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ComeDonChisciotte – CASO MARRAZZO – TRANS, CLAN E ROS

Fonte:ComeDonChisciotte – CASO MARRAZZO – TRANS, CLAN E ROS.

DI RITA PENNAROLA
lavocedellevoci.it

Anche nel caso Marrazzo, proprio come era avvenuto nei mesi precedenti per il Noemi-gate, al di la’ del clamore gossipparo si nasconderebbe ben altro, con la storia dei quattro carabinieri pronti a vendersi per pochi soldi che comincia a fare acqua da tutte le parti. Ricostruiamo per la prima volta il dietro le quinte piu’ inquietante. Che potrebbe condurre fino a Servizi e Casalesi.

La domanda, in fondo, e’ semplice. Eppure nessuno, finora, se l’era posta: perche’ mai quattro carabinieri, almeno due dei quali con un curriculum di tutto rispetto all’interno dell’Arma, dovevano cacciarsi in un affare sporco da piccoli e maldestri ricattatori, con tanto di confessioni platealmente rilasciate e poi ritrattate, ricostruzioni pasticciate e, soprattutto, senza avere mai effettivamente incassato nemmeno un euro dal presunto ricatto?

Il caso e’ lo scandalo dell’ex governatore del Lazio Piero Marrazzo, habitue’ di numerosi transessuali e pusher nella zona di via Gradoli, nonche’ cocainomane confesso. I quattro carabinieri sono il maresciallo capo Nicola Testini di Adelfia (Bari), il brindisino Carlo Tagliente, Luciano Simeone di Napoli ed Antonio Tamburrino di Parete (Caserta).

«Per chiunque abbia un minimo di conoscenza degli ambienti investigativi – taglia subito corto un esperto di intelligence – la questione dei quattro carabinieri, definiti “mele marce” (anche dal loro superiore, il generale Vittorio Tomasone, ndr) appare quanto meno incredibile. Ma basta anche il semplice buon senso: a che scopo rischiare la galera e la fine della carriera per una somma come quella emersa dalle indagini, al massimo di 50 mila euro, che divisa in quattro non avrebbe consentito neppure di acquistare un’utilitaria a testa?».

Ma le stranezze, su quei militari in servizio alla stazione Trionfale di Roma, non finiscono qui. Passato l’effetto shock dei primi giorni, a distanza di un mese dallo scoppio della vicenda qualcuno comincia a domandarsi perche’ siamo stati fin qui subissati di immagini dei trans in tutte le pose, di Marrazzo in mutande e degli avvocati, ma mai neppure una foto e’ trapelata dei quattro, contrariamente a quanto avviene in qualsiasi servizio di cronaca giudiziaria, con gli inquirenti che rilasciano immagini segnaletiche delle persone finite in manette, anche se sono finanzieri, poliziotti o carabinieri in servizio. Accadde, per esempio, quando finirono sotto accusa i carabinieri che causarono la morte di Carlo Giuliani. Il primo ad essere sbattuto sotto i riflettori fu proprio lui, il giovanissimo Mario Placanica, che verra’ poi riconosciuto – e scagionato – come autore materiale del delitto. Un fantasma, quello di Genova, forse non poi cosi’ lontano da questa storia. E vedremo perche’.
Torniamo ai quattro militari di Roma. Cosa giustifica tanta riservatezza sui loro volti? Viene in qualche modo riconosciuta ai quattro una sorta di “protezione” magari perche’ qualcuno, dall’alto, si e’ servito di loro?

A questi interrogativi si aggiunge l’appello accorato di Maria Rosa Valletti. Di professione e’ avvocato, la moglie del maresciallo Testini, impegnata anche in politica come consigliere comunale del Pd ad Adelfia e componente del Nucleo di valutazione dell’Asl di Bari. Una reputazione specchiata, la sua, non meno di quella del marito, famiglia di carabinieri, a cominciare dal padre. Mai una macchia. «Ci sara’ un giorno in cui potro’ gridare l’innocenza di mio marito – dichiara fin dal primo momento – e quel giorno arrivera’, perche’ mio marito e’ innocente». «Di piu’ – aggiunge il 28 ottobre – non voglio e non posso dire, perche’ ho una vita e una famiglia da proteggere in questo momento».

Sara’ l’unico ad essere rimesso in liberta’ dal Riesame, il maresciallo Testini, lo scorso 11 novembre. Resta a Regina Coeli Tagliente, a Rebibbia Simeone; va ai domiciliari nella casa di famiglia a Parete, in provincia di Caserta, Antonio Tamburrino. Due settimane dopo, Maria Rosa Valletti risponde al telefono con voce cortese, come sempre, ma ferma: «abbiamo scelto di non rilasciare dichiarazioni per non turbare il corso delle indagini – dice – ma mi fa piacere che si comincino a ricostruire con maggiore chiarezza i contorni di questa vicenda. Scrivetelo: mio marito ed anche i suoi colleghi arrestati hanno una storia limpida. Mi dispiace per i due che sono rimasti in carcere, non c’e’ giorno che io non pensi a loro».

