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Antimafia Duemila – Le verita’ nascoste

Antimafia Duemila – Le verita’ nascoste.

Intervista a Luigi Li Gotti – 27 agosto 2009
Intervista rilasciata a Il Crotonese sulle verità nascoste che ora stanno riafforando riguardo le stragi di mafia dei primi anni Novanta, da quelle di via Capaci e via D’Amelio a quelle di Roma e Firenze, che passarono per la presunta ‘trattativa’ tra gli uomini di Cosa nostra e lo Stato.

Giornalista: Quali sono questi nuovi scenari?
Li Gotti: “La Commissione parlamentare antimafia ha deciso di avviare un’indagine sul periodo stragista della mafia, sulle possibili deviazioni, sull’ipotizzabile coinvolgimento di uomini delle istituzioni. Ovviamente si avrà l’accortezza di non pregiudicare e interferire con l’attività della magistratura”.

Giornalista: L’indagine avviata dall’Antimafia e quelle che già da tempo sta svolgendo la magistratura possono portare a dei risultati di conoscenze ulteriori rispetto a ciò che è scritto nelle sentenze?
Li Gotti: “Le indagini potrebbero dare alcune risposte agli interrogativi più inquietanti, ma c’è il rischio che si faccia confusione e che un polverone scentificamente provocato, possa portare al risultato di lasciare tutto a livello delle conoscenze attuali”.

Giornalista: Quali sono le pagine ancora oscure?
Li Gotti: “A mio parere le pagine, ed è ciò che ho detto in Commissione, ancora oscure sono: il ruolo di Paolo Bellini nella trattativa avviata da Nino Gioè (l’uomo morto suicida a Rebibbia nel 1993 e che era al fianco di Giovanni Brusca quando venne azionato il telecomando che provocò l’esplosione a Capaci). Bellini conobbe Gioè alcuni anni prima delle stragi, durante una comune detenzione nel carcere di Trapani. All’epoca Bellini agiva sotto copertura dei servizi segreti, essendo in possesso di documentazione di identità riferibile a tale Da Silva Josè. Proprio con questo nome venne tratto in arresto e conobbe Nino Gioè”.

Giornalista: Che successe dopo?
Li Gotti: “Alcuni anni dopo Bellini ritorna in Sicilia (fine 1991 inizi 1992) e prende contatto con Gioè, sollecitandolo ad aiutare il Nucleo del patrimonio artistico a recuperare alcune opere d’arte trafugate alla pinacoteca di Modena. Bellini agiva per conto del maresciallo dei carabinieri Roberto Tempesta e fornì al Gioè le fotografie delle opere da ritrovare. In cambio Gioè chiese un trattamento di favore per cinque capimafia detenuti. Bellini consegnò l’elenco con i cinque nomi al maresciallo Tempesta che, a sua volta, le consegnò al colonnello Mario Mori del Ros dei carabinieri. Sino a questo punto i fatti sono riscontrati con buona tranquillità”.

Giornalista: E quali sono allora i misteri ulteriori?
Li Gotti: “Bellini e Tempesta riferirono di progetti di Cosa Nostra di attentati al patrimonio artistico italiano (si parlò, da parte di Gioè, della Torre di Pisa). Tempesta ha dichiarato di averne riferito a Mori ma questi lo escluse. È comunque oggettivo il fatto che nel 1993 Cosa Nostra colpì il patrimonio artistico oltre a provocare morte (attentato a Firenze in via dei Georgofili e alla chiesa del Velabro a Roma). È un mistero chi fosse Bellini ed il ruolo che effettivamente svolse”.

Giornalista: Quali sono le altre pagine oscure?
Li Gotti: “L’incontro in carcere, in Inghilterra, del mafioso (poi diventato collaboratore di giustizia) Franco Di Carlo con misteriosi uomini dei servizi segreti, che chiedevano di sapere quale mafioso sarebbe stato in grado di compiere attentati di alto livello. Di Carlo fece il nome di suo cugino, ossia Nino Gioè. Le stragi non si erano ancora verificate. La vicenda rimane misteriosa”.

