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Antimafia Duemila – Il presidente della regione Sicilia, Lombardo, indagato per mafia

Conoscendo la fitta rete clientelare di Lombardo, le connessioni con la mafia me le immaginavo. La mafia ha sempre fatto grossi affari con la regione Sicilia…

Fonte: Antimafia Duemila – Il presidente della regione Sicilia, Lombardo, indagato per mafia.

La notizia l’ha data questa mattina il quotidiano La Repubblica.

Il governatore della Sicilia, Raffaele Lombardo, e suo fratello Angelo, parlamentare dell’Mps, risultano indagati dalla Procura di Catania con l’accusa di concorso esterno in associazione mafiosa. Alla base delle indagini ci sarebbe un rapporto di tremila pagine scritte dai Carabinieri del Ros emergono le presunte relazioni dei fratelli Lombardo con il capomafia catanese Vincenzo Aiello, arrestato l’8 ottobre 2009 con il boss latitante Santo La Cuasa nel corso di un vertice di mafia ed indicato come uomo vicino al boss ergastolano Benedetto Santapaola.
Nel dossier sono inserite le rivelazioni di un pentito di primo piano come Maurizio Avola e le intercettazioni telefoniche e ambientali che documenterebbero i contatti tra i due politici ed i boss. Oltre ai fratelli Lombardo risulterebbero indagati anche il deputato regionale dell’Udc, Fausto Fagone, e altri sindaci di comuni catanesi e diversi amministratori comunali e provinciali che, secondo quanto riportato, sarebbero stati eletti grazie all’appoggio delle famiglie del clan Santapaola, di cui Aiello era rappresentante.

Chi è Vincenzo Aiello?
Il boss etneo, arrestato lo scorso ottobre, non è un personaggio molto conosciuto ma al tempo stesso vanta un pedegree di prim’ordine. Uomo di fiducia del “capofamiglia” Benedetto Santapaola, i collaboratori di giustizia raccontano di lui che, già nel 1992, faceva parte della delegazione che partecipò al vertice con i corleonesi Giovanni Brusca, Leoluca Bagarella e Nino Gioè, per decretare l’affiliazione alla famiglia Santapaola di Santo Mazzei “u’ carcagnusu”, uomo d’onore, con la benedizione di Bagarella nel ruolo di padrino. Dopo l’arresto di Nitto Santapaola, nel maggio del ’93, Enzo Aiello diventò il nuovo capofamiglia. Nell’agosto del 1994 però, dopo otto mesi di latitanza, fu arrestato nell’ambito del maxiblitz “Orsa Maggiore” e sei mesi fa, in stato di sorvegliato speciale, è stato nuovamente arrestato nel blitz nelle campagne di San Pietro Clarenza mentre partecipava ad un summit con il gotha del clan Santapaola in cui si discuteva d’affari e delle strategie da adottare per arginare l’ascesa del clan Cappello.

L’inchiesta
Il faldone del Ros, ora al vaglio della Procura, secndo le indiscrezioni di stampa, racchiude i risultati di due anni di indagini e contiene le rivelazioni del collaboratore di giustizia Maurizio Avola ed una serie di intercettazioni telefoniche ed ambientali.
Avola, uomo d´onore della famiglia di Nitto Santapaola, già tre anni fa – prima dell’elezione  a Presidente della Regione – aveva accusato Lombardo. Dopo averlo visto in tv mentre firmava un accordo con la Lega nord, Avola riconobbe in Lombardo lo stesso uomo che, negli anni 80, avrebbe visto incontrarsi, durante la latitanza, con Nitto Santapaola, a San Giuseppe La Punta. Il meeting si sarebbe tenuto a casa di un falegname dove, secondo il pentito, il Governatore giunse a bordo di una Lancia Delta, dello stesso tipo di quella che guidava Lombardo in quel periodo.
Il nome del presidente dell’Mpa era affiorato alcuni mesi fa in una «breve» di cronaca sulle pagine interne dei quotidiani locali siciliani: «Archiviata dalla procura di Catania un’ indagine di mafia che ha sfiorato il governatore». Già all’epca delle accuse di Avola la Procura di Catania aveva iniziato le indagini chiedendone poi l’archiviazione ma il gip avrebbe respinto l’istanza imponendo un supplemento d’indagine.

