “sviluppo” dello scalo marittimo che stravolgerà l’ambiente. Ignorato perfino dal Comune siciliano. All’orizzonte, alberghi, grandi navi e l’ombra dell’Oman

di Pietro Orsatti su Terra

La parola chiave è “bersaglio”. Per l’esattezza parliamo delle “aree bersaglio” legate al nuovo piano regolatore del porto di Palermo. Teoricamente non se ne dovrebbe conoscere numero, ubicazione, funzioni progettuali perché non c’è stato nessun iter di dibattito formale (come previsto dalla legge) in consiglio comunale e perché, per individuare queste aree, ci sarebbe stato bisogno di conferire incarichi a tecnici interni ed esterni al Comune. Invece non è andata così. Anche grazie all’aiuto di un Pd cittadino che, appellandosi a un presunto “bene della città”, ha dato parere favorevole a una proposta della giunta di cui in Comune sapevano poco e niente. Arenella, San Polo, Borgo Vecchio, una fetta del centro storico in prossimità del mare e, infine, Brancaccio. Ecco i punti di sviluppo principali (su cui pioveranno decine e decine di milioni di euro pubblici e privati) che, secondo la giunta, saranno obiettivo di una riqualificazione urbanistica ed edilizia, come non accade da decenni a Palermo. «Ho individuato 72 progetti di cui 50 sono alberghieri», racconta Nadia Spallitta consigliere comunale de “Un’altra storia”, rimasta quasi da sola a fare opposizione a quello che appare uno dei più lucrosi piani di sviluppo avviati per la città di Palermo. «Un progetto del genere, senza rimettere mano ai servizi primari della città come le fognature – prosegue Spallitta -. E davanti a una flessione dei flussi turistici crollati in 8 anni di giunta Cammarrata, che ha letteralmente spogliato di servizi moderni di trasporto, accoglienza, intrattenimento. Non ci sono attrattive, offerte culturali. Allora cosa fare? Si mette su un progetto di sviluppo alberghiero con ricadute solo su alcune aree, abbandonando di fatto gran parte della città. E saltando tutti gli iter previsti, senza discussione. Si fa un progetto che sembra nato in un “certo salotto” e cerchi di imporlo. In qualche modo il sospetto dell’avvio di un piano di questo genere era già emerso qualche mese fa, davanti a indirizzi a livello nazionale di liberalizzazioni di grandi aree edificabili in zone portuali, figli di una proposta di legge di riforma della 84/94 che regola l’insieme (e la privatizzazione) dei porti italiani. Un sospetto accompagnato da scenari da mille e una notte e ricchezze immense, navi con harem sigillati nei porti italiani e decine e decine di rolex e collier regalati come se fossero bomboniere. Qabus bin Sa’id, questo il nome del protagonista di questa piega letteraria, sultano dell’Oman, ricco che più ricco non si può, molto interessato sia al mattone di Dubai che alla borsa petroli di quell’Emirato (di cui possiede una consistente fetta). Quest’uomo si è recato recentemente in visita di piacere (e di affari) in due città portuali in trasformazione, dove i piani regolatori degli scali sono in discussione e dove si stanno “liberando” milioni e milioni di metri cubi edificabili. Palermo e Bari. C’è arrivato con Yackt (il suo transatlantico privato) e qualche Boing 747 e Airbus per la corte e i bagagli. E poi i doni (i famosi rolex e i gioielli per le signore) dispensati a piene mani. E una mezza ammissione da parte del suo staff per un interessamento sul recupero, restauro e rilancio degli alberghi del centro storico palermitano. Approccio soft di una vecchia volpe del Golfo che da “piccole” – si fa per dire – operazioni immobiliari è riuscito a scalare un colosso come la Borsa petroli di Dubai. Soft ma, a quanto si sospetta, diretto proprio a quella manifattura tabacchi dell’Arenella che è “area bersaglio” voluta dalla giunta, e ad altri progetti nelle altre zone interessate dal piano. E tutto questo dopo lo scandalo dei viaggi di lavoro del sindaco e di alcuni suoi assessori a Dubai per parlare di raccolta differenziata (che a Palermo è solo al 4%) dove Qabus bin Sa’id e i suoi sherpa sono di casa. Si parlava solo di ciclo dei rifiuti in quelle cene da 800 euro a coperto?

Emergenza rifiuti? Le tensioni nel centrodestra sporcano le strade di Palermo | Pietro Orsatti

Fonte: Emergenza rifiuti? Le tensioni nel centrodestra sporcano le strade di Palermo | Pietro Orsatti.

Reportage – Nel capoluogo siciliano l’allarme per l’immondizia si apre e si chiude in base alle fasi dello scontro politico interno alla maggioranza che governa l’isola. E a Caltanissetta la raccolta è ferma e si torna a parlare di termovalorizzatori

