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Reportage su “I rapporti tra mafia e stato” – Londra, 14 novembre 2009

Fonte: Reportage su “I rapporti tra mafia e stato” – Londra, 14 novembre 2009.

Servizio sulla conferenza “I rapporti tra mafia e stato” che si è tenuta all’UCL  University di Londra il 14 novembre 2009 e alla quale hanno partecipato Salvatore Borsellino, Gioacchino Genchi e John Dickie. Il servizio è a cura di Paola Bonfanti e Daniele Fisichella, la camera ed il montaggio a cura di Marco Granese.

Una nave e mille misteri | L’espresso

Sempre maggiori dubbi sulle smentite delle autorità. Ma stanno forse giocando con la salute dei cittadini? Il dubbio è forte.

Fonte: Una nave e mille misteri | L’espresso.

di Riccardo Bocca

Dopo i rilievi eseguiti, per il ministro e il procuratore Grasso il caso del relitto dei veleni è risolto. Eppure troppi sono ancora i dubbi. E si parla già di depistaggio

La sera di venerdì 30 ottobre, l’emittente calabrese Telespazio trasmette una puntata davvero speciale del talk show “Perfidia“. In studio, c’è un gruppo di pescatori della costa tirrenica per parlare dei fondi a loro sostegno, dopo il crollo delle vendite dovuto al caso “navi dei veleni”. Uno dei pescatori, Franco, non è però d’accordo. Ha saputo che il giorno prima, nel corso di una conferenza stampa, il ministro dell’Ambiente Stefania Prestigiacomo e il procuratore nazionale antimafia, Piero Grasso, hanno tranquillizzato tutti: «Il caso è chiuso», ha detto Grasso. La nave di cui il mondo intero ha parlato, a 480 metri di profondità nelle acque davanti a Cetraro, non è la pericolosa Cunski affondata dal pentito Francesco Fonti. «Si tratta del piroscafo Catania», ha spiegato Prestigiacomo, «costruito a Palermo nel 1906 e silurato il 16 marzo 1917 da un sommergibile tedesco ». Risultato: a bordo non ci sono fusti radioattivi, anzi la stiva è vuota e non c’è rischio per la popolazione.
I pescatori, Franco compreso, dovrebbero sentirsi sollevati: fine della paura, riprende la pesca. Invece no. Franco s’infuria e urla: «Negli anni Novanta c’erano sei o sette pescherecci a Cetraro, e due sono andati (quella notte con Fonti) a mettere la dinamite!». A questo punto, nello studio scende il gelo. Gli altri pescatori sono spiazzati ma lui continua, invitando la magistratura a indagare, «a mettere sotto torchio» chi andava per mare in quel periodo.

Il giorno dopo, la cassetta del programma viene acquisita dal procuratore capo di Paola Bruno Giordano. Intanto monta l’angoscia del pescatore Franco, isolato da colleghi e parenti. «La verità non interessa a nessuno», si lamenta con un cronista.

E non è l’unico, in Calabria, a pensarla così. Nei giorni scorsi, il deputato Franco Laratta (Pd) si è definito «sconcertato» dalla situazione. Di più: ha sollevato il dubbio che «qualcuno ci stia prendendo in giro, con depistaggi e mezze verità» tra «notizie parziali, fatti contraddittori ed eventi prima affermati e poi negati nelle e fra le istituzioni». Una sequenza di stranezze che parte il mattino del 27 ottobre, quando il procuratore Grasso si presenta alla commissione parlamentare Antimafia e dice: «Proprio stamane, mi è stato comunicato che gli ultimi riscontri non danno la certezza che si tratti proprio della Cunski, anche se il castello sembra essere compatibile con l’indicazione che viene da Fonti». L’altra ipotesi in campo, aggiunge, «è che si tratti del piroscafo Cagliari», affondato a inizio anni Quaranta.

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Tutto chiaro? Al contrario. Passano poche ore, e alle 12,56 l’agenzia Adnkronos batte una nota del ministro Prestigiacomo: «Il relitto al largo di Cetraro non corrisponde alle caratteristiche della Cunski. Il Rov, il robot sottomarino, ha già svolto le misurazioni e i rilievi fotografici del relitto». Detto questo, le indagini continueranno «con il prelievo di sedimenti dai fondali, carotaggi in profondità e prelievi di campioni dai fusti». Informazioni nette, inequivocabili.

Che vengono smentite, però, alle 13,12: un quarto d’ora dopo. «Finora abbiamo fatto solo esplorazioni acustiche », affermano i proprietari della nave Mare Oceano (che sta svolgendo le analisi a Cetraro, e che risulta dell’armatore Diego Attanasio, coinvolto dall’avvocato David Mills nel processo in cui è stato condannato per aver mentito su Silvio Berlusconi in cambio di denaro). «Il Rov», aggiunge la Geolab, «farà altre esplorazioni acustiche e poi quelle visive. Non ci sentiamo di dire con certezza che quella possa o non possa essere la nave Cunski: per noi è ancora troppo presto».

Com’è possibile tanta confusione? Perché il procuratore Grasso si sbilancia a indicare all’Antimafia il nome di un relitto sbagliato? E perché il ministro Prestigiacomo parla di rilievi avvenuti, se chi li compie deve ancora iniziare?

Difficile capirlo. Come difficili da interpretare sono le altre sfasature di questa storia. A partire dalle caratteristiche della nave Catania, che stridono con i rilievi svolti sul relitto scoperto il 12 settembre al largo di Cetraro. In quell’occasione fu calcolata una lunghezza tra i 110 e i 120 metri, una larghezza di circa 20 e un’altezza di fiancata attorno ai 10. Ora, invece, basta iscriversi al sito sui disastri navali www.wrecksite.eu, per verificare che la Catania è lunga 95,8 metri, larga 13 e alta 5,5 (dati confermati anche dal sitowww.uboat.net e dal sito www.miramarshipindex.org.nz di Rodger Haworth, per mezzo secolo membro della World ship society). Insomma i numeri non quadrano: nemmeno con la conferenza stampa del 29, dove viene indicata una lunghezza di 103 metri.

Utile sarebbe, con queste premesse, sentire la versione del ministro Prestigiacomo, ma la richiesta di un’intervista cade nel vuoto. Ed è un peccato, perché c’è un altro elemento cruciale, che andrebbe chiarito. Nel senso che non coincidono il punto dove a settembre è stato individuato il relitto della presunta Cunski (latitudine 39º28’50″N, longitudine 15º41’E) e quello più a nord dov’è affondata nel 1917 la Catania (secondo tutte le fonti accessibili, latitudine 39º 32’N e longitudine 15º 42′).Lo scarto è di 3 miglia e mezzo: «Considerevole », dicono gli esperti: «Tanto da escludere una repentina deriva, causa correnti, nella discesa verso il fondo». Il sospetto, sussurrato da alcuni investigatori, è che il profilo della Catania non combaci con quello del relitto trovato a settembre. E ancora peggio: che qualcosa non convinca nelle comunicazioni della Direzione distrettuale antimafia di Catanzaro, responsabile dell’inchiesta sulle navi dei veleni. Nella conferenza stampa del 29 ottobre, infatti, il vice procuratore Giuseppe Borrelli ha detto che «la stiva della nave» al largo di Cetraro era «vuota». Ma Pippo Arena, titolare della società Arena Sub e pilota del Rov nella prima ispezione alla presunta Cunski, lo smentisce: «La nave che ho ispezionato io aveva due stive. Ed erano piene, tanto che un pesce cercava di entrare e non riusciva».

Cos’ha provocato l’assoluta discrepanza tra il ricordo del pilota e le affermazioni del vice procuratore? E come va interpretata l’altra uscita della Dda di Catanzaro, pubblicata dal “Quotidiano della Calabria”? Stavolta a parlare è il procuratore capo Vincenzo Antonio Lombardo, il quale racconta che attorno alla nave c’era «una folta vegetazione» oltre a vari pesci. «Lo abbiamo visto dalle immagini (…). Ci fosse stata radioattività, tutto questo non sarebbe stato presente. La radioattività, infatti, provoca una forma di desertificazione ». Parole rassicuranti, quelle di Lombardo, perfette per placare la rabbia della popolazione locale.

Ma non condivise da Roberto Danovaro, ordinario di Biologia marina all’Università politecnica delle Marche: «È impossibile che il relitto, a quasi 500 metri di profondità, sia coperto da vegetazione», assicura: «A quella profondità, la mancanza di luce impedisce la vita di alghe o piante marine».

Non stupisce, dopo queste parole, che il consigliere calabrese Maurizio Feraudo (Idv) abbia lanciato l’ipotesi di un «colossale depistaggio». E che il Wwf scriva al ministro Prestigiacomo e al procuratore Grasso per chiedere «una perizia comparata tra il video del Rov incaricato da Regione e Arpacal (a settembre), e quello «della nave incaricata dal ministero dell’Ambiente (che ha smentito il pericolo, ndr)». Sicuramente tutto risulterà perfetto, ma al momento niente torna.

