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Antimafia Duemila – Processo Dell’Utri: Il senatore contribui’ alla trattativa

Fonte: Antimafia Duemila – Processo Dell’Utri: Il senatore contribui’ alla trattativa.

di Monica Centofante – 19 marzo 2010
Palermo.
“Marcello Dell’Utri contribuì alle trattative del ’93-’94 tra lo Stato e Cosa Nostra, come già risultava prima delle dichiarazioni del pentito Gaspare Spatuzza”.

E’ la ricostruzione presentata in aula questa mattina dal procuratore generale Antonino Gatto, che dopo l’interruzione sopraggiunta per consentire l’audizione dello stesso Spatuzza e dei boss Giuseppe e Filippo Graviano, ha ripreso la requisitoria al processo contro il senatore del Pdl. Accusato di concorso esterno in associazione mafiosa e condannato in primo grado a nove anni di reclusione.
Nel corso dell’udienza, durata oltre quattro ore, il pg ha illustrato alla Corte, presieduta dal giudice Claudio Dell’Acqua, le “prove tangibili dei rapporti tra l’imputato e importanti elementi di spicco legati a Cosa Nostra”. Partendo dal boss Stefano Bontade e da contatti avvenuti a cavallo tra il 1974 e il 1975 per poi concentrarsi sui primi anni Novanta. Più precisamente tra il 1992 e il 1994, gli anni bui delle stragi, quando Marcello Dell’Utri “intratteneva saldi rapporti con i fratelli Graviano”. Che tra le altre cose “gli raccomandarono il calciatore Giuseppe D’Agostino, figlio di un loro uomo, perche’ venisse fatto giocare nel Milan” e “che trascorrevano la latitanza a Milano”.
Una cosa, quest’ultima, anomalissima, come aveva sottolineato il pentito Gaspare Spatuzza, che dei Graviano era un uomo di fiducia e che da loro avrebbe poi ereditato la guida del mandamento di Brancaccio.
In quegli anni, ha spiegato Gatto ripercorrendo le dichiarazioni del pentito e di altri prima di lui, “i Graviano erano interessati a Sicilia Libera”. Un movimento di tipo separatista, o almeno autonomista, che aveva l’obiettivo di costruire una nuova forza politica tutta siciliana e tutta mafiosa. E che avrebbe dovuto sopperire alla mancanza di referenti politici che in quel periodo caratterizzava Cosa Nostra, alla disperata ricerca di agganci affidabili dopo la fine dello storico legame con la Democrazia Cristiana e il fallimento dei rapporti con il Psi.
L’esperimento Sicilia Libera, come hanno dichiarato diversi collaboratori di giustizia, fu poi accantonato e lasciato alla deriva perché l’associazione mafiosa siciliana aveva spostato la sua attenzione verso un’altra formazione politica, e precisamente verso Forza Italia. Come spiega in particolare Antonino Giuffré, al tempo braccio destro di Bernardo Provenzano. Lo stesso Provenzano, ha proseguito Gatto ricordando le parole del Giuffré già riportate nella sentenza di primo grado, che “uscì allo scoperto” e per la prima volta si assunse la responsabilità in prima persona e disse: “Ci possiamo fidare”.
Una ricostruzione che si sposa perfettamente con il racconto di Spatuzza, che dalle parole del boss Giuseppe Graviano aveva dedotto l’esistenza in quegli anni di una trattativa tra Cosa Nostra e lo Stato che avrebbe portato benefici per tutti, carcerati compresi. E che sarebbe poi andata a buon fine. Almeno secondo quanto gli avrebbe riferito lo stesso boss di Brancaccio nel corso di un incontro a due al Bar Doney di Via Veneto, a Roma. “In quell’occasione – ha detto il pg – col petto gonfio di gioia il capomafia disse di avere trovato ‘persone serie’ che gli avrebbero consentito di mettersi il Paese nelle mani”: ossia “Berlusconi e un nostro compaesano Dell’Utri”. Un soggetto, aveva dichiarato a verbale Spatuzza, “vicinissimo a Cosa Nostra”.
Sull’attendibilità del pentito, Gatto ha poi incentrato la parte centrale della sua requisitoria, che si protrarrà almeno per un’altra udienza prima di cedere il passo all’arringa dei difensori.
Anche se “nessun organo giudicante si è ancora pronunciato sulla sua attendibilita’” ha sottolineato, “l’origine della sua collaborazione costituisce un criterio ineludibile di verifica”: per la genesi del pentimento, che trae origine da un percorso spirituale, confermato da esponenti ecclesiastici che l’hanno seguito, nel “camminino di fede”; per il grado di certezza che accompagna le sue rivelazioni; per il parere positivo espresso dalle procure di Firenze, Palermo e Caltanissetta alla sua ammissione al programma di protezione.  “Dopo che le sue nuove dichiarazioni, come quelle relative alla strage di Via D’Amelio, hanno indotto la procura di Caltanissetta a riaprire le indagini”.
La nuova udienza del processo è aggiornata al 26 marzo prossimo con la prosecuzione della requisitoria che, salvo imprevisti, dovrebbe concludersi il 9 aprile.