Giornalista: Dopo la strage di Capaci, a distanza di meno di due mesi, Cosa Nostra uccise Paolo Borsellino.
Li Gotti: “Ci si interroga sul perché di quella che è sembrata un’accelerazione. La risposta a questa domanda è estremamente difficile. È certo che fosse in preparazione l’attentato per la uccisione di Calogero Mannino, Totò Riina bloccò l’azione, essendo diventata urgente l’azione per eliminare Paolo Borsellino”.

Giornalista: Quale fu e se ci fu una “trattativa” tra lo Stato e Cosa Nostra?
Li Gotti: “Ci furono dei contatti tra Vito Ciancimino e il colonnello Mario Mori. Un punto oscuro è quello dell’inizio della trattativa. Prima della strage di via D’Amelio e dopo Capaci (così secondo alcune fonti probatorie) o dopo le due stragi (secondo il colonnello Mario Mori)? Non è da escludere che la morte di Borsellino possa essere collegata proprio alla ‘trattativa’”.

Giornalista: Ci sono altri interrogativi che attendono risposte?
Li Gotti: “La misteriosa scomparsa dell’agenda rossa che Borsellino teneva sempre con sé e che utilizzava per annotare sue valutazioni o accertamenti o sospetti; l’origine del misterioso foglietto, rinvenuto dopo la strage, in via D’Amelio con annotato un numero telefonico riconducibile ai servizi segreti; l’approfondimento dello studio del traffico telefonico già esaminato dal consulente Genchi e i contatti con Castello Utveggio e uomini di Cosa Nostra.
Quale era la struttura che era collocata in Castello Utveggio in Palermo? Il cambio improvviso del ministro dell’Interno (sino al 30 giugno 1992 era Vincenzo Scotti; dal 1° luglio 1992, diviene Nicola Mancino). Scotti, a una mia domanda durante il processo per la strage, disse di ignorare l’esistenza di trattative e di non sapersi spiegare la ragione del suo allontanamento dal ministero dell’Interno. Senonché, in questi ultimi giorni, Claudio Martelli, all’epoca delle stragi ministro della Giustizia, ha dichiarato, in un’intervista, che addirittura ci sarebbe stata una spaccatura nel governo tra i duri (tra essi egli stesso e Scotti) e i propensi alla trattativa. Scotti sarebbe stato sostituito, perché contrario alla trattativa. Per altro, se così fosse, la trattativa sarebbe precedente il cambio di governo (30 giugno 1992) e, quindi, precedente la strage di via D’Amelio (19 luglio 1992). Ma il colonnello Mario Mori, colloca invece l’inizio della trattativa (e il suo incontro con Vito Ciancimino) il 5 agosto 1992”.

Giornalista: Si trattò di un’unica trattativa o di più trattative?
Li Gotti: “In verità Martelli ha dichiarato di più contatti cercati da Cosa Nostra con lo Stato. Rimane l’ombra sull’incontro di Borsellino con il nuovo ministro dell’Interno, Mancino, il 1° luglio 1992. Mancino non lo ricorda e non ricorda di trattative. Il suo non ricordo risale a quegli anni (dichiarazioni rese nel 1997). Non è un cattivo non ricordo di oggi. Ma l’incontro è un fatto certo, perché riferito da chi accompagnò Borsellino sino all’anticamera del Ministro”.

Giornalista: Le indagini della Magistratura aprono nuovi scenari?
Li Gotti: “Sicuramente il nuovo scenario è rappresentato dal ruolo centrale svolto dalla famiglia mafiosa di Brancaccio (dichiarazioni del nuovo collaboratore Gaspare Spatuzza, ritenuto attendibile dalla magistratura e reo confesso del furto dell’autovettura imbottita d’esplosivo). Di tale furto si era accusato Vincenzo Scarantino, condannato definitivamente”.

