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Blog di Beppe Grillo – Cipriani in carcere e Tronchetti a PortofinoIntervista a Peter Gomez

Fonte: Blog di Beppe Grillo – Cipriani in carcere e Tronchetti a PortofinoIntervista a Peter Gomez.

La Telecom ha spiato migliaia di italiani, costruito per anni dossier su politici, manager, giornalisti. Il PDL e il PDmenoelle nel 2006 hanno distrutto tutte le intercettazioni e il materiale che riguardava i politici. Come dice Peter Gomez, una mossa del tutto inutile, esistono di certo copie digitali per ricattare o per essere immuni alle leggi. Tronchetti Provera non sapeva! Questa è la barzelletta del secolo. Il velista di Portofino è candidato alla presidenza di Mediobanca, la più importante banca d’affari italiana. Gli intercettati non sono stati risarciti. L’attuale amministratore di Telecom, Franco Bernabè, rimane impassibile.

Testo intervista

“Mi chiamo Peter Gomez, sono un giornalista de Il Fatto Quotidiano, mi sono occupato in questi anni di tutti i più grandi scandali finanziari di corruzione di mafia di questo paese e in particolare a partire dal 2004 con alcuni colleghi de L’Espresso mi sono appassionato e ho seguito lo scandalo degli spioni Telecom, uno scandalo che oggi, come speso accade in Italia, sta finendo in niente.
Cosa è accaduto lo sapete, migliaia e migliaia di persone sono state spiace, schedate, analizzate, le loro vite sono state rovistate, i loro conti correnti sono stati osservati, le banche dati riservate del Ministero dell’Interno sono state consultate per formare delle schede su di loro, schede che finivano in mano alla sicurezza Telecom, allora capitanata da Giuliano Tavaroli.
Oggi a sei anni di distanza possiamo dire che tutto questo è stato uno scherzo o quasi, tutti i principali imputati della vicenda, dipendenti Telecom stanno uscendo dal processo con un patteggiamento e con dei risarcimenti minimi, i vertici dell’azienda erano testimoni e sono rimasti testimoni, secondo i giudici Tronchetti Provera non sapeva nulla di quello che era accaduto nella sua azienda, è possibile? Non è possibile? I magistrati dicono che non ci sono prove, io registro solamente quello che è accaduto in questo periodo.
E’ accaduto che Telecom si è trovata accusata esclusivamente della violazione della legge 231, di un omesso controllo, del fatto di non essersi data degli apparati organizzativi che impedissero le corruzioni e questo tipo di spionaggio, la partita è stata chiusa con un patteggiamento a 7 milioni di Euro. Sotto processo di fatto rimangono due persone, due personaggi importanti uno è l’investigatore privato fiorentino Emanuele Cipriani che era il proprietario del cosiddetto archivio Z, l’archivio in cui venivano accatastate tutte queste pratiche, pratiche che non riguardavano solo, come all’epoca della FIAT la schedatura di migliaia e migliaia di dipendenti o di aspiranti dipendenti della Telecom, che venivano analizzati prima di essere assunti in spregio a ogni regola, ma riguardava molto spesso anche personaggi di primo piano della politica e della finanza italiana.
Altro grande imputato, ma salvato o forse presto salvato dal segreto di Stato controfirmato dal Premier Silvio Berlusconi è l’ex capo del controspionaggio Marco Mancini. Quest’ultimo era accusato e è tutt’ora accusato di avere brigato insieme agli spioni Telecom, di avere venduto delle informazioni del servizio alla Telecom, Berlusconi ha detto che è vero, tutti i suoi rapporti con Telecom, con l’azienda sono coperti dal segreto di Stato e quindi oggi dobbiamo anche chiederci cos’era Telecom a quell’epoca? Era una struttura parallela dei servizi segreti? Era un grande orecchio che osservava tutti gli italiani? Non lo sappiamo, aspettiamo cosa decideranno i giudici.
Una cosa però l’abbiamo capita, abbiamo capito che tra i dossier che venivano accumulati c’erano anche una serie di dossier politici, ci sono dossier per esempio che riguardano il sottosegretario Aldo Brancher, ci sono dossier che riguardano il Segretario dell’UDC Lorenzo Cesa e c’è poi il dossier dei dossier , quello che nessuno di noi potrà mai conoscere perché una legge bipartisan approvata nel 2006 ne ha ordinato la distruzione, il dossier Oak , sui presunti fondi esteri dei DS, creati, secondo questo dossier, al momento della scalata a Telecom da parte della cordata dei capitani coraggiosi di Roberto Colaninno.