di Pietro Orsatti su Terra

Una signora anziana si avvia con la busta di rifiuti verso il cassonetto davanti al portone di casa. Chiede aiuto a un passante per aprire il coperchio e getta la spazzatura. Poi si avvia tranquillamente verso il vicino mercato per fare la spesa. Una scena normale, segno di normale quotidianità. Solo che questa scena qui non l’avremmo dovuta vedere, perché siamo a Palermo, quartiere del porto, e i media raccontano da settimane di un’emergenza rifiuti grave come quella campana, con cumoli di immondizia in tutta la città, e la provincia, ugualmente sommersa da rifiuti. «Non è così – spiega il consigliere comunale dell’Idv Fabrizio Ferrandelli -. Due giorni fa improvvisamente l’inferno, e ora tutto in ordine. Prima la città soffocata in poche ore dai rifiuti, poi di colpo tutto a posto. Ti sembra una cittàs nelle condizione di Napoli due anni fa?». A dire il vero in alcuni dei quartieri popolari di periferia qualche cassonetto che tracima sacchetti c’è, ma niente di così allarmante, niente che racconti un’emergenza come quella che ci è stata rappresentata finora, con tanto di Guido Bertolaso che scende da Roma per intervenire. «Sembra un’emergenza fatta scattare con un interruttore – prosegue Ferrandelli -. Capiamoci, l’Amia, l’azienda che gestisce la raccolta e lo smaltimento, ha circa 3.000 dipendenti, ha i mezzi, la professionalità, e la capacità di intervenire. Tu non risolvi quello che c’era per strada due giorni fa se sei in emergenza. Questa crisi è strumentale, creata ad arte per ricattare la Regione e dare il via al vecchio piano di inceneritori disegnato da Cuffaro nella scorsa legislatura». Cuffaro? Ancora lui?
«Una delle chiavi di lettura di questa vicenda è proprio quella di un conflitto tutto interno al Pdl e ai suoi alleati, da un lato Lombardo e Micciché che fanno saltare i vecchi accordi sugli inceneritori, dall’altro lato il sindaco Diego Cammarata e Schifani che invece puntano a confermare la politica disegnata nel piano regionale rifiuti di Cuffaro – spiega Nadia Spallitta, consigliere comunale del gruppo “Un’altra storia” -. È evidente che, nonostante il debito di 200 milioni di euro dell’Amia, la questione centrale non sia la gestione della società che controlla la discarica di Bellolampo, «anche perché il Cipe – prosegue Spallitta – prima ha stanziato 50 milioni e poi altri 80 e nessuno sa che fine abbiano fatto. Abbiamo presentato interrogazioni che non hanno avuto risposta. Dove sono questi soldi? A cosa sono serviti?». Di certo non a far fronte alla crisi con una corretta politica di raccolta e smaltimento. «Siamo andati a controllare nei depositi dell’Aima e abbiamo trovato almeno 50 mezzi pesanti nuovi acquistati e mai entrati in funzione – racconta Ferrandelli – nonostante ci sia il personale addestrato e disponibile a metterli in strada. Per non parlare poi dell’impianto per la raccolta differenziata di Partanna, finanziato ben due volte, terminato, collaudato più di un anno fa e mai entrato in funzione». A quanto ammonta la raccolta differenziata a Palermo? «In risposta a nostre interrogazioni la giunta parla del 6%, ma da quanto siamo riuscita a stimare noi non si va oltre il 4». Quindi ci si troverebbe davanto a un’emergenza fatta scattare a comando per imporre l’inceneritore. Sempre a Bellolampo, costruito dalla Falk spa insieme ad altri due che dovrebbero coprire il fabbisogno presunto dell’intera isola. Sarà un caso, ma lo stesso assessore regionale alla presidenza con delega alla protezione civile (e quindi anche alla gestione emergenziale sui rifiuti), Gaetano Armao, si è trovato costretto a riconsegnare al governatore Lombardo proprio la parte di deleghe più delicate perché era emerso come prima del suo incarico in Regione avesse ricoperto quello di consulente proprio per una società interessata alla realizzazione dei termovalorizzatori in Sicilia.
Intanto in queste ore si è anche disegnato uno scontro fra la giunta Cammarrata e il Tar, che ha bocciato sei mesi fa, grazie a un ricorso, l’aumento previsto dalla giunta delle tasse sui rifiuti. Un aumento del 35% retroattivo al 2006 dopo che già era stato approvato poco prima un altro aumento del 75%. Con l’accoglimento della sentenza il comune avrebbe dovuto addirittura rimborsare i cittadini, e invece non solo il rimborso non è stato messo in agenda ma addirittura la delibera è stata ripresentata due giorni fa. Come se niente fosse. «Siamo al paradosso – spiega la Spallitta, che fuori dalla politica esercita la professione di avvocato – di una giunta che non solo non impugna la sentenza, ma anzi la ignora totalmente e non ubbidisce all’ordine di un giudice».
E mentre a Palermo lo scontro politico si fa sempre più evidente e l’emergenza rifiuti si accende e si spegne a seconda delle varie fasi dello scontro politico interno alla maggioranza che guida l’isola, la crisi monnezza si accende altrove, questa volta a Caltanissetta. Anche qui di colpo i mezzi non circolano più, la raccolta si ferma, la locale discarica d’improvviso viene dichiarata satura. E si parla di nuovo, insistentemente, della necessità di costruire inceneritori.

Verità su Borsellino: in piazza il popolo dell’agenda rossa – l’Unità.it

Verità su Borsellino: in piazza il popolo dell’agenda rossa – l’Unità.it.

di Luigi De Magistris

Nella vita si incontrano – in momenti spesso duri e difficili – persone straordinarie. Una di queste è Salvatore Borsellino, il fratello di Paolo che ha pagato con la vita la difesa della toga e la ricerca della verità anche sui contesti che condussero alla morte di Giovanni Falcone. Salvatore è stata una delle persone che mi ha dato la maggiore carica in questi anni terribili. Lui non può immaginare quanto mi sono commosso quando lessi la sua lettera immensa il giorno in cui mistrapparono le indagini. Essere amico di Salvatore – il fratello di un magistrato che per me è stato un mito negli anni in cui preparavo il concorso in magistratura – vale anche una toga strappata. Dissi un giorno ad un dibattito che non c’è sanzione disciplinare che tenga di fronte alla solidarietà che ho ricevuto da lui.

L’incontro con Salvatore non credo sia casuale, sono quegli episodi della vita carichi di un significato profondo. Non so quanti italiani hanno ascoltato Salvatore in un dibattito, in un convegno, in una piazza: la sua semplicità, la carica umana, la sua passione, la capacità di trasmettere emozioni che gonfiano il cuore sino a farti quasi esplodere la pelle, la sua rabbia nell’infiammare i cuori, la sua forza nello scuotere le coscienze. È un privilegio stargli accanto.

Salvatore sta conducendo insieme a tanti ragazzi – a quelli che non vogliono apparire ma solo essere protagonisti di un cambiamento epocale – a tante donne e tanti uomini, una battaglia di verità. Certo per ottenere la verità devi lottare. Siamo oscurati dalla propaganda di regime che non racconta queste storie, non fa sapere del movimento di resistenza costituzionale all’interno del quale Salvatore è il principale protagonista. Mandare le immagini di Salvatore che parla in una piazza è troppo pericoloso, smuoverebbe le coscienze addormentate dal regime, farebbe riflettere e reagire, non potrebbe che smuovere gli animi ed accendere i cuori degli italiani buoni. Al regime le persone pulite, trasparenti e coraggiose fanno paura, perché posseggono una carica rivoluzionaria.

Salvatore quando lo vedi ti sembra gracile,non è più giovane nell’età, ma ha una forza enorme, perché vuole giustizia e verità ed in questa lotta è un trascinatore, un simbolo. Le persone vere sono quelle che hanno l’amore nel cuore e sete di giustizia. Salvatore vuole una cosa semplice: la verità sulle stragi e sapere perché hanno trucidato suo fratello. Insieme a lui lo vuole la parte sana dell’Italia, senza colori e bandiere politiche. Salvatore vuole sapere perché gli hanno ridotto il fratello a brandelli insieme ai poliziotti che lo difendevano sapendo che l’ora del tritolo era giunta. Salvatore va in direzione ostinata e contraria alla verità precostituita del regime. Mi auguro che la magistratura riesca a raggiungere tutta la verità, non solo spezzoni.

Sabato prossimo Salvatore ha organizzato una manifestazione a Roma dove il suo popolo sarà protagonista, ove ogni persona dovrà avere con sé un’agenda rossa da portare nella mano, rossa come quella che aveva il fratello Paolo e che istituzioni deviate gli hanno sottratto in via D’Amelio mentre il suo corpo andava in fumo. In quell’agenda insieme alla verità, c’è l’anima di ognuno di noi, del popolo di Salvatore, una massa che cresce sempre di più e che mai nessuno potrà fermare. Forse non lo sanno ancora i mafiosi di Stato, ma nessuno potrà interrompere questo cammino nella ricerca della verità, libereremo il Paese e Salvatore sarà per sempre il nostro simbolo, dell’Italia che ha reagito quando tutto sembrava perso e che ha lottato per un Paese migliore. Che bello sarebbe poter vedere sabato le vie di Roma piene di agende rosse. Lo dobbiamo a tutte le vittime delle mafie!

