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Intervista a Massimo Ciancimino. «Nel papello le contro richieste della mafia» : Pietro Orsatti

Massimo Ciancimino parla, ecco due interviste, una in video ad annozero e l’altra a Pietro Orsatti e Pino maniaci

Nell’intervista ad annozero tra le altre cose Ciancimino dice due cose importanti:

  1. Conferma che Riina è stato fatto arrestare da Provenzano che ha fatto sapere ai ROS dove si nascondeva Riina. Il tutto nel quadro della trattativa tra mafia e stato. Parte dell’accordo era di arrestare Riina lontano da casa e lasciare il tempo alla sua famiglia traslocare e di ripulire l’appartamento da tutte le carte di Riina.
  2. Con ‘arresto di Riina, Vito ciancimino cessa di essere utile come collegamento tra mafia e politica e viene fatto arrestare. Il suo posto viene preso da Marcello Dell’Utri

Intervista a Massimo Ciancimino. «Nel papello le contro richieste della mafia» : Pietro Orsatti.

Stagioni delle stragi e trattativa tra lo Stato e i boss. Il figlio dell’ex sindaco di Palermo: «Parlo con Ruotolo e dopo pochi giorni gli arrivano le minacce»

di Pino Maniaci e Pietro Orsatti

Una delle figure centrali della riapertura dei processi a Caltanissetta e Palermo sulle stragi e sulla trattativa fra Stato e Cosa nostra nei primi anni 90 è sicuramente Massimo Ciancimino, figlio di Vito, il sindaco del “sacco di Palermo”. Dopo aver deposto presso le procure di mezza Italia e dopo essere stato ritenuto credibile, almeno in parte, da molti pm, che sulle sue dichiarazioni hanno aperto nuovi fascicoli, oggi è uno dei personaggi meno facilmente interpretabili di questo rinnovato interesse per il biennio 1992-93 e la stagione delle stragi. Lo raggiungiamo telefonicamente mentre è in auto per partecipare alla puntata di “Annozero”, una partecipazione, la sua, non prevista fino all’ultimo minuto. Infatti era già stato raggiunto da Sandro Ruotolo, che aveva registrato una lunga intervista. Poi negli ultimi giorni le intimidazioni verso il giornalista.
Ciancimino, lei rilascia un’intervista a Ruotolo e pochi giorni dopo il giornalista riceve minacce di morte. Solo una coincidenza?
Non sono al corrente dei dettagli della questione, ma so che la Digos sta indagando a fondo sulla vicenda. Certo è che la coincidenza c’è e fa pensare. Ma non ho dettagli e alcuna certezza. Non mi fa star sereno, però.
Dell’Utri prese il posto di suo padre come mediatore nella trattativa?
Ovviamente non posso entrare nel merito di questo perché l’argomento è al vaglio dell’autorità giudiziaria. Questa dichiarazione che lei mi sta riportando, però, è stata frutto di un’estrapolazione di qualche vostro collega. Comunque, io sto rispondendo ai magistrati anche su Marcello
Dell’Utri.
Il famoso “papello”. Lo ha ancora lei? Lo ha consegnato ai magistrati?
Anche su questo argomento non posso rispondere perché si tratta di uno degli argomenti segretati. Quello che posso dire è che il papello -come  a voi giornalisti piace tanto chiamare questo foglio di carta – riguardava delle contro richieste di Cosa nostra, ed era… sta nelle mie disponibilità.
Ma le trattative erano due? Una con l’area stragista, l’altra con Provenzano e la fazione della “sommersione”?

Questa è una delle più accreditate ricostruzioni giornalistiche. Io sono convinto che la trattativa fosse solo una con vari personaggi che si alternano nelle varie fasi. Si trattava di una questione di “equilibrio”.
Un giudizio su quella che fu la strategia portata avanti da Totò Riina?

Quello che penso di Totò Riina è stato anche manifestato nella mia piena disponibilità e volontà di contribuire al suo arresto. La valutazione si può sintetizzare in questo tipo di comportamento.

Riina che oggi, dopo anni, ha ripreso a parlare.