Secondo il dossier Telecom, da quello che si è letto, secondo il dossier Oak, questi fondi in parte arriverebbero ai DS, non sappiamo niente per legge, Giuliano Tavaroli nel 2008 ha descritto in parte questo dossier in una lunga intervista o in una serie di colloqui fatti con Repubblica, con Giuseppe D’Avanzo. Ha fatto dei nomi, ha fatto esplicitamente il nome di Piero Fassino, quest’ultimo ha annunciato a quell’epoca una querela che non risulta essere mai stata notificata a Tavaroli, perché questo è uno dei grandi interrogativi, servivano questi dossier per ricattare la politica o servivano semplicemente per raccogliere informazioni da utilizzare magari non necessariamente a fini ricattatori? Non l’abbiamo capito, questi dossier arrivavano sul tavolo di Tronchetti, non l’abbiamo capito, ho intervistato Emanuele Cipriani, l’investigatore che li raccoglieva, il quale mi ha dichiarato, come del resto aveva fatto ai magistrati che lui abitualmente incontrava Tavaroli, che ogni settimana faceva il punto della situazione e che quando i dossier erano particolarmente delicati come nel caso dei dossier politici, Tavaroli alzava il telefono e chiamava o la Segreteria di Tronchetti o direttamente Tronchetti sul cellulare e poi gli diceva “Dottore è arrivato il fiorentino, abbiamo l’esito di quell’indagine, la vengo a trovare” e partiva verso via Negri, sede della Pirelli con il dossier sotto il braccio.
Questi dossier sono mai arrivati sul tavolo di Tronchetti? Tronchetti nega, i magistrati gli credono e Tavaroli davanti ai magistrati nega anche lui, poi con un’intervista a Repubblica dice esattamente il contrario e preannuncia che forse in Tribunale parlerà, non l’ha fatto, ha patteggiato come tutti gli altri, il risultato qual è? Pensiamo al risultato delle migliaia di cittadini, il cui nome trovate sul sito di Beppe Grillo, degli schedati Telecom, non si sono riusciti a costituire parte civile contro l’azienda, hanno potuto solo costituirsi parte civile contro i singoli imputati, i singoli imputati adesso escono grazie al patteggiamento e i danneggiati per vedere dei soldi veri, di fatto a loro sono state offerte poche migliaia di euro, dovranno rivalersi in sede civile, mi sembra molto incivile tutto questo!
Tra le cose che mi ha raccontato Emanuele Cipriani nella lunga intervista che gli ho fatto, ce ne è una particolarmente nuova, Emanuele Cipriani racconta che venivano spiati e controllati anche quelli che venivano definiti “disturbatori di assemblea” gli ho chiesto “Dott. Cipriani ha quindi spiato anche Beppe Grillo?” lui mi dice di no e anche perché racconta di avere lavorato per Telecom in questo senso fino al 2003 – 2004, mi spiega però che era essenziale sapere cosa avrebbero chiesto gli azionisti per evitare di mettere in imbarazzo la presidenza e Tronchetti, per questo lui sostiene che queste operazioni di controllo e di spionaggio su chi poneva domande in assemblea, è la dimostrazione che Tronchetti fosse perfettamente al corrente del suo lavoro perché grazie alle informazioni da lui raccolte, dice Cipriani a Tronchetti riuscì, almeno in un caso a fare un’ottima figura.
E’ anche vero, dobbiamo ricordarlo che Cipriani è un uomo molto arrabbiato perché la Magistratura gli ha sequestrato ben 14 milioni di euro all’estero, accusandolo sostanzialmente di appropriazione indebita, di avere rubato i soldi a Telecom, Cipriani cosa ribatte? Ma come, era tutto fatturato, su tutte le mie pratiche del mio schedario Z, compariva un codice alfanumerico che rimandava a una fattura, non mi potete venire a dire che ho rubato dei soldi all’azienda, per questo probabilmente adesso sta parlando e sta lanciando un po’ di verità e molti segnali.
Qualcuno nonostante che lo scandalo Telecom sia uno scandalo che giudiziariamente possiamo considerare morto, continua a tremare, anche perché dobbiamo ricordare, che la famosa legge che ha distrutto e ordinato la distruzione di quei dossier, è una legge suicida, quei dossier erano tutti in formato informatico, ovviamente continuano a circolare e continuare a produrre veleni, contro i ricatti c’è un solo sistema per smontarli, bisogna giocare a carte scoperte, cercare di spiegare come sono andate le cose, sempre che lo si possa fare!”.