Intervento Gioacchino Genchi in via D’Amelio – 19 luglio 2009

Intervento Gioacchino Genchi in via D’Amelio – 19 luglio 2009.

19 luglio 1992/2009 – Dopo diciassette anni dall’eccidio del giudice Paolo Borsellino e dei cinque uomini della sua scorta, in via Mariano D’Amelio viene convocata la prima manifestazione di resistenza contro l’antistato, la mafia.
Alla manifestazione del 19 c’era anche
Gioacchino Genchi, consulente della procura di Palermo e di Caltanissetta, che in questi ultimi mesi sta affrontando una battaglia legale scaturita dopo l’inchiesta “Why not” che vedeva coinvolti tra gli altri Clemente Mastella e Francesco Rutelli.

Dal palco e dal luogo della memoria di quella che probabilmente fu una strage di stato, Genchi è intervenuto duramente, anche in relazione alle dichiarazioni, apparse sui quotidiani, da parte di Totò Riina.

“Io sono sicuro che i tempi che verranno saranno ancora più difficili di quelli passati, perché si è imboccata una china, anche giudiziaria, che rischia di portare all’annullamento di sentenze di condanna all’ergastolo senza contributi nuovi sull’individuazione di ulteriori responsabili e cosa ancor più grave sui mandanti effettivi che hanno voluto la strage del 19 luglio 1992 o come quella del 23 maggio 1992, per cambiare i destini dell’Italia.”

Il consulente ha poi precisato l’importanza dei pochi palermitani presenti alla manifestazione in ricordo di Borsellino: “Noi siamo abituati ad una città che ha lasciato solo Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, i magistrati antimafia, gli investigatori antimafia, che li ha visti morire, da Beppe Montana, al Commissario Cassarà, al giudice Costa, al capitano D’Aleo, al capitano Basile, a Giovanni Falcone e agli uomini di scorta, a Paolo Borsellino e agli uomini di scorta ”. “Questa è una città che ha ormai somatizzato l’immondizia di Cammarata, per cui non c’è da meravigliarsi se oggi la città di Palermo non è presente in modo massivo in questo luogo.” Io confido più nella diretta streaming, confido più nella forza e nella potenza della rete, confido in quella rete che diffonderà in tutto il mondo quello che oggi, voi qui avete detto, che non nell’opportunismo di chi ancora si lascia comprare con due soldi di assistenzialismo dei lavori socialmente utili, negli aiuti agli operai disoccupati o pseudo disoccupati, di chi specula sul bisogno, cercando di affermare una libertà che libertà non potrà mai essere fino a quando il popolo siciliano e il popolo italiano non sarà effettivamente liberato e riscattato dal bisogno”.

Genchi ha continuato il suo intervento parlando del pentito Scarantino e delle dichiarazioni rese sulla strage di via D’Amelio: “Scarantino ha reso dichiarazioni che coinvolgevano persone di Palermo e mafiosi di Palermo e la procura della repubblica di Palermo non ha preso in considerazione nessuna dichiarazione di Scarantino, mentre un’altra procura contemporaneamente ha valorizzato le dichiarazioni di Scarantino ed ha costruito processi per effermare una pseudo giustizia su quella strage che doveva servire a ricondannare persone all’ergastolo, persone che già di ergastoli ne avevano a decine che non hanno nemmeno fatto caso all’ulteriore condanna e che non si sono nemmeno difesi.”

Un intervento quello che ha poi proseguito citando i magistrati che su quei processi hanno costruito carriere: “Così queste persone hanno fatto carriere e vediamo ed abbiamo visto in che posti abbiamo trovato queste stesse persone ed anche qualche magistrato. Quel magistrato che fu tanto applaudito anche dalla sinistra giudiziaria, la sinistra di questo paese, quando inopportunamente, devo dire, dal punto di vista strategico, pronunciò a Caltanissetta i nomi di Alfa e Beta, bruciando le indagini su Alfa e Beta (Berlusconi e Dell’Utri), ed oggi è al gabinetto del Presidente del Senato Schifani. Mi riferisco alla dottoressa Anna Maria Palma. Dottoressa Anna Maria Palma, che mi ha pesantemente attaccato, il cui marito è stato nominato responsabile e direttore del Cerisdi (struttura all’interno del castello Utveggio), che adesso il Cerisdi se lo sono presi e conquistati, questa è Palermo, questa è la storia e la verità di questa città, che è bene che il mondo intero sappia. Ognuno si assuma le proprie responsabilità e ognuno si presenti per quello che è.”

Genchi si è poi scagliato con rabbia contro la corte di cassazione, ha parlato dell’inchiesta “Why not” che lo ha visto coinvolto ed ha parlato di quei magistrati della cassazione, che secondo il consulente siciliano, inciuciano con i politici: “Io non ho paura dei giudici di Roma, inciuciati, che mi inquisiscono per avere fatto le indagini su Mastella e sui politici, con quei politici con cui loro  parlavano al telefono, per avere gli incarichi al ministero della giustizia, incarichi di capo di gabinetto.”
“Il magistrato che ha scritto la relazione della sentenza in cassazione è il capo di gabinetto del ministro Ferrero, che usciva dalle mie intercettazioni, ha avuto il coraggio di non astenersi e di pronunciare il giudizio in cassazione in quella sesta sezione che è la stessa sesta sezione che ha confermato l’archiviazione del procedimento nei confronti di Arcangioli su ricorso pronunciato dalla Procura della Repubblica di Caltanissetta.” “E’ bene che queste cose si comincino a sapere, è bene che si cominci a togliere il tappo ad una delle latrine principali della storia di questa Repubblica, che è la Corte di Cassazione, con tutti gli inciuci con cui i potenti e gli avvocati dei potenti, sono riusciti a comprare giudici, cancellieri e sentenze, a danno di poliziotti, di magistrati e di carabinieri che sono morti perché si tentasse di affermare giustizia in questa maledetta Italia.”

Infine da uomo delle Madonie quale egli è, Genchi ha parlato della vicenda di Termini Imerese, rivolgendosi alla sinistra locale, un richiamo dovuto probabilmente alla presenza tra il pubblico di esponenti del Partito Democratico, chiedendogli coerenza, quella coerenza che è venuta a mancare, sempre secondo il consulente, compiendo la scelta di accettare un accordo con Miccichè e di averlo nominato vice sindaco della città. “Signori miei, la prima cosa che è richiesta non è ne la capacità, ne l’intelligenza e se vogliamo nemmeno l’onestà, è la coerenza umana, pretendiamo dai nostri politici, da chi ci rappresenta, che siano delle persone coerenti, che accettino i meriti ed i vantaggi dell’impegno sociale e della politica, ma che paghino il prezzo dell’emarginazione e dell’isolamento, allorquando il loro modo di agire, oltre ad essere inopportuno e sbagliato, infrange regole elementari della coerenza umana, che qualunque essere umano onesto deve avere e deve mantenere.”


