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Blog di Beppe Grillo – I gamberi della Louisiana

Fonte: Blog di Beppe Grillo – I gamberi della Louisiana.

Il petrolio sta per distruggere le coste della Louisiana. Il mandante è la BP, il sicario la piattaforma Deepwater Horizon, l’arma una chiazza nera di 200 chilometri. La BP ha nascosto l’entità della catastrofe con false comunicazioni. 5.000 barili al giorno in mare, fino ad oggi 5,6 milioni di litri. Si può fare il pieno della macchina direttamente dalla spiaggia. La petroliera Exxon Valdes, in Alaska, riversò in mare “solo” 41 milioni di litri. L’ecosistema costiero della Florida rischia di scomparire insieme ai gamberi e a ogni specie animale per una generazione. La BP sosterrà i costi, così ha detto, ma quali costi? Quanto vale la distruzione della Terra? Uno dei più grandi disastri ecologici della Storia? Cento BP, mille BP? Chi deciderà il valore? La Borsa di Wall Street?

ComeDonChisciotte – MAGIA NUCLEARE

ComeDonChisciotte – MAGIA NUCLEARE.

DI CARLO BERTANI
carlobertani.blogspot.com

“La natura dei popoli è varia; ed è facile a persuadere loro una cosa, ma è difficile fermarli in quella persuasione.”
Niccolò Machiavelli

Dalla Francia alla Russia – evitando però la Germania, dove hanno deciso che, man mano che le centrali nucleari diverranno obsolete, semplicemente le spegneranno ed utilizzeranno energia rinnovabile – il Grande Capo Capelli Dipinti stringe mani ed accordi, celebrando il gran ritorno dell’Italia al nucleare.
Non prima di tre anni, però, per iniziare la prima centrale e dove ancora non si sa. Siccome esiste ancora un “rischio elezioni”, non sia mai che si spiattellino segreti di Pulcinella come i luoghi dove sorgeranno futuri siti nucleari, e si perdano così i voti dei “favorevoli sì, ma nel giardino del mio vicino”.

Questi famosi siti – verrebbe da dire “elementare, Watson” – per una questione tecnico/legale, salvo qualche new entry saranno quasi tutti nelle zone dove c’era già prima una centrale, poiché quelle aree già possiedono le necessarie autorizzazioni. Le autorizzazioni non invecchiano mai, i referendum invece sì: magia nucleare.

Ovviamente, la colpa di questi ritardi è solo da imputare al “gran lavoro” che la commissione d’esperti, nominata ad hoc, si trova sul groppone per districare il contorto groviglio geografico/istituzionale dei futuri siti.
Il che, fa sospettare che i famosi “esperti” abbiano frequentato un anticipato anticipo della Riforma Gelmini poiché, anche sapendo assai poco di Geografia, non ci vuole tanto a capire dove le centrali potranno essere costruite, ossia in aree non sismiche e ricche d’acqua dolce.
Può anche darsi che una futura riforma istituzionale istituisca nuove aree non sismiche: Sicilia, Friuli, Umbria…per decreto. All’unanimità, Gelmini compresa.

Il garante di tutta l’operazione è quel galantuomo di Scajola – quello del “rompicoglioni” al defunto Marco Biagi – che adesso pare abbia comprato una casupola nel centro di Roma con un pagamento in nero di 600.000 euro, pagati – si dice, la Magistratura dovrà accertarlo, sempre che domani possa ancora accertare qualcosa dopo che sarà stata “riformata” – dal costruttore Anemone, uno dei “fiori di campo” della “serra Bertolaso”.
Insomma, con le competenze geografiche della Gelmini e lo specchiato fulgore morale di Scajola, più la benedizione del Banana, possiamo affermare d’essere in buone mani. Anzi, in una botte di ferro, come Attilio Regolo.
Eppure, non si sentono sicuri.

C’è forse un ripensamento…che so, almeno un atto di dolore per aver infranto una decisione che gli italiani avevano preso con un referendum abrogativo? No, niente.
Su quel referendum hanno glissato perché – essendo un referendum abrogativo – sotto il profilo legale aveva abolito le leggi che istituivano il nucleare dell’epoca: basta fare una nuova legge!
Fare, oggi, un referendum consultivo? Eh…mica sono scemi…eppure sarebbe il minimo. In una democrazia vera.
Chi ancora, però, non confonde le coltellate alla schiena con la democrazia ateniese, qualche mal di pancia lo scorge perché quella campagna referendaria si giocò proprio sulla scelta fra mantenere il nucleare oppure abolirlo. Una scelta politica, di campo: mica per abolire il decreto numero…della legge numero…e il comma…

Serve, allora, una vigorosa campagna pubblicitaria [1] per convincere gli italiani che il nucleare è bello, fa bene e non ingrassa. Pare che abbia anche dei positivi riflessi sulla cute, sulle rughe e sulla circonferenza dei glutei: ancora non si sa se la testimonial sarà Carlà Brunì in Sarcofagò, oppure la più “ruspante” Michela Brambilla in Ministerium. E in reggicalze. Deciderà la commissione d’esperti.

Già me la vedo quella pubblicità.
Prevedo carrellate “lunghe” su paesaggi incontaminati dove – solo in lontananza, sia chiaro – comparirà un etereo sbuffo di vapori iridescenti, mentre la sommità del reattore sarà truccata con Photoshop per assomigliare alla pipa dello zio Amilcare. Come colonna sonora, ovviamente, la Sesta di Beethoven.
Poi – se ne occuperà “Striscia la notizia”? – ci faranno entrare in un’abitazione francese con la famiglia che attende il desco. Il più piccolo dei figli avrà un girello che sembrerà l’Atomium di Bruxelles, mentre la mamma mescolerà la minestra nella zuppiera e, nei vapori, compariranno le stelline di Natale. Musica: We are the (atomic) World.
Infine, il capofamiglia condurrà la telecamera nel garage dove, ben allineati, ci saranno tre mastodontici SUV tutti con la scritta “dono di EDF”. Musica: la Cavalcata delle Valchirie di Wagner. Qui, la metà dei maschi italiani in età da scorrazzata notturna a tutto gas, raggiungerà l’eiaculazione.

Eh, se non ci fosse lui…chi avrebbe mai pensato – al posto dei noiosi dibattiti, della valutazione dei rischi, dell’impennarsi del prezzo dell’Uranio, della questione delle scorie, dell’eolico che da un paio d’anni, negli USA, produce più del nucleare, e poi ancora… – che la questione va sistemata, semplicemente, a suon di spot?
Siamo o non siamo un Paese di cerebrolesi?
Insomma, un po’ quello che noi facevamo credere alle giovani albanesi che appassivano curve sui libri: oggi, per fortuna, la loro salute è salva perché stanno all’aria aperta e passeggiano nei viali italiani.
Il Banana stesso, durante l’ultima visita a casa degli Skipetari, ha raccomandato al premier di Tirana di continuare con le forniture di carne fresca.

Così, con i soldi pubblici della RAI – paradosso: anche con i soldi di quelli contrari! – sarà allestita una bella campagna pubblicitaria, con tutto lo staff prelevato fra figli, nipoti, cugini e parenti vari dei notabili pidiellini. Uno staff ben pagato, ovviamente: chissà se questa volta scoppierà pubblicopoli?

Ci ha colpito, in questi giorni, l’affermazione del buon Scajola – “una faccia, una razza”, come dicono in Grecia e noi aggiungiamo “una certezza” (!) – nella quale sosteneva che la maggioranza degli italiani è oramai favorevole al nucleare. Poche balle, su. Addirittura, il 54%! [2].
Peccato che non siano stati comunicati gli estensori della ricerca, le metodologie…niente. Lo dice Agi Energia è ciò vi basti, popolo incredulo: direttore responsabile Giuliano De Risi, nominato a quel posto nel 2005. Regnante sempre lui, il Banana.

Ora, che la questione del nucleare non possa essere affrontata a colpi di sondaggi (e di pubblicità) è papale, però ne ho scovati parecchi che raccontavano cose un po’ diverse. E, importante, tutti citavano le fonti degli istituti di ricerca, dai quali si possono ricavare le metodologie adottate. Li riporto nelle note [3] [4] [5] [6].
Poi, che Legambiente tiri da una parte e Scajola dall’altra si può capire: ma, almeno, le fonti e le metodologie adottate…
D’altro canto, se gli italiani fossero in così larga maggioranza favorevoli al nucleare, che bisogno ci sarebbe di metter su tutto il can can pubblicitario?

Ciò che si ricava dai sondaggi è che la percentuale degli italiani, favorevoli ad avere una centrale nella propria Provincia, cala drammaticamente: un terzo, anche meno. Perché?
Non è soltanto la ben conosciuta solfa del “non nel mio giardino”, perché gli italiani – in larga maggioranza proprietari delle loro abitazioni – guardano anche al mercato immobiliare.
Già sappiamo che, sulle prime, faranno roboanti promesse: soldi a tutti, elettricità gratis, come nella famiglia della pubblicità. Chissà che non arrivino anche delle escort atomiche.
Poi, quando si spegneranno i riflettori, gli italiani che avranno accettato scopriranno che il valore immobiliare delle loro case si sarà ridotto ad un terzo: e non fidatevi dei dati francesi! Le case, in Francia (a parte Parigi e poche altre aree), costano già un terzo rispetto alle corrispondenti abitazioni italiane! Il motivo? Leggete “La guerra di Cementland” [7].

Comunque, buona gente, dormite sonni tranquilli: non ci sono vere centrali nucleari in costruzione, solo quelle della pubblicità. Fra un materasso ortopedico ed una cyclette, troveranno il modo per far guadagnare qualche soldo alla solita squinzia che poi si porteranno a letto: tutto finirà lì. Perché?
Poiché ci sono parecchi segnali in tal senso.