Giornalista: Cosa significa ciò?
Li Gotti: “La responsabilità di Spatuzza significa diretto coinvolgimento della famiglia di Brancaccio, ossia dei capi mafiosi, i fratelli Graviano. Cioè i più attivi nel tessere alleanze politiche, in specie con le nuove realtà politiche che si affacciavano nel Paese. Nel quartiere Brancaccio (presso l’Hotel S. Paolo) fu costituito il primo e più importante circolo di Forza Italia, poi sciolto perché manifestamente infiltrato da mafiosi. Rimane per me un interrogativo da sciogliere la possibile incidenza sulla strage dell’intervista di Borsellino, resa il 22 maggio 1992 e in cui parlò dello ‘stalliere’ Mangano, di Dell’Utri e di Berlusconi. Così come rimane un interrogativo che merita risposte quali fossero le indagini che, dopo Capaci, Borsellino voleva segretamente avviare traendo spunto dal dossier mafia-appalti. Ne ha riferito Mori. Bisogna saperne di più”.

Giornalista: Ma il quadro che viene fuori potrebbe evidenziare, più che una trattativa, una collusione?
Li Gotti: “Non bisogna banalizzare e fare confusione. Bisogna tenere sempre a mente che il generale Mario Mori e gli uomini del Ros hanno catturato Salvatore Riina, il capo dei capi, e che, nel volgere di tre anni, le forze dell’ordine (Carabinieri e Polizia) sono riuscite a catturare i maggiori capi di Cosa Nostra. L’unica domanda che potrebbe farsi è: vi è stata una rigenerazione di Cosa Nostra, con la chiusura della stagione stragista, l’arresto dei capi corleonesi e l’avvento di una nuova mafia alleata del nuovo ceto politico? Ossia c’è stata anche una ‘seconda repubblica’ per Cosa Nostra, speculare a quella della politica?”

Paolo Franceschetti: LE TRATTATIVE TRA STATO E MAFIA E LA FAVOLA DI BIANCANEVE

Paolo Franceschetti: LE TRATTATIVE TRA STATO E MAFIA E LA FAVOLA DI BIANCANEVE.

Di Solange Manfredi

A 17 anni di distanza si torna a parlare delle c.d. Trattative che, tra il ’92 e il ’93, vi sarebbero state tra stato e mafia.

Quotidiani gli articoli di giornale sulle testimonianze di protagonisti di quegli anni che pare, solo ora, abbiano recuperato la memoria o, cosa ancora più grave soprattutto per quanto riguarda i soggetti istituzionali, solo ora abbiano deciso di parlare e mettere al corrente la magistratura di quanto a loro conoscenza sulla grave vicenda.

Speriamo che nuovi processi possano far chiarezza su quelle trattative che, nelle ricostruzioni delle precedenti sentenze, presentavano diversi punti irrisolti.
Vediamo quali.

MORI-CIANCIMINO

Secondo le sentenze che si sono occupate del periodo stragista del ’92-’93, tra l’agosto e il dicembre 1992 vi sarebbe stata una sorta di Trattativa tra Stato e mafia che vedeva: da un lato il Generale Mori e il cap. De Donno del Ros; dall’altro Vito Ciancimino e Antonino Cinà.

Dopo i primi contatti con Cinà: “…il Ciancimino – si legge negli appunti dello stesso Vito– avrebbe realizzato che non c’erano margini per alcuna trattativa, alla quale, tra l’altro, neppure “l’ambasciatore” aveva dimostrato vero interesse, per cui decise – come da sua annotazione testuale – di “passare il Rubicone”, ovvero intraprendere una reale collaborazione con i carabinieri, proponendo di infiltrarsi nell’organizzazione per conto dello Stato, intenzione che esplicitò ai nominati Mori e De Donno nel corso di un successivo incontro avvenuto a dicembre 1992, chiedendo in cambio che i suoi processi “tutti inventati” si concludessero con esito a lui favorevole ed il rilascio del passaporto” (sentenza Mori – Capitano Ultimo sulla mancata perquisizione al covo di Riina).

Immediatamente dopo questa proposta di collaborazione, ovvero il 19 dicembre 1992, Vito Ciancimino è stato arrestato.

All’udienza del 24 gennaio 1998 (processo di Firenze sulla strage dei Georgofili), escusso come testimone, il Generale Mori ha affermato: “Ciancimino non ha dato nessun contributo alla cattura di Riina, la vicenda dopo fu del tutto diversa. Ma il mio parere è che se fossero proseguiti i rapporti, lui Riina ce lo avrebbe fatto prendere davvero!2”

Problemi irrisolti.