Genchi ha poi chiuso il suo intervento ringraziando Salvatore Borsellino per l’impegno e per l’entusiasmo avuto nel riunire, nel giorno del ricordo del fratello Paolo, centinaia di persone desiderose di verità e giustizia.

Manifestazione a Palermo per il 19 luglio 2009

http://www.19luglio1992.com/index.php?option=com_content&view=article&id=1270:manifestazione-a-palermo-per-il-19-luglio-2009&catid=20:altri-documenti&Itemid=43

Sono passati quasi diciassette anni dalla strage di via D’Amelio a Palermo in cui furono uccisi Paolo Borsellino, Emanuela Loi, Agostino Catalano, Vincenzo Li Muli, Claudio Traina e Walter Eddie Cosina. Nonostante la magistratura e le forze dell’ordine abbiano individuato e perseguito numerosi mandanti ed esecutori della strage, rimangono pesanti zone d’ombra sulle entità esterne all’organizzazione criminale Cosa Nostra che con questa hanno deliberato e realizzato la strage stessa.

Per il 19 luglio di quest’anno, sarà una domenica, come 17 anni fa, insieme alle redazioni di http://www.19luglio1992.com e di ANTIMAFIADuemila e a tanti altri amici e compagni di lotta stiamo organizzando, al posto delle solite commemorazioni, una manifestazione popolare articolata in una serie di iniziative con lo scopo di chiedere che sia fatta giustizia e di sostenere tutti i Servitori dello Stato che nel corso du questi anni hanno sempre dato il meglio di se’ affinche questo diritto di tutti noi fosse tradotto in fatti.
Vogliamo così quest’anno evitare che, come più volte è successo nel passato, delle persone che spesso indegnamente occupano le nostre Istituzioni arrivino in via D’Amelio a fingere cordoglio ed assicurarsi così che Paolo sia veramente morto. Vogliamo impedire che si celebrino riti di morte per chi, come Paolo Borsellino e i suoi ragazzi, sono oggi più vivi che mai.
Se lo faranno grideremo loro di andare a mettere le loro corone funebri sulla tomba di Mangano, è quello il “loro” eroe.
Spero che saremo in tanti, e tutti con una agenda rossa in mano per ricordare i misteri che ancora pesano su Via D’Amelio, i processi che vengono bloccati appena arrivano a toccare gli “intoccabili”, i mandanti di quelle stragi.
Da Via D’Amelio, con quell’agenda in mano, andremo al Castello Utveggio, il posto dal quale una mano, che non era la mano di una mafioso ma di chi con la mafia ha stretto un patto scellerato, ha inviato il comando che ha fatto a pezzi Paolo e la sua scorta.
Vi chiedo di dedicare un giorno della nostra vita a Paolo e i suoi ragazzi che hanno sacrificato la loro vita per noi.
Sarà il giorno di inizio della nostra RESISTENZA,
Una RESISTENZA che sarà fatta di azioni e non solo di parole,
Una RESISTENZA che ci farà riappropriare del nostro paese e del nostro futuro

In questa pagina terremmo costantemente aggiornato il programma delle iniziative per domenica 19 luglio 2009 e daremo tutta una serie di informazioni per chi sceglierà di partecipare con noi alle iniziative che si terranno in particolare a Palermo.

Programma preliminare delle iniziative a Palermo
(il programma definitivo sarà presentato in conferenza stampa giovedì 18 giugno alle ore 11.30 presso la Facoltà di Giurisprudenza di Palermo, via Maqueda 172)

Sabato 18 luglio 2009

Camminata lungo il vecchio sentiero che conduce al Castello Utveggio su Monte Pellegrino, mattina
Dibattito organizzato dalla redazione di ANTIMAFIADuemila presso la Facoltà di Giurisprudenza, via Maqueda n°172, ore 20.30

Domenica 19 luglio 2009

Presidio in via D’ Amelio, mattina e pomeriggio
Performance teatrali di Giulio Cavalli e Marilena Monti, mattina-pomeriggio

Manifestazione “Dov’è finita l’agenda rossa di Paolo Borsellino?” (19 luglio 2009)

alt

“Forse saranno mafiosi quelli che materialmente mi uccideranno, ma quelli che avranno voluto la mia morte saranno altri” (Paolo Borsellino).

Questo evento ha il fine di sollecitare i vertici dello Stato e “coloro che sanno ma non parlano simulando amnesie insensate” a scoprire il velo di mistero e di menzogne che avvolge le stragi del ‘92/’93.
L’ elemento centrale e probabile chiave di soluzione in riferimento alla famosa trattativa tra i nuovi referenti politici e Cosa Nostra è la scomparsa dell’agenda rossa di Paolo Borsellino che portava sempre con sé e sottratta dalla sua borsa di cuoio il tragico pomeriggio del 19 luglio del 1992, tra le fiamme e lo sgomento dei palermitani.

Sono passati quasi 17 anni da quel giorno e la risposta dello Stato non è altro che un cumulo di lapidi, di vie intitolate a coloro che sono stati proclamati eroi solo dopo la morte e di corone di fiori.

Questo evento si pone innanzitutto un obiettivo concreto: una particolare manifestazione che si terrà il 19 luglio 2009.
Coloro che vi aderiranno scenderanno nelle strade alle ore 18:00 con un agenda rossa tra le mani e si dirigeranno verso il Palazzo di Giustizia delle rispettive città. L’evento principale avrà luogo a Palermo.
Con questo gesto si chiederà giustizia per i familiari delle vittime e per noi tutti cittadini italiani, da troppo tempo inermi e rassegnati dinnanzi ad una verità taciuta dai poteri forti, una verità che potrebbe restituirci quella dignità da troppo tempo negataci, quella fierezza di sentirsi italiani e soprattutto la possibilità di guardare l’immagine di quei volti onesti senza dover abbassare lo sguardo e poter dire “siete morti per noi ma ora quel grande debito lo abbiamo pagato gioiosamente, continuando la vostra opera”.

Vi chiediamo di partecipare se ci credete veramente, se siete stanchi di essere assorbiti dall’omertà e dall’indifferenza che prevalgono in Italia e se siete pronti a “sentire la bellezza del fresco profumo di libertà che fa rifiutare il puzzo del compromesso morale, dell’indifferenza, della contiguità e quindi della complicità”.

Noi ci CREDIAMO, come CREDIAMO CHE TUTTI INSIEME, UNITI PER LA STESSA RAGIONE, POSSIAMO COMBATTERE PER RESTITUIRE UN VOLTO NUOVO AL NOSTRO Paese.

La redazione di http://www.19luglio1992.com

I tagli alle risorse e alle intercettazioni costringono alla fretta – Pietro Orsatti

I tagli alle risorse e alle intercettazioni costringono alla fretta – Pietro Orsatti.