Le intercettazioni
Agli atti dell’inchiesta, coordinata direttamente dal Procuratore D’Agata ed affidata al procuratore aggiunto Giuseppe Gennaro e ad altri quattro sostituti, ci sono ore ed ore di intercettazioni telefoniche ed ambientali che inguaiano il fratello del Presidente ed il suo autista “personale”. Altre, invece, sono state raccolte direttamente dalla voce dei mafiosi. In alcune di queste, riportate da La Repubblica, sarebbe proprio il boss catanese Vincenzo Aiello a ricordare, lamentandosi, i voti di scambio e le modalità di voto che permisero l’elezione di Lombardo a Governatore. A suo dire il Presidente della Regione aveva eretto un “circuito chiuso” che rendeva estremamente dificcili le comunicazioni con lui.
Nelle conversazioni tra i mafiosi ci sono anche numerose critiche nei confronti di Lombardo, reo di aver voluto come assessori nella sua giunta, ex magistrati come  Massimo Russo, Giovanni Ilarda (assessore alla Presidenza della Regione poi dimessosi) e Caterina Chinnici, figlia di Rocco Chinnici, capo dell’ufficio istruzione di Palermo, ucciso dalla mafia con un’autobomba nel 1983. “Raffaele ha fatto una ‘minchiata’ a fare questi magistrati assessori, perché questi, anche se lui è convinto che lo faranno, non potranno proteggerlo” commentava il boss Vincenzo Aiello parlando con i picciotti a commento di un’indagine che coinvolgeva un alto funzionario della Regione Siciliana, indagato per l’appalto relativo all’informatizzazione della Regione.
Un’altra parte dell’inchiesta, sempre corposa, riguarda gli “affari” dei fratelli Lombardo, e di esponenti politici e funzionari regionali a loro legati, nel controllo della spesa pubblica siciliana, dalla Sanità ai finanziamenti europei, alla formazione professionale, al grande business dell’energia alternativa, fino alla gestione dei rifiuti.
Proprio il fratello di Lombardo, secondo quanto ricostruito dai carabinieri del Ros, teneva i rapporti “da vicino” con i boss e gli altri esponenti delle famiglie mafiose. La sua automobile era stata imbottita anche di microspie, ma l’autista le aveva scoperte e in automobile non parlava più.

Quegli incontri con l’architetto Liga
Anche Giuseppe Liga, l’architetto arrestato la scorsa settimana accusato di essere il capomafia dei San Lorenzo per il dopo Lo Piccolo, aveva incontrato il governatore Lombardo.
Era il 2 giugno 2009, in piena campagna elettorale per le Europee. Una foto scattata dai finanzieri lo hanno ritratto mentre usciva dal palazzo della presidenza della Regione.
Qualche giorno dopo lo stesso Liga al telefono diceva: “Io ho avuto dei contatti con Raffaele… durante la campagna elettorale… ci sono alcune cose in movimento”.
Inoltre, appena due giorni prima dell’arresto, in un’intervista al mensile “S” l’architetto confermava il rapporto con il presidente della Regione: “Sono cresciuto insieme con il presidente della Regione, Raffaele Lombardo. Mi chiama, ci parlo”. Alla luce dei nuovi eventi anche quell’incontro potrebbe assumere un peso differente. Inoltre, nuovi risvolti d’indagine potrebbero essere raccolti grazie al nuovo collaboratore di giustizia, Giuseppe Laudani, rampollo di una delle famiglie più blasonate delle cosche catanesi che ha già parlato a lungo delle operazioni di riciclaggio di denaro attraverso il re della grande distribuzione in Sicilia, Sebastiano Scuto, arrestato e adesso sotto processo.

Indagini per fuga di notizie
Il Procuratore capo della Procura di Catania, Vincenzo D’Agata ha dichiarato: “Preferisco mantenere il massimo riserbo”, precisando “che la notizia non e’ stata certo diffusa dall’Azione Cattolica, c’e’ chi ha interesse a creare uno stato di tensione sul mondo politico, vera o falsa che sia la notizia”. “Purtroppo – ha spiegato ancora D’Agata – i giornali, qualche volta, diventano involontari strumenti nelle mani di qualcuno. Certo, capisco che il giornalista fa il suo mestiere ma noi dobbiamo fare il nostro”.
In merito alla notizia sul fascicolo aperto nei confronti di Raffaele Lombardo e del fratello Angelo, per concorso esterno all’associazione mafiosa, la procura di Catania ha deciso di aprire un’inchiesta sulla fuga di notizie. Il fascicolo sarà trasmesso, per competenza, alla procura di Messina a tutela dei magistrati di Catania che non possono indagare su atti che attualmente stanno trattando loro.