1. Perchè Vito Ciancimino viene arrestato proprio nel momento in cui decide di voler collaborare con il ROS? La sua condanna non era ancora definitiva, perchè dunque? Chi decise quell’arresto e con quale motivazione? Possibile che sia stato improvvisamente ravvisato un pericolo di fuga? Non è possibile, invece, che Ciancimino sia stato arrestato proprio perchè aveva deciso di collaborare? Perchè questo intempestivo arresto è stato considerato irrilevante? Perché la sentenza ha lasciato aperto un interrogativo di questo tipo?

2. Cosa intendeva dire il Generale Mori quando, escusso come teste al processo di Firenze, ha afferma che se Ciancimino non fosse stato arrestato: Riina ce lo avrebbe fatto prendere davvero? Questa affermazione ha qualcosa a che vedere con l’anomalo arresto di Riina e con l’ancor più anomala mancata perquisizione del covo ove era latitante il boss di Corleone? Ed è possibile che i processi che hanno visto, e vedono, il gen. Mori imputato di favoreggiamento a Cosa nostra siano, come afferma il suo avvocato, un tentativo di linciaggio morale nei confronti di chi ha saputo mantenere la schiena dritta?

BELLINI-GIOE’

Nella sentenza sulla strage dei Georgofili viene presa in esame anche la trattativa Bellini-Gioè, svoltasi nello stesso periodo della trattativa tra Mori e Ciancimino.

Paolo Bellini, contattato nel 1992 dal mar.llo Tempesta del Nucleo Tutela Patrimonio Artistico dell’Arma dei Carabinieri perché si interessasse al recupero di alcuni quadri rubati alla Pinacoteca di Modena, ha testimoniato di aver girato la richiesta al suo amico Gioè, conosciuto nel 1981 mentre si trovava ristretto nel carcere di Sciacca sotto falso nome (impossibile identificarlo con certezza perchè le sue impronte digitali erano sparite dagli archivi), si faceva chiamare Roberto De Silva (???).

Gioè gli avrebbe detto che per i quadri della pinacoteca di Modena non si poteva fare nulla, ma che avrebbe potuto fargli recuperare opere molto più importanti. In cambio chiedeva l’ammissione in ospedali, o agli arresti domiciliari per causa malattia, di alcuni detenuti tra cui: Luciano Leggio, Pippò Calò, Brusca (il padre di Giovanni).

Bellini ha raccontato anche che Gioè gli fece capire che la mafia aveva intenzione di attentare al patrimonio artistico dello stato: “che ne direste se una mattina non trovaste più la torre di Pisa?” (sentenza sulla strage dei Georgofili).

Antonino Gioè non può confermare quanto raccontato da Bellini visto che è morto, presumibilmente suicida, nel carcere di Rebibbia il 29 luglio 1993 (Su questo suicidio, nel corso del processo, gli avvocati della difesa hanno sollevato molti dubbi. Ufficialmente Gioè si sarebbe ucciso perché’ aveva parlato troppo al telefono e, saputo delle intercettazioni e temendo una vendetta di Riina, prima di impiccarsi, in un estremo tentativo di salvare la faccia, avrebbe scritto una lettera cercando di farsi passare per pazzo).

Il mar.llo Tempesta ha testimoniato che, verso il 28-29 agosto 1992, andò dal gen. Mori e gli spiegò la situazione, parlandogli di Bellini, di Gioè e dei discorsi fatti sui monumenti e sulla Torre di Pisa.

Se queste sono le testimonianze, sostanzialmente coincidenti, di Bellini e Tempesta, diverse sono le versioni del Generale Mori e di Brusca.

Il generale Mori ha testimoniato che non ricorda che Tempesta gli parlò della possibilità di recuperare opere d’arte attraverso il Bellini, né che le agevolazioni carcerarie per i cinque mafiosi potessero costituire la contropartita di un recupero di opere d’arte, né tanto meno che Tempesta gli parlò di progetti criminosi eclatanti contro il patrimonio artistico della nazione (in riferimento alla Torre di Pisa Mori afferma: “sono portato ad escluderlo, è un fatto così enorme che me ne sarei ricordato”).