Mangiafuoco s’è recato all’incontro con Putin [8] accompagnato dal Gatto e dalla Volpe, in arte Conti e Scaroni, i capoccia di ENEL e di ENI.
Sotto l’albero (anche se non è Natale) c’erano già i doni: le forniture di gas per l’ENI ed il completamento del Southstream, tanto gradito a Putin, Scaroni e poco da Obama.
Dopo una breve pausa di rilassamento, nella quale hanno promesso centrali a fusione – ma quando, fra mezzo secolo? Nessuno c’è ancora riuscito! – si è passati ad un altro “pezzo da novanta”.

Per Conti, c’era una vera e propria sorpresa: la costruzione a Kaliningrad (o, se preferite, Königsberg) di una grande centrale nucleare, avente una potenza installata (su due gruppi) di circa 2.350 MW. Roba grossa.
Per chi l’avesse scordato, Kaliningrad è un’enclave russa completamente staccata dalla madrepatria, giacché è compresa all’interno dei confini lituani e polacchi nel Baltico centro-meridionale. Che cosa se ne fa, Mosca, di una centrale che si trova in una regione che non ha vie d’accesso alla Russia? A Putin piace giocare la parte degli ucraini nella “guerra del gas”? Ma per favore.
Come è stato limpidamente dichiarato, la produzione della centrale sarà destinata alle “aree europee”. E, l’Italia, dove si trova?

Per rassicurare ancor più l’ospite, il Banana ha dichiarato che l’inizio dei lavori per la prima centrale nucleare italiana avverrà non prima di tre anni. Ma…sa contare?
Già pensare che questo governo duri ancora tre anni è una bella scommessa, con la maggioranza che “va sotto” in Parlamento e passa un emendamento dell’opposizione. Chi mancava all’appello? Tantissimi deputati, ma fra i tanti i più erano quelli di Fini.
Tanto per fare una gentilezza “all’amico Gianfranco”, il Banana fa pubblicare sul giornale del fratello (!) un bel articolo che prende di mira Fini, accusandolo di una trama oscura fra la di lui suocera e la RAI. Se dovessimo meravigliarci per tutte le nefandezze della RAI, dovremmo scrivere dall’alba al tramonto per 365 giorni l’anno.
Mentre Bossi tuona col suo federalismo, il Banana – ma, allora, è proprio sfatto, pronto per la macedonia – si scusa con Fini, questa volta facendolo incavolare come una bestia. Ma, insomma…di chi è il Giornale?

Se, anche, domani Bossi e Fini s’innamorassero perdutamente l’uno dell’altro – con il Banana stesso a fare da testimone alle nozze – e la legislatura durasse ancora tre anni, s’andrebbe a nuove elezioni in pieno “subbuglio nucleare”, magari con una campagna referendaria in atto. Scelta oculata, non c’è che dire: se non hanno nemmeno il coraggio di pubblicare i nomi dei futuri siti nucleari!
Quindi, signori miei, dormiamo sonni tranquilli: Conti si porta a casa una centrale (va beh, in Russia, ma l’elettricità viaggia alla velocità della luce…) mentre Scaroni si gonfia le tasche di gas e petrolio russo. Il Banana può continuare a raccontare la sua panzana nucleare e tutti sono contenti: dopo, darà la colpa ai comunisti. Anzi, a Fini ed ai comunisti, anzi no, a Fini comunista. Parola di Fede.

Nota metodologica.
Chi conosce come scrivo, sa benissimo che non mi piacciono gli epiteti e non amo insultare: non ho mai chiamato Silvio Berlusconi “il Banana”.
Dopo, però, aver compreso che per Silvio Berlusconi io – e con me tutti gli italiani – siamo ritenuti soltanto un ammasso di cellule cerebrali da ammansire con le grazie di qualche velina del gran circo Barnum/Raiset, soprattutto per una questione di vitale importanza come l’energia, non ho più motivo per non appellarlo “Banana”, anzi, “testa di banana”.

Carlo Bertani
Fonte: http://carlobertani.blogspot.com
Link: http://carlobertani.blogspot.com/2010/04/magia-nucleare.html
29.04.2010

NOTE:

[1] Fonte: http://www.ecoblog.it/post/10237/nucleare-in-arrivo-spot-televisivi-per-convincere-gli-italiani?utm_source=feedburner&utm_medium=feed&utm_campaign=Feed%3A+ecoblog%2Fit+(ecoblog)
[2] Fonte: http://www.agienergia.it/NewsML.aspx?idd=67230&id=65&ante=0
[3] Fonte: http://www.legambiente.eu/archivi.php?idArchivio=2&id=5765
[4] Fonte: http://www.demos.it/a00231.php
[5] Fonte : http://www.repubblica.it/2007/09/sezioni/ambiente/nucleare1/sondaggio-nucleare/sondaggio-nucleare.html
[6] Fonte : http://www.ansa.it/ambiente/notizie/notiziari/energia/20100210173935026688.html
[7] Vedi : http://carlobertani.blogspot.com/2010/02/la-guerra-di-cementland.html
[8] Fonte: http://www.ilmessaggero.it/articolo.php?id=99407&sez=HOME_INITALIA

Articolo liberamente riproducibile, ovvia la citazione della fonte

ComeDonChisciotte – UK. ECCO IL REPORT DEL MEETING SEGRETO SUL PEAK OIL DEL GOVERNO INGLESE !

Fonte: ComeDonChisciotte – UK. ECCO IL REPORT DEL MEETING SEGRETO SUL PEAK OIL DEL GOVERNO INGLESE !.

DI DEBORA BILLI
petrolio.blogosfere.it

Doveva restare segreto persino l’evento stesso del meeting, ma il Guardian ha rotto le uova nel paniere. Questa è la prima notizia che ci riporta Rob Hoskins dal suo blog. Rob ha presenziato al summit sul peak oil del governo inglese come rappresentante di Transition Network, e racconta com’è andata.

Definito “affascinante e frustrante” allo stesso tempo, il meeting ha visto la partecipazione di 20 selezionatissime persone, tra le quali ministri, esponenti del governo e dell’industria e studiosi del problema. 4 le presentazioni, la prima delle quali ha riassunto la non consapevolezza dei governi sul peak e la necessità immediata di prendere provvedimenti.

La seconda presentazione ha esposto il punto di vista dell’industria petrolifera, secondo la quale il plateau è cominciato nel 2004. Dal 2005 è finita inoltre l’era del petrolio a basso prezzo. E’ stato chiarito che non conta la disponibilità, ma la continuità del flusso sul mercato, e che le compagnie sono ben consapevoli del fatto che, malgrado le riserve siano ancora consistenti, buona parte di esse non sono economicamente sfruttabili. L’esempio usato è stato quello delle particelle d’oro nell’acqua del mare: ce ne sono moltissime, ma nessuno si sogna di prendersi la briga di estrarle. Esiste qualche margine di sfruttamento nel gas non convenzionale, ma per renderlo conveniente occorre che il prezzo aumenti di parecchio. Fin qui l’industria, che a me pare assai chiarificatrice: a porte chiuse si ammettono verità generalmente ben occultate quando ci si rivolge al grande pubblico (e ai mercati…)

La presentazione della Peak Oil Task Force si è focalizzata sulla produzione, chiarendo che difficilmente si raggiungeranno i 90 milioni di barili al giorno e che da quel momento comunque non si potrà che scendere; che i Paesi occidentali, meno abituati alla volatilità dei prezzi, avranno molti più problemi di Cina e India; infine, che il primo settore su cui agire è quello dei trasporti.

Transition Network ha presentato le proprie proposte per una discesa soft, incentrata su un mondo a bassa energia, e portando i molti esempi di comunità locali che già stanno adottando politiche di transizione.

La discussione che è seguita ha un po’ sconcertato il nostro insider. Qualcuno ha suggerito che non occorre prendere provvedimenti di sorta, visto che ci penserà il mercato a regolare la transizione attraverso il meccanismo del prezzo. Al che, qualcun altro ha saggiamente obiettato che se penserà a tutto il mercato, allora cosa ci sta a fare il governo? Quest’ ultimo, infatti, dovrebbe agire proprio per rispondere alla volatilità e all’indeterminatezza del prezzo. Qualcun altro ha osservato che dovrà cambiare l’intero approccio politico, da una società dove ci si preoccupa di distribuire il surplus ad una dove bisogna invece saper dividere una torta più piccola.

I gruppi di studio a seguire si sono concentrati sulle risposte nazionali e locali alla sfida in atto. Molta la preoccupazione per i trasporti. Le conclusioni finali del lavoro sono state le seguenti:

– La data del peak è incerta, ma comunque inevitabile;

– C’è un alto rischio che i problemi si presentino nel giro di 3 o 4 anni;

– I prezzi saranno inevitabilmente più alti;

– A breve termine, si conterà di più sul gas naturale

– L’intervento del governo sarà inevitabile;

– Lo stile del cambiamento sarà decisivo, e il governo dovrà trasmettere il messaggio alla popolazione in modo chiaro ma non pessimista;

– Ci sarà bisogno di intervenire nei trasporti pubblici;

– Il sistema di pianificazione per l’uso del territorio dovrà tenere il problema ben in mente, e in futuro si potranno considerare anche i razionamenti.

Rob ha trovato affascinante come il governo sia sia finalmente deciso ad affrontare seriamente la questione peak oil, e si è sentito onorato per l’invito esteso alla sua associazione che è molto attiva a livello locale. Ha trovato invece frustrante l’impossibilità di farli uscire dal mito dell’eterna crescita economica, dal mito di “la tecnologia risolverà i problemi” e da come ogni preoccupazione sia concentrata essenzialmente sui trasporti, panacea per i quali pare essere il semplice passaggio alle auto elettriche e tutta la rete di alimentazione ad esse connessa.

Sembra non esserci alcuna considerazione di come una nazione che è la seconda più indebitata al mondo, che è diventata un importatore di energia in un momento di volatilità dei prezzi, riuscirà a pagare una simile infrastruttura.