Richiesta di dimissioni

In attesa di conoscere i risvolti delle indagini il Presidente della Regione Sicilia ha già annunciato la propria estraneità dei fatti. In virtù della carica che ricopre, pur ammettendo la presunzione d’innocenza, le dimissioni immediate sarebbero state più che opportune, così come hanno richiesto Sonia Alfano e Rita Borsellino. “A seguito delle indagini avviate per concorso esterno in associazione mafiosa – ha sottolineato la parlamentare europea dell’Idv – mi aspetto le immediate dimissioni. Lombardo deve capire che non può continuare a infierire anche lui su una terra che è già stata saccheggiata e violentata da numerosi suoi predecessori, e della quale non è rimasto più nulla”. La Borsellino ha aggiunto: “Le gravi accuse nei confronti del governatore Lombardo che sembrano emergere dall’inchiesta della procura di Catania, non possono essere affrontate con leggerezza. La Sicilia non può ritrovarsi ancora una volta in una situazione in cui, sul suo massimo rappresentante istituzionale, si addensino delle ombre così pesanti”.
Chiara anche la posizione di Giuseppe Lumia: “Se i fatti verranno confermati anche per il Presidente Lombardo vale la presa di posizione che ho avuto nei confronti di casi simili: chi sbaglia paga”.

Troppe coincidenze nella Sicilia che non dimentica

Fonte: Troppe coincidenze nella Sicilia che non dimentica.

27 febbraio 2010 – Palermo. Tre fatti di cronaca, apparentemente slegati tra loro. L’omicidio dell’avvocato Enzo Fragalà, politico di lungo corso, ucciso barbaramente a bastonate da uno sconosciuto. L’imminente nascita del partito del sud annunciata dal governatore Raffaele Lombardo, una sorta di Lega in salsa siciliana. L’avvio di un nuovo processo contro Totò Cuffaro, questa volta per concorso esterno. Tutti fatti siciliani. Hanno qualcosa in comune? Ci sono analogie con il passato? Se il delitto Fragalà avesse – come sembra – un movente mafioso la sua morte appare un messaggio preciso diretto a tutti quegli avvocati parlamentari – o ex – che hanno difeso imputati di mafia.
Il nome di Fragalà viene accostato in queste ore sempre più spesso a quello di Salvo Lima. E non certo perché l’avvocato sia stato come Lima la cerniera tra politica e mafia. Ma perché la sua morte, come quella di Lima denuncerebbe un accordo tradito. Quello per cui i boss in carcere si aspettavano leggi a favore che non sono arrivate. Una minaccia che arriva da lontano, dal luglio del 2002, dieci anni esatti dalle stragi Falcone e Borsellino, quando il boss Bagarella denunciava la situazione dei detenuti al 41bis, “usati come merce di scambio dalle varie forze politiche”. Seguirono due lettere indirizzate “agli avvocati parlamentari” che si erano dimenticati dei loro clienti. La minaccia fu tradotta in una nota dei servizi secondo la quale Cosa nostra minacciava alcuni avvocati-parlamentari. Tra loro c’era Fragalà, insieme a Nino Mormino, oggi legale di Cuffaro. Con l’omicidio Fragalà Cosa nostra è passata ai fatti, a distanza di otto anni da quelle minacce?