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Blog di Beppe Grillo – Il regalo di Berlusconi

Quello che ci spiega Peter Gomez difficilmente passerà attraverso le maglie della censura televisiva italiana…

Fonte: Blog di Beppe Grillo – Il regalo di Berlusconi.

Mills è stato condannato per corruzione. Ma per esserci un corrotto, ci deve essere un corruttore e degli ottimi motivi per corrompere. Perché Mills è stato corrotto? Nessuno ne ha parlato, scritto, dibattuto.. Perché i motivi sono stati ignorati dai media a favore delle puttane e dei calzini azzurri? Quanti sono coinvolti? Peter Gomez lo spiega in questa intervista e nel libro: “Il regalo di Berlusconi“.

Molto più di 600.000 dollari
Carta canta: i documenti del processo
Il segreto di Berlusconi
Cosa accade senza più il Lodo Alfano

Molto più di 600.000 dollari

Sono Peter Gomez, un inviato de Il Fatto Quotidiano, il quotidiano che ormai da quasi un mese è nelle edicole di tutta Italia e, con Antonella Mascali, ho scritto un libro: Il Regalo di Berlusconi: comprare un testimone, vincere i processi e diventare premer, tutta la verità sul caso Mills. È un libro che nasce, ma un libro che non dovrebbe esistere in un Paese come questo, perché tutti gli italiani dovrebbero sapere esattamente di cosa racconta il processo Mills, il processo che Berlusconi ha tentato di bloccare con il Lodo Alfano. In realtà di questo processo si sa poco o niente, perché quotidiani e televisioni non l’hanno seguito e soprattutto tutti pensano che l’intera vicenda ruoti esclusivamente intorno alla famosa mazzetta da 600.000 dollari che Berlusconi avrebbe consegnato a Mills per dire il falso. Questo è vero, ma è anche non vero, i soldi che infatti Mills ha ricevuto da Berlusconi sono ben più di quei 600.000 dollari. I primi soldi che riceve Mills da Berlusconi risalgono al 1995, quando Silvio Berlusconi, dopo tre incontri a tu per tu, a faccia a faccia con il suo avvocato inglese, decide di versargli 10 miliardi di lire: perché? Berlusconi ha un problema in quel momento, sta quotando le sue aziende e ha addosso non solo la Guardia di finanza, i magistrati e l’Italia, ma anche il Garante per le televisioni. Il suo problema è che non deve fare risultare che, attraverso una serie di società off shore, lui ha controllato occultamente – e la legge non lo permetteva – l’intera o quasi proprietà di Telepiù, la mamma di Sky, la prima televisione criptata in Italia. Ebbene, Mills riceve da Berlusconi 10 miliardi estero su estero e si reca al fisco inglese dicendo: “le società off shore utilizzate in quest’operazione sono mie, non sono del Cavaliere”: questo a Berlusconi serve per evitare indagini anche da parte della Consob .