Credo che questo summit sia da considerarsi un evento di importanza storica. E credo anche che, forse, la segretezza dell’evento non sia stata violata del tutto casualmente…

Debora Billi
Fonte:http://petrolio.blogosfere.it
Link: http://petrolio.blogosfere.it/2010/03/uk-ecco-il-report-dal-meeting-segreto-sul-peak-oil-del-governo-inglese.html
26.03.2010

Le 10 bugie più ricorrenti sul nucleare

Le 10 bugie più ricorrenti sul nucleare,leggete e datene massima diffusione. Tratto dai i seguenti blog:

Le 10 bugie più ricorrenti sul nucleare « Perlablu – Legambiente @ Cologna Veneta.

Piero Ricca » Nucleare. Le ragioni del no.

4 video e sintesi:

I contenuti del video sono sintetizzati da questa presentazione che per comodità viene riportata qui sotto:

Per un sistema energetico moderno, pulito e sicuro

Le 10 bugie più ricorrenti sul nucleare

BUGIA 1: “Il nucleare è necessario per il rispetto degli accordi internazionali sui cambiamenti climatici”

Nel mondo il 75% delle emissioni di gas serra sono generate da settori che non hanno alcun legame con la produzione di elettricità: trasporti, industria, riscaldamento degli edifici.

In tutti questi settori il nucleare non servirebbe a nulla.

Al 2020 le emissioni di gas serra del 1990 dei paesi industrializzati dovranno essere ridotte di almeno il 40%, al 2050 le emissioni globali di almeno l’80%: il nucleare non serve!

In Italia se il governo decidesse di costruire alcune centrali nucleari, passerebbero – senza considerare le contestazioni nei territori coinvolti – almeno 10-15 anni prima della loro entrata in funzione.

L’Italia quindi non riuscirebbe a rispettare la scadenza europea vincolante del 2020 – prevista dal pacchetto energia e clima dell’Unione europea, il cosiddetto 20-20-20 -, incorrendo in ulteriori sanzioni da aggiungere a quelle ormai inevitabili del Protocollo di Kyoto.

BUGIA 2: “Il nucleare può convivere con rinnovabili ed efficienza”

Il nucleare ha bisogno di enormi investimenti iniziali, che per essere coperti richiedono anche ingenti sussidi statali, soprattutto nella chiusura del ciclo.

In Italia se il programma nucleare del governo si concretizzasse (eventualmente anche in Albania!), inevitabilmente si dirotterebbero sull’atomo di fatto tutte le attenzioni e le risorse (50 mld di €!) destinabili alle fonti rinnovabili e all’efficienza energetica, uniche soluzioni praticabili per ridurre efficacemente e in tempi brevi le emissioni di CO2.

BUGIA 3: “Il nucleare diminuirà la bolletta energetica del Paese”

La produzione elettrica dal nucleare, includendo anche lo smantellamento delle centrali e lo smaltimento delle scorie radioattive, costa più delle altre fonti (Dipartimento dell’energia statunitense, Agenzia di rating Moody’s, Istituti bancari, etc).

Il MIT di Boston, il più importante politecnico al mondo, in un recente aggiornamento del rapporto Future of nuclear power del 2003 ha certificato che il costo per KW installato è raddoppiato in soli 5 anni.

Le ultime stime del MIT di Boston (2009) Per la collettività italiana è in arrivo una maxi stangata a causa dell’atomo made in Italy.

Il decreto sui criteri localizzativi approvato il 10 febbraio 2010 prevede compensazioni economiche e sostanziosi rimborsi alle aziende per la mancata realizzazione del programma nucleare. Alla faccia della tanto propagandata riduzione in bolletta, tutto sarà ovviamente a carico dello stato e dei cittadini!

BUGIA 4: “Il nucleare ridurrà le importazioni dell’Italia?

Il nucleare produce solo elettricità, pari a circa il 25% dei consumi energetici finali italiani, e non calore o carburante per i trasporti.

Quindi non permetterà alcuna sostanziale riduzione delle importazioni dei combustibili fossili (soprattutto petrolio, ma anche carbone e gas) utilizzati per:

– produrre calore nell’industria

riscaldare gli edifici

– produrre il carburante per i trasporti.

Inoltre le centrali nucleari utilizzano l’uranio, materia prima da importare dall’estero come gli altri combustibili fossili.

BUGIA 5: “Il nucleare garantirà la diversificazione delle fonti energetiche italiane”

La produzione elettrica in Italia dipende per il 60% dal gas naturale (per l’entrata in funzione di tanti nuovi cicli combinati negli ultimi 10 anni).

Il contributo dell’atomo alla riduzione dei consumi di gas sarebbe insignificante.

Secondo uno studio del Cesi Ricerca del 2008, con la costruzione di 4 reattori EPR di terza generazione evoluta da 1.600 MW l’uno, risparmieremmo dal 2026 in poi appena 9 miliardi di metri cubi all’anno di gas naturale, pari al 10% dei consumi attuali e al contributo di un rigassificatore di media taglia.

Altro che diversificazione delle fonti!

BUGIA 6: “I reattori EPR sono un gioiello della tecnologia e assolutamente sicuri”

La costruzione degli unici due reattori di “terza generazione evoluta” (3+) al mondo (ad Olkiluoto in Finlandia e a Flamanville in Francia) è davvero un flop.

Il cantiere della centrale finlandese è partito nel 2005 e dovrebbe chiudersi nel 2012, con 3 anni di ritardo rispetto alle previsioni (ma anche questo termine è destinato a slittare in avanti). I costi sono aumentati fino ad oggi di circa il 50%: dai 3,2 previsti ai 4,5 miliardi di euro.

Novembre 2009: clamorosa bocciatura delle Autorità per la sicurezza nucleare di Francia, Finlandia e Gran Bretagna sui sistemi di sicurezza dei reattori francesi e chiedono ad Areva «di migliorare il progetto iniziale dell’EPR».

È l’ennesima e autorevole conferma che non esiste tecnologia che possa escludere i rischi di un incidente nucleare con conseguente fuoriuscita di radioattività all’esterno (Chernobyl del 1986, Three Mile Island negli Usa del 1979, Tokaimura in Giappone del 1999, Tricastin nel 2008 – che ha causato la fuoriuscita di circa 25mila litri di acqua contaminata radioattivamente -).

Centrali di ultima generazione? La tecnologia francese EPR sposata dal governo italiano è di “terza generazione evoluta” (3+) e non ha risolto nessuno dei problemi noti da anni:

– produzione e smaltimento delle scorie;

– riserve di uranio;

– proliferazione nucleare e rischio terrorismo;

– contaminazione ordinaria.

L’Italia si sta quindi candidando a promuovere una tecnologia inquinante, costosa e vecchia, a maggior ragione se nel 2030-40 vedrà la luce il nucleare di “quarta generazione”, in fase di studio a livello internazionale.

BUGIA 7: “Il nucleare non emette gas serra”

Il nucleare emette gas serra, se si considera l’intera filiera (costruzione delle centrali; estrazione, trasporto e lavorazione dell’uranio; riprocessamento del combustibile nucleare irraggiato; smantellamento delle centrali; smaltimento delle scorie) – e non solo l’esercizio della centrale.

A differenza di altre tecnologie di taglia minore e quindi più efficienti, il nucleare inoltre non permette di recuperare il calore in esubero generato per produrre l’elettricità, obbligando i cittadini e l’industria a ricorrere ad altri sistemi rispettivamente per il riscaldamento delle abitazioni e per la produzione di calore nel ciclo produttivo.

BUGIA 8: “Nel mondo è in corso un rinascimento nucleare”

Secondo l’Aiea ad oggi sono attivi 436 reattori nucleari (370mila MW), a cui se ne dovrebbero aggiungere 53 in costruzione.

Dove sono in costruzione questi 53 reattori? I principali paesi che stanno investendo nell’atomo sono:

Cina (16 reattori)

Russia (9)

India (6)

Corea el Nord (6)

Il nuovo governo tedesco di centro destra non prevede la costruzione di nuove centrali nucleari in Germania, ma solo l’allungamento della vita di quelle esistenti (Angela Merkel: “il nucleare come tecnologia ponte”).

Escludendo i Paesi che non hanno un mercato elettrico davvero liberalizzato o che vogliono dotarsi di

armamenti nucleari, ma dove sarebbe questo Rinascimento del nucleare?

BUGIA 9: “Il nucleare garantirà una maggiore occupazione al nostro Paese”

Una centrale nucleare nella fase di costruzione produce 2.500 posti di lavoro, che si riducono a 500 nella fase di esercizio!

A parità di investimenti l’efficienza energetica e le rinnovabili sono capaci di creare 15 posti di lavoro per ogni posto di lavoro nel nucleare.

In meno di 10 anni, la Germania ha creato oltre 250.000 posti di lavoro nel settore delle rinnovabili, tra diretto e indotto. In Italia al 2020 con la diffusione delle rinnovabili si potrebbero creare dai 150 ai 200mila posti di lavoro.

BUGIA 10: “Sulle localizzazioni delle centrali decideranno gli enti locali e le popolazioni, non il governo”

Il ministro Scajola “dimentica” infatti che la legge Sviluppo, approvata dal Parlamento italiano nel luglio 2009, permette al governo di utilizzare il potere sostitutivo in caso di mancata intesa tra gli enti locali per la localizzazione delle centrali, utilizzando eventualmente anche l’esercito.

L’amnesia di Scajola aumenta in prossimità delle scadenze elettorali. Ha forse paura di perdere consenso?

E poi, la maggioranza di governo non riesce a convincere neanche i suoi candidati regionali (presidenti o consiglieri), come pensa di convincere gli italiani?

Dove si faranno?