A tirare in ballo gli avvocati parlamentari che se ne “fottevano” dei loro clienti in galera, furono due boss di prima grandezza, Giuseppe Graviano e Salvino Madonia. Proprio quel Graviano che il pentito Spatuzza afferma aver stretto con Dell’Utri e Forza Italia un patto elettorale. Al processo d’appello contro il senatore, il boss ha risposto così: “Sarà mio dovere quando il mio stato di salute lo permetterà di informare l’Illustrissima Corte d’Appello per rispondere a tutte le domande che mi verranno poste”. Un messaggio ricattatorio? Graviano potrebbe confermare Spatuzza? Le analogie con il 2002, con quelle minacce, non finiscono qui.
In quell’anno a finire nei guai fu anche il capo di Forza Italia in Sicilia, Gianfranco Micciché, coinvolto in una storia di droga come persona informata sui fatti. I sussurri del Palazzo dicevano che tutta la vicenda puzzava di ricatto mafioso, sia nei confronti di Micciché che del suo sponsor, il Presidente del Consiglio. Il cui nome un mese dopo, era il 22 dicembre 2002, comparve su uno striscione allo stadio di Palermo: “Uniti contro il 41bis. Berlusconi dimentica la Sicilia”. Qualcuno aveva promesso la fine del carcere duro?

Oggi Micciché è una spina nel fianco del Pdl in Sicilia, co-fondatore insieme con Lombardo del Partito del Sud. Una nuova avventura politica che però nasce vecchia. Fu infatti Vito Ciancimino a pensarci per primo e la mise nero su bianco nel “suo papello” che doveva diventare la base della trattativa nata nel 1992 tra stato e mafia. Qualcuno mise pure in pratica l’idea e nacque Sicilia Libera. A tirare le fila era Bagarella e quel partito prese in seguito il nome di Forza Italia-Sicilia Libera. Coincidenze? Il governatore Lombardo, futuro leader del partito del Sud manda in crisi il Pdl siciliano e il sistema di potere del suo predecessore Cuffaro, finito a difendersi nelle aule del tribunale palermitano dalle accuse di mafia.
Un futuro che ricalca il passato e che a sua volta divora il presente. Perché c’è infine un’analogia terribile ed è quella con il biennio delle stragi, ’92-’93. Oggi come allora sta per finire un ciclo politico. Oggi come allora Cosa nostra ha in mano un potenziale ricattatorio fortissimo. Oggi come allora si parla di trattativa tra stato e mafia. Non solo quella che Massimo Ciancimino sta raccontando nei tribunali. Ma un’altra molto più attuale e che forse ha armato la mano contro Enzo Fragalà. Una trattativa che come sempre ha bisogno di sangue e terrore. Perché a Palermo e in Sicilia si passa su tutto e non si dimentica nulla.

Nicola Biondo (ANTIMAFIADuemila, 27 febbraio 2010)

Trattative stato-mafia, arriva in Procura il “papello” delle richieste di Cosa Nostra – l’Unità.it

Fonte: Trattative stato-mafia, arriva in Procura il “papello” delle richieste di Cosa Nostra – l’Unità.it.

di Nicola Biondo

Non c’è nessuna intestazione, né una firma né ovviamente il destinatario. Quello che ormai viene chiamato “papello” è una lista di 12 punti, scritta a mano e a stampatello dal ghota di Cosa nostra. Ogni punto una richiesta allo stato per far cessare le stragi: si va dalla abolizione della legge sui pentiti a quella sulla confisca dei beni mafiosi, alla chiusura dei supercarceri come l’Asinara all’annullamento del decreto sul 41bis, il carcere duro. Una sorta di grande riforma della giustizia, una resa totale dello stato alla mafia dopo la strage di Capaci. E’ una fotocopia del papello quella che è stata consegnata ieri ai giudici palermitani dagli avvocati di Massimo Ciancimino, figlio di don Vito, tramite nell’estate del 1992 tra Cosa nostra e le istituzioni.

Per l’originale si dovrà attendere ancora ma la Procura di Palermo lo giudica un passo avanti importante nelle indagini.

Ma se il papello cattura l’ovvia attenzione mediatica, grande importanza viene data dai PM Nino Di Matteo e Antonio Ingroia ad alcuni fogli che riportano le considerazioni di Vito Ciancimino sulla trattativa. In essi Don Vito farebbe riferimento a due politici, Mancino e Rognoni ( che hanno ripetutamente smentito qualsiasi coinvolgimento) e ricostruirebbe le fasi della trattativa con il Ros in modo assai diverso a quanto finora appurato in due sentenze. Considerazioni anche politiche quelle di Ciancimino riguardanti la necessità di dare vita ad un Partito del Sud prima delle elezioni del 1994.