Le incongruenze si fanno sempre piu’ macroscopiche. E dalla cappa di fumo – anche quello che ha avvolto per sempre il corpo di Brenda, il trans “che sapeva troppo” – cominciano ad emergere i contorni di una gigantesca macchinazione, di cui i quattro esponenti dell’Arma potrebbero risultare solo le pedine mandate in avanscoperta, loro malgrado, per obbedire ad ordini superiori.
Bruno Von Arx ha la fama di essere – a Napoli, ma non solo – fra i penalisti piu’ stimati. I suoi clienti non sono quasi mai persone qualsiasi. Attualmente nell’intricato caso giudiziario Global Service che ha travolto Alfredo Romeo e una ventina di altri indagati, Von Arx segue personalmente la difesa dell’imprenditore partenopeo. E nel non meno clamoroso ciclone che coinvolge Clemente e Sandra Mastella, e’ sempre Bruno Von Arx ad aver assunto la difesa di un protagonista, il numero uno Arpac Luciano Capobianco.

«Ma quali “mele marce” – esordisce il penalista dal suo studio di Santa Lucia – qui sono state fatte ricostruzioni del tutto inverosimili. Per le accuse che sostengono a tutt’oggi la custodia cautelare del mio assistito Luciano Simeone, vale a dire i reati che sarebbero stati commessi durante l’irruzione in via Gradoli, c’e’ solo la parola di Marrazzo contro la sua, manca qualsiasi altro riscontro oggettivo». Ad avvalorare il ragionamento di Von Arx c’e’ almeno una circostanza: il giovane carabiniere Simeone si era finora distinto per una carriera lineare, in cui brillava per giunta il solenne encomio ricevuto per i soccorsi prestati durante il terremoto di San Giuliano di Puglia. Una famiglia della Napoli piccolo borghese, la sua: lavoratori, mai problemi con la giustizia e, anzi, oltre al figlio carabiniere, un altro nella polizia di Stato. Perche’, allora, andarsi a cacciare in una brutta storia di droga, trans, filmini hard e ricatti, che anche agli occhi di un pivello sarebbe apparsa subito per quello che era, una trappola mortale? E perche’ farlo per i quattro soldi che si potevano ricavare piazzando il filmino dopo le lunghe e defatiganti (oltre che ancor piu’ rischiose, come si evince dalla ricostruzione della vicenda) ricerche dell’acquirente? Lo stesso fatto che tardi ad arrivare – e che, anzi, non arrivi per nulla – quell’acquirente, e’ un particolare eloquente per chi conosce l’ambiente dei paparazzi. «Quel filmato, che normalmente sarebbe andato a ruba – prova ad azzardare la spiegazione un anziano fotografo, con lunga esperienza negli scatti segreti ai vip – doveva in realta’ servire a far scoppiare il caso giudiziario. E non certo a finire sui giornali. Tanto e’ vero che nessuno lo ha comprato».

Uno scenario che va guardato, insomma, dietro le quinte. E ricorda in qualche modo la regia occulta tante volte evocata per i fatti di Genova (benche’ la morte di un ragazzo colpito da un proiettile d’ordinanza alla fronte e schiacciato sotto un defender dei carabinieri, non abbia mai meritato neppure l’approfondimento di un processo). A distanza di otto anni e passa, sembra che a pagare sia stato – oltre a Carlo – solo lui, il “Placanica di turno”, che di tanto in tanto torna alle cronache, come nei giorni scorsi, per i brutti scherzi (ora e’ accusato di molestie ad una bambina) che gli fa la sua mente. E tutto da quel maledetto giorno quando – stando ai riscontri fotografici – al giovanissimo in divisa qualcuno, molto in alto, ordino’ di confessare che si’, a sparare era stato proprio lui. E non quel suo superiore di elevato grado che si intravede nella sequenza di quei tragici momenti.