Si devono rispettare soprattutto queste 4 condizioni:

sito stabile sotto il punto di vista geologico

presenza di acqua

distanza dai centri abitati (5-10 km?)

presenza di una rete elettrica

Cosa comporta la presenza della centrale nucleare sul territorio che la ospita?

Nel 2008 l’Agenzia tedesca sul nucleare ha confermato che più si vive vicini alle centrali e maggiore è il rischio di malattie gravi.

Per i bambini che vivono in un raggio di 5 km da una centrale nucleare la possibilità di contrarre la leucemia aumenta del 76% rispetto ai coetanei che vivono a oltre 50 km dall’impianto.

Pesanti impatti DIRETTI su:

agricoltura

turismo

Oltre agli impatti INDIRETTI su:

settore dell’efficienza e delle rinnovabili (produttori di tecnologia, installatori, addetti alla

manutenzione, etc)

A chi serve il nucleare?

Alle grandi aziende energetiche che faranno grandi affari, monopolizzando sempre più il mercato elettrico, a discapito di una economia distribuita e più democratica

È necessario invece fondare il nostro modello energetico su:

innovazione tecnologica

miglioramento dell’efficienza

sviluppo delle rinnovabili

gas come fonte fossile di transizione

Questo è il sistema energetico che vogliamo!

Serve una rivoluzione energetica per rendere più efficiente e sostenibile il modo con cui:

produciamo l’elettricità e il calore

si muovono persone e merci

consumiamo energia nell’industria e negli edifici

ComeDonChisciotte – CRESCITA CONTRO SVILUPPO

ComeDonChisciotte – CRESCITA CONTRO SVILUPPO.

A CURA DI THE OIL DRUM

Il Dr. Dennis Meadows, uno degli autori di Limits to Growth [“I limiti dello sviluppo”] ha mandato un link a questo breve video [vedi sotto N.d.r.]. Il Dr. Meadows ha girato questo video a Davos, in Svizzera, nel Settembre 2009, quando era lì per partecipare al World Resources Forum.

Nel filmato, il Dr. Meadows parla della crescita, del picco petrolifero e della possibilità di un collasso. Qui sotto troverete una trascrizione approssimata del suo discorso, in modo da poterla leggere se preferite.

Mi chiamo Dennis Meadows. Sono stato per molti anni professore in diverse università degli Stati Uniti.

Sono nato nel 1942, più o meno qui [indica su un grafico]. Il 96% di tutto il petrolio che sia mai stato usato nella storia umano, è stato usato dopo che sono nato. L’uso globale del petrolio – e ora siamo qui [indica il grafico], l’uso globale del petrolio è andato più o meno in questo modo. [Indica il vertice della curva di produzione del petrolio] e adesso dovrà scendere, in qualche modo, non sappiamo come [fa diverse linee tratteggiate]. Recentemente un think tank tedesco ha previsto che entro il 2030, più o meno qui, il petrolio sarà a metà dei livelli attuali. Qualcosa del genere [segna su un grafico].

La sfida: il picco petrolifero

La società si aspetta ciò [estende il grafico della storia della produzione petrolifera verso l’alto in modo lineare], ma otterremo questo [sottolinea la diminuzione]. Quali politiche dobbiamo intraprendere per far sì che questo cambiamento sia equo e pacifico? E’ possibile far ciò se ci prepariamo, ma se neghiamo il problema non vi riusciremo mai.

Crescita contro sviluppo

Se siete un genitore, e avete un bambino, allora sarete entusiasti se nei suoi primi 18 o 20 anni di vita il bimbo diventa più grande, cioè cresce fisicamente. E’ persino una fonte di felicità se vostro figlio cresce molto velocemente. Ma dopo circa 18 o 20 anni non vorrete che vostro figlio cresca ancora; vorrete che vostro figlio si sviluppi —diventi più saggio; impari lingue straniere; impari ad avere importanti relazioni sentimentali; ad essere un buon genitore; e così via.

Dopo 18 o 20 anni, se vostro figlio continuasse a crescere, diventando alto due, tre o quattro metri sareste davvero in imbarazzo, e sareste davvero preoccupati. La gente sarebbe meravigliata e addirittura ne riderebbe.

Il legame con l’economia

Sfortunatamente, in economia, non abbiamo fatto questa distinzione. C’era un tempo in cui per i paesi del ricco occidente era molto utile avere una espansione fisica —capitale in aumento, aumento nell’uso di energia, maggiore consumo di materiali, sempre più edifici e così via. Ma quel periodo è passato da molto tempo. Sfortunatamente abbiamo preso l’abitudine di prendere azioni che provocano una crescita fisica, e continuiamo a tenere questa abitudine.

Lo sviluppo nelle società

Dobbiamo sapere come convertire le politiche e le istituzioni che ci hanno dato una espansione fisica in altre che ci diano sviluppo – in ciò che ci dà cultura, comprensione, pace, amicizia, amore, le cose che sono veramente importanti nella società.

L’attuale stato del nostro pianeta

Oggi c’è molta preoccupazione, lo si vede nei giornali e nei discorsi dei politici, per il cambiamento climatico, i danni all’ambiente, i danni al livello freatico, per la scarsità di cibo e di petrolio, e così via. In realtà questi non sono problemi, sono sintomi. E’ come se un vostro amico avesse un cancro, e per questo ha anche mal di testa. Il mal di testa è un sintomo. Non è di per sé il problema. Potete curare il mal di testa con analgesici e cose simili, ma anche se il mal di testa va via non crederete che il problema sia risolto.

Il cambiamento climatico, la scarsità di cibo, questi sono sintomi. Forse possiamo risolverli, forse no. Ma anche se ci riuscissimo non elimineremmo il problema. Il problema è la crescita fisica, la continua espansione della popolazione, il continuo aumento negli standard materiali di vita, in un mondo che ha dei limiti finiti.

Il pericolo del collasso

Tecnicamente parlando il “collasso” è il processo con cui le situazioni crollano, vanno fuori controllo. Per esempio, se un edifico crolla, esso crolla senza essere sotto il controllo di nessuno. I crolli delle società riguardano gli indicatori chiave della nostra società – standard materiali di vita, pace, fiducia nel governo, e altre cose che cadono, fuori controllo.

Il collasso è vicino

La nostra situazione è simile a quella di chi vive in una città con terremoti, ad esempio Tokyo o San Francisco. Potrei dire a un mio amico di San Francisco che al 100% di probabilità vi sarà un altro grosso terremoto a San Francisco – assolutamente, senza alcun dubbio. Ma quando? Questa è la domanda. E quanto forte? Queste sono domande davvero importanti. Non ne abbiamo idea. Potrebbe essere domani o tra trenta anni. Per il collasso è lo stesso. So che l’attuale crescita della popolazione e del consumo di materiali non può continuare – assolutamente no, al 100% di probabilità, ciò deve finire. Quando? Come? Quanto gravemente? Non abbiamo un modo scientifico per fare previsioni.

Le conseguenze

Più a lungo aspettiamo per prendere delle contromisure sociali, come controllo delle nascite, o semplicità volontaria [di vita], più sarà probabile che i limiti fisici provocheranno questo declino.

Mancanza di petrolio, acqua e cibo

Se mi chiedete a me, come persona, di fare un’ipotesi, direi che il cibo sarà un fattore importante perchè riflette molte delle altre questioni. Il clima sta sicuramente cambiando ora, sta cambiando molto rapidamente, di sicuro. Il cambiamento climatico ridurrà la possibilità di produrre cibo in molte aree. Ciò provocherà problemi.

Probabilmente la produzione globale di petrolio ha già raggiunto il suo massimo, io credo nel 2006, ma sicuramente è avvenuto in questo periodo. Quando l’energia diventerà sempre più costosa, molte cosiddette tecnologie agricole moderne diventeranno impossibili; ciò ridurrà la produzione di cibo. Per esempio, senza combustibile diesel a buon mercato non si può pompare acqua per l’irrigazione. Se dovete smettere di irrigare la terra, e iniziate a usare le cosiddette tecniche agricole per le terre aride, la produttività scenderà – meno cibo. Perciò penso che la produzione di cibo sarà un fattore importante, ma non sarebbe accurato dire che è il problema e nemmeno che è il solo problema.

Prof. Dennis Meadows, Davos, Sett. 2009.

Titolo originale: “Dennis Meadows: ‘Growth versus Development'”

Fonte: http://www.theoildrum.com
Link
01.03.2010

Traduzione per http://www.comedonchisciotte.org a cura di ALCENERO

ComeDonChisciotte – IL CASO IRAN

No secco alla guerra contro l’Iran.

Articolo 11 della costituzione: “L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali…”

Fonte: ComeDonChisciotte – IL CASO IRAN.

DI FRANCO CARDINI
diorama.it/

Qualcosa di molto grave si sta profilando in Occidente: qualcosa che forse minaccia il mondo. E’ uno scenario che purtroppo abbiamo già visto. Tra 2002 e 2003 i governi statunitense e britannico inscenarono una pietosa e vergognosa commedia cercando di far credere al mondo che l’Iraq di Saddam Hussein fosse in possesso di pericolose armi segrete di distruzione di massa. Era incredibile: e infatti chi aveva capacità di comprendere e di assumere informazioni precise si rese subito conto che si trattava di una colossale e infame menzogna. Ma i mass media insistevano, i politici – anche italiani – erano già decisi a seguire il sentiero tracciato del sinistro signor Bush: il risultato fu la guerra e un’occupazione che perdura e dalla quale gli stessi italiani non sanno come far a uscire.[1]

Sette anni dopo, siamo alle solite: analogo scenario, analoghe sfrontate bugie. La vittima designata, ora, è l’Iran. Auguriamoci che le dissennate dichiarazioni dei politici e dei mass media non preludano a qualcosa di simile al pasticcio irakeno: stavolta sarebbe molto più grave.