Carta canta: i documenti del processo

Il bello di questo processo è che nulla viene raccontato dai testimoni, tutto viene raccontato da carte: che le cose siano andate così rispetto a quei famosi 10 miliardi che sono l’inizio del tutto, risulta non dalle parole di qualche pentito, ma dai documenti del fisco inglese. Quando entrano quei soldi in Inghilterra David Mills si presenta, infatti, davanti agli ufficiali del fisco inglese, che vogliono sapere come sono andate le cose e dice esplicitamente: “sì, è vero, Berlusconi mi ha dato quei soldi dopo un incontro che abbiamo avuto in aprile faccia a faccia per evitare l’intervento del garante per le televisioni”. Documenti quindi, un processo esclusivamente documentale che non nasce nel 2000, quando verrà versata la mazzetta a Mills, ma nasce molti anni prima: nel 1991, nel mezzanino di una metropolitana di Milano; siamo in novembre, due uomini con passo veloce scendono le scale della metropolitana, sono due fiduciari di Bettino Craxi, uno di loro si chiama Tradati e è detto, nel Partito Socialista, il “cuoco” di Craxi, per anni è stato vicino a Bettino e gli ha aperto e gestito conti esteri su conti esteri. Quel giorno – lo sappiamo – Tradati telefonò a Craxi e lo avvertì che, sui suoi conti esteri, sul conto Northern Holding, sono arrivati non 10 miliardi di lire come gli aveva preannunciato Bettino, ma 15. Craxi esplode, racconterà Tradati, in una grossa risata e dice: “ce ne sono cinque di troppo, mandali indietro”: nasce da qui il processo Mills, perché per dieci anni la magistratura milanese cercherà di capire di chi sono quei soldi. Nel 1994, durante il processo Enimont, Tradati incomincia a collaborare con i magistrati e parla di tutti i versamenti ricevuti da Craxi, tranne quei 10 miliardi, che dice di non sapere chi li ha versati e di cui dice che sa solo che sono arrivati. Nel 1996 si incomincia a capire di chi sono quei soldi, quei soldi di cui Tradati non voleva parlare, anche perché dirà: “aveva paura di parlarne“, non solo: “non lo sapevo“. Erano soldi che arrivano da All Iberian, un grande conto estero gestito da una società delle isole del Canale di proprietà di Silvio Berlusconi”.

Il segreto di Berlusconi

Del conto All Iberian non bisogna sapere niente, perché il conto All Iberian viene alimentato attraverso un ingegnoso sistema di cresta sui diritti televisivi: i film e i programmi televisivi che Mediaset, anzi la Fininvest comprava negli Stati Uniti non venivano comprati a prezzo esatto, questo ce lo dicono le carte; quello che costava 10 veniva comprato in Italia magari a 20 o a 30, si intermediava tra gli Stati Uniti e l’Italia una serie di società off shore, che facevano capo o a Berlusconi Silvio o a una serie di suoi prestanome e collaboratori, il prezzo veniva gonfiato e poi erano queste società off shore che vendevano in Italia, questo era il segreto di Berlusconi, il quale non doveva far sapere che rubava soldi al fisco e soldi alla sua società. Anche perché quei soldi finivano in gran parte, in quegli anni, su due altre società off shore, Century One e Universal One, due società particolari, due società tenute in mano da due trust.
Per anni non si sa di chi siano Century One e Universal One: quando partono le indagini sul caso Mills, finalmente nel 2003 si scopre chi sono i due proprietari, i due proprietari di Century One e di Universal sono i figli di Silvio Berlusconi, Marina e Piersilvio. I soldi e la cresta sui diritti finiscono sui loro conti, che però nessuno riuscirà mai a scoprire perché, prima che ci metta le mani la magistratura, arriva a Londra da David Mills, nelle società di David Mills un banchiere Svizzero, che si chiama Paolo Del Bue: è l’uomo più vicino alla famiglia Berlusconi. Si raccontano che ci sono dei prelievi di soldi che vengono infilati in capienti valige e quel denaro, quel tesoro, scompare, probabilmente alle Bahamas: c’è da chiedersi se oggi, con lo scudo fiscale, Berlusconi voglia fare rientrare anche quei soldi. Da una parte quindi evasione fiscale, dall’altra corruzione o finanziamento illecito, dall’altra ancora violazione delle regole del mercato: per questo viene pagato David Mills e per questo David Mills viene pagato nel 1995/1996. Da quel giorno Mills si trasforma in un testimone reticente e su cosa mente, in particolare? Su tante cose, una più importante di tutte: non dice di chi è la proprietà effettiva del gruppo di società estere della Fininvest non dichiarate al fisco. Nei suoi uffici viene infatti sequestrato un elenco di società, il cosiddetto Fininvest Group B, un lungo elenco di società off shore utilizzate per le operazioni più svariate.
Ve lo ricorderete tutti: il Cavaliere continua a ripeterci che nel 1994 ricevette un avviso di garanzia per le mazzette versate dal suo gruppo alla Guardia di finanza e sostiene, falsamente, che quell’avviso di garanzia lo mise fuori gioco e dire che è ancora più grave tutto questo, perché poi la Corte di Cassazione l’ha assolto. Ebbene, nella sentenza Mills, la sentenza che nessuno ha letto, la sentenza che io e Antonella Mascali alleghiamo al nostro libro: Il Regalo di Berlusconi, si dice con chiarezza che Berlusconi è stato assolto nel processo per corruzione alla Guardia di finanza in quanto Mills non ha detto che lui era il reale proprietario di quelle società off shore. Se Berlusconi fosse stato condannato, come meritava secondo i giudici che hanno condannato Mills, per quelle tangenti, oggi non sarebbe il Presidente del Consiglio.