Brusca, invece, ha dichiarato addirittura che l’idea di colpire i monumenti artisti della penisola fu suggerita a Cosa Nostra proprio da Bellini, considerato dai mafiosi un uomo dei servizi segreti.

Brusca riferisce anche che Bellini avrebbe motivato tale idea affermando che in quel periodo era Presidente del Senato Spadolini, persona molto sensibile a queste cose. Per uno strano caso del destino il 27 maggio 1993 un’autobomba esplodeva a Firenze in via della Lambertesca e, tra gli appartamenti devastati dall’esplosione, vi era anche la sede dell’Accademia dei Georgofili, centro studi di cui all’epoca faceva parte, guarda caso, proprio il Presidente Spadolini.

Problemi irrisolti.

1. Paolo Bellini, personaggio “particolare” indicato da più fonti (diverse da Brusca) come persona legata ai servizi segreti sin dal 1970, è un ex estremista di destra imputato, e poi prosciolto, per falsa testimonianza e concorso nella strage di Bologna che, arrestato, nel 1999, ha confessato più di 10 omicidi. Perchè non è stato ritenuto rilevante approfondire la storia criminale di Paolo Bellini, anche al fine di valutarne la sua attendibilità?

2. Se Brusca, collaboratore di giustizia, è stato ritenuto credibile dalla Corte, perché non approfondire le sue gravissime dichiarazioni riguardo Paolo Bellini, dichiarazioni peraltro coincidenti con quelle di un altro collaboratore di giustizia, Tony Calvaruso?

DELFINO-DI MAGGIO

L’08 gennaio 1993, secondo quanto riportato nelle sentenze, i carabinieri captarono casualmente (?????????????) una conversazione che li indusse a sospettare (?????????) fosse in atto un traffico di stupefacenti e, vista la possibile fragranza di reato, intervennero.

Nel locale perquisito nessuna traccia di droga, ma trovarono tal Balduccio di Maggio in possesso di un giubbotto antiproiettile e di una pistola. Il Di Maggio era incensurato, e l’accusa era lieve, eppure, portato in caserma, si era mostra agitato e aveva chiesto di poter parlare con l’ufficiale più alto in grado, sostenendo di avere informazioni importanti su Riina.

Da pochi mesi (dal 06.09.1992) il comando della regione Piemonte e Valle D’Aosta era stato assunto dal Generale Francesco Delfino (attualmente sotto processo a Brescia con l’accusa di concorso in strage) che, avvertito della richiesta, si era precipitato nella notte e raccoglie le spontanee dichiarazioni del Di Maggio.

Di Maggio ha affermato di non conoscere il gen. Delfino e sicuramente è così, vi è però da da segnalare che: “il 28 o 29 giugno del 1989, proprio quando prestava servizio in Sicilia come vice comandante della Regiona Palermo, Delfino aveva diretto un’operazione nel territorio di San Giuseppe Iato, contrada Ginestra. L’operazione aveva lo scopo di localizzare e perquisire una grande e lussuosa villa in costruzione che, fonte confidenziale, aveva indicato come di proprietà di tale Baldassare Di Maggio, autista per il Riina, e presso la quale poteva trovarsi ospitato il boss di Corleone. La perquisizione, però, aveva dato esito negativo e al Di Maggio furono in seguito notificati solo verbali di accertamento di violazioni di tipo edilizio” (sentenza Mori -Cap. Ultimo).

Giunto a Palermo il pentito Di Maggio, preso in carico dai Ros, aveva indicato la “zona” presso la quale si sarebbe dovuto trovare Riina (affermando di non conoscere l’esatta ubicazione).

Il 15 gennaio 1993 Riina, venne arrestato presso un’area di servizio poco distante dal suo “covo”. Il luogo di latitanza del boss di Corleone, poi, non venne perquisito, né tenuto sotto osservazione, per giorni permettendo a Cosa Nostra di far sparire qualsiasi prova.

Per questa “collaborazione” Di Maggio ha ricevuto dallo stato italiano, 500 milioni di lire. Alcuni imputati del processo di Firenze (Francesco Giuliano e Cosimo Lo Nigro), che si sono dichiarati innocenti, hanno affermano che in carcere sono stati promessi loro soldi se si autoaccusavano e accusavano altre persone delle stragi.