La Repubblica Islamica dell’Iran è una società molto complessa,[2] che non è certo retta da un regime totalitario, bensì da un sistema assembleare per certi versi paragonabile a una repubblica protosovietica controllata da un “senato” di teologi-giuristi. Nata da uno strappo violento che ha sottratto trent’anni fa agli USA il suo più sicuro e fedele alleato-subordinato e che ha fatto tabula rasa d’importanti interessi petroliferi occidentali, è strutturalmente avversaria della superpotenza americana: dal momento che essa individua in Israele il principale supporto della politica statunitense nel Vicino Oriente, essa avversa radicalmente anche quest’ultimo. Non c’è dubbio che il governo iraniano attuale abusi dei suoi poteri, a cominciare da quello che gli consente di comminare pene capitali, e che non rispetti alcuni diritti della persona umana. Non è l’unico a far certe cose (tali diritti non sono rispettati nemmeno nell’illegale campo di detenzione di Guantanamo, tenuto aperto dalla Prima Democrazia del mondo): ma le fa, e ciò dev’essere denunziato con deciso rigore.

Ciò non toglie che sull’Iran il mondo occidentale in genere, italiano in particolare, sia malissimo informato. Esaminiamo sinteticamente i quattro fondamentali capi d’accusa che vengono ormai rivolti abitualmente al governo di Ahmedinejad: si sarebbe reso responsabile di gravi brogli elettorali durante le ultime elezioni e di una pesante repressione delle proteste da parte dell’opposizione; minaccerebbe e programmerebbe un attacco contro Israele, con intenzione di distruggerlo; starebbe fabbricandosi un potenziale nucleare militare; sarebbe candidato a cedere in quanto isolato internazionalmente.

Si tratta sostanzialmente di quattro calunnie, per quanto ciascuna di essi riposi su un qualche elemento di verità. Vediamole in ordine.
Prima. In una recente intervista consultabile nella versione telematica di “Panorama” del 30.12.2010 una delle maggiori esperte di cose iraniane, Farian Sabahi,[3] non ha escluso che vi siano stati brogli elettorali, ma ha sottolineato che essi non possono aver falsato sostanzialmente il responso delle urne che è stato comunque con certezza largamente favorevole ad Ahmadinejad in quanto egli, a differenza dei suoi elettori, ha saputo guadagnarsi la fiducia della maggioranza degli iraniani non grazie alle sue tracotanti minacce contro Israele, bensì con una politica sociale che ha costantemente messo a disposizione dei ceti più deboli una massa ingente di pubbliche risorse, ha consentito a 22 milioni d’iraniani di accedere a efficaci cure mediche gratuite, ha aumentato molti stipendi (p.es. del 30% quello degli insegnanti), ha aumentato del 50% ‘entità delle pensioni. Al contrario i suoi avversari, pur abilissimi a mobilitarsi su Twitter e forti nei ceti medi specie della capitale, hanno fatto ben poca breccia nei centri minori e praticamente nessuna nelle campagne. I nostri mass media insistono sui deliri oratori hitleriani di Ahmedinejad (che peraltro riassumono sistematicamente, senza darci modo di capire che cosa effettivamente egli dica, e a chi, e in quali contesti), ma non c’informano per nulla della sua politica sociale, impedendoci di farci un’idea di che cosa realmente sia l’Iran di oggi.[4]

Seconda. Quanto all’atteggiamento di Ahmedinejad contro Israele, è indubbiamente una maldestra e odiosa misura propagandistica da parte sua la contestazione della shoah; ma, quanto alle minacce, chi non si limita al materiale scaricato da Twitter si è reso facilmente conto che il presidente iraniano non ha mai affermato che Israele vada distrutta (cioè che gli israeliani siano eliminati o cacciati), bensì che la pretesa di uno stato ebraico che si presenti come etnocratico e confessionale ma che nello stesso tempo pretenda di essere un modello di democrazia all’occidentale è evidentemente insostenibile in quanto costituisce una contraddizione in termini. Da ciò Ahmedinejad non deduce che lo stato d’Israele vada distrutto dall’esterno, ma che esso non potrà mai mantenersi sulla base dei principi proclamati. Oltretutto, nell’ormai radicato immaginario occidentale Ahmadinejad starebbe minacciando di distruzione nucleare Israele: ora, si domanda come può il leader di uno stato che non è ancora arrivato nemmeno al nucleare civile minacciare di distruzione nucleare un paese che invece dispone sul serio di un nucleare militare. Tutto ciò è assurdo. E non è difatti mai accaduto. Ahmedinejad si limita a dire che la convivenza di ebrei e di palestinesi dovrà essere rifondata su basi diverse da quelle dell’attuale stato d’Israele se vorrà avere qualche probabilità di sopravvivere.

Terza, la questione nucleare. Qui siamo al ridicolo e all’infamia al tempo stesso. L’11 febbraio scorso, trentennale della rivoluzione khomeinista, l’ambasciatore iraniano presso la Santa Sede Alì Akbar Naseri indiceva una conferenza stampa. Visto il momento “caldissimo” nell’opinione pubblica, si potrebbe supporre ch’essa è stata presa d’assalto dai media. Macché. Né un TG importante, né una testata di rilievo: è così che da noi si fa informazione. Tuttavia, le pacate dichiarazioni del diplomatico hanno richiamato un’ennesima volta a una verità obiettiva che ormai conosciamo. Il 4 febbraio scorso, il governo iraniano ha formulato alla authority internazionale nucleare, l’AIEA, una proposta molto flessibile e ragionevole: accettazione della prassi elaborata dal gruppo dei 5+1 (USA, Russia, Cina, Francia, Germania) nell’ottobre scorso, sulla base della quale l’Iran consegnerà delle partite di uranio arricchito al 3,5% alla Russia, che lo porterà al 20% e lo passerà alla Francia incaricato di restituirlo all’Iran. Date però le circostanze e il macchinoso sistema elaborato, il governo dell’Iran – temendo evidentemente che l’uranio gli venga sottratto – chiede semplicemente che lo scambio avvengo in territorio iraniano e che ad ogni cessione di partita di uranio al 3,5% l’Iran venga risarcito con la consegna di una pari quantità arricchita al 20%. Non si capisce perché il governo statunitense abbia rifiutato come “non interessante” una proposta del genere e si ostini a pretendere dall’Iran la pura e semplice cessione del minerale, senza contropartite né garanzie. Ciò corrisponde solo a un vecchio e abusato trucco diplomatico: formulare pretese assurde e irricevibili per poi accusare l’avversario, reo di non averle accettate. Bisogna al riguardo tener presente due cose: primo, per avviare la costruzione del nucleare militare è necessario un arricchimento dell’uranio all’80%, mentre l’Iran non è ancora in grado nemmeno di arricchirlo al 20%, limite indispensabile per gli usi civili. E di sviluppare un nucleare civile l’Iran ha diritto, in quanto paese firmatario del trattato di non-proliferazione (gli unici tre stati che non hanno firmato sono Israele, India, Pakistan). Il punto è che sembra proprio che i soggetti occidentali più importanti (quindi il governo statunitense e la NATO, che da esso è largamente controllata) siano ben decisi a procedere su una strada pregiudizialmente tracciata. In un’intervista concessa a Luigi Offeddu del “Il Corriere della Sera”, e pubblicata il 29.2.2010, Adres Fogh Rasmussen, segretario generale della NATO dall’agosto 2009, ha proferito affermazioni allucinanti nella sostanza non meno che nel tono: “Al momento dovuto, noi prenderemo le decisioni necessarie per difendere i paesi della NATO”, ha dichiarato.[5] Ha parlato di un sistema missilistico difensivo, risultato di una triplice collaborazione tra USA, NATO e Russia, fingendo di non sapere che in Realtà la Russia è preoccupata delle installazioni missilistiche USA-NATO in Romania e in Polonia, non è soddisfatta dei chiarimenti fornitile (secondo i quali esse sarebbero dirette contro la minaccia iraniana) e la sua richiesta di “collaborazione a tale sistema è, in realtà, una richiesta di controllo. Rassmunsen, ignorando del tutto le proposte iraniane, continua a proporre un diktat: l’Iran consegni tutto il suo uranio che verrà arricchito all’estero, senza alcuna possibilità di controllarne il destino, senza alcun controimpegno e senza alcuna contropartita. C’è da chiedersi chi mai potrebbe accettare imposizioni del genere.

Quarto. Si continua acriticamente a ripetere, da noi, che ormai l’ONU sarebbe pronta a inasprire l’embargo all’Iran e che lo stesso consiglio di Sicurezza sarebbe d’accordo: si tratterebbe solo di convincere la Cina a non usare il suo diritto di veto e a studiare sanzioni che colpiscano il governo iraniano, ma non la popolazione. Quest’ultimo proposito è manifestamente ipocrita: le sanzioni colpiscono sempre le popolazioni, e in genere rinsaldano la loro solidarietà con i loro governi (a parte l’ipocrisia del governo italiano, che sostiene di preoccuparsi per ragioni umanitarie mentre in realtà è in ansia per il grosso business iraniano dell’ENI, che potrebb’essere compromesso dalle sanzioni con un forte danno agli interessi italiani). Ad ogni modo, le sanzioni contro l’Iran non funzioneranno, perché il governo iraniano è a vari livelli in contatto positivo con molti paesi e ha stipulato o sta stipulando accordi non solo con Cina e Russia, ma anche con la Siria, col Venezuela e con la Turchia. E’ del 19.2., stando a due “lanci” AGI, la dichiarazione del viceministro degli Affari Esteri Serghiey Ryabkov, secondo la quale non solo la Russia è contraria a un inasprimento delle sanzioni contro l’Iran e indisponibile ad appoggiarle, ma si conferma intenzionata a fornire all’Iran i sistemi antiaerei S-300, come si era impegnata a fare.