Dall’aprile del 2008 Massimo Ciancimino fornisce ai Pm Di Matteo e Ingroia la sua versione dei fatti e una cospicua documentazione. La prima verifica che va fatta è se il papello è statpo inviato prima o dopo la strage di via D’Amelio.

“Stiamo indagando su 10 anni di trattativa” dice Di Matteo. Indagini che vanno coordinate con la procura di calatnissetta. Oggi interrogato Martelli. Ipotesi di falsa testimonianza Mori De Donno al Borsellino-ter.

Stato-mafia, ecco il papello | L’espresso

Fonte: Stato-mafia, ecco il papello | L’espresso.

Il papello

Il papello

Mancino Rognoni
Ministro Guardasigilli
Abolizione 416 bis
Strasburgo maxiprocesso
SUD partito
Riforma Giustizia alla Americana sistema elettivo con…

1255624388743_video-call-snapshot-3

1255624387983_video-call-snapshot-4Consegnato al colonnello dei carabinieri MORI del ROS

di Lirio Abbate

Ecco il primo documento sulla trattativa tra le istituzioni e Cosa nostra nell’estate delle stragi. Fogli  consegnati ai magistrati dal figlio di Vito Ciancimino

Sono 12 le richieste che i boss di Cosa nostra avanzarono agli uomini delle istituzioni nell’estate del 1992, fra le stragi Falcone e Borsellino. Una trattativa che i mafiosi corleonesi avanzarono con lo Stato per fermare le bombe e la stagione stragista, e arrivare ad una tregua. I 12 punti formano il ‘papello’, cioè l’elenco delle richieste scritte su un foglio formato A4 che adesso Massimo Ciancimino ha consegnato ai magistrati della procura della Repubblica di Palermo che indagano sulla trattativa fra Stato e mafia. Ma accanto a questo elenco spunta a sorpresa un altro ‘papello’ con le proposte e le modifiche ai 12 punti pretesi dai corleonesi che don Vito Ciancimino avrebbe scritto di proprio pugno e consegnato all’allora colonnello del Ros, Mario Mori. Il fatto, inedito, è documentato dal L’espresso con alcune foto dei fogli in cui si leggono al primo punto i nomi di Mancino e Rognoni; poi segue l’abolizione del 416 bis (il reato di associazione mafiosa); “Strasburgo maxi processo” (l’idea di Ciancimino era quella di far intervenire la corte dei diritti europei per dare diverso esito al più grande procedimento contro i vertici di Cosa nostra); “Sud partito”; e infine “riforma della giustizia all’americana, sistema elettivo…”.
Su questo “papello” scritto da Vito Ciancimino era incollato un post-it di colore giallo sul quale il vecchio ex sindaco mafioso di Palermo aveva scritto: “consegnato al colonnello dei carabinieri Mori dei Ros”. Per gli inquirenti il messaggio è esplicito e confermerebbe il fatto che ci sarebbe stato una trattativa fra i mafiosi e gli uomini delle istituzioni.

Mostrare ai giudici l’esistenza del ‘papello’, rappresenta per i pm una prova tangibile che la trattativa fra mafia e Stato non solo è esistita, ma è anche iniziata nel periodo fra l’attentato di Capaci e quello di via d’Amelio. Per gli inquirenti questo documento, consegnato dal dichiarante Massimo Ciancimino, che collabora con diverse procure, può dare il via a nuove indagini. Con l’obiettivo di scoprire fino a che punto può essere arrivato il tentativo di trattativa rivelato dal figlio dell’ex sindaco mafioso.
I 12 punti richiesti da Riina e Provenzano, che sono anche questi al vaglio dei magistrati, si aprono, invece, con la revisione del maxi processo a Cosa nostra. Gli altri spaziano dall’abolizione del carcere duro previsto dal 41 bis agli arresti domiciliari per gli imputati di mafia che hanno compiuto 70 anni. La lista si conclude domandando la defiscalizzazione della benzina per gli abitanti della regione siciliana.

Gioacchino Genchi: “L’Italia nelle mani di un puparo indegno della P2”

Antimafia Duemila – ”Persecuzione toghe va oltre sogno Gelli”

Antimafia Duemila – ”Persecuzione toghe va oltre sogno Gelli”.

