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Antimafia Duemila – Pentito: ”Vito Ciancimino volle delitti Mattarella e Reina”

Fonte: Antimafia Duemila – Pentito: ”Vito Ciancimino volle delitti Mattarella e Reina”.

Il segretario provinciale della Dc Michele Reina e il presidente della Regione siciliana Piersanti Mattarella furono uccisi da Cosa nostra su richiesta dell’ex sindaco di Palermo Vito Ciancimino.
Lo dice, svelando per la prima volta il nome del mandante politico dei due delitti, il collaboratore di giustizia Francesco Di Carlo, nel libro «Un uomo d’onore», Bur-Rizzoli, scritto dal giornalista di Repubblica Enrico Bellavia. «Ciancimino – dice Di Carlo – non era uomo d’onore. Riina lo detestava, Provenzano invece lo considerava un amico. Fu Riina a darmi un quadro chiaro della situazione quando parlando di Ciancimino, dopo l’omicidio del segretario provinciale della Dc Michele Reina avvenuto nel 1979, mi disse a muso duro che quelli erano affari di Provenzano e non suoi». «Reina e Ciancimino – prosegue Di Carlo – erano stati soci e avevano condiviso un percorso politico ma poi erano entrati in rotta di collisione. Riina non se ne era preoccupato, Provenzano invece aveva raccolto gli sfoghi di Ciancimino che si andava a lamentare da Binnu per appalti e costruzioni che trovavano ostacoli. Ciancimino e Provenzano avevano affari insieme. È in questo ambito che è maturato l’omicidio: Binnu toglieva le spine a Ciancimino». «So che c’era Ciancimino dietro a quel delitto. – rivela Di Carlo – L’ho sempre saputo. È Ciancimino la causa delle tragedie che hanno messo su Piersanti Mattarella. Ho visto Piersanti tre o quattro mesi prima che fosse ucciso. Già sapevo che Binnu Provenzano premeva sulla commissione per avere il via libera all’omicidio come sollecitato da Vito Ciancimino». Spiega Di Carlo: «Se un politico di Cosa Nostra o vicino all’organizzazione va dai capi a dire direttamente o per interposta persona che c’è un altro che ostacola i piani di comune interesse, non sta raccontando un fatto, nè confidando una difficoltà. Sta chiedendo aiuto e il genere di aiuto che Cosa Nostra può offrire non si può non immaginare. Ecco perch‚ dico che ci sono delitti politici che hanno mandanti politici».

ANSA

Il Patto (tra la mafia e lo Stato). Intervista a Nicola Biondo.

Fonte: Il Patto (tra la mafia e lo Stato). Intervista a Nicola Biondo.

I confini tra una parte (quanta?) dello Stato e la mafia sono sottili, spesso inesistenti. Viene persino il dubbio che l’Italia alla fine della Seconda Guerra Mondiale sia stata liberata dai mafiosi americani guidati da Lucky Luciano e non dagli Alleati (ma forse da tutti e due insieme alla CIA…). L’intervista a Nicola Biondo è sconvolgente, ma anche surreale. Ne emerge un gioco di specchi in cui scompare qualunque regola, ogni credibilità delle Istituzioni. Biondo descrive un girone infernale senza nessuna speranza di purgatorio o paradiso nel quale non precipitano i malvagi, ma i cittadini onesti: magistrati, poliziotti, politici, giornalisti in una mattanza nella quale la mafia è spesso il braccio armato di poteri protetti dallo Stato.

Intervista a Nicola Biondo

Il Patto tra Stato e mafia
“Mi chiamo Nicola Biondo, sono un giornalista freelance scrivo per L’Unità, con Sigfrido Ranucci, un inviato RAI abbiamo scritto un libro per Chiare Lettere, si intitola: “Il Patto. Da Ciancimino a Dell’Utri, la trattativa segreta tra Stato e mafia nel racconto inedito di un infiltrato”. Raccontiamo una storia straordinaria, molto poco conosciuta, quella di Luigi Ilardo, nome in codice Oriente.
Luigi Ilardo dal 1994 al 1996 ha smesso di essere un mafioso e è diventato un infiltrato, tutto quello che ascoltava e vedeva non era più a beneficio della sua famiglia mafiosa, ma a favore degli uomini dello Stato.
Luigi Ilardo è un caso eccezionale della lotta a Cosa Nostra, in pochi mesi fa decapitare le famiglie mafiose di tutta la Sicilia orientale, ma cosa più incredibile, inizia un rapporto epistolare con Bernardo Provenzano, Ilardo è il primo che racconta il metodo dei pizzini che consentiva a Bernardo Provenzano di comunicare all’esterno con i suoi uomini, Ilardo è il primo a raccontarcelo. Ilardo incontra Bernardo Provenzano il 31 ottobre 1995, e da infiltrato informa i Carabinieri del Ros, che però incredibilmente non arrestano il boss e soprattutto non mettono sotto osservazione il suo covo che per sei anni Bernardo Provenzano continuerà a frequentare indisturbato.
La storia di Luigi Ilardo ci ha consentito di vedere in diretta questo Patto, di farci quelle domande che ci si è sempre fatti, come mai Cosa Nostra, una banda di criminali, sia riuscita a durare così tanto, sia riuscita a imporre il proprio dominio non soltanto in Sicilia, ma nel nord Italia, ha investito, si è esportata in mezzo

Bernardo Provenzano e la pax mafiosa
La storia di Luigi Ilardo incrocia tanti misteri, tanti segreti che ormai forse non sono più né misteri né segreti, la verità è lì, basterebbe poco per poterla raccontare, per poterla vedere. Luigi Ilardo per primo fa il nome di Marcello Dell’Utri, lo definisce un insospettabile esponente dell’entourage di Silvio Berlusconi. Lo fa nel gennaio del 1994, racconta in diretta il patto politico – elettorale che il Gotha di Cosa Nostra avrebbe fatto con la nascente Forza Italia, fa i nomi e non è solo quello di Marcello Dell’Utri, noi li possiamo fare, ciò non significa che siano colpevoli queste persone di cui adesso racconterò, ma l’infiltrato Luigi Ilardo li fa, sono i nomi di Salvatore Ligresti, di Raul Gardini, fa in maniera particolare dell’entourage di Raul Gardini i nomi di famosi imprenditori a lui legati che poi saranno definitivamente processati e condannati per concorso esterno in associazione mafiosa, fa il nome di politici, a parte Dell’Utri, come quello del papà dell’attuale Ministro della difesa La Russa e di suo fratello Vincenzo e lega questo contatto che la famiglia La Russa avrebbe avuto con Cosa Nostra, insieme con la famiglia Ligresti. Tutto questo ci porta a vedere in maniera chiarissima quello che per Ilardo era normale, un patto tra Stato e mafia, quel patto che noi oggi vediamo chiaramente nei processi, la mancata cattura di Bernardo Provenzano, come la racconta Ilardo è finita in una processo che oggi abbiamo su tutte le prime pagine nei giornali, il processo al generale Mori, proprio perché quest’ultimo era l’ufficiale di più alto rango, responsabile di quell’operazione che avrebbe dovuto consentire l’arresto di Provenzano 11 anni prima di quando effettivamente è accaduto.
Il racconto di Massimo Ciancimino ci permette ancora di più di scendere nei particolari e i personaggi sono sempre gli stessi, in questo caso il generale Mori che nel 1992 incontra Vito Ciancimino, i contorni di questi incontri sono ancora sfuggenti per molti, sono chiarissimi per le sentenze, quella è stata una trattativa, l’obiettivo era di catturare alcuni capi latitanti e lasciarne altri fuori, come Bernardo Provenzano per esempio, quella mafia invisibile, affaristica che ripone nel fodero l’arma delle stragi, per portare avanti una vera e propria pax mafiosa, quindi la mancata cattura di Provenzano che raccontiamo attraverso questo racconto inedito dell’infiltrato Luigi Ilardo, non è altro che un tassello del patto tra Stato e mafia, noi ti lasciamo libero, tu non fai più le stragi, noi ti consentiamo di fare affari, anzi li facciamo insieme!