Insomma, il regime iraniano può non piacere: ma non ha la possibilità e forse nemmeno l’intenzione di costruire armi nucleari e non si trova affatto in una posizione di assoluto isolamento diplomatico.
Ma allora perché gli USA sembrano preoccuparsi dell’Iran di Ahmedinejad al punto di arrivare alle esplicite minacce? L’atomica, i diritti umani e le minacce a Israele non c’entrano. C’entra invece il modesto isolotto di Kish sul Golfo Persico, che gli iraniani hanno scelto a sede di una futura rete di scambi petroliferi mirante alla costituzione di un “cartello” che si fonderebbe sull’unità monetaria non più del dollaro, bensì dell’euro. Questa è la bomba nucleare iraniana che davvero gli americani temono.

E allora, immaginiamoci un possibile e purtroppo piuttosto probabile futuro. La guerra, lo sanno tutti, è un gran ricco business: vi sono cointeressate potentissime lobbies industriali e finanziarie internazionali; è rimasta l’unica attività produttiva statunitense che davvero “tiri”; le commesse vanno rinnovate e gli arsenali debbono essere vuotati se si vogliono riempire di nuovo; poi ci sono i generali (non solo i generaloni del Pentagono, quelli che ostentano nomi da conquistatore romano, tipo Petreus; ma anche i generalucci della NATO e i generalicchi italiani, per tacer degli strateghi-peopolitici da TV…); inoltre c’è il sacrosanto spiegamento dei fondamentalisti cristiani, ebrei e musulmano-sunniti che non vedono l’ora di saltar addosso al demonio sciita; infine ci sono i poveri cristi che aspettano di venir ingaggiati come in Afghanistan e in Iraq, la folla dei portoricani in caccia della magica green card che fa di loro dei quali cittadini statunitensi, i sottoproletari che sognano di ascendere al rango di contractors. Tutte insieme, queste forze sono – non illudiamoci – potentissime.

Se non ci salva il duplice “veto” russo-cinese al Consiglio di Sicurezza dell’ONU (ma anche quello non sarà sufficiente: basterà la NATO, come in Afghanistan nel 2001: poi, l’ONU sarà costretta ad avallare…), oppure, meglio ancora, un deciso “no” degli israeliani che – a differenza del loro governo – non hanno perduto il ben dell’intelletto e la voce dei quali potrebbe contare moltissimo dinanzi all’opinione pubblica mondiale , l’aggressione all’Iran probabilmente si farà. E’ molto più facile di quella all’Iraq del 2003: il sunnita e “laico-progressista” Saddam poteva contare su molti amici negli USA, in Europa e nel mondo musulmano, l’Iran fondamentalista e sciita non ne dispone. Poi, tra qualche anno, qualcuno in gramaglie verrà a dirci che no, ci eravamo sbagliati, la bomba nucleare proprio l’Iran non ce l’aveva e nemmeno i terribili missili puntati contro l’Occidente; qualcun altro sgamerà, altri ancora si rifugeranno nell’amnesia. Frattanto, nella migliore dell’ipotesi, ci saremo infilati in un pantano sanguinoso e costoso, peggiore di quelli afghano e irakeno messi insieme: un pantano nel quale sguazzeranno allegramente solo le anatre e le rane tipo gli imprenditori, i militarastri e i sottoproletari del “finché-c’è-guerra-c’è-speranza”, che ciascuno al suo livello ci guadagneranno (“produzione e consumo” in alto, patacche e promozioni a mezza tacca, “posti di lavoro” in basso) , o tipo La Russa, che già ora s’inorgoglisce dei suoi picchetti d’onore e delle sue finte uniformi militari. Se non altro, tutto ciò darà una nota comica alla vicenda. Ma non illudiamoci: quella sarà soltanto la migliore fra le ipotesi.

Franco Cardini
Fonte: http://www.diorama.it/
Link: http://www.diorama.it/index.php?option=com_content&task=view&id=178&Itemid=1
22.02.2010

NOTE

[1] I media ci hanno poi informati che le armi di distruzione di massa non c’erano: ma nessun governante nessun politico di quelli che a suo tempo avevano stragiurato sulla loro esistenza, nessun intellettuale o pubblicista di quelli che immaginavano scenari festosi (tipo i liberatori che arrivano a Baghdad in mezzo ai fiori e alle bandiere del popolo irakeno liberato…), nessun mezzobusto televisivo-opinion maker ha fatto ammenda dell’errore in cui aveva tentato d’indurci, o meglio della menzogna proferita. Anzi, a dimostrazione della longevità dei falsi miti, Tony Blair, nel corso della sua pietosa autocritica che sigilla il fallimento della sua carriera di politico (dopo i danni che ha fatto, e che purtroppo paghiamo e pagheremo noi) è tornato sulle armi di distruzione saddamiste come se fossero davvero esistite, “dimenticando” al figuraccia sua e di altri.
[2] Cfr. L’iran e il tempo. Una società complessa, a cura di A. Cancian, Roma, Jouvence 2008; A.Negri, Il turbante e la corona. Iran trent’anni dopo, Milano, Tropea, 2010.
[3] Di cui cfr. F.Sabahi, Storia dell’Iran 1890-2008, Milano, Bruno Mondadori, s.d.
[4] Cfr. il lucido commento di M.Tarchi, La lezione iraniana, “Diorama letterario”, 296, ott.-dic. 2009, pp. 1-3.
[5] L.Offeddu, “L’iran si fermi sul nucleare o la NATO dovrà difendersi”, “Corriere della Sera”, 20.2.2

ComeDonChisciotte – IL FATALE PREMIO GEOLOGICO CHIAMATO HAITI

Fonte: ComeDonChisciotte – IL FATALE PREMIO GEOLOGICO CHIAMATO HAITI.

DI F.WILLIAM ENGDAHL
http://www.globalresearch.ca

Il presidente diventa l’inviato speciale dell’ONU nell’Haiti colpita dal terremoto.

Un affarista e predicatore neoconservatore convertito americano sostiene che gli Haitiani sono stati condannati per aver fatto un letterale ‘patto con il diavolo’.

Le organizzazioni di soccorso venezuelane, nicaraguensi, boliviane, francesi e svizzere accusano i militari americani di negare il permesso di atterraggio agli aerei che trasportano i medicinali necessari e l’acqua potabile urgentemente necessaria per i milioni di Haitiani terremotati, feriti e senzatetto.

Dietro il fumo, le macerie e il dramma infinito della tragedia umana di questo disgraziato paese caraibico, si sta svolgendo un dramma per il controllo di quella che i geofisici credono che possa essere la zona più ricca del mondo di petrolio e di gas derivato da idrocarburi dopo il Medioriente, possibilmente di grandezza maggiore del vicino Veneuela.

Haiti, e l’isola più grande di Hispaniola di cui fa parte, ha il fato geologico di poggiare su una delle zone geologiche più attive al mondo, dove le placche sottomarine profonde di tre immense strutture si urtano continuamente l’un l’altra – l’intersezione tra la placca tettonica nordamericana, sudamericana e caraibica. Situate sotto l’oceano nelle acque dei Caraibi, queste placche consistono in una crosta oceanica di uno spessore che va da tre a sei miglia, che galleggia sopra un mantello adiacente. Haiti è inoltre sita al margine di una regione conosciuta come il triangolo delle bermude, una vasta area dei Caraibi soggetta a strane e inspiegate perturbazioni.

Questa vasta massa di placche sottomarine sono sempre in movimento, sfregandosi reciprocamente lungo linee analoghe alle crepe di un vaso di porcellana rotto che è stato rincollato. Le placche tettoniche terrestri si muovono tipicamente l’una rispetto all’altra ad una velocità che va da 50 a 100 mm all’anno, e sono all’origine di terremoti e vulcani. Le regioni di convergenza di tali placche sono inoltre aree dove abbondanti quantità di petrolio e gas possono essere spinte in superficie dal manto terrestre. La geofisica intorno alla convergenza delle tre placche, che si trovano più o meno direttamente sotto Port-au-Prince, rende la regione soggetta a terremoti come quello che ha colpito Haiti con devastante ferocia lo scorso 12 gennaio.

Un progetto geologico attinente del Texas

Mettendo da parte l’interrogativo pertinente sull’anticipo con cui il Pentagono e gli scienziati americani avrebbero saputo che si sarebbe verificato un sisma, e sui piani del Pentagono che venivano fatti prima del 12 gennaio, emerge un’altra questione intorno agli eventi di Haiti che può aiutarci a spiegare lo strano comportamento finora dei maggiori attori del ‘soccorso’ – gli Stati Uniti, la Francia e il Canada. Oltre ad essere soggetta a violenti terremoti, Haiti si trova inoltre in una zona che, a causa della inconsueta intersezione delle sue tre placche tettoniche, potrebbe poggiare su uno dei più grandi ed inesplorati giacimenti di petrolio e gas, come pure di rari minerali preziosi di [importanza] strategica.

Le vaste riserve di petrolio del Golfo Persico e della regione che va dal Mar Rosso fino al Golfo di Aden si trovano in una zona analoga di convergenza di grandi placche tettoniche, come del resto anche le zone ricche di petrolio dell’Indonesia e le acque vicino alla costa della California. In breve, in termini di fisica terrestre, precisamente tali intersezioni di masse tettoniche, come quella che sta direttamente sotto Haiti, hanno una particolare tendenza ad essere i siti di vasti tesori di minerali, petrolio e gas, in tutto il mondo.

Significativamente, nel 2005, un anno dopo che l’amministrazione Bush-Cheney aveva deposto de facto il presidente di Haiti eletto democraticamente, ovvero Jean-Baptiste Aristide, una squadra di geologi dell’Institute for Geophysics della University of Texas hanno dato inizio ad un’ambiziosa ed approfondita mappatura in due fasi di tutti i dati geologici del bacino caraibico. Il progetto sarà ultimato nel 2011. È diretto dal dott. Paul Mann e si intitola “Il bacino caraibico, la tettonica e gli idrocarburi”. Verte sulla determinazione quanto più precisa possibile, della relazione tra le placche tettoniche nei Caraibi e il potenziale di idrocarburi – petrolio e gas.