“Ci ho fatto un papello così” « Blog di Giuseppe Casarrubea

Fonte: “Ci ho fatto un papello così” « Blog di Giuseppe Casarrubea, http://casarrubea.wordpress.com/2009/10/28/ci-ho-fatto-un-papello-cosi/

Della mafia, e cioè di un fenomeno sommerso che affonda le sue radici maligne in tutto il tessuto sociale e istituzionale dell’Italia, si è parlato e scritto spesso come di una realtà circoscritta alla Sicilia e all’America, per un lungo periodo della storia del ‘900. Assai poco si è riflettuto, invece, sulle sue caratteristiche attuali. Quelle cioè che ne hanno favorito la penetrazione sul piano nazionale o quelle altre che si manifestano con violenza all’indomani della caduta del muro di Berlino. Quando, ad esempio, vengono alla ribalta in modo dirompente la mafia russa, che condurrà al potere Yeltsin, quella albanese o ungherese e degli altri Paesi dell’ex blocco sovietico, non dimenticando le ex repubbliche asiatiche dei Soviet.

A tale proposito non è forse superfluo ricordare le ingerenze dell’intelligence Usa, a partire dall’era reaganiana e dal suo successore Bush senior, per destabilizzare prima l’ex impero sovietico e dopo i nuovi Stati formatisi dalla disgregazione dell’Urss.

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Lungo questo percorso, già dalla seconda guerra mondiale e fino ai nostri giorni, le mafie si sono dimostrate braccio armato delle vocazioni imperialistiche dello zio Sam. Valga per tutti l’esempio dell’Afghanistan: il fratello di Karzai, capo del governo fantoccio della Nato, è il maggior narcotrafficante in oppio dell’Asia centrale.

Si tratta di mafie nuove, come nuovo era stato nel dopoguerra il sistema messo in piedi da Lucky Luciano tra Europa, America latina e Usa. La loro modernità consiste nella nuova realtà geopolitica mondiale che, come un’infinita trama planetaria, ne ha favorito lo sviluppo riorientandole verso nuove forme di potere politico, nuove realtà istituzionali, dagli Urali al Mediterraneo e al Medio Oriente.

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I caratteri di queste mafie sono la  mondializzazione e l’emersione progressiva delle loro connessioni con i singoli Stati, sotto l’egida di Washington.

Solo all’interno di questo quadro possono essere spiegati i fatti che accadono in Italia a partire dal 1992, con l’avvertenza, però, che le stragi di quell’anno non arrivano all’improvviso come banali colpi di testa di una mafia ringalluzzita, ma sono l’approdo di un percorso iniziato almeno un biennio prima, con la crisi del sistema-Stato e con la connessa caduta dei grandi valori tradizionali.

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E veniamo alle rivelazioni dei collaboratori di giustizia degli ultimi  mesi. Cominciamo con Giovanni Brusca. Immaginiamoci un grande palcoscenico dove si muovono vari personaggi. Ciascuno recita la sua parte. Quella in cui crede veramente.

La scena – così come è stata raccontata da molti giornali – rappresenta “Totò u Curtu” alla vigilia di Natale del 1992. Il grande capo riunisce i boss più fidati per gli auguri, in una casa alla periferia di Palermo. Lima, Falcone e Borsellino sono già stati eliminati nei mesi precedenti e Totò è euforico. Esclama: “Finalmente si sono fatti sotto!” E aggiunge: “Ci ho fatto un papello così!”

L’euforia di  Riina ci spiega una sola cosa: non aveva capito niente. Tronfio e pieno di sè, era stato preso da una sorta di megalomania acuta. Pensava di dominare sullo Stato e sull’universo. Esattamente come quell’altro criminale della storia: il bandito Salvatore Giuliano che aveva sulle spalle quattrocento fascicoli per reati penali. Non per ultimo quello riguardante l’accusa di insurrezione armata contro i poteri dello Stato.

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Riina pensava di dettare lui le regole del gioco, ricorrendo alle  bombe e al tritolo. Ma era quello che gli avevano fatto credere. Non poteva immaginare che tre settimane dopo, a metà gennaio 1993, sarebbe finito in manette come un qualsiasi picciotto alle prime armi. Che le cose non stessero per nulla come  le stava vivendo il corleonese,  è dimostrato dal fatto che tutto concorreva alla sua liquidazione, analoga e parallela al crollo del sistema politico italiano travolto da Mani pulite.

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Dai verbali inediti di cui l’Espresso del 21 ottobre 2009 anticipa i contenuti, risulta che esponenti istituzionali avrebbero coperto nel 1992 la presunta trattativa tra Totò u Curtu, capo di Cosa Nostra, e lo Stato. Mediatori: Vito Ciancimino, ex sindaco di Palermo per conto dei corleonesi, da un lato; il colonnello Mori e il capitano De Donno, per conto dello Stato, dall’altro. Ci sarebbe anche, secondo Brusca, un elemento invisibile che muove le fila in questo teatrino: Bernardo Provenzano, alias “ingegner Lo Verde”, in contatto permanente con Vito Ciancimino a Roma, come confermato da Massimo Ciancimino ad “Anno Zero”, l’8 ottobre 2009.

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Detta così, questa storia si presta a molti gravi equivoci e a forme di sottile depistaggio. Il problema, infatti, non è la trattativa che oggettivamente conduce solo all’arresto di Totò Riina, ma quello che succede nei quindici mesi successivi. Cioè le grandi e sotterranee manovre che porteranno al passaggio delle consegne tra vecchia e nuova guardia a livello delle gerarchie mafiose e dei poteri dominanti.

Le rivelazioni di Brusca trovano conferma nelle dichiarazioni del mafioso Gaspare Spatuzza, uomo d’onore della famiglia di Brancaccio, di professione killer, che comincia a “cantare” nell’aprile 2008 e indica ai pm di Firenze e Palermo i rapporti tra alcuni boss e Marcello dell’Utri. Il senatore del Pdl, sempre secondo Spatuzza, avrebbe creato una connessione tra Silvio Berlusconi e Cosa Nostra in vista della nascita di Forza Italia. Saranno i magistrati a stabilire come stanno le cose e se Spatuzza sia un pentito credibile o meno. Saranno i magistrati ad accertare se le sue dichiarazioni trovano riscontri in altri atti documentari. Sta di fatto, però, che il quadro generale sembra concordare con le confessioni di un altro mafioso pentito. Si tratta di Gaspare Mutolo che, come dice Lirio Abbate nel suo articolo dell’Espresso, aveva parlato di un incontro tra Mancino e Borsellino a Roma, circa un mese dopo la strage di Capaci. Il pentito sostiene che dopo l’incontro Borsellino era sconvolto. Perchè? E’ logico pensare che un giudice di tale esperienza e levatura possa essere rimasto sconvolto da affermazioni ovvie sui rapporti tra mafia e Stato? E’ evidente che quel giorno Borsellino sarebbe venuto a conoscenza di informazioni fuori dall’ordinario. Ma quali? Ci può aiutare nella risposta, forse, ciò che accadrà quando, secondo Spatuzza, Cosa Nostra aggancia il suo nuovo referente politico. Da quel momento  in poi,  nel 1994, le sorti del nostro Paese non saranno più quelle di prima.

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Ma Spatuzza dice anche altre cose, secondo il Corriere della Sera del 23 ottobre 2009: “Giuseppe Graviano  [un boss mafioso] mi disse che la persona grazie alla quale avevamo ottenuto tutto era Berlusconi e c’era di mezzo un nostro compaesano, Dell’Utri… mi disse anche che ci eravamo messi il Paese nelle mani”.

Continua Spatuzza nel suo verbale del 6 ottobre scorso, riportato da Attilio Bolzoni su Repubblica del 24 ottobre 2009: “Incontrai [metà gennaio 1994] Giuseppe Graviano all’interno del bar Doney in via Veneto, a Roma. Graviano era molto felice, come se avesse vinto al Superenalotto, una Lotteria. E mi spiega che si era chiuso tutto e ottenuto quello che cercavamo”. Conclude il pentito riferendosi al patto accennato da Giuseppe Graviano: “… Tutto questo grazie a Berlusconi, la persona che aveva portato avanti questa cosa diciamo, mi fa [Graviano] il nome di Berlusconi, io all’epoca non conoscevo Berlusconi, quindi gli dissi se era quello del Canale 5 e mi disse che era quello del Canale 5″.

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Ma dell’Utri se la ride. “Sono tutte grandi cazzate” – dice il senatore già condannato a nove anni di reclusione in primo grado per concorso esterno in associazione mafiosa. Lo scrive il Corriere della Sera del 23 ottobre 2009. Sulle dichiarazioni di Spatuzza si registra anche l’intervento di Ghedini (Pdl), legale del presidente del Consiglio. Ghedini esclude categoricamente che le dichiarazioni di Spatuzza possano essere prese sul serio.

