Archivi tag: peppino impastato

Antimafia Duemila – Impastato: lo uccise solo la mafia?

Fonte: Antimafia Duemila – Impastato: lo uccise solo la mafia?.

di Attilio Bolzoni – 7 maggio 2010

A 32 anni dalla morte, emergono nuovi interrogativi sull’omicidio del giovane giornalista antimafia. Perché molti dettagli fanno pensare che non sia stata solo Cosa Nostra. E quelli che depistarono le indagini sono gli stessi che poi si occuparono delle misteriose “trattative” seguite alle stragi del ’92.

Trentadue anni fa un giovane giornalista siciliano, Peppino Impastato, fu dilaniato da una bomba sui binari della ferrovia Trapani-Palermo. Per il suo omicidio è stato condannato all’ergastolo il boss dei Corleonesi Gaetano Badalamenti. Eppure, in quel delitto, molti sono ancora i punti oscuri. A iniziare dalle modalità dell’omicidio, diverso dai rituali mafiosi. Ma soprattutto è interessante il fatto che i depistaggi dell’inchiesta (inizialmente si cercarono gli autori del delitto tra gli amici della vittima) sia stato attuato dagli stessi personaggi che oggi emergono come protagonisti di quella trattativa tra mafia e Stato che seguì la stagione delle stragi. In altri termini, emerge l’ipotesi che il delitto Impastato sia stato voluto da quella “zona grigia” tra Cosa Nostra e lo Stato che sta emergendo in questi mesi.

La questione viene posta da questa pagina del nuovo libro di Attilio Bolzoni, “FAQ. mafia” (in uscita per Bompiani in uscita il 19 maggio) che ‘L’espresso’ anticipa qui di seguito in esclusiva.
Data la rilevanza del “sasso” lanciato da Bolzoni in queste righe, “L’espresso” lo ha anche intervistato in merito, approfondendo gli interrogativi sul caso Impastato: potete vedere e ascoltare l’intervista cliccando qui

“Ci sono stati depistaggi per proteggere mafiosi importanti?

Il più sfacciato è stato quello dell’inchiesta sull’omicidio di Peppino Impastato. Lo hanno fatto ‘suicidare’, lo hanno fatto diventare un terrorista. E invece era stato assassinato. Per ordine dei boss e, forse, anche di qualcun altro.

Peppino Impastato è morto il 9 maggio del 1978 sui binari della ferrovia Trapani-Palermo, dilaniato da una bomba. Nello stesso giorno del ritrovamento del cadavere di Aldo Moro in via Caetani, a Roma. Peppino aveva 30 anni, era figlio di un mafioso di Cinisi, militava nell’estrema sinistra e lavorava a Radio Aut, una radio libera. L’indagine sulla sua morte è stata truccata fin dalle prime ore. Dai carabinieri.

L’esplosivo usato per il presunto attentato era esplosivo da cava, eppure nei giorni successivi alla morte di Peppino i carabinieri non fecero neppure una perquisizione nelle cave intorno a Cinisi, che erano tutte di proprietà dei mafiosi. Inoltre, nella prima informativa non fecero menzione di una pietra ritrovata sul luogo del delitto: quella che probabilmente uccise Peppino Impastato prima che venisse ‘sistemato’ sui binari per sembrare un terrorista suicida. E ancora: nel primo rapporto che i carabinieri presentarono alla procura di Palermo, scrissero: “Anche se si volesse insistere su un’ipotesi delittuosa, bisognerebbe comunque escludere che Giuseppe Impastato sia stato ucciso dalla mafia”.

La mafia a Cinisi era Gaetano Badalamenti, il boss che Peppino Impastato attaccava ogni giorno dai microfoni di Radio Aut, irridendolo col nome di Tano Seduto ; lo stesso Badalamenti che aveva stretto rapporti con alcuni alti ufficiali dell’Arma. Era lui il boss da proteggere. E, probabilmente, Gaetano Badalamenti non era l’unico a volere morto Peppino Impastato.