LA MACCHINA DA GUERRA

Torniamo a Roma. A quella colossale “macchina da guerra” della quale, pur con qualche cautela, parla anche Von Arx alla Voce: «Si continua a fare una distinzione semplicistica, in questo caso, fra “buoni” e “cattivi”. Ma le cose sono ben piu’ complesse…». Complesse magari al punto da lasciar ipotizzare, con una buona sequenza di riscontri, una macchinazione ordita forse all’interno della stessa Arma, coi quattro carabinieri costretti in qualche modo ad obbedire? «La nostra professione – risponde Von Arx – ci obbliga a stare alle carte. Dalle quali, ovviamente, uno scenario simile non emerge. Ma se c’e’ stata una macchinazione, guardi, mio parere e’ partita da ambienti ben piu’ in alto dell’Arma dei Carabinieri…».
Ci siamo arrivati. Eccoci a un passo da quei servizi segreti che, in casi giudiziari come questo, aleggiano dietro ogni particolare della vicenda. Dalle trattative Stato-Mafia che emergono oggi sulla cattura di Toto’ Riina (con i magistrati di Palermo che solo ora si presentano dinanzi a Gianni De Gennaro chiedendo di “aprire gli archivi” del Sisde) fino a vicende come il rapimento di Abu Omar (su cui si comincia a far chiarezza), vengono alla luce manovre sempre piu’ torbide e pervasive, spesso ordite con lo scopo di coprire altre vicende o depistare le indagini e l’opinione pubblica.
Ma chi aveva interesse a tendere quella trama di finti ricatti – e ancor piu’ risibili tentativi di ricettazione – che si addebitano ai carabinieri della Trionfale? Quali sono, in questa vicenda, le vere poste in gioco?

Proviamo a guardare il contesto istituzionale dentro cui maturano i fatti. E partiamo dall’ex comandante del Ros e generale del Sisde Mario Mori, da oltre un anno al fianco del sindaco Gianni Alemanno in qualita’ di consulente per la sicurezza urbana. Alemanno aveva voluto accanto a se’, nel giugno 2008, proprio Mori che in quel periodo, insieme al colonnello Mauro Obinu, era stato rinviato a giudizio con l’accusa di favoreggiamento nei confronti del capo di Cosa Nostra Bernando Provenzano (di mezzo c’e’ il mancato blitz nel casale di Mezzojuso, che fin dal ‘95 avrebbe potuto portare all’arresto del super latitante).

Chi insomma, meglio del generale, per occuparsi di “sicurezza urbana” nella capitale? Tra mille polemiche interne alla maggioranza – e fra un’udienza e l’altra del processo, che e’ in pieno svolgimento – nel corso degli ultimi mesi Mori si doveva occupare, come prevede il suo mandato da circa 100 mila euro l’anno, di questioni quali il “censimento di case e casali abbandonati” nel perimetro urbano. Vale a dire proprio i classici luoghi di spaccio, abitualmente frequentati da pusher e trans. Addirittura avrebbe potuto monitorare, attraverso la “Sala Sistema Roma”, in diretta video dalle telecamere sparse lungo la citta’, ogni movimento del torbido sottobosco venuto alla ribalta col caso Marrazzo. Al punto che il Capitano Ultimo, al secolo Sergio Di Caprio, prontamente chiamato da Mori accanto a se’ nel nuovo incarico romano, aveva dichiarato: «a lui mi lega una lunga storia umana e professionale di lotta al crimine». «Stavolta pero’ – commentava la cronista di Repubblica – niente piu’ boss: solo rom e prostitute».

Ha scoperto qualcosa, il generale Mori, sul turbinoso giro di transessuali e coca nel quale e’ stato per anni coinvolto Marrazzo? E il generale Giampaolo Ganzer? Ne vogliamo parlare? Ci dice nulla il fatto che ai vertici del Ros, come successore di Mori, resista Ganzer, l’ufficiale anhe lui sotto processo, a Milano, per reati degni di un boss come riciclaggio di denaro, commercio di stupefacenti, oltre al mancato arresto di pericolosi latitanti? Secondo il gip milanese Andrea Pellegrino, che ne aveva disposto il rinvio a giudizio, Ganzer ed altri “fidati” uomini del Ros (un capitano, sette sottufficiali e un appuntato), «prendevano in carico lo stupefacente anche per lunghi periodi, talvolta lasciandolo nella disponibilita’ dei trafficanti»; tra il ‘96 e il ‘97 provvedevano «all’installazione di laboratori per la raffinazione e alla ricerca degli acquirenti, istigandoli all’acquisto». Autentiche messinscena, sporche macchinazioni che, qualora le accuse risultassero provate, potrebbero gettare oggi una luce sinistra anche sulla ricostruzione ufficiale del caso Marrazzo.

Se Ganzer, Mori, il Ros o i Servizi abbiano avuto un ruolo in questa vicenda, o se, al contrario, pur essendo in vetta a cotanti apparati investigativi, nulla sapessero dei traffici di cocaina nel giro dei trans della capitale, sono al momento solo ipotesi.
Fatto sta che, secondo quanto emerge oggi dalle indagini di Palermo, personalita’ di spicco del Ros non esitarono negli anni ‘90 a trattare con Cosa Nostra. Mentre finora i rapporti con le cosche campane erano si erano limitati – da quel che e’ dato sapere – a frange isolate di carabinieri infedeli. Finora. Perche’ non si puo’ escludere – anche alla luce della vicenda Marrazzo – che nel frattempo, grazie alle coperture politiche giuste, i Casalesi abbiano fatto, nei rapporti col apparati deviati del Ros, l’ennesimo, l’ultimo, salto di qualita’.
E allora, a chi poteva servire che divampasse questo caso giudiziario nei modi in cui e’ avvenuto, con preparativi intrapresi gia’ in primavera e ben due morti (oltre al trans Brenda, anche il confidente dei carabinieri Gianguarino Cafasso) lasciati sul campo con la bocca tappata per sempre?