Sarà. Ma ieri, davanti alla Commissione parlamentare antimafia, il Procuratore Piero Grasso non ha avuto peli sulla lingua: “Non c’è dubbio che la strage che colpì Falcone e la sua scorta sia stata commessa da Cosa Nostra. Rimane però l’intuizione, il sospetto, chiamiamolo come vogliamo, che ci sia qualche entità esterna che abbia potuto agevolare o nell’ideazione, nell’istigazione, o comunque possa aver dato un appoggio all’attività della mafia”.

Non vi è dubbio, infatti, che la tecnica della strage di Capaci, sia di natura terroristica. Ricorda in tutto e per tutto i metodi dei narcotrafficanti colombiani, degli “insorti” iracheni e delle squadre neofasciste italiane manovrate dalla Cia.

Giuseppe Casarrubea e Mario J. Cereghino

intervista di Ruotolo a Massimo Ciancimino

Intervista a Salvatore Borsellino

 

Moro, Cirillo e i boss Quando trattare diventa ragion di Stato. Deviato : Pietro Orsatti

Fonte: Moro, Cirillo e i boss Quando trattare diventa ragion di Stato. Deviato : Pietro Orsatti.

Papello le richieste della mafia si inserirono in uno scontro tutto interno alla magistratura siciliana

di Pietro Orsatti su Terra

Su tutta la vicenda della trattativa e del cosiddetto “papello” lo scenario si complica di giorno in giorno. Ormai non si capisce più chi è cosa, chi ricorda o crede di ricordare, chi parla in piena libertà o chi risponde anche tirato per la giacca dagli eventi e dalla pressione. Il procuratore nazionale Antimafia Pietro Grasso, in una recente intervista, sembra dare addirittura per assodato che ci sia stata questa benedetta trattativa, addirittura parla di due diverse fasi, fornisce dettagli, si sbilancia dicendo perfino, dato quantomeno inquietante, che questa trattativa «salvò la vita a molti ministri». Insomma, uno scenario ben più completo di quanto finora offerto stentatamente all’opinione pubblica e ai magistrati da altri smemorati. Le dichiarazioni di Grasso hanno creato molto sconcerto. Possibile che sapesse tanto e che sia stato in silenzio per 17 anni? In molti dicono che la trattativa non venne mai messa in atto, smentendo anche l’improvviso scenario offerto dal capo dell’Antimafia, perché lo Stato non si è mai abbassato a trattare «neppure con le Br». “Neppure”, però, non si può certo dire. Perché se lo Stato non trattò per il caso Moro, ad esempio, trattò, invece – almeno suoi pezzi – nel caso Cirillo. Parliamo del rapimento dell’assessore regionale campano Raffaele [dev’essere un lapsus, si chiamava Ciro, n.d.r.] Cirillo nel 1981, in cui una trattativa ci fu eccome con le Br e grazie all’intermediazione della Nuova camorra organizzata di Raffaele Cutolo. A fare questo parallelo è Luigi De Magistris, ex pm ora europarlamentare, che disegna una similitudine fra trattativa tra Stato e mafie e quella avvenuta nell’81. «Vertici della Dc, Br, camorra di Cutolo, Sismi e Sisde (con la P2) trattarono nel caso Cirillo. Nell’intesa Stato mafia mancano solo le Br». Un azzardo? «Conosco bene le carte del caso Cirillo – spiega l’ex magistrato – perché mio padre, che era giudice in quel processo, scrisse quella sentenza. Le similitudini, gli intrecci, le deviazioni sono evidenti e simili. Pezzi dello Stato deviati che non si sa a chi rispondono e politici che giocano fuori dalle istituzioni. Mi sembra che ci sia tutto». Come è evidente che quello scenario, la trattativa iniziata nel ’92, si inserisse anche in uno scontro interno alla magistratura. Fra conduzioni e indirizzi differenti di intendere l’azione della magistratura all’interno di una delle procure più importanti d’Italia, Palermo. Una sorta di dualismo che si è ripetuto negli anni: da Falcone a Mele, da Caselli a Grasso, appunto.

Quello che Grasso non sa e quello che sa ma non dice

Fonte: Quello che Grasso non sa e quello che sa ma non dice.

Scritto da Marco Travaglio

Sbaglia Antonio Di Pietro quando chiede al procuratore nazionale antimafia Piero Grasso di “fare i nomi di chi gestì questa indecente mercificazione dello Stato” con la mafia. E sbagliano le verginelle violate della commissione Antimafia, i vari Tassone, D’Alia e altri, che scoprono all’improvviso l’acqua calda, fingendo di non sapere che ciò che ha detto Grasso non è frutto di sue scoperte o intuizioni recenti, ma è tutto scritto nelle sentenze definitive di condanna degli esecutori materiali delle stragi: dopo Lima e Falcone, Totò Riina aveva in programma di eliminare una serie di politici (Martelli, Mannino, Andreotti, Vizzini e altri); poi però fu dirottato su Borsellino da un input esterno.

Così, invece dei politici, morirono il povero giudice e, un anno dopo, altri dieci cittadini inermi. Grasso non può invece conoscere i nomi dei politici che avviarono o coprirono quell’immonda e criminogena trattativa con la mafia: li stanno cercando i pm di Palermo, Caltanissetta, Firenze e Milano che indagano sui mandanti occulti di via d’Amelio e delle stragi del ’93 a Milano, Firenze, Roma e sui patteggiamenti retrostanti fra Stato e Cosa Nostra. Sono altre le domande da porre al dottor Grasso. Riguardano la gestione quantomeno “minimalista” o “sbadata” del caso Ciancimino da parte della Procura di Palermo da lui diretta fra il 2000 e il 2005.

Perché la lettera di Provenzano a Berlusconi, sequestrata dai carabinieri nel 2005 a casa di Ciancimino jr., non fu trasmessa ai magistrati del processo Dell’Utri, non fu allegata agli atti del processo al figlio di don Vito, ma fu “dimenticata” in uno scatolone, per giunta strappata e dimezzata?

E perché Ciancimino jr. non fu mai interrogato su quella lettera del capo della mafia al capo del governo, né sulla trattativa del Ros con suo padre?

E perché Grasso, nel 2000, non avvertì i colleghi sulle riunioni in carcere fra l’allora Pna Vigna e i boss (Aglieri e altri) ansiosi di “dissociarsi“ a costo zero, riunioni di cui anche lui era informato, salvo poi dichiarare: “Se ci fosse stato quel patto ci saremmo dimessi tutti”?

E perché il pm Alfonso Sabella, che nel 2001 si oppose ai nuovi maneggi per la “dissociazione” dei boss, fu cacciato su due piedi dalla direzione delle carceri dove lavorava?

E’ troppo sperare in qualche risposta esauriente, o anche per il dottor Grasso e i suoi sostenitori a mezzo stampa fare domande è “delegittimazione”?

Salvatore Borsellino: “Parole Grasso mi sconvolgono”

Salvatore Borsellino: “Parole Grasso mi sconvolgono”.

Roma – 19 ott 2009. ”Mi sconvolgono le parole di Pietro Grasso, da un lato sembra quasi giustificare in alcune sue parole la trattativa con la mafia”. Lo ha detto Salvatore Borsellino, fratello del magistrato ucciso il 19 luglio 1992 in via D’Amelio, a ”24 Mattino” su Radio 24 per parlare di trattativa tra Stato e mafia. ”Io – ha aggiunto Borsellino – ritengo che se e’ vero che la trattativa puo’ aver salvato la vita a qualche politico, allora e’ vero che la trattativa e’ stata barattata con la vita di Paolo Borsellino. Mi sconvolge questo tipo di affermazione”.
”E mi sconvolge anche l’idea di una trattativa – ha detto Borsellino – Io da anni ripeto, prima inascoltato mentre ora mi stanno arrivando conferme anche da parti istituzionali, che mio fratello e’ stato ucciso proprio per la trattativa. Mio fratello costituiva un ostacolo a questa trattativa, ritengo addirittura che la veemenza con la quale si e’ opposto ad essa ha causato la necessita’ di eliminarlo, e anche in fretta. Conoscendo bene mio fratello – ha aggiunto – so che avrebbe portato all’attenzione dell’opinione pubblica questa scellerata trattativa”.
”E’ pazzesco – ha aggiunto ancora Borsellino – che se ne parli oggi, 17 anni dopo. Perche’ Grasso non ha fatto questa affermazione sulla trattativa nel momento in cui Mancino negava che la trattativa ci fosse stata? Perche’ Martelli ha parlato solo ora? Perche’ tante persone nelle istituzioni parlano oggi di cose che, se avessero denunciato 15-16 anni fa, avrebbero potuto cambiare le cose?”. Borsellino e’ tornato anche sul presunto incontro tra suo fratello e l’allora ministro dell’Interno Mancino, il primo luglio 1992 al Viminale, incontro che Mancino ha sempre negato: ”Ma secondo lei – ha detto – devo credere a quello che dice Mancino o a mio fratello che in una sua agenda, quella grigia, in cui appuntava ora per ora i suoi appuntamenti ha scritto proprio Mancino? Io devo credere a mio fratello che non si puo’ essere preconfigurato un falso appuntandosi in un’agenda un incontro che non c’e’ stato a futura memoria”.
”Oggi – ha sottolineato – grazie alle rivelazioni di Ciancimino, al papello, posso arrivare a pensare che non sia stato Mancino a prospettare a Paolo la trattativa perche’ forse Paolo ne era gia’ al corrente. Ma le cose non cambiano perche’ il primo luglio, quando Paolo per me ha incontrato certamente Mancino, ne avra’ sicuramente parlato di questa trattativa. Mancino ostinatamente nega, io – ha concluso – credo a mio fratello piuttosto che a Mancino”.