Tutta l’inchiesta, fin dall’inizio, si è concentrata esclusivamente sulla ricerca di accuse contro la vittima. C’è stato un depistaggio sistematico – e forse pianificato ancor prima dell’omicidio – che è sempre apparso “sproporzionato” per coprire soltanto un mafioso, sia pure un grande capo di Cosa Nostra come Gaetano Badalamenti. Anche il delitto Impastato, dopo tanti anni, sembra uno di quegli omicidi dove è probabile che si sia registrata una “convergenza di interessi”. Il fascicolo giudiziario su Peppino Impastato è rimasto per almeno dieci anni “a carico di ignoti”. Ci sono voluti altri dieci anni per riaprire le indagini. E altri quattro ancora per condannare Gaetano Badalamenti come mandante del delitto. Un po’ di giustizia è stata fatta nel 2002: in un altro secolo. Ma ci sono ancora molti misteri. Testimoni che non sono stati mai ascoltati. E protagonisti di quell’inchiesta che, tanto tempo dopo, sono scivolati nelle indagini sulle trattative fra mafia e Stato a cavallo delle stragi del 1992″

Fonte FAQ MAFIA, Bompiani, collana diretta da Sergio Claudio Perroni (pp. 252, euro 12. In uscita il 19 maggio)

Tratto da: espresso.repubblica.it

Peppino Impastato

Da Pressante: Peppino Impastato.

Scritto da Marco M

A 29 anni dalla morte

9 maggio 1978 – 9 maggio 2007

Giuseppe “Peppino” Impastato nasce a Cinisi nel 1948.
Nascere in certi posti, lo ricorda anche Roberto Saviano nel suo “Gomorra”, significa avere addosso un marchio indelebile.
Peppino, per di più, nasce in una famiglia mafiosa. Una strada già segnata per la propria vita.
Ma lui non ci sta.

“Arrivai alla politica nel lontano novembre del ’65, su basi puramente emozionali: a partire cioè da una mia esigenza di reagire ad una condizione familiare ormai divenuta insostenibile. Mio padre, capo del piccolo clan e membro di un clan più vasto, con connotati ideologici tipici di una civiltà tardo-contadina e preindustriale, aveva concentrato tutti i suoi sforzi, sin dalla mia nascita, nel tentativo di impormi le sue scelte e il suo codice comportamentale”.

Ma ben presto Peppino riconosce quali sono i meccanismi e le logiche di potere della politica. Spesso si ritrova contro il “Partito” stesso nelle sue lotte, in particolare in quella accanto ai contadini espropriati per la costruzione della terza pista dell’aeroporto di Palermo: un affare che vede interessate le istituzioni e gli stessi capi mafiosi.

Nel 1976 fonda “Radio Aut”, radio libera autofinanziata, tramite la quale denuncia e sbeffeggia gli affari dei mafiosi di “Mafiopoli” (così è da lui chiamata Cinisi) e Terrasini, in particolare “Tano Seduto” Gaetano Badalamenti, ed i loro legami con la politica e le istituzioni del “Maficipio”.

Nel 1978 si candida alle elezioni comunali in una lista collegata a Democrazia Proletaria: non gli interessa nulla delle logiche di politica istituzionale, l’unico suo interesse è entrare nel “Maficipio” e “controllarli da vicino”, star loro col fiato sul collo.

Pochi giorni prima delle elezioni, il 9 maggio 1978, Peppino viene rapito, tramortito ed ammazzato con una carica di tritolo fatta esplodere sotto il corpo adagiato sui binari della ferrovia.

Gli investigatori, ignorando qualsiasi prova contraria, tentano di far credere che si tratti di un eclatante suicidio, oppure che Peppino sia rimasto vittima di un suo stesso attentato terroristico mentre cercava di piazzare il tritolo sui binari.

La stampa, presa dall’omicidio Moro avvenuto lo stesso giorno, nel poco spazio riservato alla vicenda si accoda senza troppe domande alla campagna di depistaggio di istituzioni e forze dell’ordine.

Solo dopo una lunga battaglia ventennale da parte della madre (che rompe con la parentela mafiosa) e degli amici di Peppino, viene istituito un processo, chiuso e riaperto ben 3 volte, che inizialmente riconosce solo la matrice mafiosa del delitto attribuendolo però ad ignoti. Nel 2000 la Commissione antimafia approva una relazione sulle responsabilità di rappresentanti delle istituzioni nel depistaggio delle indagini. Solo nel 2001 si arriva alla condanna per Vito Palazzolo e nel 2002 per Tano Badalamenti.

Sono passati 29 anni e la memoria di Peppino è sempre assente, il 9 maggio è nella memoria collettiva, giornalistica (per modo di dire, visto che siamo in presenza di uno degli innumerevoli misteri d’Italia) e televisiva l’Aldo Moro day e non c’è spazio per ricordare chi ha concretamente impegnato la sua faccia fino a sacrificare la sua vita per denunciare le logiche politico-criminali che muovono il potere.

Che quello spazio, almeno qui, ci sia.