DA CASALE CON FURORE

Degli oltre settemila milioni di euro che rappresentano il giro d’affari della camorra sui soli traffici di stupefacenti, buona parte provengono dal Lazio e soprattutto dalla capitale, epicentro di smercio della cocaina grazie alla massicci concentrazione di facoltosi clienti. Il giro d’affari della sola polvere bianca sfiora nella capitale i 250 milioni di euro l’anno. E a contendersi il “favoloso” mercato – del quale il mondo trans rappresenta l’ideale piazza di smercio – sono le diverse mafie operanti ormai stabilmente nella citta’ eterna. Con le compagini di Casal di Principe a fare, sin qui, la parte del leone. Come dimostrano, da ultime, inchieste giudiziarie che hanno portato alla richiesta di scioglimento del comune di Fondi per infiltrazioni della malavita organizzata campana.
Magari qualcuno stava provando a sfidare i clan sul loro stesso terreno. Magari i Casalesi dall’avamposto dell’area pontina – dove e’ “latitante” da oltre quindici anni Antonio Iovine, nipote di quel Mario che proprio in Brasile ammazzo’ nel 1988 il boss rivale Antonio Bardellino – rischiavano di perdere quel ruolo di monopolisti che ha contribuito a trasformare il loro potere economico in una holding capace di orientare perfino taluni assetti della politica e del governo del Paese.

Di sicuro, ora quel “qualcuno” stara’ piu’ attento. I trans brasiliani sono avvertiti: cambiare “fornitori” di coca o diventare confidenti della polizia costa caro. In primis perche’ qualcuno squarcia l’alone di riservatezza che deve circondare i clienti vip, i piu’ facoltosi. E poi perche’ si rischia di fare una brutta fine. Come e’ accaduto a Brenda e a Gianguarino. Ma questa, forse, e’ ancora un’altra storia.

Rita Pennarola
Fonte: http://www.lavocedellevoci.it
Link: http://www.lavocedellevoci.it/inchieste1.php?id=243
4.12.2009

Cafasso, si ipotizza l’omicidio. Brenda, le ombre già in Brasile | Pietro Orsatti

Fonte: Cafasso, si ipotizza l’omicidio. Brenda, le ombre già in Brasile | Pietro Orsatti.

di Pietro Orsatti su Terra

Si incupisce lo scenario, già torbido, che ruota attorno al presunto omicidio di Brenda, la transessuale coinvolta nella vicenda del ricatto all’ex presidente della Regione Lazio Marrazzo. Ormai è evidente che si è riaperta anche l’inchiesta, forse accantonata dagli inquirenti con troppa fretta, sul pusher Gianguerino Cafasso morto di overdose circa due mesi fa, la stessa persona che avrebbe realizzato il filmato del ricatto a Marrazzo. La Procura avrebbe acquisito, infatti, gli esami tossicologici e gli altri dati relativi al decesso avvenuto in una stanza di un albergo della Capitale. Una dose di eroina pura sarebbe la causa del decesso, un vero azzardo per un uomo “esperto” di quella sostanza, visto che la spacciava da anni. Anzi, quanto emergerebbe dai risultati ufficiosi del supplemento di perizia tossicologica disposta dal procuratore aggiunto Giancarlo Capaldo per far luce sulla morte del pusher, dimostrerebbe infatti che solo in caso di suicidio o di omicidio la presenza di eroina, e pura per giunta, sarebbe comprensibile. Per un cocainomane come Cafasso, infatti, l’eroina pura è letale. Inoltre, nel caso specifico, la sostanza stupefacente ritrovata nel sangue di Cafasso sarebbe stata “mascherata”, ossia resa simile alla cocaina con sostanze volte a nascondere l’odore e il sapore dell’eroina. Ma è sempre sul fronte della storia di Brenda e delle sue frequentazioni “extraprofessionali” che gli interrogativi sembrano moltiplicarsi. Una delle tante ipotesi vede la transessuale già informatrice, in questo caso della polizia federale brasiliana, ancor prima del suo arrivo in Italia. Il mondo transessuale brasiliano, spesso obiettivo di un vero e proprio traffico di esseri umani dall’America Latina all’Europa, da alcuni anni è al centro di ampie inchieste da quella che potremmo definire la Fbi di Brasilia. In particolare, il traffico di esseri umani (trans e giovanissime donne spesso minori) è diretto in tre aree: Germania, Svizzera (e, attraverso il Canton Ticino, la Lombardia) e Roma. Secondo alcuni, proprio in relazione a questi viaggi dal Brasile in Europa, la polizia brasiliana si sarebbe avvalsa delle informative di Brenda e di altre sue colleghe. Tornando alle indagini, il mistero del computer scomparso e poi riapparso sul luogo del delitto in un lavandino e del telefonino scomparso sembra essere inserito in un possibile tentativo di depistare gli inquirenti. Come molte delle dichiarazioni degli ultimi giorni fatte da conoscenti di Brenda ai media, spesso, a quanto risulta, con l’obiettivo di ottenere qualche compenso, non stanno certo contribuendo positivamente alle indagini. C’è anche un altro aspetto che lascia perplessi. Quello di come sia stato possibile che un gruppo di carabinieri (e si teme che siano più di quattro), taglieggiasse trans e prostitute, spesso usando metodi violenti, si rendesse complice di spaccio, presidiasse la zona per cercare qualche “preda eccellente” da far cadere nella rete del ricatto e nessuno se ne rendesse conto o segnalasse qualche anomalia. Non solo da parte dell’Arma, che – comunque va dato atto – ha avviato le indagini seppure tardivamente (testimoni raccontano come questo tipo di “affari” andasse avanti da anni) per mettere le mani sui quattro servitori dello Stato infedeli, ma anche da parte della polizia che operava anch’essa su quel territorio. Possibile che nessuno notasse quello che stava accadendo?