– Mentre entra in fibrillazione Tremonti e immobilizzano l’Antimafia
di Pietro Orsatti su Terra

l caldo, l’avvicinarsi delle ferie, non cancellano la cappa di tensione e incertezza che domina da mesi. La sensazione impalpabile che possa da un lato frantumarsi un equilibrio consolidato – la presunta tregua armata fra i clan di , che almeno impedisce ulteriori spargimenti di sangue – e dall’altro, sul piano politico, che si stia verificando una vera e propria resa dei conti con obiettivo l’intero impianto giudiziario dell’Antimafia. I recenti omicidi nel palermitano, un’ondata di atti intimidatori in tutta la provincia, il ritrovamento poche settimane fa di un arsenale e di un “tesoretto” di una decina di milioni di dollari falsi: tutti che svelano una situazione che il procuratore aggiunto Ingroia ha definito «di fibrillazione». Poi due giorni fa, diretta conseguenza delle dichiarazioni rilasciate da Massimo Ciancimino e dal coimputato Gianni Lapis sulla vicenda del cosiddetto “tesoro” messo in piedi da don Vito – il sindaco del sacco di -, è arrivata la notizia che la procura ha inviato avvisi di garanzia a quattro senatori siciliani perché ritenuti coinvolti. Sono Carlo Vizzini (Pdl), Saverio Romano, Salvatore Cuffaro e Salvatore Cintola (Udc). Un terremoto, non solo in .
Vizzini si è dimesso dalla commissione parlamentare Antimafia (ma non dalla presidenza di quella sugli Affari costituzionali). Da tempo si era a conoscenza che il figlio di don Vito, Massimo, stava coinvolgendo alcuni esponenti politici siciliani già attivi all’epoca e contemporaneamente stava svelando alcuni retroscena, confermando i sospetti di molti, della presunta trattativa fra e tra il 1992 e il ’93. E non solo, il dichiarante Ciancimino continua a parlare a ma anche a , davanti al pm Tescaroli, sulla vicenda Ior nell’ambito dell’ sulla morte di Roberto Calvi. Tornando a , la situazione in cui versano le forze dell’ordine, anche i reparti cosiddetti di punta come la “Catturandi” e la mobile impegnati direttamente nella lotta alle cosche, è drammatica: hanno risorse limitatissime per effetto dei tagli operati da Tremonti la scorsa estate e dello stornamento di fondi indirizzati prima a reparti dell’esercito nelle città e poi alle cosiddette ronde volontarie.
Stiamo parlando, per fare un esempio, delle tante difficoltà, di gran parte del parco macchine in dotazione fermo nei garage perché senza manutenzione o la possibilità di riparazioni o di recuperare pezzi di ricambio.
Inoltre, con l’avvicinarsi della delle proroghe e di nuove (se non in caso, ricordiamo, di conclamata appartenenza alla criminalità organizzata dell’intercettato) molte indagini importanti rischiano la chiusura, comprese quelle sull’individuazione delle reti di protezione di pericolosi come , reti ovviamente costituite da soggetti non riconducibili direttamente a e quindi non indagabili attraverso il modulo previsto dal ddl del ministro . Una situazione che spinge magistratura e forze dell’ordine ad agire in fretta, con le poche risorse che i tagli e il ddl hanno lasciato.
E questa la chiamano .

Antimafia Duemila – Lotta al pizzo: chi rischia e chi si nasconde

Antimafia Duemila – Lotta al pizzo: chi rischia e chi si nasconde.

di Claudio Fava – 7 maggio 2009
Immaginate d’essere un commerciante palermitano, uno di quelli che la schiena non la vogliono piegare e che ha deciso perciò di non versare un centesimo agli esattori del racket.

Immaginate poi di ritrovarvi in un’aula di giustizia, di fronte a cinquanta mafiosi e cumparielli che avete contribuito a far arrestare: loro lì, al banco degli imputati; voi qui, tra i testimoni di giustizia, consapevole che la condanna di quei cinquanta signori dipende anzitutto dalle cose che direte. Immaginate infine che il banco accanto al vostro sia vuoto. Seduto a quel banco doveva esserci il sindaco di Palermo Diego Cammarata, parte civile con i suoi avvocati. Solo che gli avvocati del comune non sono venuti, il sindaco nemmeno e il tribunale ha dichiarato decaduta la sua costituzione di parte civile. Morale: voi siete lì, a rischiare la pelle. La vostra città no. E in gabbia, mafiosi e cumparielli già arrotano il loro sorriso.
Succede a Palermo. Succede in coda a uno dei più straordinari processi che Cosa Nostra abbia mai subìto, con molti commercianti pronti a fare fino in fondo la loro parte, non più rassegnati, non più ammutoliti. Succede in una città che, in fatto di lotta alla mafia, trova sempre il tempo per celebrare e celebrarsi fra liturgie, convegni e corone di fiori. Quando invece la mafia c’è da andarla a guardare in faccia, magari schierando gli avvocati del comune in tribunale, c’è sempre un impiccio, un ritardo, un refuso… In Sicilia, sui nostri refusi Cosa Nostra campa da cinquant’anni. Sazia, felice e incredula delle nostre minchionerie. Ve ne racconto un’altra, anch’essa di pochi giorni fa.
C’è un’associazione, in Sicilia, si chiama «Addio Pizzo» e l’animano i ragazzi che per primi ebbero il coraggio di scrivere ciò che per pudore nessuno pensava più: un popolo che paga il pizzo è un popolo senza dignità. La stagione dei processi nasce anche dalla provocazione di quel manipolo di studenti. Che non si sono fermati al “gesto” ma hanno costruito una rete di rapporti e di solidarietà, pratiche sociali efficaci, banche dati, militanza civile (perché l’antimafia si fa soprattutto così: mettendo in comune esperienze, denunce e testimonianze). Bene, a Catania l’associazione «Addio Pizzo» da due giorni è senza un tetto: sfrattata dalla Confesercenti che l’ospitava senza troppa convinzione, in attesa di ricevere dal prefetto uno dei molti beni confiscati ai mafiosi, quei ragazzi sono per strada. Ecco lo stato dell’arte: a un’antimafia esibita come status sociale perfino nei manifesti elettorali di taluni candidati corrisponde per infelice simmetria una lotta alla mafia di cose utili, di gesti coraggiosi ma di infinita solitudine.

Tratto da:
l’Unità

Paolo Franceschetti: VIA D’AMELIO, UNA VERITA’ CHE FA PAURA?

Da Paolo Franceschetti: VIA D’AMELIO, UNA VERITA’ CHE FA PAURA?.

Di Solange Manfredi

Negli ultimi tempi sono stati portati attacchi pesantissimi verso alcuni soggetti coinvolti in indagini penali (magistrati, consulenti, procuratori, ecc…) Detti attacchi sono tutti andati a buon fine.
Ricordiamo quali:
De Magistris nel 2006, a seguito di una denuncia, inizia ad indagare sul fenomeno della illecita gestione pubblica, locale e nazionale, di finanziamenti, convenzioni, commesse e appalti, ecc…

All’interno della Procura, alcuni magistrati pongo in essere alcune attività allo scopo di sottrarre le suddette inchieste a De Magistris e vi riescono.