“Sono io l’infiltrato dentro la tana di Provenzano”

Fonte: “Sono io l’infiltrato dentro la tana di Provenzano”.

“Mi chiamo Luigi Ilardo,mi chiamo Luigi Ilardo, mi chiamo Luigi Ilardo”.

Gli succede sempre più spesso di ripetere il proprio nome fino a storpiarne il senso e il suono. Lo ripeterà altre cento volte, tutte le volte che sarà necessario: davanti ai carabinieri, ai giudici che lo interrogheranno, in un’aula di tribunale. Di lì a poco però, per molto tempo, forse per sempre, nel trantran quotidiano, fra la gente e perfino a un controllo di polizia, quel nome, il suo nome, non lo potrà più fare. Eppure tutto è iniziato da là, da quel “Mi chiamo Luigi Ilardo”, cui è seguito un lungo racconto che continua così: “Sono arrivato a prendere il mondo nelle mani il giorno in cui fui fatto uomo d’onore…”.
“Mi chiamo Luigi Ilardo, mi chiamo Luigi Ilardo”. Da oltre due anni, ripeterlo è il suo modo di darsi coraggio (…). Ilardo guida assorto e concentrato, all’alba del 31 ottobre 1995. È atteso a un incontro. Le istruzioni ricevute due giorni prima erano state precise. Il telefono aveva squillato allo scoccare della mezzanotte: era Salvatore Ferro, una vecchia conoscenza. “Super strada Palermo-Agrigento, bivio di Mezzojuso, ore otto del mattino”. (…) Il boss si era presentato con una 127 color carta da zucchero. (…) Vorrebbe urlare il proprio nome, fare marcia indietro, tornare a casa, prendere la sua donna e i suoi figli, scomparire. Ma non può. Perché quell’incontro Gino lo insegue da un mucchio di tempo, come si insegue un fantasma. (…) In quegli stessi istanti, due sottufficiali dei carabinieri hanno appena abbandonato l’auto civetta: camminano per le campagne di Mezzojuso, un piccolo centro vicino a Palermo. Sono armati solo di macchine fotografiche e si stanno piazzando nel punto migliore per fotografare. Quella mattina diversi occhi li osservano muoversi guardinghi: sono alcuni colleghi arrivati da Palermo. Hanno il compito di proteggerli. Alle 7.55, Luigi si ferma al bivio di Mezzojuso. Alle 7.57: la macchina di Ilardo viene affiancata da una Fiat Uno rossa; al volante c’è un uomo non identificato, accanto a lui Lorenzo Vaccaro, rappresentante della famiglia mafiosa di Caltanissetta (…). Trascorrono cinque minuti: una Ford Escort guidata da Giovanni Napoli imbocca il bivio di Mezzojuso e si arresta davanti ai due in attesa (…) i tre uomini a bordo imbocca la statale in direzione di Agrigento. (…)