La trattativa, parte seconda – L’Agenda Rossa di Paolo Borsellino – Il blog di chiarelettere

La trattativa, parte seconda – L’Agenda Rossa di Paolo Borsellino – Il blog di chiarelettere.

di Giuseppe Lo Bianco e Sandra Rizza*

Dopo la morte di Paolo Borsellino, il 19 luglio di diciassette anni fa, si prolungò ancora la trattativa tra Stato e mafia? Proseguì anche dopo la strage di via D’Amelio e dopo gli attentati del ‘93? Il procuratore nazionale antimafia Pietro Grasso è convinto che il patto tra Cosa nostra e le istituzioni non andò in porto perché Riina venne arrestato nel ’93. Ma il ritrovamento della lettera con cui Provenzano chiede a Berlusconi una tv, pena il verificarsi di un ‘evento luttuoso’, saltata fuori durante la perquisizione del 2005 a casa di Massimo Ciancimino (figlio di don Vito, l’ex sindaco mafioso di Palermo), allunga il periodo del ‘negoziato’ fino al marzo del ’94, periodo della nascita di Forza Italia. E apre nuovi scenari investigativi che potrebbero coinvolgere di nuovo il presidente del Consiglio, già indagato per mafia (e poi archiviato per l’impossibilità temporale di concludere le indagini) dalla procura di Palermo. I magistrati palermitani stanno valutando attentamente, infatti, il contenuto della missiva: un foglio A4 tagliato a metà, di cui resta solo la metà inferiore. La lettera é scritta in un italiano sgrammaticato come se, dicono in procura, l’avesse vergata ”uno che sa scrivere, sotto la dettatura di uno che non sa parlare”. Ovvero come se l’avesse scritta Vito Ciancimino sotto la dettatura del boss Provenzano. Un giallo ancora tutto da decifrare con l’aiuto anche del capitano dei carabinieri Angeli, che firmò il verbale di ritrovamento della lettera, e che poco tempo dopo fu sottoposto ad un procedimento disciplinare per non aver seguito ‘’con la dovuta diligenza” le intercettazioni di Ciancimino nell’ambito della ricostruzione della sua ragnatela di affari.

La metà mancante della lettera, intanto, é stata interamente ricostruita in questi giorni dalla memoria del figlio di Ciancimino, assai sorpreso ed impaurito di vedere il foglio A4 mutilato visto che, come ha detto a verbale, ricorda benissimo che per anni fu conservato integro all’interno di un volume dell’enciclopedia Treccani nella casa romana del padre. E sempre integro, egli stesso provvide a trasferirlo a Palermo, quel foglio, dopo la morte del genitore che l’aveva conservato in originale, ha spiegato Massimo, visto che aveva l’ossessione di lasciare le proprie impronte digitali sulle missive che gli recapitava il capo dei capi, Bernardo Provenzano, impegnato, in quel periodo, a traghettare Cosa Nostra verso un approdo più tranquillo, lasciandosi alle spalle la stagione stragista. Per farlo, ha raccontato il boss Luigi Ilardo al colonnello dei carabinieri Michele Riccio, il corleonese Binu avrebbe garantito un profilo basso dell’organizzazione mafiosa in cambio di vantaggi sul pentitismo, amnistia e indulto, e la possibilità di tornare a svolgere attività imprenditoriali ad alto livello. Stessi concetti messi a verbale dal pentito Nino Giuffrè, che sostiene che la trattativa proseguì, dopo le stragi e l’arresto di Riina, per volontà di Provenzano con i nuovi referenti politici Dell’Utri e Berlusconi. E non a caso la lettera è stata depositata agli atti del processo di appello nei confronti del senatore Marcello Dell’Utri, condannato in primo grado a nove anni per concorso in associazione mafiosa.

*Autori de “L’agenda rossa di Paolo Borsellino”

Antimafia Duemila – Grasso: ”Ecomafia nuovo fronte criminalita’ organizzata”

Antimafia Duemila – Grasso: ”Ecomafia nuovo fronte criminalita’ organizzata”.

“L’ecomafia, la gestione dei rifiuti é la nuova frontiera che vede impegnate tutte le mafie”.
Lo ha detto a Sky Uno il procuratore nazionale antimafia Pietro Grasso. Intervistato nel corso di Maurizio Costanzo, Raccontando (la puntata andrà in onda domani sera), Grasso ha sottolineato che la mafia ha ormai “diversificato i propri interessi. Tutti i traffici che danno grossi profitti con pochi rischi di responsabilità sono appetibili per le mafie”, ha detto. Grasso ha anche richiamato l’attenzione su un vuoto normativo: “Manca una legislazione – ha affermato – che punisca soprattutto la fase organizzativa finalizzata al trattamento e alla gestione dello smaltimento dei rifiuti. Ecco perché noi abbiamo chiesto a gran voce una legge che definisca i reati che riguardano l’ambiente. E’ necessario inoltre ottenere tutte le informazioni che riguardano questi reati che molto spesso sono di competenze delle procure ordinarie e non delle procure antimafia. Questo – ha spiegato Grasso – fa sfuggire tutta una parte del fenomeno a una visione globale che possa meglio indirizzare le strategie investigative e quindi la repressione. Con i mezzi e le risorse che abbiamo facciamo veramente i miracoli”.

Antimafia Duemila – Legambiente: ”L’ecomafia ha un giro d’affari di 20,5 miliardi di euro”

Antimafia Duemila – Legambiente: ”L’ecomafia ha un giro d’affari di 20,5 miliardi di euro”.

5 maggio 2009
Più del 48% è concentrato in Campania, Calabria, Sicilia e Puglia: regioni a tradizionale presenza mafiosa

ROMA – L’ecomafia è un business ch non conosce crisi con un giro d’affari stimato attorno ai 20,5 miliardi di euro. E’ quanto emerge dal Rapporto Ecomafia 2009 di Legambiente. Sono 25.776 gli ecoreati accertati: quasi 71 al giorno, uno ogni tre ore. Circa metà, più del 48%, si è consumato nelle quattro regioni a tradizionale presenza mafiosa (Campania, Calabria, Sicilia e Puglia), il resto si spalma democraticamente su tutto il territorio nazionale.

RIFIUTI PERICOLOSI – Il 2008 è l’anno dei record per le inchieste contro i trafficanti di rifiuti pericolosi, ben 25, con un fatturato che supera i 7 miliardi di euro. Tutti soldi sporchi – si legge nel Rapporto – accumulati avvelenando l’ambiente e i cittadini. La montagna di scorie industriali gestite illegalmente dalla «Rifiuti Spa» in un solo anno ha raggiunto la vetta di 3.100 metri, quasi quanto l’Etna. Non è mai stata così alta (31 milioni di tonnellate è la stima nel Rapporto). Questi gli impressionanti numeri dell’Italia sfregiata dal malaffare nella foto puntuale del rapporto Ecomafia 2009 di Legambiente, presentato martedì a Roma, nel corso di una conferenza stampa alla quale hanno partecipato Sebastiano Venneri, responsabile Osservatorio Ambiente e Legalità Legambiente, il procuratore nazionale Antimafia Pietro Grasso, il vicepresidente della commissione Antimafia Fabio Granata, il presidente della commissione sul Ciclo dei rifiuti Gaetano Pecorella, il responsabile Ambiente del PD Ermete Realacci, Enrico Fontana del direttivo Legambiente, il presidente del Copasir Francesco Rutelli e Vittorio Cogliati Dezza, presidente nazionale Legambiente.

LE FORZE DELL’ORDINE – Dal dossier, in positivo emerge la maggiore efficacia degli interventi repressivi da parte delle Forze dell’ordine. Aumentano gli arresti, passati dai 195 del 2007 ai 221 del 2008 (+13,3%) e i sequestri: dai 9.074 del 2007 ai 9.676 dello scorso anno (+6,6%), mentre diminuiscono il numero di reati ambientali (dai 30.124 del 2007 ai 25.766 del 2008), a causa, soprattutto della tendenza da parte delle Forze dell’ordine a concentrare le attività investigative sui reati di maggiore gravità, tali da determinare provvedimenti e interventi repressivi più severi, come l’arresto e il sequestro.