Significativamente, gli sponsor di [questo] progetto di ricerca da milioni di dollari sotto la direzione di Mann sono le più grandi società petrolifere del mondo, compresa la Chevron, la ExxonMobil, la anglo-olandese Shell e la BHP Billiton. [1] Curiosamente, questo progetto è la prima mappatura geologica appofondita di una regione che avrebbe dovuto essere una priorità per i giganti del petrolio americani già da decenni. Data l’immensa produzione di petrolio attuale vicino al Messico, alla Lousiana e a tutti i Caraibi, oltre alla sua prossimità agli Stati Uniti – per non pensare alla stessa attenzione degli USA per la propria sicurezza energetica – è sorprendente che la regione non sia già stata mappata prima. Ora emerge che da molto tempo le maggiori società petrolifere erano almeno generalmente a conoscenza dell’enorme potenziale della regione, e che hanno apparentemente deciso di tenerlo segreto.

La scoperta super gigante di Cuba

Le prove che l’amministrazione USA abbia in mente ben più che il miglioramento della devastata popolazione haitiana, possono essere trovate nelle acque vicine a Cuba, direttamente di fronte a Port-au-Prince. Nell’ottobre 2008 un consorzio di società petrolifere guidate dalla spagnola Repsol, insieme alla società petrolifera statale cubana Cubapetroleo, hanno annunciato la scoperta di una delle più grandi zone petrolifere al mondo in acque profonde in prossimità di Cuba. È quello che i geologi chiamano un giacimento ‘super gigante’. Secondo le stime il giacimento cubano conterrebbe fino a 20 bilioni di barili di petrolio, diventando il dodicesimo giacimento super gigante di petrolio scoperto dal 1996. La scoperta fa inoltre di Cuba un altro bersaglio con alta priorità della destabilizzazione e delle altre operazioni malvage del Pentagono.

Senza dubbio a dispetto di Washington, il presidente russo Dmitry Medvedev è volato ad Havana un mese dopo la scoperta del gigantesco giacimento cubano per firmare un accordo con il sostituto presidente Raul Castro per l’esplorazione e lo sviluppo del petrolio cubano da parte delle società russe. [2]

Gli accordi petroliferi Russia-Cuba di Medvedev sono arrivati appena una settimana dopo la visita del presidente cinese Hu Jintao per incontrare il convalescente Fidel Castro e suo fratello Raul. Il presidente cinese ha firmato un accordo per modernizzare i porti cubani e ha discusso l’acquisto da parte della Cina di materie prime cubane. Senza dubbio la scoperta di petrolio cubano era prioritaria nei programmi della Cina con Cuba. [3] Il 5 novembre 2008, poco prima del viaggio del presidente cinese a Cuba e in altri paesi latino americani, il governo cinese ha pubblicato il suo primo documento programmatico sul futuro delle relazioni della Cina con l’America Latina e con le nazioni caraibiche, innalzando queste relazioni bilaterali ad un nuovo livello di importanza strategica. [4]

Il giacimento petrolifero super gigante di Cuba fa inoltre rimanere i sostenitori della teoria del ‘picco del petrolio’ ancor più con un palmo di naso. Poco prima della decisione di Bush e Blair di invadere e di occupare l’Irak, una teoria è circolata nel ciberspazio: ossia che dopo il 2010 il mondo avrebbe raggiunto un “picco” assoluto della produzione di petrolio, dando inizio ad un periodo di declino con drastiche implicazioni sociali ed economiche. I prominenti portavoce [della teoria] compresi il geologo petrolifero in pensione Colin Campbell e il banchiere del petrolio texano Matt Simmons, sostenevano che non c’era stata nessuna nuova scoperta di giacimenti super giganti di petrolio pressappoco dal 1976, e che i nuovi giacimenti trovati nelle ultime due decadi erano stati “piccolissimi” paragonati alle precedenti scoperte di giacimenti giganti in Arabia Saudita, Prudhoe Bay, Daquing in Cina e altrove. [5]

È importante notare che, più di mezzo secolo fa, un gruppo di geofisici russi ed ucraini, che lavoravano sotto segreto di stato, hanno confermato che gli idrocarburi avevano origine in profondità nel mantello terrestre, in condizioni simili a quelle di un calderone gigantesco che brucia a pressione e temperature estreme. Hanno dimostrato che, contrariamente a quanto sostenuto dalla geologia ‘tradizionale’ e accettata, gli idrocarburi non sono il risultato di frammenti di dinosauri morti, concentrati e compressi e in qualche modo trasformati in petrolio e gas milioni di anni fa, né di alghe o altro materiale biologico. [6]

I geofisici russi ed ucraini hanno allora provato che il petrolio o il gas prodotti nel mantello terrestre venivano spinti verso l’alto lungo faglie e spaccature nella terra, tanto vicino alla superficie quanto lo permetteva la pressione. Il processo era analogo alla produzione di lava liquida nei vulcani. Significa che l’abilità di trovare il petrolio è limitata, relativamente parlando, soltanto dall’abilità di identificare le spaccature profonde e l’attività geologica complessa che tendono a far salire il petrolio dalle profondità della terra. Sembra che le acque dei Caraibi, specialmente quelle di Cuba e della vicina Haiti, sono per l’appunto una regione con un’[alta] concentrazione di idrocarburi (petrolio e gas) che hanno trovato una strada per salire vicino alla superficie, forse su una scala paragonabile ad una nuova Arabia Saudita. [7]

Haiti, una nuova Arabia Saudita?

La straordinaria geografia di Haiti e di Cuba e la scoperta di riserve petrolifere di interesse mondiale nelle acque vicino a Cuba confermano gli aneddoti di importanti scoperte petrolifere in svariate parti del territorio haitiano. Potrebbero inoltre spiegare perché i due presidenti Bush ed ora il nuovo inviato speciale ad Haiti dell’ONU Bill Clinton abbiano dato ad Haiti una tale priorità. Ed ancora, potrebbero spiegare perché Washington e le organizzazioni non governative si siano mosse così rapidamente per destituire — due volte — il presidente Aristide, democraticamente eletto, il cui programma per Haiti comprendeva, tra le altre cose, proposte di sviluppo delle risorse naturali haitiane a vantaggio del popolo di Haiti.

Nel marzo 2004, alcuni mesi prima che la University of Texas e che il Big Oil americano lanciassero la loro ambiziosa mappatura dei potenziali di idrocarburi dei Caraibi, uno scrittore haitiano, il dott. Georges Michel, ha pubblicato un articolo su internet intitolato ‘Oil in Haiti’ [‘Petrolio ad Haiti’]. In esso, Michel ha scritto:

… . [1] non è stato un segreto che nel profondo delle viscere della terra dei due stati che condividono l’isola di Haiti e nelle acque circostanti ci sono giacimenti di petrolio importanti e ancora non sfruttati. Non si sa perché non siano sfruttati. A partire dal ventesimo secolo, la carta fisica e politica dell’isola di Haiti, creata nel 1908 da Alexander Poujol e Henry Thomasset, riportava una maggiore riserva di petrolio ad Haiti, vicino alla sorgente del fiume Rio Todo El Mondo, oggi meglio conosciuto come il rio Tomondo. [8]

Secondo un articolo del giugno 2008 di Robertson Alphonse [pubblicato] dal quotidiano haitiano Le Nouvelliste en Haiti, “i segni, (indicatori), che giustificano le esplorazioni di petrolio (oro nero) ad Haiti sono incoraggianti. Nel bel mezzo dello shock del petrolio, circa 4 società vogliono ottenere le licenze ufficiali dello stato di Haiti per trivellare [alla ricerca] del petrolio”.

In quel momento, i prezzi del petrolio stavano salendo ad oltre $140 dollari al barile – dietro manipolazione da parte di varie banche di Wall Street. L’articolo di Alphonse citava Dieusuel Anglade, direttore del ministero per l’industria mineraria e l’energia dello stato di Haiti, che diceva alla stampa haitiana: “abbiamo ricevuto quattro richieste di permesso di esplorazione petrolifera … . Abbiamo avuto indicatori incoraggianti per giustificare il perseguimento dell’esplorazione di oro nero (petrolio), che si era fermata nel 1979”. [9]

Alponse ha riportato i risultati di uno studio geologico del 1979 ad Haiti di 11 pozzi petroliferi di esplorazione, trivellati nella Plaine du Cul-de-sac, sulla Plateau Central e presso L’ile de la Gonaive: “sono stati trovati indicatori superficiali (tentativi) per il petrolio nella penisola meridionale e sulla costa settentrionale, spiegava l’ingegnere Anglade, che crede fermamente nell’immediata applicabilità commerciale di queste esplorazioni”. [10]

Il giornalista Alphonse cita un memorandum del 16 agosto 1979 dell’avvocato haitiano Francois Lamothe, in cui notava che “quattro grandi pozzi sono stati trivellati” fino ad una profondità di 9000 piedi e che un campione che “è stato sottoposto ad analisi fisico-chimiche a Monaco, in Germania” aveva “rivelato tracce di petrolio”. [11]

Nonostante i promettenti risultati del 1979 ad Haiti, il dott. Georges Michel ha riportato che “le grandi società petrolifere multinazionali che operano ad Haiti hanno fatto pressioni affinché i depositi scoperti non fossero sfruttati”. [12] L’esplorazione petrolifera sulla terraferma e vicino alle coste di Haiti è stata conseguentemente interrotta di colpo.