Il dott. De Magistris, ritenendo illegale quanto successo, inoltra regolare denuncia alla Procura della Repubblica di Salerno, ovvero la Procura competente (ex art. 11 c.p.p.), ad indagare sulle ipotesi di reato commesse dai magistrati di Catanzaro.

A questo punto succede la prima cosa di gravità assoluta. Il Ministro di Grazia e Giustizia, Clemente Mastella, coinvolto nelle indagini, chiede al CSM il trasferimento cautelare urgente di De Magistris; ovverosia chiede il trasferimento del magistrato che sta indagando su di lui, e De Magistris viene trasferito.
La Procura della Repubblica di Salerno, intanto, investita delle indagini dalla denuncia presentata da De Magistris (e quindi obbligata ad indagare), a febbraio chiede alla Procura di Catanzaro di trasmettergli gli atti relativi alle indagini di De Magistris, ma questa rifiuta di inoltrare i fascicoli.
La Procura di Salerno rinnova la richiesta di trasmissione degli atti relativi alle indagini di De Magistris per ben sette volte, e per ben 7 volte la Procura di Catanzaro si rifiuta di consegnare gli atti.La Procura di Salerno, quindi, dopo aver atteso nove mesi ed inviato ben sette richieste, decide il sequestro degli atti.
Il Tribunale del riesame conferma la legittimità del sequestro operato dai magistrati di Salerno e il CSM che fa? Trasferisce i magistrati di Salerno e sospende il Procuratore di Salerno Apicella. Ovvero il CSM commina una sanzione disciplinare durissima a fronte di un provvedimento dichiarato legittimo.
I magistrati di Catanzaro, nel frattempo, delegano il ROS di Roma ad indagare su De Magistris e, conseguentemente, sul lavoro del suo consulente, dott. Gioacchino Genchi. Peccato che il Ros di Roma sia assolutamente incompetente a svolgere dette indagini. Per il codice di procedura penale le indagini avrebbe dovuto condurle la Procura di Salerno per il dott. De Magistris e, ove fossero emersi elementi di reato in ordine al lavoro svolto da Genchi, la Procura di Palermo.
Questo prevede il codice di procedura penale.
Il ROS non rileva questo “leggerissimo” problema di incompetenza e procede nelle sue indagini.
Pazienza, in certi casi la procedura penale sembra un ricordo per vecchi nostalgici.
La cosa più assurda, però, è che, come ci dice Genchi: “se nessuna indagine poteva dunque essere delegata al Ros di Roma, ancora meno poteva essere delegata a quelle particolari persone del Ros. Se i tabulati acquisiti avevano un senso, non si potevano affidare ai soggetti che emergevano proprio dagli stessi tabulati”.

Comunque il Ros indaga e scoppia il c.d. “caso Genchi”. Viene detto a gran voce al popolo italiano che la democrazia è in pericolo perchè Genchi avrebbe esaminato, e conservato, illegalmente, i tabulati telefonici di 13 milioni di italiani.
Si scoprirà, poi, che i Ros avevano basato questa loro affermazione sul sequestro, a Giachino Genchi, degli elenchi del telefono.
Genchi, vice questore in aspettativa, viene sospeso dall’incarico e gli viene ritirato distintivo e pistola.
Ed ecco l’ultimo atto. Il Tribunale del riesame dichiara illegittimo il sequestro operato sul materiale del dott. Genchi ed annulla i relativi decreti. Il materiale deve essere restituito al dott. Genchi. La procura di Roma che fa? Non restituisce il materiale al dott. Genchi.
Ora da questo breve riassunto si evince come i protagonisti di questa vicenda siano stati privati di tutte le garanzie costituzionali, ovvero chi ha operato nei loro confronti lo ha fatto in barba non alla legge, ma alla Costituzione (artt. 3- 107,108, ecc..).

PERCHE’

La storia del nostro paese è costellata di c.d. “misteri” che rimangono tali per l’agire illegittimo di più persone. Tale agire, però in passato, cercava di mantenere un’apparenza di legittimità. In altri termini, si sono sempre commessi atti illeciti per proteggere da conseguenze penali alcuni soggetti, ma si facevano meno palesemente per il timore di venire scoperti. Oggi pare non essere più così. Si fa palesemente in spregio ai codici e alla costituzione. Perchè?
Una prima risposta potrebbe essere quella che tali poteri sono divenuti così forti e sicuri da essere diventati arroganti e sfacciati. Potrebbe essere un’interpretazione.
Una seconda interpretazione potrebbe essere che abbiano agito così non per arroganza ma per paura. E’ noto, infatti, che più il pericolo è improvviso, vicino ed effettivo, meno le nostre reazioni sono ponderate ed attente. Dobbiamo agire, o meglio reagire, velocemente, con gli strumenti e le risorse che abbiamo a disposizione.
Se questa interpretazione dovesse essere giusta ci si dovrebbe chiedere di cosa hanno paura, ovvero cosa hanno scoperto Genchi e De Magistris per far reagire così il “potere”?
La risposta, allora, potrebbe trovarsi nelle parole dello stesso Genchi:
L´attacco che viene fatto nei miei confronti parte esattamente dagli stessi soggetti che io avevo identificato la sera del diciannove luglio del 1992 dopo la strage di via D’Amelio, mentre vedevo ancora il cadavere di Paolo Borsellino che bruciava e la povera Emanuela Loi che cadeva a pezzi dalle mura di via D’Amelio numero diciannove dov’è scoppiata la bomba, le stesse persone, gli stessi soggetti, la stessa vicenda che io trovai allora la trovo adesso!” ….. E questa è l’occasione perché ci sia una resa dei conti in Italia. A cominciare dalle stragi di via D’Amelio e dalla strage di Capaci. Perché queste collusioni fra apparati dello Stato, servizi segreti, gente del malaffare e gente della politica, è bene che gli italiani comincino a sapere cosa è stata“.
(Gioacchino Genchi, 27 febbraio 2009)
Ma in realtà oltre a queste due, c’è una terza possibilità. Una possibilità che ancora ci sfugge.
Ci potrebbe essere cioè un disegno più grande, che noi ancora non possiamo vedere, e che avrà il suo compimento fra diverso tempo; e in questo disegno potrebbe inserirsi la vicenda Genchi.
Una possibilità che, per la sua individuazione, richiede l’aiuto dei lettori. e un’analisi attenta dei fatti così come si sono svolti, si svolgono e si svolgeranno nei prossimi mesi o addirittura anni.
Invitiamo, quindi, tutti i lettori a dirci la propria opinione, per cercare di capire a cosa è finalizzata questa vicenda.

Benny Calasanzio Borsellino: “I Disarmati”, la resa dei conti di Claudio Fava

Benny Calasanzio Borsellino: “I Disarmati”, la resa dei conti di Claudio Fava.