GRASSO – Il procuratore nazionale antimafia Pietro Grasso parlando alla presentazione del rapporto ha detto che contro le ecomafie serve «un osservatorio nazionale. Un osservatorio – ha spiegato Grasso – che può lavorare nella stessa Procura antimafia. «Non tutte le indagini – ha detto – partono come ecomafie, quindi è importante un osservatorio per avere un quadro generale». «Dietro l’ecomafia si è creato un sistema – ha sottolineato Grasso – che cerca di sfruttare questa situazione che ha bisogno di tecnici di laboratorio, trasportatori e altre figure». Secondo il procuratore nazionale antimafia occorre «aggredire il fenomeno in tutti i suoi addentellati criminali». Per questo servono «strumenti giuridici e risorse».

Tratto dal Corriere della Sera

Antimafia Duemila – Sicurezza: Grasso, Ddl limita poteri procuratore antimafia

Antimafia Duemila – Sicurezza: Grasso, Ddl limita poteri procuratore antimafia.

“Nel ddl Sicurezza ora all’esame della Camera è stato introdotto un emendamento che di fatto limita i poteri del procuratore nazionale antimafia”.
A renderlo noto è il Procuratore nazionale antimafia Pietro Grasso al termine della sua audizione nelle riunioni congiunte delle commissioni Giustizia e Affari Costituzionali di Montecitorio che stanno esaminando il provvedimento del governo. Nel codice attuale, infatti, si prevede che il procuratore nazionale antimafia possa esercitare le sue funzioni “in relazione ai procedimenti indicati nell’articolo 51 comma 3 bis”, cioé quelli relativi ai vari reati di mafia. Con la modifica introdotta nel ddl, che ora è parte integrante dell’ articolo 2 del testo (comma 2), questo potere di controllo e impulso dell’antimafia si riduce drasticamente visto che si dice che il procuratore potrà sì esercitare le sue funzioni “in relazione” a tutti i procedimenti indicati dall’articolo 51, comma 3 bis, ma solo se “avviati a seguito della proposta avanzata dai procuratori distrettuali”. Insomma, il procuratore antimafia potrebbe intervenire solo quando la cosa, come dice lo stesso Grasso, “é già arrivata in Tribunale”. “I poteri di impulso e coordinamento che ci erano stati concessi, con un altro decreto Sicurezza, anche sulle indagini preliminari – aggiunge – saranno eliminati con questo emendamento che limita le nostre funzioni”. E “io – spiega – ho chiesto quindi che venga eliminato”.

Grasso: attenzione ai capitali della criminalita’

21 marzo 2009
Napoli. “L’ importanza di questa giornata é data dal numero di presenze, dai ragazzi che vengono da tutta Italia e che testimoniano l’ esistenza di un Paese che magari non si conosce fino in fondo”.

E’ quanto ha affermato da Pietro Grasso, procuratore nazionale antimafia, intervenuto alla 14/ma giornata in memoria delle vittime della mafia. Grasso ha lanciato un allarme sui capitali derivanti dai proventi della criminalità. “In un Paese che vuole legalità, rispetto dei diritti, lavoro e comprensione, voglia di andare avanti – ha detto – è un grande risultato quello di ricordare le vittime perché sarebbe peggio dimenticarle. Dobbiamo essere sempre attenti perché in questo momento di crisi i capitali liquidi di coloro che hanno i contanti provenienti dalla criminalità diventano più potenti e forti”. Secondo Grasso “questi capitali sono in grado di occupare gli spazi delle istituzioni e dell’ economia. Questo è il momento in cui bisogna vedere quale è l’ origine del denaro senza chiudere gli occhi”. “Ognuno deve impegnarsi per dire no alla mafia che è corruzione, favoritismo, un sistema che si infiltra e che – ha concluso – costituisce una zavorra per lo sviluppo e la crescita della società”

Quando la mafia e’ dentro lo Stato

Da http://www.antimafiaduemila.com/component/option,com_docman/task,doc_download/gid,326/Itemid,/, il testo integrale dell’intervento del Procuratore Nazionale Antimafia Pietro Grasso tenuto lo scorso 29 ottobre 2008 a Velletri (RM) per l’inaugurazione dell’Istituto Superiore di Tecniche Investigative dell’Arma. :

Istituto Superiore di Tecniche Investigative dell’Arma dei Carabinieri
Lectio magistralis del Procuratore Nazionale Antimafia:
Il contrasto alla criminalità mafiosa: lo stato della criminalità in Sicilia dopo l’arresto dei vertici di cosa nostra

La criminalità organizzata ed in particolare la mafia è stata spesso rappresentata come una piovra dai mille tentacoli o un cancro della società.
In verità, come affermava Falcone, la mafia non è ne una bestia misteriosa, né una malattia inguaribile. E’costituita da precise organizzazioni composte da uomini, che accumulano danaro, che pongono in essere traffici criminali, che intrecciano rapporti con l’economia, la finanza, la politica e con altre componenti sociali,.
Allora bisogna smantellare le organizzazioni, arrestare gli uomini, sequestrare e confiscare tutte le ricchezze, intervenire efficacemente sui traffici, distruggere le alleanze.
Cosa nostra è l’organizzazione mafiosa per eccellenza, nel senso che sul suo originario modello, sul suo metodo e sulle sue peculiari caratteristiche, che di seguito approfondirò, si è costruita una tipologia utilizzata per definire anche le altre organizzazioni tradizionalmente insediate in alcune regioni del nostro Paese.
La mafia siciliana, Cosa nostra, rispetto alle altre similari organizzazioni, ha delle caratteristiche peculiari, che possono riconoscersi in una struttura unitaria, verticistica, capace di imporre direttive e strategie, che esercita un esasperato controllo del territorio, non disdegnando la ricerca del consenso nell’ambito di un profondo radicamento sociale, col fine ostentato di una partecipazione al potere tramite un interessato rapporto con entità esterne, amministrazioni locali e con la politica.
Sarebbe, d’altronde, del tutto fuorviante e riduttivo tentare di spiegarne la secolare continuità limitandosi a considerarla con esclusivo, o principale, riferimento alla sua, pur violentissima, componente criminale.
La mafia in un passato non tanto lontano è stata una modalità di gestione del sistema di potere e la sua violenza è stata legittimata da una secolare storia di impunità. I nemici erano coloro che mettevano in forse l’assetto di potere e contro di loro ogni mezzo era buono, purché ottenesse lo scopo di eliminarli fisicamente o delegittimarli.
Negli anni ’80 e ’90 la violenza mafiosa era andata oltre i limiti consentiti, colpendo uomini delle istituzioni, alcuni dei quali tanto noti da essere assurti a eroi dell’immaginario collettivo. Una pluralità impressionante di stragi ed omicidi c.d. eccellenti di appartenenti alla polizia giudiziaria, sia dell’Arma dei Carabinieri che della polizia di Stato, magistrati, prefetti, politici, giornalisti, imprenditori, persino sacerdoti, hanno fatto qualificare la sua azione come terrorismo mafioso, proprio per il carattere eversivo riscontrato in un così violento e continuo attacco a rappresentanti delle istituzioni ed a vittime innocenti.
La storia di Cosa Nostra negli ultimi trent’anni è storia di misteri irrisolti. In molti casi le rivelazioni dei pentiti, le inchieste, la celebrazione dei processi hanno chiarito solo in parte l’esatto svolgimento dei fatti. Si può affermare che non c’è mai un omicidio di mafia, commesso al di fuori delle dinamiche interne dell’organizzazione, chiarito in tutte le sue componenti: mandanti interni all’organizzazione, mandanti esterni, esecutori materiali e causali, talvolta plurime, del fatto criminale. E spesso, anche per effetto di questa imprecisione giudiziaria, é prevalsa l’intuizione che Cosa Nostra, in certi casi, altro non sarebbe stata che il braccio armato di poteri occulti in grado di indicare ai mafiosi questioni d’affari o politiche da risolvere, strategie da perseguire, bersagli da colpire. Fra una giustizia dimezzata, quanto ai risultati raggiunti, e una rappresentazione mediatica dietrologica e talvolta troppo fantasiosa, esistono ancora tanti vuoti da colmare, tante verità da ricercare.
Ogni ricostruzione di mafia contiene in sé, quasi inevitabilmente, il suo punto debole. Ad esempio, i delitti Mattarella e La Torre hanno un’alta carica di interesse politico: due politici, di altissimo livello, che consideravano la Sicilia come un possibile laboratorio di nuove esperienze all’insegna della trasparenza. Con la eliminazione fisica di questi due uomini si risolsero d’un sol colpo, tanti problemi che era troppo lungo e complicato risolvere con le logiche e coi tempi della politica e del compromesso.
L’omicidio, dunque, come soluzione anche delle difficoltà della politica. Questa è la grande specificità della situazione palermitana: nessun altro paese ha visto tanti vertici istituzionali decapitati. Ma sarebbe riduttivo affermare che ciò accadeva solo perchè quegli uomini si opponevano all’organizzazione mafiosa. Si opponevano sì all’organizzazione, ma come facente parte di un sistema di potere che è qualcosa di più della semplice organizzazione criminale. Mafia ed altre entità esterne, insomma, si ritrovavano spesso ad avere una coincidenza di interessi.
Il delitto, quindi, era un modo di risolvere anche il problema di un sistema di potere messo in crisi nel suo complesso.
Possiamo arrivare alla conclusione che Cosa Nostra, pur avendo sempre avuto interessi propri, è stata contemporaneamente portatrice di interessi altrui. Entità esterne, almeno in tantissime occasioni, hanno armato la sua mano. Non bisogna infatti presupporre una diversità fra Cosa Nostra e gli altri poteri: i confini molto spesso si confondono.
La convivenza fra Cosa Nostra e il sistema di potere, è molto di più che una semplice ipotesi investigativa. Ecco perché considerare Cosa Nostra un antistato è sempre stato un errore grossolano, così come lo stereotipo del vuoto di Stato, in cui ha avuto la possibilità di infiltrarsi e prendere posizione.
Da un lato Cosa Nostra è fuori e contro lo Stato, perché non ne accetta le leggi, cercando di imporre le proprie regole, dall’altro è dentro e con lo Stato, attraverso le relazioni esterne con suoi rappresentanti della società e delle istituzioni infedeli ed interessati.