Omicidi di Stato e di mafia
Quella che abbiamo raccontato non è soltanto una storia di patti, di accordi, è anche una storia scritta con il sangue, il sangue di molti poliziotti uccisi, Ilardo racconta che un ruolo importantissimo hanno avuto i servizi segreti italiani in molti omicidi politici e non avvenuti in Sicilia, lui racconta che alcuni poliziotti sono stati traditi e uccisi da un misterioso agente dei servizi, Ilardo lo chiama “faccia da mostro” noi ci siamo chiesti: quante facce da mostro hanno girato indisturbate in Sicilia, commettendo delitti che come dice Ilardo non erano nell’interesse di Cosa Nostra? Di questi delitti adesso noi possiamo individuarli, sono il delitto di Piersanti Mattarella, il Presidente della Regione Sicilia ucciso nel 1980, il delitto di Pio La Torre, il capo dell’opposizione comunista alla Regione Sicilia, ci sono delitti di poliziotti che Ilardo individua come delitti non di mafia, ma di Stato, c’è una frase agghiacciante che Luigi Ilardo avrebbe detto nell’unico incontro avuto con il Generale Mori e la frase è questa: “Molti attentati addebitati a Cosa Nostra non sono stati commessi da noi, ma dallo Stato e voi lo sapete benissimo!”.

Il palazzo scomparso
E’ anche una storia di sangue quella dei magistrati, seguendo Luigi Ilardo, ci siamo imbattuti nell’ennesima storia incredibile, cioè quella di un palazzo che scompare, il palazzo è quello di via D’Amelio, in questo palazzo appena ultimato il 20 luglio 1992, a 24 ore dalla strage che ha ucciso Paolo Borsellino e i suoi ragazzi di scorta, due poliziotti e la Criminalpol salgono e si imbattono nei due costruttori, gli chiedono se hanno visto qualcosa, poi chiedono alla centrale via telefono se hanno precedenti penali, quei due costruttori sono due costruttori mafiosi, a quel punto sta per scattare l’arresto o quantomeno un interrogatorio in questura.Uno dei due poliziotti sale sulla terrazza e vede che il teatro della strage è lì, a due passi, c’è una visuale perfetta, nota anche delle cicche a terra, un mucchio di cicche a terra, il tempo di prepararsi a portare questi due costruttori in centrale per un interrogatorio, arriva un’altra volante, l’interrogatorio non si fa, i due poliziotti stilano un verbale e per 17 anni credono che quella pista sia stata abbattuta, invece no, oggi noi abbiamo riportato nel nostro libro la testimonianza, quel verbale di quei due poliziotti su quel palazzo gestito da costruttori mafiosi è sparito dalla Questura di Palermo. La Procura di Caltanissetta che indaga non l’ha trovato, c’è di più, i nomi di quei due costruttori finiranno da lì a poche settimane nei verbali di due importanti pentiti che accusavano Bruno Contrada n° 3 del Sisde e ex capo della Questura di Palermo, diranno questi pentiti: questi due costruttori hanno fornito a Bruno Contrada un appartamento, la loro versione ha retto in Cassazione, le indagini hanno appurato che questi due costruttori erano confidenti di Bruno Contrada e per conto di Cosa Nostra gli fornivano un appartamento. Quel palazzo di Cosa Nostra che dà su Via D’Amelio non è mai stato attenzionato dalle indagini, anzi a 48 ore dalla strage, in quel palazzo ritorna una squadra di Carabinieri, scrive un rapporto e dicono che è tutto a posto, strano, perché quel palazzo con quei costruttori era il primo luogo che si sarebbe dovuto indagare, ancora oggi, com’è noto, noi non sappiamo dove gli attentatori della strage di Via D’Amelio si sono piazzati, nessun pentito ce lo racconta, probabilmente perché davvero non è solo un segreto di mafia ma è anche un segreto di Stato.

Luigi Ilardo viene tradito, viene ucciso, i suoi racconti rimangono blindati, il colonnello Michele Riccio che li raccoglie subisce un arresto, una serie di disavventure, ma finalmente la verità di Ilardo, della mancata cattura di Bernardo Provenzano arriva in un’aula di giustizia e è quell’aula di giustizia dove oggi stanno venendo fuori tanti particolari su una trattativa tra Stato e mafia!”

La trattativa con Cosa nostra secondo Ciancimino | Pietro Orsatti

Ecco la seconda parte dell’articolo di Pietro Orsatti sulle dichiarazioni di Massimo Ciancimino. [qui trovate la prima parte]

La trattativa con Cosa nostra secondo Ciancimino | Pietro Orsatti.