Brenda, dietro l’omicidio spunta il fantasma della Uno Bianca | Pietro Orsatti

Fonte: Brenda, dietro l’omicidio spunta il fantasma della Uno Bianca | Pietro Orsatti.

Il caso – Mentre proseguono le indagini, gli inquirenti parlano apertamente di «omicidio volontario». Luigi Notari, del Siulp, parla apertamente di un «caso torbido». La paura che un pezzo degli “apparati” sia sfuggito al controllo

di Pietro Orsatti su Terra

La procura della Repubblica di Roma e la polizia investigativa che sta lavorando sulla morte di Brenda, una delle transessuali coinvolte nel caso Marrazzo e deceduta due notti fa nell’incendio della propria abitazione, sembrano non avere dubbi. Si tratterebbe di un «omicidio volontario». Ieri sono proseguiti, intanto, i rilevi della polizia scientifica nell’abitazione di Brenda. La vicenda diventa inquietante e emergono analogie con altri scenari del passato. «È una bruttissima storia – spiega Luigi Notari, della segreteria nazionale del sindacato di polizia Siulp – che fa riemergere le stesse inquietudini e gli stessi sospetti della vicenda della Uno Bianca, di cui tanti risvolti a mio parere, non sono stati mai affrontati fino in fondo». Le complicità, le protezioni, l’ambito in cui quei delitti, e a questo punto anche questo omicidio, sembrano inserirsi in un quadro di deviazioni di apparati dello Stato. A fare riferimento alla vicenda della Uno Bianca è anche il legale dell’ex presidente della Regione Lazio, l’avvocato Luca Petrucci, che ha spiegato che « forse le indagini stanno scoperchiando un sistema simile a quello della Uno Bianca dove si mettevano, tra l’altro, a tacere i testimoni», e da qui l’esigenza di proteggere Natalia, l’altra trans coinvolta nello scandalo che ha portato alle dimissioni di Piero Marrazzo. E anche la morte del pusher Gianmarino Cafasso, trovato ucciso da un’overdose in un albergo romano a settembre scorso, assume tutt’altra luce viste le notizie delle ultime ore. Non è fantascienza infatti pensare che l’inchiesta su questo decesso venga riaperta.
Fare riferimento alla vicenda della Uno Bianca significa riaprire una ferita profonda all’interno delle forze di polizia. In quel caso a essere coinvolti furono dei poliziotti, questa volta, almeno per quanto riguarda il tentativo di ricatto, dei carabinieri. Ma sia allora che oggi i sospetti che ben altre forze e interessi si siano messi in moto erano e sono diffusi. «Uno scenario torbido quello che emerge dalla cronaca – prosegue Notari – che allarma e confonde il pubblico. Che già fosse un caso complicato, solo quando si parlava di ricatto, era evidente. Ora sembra essere ripiombati di colpo in un clima da fine anni 60, primi anni 70». L’ombra quindi di quelle deviazioni e quei depistaggi che segnarono la cosiddetta “notte della Repubblica”. E poi c’è la questione, finora ancora non approfondita, della mancanza di controlli e selezione nelle valutazioni del personale delle varie polizie italiane, e nel verificarne, di conseguenza, l’azione e l’integrità. «Troppi casi, anche quella che sembra vicenda Cucchi – prosegue Notari -, ci raccontano di un crollo generalizzato della professionalità. Ormai sono le relazioni pubbliche, gli uffici stampa, che fanno l’immagine delle istituzioni e non l’azione concreta che tali istituzioni portano avanti». È riduttivo, probabilmente, parlare solo di un caso di una deficienza di professionalità che ha impedito di prevenire quello che sta avvenendo in questi giorni. Sembra, invece, che si siano messi in moto forze indefinite, finora, o che siano stati utilizzati “settori” che sembrano essere sfuggiti dal controllo. Quello della sicurezza, della concorrenzialità fra varie forze di polizia, dei servizi che se anche cambiano nome non cambiano identità strutturale, sono tutti aspetti irrisolti. E che la politica, finora, non sembra in grado di risolvere. O, peggio, non vuole risolvere.