Questo è il quadro generale. Questo è il filo conduttore di tante trame.
Nella motivazione della sentenza di primo grado, da me redatta come giudice “a latere” della Corte d’Assise del maxi-processo contro la mafia, a proposito dei cosiddetti omicidi eccellenti, con riferimento alla “contiguità” di determinati ambienti imprenditoriali e politici, che ponevano in luce il vero volto della mafia, sin da allora così scrivevo:
“È lecito supporre che per tali omicidi si sia verificata una singolare coincidenza, ovvero, cosa più probabile, una deliberata convergenza di interessi, rientranti tra le finalità terroristico-intimidatrici dell’organizzazione, ed interessi connessi alla gestione della “cosa pubblica”. Tale ultima ipotesi, se esatta, presuppone un intricato intreccio di segreti collegamenti tra i detentori delle rispettive leve del potere politico e mafioso, che vanno, certamente, al di là della prospettata “contiguità”.
Prendiamo un altro esempio: Falcone era certamente il nemico numero uno di Cosa nostra, ma era anche avversato, specie negli ultimi momenti della sua vita, da tanti centri di interessi, al punto da divenire un magistrato scomodo. L’Italia degli affaristi, degli intrallazzi, della corruzione e degli eterni compromessi, non ha mai accettato la figura di un magistrato impegnato nel recupero globale della legalità. Falcone era molto di più di uno dei tanti magistrati italiani integerrimi. Stava diventando il promotore di una stabile e concreta strategia globale antimafia. Detestava la logica dell’emergenza. Riteneva che il fenomeno andava affrontato con misure che rendessero permanente la straordinarietà dell’intervento, attraverso nuove strutture altamente specializzate di coordinamento delle indagini sia nell’ambito della magistratura che della polizia giudiziaria. Falcone non si sarebbe mai accontentato di un ridimensionamento dell’ organizzazione mafiosa. Il suo obiettivo era aggredire proprio quella specificità che faceva di Cosa Nostra uno dei soggetti che partecipava al sistema di potere. Ecco perché la sua presenza era ingombrante proprio per il potere. Ecco perché non furono solo i mafiosi a sentirsi danneggiati dalla sua azione passata e presente, nonché insidiati dalla sua attività futura. Identica opinione può sostenersi per Borsellino, chiamato a raccoglierne la pesante e pericolosa eredità.
Del resto il terrorismo-mafioso ha trovato più volte definitiva consacrazione in sentenze, divenute irrevocabili, nelle quali è stato riconosciuto il carattere “eversivo” assunto dalla criminalità organizzata in talune occasioni: possono ricordarsi, ad esempio, quelle emesse relativamente alla strage al treno rapido 904 Napoli-Milano del 23.12.1984, in ordine alla quale emersero commistioni fra cosa nostra e camorra e la destra eversiva napoletana nonché, in tempi più recenti, le sentenze relative alle stragi avvenute in Roma, Firenze e Milano nel 1993 e 1994.
Del resto, Cosa Nostra ha una propria strategia che può, in senso generale e astratto, con le dovute precisazioni, definirsi politica. L’occupazione e il governo del territorio in concorrenza con le autorità legittime, il possesso di ingenti risorse finanziarie, la disponibilità di un esercito clandestino e ben armato, il programma di espansione illimitata, tutte queste caratteristiche ne fanno un’organizzazione che si muove secondo logiche di potere e di convenienza, senza regole che non siano quelle della propria tutela e del proprio sviluppo.
La strategia politica di Cosa Nostra non è mutuata da altri, ma imposta agli altri con la corruzione e la violenza.
Si potrebbe osservare che non sempre sono necessarie l’imposizione, la corruzione e la violenza; spesso la strategia politica mafiosa si fonda sull’interazione e sul consenso, frutto della comunanza di interessi e della condivisione di codici culturali.
I mafiosi affiliati a Cosa nostra e ad altre associazioni similari sono poche migliaia e quasi tutti con un bagaglio culturale molto scarso; sia per le attività illegali complesse, come i traffici di droghe e di armi, il riciclaggio del denaro sporco, e ancor più per le attività legali, a cominciare dagli appalti di opere pubbliche, la cooperazione di vari soggetti, appartenenti alle classi medio-alte e comunque meglio dotati sul piano delle conoscenze e delle esperienze, è assolutamente indispensabile.
Immaginate analfabeti o semianalfabeti come Totò Riina e Bernardo Provenzano cimentarsi da soli e con altri loro pari con i traffici internazionali, con il riciclaggio dei capitali, con gli investimenti, con le speculazioni in borsa.
Per quanto riguarda l’evoluzione storica, rispetto allo stereotipo mafia vecchia – mafia nuova, secondo cui a una mafia rispettosa delle regole e delle istituzioni si sarebbe in certi momenti avvicendata una mafia eversiva e stragista, è più vicino alla realtà ricostruire lo sviluppo del fenomeno mafioso, come del resto di tutti i fenomeni di durata, come un intreccio di continuità e trasformazione-innovazione, per cui convivono la persistenza di alcuni aspetti, come, da un lato, la signoria territoriale ed il rispetto delle strutture tradizionali, e dall’altro, l’elasticità e la capacità di adattarsi ai mutamenti del contesto sociale ed economico e di coglierne le opportunità.
Nelle formulazioni di uso comune i rapporti tra mafia e contesto sociale vengono letti nell’ottica separatezza-infiltrazione (si parla infatti di mafia e economia, mafia e potere, mafia e politica, mafia e istituzioni ecc.), come se si trattasse di mondi diversi, in contatto tra loro per una sorta di disfunzione patologica. Bisogna rifuggire da una duplice tentazione: la generalizzazione (per cui tutto è mafia: capitalismo, Stato ecc. = mafia) e il riduzionismo, che considera impraticabile qualsiasi tentativo di analisi complessiva.
In Sicilia, secondo recenti rilevazioni, i gruppi criminali di tipo mafioso conterebbero circa 5.500 affiliati, cioè lo 0,11% della popolazione, che ammonta a circa 5 milioni (uno su mille). Una battaglia uomo ad uomo non avrebbe storia e allora perché non si riesce a debellare questo fenomeno?
L’aspetto probabilmente più caratterizzante della criminalità organizzata siciliana è la presenza di un’area “grigia” della società costituita da elementi o gruppi che, pur non facendo parte integrante dell’organizzazione, stabiliscono con essa contatti, collaborazioni, forme di contiguità più o meno strette.
Nel rapporto tra mafia e società è dunque rinvenibile un blocco sociale mafioso che è di volta in volta complice, connivente, o caratterizzato da una neutralità indifferente. Tale blocco comprende in primis una “borghesia mafiosa” fatta di tecnici, di esponenti della burocrazia, di professionisti, imprenditori e politici che o sono strumentali o interagiscono con la mafia in una forma di scambio permanente fondato sulla difesa di sempre nuovi interessi comuni.
La cosiddetta “zona grigia” rappresenta a ben vedere la vera forza della mafia: essa è costituita da individui e/o gruppi che vivono nella legalità e forniscono un fondamentale supporto di consulenza per le questioni legali, gli investimenti, l’occultamento di fondi, la capacità di manovrare l’immenso potenziale economico dell’organizzazione criminale.
Pregresse indagini, attraverso intercettazioni ambientali, hanno colto un medico che reggeva la famiglia mafiosa di Brancaccio, dedicarsi di mattina in sala da pranzo alla cura degli affari che riguardavano le attività criminali del mandamento: attività estorsiva, gestione della c.d. cassa, sostegno ai detenuti e rispettive famiglie, reclutamento dei nuovi affiliati, neutralizzazione di un associato che aveva iniziato a collaborare, rapporti e contatti con gli altri capi, etc. Il pomeriggio, invece, spostatosi nel salotto “buono” si dedicava al sostegno di candidati alle consultazioni elettorali regionali, al controllo illecito dei flussi di spesa pubblica, ad influenzare le procedure amministrative di nomina di medici e primari nel settore della sanità regionale, ad orientare ai proprio interessi le procedure comunali in materia di modifiche al piano regolatore, infine, anche a ricercare rapporti con giornalisti e vertici nazionali di uno schieramento politico al fine di trovare soluzioni a livello mass-mediatico e politico favorevoli a Cosa Nostra (abolizione ergastolo, 41 bis O.P., legge sui pentiti, etc.).
Nel corso delle conversazioni si evidenziavano anche precisi riferimenti alla necessità di inserire tra i funzionari della Regione Siciliana operanti a Bruxelles un tecnico “amico”, che potesse fornire in anticipo precise informazioni sugli orientamenti dei flussi di finanziamento verso determinate materie e iniziative, in modo da poter “mettere il cappello” sulle opere pubbliche più appetibili.