di Pietro Orsatti

Dal racconto che fa Massimo Ciancimino della vita di suo padre, dell’ex sindaco di Palermo, emerge un dato di grande importanza per interpretare la storia siciliana e italiana. Sarebbero esistiti fin dagli anni ’70 rapporti continui fra pezzi importanti della politica nazionale, uomini dei servizi e i capi di Cosa nostra. E al centro di questo intreccio vi erano alcuni uomini, fra cui lo stesso Vito Ciancimino. Nella puntata precedente (pubblicata su Terra) di questa ricostruzione delle versioni fornite da Massimo Ciancimino ai magistrati in più di un anno e mezzo di interrogatori, si vede il potente Vito entrare direttamente come intermediario, anche se laterale, in vicende centrali per la storia del nostro Paese: il caso Moro, la strage di Ustica, l’omicidio di Piersanti Mattarrella. E si nota anche come, con l’andar del tempo e con il progressivo deteriorarsi dell’immagine dell’ex sindaco (il primo arresto, le inchieste, le voci di stampa), Vito Ciancimino venisse messo a lato, continuando ad avere un ruolo ma non più di comando.
La forza di Ciancimino è e rimane comunque quella di avere, da sempre, un rapporto continuo ed univoco con Bernardo Provenzano. L’insistere da parte di Massimo Ciancimino su questo dettaglio è fondamentale per capire un dato che diventerà di importanza assoluta per capire sia la dinamica delle stagioni delle stragi del 1992/93, sia per districarsi nell’affaire della trattativa fra Stato e mafia. Bernardo Provenzano e Totò Riina hanno due linee e due approcci differenti, come due linee e due referenti diversi hanno Vito Ciancimino e l’andreottiano Salvo Lima. Lima che, secondo Ciancimino, è il canale diretto per Toto Riina.
Immediatamente dopo la strage di Capaci, anche se ormai marginalizzato, Vito Ciancimino ritorna ad essere fondamentale per riaprire un dialogo con Cosa nostra e interrompere la fase stragista che rischia di mettere a repentaglio decenni di equilibri di potere. Lima è stato ucciso pochi mesi primi, l’unico canale è l’ex sindaco. E qui i ricordi di Massimo Ciancimino si fanno chiari perché è lui protagonista del primo contatto. Secondo il racconto fatto ai magistrati, Massimo viene avvicinato, infatti, su un volo Palermo Roma dal capitano Di Donno dei Ros dei carabinieri e convinto a farsi tramite verso il padre per avviare una sorta di trattativa. Una sorta di pax in cambio della consegna di super latitanti del calibro di Totò Riina, apprenderemo poi. Contemporaneamente Antonino Cinà, medico ma organico a Cosa nostra e coimputato nel processo Dell’Utri, sta facendo invece da tramite sempre per una presunta trattativa (il famoso «si sono fatti sotto» attribuita al capo della cupola) con Totò Riina. I due momenti coincidono, e Ciancimino è chiamato a quella che i pm nell’interrogatorio al figlio definiscono una sorta di «consulenza».
Andiamo al racconto dell’intreccio politico mafioso descritto da Ciancimino. De Donno è uomo dell’allora colonnello dei Ros Mario Mori (attualmente i due sono sotto preocesso per aver favorito la mancata cattura di Provenzano nel 1995). Il primo contatto, ricordiamolo, avviene nel periodo che intercorre fra la strage di Capaci e quella di via D’Amelio. E avviene dopo che, da anni, Ciancimino ha allacciato una relazione di collaborazione con i servizi e in particolare con un fantomatico “signor Franco” (che a volte viene anche chiamato “signor Bruno”). «Ho sempre detto che mio padre da queste cose, sì, anche per un senso di schifo che aveva provato per tutto ma ne voleva trarre qualche minimo vantaggio, non pensava mai minimamente che questo potesse avvenire solo attraverso il Capitano De Donno e il Colonnello Mori – racconta ai pm Massimo Ciancimino -. Come ho già detto nei precedenti interrogatori ancor prima di iniziare la così detta trattativa mio padre aveva chiesto al signor Franco (l’uomo dei servizi, ndr) se era il caso e al signor Lo Verde (sotto questo nome si nascondeva Bernardo Brovenzano, ndr) se era il caso di ricevere il Colonnello e il Capitano». Avuta rassicurazione sia dall’uomo dei servizi che, a quanto si capisce, anche da Provenzano, Ciancimino si appresta a «mandare avanti questa trattativa». Da uomo accorto Ciancimino chiede al “signor Franco” se altri personaggi fossero a conoscenza della possibile trattativa. «Alla domanda di mio padre, (…) gli era stato riferito che di tutta la situazione erano a conoscenza sia l’Onorevole Mancino (Nicola Mancino, appena nominato ministro dell’Interno e attuale vicepresidente del Csm, ndr) che l’Onorevole Rognoni (Virginio Rognoni, all’epoca ministro della Difesa, ndr). Mi ricordo bene questa situazione perché mio padre di questo rimase un po’ deluso in quanto lui riteneva l’uomo chiave che potesse in quel momento storico dare un contributo, contributo positivo all’esito delle sue situazioni processuali, (sarebbe stato) l’Onorevole Violante (all’epoca presidente della commissione parlamentare Antimafia), difatti più volte chiese se era.. se non si riusciva a coinvolgere l’Onorevole Violante. (…) Non gli fu mai detto di un coinvolgimento dell’Onorevole Violante, ma (il signor Franco, ndr) disse soltanto di fidarsi (e di avere) come referenti l’Onorevole Rognoni e l’Onorevole Mancino». Questo dato, questo insistere in particolare su Nicola Mancino come referente informato, fa nascere innumerevoli dubbi. In particolare su quali furono le motivazioni reali, dopo la strage di Capaci, di una seconda strage così ravvicinata per uccidere anche Paolo Borsellino.
Emerge dal racconto di Massimo Ciancimino un altro elemento che ci consente di dare un’altra chiave di lettura alla storia degli ultimi vent’anni della Repubblica. Della possibile trattativa viene informato anche Totò Riina, attraverso Cinà, e questi presenta il cosiddetto “papello”, il foglio con richieste del gotha di Cosa nostra allo Stato. Richieste che Vito Ciancimino reputa, fina da subito, non recepibili se non una provocazione di un capo mafia che ormai si sente intoccabile, vincente, onnipotente. A questo punto, attraverso Bernardo Provenzano, si innescherebbe la vera trattativa, il cui prezzo sarebbe stata la cattura di vari boss fra cui l’arresto di Totò Riina. E Massimo Ciancimino spiega come sarebbe stato proprio suo padre, in collaborazione e probabilmente su indicazioni precise di Provenzano, a indicare come catturare il cosiddetto “capo dei capi”. Indicazioni fornite ai Ros di Mori che, infatti, il 15 gennaio del 1993 arrestarono Riina.
È a questo punto che Vito Ciancimino, dopo essersi esposto sia sul versante di Cosa nostra che su quello dei servizi e dei Ros, si trova ad essere scavalcato e rimosso. E secondo Massimo Ciancimino a subentrare all’ex sindaco, ormai “bruciato” e da lì a poco arrestato, sopraggiunge l’attuale senatore del Pdl Marcello dell’Utri, all’epoca capo di Publitalia e impegnato nella costruzione di Forza Italia: è il ’93. Il particolare emerge dall’interrogatorio del 9 luglio del 2008, quando Massimo Ciancimino racconta proprio della cattura del boss Totò Riina e di come suo padre cavalcando il malcontento di Provenzano verso la politica stragista del boss corleonese, fosse stato convinto a «consegnare» il latitante. Un’informazione che l’ex sindaco riferì ai carabinieri. E proprio nell’ultima fase della trattativa, nonostante il contributo fornito da don Vito, che l’ex sindaco Dc sarebbe stato sostituito da un altro soggetto. «Da qualcuno che l’aveva scavalcato?» chiede il pm al teste. Massimo Ciancimino annuisce e a domanda del magistrato risponde: «Mio padre disse che Marcello Dell’Utri poteva essere l’unico che poteva gestire una situazione simile secondo lui, dice poi per quanto ne sono a conoscenza io, di altri cavalli vincenti che possono garantire rapporti». Una convinzione che sarebbe stata più di un’ipotesi per il teste: «tant’è – prosegue – che lui (Ciancimino n.d.r.) una volta pure tentò di agganciare Dell’Utri perché voleva parlargli, poi non se ne fece più niente perché Dell’Utri aveva paura di incontrare mio padre». E mentre si aspettano gli altri verbali degli interrogatori di Ciancimino ancora non depositati, va in scena a Palermo proprio la fase conclusiva del processo d’appello al senatore Pdl.