L’INCONTRO DECISIVO CON ’U ZU BINU
Ilardo scende dalla Ford, davanti a una misera casa di campagna. (…) Poi lo vede. “Carissimo zio”, dice Ilardo, facendosi avanti. “Carissimo Gino”, risponde l’uomo. Li circonda una sparuta folla di persone. Sono amici. E quello a cui tutti si rivolgono con ossequio familiare è Bernardo Provenzano, ’u zu Binu, il fantasma. Provenzano non immagina che il mafioso a cui adesso stringe la mano e che gli si avvicina per baciarlo ha in mente solo una cosa: consegnarlo allo Stato. Perché Luigi Ilardo, uomo d’onore rispettato e ascoltato, in realtà è un infiltrato dei carabinieri. Uno che vuole un’altra vita, e per ottenerla è disposto a tutto. Da mesi Ilardo tiene una fitta corrispondenza con il padrino: ha mosso le sue pedine con pazienza certosina per avere la possibilità di incontrarlo. Si è accreditato agli occhi di Provenzano come mediatore tra due famiglie mafiose in guerra, ma è stato proprio lui a seminare zizzania dentro Cosa nostra. Ha fatto arrestare una decina di latitanti, sta ricostruendo l’organigramma dell’onorata società, sta parlando di segreti inconfessabili. (…) Nessuno prima ci ha mai provato. Ma l’obiettivo che Gino si è posto è uno solo: fottere lo zio Bernardo. Poi, Luigi Ilardo scomparirà per sempre. (…) Il boss gli racconta di muoversi a proprio agio in quelle campagne. Due giorni prima aveva fatto venticinque chilometri d’automobile per incontrare “una persona molto impor tante”. Ed è una battuta ironica quella del padrino, perché la persona in questione è Giovanni Brusca. Per Provenzano, Brusca è solo un killer, uno scagnozzo di Totò Riina, uno che non ha ancora capito che i tempi sono cambiati e che non è più utile sparare. (…) Poi, poco prima delle undici, spunta una Fiat campagnola verde guidata da un tipo sui sessant’anni. È Nicola La Barbera, uno degli uomini più fidati del boss. Sembra una riunione di anziani agricoltori. Girano bicchieri di vino, qualche pezzo di formaggio. La Barbera, che è lo chef del padrino, prepara la brace. Provenzano soffre di prostata e segue una dieta ferrea: carne al sangue, verdure cotte, niente sale. (…) Altro che boss sanguinario, altro che Binu ’u tratturi. Provenzano dimostra calma e lungimiranza, predica pace per vincere la sua battaglia dentro Cosa nostra. La guerra allo Stato è una fase chiusa, i tempi sono cambiati e bisogna recuperare terreno. “Vi dico che tra cinque-sette anni avremo la giusta tranquillità per fare i nostri affari e migliorare la situazione economica di tutti”. (…) Alle quindici circa il pranzo si è concluso. Il padrino riceve gli ospiti privatamente e a uno a uno. L’ultimo è Gino. “Mi devi scusare se ti ho fatto aspettare – dice Provenzano all’infiltrato – ma gli amici veri preferisco tenermeli di più a casa”. (…) Poi, lo fissa negli occhi. “Dimmi una cosa: ti capitò mai di chiamarmi ‘ragio – n i e re ’ con qualcuno?” “No, non credo proprio – risponde Gino. – Per me, tu sei sempre lo Zio”. “Bonufacisti”. “Capitò qualche cosa?” domanda Gino. Il boss spiega di aver avuto delle noie per quel soprannome: Giuseppe Mandalari, fondatore di molte logge coperte in Sicilia, che ha curato personalmente diversi affari dei boss corleonesi, lo ha chiamato così nel corso di alcune telefonate. “Quello sbirro di Mandalari va parlando di me, dice che sono un ragioniere. Pare che non lo sa che lo sentono”. Provenzano ci tiene a sapere tutto ciò che lo riguarda, anche le cose meno importanti. È così che è riuscito a diventare un fantasma imprendibile. Ma quella che gioca da decenni con le forze dell’ordine è una partita truccata. Perché nel suo mazzo il boss ha delle spie, insospettabili uomini dello Stato che lo tengono informato. (…)