Cosa accade senza più il Lodo Alfano

Silvio Berlusconi è molto preoccupato per quello che può accadere: nel nostro libro io e Antonella Mascali scrivevamo già una cosa che sta accadendo adesso, la preoccupazione di Berlusconi è tutta processuale; se Mills verrà condannato in via definitiva nei prossimi mesi, come potrebbe accadere, la sentenza contro di lui avrà valore di prova e Berlusconi si troverà di fronte a un grosso problema: un processo che potrebbe essere molto semplice, nonostante che lui voglia fare ricominciare il suo processo da capo e voglia sentire centinaia di testimoni. Il giudice potrebbe decidere di non farlo perché una sentenza passata in giudicato dice: “quella mazzetta c’è stata, sono stati i soldi Fininvest e bisogna solo stabilire se davvero tu hai dato l’ordine”. Per questo è già in preparazione l’ennesima legge ad personam. Nella riforma del Codice di procedura penale messa in cantiere dal ministro Alfano ben prima dell’intervento della Corte Costituzionale, è stato previsto che le sentenze passate in giudicato non abbiano più valore di prova.

Silvio e la mafia: la lettera | L’espresso

di Peter Gomez

Una missiva che documenta i rapporti tra Berlusconi e Cosa Nostra. Anche dopo la “discesa in campo”. E’ stata trovata tra le carte di Vito Ciancimino. E “L’espresso” la pubblica in esclusiva

Adesso c’è la prova documentale. Davvero, secondo la procura di Palermo, Silvio Berlusconi era in contatto con i vertici di Cosa Nostra anche dopo la sua “discesa in campo”, come era stato già stato raccontato da molti collaboratori di giustizia.

I corleonesi di Bernardo Provenzano, infatti, scrivevano al premier per minacciarlo, blandirlo, chiedere il suo appoggio e offrirgli il loro. Lo si può leggere, qui, nero su bianco, in questa lettera da tre giorni depositata a Palermo gli atti del processo d’appello per riciclaggio contro Massimo Ciancimino, uno dei figli di don Vito, l’ex sindaco mafioso di Palermo, morto nel 2002.