(2/2 fine)

Vito Ciancimino, diviso fra Servizi e Provenzano (prima puntata) | Pietro Orsatti

Vito Ciancimino, diviso fra Servizi e Provenzano (prima puntata) | Pietro Orsatti.

MafiaIl figlio dell’ex sindaco di Palermo parla ormai da un anno e mezzo dei rapporti intessuti dal padre. Emerge un’area grigia con l’uomo politico al centro a fare da collegamento fra apparati e Cosa nostra. Anche sul caso Moro

Di Pietro Orsatti su Terra

Un fiume di parole che, a quanto risulta, si affianca a una mole altrettanto impressionante di documenti consegnati ai magistrati: questo il “contributo” di Massimo Ciancimino. Depositati i primi 23 verbali degli interrogatori effettuati dai pm di Palermo in relazione all’inchiesta fra la presunta trattativa fra Stato e Cosa nostra. E sfogliandoli ci si rende conto che se anche solo una minima parte delle dichiarazioni del figlio dell’ex sindaco di Palermo Vito Ciancimino trovassero riscontro sarà necessario riscrivere interi capitoli della storia della Repubblica italiana. Nelle dichiarazioni di Ciancimino c’è di tutto, dal rapimento di Aldo Moro all’omicidio Mattarella, dalla strage di Ustica a quelle di Capaci e via D’Amelio, dai servizi segreti ai Ros passando per il terrorismo nero e rosso e la banda della Magliana. Il famigerato “papello”? Solo un dettaglio. C’è perfino troppo nelle dichiarazioni di Massimo Ciancimino, c’è il rischio di perdere il filo, di “mancare” la mira sui vari bersagli.

Ma andiamo per ordine. È sempre stato evidente che Vito Ciancimino rappresentasse una sorta di area grigia nella gestione del potere non solo a Palermo. Un uomo che collegava Cosa nostra e pezzi dello Stato e in particolare alcuni settori della nostra intelligence. Molto più di Salvo Lima, l’uomo forte degli andreottiani nell’isola. «L’interlocutore politico più vicino o che ascoltava il Riina era l’on. Lima». Ciancimino invece era «veramente legato al Provenzano, non condivideva molto né la politica dei Salvo, né la politica di Lima». Una politica che non distingue il livello “visibile” e apparentemente legale, e si affida alla violenza della guerra di mafia: «Sempre scontri, di continuo». Ma Ciancimino, proprio grazie alla sua capacità di essere ascoltato da Bernardo Provenzano, diventerebbe per i servizi fondamentale. Avere un canale continuo di relazioni con il numero due di Cosa nostra significa gestire potere.

Massimo spiega che, comunque, il collegamento fra Ciancimino e i servizi, soprattutto a partire dalla metà degli anni 80, si restrinse per ragioni di sicurezza a un solo fantomatico uomo dell’intelligence, un certo Franco. Così come si limitarono gli incontri e i collegamenti con uomini ai vertici di Cosa nostra. «Per quanto riguarda quello che ho appreso direttamente da mio padre – racconta Ciancimino ai pm – i rapporti coi Servizi mio padre li ha sempre tenuti, mi ha sempre detto (…) che poi aveva cercato (…) di limitare a uno o due persone i rapporti con l’organizzazione Cosa nostra (…). Da politico con questo tipo di organizzazione, lui aveva detto sempre che il suo pregio, se poteva chiamarsi pregio, era quello di avere rapporti unici, nel senso con Provenzano». Cosa nostra e i servizi deviati, quindi. Uomo esterno e contemporaneamente riferimento di tutte e due le organizzazioni, fin dai tempi del rapimento Moro. «I Servizi hanno avuto sempre un ruolo chiave – spiega Ciancimino – specialmente dopo il sequestro Moro. Mio padre mi disse che era stato pregato per ben due volte (dai servizi, ndr), di non dar seguito a delle richieste pervenute per fare pressione su Bernardo Provenzano perché si attivassero per potere interferire, per quantomeno aiutare lo Stato nella ricerca del rifugio di Aldo Moro (…). Perché mio padre diceva che tali richieste potevano pervenire al suo paesano Riina da altri gruppi o esponenti politici, se ciò fosse avvenuto, mio padre doveva convincere il Provenzano a non immischiarsi in questo affare». E anche in questo caso si evidenzia sia la presenza di due linee differenti in Cosa nostra (quella di Provenzano e quella di Riina) e di due collegamenti a gruppi nettamente separati all’interno degli apparati dello Stato che rispettivamente erano rappresentati da Vito Ciancimino e Salvo Lima.
Dagli interrogatori emerge anche come l’ex sindaco di Palermo giocasse un ruolo fondamentale nel depistaggio delle indagini sulla strage di Ustica. «Fu nel 1980, non mi posso scordare, 19 giugno 1980, tanto per cambiare ero punito, ne avevo fatta una della mie ed ero costretto ad accompagnare mio padre al Circolo Lauria a un torneo di carte (…). Mi ricordo che proprio quella sera ci fu la cosa di Ustica, la strage di Ustica, mio padre fu chiamato subito, andò via, anche perché in quell’aereo viaggiava la figlia di un amico di papà di cui ho parlato l’altra volta, Alessandra Parisi (…). Mi disse che era successo un casino e che doveva vedere, fece andare a chiamare l’on. Lima, fece andare a chiamare altre situazioni, altri personaggi, e quando ho chiesto a mio padre realmente cosa fosse successo, mio padre mi raccontò che già allora il primo momento si seppe della storia dell’aereo francese che per sbaglio aveva abbattuto il DC9, e che bisognava attivare un’operazione di copertura nel territorio affinché questa notizia non venisse divulgata per niente…».
Poi l’omicidio di Piersanti Mattarella, presidente dell’Assemblea regionale siciliana, uno dei capitoli più oscuri della storia della Democrazia cristiana. Il 6 gennaio 1980, appena entrato in auto con la moglie e il figlio, un killer si avvicinò al suo finestrino e lo uccise. In quel periodo stava portando avanti una radicale modernizzazione dell’amministrazione regionale. Si presume che a ordinare la sua uccisione fu Cosa nostra, a causa del suo impegno nella ricerca di collusioni fra mafia e politica. Un omicidio che tuttora rimane un mistero, del quale si conoscono solo gli esecutori materiali.