Quando ero Procuratore a Palermo sono state svolte indagini veramente emblematiche sotto questo profilo. Alludo a quelle, in cui un assessore regionale, addirittura, dava suggerimenti ad un capomafia dell’agrigentino per creare una crisi nella giunta comunale e poter poi attuare, esautorati gli assessori contrari, i propri disegni politici. In questo caso si è arrivati al punto di ribaltare i rapporti: non più di intermediazione, ma addirittura di suggerimento sulle soluzioni politiche da creare al Comune per potere soddisfare le richieste mafiose.
Ovvero, come nel caso della successiva indagine «Gotha», l’instaurazione di rapporti in cui si cercava di utilizzare per la candidatura alle elezioni amministrative persone molto vicine, addirittura legate da vincoli di parentela con soggetti appartenenti all’organizzazione mafiosa.
Per citare un altro esempio, ricordo che tale ribaltamento di prospettiva era stato – fra la fine del 1993 e l’inizio del 1994 – addirittura teorizzato dall’allora reggente capo di Cosa nostra, Bagarella: ad un suo collaboratore diceva che dovevano smetterla di farsi prendere in giro dai politici come lo zio Totò (cioè Salvatore Riina), e che dovevano ormai entrare a piè pari nella politica, perché così nessuno poteva più scherzare, e se si sbagliava e non si faceva ciò che loro richiedevano, sapevano bene quale era la sanzione.
Un’altra indagine molto indicativa sotto questo aspetto è quella sul comune di Villabate, nel corso della quale si è accertato che un politico locale, con ottimi rapporti con i referenti nazionali e con gli uffici pubblici romani, era, al contempo, presidente del consiglio comunale, dirigente di una filiale di banca e favoreggiatore di Provenzano al quale procurava il documento con cui espatriare a Marsiglia, per sottoporsi all’operazione per un tumore alla prostata, che ne stava mettendo in crisi la latitanza. Tutto ciò, per dare degli esempi del condizionamento, dell’infiltrazione della criminalità organizzata negli enti locali e in quelle situazioni ambientali che ancora oggi non appaiono assolutamente fuori da questo contesto e che, purtroppo sono presenti in altre realtà del Sud.
Indagare sulla mafia è un compito difficile ma insieme entusiasmante, presuppone la conoscenza e la comprensione di un fenomeno, non solo criminale, che, in una sostanziale continuità, si trasforma e si adatta al variare dell’intensità della repressione, delle condizioni sociali, economiche e politiche.
La mafia del latifondo, la mafia urbana, la mafia dei mercati, la mafia edilizia, la mafia della droga, la mafia degli affari e così via, non sono che i vari modi di chiamare la stessa organizzazione in relazione all’attività prevalente del momento, in genere quella che dà i maggiori profitti illeciti col minimo rischio di responsabilità penali.
Oggi, nonostante gli esaltanti successi raggiunti sia sotto il profilo repressivo che preventivo dal punto di vista patrimoniale (a Palermo sono stati sequestrati in 10 anni beni per un valore di 12 mila miliardi di vecchia lire), non può essere sottovalutato il pericolo concreto rappresentato dalla criminalità mafiosa. L’esperienza vissuta ci insegna che se si allenta la pressione investigativa, l’attenzione delle istituzioni e della politica, l’organizzazione piano piano, nonostante i colpi ricevuti, si ristruttura, si riorganizza, si rafforza economicamente, riprende le relazioni esterne, temporaneamente interrotte per il timore delle indagini.
Certo, abbiamo raggiunto dei grossi successi come la cattura di Provenzano, ma è stata frutto di un progetto investigativo, perseguito negli anni e che via via ha portato a far terra bruciata di tutto il regime di affari, di appalti che gli stava intorno. Poi si è passati ad arrestare i prestanome, poi coloro che ne gestivano la latitanza direttamente sotto il profilo logistico, alimentando il sistema di comunicazione attraverso i”pizzini”. Successivamente si è arrivati a scoprire anche alcune «talpe» nelle istituzioni, che certamente facevano uscire «spifferi» – sulle indagini – che arrivavano alla mafia. Provenzano alla fine è stato costretto a rivolgersi all’ambito strettamente familiare ed amicale. La conclusione positiva è stata frutto di questo progetto investigativo, perseguito da quando sono arrivato a Palermo come Procuratore della Repubblica con il contributo decisivo (per eccezionale livello professionale, dedizione e spirito di sacrificio, qualità e quantità delle risorse umane e tecnologiche impiegate), non solo delle strutture investigative della Polizia di Stato (Servizio Centrale Operativo e Squadra Mobile di Palermo) ma anche dell’Arma dei Carabinieri (Raggruppamento Operativo Speciale, Reparti Territoriali di Palermo e Monreale), cui va il mio personale plauso e penso quello dell’intero Paese.
Infine, la più importante operazione nel contrasto all’organizzazione Cosa Nostra degli ultimi anni è costituita da quella denominata “Gotha”, che ha permesso la ricostruzione anche storica delle vicende di mafia degli ultimi 25 anni.
Le conversazioni intercettate hanno riguardato gli argomenti più disparati, dalla censura di Papa Giovanni Paolo II per la dura condanna della mafia ad Agrigento alla ricerca di una raccomandazione per un esame universitario, alla valutazione sull’opportunità di procedere all’eliminazione di un “Capofamiglia” la cui nomina veniva ritenuta “illegittima”.
I dialoghi, captati con estrema difficoltà dentro un gabbiotto in lamiera ove i mafiosi si riunivano, hanno avuto per oggetto l’attuale organizzazione dell’associazione mafiosa; i rapporti tra le sue diverse articolazioni e i loro esponenti di vertice, in un gioco assai complesso ed estremamente fluido di alleanze e di contrapposizioni; il ruolo di vertice di PROVENZANO Bernardo; i rapporti degli associati con imprenditori e uomini politici; le attività criminali volte al controllo del territorio ed all’acquisizione di risorse economiche (progetti omicidiari, estorsioni, danneggiamenti, istruzioni per il perfetto killer, etc….), le dinamiche interne dell’associazione negli anni della “guerra di mafia” e alcuni dei delitti più gravi allora commessi.
Il profitto, il danaro è la ragione d’essere del crimine organizzato, portarglielo via è la soluzione, trovarlo il problema.
E’ noto che le principali attività criminose nelle quali si realizza l’accumulazione di ricchezza illecita da parte di Cosa nostra (fase dell’accumulazione primaria) sono costituite dalle estorsioni, dalla gestione illecita degli appalti pubblici e dal traffico di sostanze stupefacenti, cui di recente si sono aggiunte anche altre lucrose attività (la gestione delle lotterie e delle scommesse clandestine, l’illecito smaltimento dei rifiuti ecc.).
Cosa nostra ha sempre cercato di rendere invisibile il suo patrimonio, tentando di nascondere o quanto meno di mimetizzare le sue ricchezze.
Al di là di alcuni dati che incidono sulla vita generale dell’organizzazione (la fine delle stragi e di altri delitti eclatanti, il ricorso all’omicidio come estrema ratio ecc.), due cambiamenti nell’azione di Cosa nostra hanno avuto immediata ripercussione anche sotto l’aspetto economico: la diversa strategia nel settore delle estorsioni (riscossione a tappeto per somme limitate, che molto difficilmente inducono la vittima a denunciare il reato), ed il mutato ruolo dell’organizzazione nel traffico internazionale degli stupefacenti (niente più raffinerie di eroina, ma sempre più stretti legami con la ‘ndrangheta calabrese per l’importazione della cocaina), hanno reso più difficile il compito di ricostruire i percorsi del denaro investito ed – ancor più – di quello ricavato.
Della eccezionale gravità del fenomeno mafioso e, insieme, della importanza della sua repressione ai fini della più ampia azione di contrasto alla criminalità organizzata si è presa da tempo coscienza anche in sede internazionale.
Del resto Cosa Nostra, ben consapevole degli enormi guadagni che può garantire il traffico degli stupefacenti ha stretto alleanze con altre associazioni criminali, italiane e straniere, come dimostrano accertati collegamenti tra esponenti di “cosa nostra” ed esponenti della ‘ndrangheta, della camorra e della Sacra Corona Unita, da un lato; e, dall’altro, con associazioni criminali del resto d’Europa e, principalmente, dell’Albania, dei Paesi dell’Est europeo, della Turchia e dell’America Latina (Colombia e Argentina).
La recente cattura di Lo Piccolo Salvatore, colui che avrebbe voluto prendere in mano le redini dell’organizzazione, l’ultimo dei componenti della Commissione provinciale di Palermo, ha definitivamente decapitato l’organizzazione.