COSA NOSTRA PUNTA SU FORZA ITALIA
La mafia insomma, dopo avere ponderato, sceglie e si mobilita. E decide di votare Forza Italia. “Forza Italia non l’abbiamo fatta salire noi – ammetterà Nino Giuffré – il popolo era stufo della Dc e allora ha trovato in Forza Italia un’ancora a cui afferrarsi. […] Vi sono state due fasi. Quella dell’acquisizione delle ‘garanzie’ e quella della ricerca dei referenti ‘g iusti’ sul territor io”. Uno spostamento rilevante di voti da un partito all’altro la mafia lo ha già attuato qualche tempo prima. Diverse sentenze raccontano che alla metà degli anni Ottanta, Riina, ordina ai suoi di cambiare cavallo e votare il Partito socialista. L’obiettivo è dare una lezione alla Dc. Troppe scelte non sono piaciute al boss (…). Nel corso delle politiche del 1987 il segnale arriva chiaro e forte. A Palermo il Psi prende il sedici per cento, mentre nelle zone ad alta densità mafiosa come il quartiere Brancaccio arriva a circa il venti (…). Forse proprio per questo nel seggio dell’Ucciardone Martelli sarà il politico più votato. (…) “In quel periodo – racconta Ilardo – erano i socialisti quelli che erano entrati nelle grazie di ‘Cosa Nostra’, in particolar modo il gruppo legato a MARTELLI, per quanto concerne la zona orientale di Palermo, e ANDO su Catania, e dovevano essere loro quelli a dovere sistemare i problemi della giustizia in Italia, cioè quelli che avevano preso l’impegno ben preciso, certo non è stato MARTELLI in prima persona a parlare con… però il gruppo era quello là, che facevano capo a lui e quindi di riflesso a CRAXI (…)”. Dicono le sentenze che quel voto, quella prima vistosa crepa nel patto decennale tra partito cattolico e mafia inneschi un meccanismo che in pochi anni porterà alle stragi (…).

SICILIANI AL DI SOPRA DI OGNI SOSPETTO…
Dopo aver appreso del patto elettorale del gennaio 1994, le informazioni di Ilardo si arricchiscono di dettagli. “I tramiti insospettabili operanti tra gli ambienti di ‘Cosa nostra’ e la direzione di ‘Forza Italia’ che sarebbero stati votati dagli ambienti della mafia sono: Per la Sicilia Orientale: Il Sen. LA RUSSA Antonino e principalmente il di lui figlio Vincenzo LA RUSSA che si presentava nella lista unica (Alleanza nazionale Forza Italia) su Palermo”. Oriente riceve queste notizie in particolare da Ciro Vara, che sostituisce Piddu Madonia nella gestione della provincia di Caltanissetta. Il tema è scivoloso. “Le dichiarazioni sui politici Ilardo voleva farle solo ai giudici – spiega Michele Riccio. –Temeva che se avesse rivelato qualche nome pesante prima di diventare ufficialmente pentito, avrebbe potuto rischiare la vita a causa di talpe istituzionali”. Proviamo quindi a raccontare chi sono coloro che Ilardo identifica come insospettabili che avrebbero chiesto voti a Cosa nostra. Un’avvertenza da fare: i nominativi citati, laddove non diversamente specificato, a quanto è dato sapere non sono mai entrati ufficialmente in una indagine. Antonino La Russa è un importante esponente della destra siciliana e (…) tiene a battesimo la folgorante carriera di Salvatore Ligresti (…). Nino La Russa ricopre importanti incarichi in alcune delle società di Ligresti, e ha un ruolo rilevante nell’acquisto della società assicuratrice Sai da parte del finanziere siciliano. Vincenzo La Russa è uno dei figli dell’avvocato Antonino(…). Continua Ilardo: “Per la zona di Caltanissetta: MAIRA Raimondo Luigi Bruno, residente a Caltanissetta. Candidato nel Collegio Senatoriale nr. 6 (…)” Già sindaco di Caltanissetta, quando ne parla l’infiltrato il nome di “Rudi” Maira è stato già accostato a Cosa nostra. Lo aveva menzionato il collaboratore di giustizia Leonardo Messina. (…) La Criminalpol sospetta che uno dei telefoni cellulari intestati all’onorevole sia stato usato per contattare alcuni personaggi legati alle stragi di Capaci e via D’Amelio; ipotesi ancora più terribile, Maira potrebbe essere una delle talpe che hanno informato i killer di Capaci dei movimenti di Falcone. (…) Nell’ottobre 2003 il tribunale di Caltanissetta assolve Rudi Maira dall’accusa di concorso esterno, ipotizzando a suo carico solo il reato di voto di scambio ormai prescritto. Maira conferma in parte quanto riferito dai pentiti, e cioè di aver pagato il clan Madonia. Ma non in cambio di voti, bensì perché vittima di un’estorsione. (…) “I segnalati LA RUSSA e MAIRA – prosegue Luigi Ilardo – candidatisi nelle imminenti elezioni, e già indicati in precedenza, nei loro contatti con gli ambienti mafiosi a cui facevano capo, avevano promesso in cambio del contributo di voti a ‘Forza Italia’, in caso di vittoria, dopo sei mesi di governo, il varo di normative di legge che avrebbero garantito gli interessi dei vari inquisiti di mafia nonché il rallentare dell’azione repressiva delle forze di polizia e l’assicurazione di coperture per lo sviluppo delle molteplici attività economiche mafiose”. Dello stretto legame tra i La Russa e Ligresti parla uno dei protettori del finanziere, Bettino Craxi. “L’Msi – di – chiara Craxi il 14 novembre 1994 nel corso di un’intervista al quotidiano spagnolo ‘El Mundo’ – era una forza politica confinata in un ghetto e penso che non disponeva di grandi risorse e che tutte erano legali; non metterei la mano sul fuoco, ma non posso accusarli di cose che non conosco. Forse solo in certi casi: per esempio Ignazio La Russa a Milano, che adesso si dà le arie del moralizzatore, e che è stato notoriamente finanziato dal gruppo Ligresti”. (…) Oggi in alcune delle società di Ligresti compaiono esponenti della famiglia La Russa (…).
CERTI NOMI È MEGLIO NON FARLI…
Quando nel febbraio del 1994, in piena campagna elettorale, Ilardo tira fuori la storia di un insospettabile esponente dell’entourage di Berlusconi in contatto con la mafia, il tenente colonnello Riccio decide di non fargli troppe domande. Si limita a parlarne a Gianni De Gennaro. “Il Capo e io – afferma oggi Riccio – abbiamo ragionato insieme su chi potesse essere. C’era una rosa di ‘candidati’ nella quale immaginammo si potesse individuare il nome a cui si riferiva Ilardo”. Nell’estate del 1995, mentre si trova in macchina con lui, l’ufficiale torna sull’argomento. Sta sfogliando un quotidiano locale, e l’occhio gli cade su un articolo che racconta di una querelle giudiziaria fra Marcello Dell’Utri e l’imprenditore Alberto Rapisarda. “Per caso l’uomo dell’entourage di Berlusconi di cui mi parlavi è Dell’Utri?” domanda Riccio all’infiltrato. “Colonnello – gli risponde Gino con un sorriso a mezza bocca – ma se lei le cose le capisce, che me le chiede a fare?