Massimo Ciancimino ai magistrati racconta come il padre volesse all’epoca «spiegazioni vista l’anomalia (…) dell’esecuzione dell’on. Mattarella». Massimo ricorda che l’ex sindaco gli «raccontò che aveva parlato con un poliziotto, forse con Purpi, gli aveva raccontato che secondo lui c’era la mano anche dei Servizi nell’omicidio». Ciancimino padre non entra nel merito dell’omicidio, non critica l’operazione. Vuole sapere, però, il come e il perché di certe “anomalie”, e le chiede direttamente sia a Cosa nostra che ai servizi. «L’anomalia, cioè che si erano serviti di manovalanza romana legata alle, non so, ai brigatisti rossi, neri, non mi ricordo che colore era… mio padre l’aveva appresa da questo personaggio». E, racconta sempre Vito al figlio, l’omicidio maturò come scambio di favori. Fra chi?
Ma c’è un altro omicidio chiave nella ricostruzione che Massimo Ciancimino fa ai magistrati, quello del segretario provinciale della Dc a Palermo, Michele Reina, eseguito da un gruppo di fuoco il 9 marzo del 1979. Appena un’ora dopo l’omicidio, l’azione viene rivendicata con una telefonata anonima al centralino del Giornale di Sicilia: «Abbiamo giustiziato il mafioso Michele Reina», dice la voce che firma l’agguato a nome di “Prima linea”. L’indomani mattina, una seconda telefonata giunge al centralino del quotidiano palermitano della sera L’Ora. Il telefonista dice di parlare a nome delle Brigate rosse, minaccia altri attentati e afferma: «Faremo una strage se non sarà scarcerato il capo delle Brigate rosse, Renato Curcio». Una montatura. Fin dall’inizio gli inquirenti ritengono una bufala entrambe le rivendicazioni. L’omicidio è maturato in ambiente politico mafioso, come conferma Ciancimino oggi. Anche se solo i vertici di Cosa nostra sono stati condannati nel 1999 e sono state stralciate le responsabilità politiche. «Mio padre questo non lo digerì (…). Quando morì Michele Reina, i pianti che si fece».

Nel momento dell’omicidio Ciancimino si rende conto anche che in qualche modo è stato messo all’angolo anche perché nessuno, e in particolare Bernardo Provenzano, lo avvisa di quello che sta per accadere. «Non lo avvisò, ovviamente lo sapeva ma a mio padre non lo avvisò, questo tipo di sentore non… ma mio padre non è che era molto al corrente se non erano personaggi a lui diretti, per esempio il sentore di Parisi già gliel’avevano detto». E quando si parla di Parisi, il riferimento è all’ex presidente del Palermo calcio Roberto Parisi, ucciso nel 1985. Un processo, quello per l’omicidio Parisi, recentemente rivisto e per il quale sono state annullate tutte le sentenze all’ergastolo precedentemente assegnate.

(1/2 segue)

[seconda parte]

Dell’Utri, “uomo di zio Bino”

Fonte: Dell’Utri, “uomo di zio Bino”.

Ciancimino Jr rivela ai PM di Palermo

Che Bernardo Provenzano lo considerasse affidabile lo aveva già raccontato un suo ex braccio destro, il boss di Caccamo, Nino Giuffè. Tra il 1993 e il 1994, aveva ricordato il super pentito, Zio Bino al termine di una mezza dozzina di riunioni tra capimafia, aveva detto: “Siamo in buone mani, ci possiamo fidare”. Ma l’eventualità che tra il senatore del Pdl, Marcello Dell’Utri, e l’anziano uomo d’onore corleonese, per dieci anni alla guida di Cosa Nostra, vi fossero stati degli incontri a tu per tu era finora rimasta solo nel campo delle ipotesi. Chi adesso invece spariglia le carte e dà per sicuri quei summit, in cui si discuteva su come risolvere politicamente i molti problemi della mafia, è Massimo Ciancimino, il figlio di Vito, l’ex sindaco di Palermo protagonista di un pezzo importante della presunta trattativa tra Stato e i clan siciliani dei primi anni Novanta. Dice Ciancimino Junior: “Tra di loro c’erano rapporti stretti, molto stretti. Io so che si conoscevano che c’era un rapporto diretto. Tant’è che per mio padre, quando aveva bisogno di avere favori da quel partito (Forza Italia ndr) o notizie, bozze di legge, il punto di riferimento per era sempre il Lo Verde (uno degli alias di Provenzano ndr). Spesso anche tramite il Lo Verde mi sono arrivati a casa disegni di legge a casa, manovre su cose (il sequestro ndr) dei beni…”.

È questa, forse, la rivelazione più importante contenuta nei 22 verbali del giovane Ciancimino, depositati due giorni fa (con parecchi omissis) al processo per la mancata cattura di Provenzano contro l’ex capo del Ros dei carabinieri, generale Mario Mori. Per mesi davanti ai magistrati di Caltanissetta e Palermo, Ciancimino Junior ha provato a riscrivere un pezzo di storia d’Italia, consegnando i documenti conservati da suo padre, i pizzini ricevuti da Provenzano, e soprattutto le spiegazioni su quanto era accaduto in Sicilia affidate da don Vito a un libro che l’ex sindaco democristiano stava scrivendo prima di morire. Così Massimo Ciacimino parla dei misteri della storia italiana recente: da Ustica al caso Moro, dagli omicidi di Michele Reina e Pietro Scaglione a quello di Piersanti Mattarella. E ricostruisce pure il versamento di presunte tangenti date “da Romano Tronci all’onorevole Enrico La Loggia” (ex Dc, poi ministro di Forza Italia), e racconta di “una somma di denaro (duecentocinquantamila euro)” consegnata nel 2005 un commercialista perché fosse girata al presidente della Commissione Affari Costituzionali del senato, Carlo Vizzini.