ComeDonChisciotte – IL TRANS-ATLANTICO DELLA TRANS-POLITICA

Fonte: ComeDonChisciotte – IL TRANS-ATLANTICO DELLA TRANS-POLITICA.

DI NICOLETTA FORCHERI
stampalibera.com

Il corpo del transessuale Brenda, coinvolta nella vicenda di Piero Marrazzo, è stato trovato carbonizzato a Roma. La trans era all’interno di un appartamento in via Due Ponti. Sul posto gli agenti della polizia scientifica della questura di Roma (Ansa, 20 novembre 2009)

La trans politica, quella del comitato trans-versale di fratellanza trans-atlantica, ricatta i politici in modo sistemico; non importa il colore, per la trans-politica – categoria che ha cambiato genere – solo importano le transazioni finanziarie, su cui vigila. Laddove le pedine non oliano, la trans-politica sguinzaglia i suoi sbirri.

Marrazzo non era l’unico ad andare a trans eppure è lui che è stato ricattato. Le ipotesi sono due: potrebbe essere stato preso di mira personalmente per alcune sue politiche, oppure la vicenda potrebbe essere interpretata come uno dei tanti avvertimenti mafiobancari al governo trasversale compreso il governo “ombra” del partito di Marrazzo (PD), per questioni ben più macro.

Più di un dettaglio di tutta la faccenda – adesso che è stato fatto fuori il trans Brenda – dovrebbe aprirci gli occhi, come in un flash, su quanto sia incantato il disco del dopo guerra italiano, un incanto che se evidenziato dovrebbe sortire l’effetto di disincantarci. E magari cambiare disco.

Innanzitutto il luogo del blitz dei carabinieri: Via Gradoli 96 (1), è forse un caso se si tratta proprio del civico della via del covo delle BR al momento del rapimento Moro, ed è un caso se già da allora l’immobile ospita diversi appartamenti gestiti da società facenti capo ai servizi segreti – deviati?

Poi il modo: i carabinieri, è un caso se fanno irruzione in una casa privata di un trans avendo già l’informazione riservata dello scoop, per ricattare ed eventualmente defenestrare politicamente quel politico? E se, pur di ricattarlo, i carabinieri compiono un reato palese e sfrontato, quello della violazione dell’habeas corpus, come avessero le spalle coperte?

Se avessero voluto agire per rendiconto personale, non avrebbero avuto a disposizione tante altre occasioni senza dovere rischiare l’arresto?

Poi, guarda caso, c’era già stato un altro morto, la pedina più importante della partita, Gianguarino Cafasso, l’informatore dei carabinieri che secondo i militari avrebbe girato il filmino di Marrazzo con il trans, e che sarebbe morto di overdose ai primi di settembre, in tempo utile per iniziare un processo nella migliore tradizione italiana dei depistaggi dei nostri principali “misteri”. E infatti la versione dei militari contraddice quella dell’avvocato di Cafasso che afferma il 29 ottobre scorso che il suo cliente gli disse che “quel video gli era stato dato dai carabinieri e che il suo compito era quello di commercializzarlo”. A chi? Al quotidiano degli Angelucci, deputato membro della commissione Finanza della Camera. Ed è davvero un infelice caso che adesso lui non sia più con noi per raccontarci esattamente come siano andate le cose, a chi avrebbe venduto il filmino, e chi altri avrebbe potuto esercitare pressioni politico-finanziarie

Ora, una coincidenza è una coincidenza, due coincidenze sono un indizio, tre coincidenze rassomigliano a una prova. Ma la prova di cosa, di quale motivazione e per chi?

Sicuramente, l’affaire ruota attorno ai soldi, non quelli del ricatto a Marrazzo, né quelli dati alle trans – sia pur scandalosamente soldi nostri – ma soldi grossi, rendite. Politiche attorno ai soldi-rendite. Come tutto il resto d’altronde.