Problemi irrisolti.

1. Per Riina: “La storia di Balduccio Di Maggio fu soltanto uno specchietto per le allodole, è chiaro. Il mio arresto fu pilotato dall’alto. Ma da chi?”.

2. Anche per Brusca la storia del pentimento Di Maggio sarebbe stata solo una copertura perchè, sostiene il pentito, Di Maggio era perfettamente a conoscenza del luogo ove si nascondeva di Riina ma: “aveva fatto un patto sotto banco con i carabinieri per far arrestare Riina in mezzo alla strada e per non individuarne la casa“(processo sulla strage dei Georgofili, udienza 15 maggio 1993). Perchè anche quest’affermazione di Brusca, ricordiamo collaboratore di giustizia e, pertanto, ritenuto credibile dalla Corte, non viene approfondita?

3. Per Brusca l’arresto di Riina si deve, in realtà, all’attività del M.llo Lombardo (apparentemente suicidatosi nel cortile dei ROS di Palermo il 04/03/1995) e alle informazioni del suo confidente Brugnano (ucciso il 26/02/1995). Secondo la stampa il mar.llo Lombardo, accusato di collusione con Cosa Nostra, si si sarebbe suicidato per la vergogna. Ad accusarlo falsamente era stato Angelo Siino, guarda caso, un uomo molto vicino a Balduccio Di Maggio. Perchè anche questo interrogativo viene lasciato senza risposta? Perchè la morte del m.llo Lombardo è stata frettolosamente archiviata come suicidio, pur presentando forti anomalie non ultima quella della sparizione, dopo la sua morte, di tutti i suoi appunti?

CONCLUSIONI


Questi i punti irrisolti lasciati dai precedenti processi. Punti non da poco. Punti che se approfonditi, forse, avrebbero potuto permettere una lettura completamente diversa di quanto successo in quel periodo.

Speriamo allora che le indagini in corso facciano un po’ di luce e (finalmente) ci spieghino perché Ciancimino, quando finalmente decide di collaborare col ROS, viene arrestato.

Speriamo che ci spieghino cosa voleva dire Mori quando ha affermato che se il rapporto con Ciancimino fosse continuato Riina lo avrebbero preso per davvero.

Speriamo, inoltre, che si faccia luce su quanto affermato da Brusca, e cioè che Di Maggio avrebbe fatto un accordo sottobanco con i carabinieri per far prendere il boss di Corleone lontano dal suo covo, (dichiarazione che non può non richiamare alla memoria il fatto che, subito dopo l’arresto di Riina, fu proprio un comunicato stampa rilasciato dai Carabinieri a “bruciare” il covo, impedendo così al Ros di proseguire in sicurezza l’osservazione dei luoghi).

Speriamo che si faccia luce anche sulla figura di Bellini, e sulle dichiarazioni che lo indicano come uomo dei servizi che aveva “suggerito” a cosa Nostra gli attentati da fare.

Speriamo, infine, che si faccia luce sulle contraddizioni insanabili che sono emerse fino a qui.

Le contraddizioni di una mafia che farebbe degli attentati per costringere lo Stato a trattare però, contemporaneamente, cercherebbe di depistare rivendicando le stragi con la sigla “Falange Armata”, senza che nessuno si preoccupi di capire da dove nasce la sigla, chi c’è dietro, chi l’ha consigliata, ecc…

Perchè chissà, magari se si fossero approfonditi i punti su elencati, si sarebbe scoperto che:

– Ciancimino era stato arrestato proprio per impedirgli di collaborare con il gen. Mori;

– Bellini era stato infiltrato dai servizi per “suggerire” a cosa nostra, braccio armato di qualche potere occulto, cosa colpire;

-Riina, ormai “bruciato” dalle indagini del m.llo Lombardo e ritenuto dall’organizzazione “sacrificabile”, grazie al “suggerito” pentimento di Di Maggio, era stato volutamente arrestato lontano dal suo covo, per impedire che la documentazione che teneva nell’abitazione venisse scoperta e sequestrata dalla magistratura;

– L’omicidio del m.llo Lombardo, persona scomoda perchè a conoscenza della verità e non corruttibile, era stato “preparato” grazie al “suggerito” pentimento di Siino, uomo molto vicino a Di Maggio che, accusandolo falsamente di collusione con Cosa Nostra, aveva permesso di preconfezionare la menzogna del suicidio per vergogna.