Dalla moviola della sua memoria esce insomma il dipinto verosimile, ma ancora tutto da verificare, dell’area grigia. Di quella zona di confine tra la mafia e una borghesia siciliana da sempre abituata a convivere e a fare affari con i boss. Un filo sottile che parte da Palermo per arrivare a Roma e che poi, secondo Massimo Ciancimimo, si riannoda ad Arcore dove Dell’Utri, già trentacinque anni fa, “sicuramente aveva gestito soldi che appartenevano sia a Stefano Bontade (il capo della mafia palermitana ucciso nel 1981 ndr) che a persone a lui legate”. Ai pm Ciancimino junior ha offerto molte piste per i possibili riscontri: nomi di società tra le famiglie mafiose dei Bonura e dei Buscemi (questi ultimi già risultati soci del gruppo Ferruzzi di Ravenna), l’identità di commercianti di diamanti testimoni dei presunti passaggi di capitali, appunti di suo padre. Ma per il momento tutto è ancora coperto dal segreto investigativo. Agli atti finisce invece il racconto del dopo. Di quello che accadde quando nel 1992 Cosa Nostra uccide l’eurodeputato Salvo Lima, l’andreottiano che fino a quel momento aveva fatto da tramite tra la grande politica e le cosche. A quel punto don Vito, già arrestato e condannato, ma ancora libero, accarezza l’idea di prendere il suo posto. Con Provenzano vanta un’amicizia antica. I carabinieri del Ros, che vogliono catturare Totò Riina, bussano spesso alla sua porta. Don Vito pensa così di poter diventare il nuovo punto d’equilibrio tra Stato e mafia. Ma la situazione presto precipita. Lui va in carcere e viene sostituito. “Da chi? Da qualcuno che l’aveva scavalcato?” domandano i pm. Ciancimino junior risponde sicuro: “Mio padre disse che Marcello Dell’Utri, una persona che non stimava, perché la riteneva troppo impulsiva, poteva essere l’unico che poteva gestire una situazione simile”. E le sue, secondo il figlio dell’ex sindaco, non erano ipotesi. Perché, nel corso degli anni, del rapporto diretto tra Provenzano e l’ideatore di Forza Italia, lui avrebbe avuto più volte riscontri diretti. Per esempio un biglietto ricevuto dalle mani del boss nel settembre 2001. Nel dattiloscritto si legge: “Carissimo Ingegnere (don Vito Ndr) ho letto quello che mi ha dato M (Massimo ndr)… Mi è stato detto dal nostro Sen e dal nuovo Pres che spigeranno la nuova soluzione per la sua sofferenza. Appena ho notizie ve li farò avere, so che l’av. è benintenzionato. Il nostro amico Z ha chiesto di incontrare il Sen. Ho letto che a lei non ha piacere e bisogna prendere tempo si tratta di nomine nel gas, mi ha detto che vi trovate in Ospedale che la salute vi ritorni presto e che il buon Dio ci assista”.

Massimo Ciancimino, che ha già potuto apprezzare le capacità d’intervento del padre sul mondo Fininvest quando era riuscito a far assumere, nel giro di 20 giorni, un’amica a Publitalia, traduce. Il “nostro sen” è Dell’Utri, il “nuovo pres” è invece il governatore Siciliano Totò Cuffaro, mentre “l’av” è l’avvocato Nino Mormino, difensore di tutto il ghota di Cosa Nostra, legale di fiducia di Dell’Utri e, in quel momento vice-presidente della commissione giustizia della Camera. Tre politici già finiti sotto inchiesta per fatti di mafia (i primi due condannati in primo grado, il terzo archiviato) che, secondo Ciancimino junior, cercavano di darsi da fare perché l’ultima parte di pena che ancora costringeva l’ex sindaco agli arresti domiciliari, fosse cancellata da un provvedimento di clemenza. Anche per questo nelle mani di Ciancimino, altre volte anche tramite Provenzano, a partire dal ’96 arrivano spesso gli articolati pro-mafia, poi presentati in parlamento. O almeno così dice Ciancimino Junior che spiega anche come “il nostro amico Z”, fosse suo cugino, Enzo Zanghi. Un uomo già finito nel mirino degli investigatori nel 1998, quando due mafiosi legati a Provenzano, in alcune intercettazioni avevano parlato di lui come della persona che chiedeva di votare per Dell’Utri alle elezioni europee.

Certo, non tutte le parole di Ciancimino Junior vanno prese come oro colato. Gli investigatori stanno cercando di capire come mai già in bigliettini del 2000, quando Dell’Utri era solo deputato, comparisse un “amico senatore” che, secondo il testimone, sarebbe sempre il braccio destro di Berlusconi. Ma il dato è che per ora le sue parole sembrano preoccupare molte persone. Tanto che nei giorni scorsi, il giovane Ciancimino ha detto a Il Fatto Quotidiano di essere stato avvicinato da un emissario di Dell’Utri, forse proprio in vista di una possibile convocazione al processo d’appello contro il senatore azzurro. A Palermo e non solo, si trattiene il respiro.

Peter Gomez (il Fatto Quotidiano, 13 gennaio 2010)

Ciancimino jr: “Nel covo di Riina carte da far crollare l’Italia”

Ciancimino jr: “Nel covo di Riina carte da far crollare l’Italia”.

Gli interrogatori del figlio di don Vito, desecretati 23 verbali: è questa la ragione per cui il nascondiglio non fu perquisito.


PALERMO
– Il covo di Totò Riina non l’hanno mai perquisito “per non far trovare carte che avrebbero fatto crollare l’Italia”. E la cattura del capo dei capi è stata voluta da Bernardo Provenzano dentro quella trattativa che, fra le uccisioni di Falcone e di Borsellino, la mafia portò avanti con servizi segreti e ufficiali dei reparti speciali dei carabinieri. É la “cantata” di Massimo Ciancimino, quinto e ultimo figlio dell’ex sindaco di Palermo, sui misteri siciliani. Ventitré verbali desecretati – milleduecento pagine – e depositati al processo contro il generale Mario Mori, accusato di avere favorito la lunga latitanza di Provenzano dopo quell’arresto “concordato”.
Ma se sulla cattura di Totò Riina esistono già atti ufficiali d’indagine che smontano la versione dei carabinieri, le altre rivelazioni del rampollo di don Vito svelano tanto altro di Palermo. Dalla fine degli anni ’70 sino all’estate del ’92. É la sua verità, ereditata per bocca del padre. La storia di alcuni delitti eccellenti, il sequestro di Aldo Moro, la strage di Ustica, i rapporti di Vito Ciancimino con l’Alto Commissario antimafia Emanuele De Francesco e il suo successore Domenico Sica. É l’impasto fra Stato e mafia che ha governato per vent’anni la Sicilia.