Una lettera che “L’Espresso” online pubblica in esclusiva. Si tratta della seconda parte di una missiva (quella iniziale sembra essere stata stracciata e comunque è andata per il momento smarrita) in cui in corsivo sono state scritte le seguenti frasi: “… posizione politica intendo portare il mio contributo (che non sarà di poco) perché questo triste evento non ne abbia a verificarsi.Sono convinto che questo evento onorevole Berlusconi vorrà mettere a disposizione le sue reti televisive”.

Chi abbia vergato quelle parole, lo stabilirà una perizia calligrafica. Ai periti verrà infatti dato il compito di confrontare la lettera con altri scritti di uomini legati a Provenzano. I primi esami hanno comunque già permesso di escludere che gli autori siano don Vito, o suo figlio Massimo, che dopo una condanna in primo grado a cinque anni e tre mesi, collabora con la magistratura.

Tanto che finora le sue parole hanno, tra l’altro, portato all’apertura di un’inchiesta per concorso in corruzione aggravata dal favoreggiamento mafioso contro il senatore del Pdl Carlo Vizzini, i senatori dell’Udc Salvatore Cuffaro e Salvatore Cintole, e il deputato dell’Udc e segretario regionale del partito in Sicilia, Saverio Romano. Con i magistrati Massimo Ciancimino ha parlato a lungo della lettera, che lui ricorda di aver visto tra le carte del padre quando era ancora intera.

Ma tutte le sue dichiarazioni sono state secretate. Le poche indiscrezioni che trapelano da questa costola d’indagine, già in fase molto avanzata e nata dagli accertamenti sul patrimonio milionario lasciato da don Vito agli eredi, dicono comunque due cose. La prima: la procura ritiene di aver in mano elementi tali per attribuire il messaggio a dei mafiosi corleonesi vicinissimi a Bernardo Provenzano, il boss che per tutti gli anni Novanta ha continuato ad incontrarsi con Vito Ciancimino.

Anche quando l’ex sindaco, dopo una condanna a 13 anni per mafia, si trovava detenuto ai domiciliari nel suo appartamento nel centro di Roma. La seconda: i magistrati sono convinti che la lettera dei  corleonesi sia arrivata a destinazione. Il documento è stato trovato tra le carte personali di don Vito. A sequestrarlo erano stati, già nel 2005, i carabinieri: “Parte di Foglio A4 manoscritto, contenente richieste all’On. Berlusconi per mettere a disposizione una delle sue reti televisive”, si legge un verbale a uso tempo redatto da un capitano dell’Arma.

Incredibilmente però la lettera era rimasta per quattro anni nei cassetti della Procura e, all’epoca, non era mai stata contestata a Ciancimino junior nei vari interrogatori. L’unico accenno a Berlusconi che si trova in quei vecchi verbali riguarda infatti una domanda sulla copia di un assegno da 35 milioni di lire forse versato negli anni ’70-’80 dall’allora giovane Cavaliere al leader della corrente degli andreottiani siciliani. Dell’assegno si parla a lungo in una telefonata intercettata tra Massimo e sua sorella Luciana il 6 marzo del 2004.

Venti giorni dopo si sarebbe tenuta a Palermo la manifestazione per celebrare i dieci anni di Forza Italia. Luciana dice al fratello di essere stata chiamata da Gianfranco (probabilmente Micciché, in quel periodo assiduo frequentatore dei Ciancimino) che l’aveva invitata alla riunione perché voleva presentarle Berlusconi.

Luciana: “Minchia, mi telefonò Gianfranco.. ah, ti conto questa? all’una meno venti mi arriva un messaggio?”

Massimo: L’altra volta l’ho incontrato in aereo”
Luciana: “Eh… il 27 marzo, a Palermo… per i dieci anni di vittoria di Forza Italia, viene Silvio Berlusconi. È stata scelta Palermo perché è la sede più sicura… eh… previsione… In previsione saremo 15 mila…”
Massimo: “Ah”
Luciana “…eh allora io dissi minchia sbaglia, e ci scrivo stu messaggio: “rincoglionito, a chi lo dovevi mandare questo messaggio, sucunnu mia sbagliasti” …in dialetto, eh… eh (ride) e mi risponde: “suca” …eh (ride) …mezz’ora fa mi chiama e mi fa: “Minchia ma sei una merda” e allora ci dissi “perché sono una merda”.