L’ultimo messaggio di Riina sicuramente è qualcosa di strano, quello che mi fa pensare è che quando parla lo fa sempre su di me. Sicuramente non è indifferente il fatto che lui riconosca pienamente il suo ruolo. “Non siamo stati noi”. Parla da capo dei capi. Riina parla poco e quando sa che deve parlare. Si esclude dall’eccidio di via D’Amelio ma non da altri fatti. Facendo quella dichiarazione riconosce un suo ruolo preciso fino a quel momento, e poi, non so se per strategia, un disconoscimento di quell’ultima fase.
La rassicura sapere che ora anche suo fratello sta parlando in sede di magistratura confermando le dichiarazioni che lei ha fatto finora?
Mi conforta che mio fratello abbia fatto questa scelta, iniziando a collaborare e dichiarando in relazione ad aspetti di questa vicenda. Anche perché, al contrario di me, lui non ha in sospeso alcun carico con la . Mio fratello, come la mia famiglia, è intervenuto con grande difficoltà e solo dopo che lo Stato si è preso carico della mia situazione. Sì, questo suo intervento mi conforta molto.

Sta dicendo che dopo mesi lei, quindi, ha una scorta? È sotto tutela?
Sì, oggi sono con una scorta. Per quello che possono fare secondo lo schema e gli ordini del ministero e degli organi di tutela.

L’ha sorpresa l’esclusione della sua deposizione al processo Dell’Utri?
Ormai non mi stupisco più di nulla.

Pietro Orsatti » Blog Archive » Dalla politica alle stragi la Sicilia entra in ebolizione

Pietro Orsatti » Blog Archive » Dalla politica alle stragi la Sicilia entra in ebolizione.

Claudio Fava parla del ricatto a e al messo in piedi daLombardo e dei rapporti consolidati fra pezzi dello , e comitati di affari

di Pietro Orsatti su Terra

«Siamo davanti a uno scambio da bassa da 4 miliardi di euro», esordisce Claudio Fava, ex europarlamentare dell’Arcobaleno ed esponente di e libertà commentando la “microcrisi” aperta Lombardo in e risolta a colpi di miliardi di euro da nonostante i malumori di pezzi della . Una crisi che si è chiusa ieri con l’ennesimo voto di fiducia sul Ddl anti crisi. «Soldi sottratti ad altre voci di spesa e rifinanziando cose già ampiamente finanziate – prosegue – quindi nulla di nuovo se non questa idea molto plebea del partito della spesa pubblica come partito meridionale. Questa forma di assistenzialismo indotto è servita solo a disinnescare Lombardo e a evitare che si perdano altri voti, contatti e collegamenti. Non solo si finanzia ciò che è ampiamente finanziato prima ma si continuano ad alimentare le vecchie clientele, a illudere tutto quell’esercito di precari che sono stati assunti, come ad esempio gli operai forestali siciliani, la metà di quelli a livello nazionale».

Secondo Fava quello che è accaduto in in queste ultime settimane è «un ricatto di Lombardo verso il centrale», per alimentare il sistema di clientele messo in piedi, sempre secondo Fava, «dal governatore, un sistema di dimensioni mai viste». Quindi questo progetto di partito del Sud è tramontato? «Non è mai esistito».

Ma non è solo sulla che la , in questo periodo, sembra essere entrata in fase di ebollizione. C’è la questione, devastante, delle dichiarazioni di Massimo Ciancimino che riapre, insieme ad altre voci come il pentito Spatuzza, il capitolo delle stragi del ’92 e l’intreccio fra , pezzi dello e comitati d’affari. «Era ora che si riaprisse questo capitolo, un’iniziativa dovuta e tardiva al tempo stesso, e che la si facesse carico di questa vicenda dopo più di diciassette anni con la richiesta di una commissione di specifica sulle stragi del ’92». L’ex eurodeputato spiega come da tempo esistessero sospetti che «ci fosse un patto indicibile e innominabile fra pezzi dello e – prosegue Fava -. Questo patto, questa la mia valutazione, è andato in parte a buon fine. Non è storia di oggi, è storia di un sospetto più che di una sensazione che si trascina da sedici anni, da quando è arrestato Riina e hanno lasciato per settimane la sua casa incustodita e accessibile ai suoi complici. E ancora le fughe improvvise di Provenzano poco prima della sua cattura quando era individuato in alcuni dei suoi rifuggi. È la storia di alcune cose che anche sul piano legislativo e normativo sono accadute: la legge sui pentiti che obiettivamente è stata ammorbidita, il 41bis si è ridotto nella sua funzione ed è possibile che dall’isolamento c’è chi è riuscito ad inviare lettere ai giornali che le hanno puntualmente sui giornali. Insomma mi pare che di questo patto, della trattativa, non se ne parlasse a caso». Fava critica anche le ultime dichiarazioni di uno dei presidenti storici della Commissione antimafia, Luciano Violante, sui suoi contatti con Mori e la richiesta da parte di quest’ultimo di organizzare un incontro riservato con Vito Ciancimino proprio all’epoca della “trattativa”. «Sarebbe interessante che invece di tenersi fino ad oggi la sua piccola verità sul suo incontro mancato con Ciancimino avesse raccontato queste cose ai magistrati 17 anni fa e non alla oggi – attacca Fava -. Tre incontri che gli furono sollecitati di Mori che ricordiamo è un alto ufficiale dei sotto processo per la fuga sospetta di Provenzano».