Ancora oggi, nonostante i gravi colpi ricevuti, con la quasi totalità dei componenti del suo organismo di vertice a scontare l’ergastolo nelle patrie galere, attraverso il sistema delle estorsioni, delle intimidazioni diffuse, degli attentati incendiari, dell’inserimento nel mondo dei pubblici appalti, continua comunque ad esercitare un pesante, violento ed esteso controllo sulle attività economiche, sociali e politiche nel territorio.
Proprio le indagini dirette alla cattura dei più importanti latitanti di Cosa Nostra palermitana continuano a svelare progressivamente l’esistenza di una vasta rete di fiancheggiatori nei più svariati settori della società e dell’economia, evidenziando la perdurante ed estrema pericolosità dell’organizzazione mafiosa, nonché la sua straordinaria capacità di infiltrare il tessuto economico e sociale e il mondo della politica e dell’amministrazione.
In sintesi, si può convenire che è in atto una fase di transizione i cui esiti non sono prevedibili con certezza, sia per quanto riguarda il futuro definitivo assetto di vertice, sia l’indirizzo politico-criminale dell’organizzazione.
In particolare, per quanto riguarda i prossimi scenari, non è possibile prevedere con ragionevole certezza quali saranno – dopo l’arresto di Bernardo PROVENZANO e di Salvatore LO PICCOLO – le strategie di Cosa Nostra; in particolare, non è possibile prevedere se continuerà la strategia (finora perseguita) di “sommersione” ovvero se prevarranno i fattori di instabilità e di crisi, collegati alla situazione dei capi condannati in via definitiva all’ergastolo, che potrebbero provocare un improvviso deterioramento dei precari equilibri interni, sia a causa di iniziative concertate con talune fazioni dell’organizzazione mafiosa, sia per iniziativa di gruppi o soggetti emergenti, decisi a sottrarsi alle direttive generali e a ridisegnare nuove geografie interne del potere.
Ora non v’è dubbio che il mafioso che sarà in grado di accumulare nuovamente enormi profitti, di controllare parti rilevanti del territorio, di influenzare a suo favore i flussi della spesa pubblica, non potrà non difendere il suo potere tentando di piegare le istituzioni ai suoi interessi, tentando di procurarsi una stampa connivente e ammiccando alla politica.
Un sistema di relazioni informali, basato sul principio dell’amicizia strumentale, sostituisce spesso l’esercizio dei diritti di cittadinanza e lascia spazio a forme di appartenenza ed intermediazione alternative e spesso illegali.
In una situazione in cui il proprio ruolo sociale, la propria credibilità professionale, la propria possibilità di scambio, contatto, inserimento, dipendono strettamente dalle proprie conoscenze l’atteggiamento prevalente non è il rifiuto degli equilibri consolidati qualora essi vedano il prevalere di elementi mafiosi, ma piuttosto il compromesso.
Il politico influente, l’imprenditore stimato, l’uomo d’onore fanno parte di una rete di amicizie strumentali alla quale si cerca di connettersi, in mancanza di altre reti di rapporti basate su valori diversi (onestà, capacità professionale, affidabilità, ecc.). Per cui, al di là delle grandi dichiarazioni di principi, degli schieramenti politici, degli spazi istituzionali di dibattito e di azione, si strumentalizzano i rapporti interpersonali, “amicali”, per prendere le decisioni, per fare affari, per veicolare capitali, conoscenze, persino identità, e questo in particolar modo negli ambienti affaristici.
La legalità è la forza dei deboli, delle vittime dei soprusi e delle violenze dei ricatti del potere. Perché la mafia attenta a tutti questi valori, perché è violenza, sopraffazione, intimidazione, prevaricazione, collusione, corruzione, compromesso, contiguità complicità. La mafia è eclissi di legalità. Forte e diffuso è il rischio di un assordante silenzio, della disattenzione, dello sconforto, della rassegnazione, della rimozione, del rifugio nel mito di martiri ed eroi in una oleografia staccata dalla realtà di oggi.
Finché la mafia esiste bisogna ricordarlo, parlarne, discuterne, reagire. Il silenzio è l’ossigeno grazie al quale i sistemi criminali, la pericolosissima simbiosi di mafia economia e potere, si rafforzano, si riorganizzano.
I silenzi di oggi saremo destinati a pagarli più duramente domani, con una mafia sempre più forte, con cittadini sempre meno liberi.
Come Procuratore Nazionale Antimafia non posso che pensare alla repressione, con tutte le mie forze, con tutto il mio impegno, di tutti i traffici illeciti, di tutte le mafie nazionali e straniere, dovunque si trovino, ma oggi ho bisogno anche della collaborazione della società tutta e dei giovani in particolare.
Io sto dalla parte dell’antimafia concreta, dell’antimafia della repressione e dell’antimafia che chiede consenso e aiuto a tutte le altre componenti della società, dell’antimafia della speranza.
Oggi abbiamo la piena conoscenza della realtà sociale in cui viviamo e del suo condizionamento da parte di tanti fattori come la mafia e nessuno può più accampare alibi. Oggi si può, si deve, scegliere da che parte stare.
Per fortuna ci sono tante iniziative, tanti cambiamenti che lasciano ben sperare. Imprenditori che denunciano il racket, i giovani di Addio Pizzo, Confindustria siciliana pronta ad espellere chi sottosta all’estorsione, una madre spinta alla collaborazione con la giustizia dalle figlie educate dalle insegnanti alla legalità e così via. Purtroppo si tratta di iniziative ancora isolate che devono coordinarsi coi tanti movimenti antimafia, come Libera, la fondazione Falcone, la fondazione Caponnetto, Riferimenti in Calabria, ed altre iniziative del genere promosse nel Paese. Come i giovani di Locri che sotto lo sguardo perplesso, se non pavido, degli adulti, hanno osato scendere in piazza per ridare speranza e dignità ad una regione abbandonata come un vuoto a perdere e hanno urlato, rompendo il secolare silenzio: “ora ammazzateci tutti!!!” Un grido disperato per non fare cancellare del tutto la Calabria dai progetti dell’economia, della cultura, della politica, che è diventato, così l’ho inteso io, un inno alla resistenza: “siamo disposti a morire per non far morire la Calabria tutta”. Questi giovani, che sono riusciti, insieme a quelli di Addio Pizzo, a quelli contro il racket e la Camorra, a creare una rete telematica, virtuale e virtuosa, tra i giovani di tutta Italia, sono la nostra Speranza. La speranza di riconquistare spazi per una forte azione antimafia nell’unità dei movimenti della società civile.
Allora cerchiamo questi spiragli di speranza di farli diventare brecce, dei varchi attraverso cui gli eserciti dell’antimafia riconquistino le posizioni perdute.
La magistratura, ben consapevole che non appena si allenta la presa, la morsa della repressione, il nemico riconquista le posizioni perdute, non ha mai mollato. Pur con alterne vicende, fortune, errori, successi, insuccessi, si è sempre distinta come testimonianza di un impegno, di un esempio, che possa far guardare ad essa come preciso e visibile punto di riferimento nel contrasto alla mafia.
Al Presidente della Corte di Assise che lo interrogava nel corso del processo per la strage di Capaci, Buscetta riferì che Falcone, a lui che prevedeva che sarebbe stato preso per pazzo e che non sarebbero sopravvissuti a quell’avventura, ripeteva sempre: “non importa dopo di me ci saranno altri magistrati che continueranno”.
Dopo la strage di Capaci, Borsellino, sebbene fisicamente e moralmente distrutto per la perdita del suo compagno ed amico Falcone, si assunse la sua pesante eredità con la precisa consapevolezza che presto avrebbe seguito il suo destino; aveva deciso di continuare e si era buttato senza un attimo di tregua nelle indagini, imponendosi ritmi massacranti con l’ansia di una vera lotta contro il tempo.
Questo il suo grande insegnamento: “Andare avanti pur sapendo quale destino ti attende”.
Noi magistrati, con al nostro fianco le forze di polizia, ci siamo stati, ci siamo e ci saremo sempre nel contrasto alla mafia e a qualsiasi tipo di criminalità e di illegalità, nell’estenuante ricerca della verità e della giustizia.
Siamo tra quelli, ingenui o idealisti che ancora credono che in Italia si possa riuscire a processare, oltre ai mafiosi ed agli autori delle stragi, anche la mafia dei colletti bianchi, gli infiltrati nelle istituzioni, i corruttori di giudici, di pubblici funzionari e di politici, coloro che creano all’estero società fittizie per riciclare denaro sporco e tutte le illegalità anche le più piccole. Si sappia che noi magistrati andremo avanti a tutta forza.
Ci impegneremo ancora di più nel nostro lavoro, con la massima professionalità, cercheremo di accelerare anche di un sol giorno il lento procedere della giustizia.