“La persecuzione nei confronti dei magistrati si inserisce perfettamente nel piano di Rinascita democratica, ma va anche oltre il sogno di Gelli”.
Lo ha affermato oggi, tra le ovazioni del pubblico, il consulente giudiziario Gioacchino Genchi, durante il dibattito su Giustizia e Sicurezza che si è svolto a Vasto alla festa dell’Idv. Genchi, in un lungo intervento che ha infiammato la platea dei dipietristi e che a più di un osservatore è parso la prova generale di una discesa in politica, anche se lo stesso Genchi ha smentito di “volersi candidare”, ha quindi ripercorso le principali tappe di formazione della P2. “Le prime riunioni della Libera Associazione Forza Italia – ha raccontato il consulente – sono state indette da pregiudicati e condannati. Il movimento doveva chiamarsi ‘Sicilia libera’ ed era fatto da emissari di Licio Gelli”, tra cui due parlamentari. ” Il partito del sud, o meglio del Suk, che minacciano di far nascere adesso – ha concluso Genchi – segue la stessa logica: il ricatto a Berlusconi da parte di Cicchitto e Dell’Utri per avere autonomia e potere”.

Via D’Amelio. le verità supposte

Via D’Amelio. le verità supposte.

A 17 anni dalla strage di via D’Amelio, si riaprono per la terza volta i fascicoli del processo contro gli assassini del giudice Paolo Borsellino. I nuovi elementi arrivano dalle rivelazioni del pentito Gaspare Spatuzza, picciotto corleonese, fedelissimo del boss Leoluca Bagarella e assassino di padre Puglisi, il celeberrimo parroco anti-mafia. Spatuzza si sarebbe autoaccusato di aver procurato la Fiat 126 imbottita di tritolo parcheggiata davanti alla casa della madre del magistrato, smentendo uno dei testimoni chiave dei processi precedenti, quel Vincenzo Scarantino il cui verbale d’interrogatorio datato 2 giugno 1994 fu modificato con note a margine prima smentite, poi ritratte, poi di nuovo smentite.
Questo è solo un piccolo tassello nello sconfinato mosaico di personaggi, luoghi e istituzioni che fanno dell’omicidio Borsellino uno dei nodi chiave della storia della seconda Repubblica. Dentro il calderone giudiziario c’è praticamente di tutto: mafiosi, agenti di Sismi e Sisde, politici, magistrati. Ci sono sparizioni misteriose di elementi fondamentali per le indagini – come l’importantissima agenda rossa del magistrato, ribattezzata “la scatola nera della seconda Repubblica” – o la più recente scomparsa nelle stanze della Corte di Appello di Palermo di una carta sim contente il numero dell’agente del Sismi che trattò con l’ex sindaco mafioso di Palermo, Vito Ciancimino, prima e dopo l’estate di sangue del 1992.

Ci sono attori come Mario Mori, direttore del Sisde dal 2001 al 2006, che coordinò l’arresto di Totò Riina nel 1993 ma che, per aver fallito la cattura di Provenzano solo due anni dopo, è attualmente indagato dalla procura di Palermo per favoreggiamento mafioso. Ci sono poi personaggi secondari, come l’attuale vicepresidente del Consiglio Superiore della Magistratura, Nicola Mancino, che negano l’evidenza di documenti autografi di Borsellino: uno in particolare annotava un appuntamento per il 1° luglio 1992 proprio con l’allora ministro dell’Interno, ma il diretto interessato pare non ricordare.

Il problema di questa vicenda è che a mano a mano che si scava, si scoprono continuamente nuovi personaggi, nuove collusioni, nuovi reati. Venire fuori da questa infinita matrioska con una verità incontrovertibile, per giunta dopo ben 17 anni, pare praticamente impossibile, per cui è bene limitarsi ai fatti, o meglio alla loro successione. Tutti sappiamo cosa accadde quel terribile 19 luglio a Paolo Borsellino e ai cinque agenti della sua scorta; sappiamo anche che ci sono stati due processi e che gli esecutori della strage sono stati individuati e puniti con svariati ergastoli. Tralasciando l’immensa mole di dati relativi a nomi come Contrada, Ayala, Arcangioli – e sono solo una minima parte – sarebbe bello poter fare un piccolo esercizio di fantapolitica, o fantamafia che dir si voglia, provando a leggere gli avvenimenti dell’ultimo periodo in chiave un po’ più maliziosa.