Resoconti simili, forse meno precisi, che sostenevano che le riserve petrolifere di Haiti potevano essere enomemente più grandi di quelle del Venezuela sono apparsi sui siti internet di Haiti. [13] Allora nel 2010 il sito di notizie finanziarie Bloomberg News pubblicava quanto segue:

Il terremoto del 12 gennaio è stato su una faglia che passa vicino alle potenziali riserve di gas, ha detto Stephen Pierce, un geologo che ha lavorato nella regione per 30 anni per società che comprendevano l’ex Mobil Corp. Il terremoto potrebbe aver frantumato le formazioni roccee lungo la faglia, consentendo la temporanea penetrazione di gas o petrolio verso la superficie, ha detto lunedì scorso durante un’intervista telefonica. ‘un geologo, per quanto duro questo possa sembrare, che individui la zona di tale faglia da Port-au-Prince fino al confine cercando infiltrazioni di gas e petrolio, potrebbe trovare una struttura che non è stata trivellata,’ ha detto Pierce, direttore dell’esplorazione della Zion Oil & Gas Inc., una società con sede a Dallas che sta trivellando in Israele. [14]

In un’intervista per un quotidiano online di Santo Domingo, Leopoldo Espaillat Nanita, ex capo della Dominican Petroleum Refinery (REFIDOMSA) ha affermato, “c’è una cospirazione multinazionale per sottrarre illegalmente le risorse minerarie della gente di Haiti”. [15] I minerali di Haiti comprendono l’oro, il prezioso metallo strategico iridio e il petrolio, a quanto pare molto.

I piani di sviluppo di Aristide

Marguerite Laurent (‘Ezili Dantò’), presidente della Haitian Lawyers’ Leadership Network (HLLN), che ha prestato servizio come avvocato per il deposto Aristide, nota che quando Aristide era presidente — fino al momento della sua espulsione appoggiata dall’America durante l’era di Bush, nel 2004 — aveva sviluppato e pubblicato in forma di libro i suoi piani per lo sviluppo nazionale. Questi piani comprendevano, per la prima volta, un elenco dettagliato dei siti conosciuti dove erano situate le risorse di Haiti. La pubblicazione del piano ha fatto scoppiare un dibattito a livello nazionale sulla radio di Haiti e nei media sul futuro del paese. Il piano di Aristide era di implementare una partnership pubblico-privata per assicurare che lo sviluppo del petrolio, dell’oro e di altre risorse preziose di Haiti giovasse all’economia nazionale e alla gran parte della popolazione, e non solo alle cinque famiglie oligarchiche di Haiti e ai loro sostenitori americani, i cosiddetti Chimeres o gangster. [16]

Dalla deposizione di Aristide nel 2004, Haiti è un paese occupato, con un presidente eletto in modo discutibile, Rene Preval, un controverso seguace dei mandati di privatizzazione del FMI che, stando ai resoconti, è legato alle Chimeres o oligarchi haitiani che hanno appoggiato l’espulsione di Aristide. Significativamente, il Dipartimento di Stato americano si rifiuta di permettere il ritorno di Aristide dal suo esilio in Sudafrica.

Ora, dopo il devastante sisma del 12 gennaio, i militari statunitensi hanno preso il controllo dei quattro aeroporti di Haiti e al momento hanno circa 20 000 truppe nel paese. I giornalisti e le organizzazioni di soccorso internazionali hanno accusato i militari americani di essere più preoccupati di imporre il controllo militare, che preferiscono chiamare “sicurezza”, che di portare l’acqua urgentemente necessaria, il cibo e le medicine dagli aeroporti alla popolazione.

Un’occupazione militare americana di Haiti sotto forma di un ‘soccorso’ per un disastro sismico darebbe a Washington e agli interessi economici privati ad essa legati un premio geopolitico di prim’ordine. Prima del terremoto del 12 gennaio, l’ambasciata americana a Port-au-Prince era la quinta ambasciata più grande al mondo, paragonabile alle ambasciate americane nei posti geopoliticamente strategici come Berlino e Beijing. [17] Con lo sfruttamento di enormi nuovi giacimenti di petrolio vicino a Cuba da parte di società russe, con chiare indicazioni che anche Haiti contiene vaste quantità di petrolio, come pure di oro, rame, uranio e iridio, con il Venezuela di Hugo Chavez per vicino a sud di Haiti, un ritorno di Aristide o di qualsiasi leader popolare impegnato per lo sviluppo delle risorse per la gente di Haiti, — la nazione più povera delle Americhe — sarebbe un colpo devastante per il solo superpotere mondiale. Il fatto che subito dopo un terremoto, l’inviato speciale dell’ONU ad Haiti Bill Clinton abbia unito le forze con il nemico di Aristide, George W Bush per creare il Clinton-Bush Haiti Fund dovrebbe far riflettere tutti.

Secondo Marguerite Laurent (‘Ezili Dantò’) della Haitian Lawyers’ Leadership Network, dietro la facciata del lavoro di soccorso per l’emergenza, gli USA, la Francia e il Canada sono impegnati in una balcanizzazione dell’isola per il futuro controllo minerario. Riferisce che il Canada vuole il nord di Haiti, dove gli interessi minerari canadesi sono già presenti. Gli USA vogliono Port-au-Prince e l’isola di La Gonaive in prossimità delle coste – identificata nel libro di Aristide per lo sviluppo come una zona con vaste risorse petrolifere, e che è aspramente contesa con la Francia. [Marguerite Laurent] Afferma inoltre che la Cina, con il potere di veto dell’ONU sul paese occupato de facto, potrebbe avere qualcosa da ridire contro una tale spartizione tra USA, Francia e Canada dell’immensa ricchezza della nazione. [18]

F. William Engdahl
Fonte: http://www.globalresearch.ca
Link: http://www.globalresearch.ca/index.php?context=va&aid=17287
30.01.2010

Traduzione per http://www.comedonchisciotte.org a cura di MICAELA MARRI

Note:

1 Paul Mann, Caribbean Basins, Tectonic Plates & Hydrocarbons, Institute for Geophysics, The University of Texas at Austin, accessed in http://www.ig.utexas.edu/research/projects/cbth/…/ProposalCaribbean.pdf .
2 Rory Carroll, Medvedev and Castro meet to rebuild Russia-Cuba relations, London Guardian, November 28, 2008 accessed in http://www.guardian.co.uk/world/2008/nov/28/cuba-russia.
3 Julian Gavaghan, Comrades in arms: When China’s President Hu met a frail Fidel Castro, London Daily Mail, November 19, 2008, accessed in http://www.dailymail.co.uk/news/article-1087485/Comrades-arms-When-Chinas-President-Hu-met-frail-Fidel-Castro.html.
4 Peoples’ Daily Online, China issues first policy paper on Latin America, Caribbean region, November 5, 2008, accessed in http://english.people.com.cn/90001/90776/90883/6527888.html
5 Matthew R. Simmons, The World’s Giant Oilfields, Simmons & Co. International, Houston, accessed in http://www.simmonsco-intl.com/files/giantoilfields.pdf
6 Anton Kolesnikov, et al, Methane-derived hydrocarbons produced under upper-mantle conditions, Nature Geoscience, July 26, 2009.
7 F. William Engdahl, War and Peak Oil—Confessions of an ‘ex’ Peak Oil believer, Global Research, September 26, 2007, accessed in http://www.globalresearch.ca/index.php?context=va&aid=6880 .
8 Dr. Georges Michel, Oil in Haiti, English translation from French, Pétrole en Haiti, March 27, 2004, accessed in http://www.margueritelaurent.com/pressclips/oil_sites.html#oil_GeorgesMichelEnglish
9 Roberson Alphonse, Drill, and then pump the oil of Haiti! 4 oil companies request oil drilling permits, translated from the original French, June 27, 2008, accessed in http://www.bnvillage.co.uk/caribbean-news-village-beta/99691-drill-then-pump-oil-haiti-4-oil-companies-request-oil-drilling-permits.html
10 Ibid.
11 Ibid. The full text indicated that, “five big wells were drilled at Porto Suel (Maissade) of a depth of 9000 feet, at Bebernal, 9000 feet, at Bois-Carradeux (Ouest), at Dumornay, on the road Route Frare and close to the Chemin de Fer of Saint-Marc. A sample, a ‘carrot’ (oil reservoir) drilled up from the well of Saint-Marc in the Artibonite underwent a physical-chemical analysis in Munich, Germany, at the request of Mr. Broth. ‘The result of the analysis was returned on October 11, 1979 and revealed tracks of oil,’ confided the engineer, Willy Clemens, who had gone to Germany.”
12 Dr. Georges Michel, op. cit.
13 Marguerite Laurent, Haiti is full of oil, say Ginette and Daniel Mathurin, Radio Metropole, Jan 28, 2008, accessed in http://www.margueritelaurent.com/pressclips/oil_sites.html#full_of_oil .
14 Jim Polson, Haiti earthquake may have exposed gas, aiding economy, Bloomberg News, January 26, 2010.
15 Espaillat Nanita revela en Haiti existen grandes recursos de oro y otros minerals, Espacinsular.org, 17 November, 2009, accessed in http://www.espacinsular.org/spip.php?article8942
16 The Aristide development plan was contained in the book published in Haiti in 2000, Investir dans l’Human. Livre Blanc de Fanmi Lavalas sous la Direction de Jean-Bertrand Aristide, Port-au-Prince, Imprimerie Henri Deschamps, 2000. It contained detailed maps, tables, graphics, and a national development plan for 2004 “covering agriculture, environment, commerce and industry, the financial sector, infrastructure, education, culture, health, women’s issues, and issues in the public sector.” In 2004, using NGOs and the UN and a vicious propaganda campaign to vilify Aristide, the Bush administration got rid of the elected President.
17 Cynthia McKinney, Haiti: An Unwelcome Katrina Redux, Global Research, January 19, 2010, accessed in http://www.globalresearch.ca/index.php?context=va&aid=17063
18 Marguerite Laurent (Ezili Danto), Did mining and oil drilling trigger the Haiti earthquake?, OpEd News.com, January 23, 2010, accessed in http://www.opednews.com/articles/1/Did-mining-and-oil-drillin-by-Ezili-Danto-100123-329.html .