Questo è il Claudio Fava migliore. Un Fava indignato ma cosciente della forza del pensiero comune che lentamente capisce, si informa, si indigna ed inizia a disprezzare profondamente coloro che fino qualche tempo fa si riverivano. “I Disarmati” è un viaggio in Sicilia, a Palermo, a Catania, con qualche capatina negli uffici romani che contano, magari dei partiti della sinistra. E’ una decostruzione, una demolizione dei due più grandi quotidiani siciliani: il Giornale di Sicilia e La Sicilia. L’uno fondato e gestito dalla famiglia Ardizzone, famiglia che non ha mai disprezzato amicizie mafiose, frequentazioni massoniche e fotografie accanto ai boss come Bontate; lo stesso giornale che ha relegato la cronaca del maxiprocesso alla mafia istruito da Falcone e Borsellino a dei colonnini in cui si dava eguale peso alle accuse dei pm e alle velleità della difesa. Un viaggio che a tratti diventa attuale, e prende le sembianze di un tesserino da pubblicista. Lo stesso che diedero a Mario Francese dopo la sua morte, lo stesso “onorario” che era stato donato al giornalista antimafia Pino Maniaci, ora sotto processo per esercizio abusivo della professione di giornalista, mica di chirurgo. Fava torna agli anni 80, dopo l’eccidio di Dalla Chiesa, della moglie e dell’agente di scorta. Rivede quei corpi e ricorda gli anni del coordinamento antimafia, messo in piedi dai giovani che affrontarono Sciascia dandogli del “quaraquaquà” quando attaccò Borsellino, ricorda poi l’esperienza politica della Rete. Ricorda e non nasconde le enormi contraddizioni dei leader, da Orlando che sparò (verbalmente) contro Falcone, mirando in alto, a Carmine Mancuso, il figlio del poliziotto Lenin ammazzato da cosa nostra; il Carmine passato dall’antimafia militante alle file di Forza Italia, che forse con i soldi della mafia fu costituita. C’è in “I Disarmati” l’orrenda involuzione del Partito Comunista Italiano, che dall’intransigenza legalitaria che portò sulla croce Pio La Torre abdicò completamente alla lotta alla mafia, passando il comando a dirigenti indegni come Michelangelo Russo, che arrivò a dire, mentre Fava e altri urlavano per quella evidente commistione tra mafia e affari rappresentata dai cavalieri di Catania, Ciancio, Costanzo, Sanfilippo e Graci “mica possiamo fare gli esami del sangue ad ogni azienda!”. Quindi ben vengano quelle infette, quelle colluse. Il tutto in nome di un immotivata frenesia di progresso, un progresso fittizio e a beneficio dei mafiosi. E dei loro amici. Per non parlare della squallida ed orgogliosa confessione di uno dei fondatori del Pci siciliano, Napoleone Colajanni: “i soldi degli appalti li presi anch’io quando ero segretario della federazione di Palermo. Ma c’erano tre regole: non mettersi una lira in tasca, non dare nulla in cambio e non farsi beccare”. La Sicilia di quegli anni era tutta nel matrimonio del nipote del cavaliere dell’apocalisse Costanzo, dove, tra politici, notabili e cardinali il più riverito e fotografato era Nitto Santapaola, già all’apice del potere mafioso. Un bestiario in cui entra a pieno titolo Sergio D’Antoni, ex segretario della Cisl, candidato alle europee con il Pd: “Se lottare per i lavoratori vuol dire essere mafiosi allora viva la mafia” scandiva di fronte alla bara di cartone di Orlando che i lavoratori delle aziende colluse bloccate dal sindaco di Palermo portavano in corteo. Dietro di lui annuiva Raffaele Bonanni. Bestie come i deputati europei del Pci che bocciano la relazione presentata dai Verdi in cui chiedevano a Salvo Lima di fare chiarezza sul dossier di Umberto Santino che dimostrava mirabilmente tutte le collusioni dell’onorevole mafioso. Erano passati solo 7 mesi dalla morte di La Torre. L’attacco frontale del libro, che è anche la sua cifra stilistica, è mirato ai piedi del palazzo che domina la politica e la vita quotidiana catanese: la redazione de La Sicilia, il giornale che dalla sua fondazione è riuscito a non prounciare mai la parola mafia, lo stesso che rifiutò i necrologi a Pippo Fava e al commissario Beppe Montana perchè in essi si addebbitava la loro morte a Cosa Nostra. E poi tante, tante altre cose che spiegano perchè la lotta alla mafia unisca solo i morti e divida aspramente i vivi.

Castello Utveggio

Castello Utveggio.

Scritto da Salvatore Borsellino
Erano le tre di notte ai primi di marzo di quest’anno, a Palermo. Mi sono svegliato di soprassalto, mi sono alzato e sono andato a guardare, dal balconde al nono piano della casa dove dormivo, il monte che sovrasta Palermo.
Non c’era la luna, non c’erano le stelle, il cielo era nero, ma sulla cima del monte si stagliava un castello.
Emanava un lieve chiarore, come se fosse fosforescente, dotato di una luce propria, forse perché lo ho guardato a lungo tante volte illuminato dal sole, e quell’immagine si è ormai stampata nella mia memoria.
Ogni volta che vado in Via D’Amelio vado vicino all’olivo che mia madre ha fatto piantare nel punto in cui era stata piazzata la macchina piena di esplosivo, nel punto dove sono stati massacrati Paolo e i suoi ragazzi, alzo gli occhi, lo vedo e sto a lungo a guardarlo.
Chissà se Paolo prima di alzare il braccio per suonare il campanello del citofono della casa di nostra madre ha alzato gli occhi e lo ha visto per l’ultima volta, chissà se anche i suoi ragazzi prima di essere fatti a pezzi lo hanno guardato.
Di certo qualcuno da una finestra di quel castello li stava osservando e aspettava il momento migliore per azionare il detonatore.
Di certo Gioacchino Genchi arrivando in Via D’Amelio due ore sopo la strage ha distolto gli occhi dal tronco di Paolo in mezzo alle macerie del numero 19 di Via D’Amelio, ha distolto gli occhi dai pezzi di Emanuela Loi che ancora si staccavano dall’intonaco del palazzo dove abitava la mamma di Paolo e ha visto quel castello.
Quel castello, l’unico punto, come subito capì, da dove poteva essere stato azionato il comando che aveva causato quella strage.
E allora prese l’auto, fece quei pochi chilometri in salita che separano Via D’Amelio da quello sperone del Monte Pellegrino, andò davanti al cancello di quel castello e suonò un altro campanello, lo suonò a lungo ma nessuno gli aprì nonostante la dentro ci fossero tante persone come poté stabilire qualche tempo dopo elaborando, come solo lui è in grado di fare, i tabulati telefonici dove sono riportati le posizioni e le chiamate dei telefoni cellulari e dei telefoni fissi.