Dice, hai potuto pensare che io ho sbagliato a mandare? io l’ho mandato a te siccome so che tu lo vuoi conoscere [Berlusconi, nda] ?� io ti sto dicendo che il 27 marzo ” Massimo: “E digli che c’abbiamo un assegno suo, se lo vuole indietro…”
Luciana “(ride) Chi, il Berlusconi?
Massimo: “Si, ce l’abbiamo ancora nella vecchia carpetta di papà?”
Luciana: ” Ma che cazzo dici”
Massimo : “Certo”
Luciana: “Del Berlusca?”
Massimo: “Si, di 35 milioni, se si può glielo diamo…”

Ma nella perquisizione a casa Ciancimino, la polizia giudiziaria l’assegno non lo trova. Interrogato il 3 marzo 2005, Ciancimino jr. conferma solo che gliene parlò suo padre, ma non dice dove sia finito: “Sì, me lo raccontò mio padre? Ma poi era una polemica tra me e mia sorella, perché io l’indomani invece sono andato alla manifestazione di Fassino”.

Adesso, invece, dopo la decisione di collaborare con i pm, sarebbe stato più preciso. Ma non basta. Perché Ingroia e Di Matteo, dopo aver scoperto per caso la lettera nell’archivio della procura, hanno anche acquisito agli atti della nuova indagine il cosiddetto rapporto Gran Oriente, redatto sulla base delle confidenze ( spesso registrate) del boss mafioso Lugi Ilardo, all’allora colonnello dei carabinieri, Michele Riccio.

Ilardo è stato ucciso in circostanze misteriose alla vigilia dell’inizio della sua collaborazione ufficiale con la giustizia. Ma già nel febbraio del ?94 aveveva confidato all’investigatore come Cosa Nostra, per le elezioni di marzo, avesse deciso di appoggiare il neonato movimento di Berlusconi. Un fatto di cui hanno poi parlato dozzine di pentiti e storicamente accertato in varie sentenze. Ilardo il 24 febbraio aveva spiegato a Riccio come qualche settimana prima “i palermitani” avessero indetto una “riunione ristretta” a Caltanissetta con alcuni capofamiglia del nisseno e del catanese.

Nell’incontro “era stato deciso che tutti gli appartenenti alle varie organizzazioni mafiose del territorio nazionale avrebbero dovuto votare “Forza Italia”. In seguito ogni famiglia avrebbe ricevuto le indicazioni del candidato su cui sarebbero dovuti confluire i voti di preferenza… (inoltre) i vertici “palermitani” avevano stabilito un contatto con un esponente insospettabile di alto livello appartenente all’entourage di Berlusconi. Questi, in cambio del loro appoggio, aveva garantito normative di legge a favore degli inquisiti appartenenti alle varie “famiglie mafiose” nonché future coperture per lo sviluppo dei loro interessi economici..”. Una delle ipotesi, ma non la sola, è che si tratti dell’ideatore di Forza Italia, Marcello Dell’Utri, già condannato in primo grado a 9 anni per concorso esterno in associazione mafiosa.

La procura di Palermo, sospetta dunque, che la lettera ritrovata nell’archivio di Ciancimino si inserisca all’interno di questa presunta trattativa. Nel ?94, infatti, Berlusconi governò per soli sette mesi e anche le norme contenute all’interno del cosiddetto decreto salvaladri di luglio, approvato per consentire a molti dei protagonisti di tangentopoli di uscire di galera, che avrebbero in teoria potuto favorire i boss, alla fine non vennero immediatamente ratificate.

Da qui, è la pista seguita dagli investigatori, le apparenti minacce al Cavaliere (“il luttuoso evento”), la richiesta della messa a disposizione di una rete televisiva e i successivi sviluppi politici che portarono all’approvazione di leggi certamente gradite anche alla mafia, ma spesso approvate con il consenso bipartisan del centro-sinistra.

(07 luglio 2009)