Il covo del capo dei capi. Massimo Ciancimino conferma il patto fra Bernardo Provenzano e i carabinieri del Ros, mediato da don Vito, per la cattura di Riina: “Una delle garanzie che mio padre chiese ai carabinieri, e che loro diedero a mio padre, era che nel momento in cui si arrestava Riina bisognava mettere al sicuro un patrimonio di documentazione che il boss custodiva nella sua villa”. E ha aggiunto: “Provenzano riferì a mio padre che Totò Riina conservava carte e documenti di proposito con un obiettivo: se l’avessero arrestato avrebbero trovato tante di quelle cose, di quelle carte, che avrebbero fatto crollare l’Italia. Mio padre commentò con me il fatto dicendo che quello era un atteggiamento tipico di Riina. Secondo lui, conoscendo bene molti di questi documenti, sarebbero stati conservati apposta dal Riina con il solo fine di rovinare tante persone in caso di un suo arresto, visto che solo una spiata poteva far finire la sua latitanza”.

La trattativa fra le stragi del 1992. Il negoziato con Cosa Nostra iniziò dopo l’uccisione di Falcone. Da una parte Totò Riina. Dall’altra il vice comandante dei Ros Mario Mori, il capitano Giuseppe De Donno e “il signor Franco”, un agente dei servizi segreti legato all’Alto commissariato antimafia. E in mezzo Vito Ciancimino. Se in un primo momento Totò Riina è stato un terminale della trattativa per fermare le bombe, dopo la strage Borsellino “è diventato l’obiettivo della trattativa”. Racconta ancora il figlio dell’ex sindaco: “Della trattativa erano informati i ministri Virginio Rognoni e Nicola Mancino, questo a mio padre l’ha detto il signor Franco e gliel’hanno confermato il colonnello Mori e il capitano De Donno”.

La trattativa dopo le stragi. Nel 1993, un anno dopo Capaci e via D’Amelio, la trattativa mafiosa è andata avanti. E al posto di Vito Ciancimino ormai in carcere, sarebbe stato Marcello Dell’Utri a sostituirlo nel ruolo di mediatore: “Mio padre sosteneva che era l’unico a poter gestire una situazione simile… ha gestito soldi che appartenevano a Stefano Bontate e a persone a lui legate”.

L’omicidio Mattarella. Il Presidente della Regione siciliana, ucciso il 6 gennaio del 1980, per Vito Ciancimino fu “un omicidio anomalo”. Spiega suo figlio: “Dopo il delitto, mio padre chiese spiegazioni ai servizi segreti… un poliziotto poi gli disse che c’era la mano dei servizi nella morte di Mattarella. Ci fu uno scambio di favori su quell’omicidio.. “.

Il sequestro Moro. Il figlio di don Vito dice che suo padre è sempre stato legato all’intelligence fin dal sequestro di Moro. “La prima volta che mio padre mi ha raccontato di contatti di Cosa Nostra con apparati dello Stato risale al sequestro. E mi ha detto che era stato pregato, e per ben due volte, di non dare seguito alle richieste per fare pressioni su Provenzano perché si attivasse per aiutare lo Stato nelle ricerche del rifugio di Aldo Moro”.

Don Vito e Gladio. “Mio padre faceva parte di Gladio”, ha rivelato Massimo. E ha spiegato: “Mi disse che all’origine c’era mio nonno Giovanni che, all’epoca dello sbarco degli Alleati in Sicilia, era stato assoldato come interprete”. Il figlio di don Vito ricorda poi che il padre aveva costituito le prime società di import export “insieme a un colonnello americano” e che ha partecipato “a diversi incontri” organizzati dalla struttura militare segreta.

L’uccisione del prefetto dalla Chiesa. É la parte più “omissata” dei verbali di Ciancimino. Suo padre gli aveva parlato dell’uccisione di Carlo Alberto dalla Chiesa e dell’omicidio del giornalista Mino Pecorelli “che sono legate”, poi il verbale è ancora tutto coperto dal segreto.

La strage di Ustica. Nei racconti del figlio dell’ex sindaco c’è il ricordo dell’aereo precipitato in mare il 27 giugno del 1980: “Quella notte mio padre fu chiamato dal ministro della Difesa Attilio Ruffini che gli disse che era successo un casino: fece chiamare anche l’onorevole Lima. Si seppe subito che era stato un aereo francese che aveva abbattuto per sbaglio il Dc 9, ma bisognava attivare un’operazione di copertura perché questa informazione non venisse fuori”.

Gli autisti senatori.
Massimo Ciancimino, ricordando di un “pizzino” inviato da Provenzano a suo padre dove si faceva riferimento “a un amico senatore e al nuovo Presidente per l’amnistia”, ha confermato che i due erano Marcello Dell’Utri e Totò Cuffaro. Poi ha spiegato dove ha conosciuto l’ex governatore: “L’ho incontrato nel 2001 a una festa dell’ex ministro Aristide Gunnella, credevo di non averlo mai visto prima. Si è presentato e mi ha baciato. Poi, l’ho raccontato a mio padre che mi ha detto: ‘Ma come, non te lo ricordi, che faceva l’autista al ministro Mannino? Anche lui aspettava in macchina, fuori, come te che accompagnavi me … Poi ho collegato… perché quando accompagnavo mio padre dall’onorevole Lima fuori dalla macchina aspettava pure, con me, Cuffaro e anche Renato Schifani che faceva l’autista al senatore La Loggia. Diciamo, che i tre autisti eravamo questi… andavamo a prendere cose al bar per passare tempo.. Ovviamente, loro due, Cuffaro e Schifani, hanno fatto altre carriere: c’è chi è più fortunato nella vita e chi meno… ma tutti e tre una volta eravamo autisti”.

Fonte: repubblica.it (Attilio Bolzoni e Francesco Viviano, 13 Gennaio 2010)

Piersanti Mattarella, uccisa la primissima “primavera siciliana” « Rifondazione Comunista Enna

Fonte: Piersanti Mattarella, uccisa la primissima “primavera siciliana” « Rifondazione Comunista Enna.