Incrociando quelle telefonate si riescono a stabilire delle verità che nemmeno le intercettazioni sono in grado di fare.
Si riesce a sapere che da un certo numero di ville situate sulla strada tra Villagrazia di Carini e Palermo una serie di telefonate partì per segnalare che Paolo stava arrivando al suo appuntamento con la morte.
Si riesce a stabilire che nei 140 secondi intorno alle ore sedici cinquantotto minuti e venti secondi dell’esplosione che causò la strage, delle telefonate partirono e arrivarono da una barca ormeggiata nel golfo di Palermo per segnalare che Paolo era arrivato al suo ultimo appuntamento e che l’esplosione era stata perfettamente sincronizzata con il suo arrivo.
Su quella barca c’era Bruno Contrada ed altri componenti dei servizi segreti civili, dentro quel castello, insieme a persone che Genchi, con le sue tecniche è in grado di individuare e avrebbe già individuato se non lo avessero subito fermato, c’era Musco, una lugubre figura appartenente e animatore di logge massoniche deviate che dovrebbe essere inquisito per tanti elementi che invece oggi si trovano solo come spunto nelle sentenze di archiviazione di processi che non hanno potuto svolgersi.
Che forse non si svolgeranno mai, protetti come sono  da un segreto di Stato non dichiarato ma non per questo meno forte perché retto dai ricatti incrociati basati sul contenuto di una Agenda Rossa..
Perché invece di portare avanti quei processi si emanano sentenze assurde e vergognose come come quella che ha mandato assolto il Cap. Arcangioli, l’uomo fotografato e ripreso subito dopo l’esplosione in Via D’Amelio, con in mano la borsa di cuoio di Paolo che sicuramente conteneva l’agenda rossa.
Perché invece si svolgere altri processi che vanno a toccare i fili scoperti delle consorterie di magistrati, uomini di governo, massoni e servizi deviati, si massacrano altri giudici, non più con il tritolo, ma con metodi nuovi che non fanno rumore, non fanno indignare l’opinione pubblica, come le bombe che in Palestina amputano gli arti di civili palestinesi senza che venga versato del sangue.
Massacri, vere e proprie esecuzioni davanti a plotoni di esecuzione composti da altri magistrati, come la decimazione della Procura di Salerno, che vengono presentate da una stampa ormai asservita e pavida di fronte al sistema di potere con un’ottica completamente distorta e fuorviante.
Perché il pericolo rappresentato da Genchi e dalle sue consulenze in un eventuale processo agli esecutori occulti di questa strage, anche se forse non si svolgerà mai, viene eliminato preventivamentre eliminando la possibilità di un utilizzo delle sue raffinate tecniche di indagine in grado di inchiodare i responsabili materiali di quella strage.
Almeno fino a quando, e non è impossibile che accada, qualcuno non deciderà che sia necessaria la sua eliminazione anche fisica sfidando le reazioni che questa potrebbe provocare nell’opinione pubblica.
Alla stessa maniera in cui fu sfidata questa reazione quando fu necessario eliminare in fretta Paolo per potere rimuovere del tutto l’unico ostacolo che si frapponeva al portare avanti una ignobile trattativa tra mafia e Stato, portata avanti, in prima persona, dai più alti gradi del ROS. Quella trattativa della quale oggi, punto per punto e in mezzo all’indiferenza e all’assuefazione dell’opinione pubblica, vengono realizzati quei punti contenuti nel ‘papello’ e che sanciscono la definitiva sconfitta dello Stato di diritto.
Vogliamo anche noi dichiararci sconfitti, vogliamo anche noi chinare il capo e dichiararci servi, vogliamo anche noi rinunciare alla nostra libertà?
Il 19 luglio non è lontano. Prepariamoci.
Quest’anno da quella via in cui tutto è cominciato alle 5 del pomeriggio di 17 anni fa, dovrà nascere e non dovrà più fermarsi la nostra RESISTENZA.
Non dovrà più fermarsi fino a quando non sarà fatta Giustizia, fino a quando quei criminali che, anche dentro le istituzioni, stanno oggi godendo i frutti di quella strage non saranno spazzati via per sempre

Benny Calasanzio Borsellino: I corvi tornano a gracchiare nella procura di Palermo

Benny Calasanzio Borsellino: I corvi tornano a gracchiare nella procura di Palermo.

La notizia di per sè fa effetto, fa impressione. La procura di Palermo ha iscritto nel registro degli indagati, con l’ipotesi di fittizia intestazione dei beni di un boss, Sergio Sacco, cognato del Procuratore e capo della DDA di Palermo, Francesco Messineo. Il cognato di Messineo era stato più volte indagato, in passato, per mafia, ma è stato sempre scagionato. Il che non depone a suo favore, e per me rimane un mezzo mafioso, ci siamo? Uno però legge questa notizia e dice: cavolo, ma con che faccia questo guida ora la direzione distrettuale antimafia? Se nella famiglia di un mafioso qualcuno diventa sbirro o si pente gli sterminano parenti e amici. E se è uno sbirro ad avere queste grane?, che un suo familiare è colluso? La tentazione di chiedere a Messineo di farsi da parte è primaria. Se però uno riflette un attimo capisce tante, tantissime cose. La parentela disgraziata del dottore Messineo era cosa nota ai tempi dell’insediamento del procuratore capo a Palermo. Il Csm l’aveva vagliata e l’aveva ritenuta ininfluente quando già Sacco era stato colpito da indagini: cosa c’entrava Messineo se aveva un cognato “malacarne”? Poteva influire ciò nella sua azione? No disse il Csm e no dissero coloro che con Messineo avevano lavorato e gli avevano riconosciuto una grandissima capacità. Francesco Messineo arriva in una procura spaccata in mille pezzi dalla gestione di Piero Grasso e con pazienza, con perseveranza riesce nell’impresa impossibile di ristabilire la pace, ma soprattutto il ricircolo delle informazioni, la condivisione delle conoscenze che a Palermo era morta con Falcone e con Borsellino. Decollano le indagini e si tornano finalmente ad indagare anche i colletti bianchi. Questo fino a quando non capita per le mani dei magistrati palermitani uno che tutti snobbavano, che consideravano “mezzatesta”: Massimo Ciancimino, figlio del politico boss corleonese Vito, padre padrone e distruttore di Palermo. Il giovane viveur, arrestato e condannato per riciclaggio, da qualche tempo ha deciso di collaborare con l’autorità giudiziaria e sta raccontando al giudice Antonio Ingroia particolari importantissimi: dalla data della trattativa Stato-mafia che qualcuno voleva portare dopo la strage di Via d’Amelio e che Ciancimino junior invece anticipa (motivando in questo modo la necessità di ammazzare per questo Borsellino), alle tangenti d’oro donate ai politici, tra i quali Carlo Vizzini, addirittura ex membro della commissione antimafia. Sarà un caso, ma è proprio da quando i magistrati stanno spremendo Ciancimino che qualcuno sta gracchiando. Da quel momento viene fuori il cognato dimenticato di Messineo e sono certo che qualcosa colpirà presto anche il giudice Ingroia. Vediamo. Aspettiamo. Intanto a me, con tutto il rispetto per i registi e per gli attori di questa soap, non me la fanno.