di Nicola Biondo e Sigfrido Ranucci da Il Fatto Quotidiano del 28 gennaio 2010

ComeDonChisciotte – PERCHE’ LO STATO NON PUO’ RIABILITARE CRAXI

Fonte: ComeDonChisciotte – PERCHE’ LO STATO NON PUO’ RIABILITARE CRAXI.

DI MASSIMO FINI
gazzettino.it

Puntualmente all’avvicinarsi dell’anniversario della morte di Bettino Craxi si parla di riabilitazione Per la verità Craxi è già stato riabilitato dallo Stato. Anni fa il presidente della Camera, Marcello Pera, si recò sulla sua tomba, ad Hammamet, per onorarne la memoria. Quest’anno vi si recherà mezzo governo e il sindaco Letizia Moratti vuole dedicargli una piazza anche se l’80% dei milanesi si è detto contrario. Ora, chiunque può riabilitare Craxi tranne lo Stato italiano. Perché in tal modo delegittima se stesso dato che la Magistratura ha sanzionato che Craxi è un delinquente condannandolo a più di dieci anni di reclusione e la Magistratura, checché ne pensi Berlusconi è una parte dello Stato. Anche l’andazzo di definirlo, invece che “latitante”, “esule”, come Gobetti, Pertini, è una delegittimazione dello Stato italiano perché lo equipara a uno Stato fascista (ma se era fascista quando Craxi era “esule” allora lo era anche quando lo governava). Inoltre riabilitare istituzionalmente Craxi sancisce ufficialmente che è stato giusto rubare i quattrini agli italiani dato che questo fecero Craxi e tangentisti (il solo “emerso” di Tangentopoli è costato al nostro Paese 30 mila miliardi, un quarto del debito pubblico, cose di cui paghiamo ancora oggi le conseguenze, sulle pensioni, sulle tasse).