Partiamo da febbraio e da Gioacchino Genchi, il superconsulente giudiziario che per primo riscontrò in Castel Utveggio, il luogo da cui partì il comando d’innesco dell’autobomba di via D’Amelio. Lo scorso febbraio Genchi è stato sottoposto a procedimento penale dopo che la stampa e lo stesso Berlusconi avevano indicato il suo archivio come prova palese di violazione della privacy di ben 350.000 persone. Nonostante il perito assicurasse che quei tabulati erano atti pubblici consegnati direttamente dagli inquirenti, il 13 marzo i carabinieri del Ros su mandato della procura di Roma, sequestrano tutti i suoi computer. Sebbene sia stato ufficialmente scagionato il 26 giugno, i giudici di Roma non hanno ancora restituito a Genchi il suo “archivio segreto”.

A marzo il figlio dell’ex sindaco di Palermo don Vito Ciancimino, dopo essere stato arrestato per riciclaggio, decide di collaborare con la giustizia promettendo di rivelare documenti segreti del padre, tra cui un importante “papello” che confermerebbe il patto tra mafia e Stato imposto da Riina per fermare la campagna stragista, sia nell’isola che in continente. E’ notizia di ieri che lo stesso Massimo Ciancimino ha rinunciato a collaborare con la magistratura a seguito delle dichiarazioni poco carine, oltre che poco intelligenti, del procuratore capo di Caltanissetta, Giuseppe Barcellona, sul Giornale di Sicilia. Definendo Ciancimino jr “equivoco e di modesto spessore culturale, probabilmente strumentalizzato da qualcuno”, il procuratore Barcellona si è giocato uno dei superteste della maxi-indagine aperta all’interno della sua procura dal pm Sergio Lari, ed ora rischia di mandare in fumo l’operato di chi pare finalmente deciso a fare chiarezza sulla morte del giudice Borsellino e del collega Falcone.

Proprio il 19 luglio, dopo ben 16 anni di silenzio, torna a parlare il “capo dei capi”, quel Totò Riina individuato come mandante mafioso delle stragi del 92-93. “L’ammazzarono loro. Non guardate sempre e solo a me, guardatevi dentro anche voi”, questo il messaggio che Riina ha voluto affidare dal carcere al suo avvocato Luca Cianferoni: singolare che questo sia solo il primo avvertimento dal gennaio del ’93, ancor più strano che Riina parli proprio ora.

A questo punto bisogna necessariamente oltrepassare il confine giudiziario per entrare in quello politico. Il 28 luglio viene condannato a 10 anni e 8 mesi l’ex forzista, ora Pdl, Giovanni Mercandante, reo di associazione mafiosa secondo la seconda sezione del tribunale di Palermo. Lo stesso Ciancimino millanta di avere le prove di una comunicazione scritta da Provenzano direttamente a Berlusconi. Negli stessi giorni Raffele Lombardo e Gianfranco Miccichè, entrambi militanti nel Pdl, minacciano di fondare una specie di Lega Sud, in quanto la regione è stata economicamente ed istituzionalmente abbandonata a sé stessa.

Berlusconi convoca immediatamente un vertice a Palazzo Grazioli in cui colloquia con tutti i senatori siciliani, ribadendo che al Sud basta il Pdl e promettendo interventi per 4 miliardi di euro. Come mai per trovare i fondi da stanziare all’Abruzzo si è faticato così tanto, se è bastata una chiacchierata a reperire cotanta cifra per il Sud? O meglio, alle amministrazioni del Sud, che ne faranno l’uso che preferiscono.

Il quadro, parziale e sicuramente azzardato, che traspare da questa serie di avvenimenti apparentemente lontani tra loro, sembra indicare in tre istituzioni la chiave di volta della stagione stragista del ’92: mafia, politica e magistratura hanno lavorato assieme per dare un nuovo assetto istituzionale alla seconda Repubblica, un nuovo imprinting basato su collusioni, corruzione, peculato e sostanziale impunità. Ancora una volta, una semplice sequenza di fatti, fa affiorare un grande interrogativo: chi comanda in Italia? Chi decide? Siamo proprio sicuri che il governo Berlusconi abbia potere e volontà propri?

Mariavittoria Orsolato
da www.altrenotizie.org