di Gemma Contin su Liberazione del 5/01/09

Era il 6 gennaio 1980, trent’anni fa esatti. Palermo si stava svegliando dalle lunghe festività di Natale-Capodanno-Befana: quindici giorni e notti di gozzoviglie, giocate di carte, giri di amici e parenti, regali ai bambini, messe comandate.
Quella mattina dedicata all’Epifania, la vecchietta che con scopa e sacco «tutte le feste si porta via», cadeva giusto di domenica: buona ragione per dormirsela qualche ora di più, dopo l’ultima notte di poker-settemezzo-mercanteinfiera, o, per i cattolici osservanti e praticanti, di andare alla Santa Messa del mattino e farsi assolvere così da tutti i peccati di gola-lussuria-goduria inevitabilmente commessi nel corso di festività prolungate.
Una domenica azzurra di sole e già carica di profumi primaverili, come spesso accade a Palermo e in Sicilia, dove ai primi di gennaio, nella Valle dei Templi di Agrigento, si celebra la festa del mandorlo in fiore.
La città quasi deserta si stava appena risvegliando e stiracchiando pigramente, in vista dell’ennesima abbuffata, quando, alle 12 e 30, il presidente della Regione siciliana Piersanti Mattarella era uscito di casa senza scorta, in via Libertà, quasi all’incrocio con piazza Croci, nel “cuore bene” del capoluogo, e si era messo al volante della sua Fiat 132 privata, assieme alla moglie Irma Chiazzese e al figlio ventenne Bernardo, per recarsi alla Messa nella non lontana chiesa dei gesuiti, dove era solito osservare il precetto religioso.
Non ci arrivò mai.  Un killer, che nonostante le smentite di molti testimoni e collaboratori di giustizia sarà riconosciuto dalla vedova nel terrorista di destra Giusvà Fioravanti, lo fermò per sempre con una scarica di colpi di pistola mentre si era appena seduto al posto di guida.
Mattarella, che quando fu ucciso aveva 45 anni, è stato il primo e unico presidente di un’Istituzione ad essere ammazzato mentre era in carica. Era anche un importante esponente del partito della Democrazia Cristiana siciliana. Partito con una storia assai complicata per le relazioni pericolose che alcuni notabili locali e nazionali tenevano con la “cupola” mafiosa, o direttamente, come nel caso di Vito Ciancimino e Salvo Lima, o attraverso le contiguità intessute dai cugini esattori Nino e Ignazio Salvo, o ancora con le connivenze e le complicità derivanti dagli “affari” intrecciati tra politici e classe imprenditoriale isolana: i Vassallo, i Cassina, i D’Agostino, e tutte le imprese, locali e nazionali, che nel corso degli Anni Settanta (e poi ancora e sempre negli Anni Ottanta e Novanta e Duemila) si erano andate assicurando gli appalti e il sacco di Palermo e della Sicilia: i servizi pubblici, dai trasporti all’illuminazione urbana alla manutenzione stradale; l’edilizia pubblica privata cooperativa e marittima; le grandi opere (già allora) come dighe inutili, viadotti fantasma, edifici incompiuti e autostrade pericolose; o gli “interventi” degli enti di sviluppo e delle banche regionali.
Lo stesso Piersanti – e suo fratello Sergio, che all’epoca era professore universitario e che dopo la morte del fratello abbraccerà la politica fino a diventare ministro della Pubblica Istruzione dal 1989 al ‘90 e della Difesa dal ‘90 al 2001 – erano in qualche modo succubi di quella storia.
Infatti il padre, il vecchio Bernardo Mattarella, parlamentare democristiano sin dalla Costituente e fino alla sua scomparsa, più volte sottosegretario e ministro, era stato un esponente di spicco della Dc di Castellammare del Golfo, perfettamente immerso e integrato in quel sistema di relazioni, tanto da essere considerato “uomo di fiducia” fino al punto di essere accusato da Danilo Dolci (che per questo si beccò una querela e fu condannato dal Tribunale di Roma per diffamazione) di essere anche “uomo d’onore”, nel senso di una vera e propria affiliazione mafiosa, peraltro mai provata.
Al contrario, una sentenza del 1967, confermata in secondo grado e in Cassazione, afferma che Mattarella (Bernardo padre) «ha espresso sempre in modo inequivoco la sua condanna del fenomeno mafioso» e «non è mai entrato in contatto con l’ambiente mafioso da lui invece apertamente e decisamente osteggiato nel corso di tutta la sua carriere politica».
In ogni caso – poiché per fortuna le colpe dei padri, se anche ve ne sono, non possono essere ascritte ai figli, i quali rispondono per sé e per le scelte che compiono e le azioni che intraprendono – Piersanti e Sergio Mattarella quella storia e quei sospetti e quelle relazioni erano riusciti a scrollarsele di dosso.
Piersanti anzi era considerato “l’uomo nuovo” della Democrazia cristiana, non solo siciliana, anche perché i suoi referenti a livello nazionale erano stati l’ex presidente Aldo Moro, rapito e ucciso dalle Br nel 1978, e l’ex ministro degli Interni Virginio Rognoni. Uomini molto lontani, politicamente e moralmente, da esponenti dello stesso partito come Giulio Andreotti, Giovanni Gioia e Salvo Lima, dai quali li divideva anche l’appartenenza a correnti del tutto diverse ed estranee alle loro mene e agli oscuri sodalizi che essi intrattenevano.
Piersanti era in Sicilia l’artefice di una linea di cambiamento che propugnava il rinnovamento della politica (e dei politici) a livello regionale, che cercava l’apertura a sinistra in un dialogo fitto e con uno scambio intenso con il Partito comunista, e, soprattutto, che aveva pubblicamente sconfessato tutti i pasticci e i pateracchi e le forme di commistione meno che limpide nella gestione della cosa pubblica, nella conduzione degli appalti regionali, nella ricerca di interlocutori “al di sopra di ogni sospetto”.
Sta di fatto che aveva messo in movimento un terremoto politico di cui aveva piena consapevolezza e che, già verso al fine del 1979, lo preoccupava nei suoi effetti incontrollabili, tanto da fargli chiedere un incontro con il suo vecchio amico e referente Virginio Rognoni, all’epoca ministro dell’Interno, sia per i segnali di pericolo che gli stavano arrivando, sia per chiarirgli che cosa stava succedendo nelle file del partito in Sicilia.
Prima di organizzare quella visita lampo a Roma aveva avvertito la sua segretaria Maria Grazia Trizzino: «Se mi dovesse accadere qualcosa si ricordi di questo viaggio».
In mezzo alle tante cose raccontate da Tommaso Buscetta a Giovanni Falcone, suona come un monito ancora aperto quell’indicazione senza appello: «Signor giudice, mi creda, i terroristi non c’entrano niente, quello di Mattarella è un omicidio fatto da Cosa Nostra: andate a vedere a chi furono affidati gli appalti dopo la sua morte».
Tesi ripresa e confermata dal procuratore nazionale antimafia Pietro Grasso quando, nel corso di una recente commemorazione, ha affermato che l’uccisione di Piersanti Mattarella «fu un omicidio determinato da moventi complessi, con una coincidenza di interessi esterni a Cosa Nostra ma maturati in un contesto economico politico e mafioso in cui quegli interessi erano finiti per coincidere con l’obiettivo di tenere in piedi quel sistema politico-mafioso».
Un sistema contro cui il presidente della Regione ucciso il 6 gennaio di trent’anni fa si era battuto, nel primo vero tentativo di avviare una «primavera siciliana», naufragata, come tutte le altre che seguiranno, nel mare di sangue di vent’anni di “mattanza” che è riuscita, al tempo stesso, ad azzerare tutto quello che di politicamente innovativo era venuto alla luce e a ricacciare la classe dirigente siciliana nella logica degli “affari” di sempre, nelle relazioni pericolose di sempre, nelle mene oscure di sempre.