Diversa cosa è il giudizio politico. Anche un lestofante può avere meriti politici. Quelli di Craxi riguardano soprattutto il Psi. Fu lui a togliere al partito socialista il notorio “inferiority complex” nei confronti del Pci, a disancorarlo verso un pragmatismo da partito socialdemocratico europeo. Ma questo buon lavoro non è servito a niente se oggi il Partito socialista non esiste più. E comunque siano andate le cose la responsabilità non può che ricadere sul gruppo dirigente (Craxi, Martelli, De Michelis), che peraltro non se l’è mai riconosciuta. Inoltre sotto Craxi si verificano alcune mutazioni antropologiche del Psi. Si afferma il “culto del Capo”, estraneo alla tradizione socialista, si azzera il dibattito interno, ma soprattutto cambia il bacino sociale del partito. Il Psi nasce come partito degli “umiliati e offesi, dei deboli, dei perdenti. Ora, è chiaro che gli “umiliati e offesi” possono cambiare, non sono più necessariamente gli operai ma magari i ceti medi ma certamente un partito socialista non può essere il partito dei “vincenti”, degli emergenti, degli stilisti, delle damazze, delle favorite di regime, insomma il partito dei “nani e delle ballerine” come lo bollò il compagno Formica. Per l’Italia Craxi fece la battaglia, sacrosanta, contro “il punto unico di contingenza”, contro il “salario come variabile indipendente”. Ma con quello che hanno grassato lui, i suoi amici e il sistema dei partiti, avremmo potuto permetterci il “punto unico” fino al Tremila.

Sotto l’aspetto umano la burbanza di Craxi derivava, inizialmente, da una chiusa e diffidente timidezza. Ma poi, col potere, divenne insieme al suo “decisionismo”, arroganza, prepotenza, spudorataggine, violenza. E in questo Craxi è il precursore di Berlusconi. In ogni caso Craxi diventa indifendibile, anche umanamente, quando, dopo tanti atteggiamenti da gradasso, fugge vilmente dall’Italia, “per paura della prigione” come mi disse Ugo Intini, e non riconosce le istituzioni e le leggi del paese di cui pur era stato presidente del Consiglio, gettandovi sopra calate di fango, e delegittimando così anche se stesso come presidente del Consiglio.

Massimo Fini (www.massimofini.it)
Fonte: http://www.gazzettino.it/
15.01.2010

Mafia, la verità del pentito Spatuzza “Il boss mi disse: il Paese è in mano nostra”

Mafia, la verità del pentito Spatuzza “Il boss mi disse: il Paese è in mano nostra”.

Scritto da Attilio Bolzoni

PALERMO – C’è un mafioso che parla dell’ultimo atto della “trattativa”. E di un altro attentato, di altri cadaveri, di altre protezioni politiche, dell’altro accordo che i boss cercavano con “con il nuovo partito”. Così la racconta un pentito, quello che ha fatto riaprire tutte le indagini sulle stragi.
La testimonianza di Gaspare Spatuzza, uomo d’onore della “famiglia” di Brancaccio: “Giuseppe Graviano mi disse che la persona grazie alla quale avevamo ottenuto tutto era Berlusconi e c’era di mezzo un nostro compaesano, Dell’Utri… mi disse anche che ci eravamo messi il Paese nelle mani”.
Era lui, Spatuzza, che avrebbe dovuto uccidere cento carabinieri allo stadio Olimpico di Roma all’inizio del 1994. Dopo Falcone e Borsellino nell’estate del 1992, dopo le bombe di Firenze e Milano e Roma nel 1993, i mafiosi avevano bisogno di “fare morti fuori dalla Sicilia per avere poi benefici per i carcerati e anche altri”. L’ultimo massacro prima del patto finale.
Un verbale di 75 pagine riapre uno scenario che sembrava sepolto per sempre e fa scivolare ancora una volta – era già accaduto dopo il 1994 alle procure di Caltanissetta e di Firenze, procedimenti archiviati negli anni successivi – i nomi di Silvio Berlusconi e di Marcello Dell’Utri “nell’ambito delle stragi”. Era la deposizione che mancava ai procuratori di Palermo nella loro investigazione sulla “trattativa” per legare ogni passaggio fra la prima e la seconda repubblica, fra Capaci e la nascita di Forza Italia, fra i primi contatti avuti dagli ufficiali dei Ros dei carabinieri con Vito Ciancimino nel giugno del 1992 alla mediazione “del compaesano Dell’Utri” del gennaio 1994. Una trama – secondo i magistrati – che troverebbe appunto “conferme” nelle rivelazioni di Gaspare Spatuzza, mafioso testimone delle manovre e dei giochi cominciati con l’uccisione di Giovanni Falcone. Dice Spatuzza nel suo verbale del 6 ottobre scorso al procuratore aggiunto Antonio Ingroia e ai sostituti Nino Di Matteo e Lia Sava: “Incontrai Giuseppe Graviano all’interno del bar Doney in via Veneto, a Roma. Graviano era molto felice, come se avesse vinto al Superenalotto, una Lotteria. E mi spiega che si era chiuso tutto e ottenuto quello che cercavamo. Quindi mi spiega che grazie a queste persone di fiducia che avevano portato a buon fine questa situazione… e che non erano come ‘quei quattro crasti dei socialisti’.. “.