Allora, ammettendo la prima ipotesi, Marrazzo preso di mira personalmente, spunta tra gli altri un articolo di Repubblica che parla delle grosse rendite della famiglia Angelucci, a capo del gruppo Tosinvest, proprietario de Il Riformista e di Libero, oltre a dodici cliniche private nel Lazio, cui il governatore Marrazzo avrebbe negato ben trenta milioni di euro di finanziamenti (su 85 milioni) in seguito agli arresti domiciliari (2) il 3 febbraio scorso, di Giampaolo Angelucci – il padre Antonio deputato Pdl era scampato all’arresto grazie all’immunità e alla votazione omertosa dei suoi colleghi onorevoli – con l’accusa di associazione a delinquere per truffe al servizio sanitario per 170 milioni di euro tra il 2005 e il 2007.

Su Giampaolo Angelucci, pende anche dal 12 ottobre scorso, la richiesta di processo per finanziamento illecito nel 2005 della lista di Fitto (500000 euro) “La Puglia prima di tutto” – poi diventato deputato di FI – in cambio di appalti sanitari in monopolio di 198 milioni di euro per la gestione di undici residenze sanitarie in Puglia.

Gli Angelucci, acquirenti della Roma, la famiglia fidata cliente di Unicredit, che hanno citato il giornale Repubblica per l’articolo che ipotizzava la connessione Sanità…

Marrazzo, però, ha sicuramente dato fastidio soprattutto per avere iniziato un esperimento inedito in Italia, quello del reddito minimo garantito (3), cui aveva destinato un fondo di 135 milioni nel triennio 2009-2011. Probabilmente per reperire i fondi dovette tagliare alcune voci, come appunto quelle della sanità.

Il 4 marzo 2009, infatti, il Consiglio regionale del Lazio approvava la legge “L’istituzione del reddito minimo garantito. Sostegno al reddito per disoccupati, inoccupati e precari”, una misura inedita in Italia, sperimentale, che prevede l’erogazione di una somma fino a 7000 euro l’anno (pari a 580 euro mensili) ai disoccupati, i suboccupati e i precari, residenti nel Lazio. Tale reddito può essere integrato dai comuni con prestazioni gratuite (mezzi pubblici locali, libri di testo scolastici, sport e attività culturali ecc) e agevolazioni per i canoni di locazione. I requisiti? Un reddito inferiore agli 8000 euro annui, una fascia di età compresa tra i 30 e i 40 anni e basta. La condizione dei 24 mesi di iscrizione nelle liste dei disoccupati, aumenta solo i punteggi ma non costituisce una condizione obbligatoria.

Il regolamento attuativo della legge è stato pubblicato il 27 giugno 2009 e lui Marrazzo, è stato “filmato” dal trans ai primi di luglio. Ma è solo un caso.

Marrazzo aveva anche varato un programma casa decennale (2009-2018) molto ambizioso, ad agosto, con 635 milioni di euro oltre a risorse per l’edilizia agevolata (+97 milioni di euro) e per l’emergenza abitativa a Roma (+62,5 milioni), agevolazioni per l’acquisto di case da 150000 euro, con un voucher da 15000 euro messo a disposizione dalla regione, e rate/canoni da 500-550 euro.

Nella relazione sul reddito minimo garantito, si evidenzia come l’Italia e la Grecia siano gli unici paesi senza un reddito minimo garantito, contrariamente al “revenu minimum d’insertion” francese, al “sozialhilfe” austriaco, al “minimex” belga o al “Beistand” olandese, fino ai modelli scandinavi e anglosassoni, e persino alla recente “renta basica” spagnola istituita in diverse regioni; aveva destinato 135 milioni nel triennio 2009-2011 (per il reddito minimo garantito) sicuramente togliendoli da altre voci, e soprattutto affermava frasi come: “Non venderemo i beni della Regione”. (4)

Sarà un caso ma anche Sarah Palin (5), governatrice dell’Alaska subì un avvertimento-ricatto con un video a sfondo sessuale girato da una sosia in allegra compagnia di un collega del marito, ricatto cui lei non cedette. Lei aveva tutelato un fondo sovrano dell’Alaska, che distribuisce un reddito di cittadinanza ricavato dagli introiti degli investimenti petroliferi del paese, e che nel 2005 è ammontato a un assegno di 845,76 dollari per ogni residente alaskese idoneo, compresi i bambini. In 24 anni di storia del fondo, sono stati erogati un totale di 24775,45 dollari a ogni residente. (6)

Ora questo ricatto sessuale, come non collegarlo anche a tutti i ricatti a sfondo sessuale tentati – e non riusciti – a Berlusconi e come non connetterli a quella mentalità predominante dei banchieri anglosassoniamericani, che se fossero visitati da psichiatri sani di mente verrebbero immediatamente rinchiusi per turbe psichiche gravi, come la credenza di agire su mandato divino (7) (cfr. Blankfein di Goldman Sachs: “facciamo il lavoro di Dio”) o tutte le altre perversioni sessuali provenienti da certa repressione puritana.