Magari, approfondendo i punti che abbiamo indicato, si sarebbe scritta una storia completamente diversa, la storia di un “sistema criminale” di cui la mafia era solo il braccio armato. Ma queste sono solo ipotesi.

Ora, a 17 anni di distanza, si torna a parlare di quel periodo, si parla di servizi segreti, di innocenti in carcere, di “pentiti” patacca, e si delinea un’altra verità processuale.

A noi non resta che aspettare l’esito delle indagini e dei processi, non ci resta che aspettare un nuovo capitolo (sentenza) di questa dolorosa vicenda, nella speranza che, la verità processuale che ne scaturirà, (depistaggi permettendo) possa apparire, una volta tanto, più credibile della favola di biancaneve e i sette nani.

Patto mafia-servizi, inchiesta riaperta “Intermediario americano per Totò Riina” – cronaca – Repubblica.it

Patto mafia-servizi, inchiesta riaperta “Intermediario americano per Totò Riina” – cronaca – Repubblica.it.

Nuovi indagati a Palermo, inchiesta più ampia di quella che portò alle archiviazioni
La misteriosa trattativa tra la “cupola” e uomini delle istituzioni

Patto mafia-servizi, inchiesta riaperta
“Intermediario americano per Totò Riina”

di SALVO PALAZZOLO

PALERMO – Le ultime richieste sono state girate ai vertici dei servizi segreti, su alcuni 007. “Voglia la Signoria Vostra illustrare le mansioni svolte nell’ambito della struttura palermitana dell’intelligence da…”. I pm Nino Di Matteo e Antonio Ingroia, gli stessi che hanno portato a processo l’ex capo del Sisde Mario Mori per favoreggiamento a Cosa nostra, hanno riaperto l’inchiesta sulla misteriosa trattativa che vide protagonista la cupola mafiosa e alcuni uomini delle istituzioni.

Adesso, l’indagine sarebbe molto più ampia di quella che nel 2004 era stata chiusa con un’archiviazione per Totò Riina, il suo medico Antonino Cinà e l’ex sindaco Vito Ciancimino. Erano accusati di aver “veicolato” un “papello” di richieste per far cessare le stragi. Ora, l’indagine cerca oltre, perché la trattativa sarebbe iniziata molti mesi prima della stagione degli eccidi Falcone e Borsellino, e sarebbe proseguita anche oltre. Secondo i pm di Palermo, uno degli “effetti” del presunto (e raggiunto) patto sarebbe stata la mancata cattura di Provenzano nel 1995 da parte del Ros di Mario Mori, che con Ciancimino aveva iniziato a dialogare. Ecco perché le risultanze dell’ultima inchiesta potrebbero finire presto anche al processo Mori.

Intanto, ci sarebbero già dei nuovi indagati per la trattativa, al vaglio della Procura diretta da Messineo. Il filone principale che viene approfondito è quello dei rapporti fra boss e uomini dei servizi. Dalla vecchia inchiesta i magistrati hanno poi ripreso il giallo della trattativa americana di Riina. A parlarne era stato Paolo Bellini, ex estremista di destra che ai processi per le stragi aveva svelato le confidenze di uno degli assassini di Falcone, Nino Gioè, morto suicida in carcere. “Riina aveva un ulteriore canale per cercare di ottenere benefici – questa la confidenza – era una trattativa triangolare, fra Italia e Usa, nel senso che Cosa nostra aveva dei tramiti oltreoceano per una trattativa da condurre in porto con ambienti italiani”.

Chissà se il misterioso intermediario è l’avvocato americano arrivato in Sicilia poco prima delle stragi. Ne ha parlato il pentito Giuffrè. Lui sa poco, solo che qualche mafioso aveva il compito di andarlo a prendere nel lussuoso albergo di Villa Igiea.