Il mafioso, che data questo suo incontro con Graviano a metà del gennaio 1994, ricorda dei socialisti – “crasti”, cioè cornuti – che avevano promesso la “giustizia giusta” nell’87 e che erano stati votati da Cosa Nostra. Poi parla ancora del patto riferito da Giuseppe Graviano: “… Tutto questo grazie a Berlusconi, la persona che aveva portato avanti questa cosa diciamo, mi fa (Graviano, ndr) il nome di Berlusconi, io all’epoca non conoscevo Berlusconi, quindi gli dissi se era quello del Canale 5 e mi disse che era quello del Canale 5.. “.
Il racconto del mafioso fa un passo indietro. E riporta tutti i dubbi degli uomini d’onore su quello che era accaduto nell’estate del 1992 in Sicilia e, soprattutto, i dubbi sulla strategia stragista che i Corleonesi non volevano fermare: “Noi ci stavamo portando avanti un po’ di morti che non c’entravano niente con la nostra storia… per me Capaci… è stata una tragedia che entra nell’ottica di Cosa Nostra, però quando già andiamo su, su Costanzo (il fallito attentato al giornalista, ndr), su Firenze… su.. ci sono morti che a noi non ci appartengono, perché noi abbiamo commesso delitti atroci, però terrorismo, sti cosi di terrorismo non ne abbiamo mai fatti”. E’ a quel punto che Gaspare Spatuzza manifesta altre perplessità a Graviano sulla strage che proprio lui – il mafioso di Brancaccio – sta preparando allo stadio Olimpico. Gli risponde il suo capo: “Con altri morti, chi si deve muovere si dà una mossa… significa che c’è una cosa in piedi, che c’è qualcosa che si sta trattando”. Gaspare Spatuzza è insieme a Cosimo Lo Nigro, un altro boss. E Graviano chiede a tutti e due “se capiscono qualcosa di politica”. E poi dice “che lui è abbastanza bravo, quindi è lui che sta trattando”.
Nelle ultime pagine del verbale Gaspare Spatuzza ricostruisce il suo pentimento, il primo colloquio con il procuratore antimafia Pietro Grasso: “Sulla questione di via D’Amelio… siccome si erano chiusi tutti i processi, quindi sapevo a cosa andavo incontro, però mi dicevo: ho prove schiaccianti, perché se c’erano solo le mie parole sarei stato un pazzo a muovermi in questa storia, siccome avevo delle cose, riscontri oggettivi, quindi andavo sicuro. “. E’ nell’aprile del 2008 che ha iniziato a parlare: “Il soggetto che io dovevo indicare aveva vinto le elezioni perché noi parliamo, aprile… Io arrivo fine, 17 aprile e quindi il soggetto che io dovevo accusare me lo trovo come capo del Governo… Al di là di questo, il ministro della Giustizia, quel ragazzino così possiamo dire… la figura di Dell’Utri… “. Il verbale di Gaspare Spatuzza nelle pagine seguenti alla numero 61 è fitto di omissis.