La vicenda Marrazzo è avvenuta contestualmente ai casi ripetuti di “deviazione” e di “sbandamento” delle forze dell’ordine nel giro di poco tempo. Tutti hanno anche in mente l’atroce fine di Stefano Cucchi, ucciso dai maltrattamenti delle forze dell’ordine, dopo essere stato detenuto per piccole quantità di canapa, non dopo avergli presumibilmente prelevato gli organi per l’espianto/trapianto, a pochi giorni di distanza. Ma tutti avranno anche pensato che la brigatista trovata morta suicida proprio a qualche giorno da una sua udienza dove doveva testimoniare, è anch’essa troppo coincidente.

Brenda testimone scomoda degli altarini dei ricatti della lobby finanziaria ai politici, fatta sparire, così come a sua volta sparì opportunatamente la trans al centro dello scandalo di Lapo Elkann: silenzio generale, nessuna o quasi notizia sul net (8). La solita manina invisibile che nasconde le tracce di un delitto degli Invisibili o che ci annega nei dettagli di apposite distrazioni di massa.

La manina invisibile del transatlantico della trans-politica. Quella che ha cambiato genere e che pecca ogni giorno contro natura.

Nicoletta Forcheri

Fonte: http://www.stampalibera.com – blog: mercatoliberotestimonianze.blogspot.com

20 novembre 2009

 

 

  1. http://eftorsello.wordpress.com/2009/10/25/caso-marrazzo-via-gradoli-96-il-passato-che-ritorna/ http://date.it.sourcews.com/9-27-4
  2. http://video.google.it/videosearch?q=angelucci+arresti+domiciliari&oe=utf-8&rls=org.mozilla:it:official&client=firefox-a&um=1&ie=UTF-8&ei=oyvuStWPI5eQsAbMocDkCA&sa=X&oi=video_result_group&ct=title&resnum=4&ved=0CBYQqwQwAw#q=angelucci+arresti+domiciliari&oe=utf-8&rls=org.mozilla%3Ait%3Aofficial&client=firefox-a&um=1&ie=UTF-8&ei=oyvuStWPI5eQsAbMocDkCA&sa=X&oi=video_result_group&ct=title&resnum=4&ved=0CBYQqwQwAw&qvid=angelucci+arresti+domiciliari&vid=-5915554568773190772
  3. http://www.portalavoro.regione.lazio.it/portalavoro/sezione/?id=Le-procedure-per-il-2009_57
  4. http://www.portalavoro.regione.lazio.it/binary/prtl_assessoratolavoro/tbl_contenuti_sezione/relazione_legge_reddito_garantito.pdf
  5. http://www.starlettime.com/shock/sarah-palin-in-un-film-porno-ma-e-solo-la-sosia/

Il Fondo permanente dell’Alaska è stato istituito per Costituzione ed è gestito da una società dell’Alaska dal 1976, grazie all’iniziativa dell’allora Governatore Jay Hammond. Quando il petrolio di North Slope, Alaska, cominciò a essere commercializzato attraverso il sistema di oleodotti TransAlaska, venne creato il Fondo permanente per emendamento alla Costituzione del paese per essere destinato a investimenti di minimo il 25% degli introiti delle royalties di petrolio e gas. Il Fondo non include tasse sugli immobili delle compagnie petrolifere né tasse sul reddito delle stesse, cosicché il deposito del 25% è più vicino all’11%. Il Fondo permanente accantona una certa quota di redditi petroliferi per poterle distribuire alle generazioni presenti e future di Alaskesi.

 

Molti Alaskesi pensano che sia un fondo permanente di dividendi, in contrasto con gli intenti degli inizi. Il sostegno al programma di distribuzione dividendi è talmente unanime e forte da garantire una continuità e la tutela del capitale principale del Fondo poiché qulasiasi misura che influisca negativamente sulle distribuzioni dei dividendi è una perdita per tutta la popolazione. I legislatori che desiderino appropriarsi dei redditi annui del Fondo sono vincolati dalla natura politicamente suicida di qualsiasi riduzione dei dividendi pubblici.

 

Lo Stato di Alaska distribuisce quindi una forma di dividendo cittadino dal Fondo che impiega investimenti inizialmente alimentati dal reddito di stato proveniente dale risorse mierariae in particolare il petrolio. Nel 2005 ogni residente alaskese idonei (compresi i bambini) ha ricevuto un assegno di $845.76. Nella storia di 24 anni del fondo ha pagato in totale $24,775.45 ad ogni residente. “

(7)

http://www.huffingtonpost.com/jeff-danziger/blankfein-gods-work_b_355035.html

http://blogs.wsj.com/marketbeat/2009/11/09/goldman-sachs-blankfein-on-banking-doing-gods-work/

(8)

http://magazine.excite.it/ricerche/patrizia-morta-trans-patrizia-lapo-elkann