Poi, inevitabilmente, il discorso si sposta sulla vicenda del pignoramento della casa del padre di Fava, Giuseppe, direttore dello storico giornale I Siciliani ucciso dalla a nel 1984. «Quel debito così ridotto è quasi una gratificazione per noi, perché avere chiuso con solo 30 milioni di debiti dopo cinque anni di gestione senza aver mai avuto neanche mezza pagina di pubblicità o aiuto istituzionale è un risultato incredibile, vuol dire che siamo stati davvero bravi – spiega Fava -. Ora, dopo che il nostro direttore venne ucciso, pignorare la sua casa per ottenere 100mila euro in contanti da consegnare entro settembre a più di vent’anni dalla chiusura di quell’esperienza è un segnale chiaro e tremendo». Ma anche la possibilità di far emergere quella che rimane una società civile attiva e impegnata che si è attivata con una sottoscrizione nazionale che sta raccogliendo centinaia di adesioni.

I punti oscuri della strage di Via D’Amelio

I punti oscuri della strage di Via D’Amelio.

Scritto da Pietro Orsatti
Ci sono domande sulle stragi del 1992 che non hanno mai avuto una risposta certa. Non sono bastati i processi, gli arresti, le indagini. Non sono bastate le ricostruzioni e le perizie e il lavoro di centinaia di agenti di polizia, carabinieri, magistrati.
Non ci sono state risposte neanche quando il capo di Cosa nostra, Totò Riina, venne arrestato l’anno successivo. Anzi, il suo arresto ha aperto altri scenari, posto altri interrogativi. «La strage di Capaci fu una strage di mafia con interessi di Stato, quella di via D’Amelio una strage di Stato con interessi di mafia». Questa definizione è diventata, con il passare del tempo, un’accusa sempre insistente, rafforzata dai tanti misteri, dalle tante ombre infittitesi in questi 17 anni. Delle due stragi si sa molto, di una in particolare. Quella di Capaci, dove persero la vita il giudice Giovanni Falcone, sua moglie Francesca Morvillo e gli uomini della sua scorta, è sicuramente quella di cui si sa di più, si conoscono esecutori materiali e mandanti. Su quella di via D’Amelio, invece, periodicamente emergono dati nuovi, elementi di un puzzle ancora irrisolto. A volte sembra essere arrivati a un punto, poco dopo i fatti sembrano smentirlo. Per cercare di capire cosa avvenne in quell’anno è necessario, e inevitabile, cercare di inserire questi due episodi nel momento storico che stava attraversando il nostro Paese.
«Gli eventi cruciali del 1992 nessuno li dice. Tutti raccontano quello che succede dopo le stragi e nessuno parla di quello che successe prima – racconta Gioacchino Genchi, all’epoca commissario capo a Palermo e in seguito perito per il Tribunale di Caltanissetta sul processo Borsellino -. Nel ’92 si verificano due attacchi concentrici al sistema politico. Uno viene da “tangentopoli”, dalla procura di Milano e dalle altre autorità giudiziarie che seguono, alcune bene e altre meno bene, l’esempio e il metodo investigativo milanese. E l’altro attacco arriva invece da un Presidente della Repubblica che inizia a picconare quel sistema di cui ha fatto parte e lo ha generato. Parliamo di Francesco Cossiga, un Presidente della Repubblica che è arrivato alla fine del suo mandato e decide di “togliersi tutti i sassolini dalle scarpe”. Oggi si direbbe che ha fatto “outing”. Messo addirittura sotto stato di accusa con l´impeachment. Ed è costretto a dimettersi perché c´è un qualcuno che in Italia vuole accelerare, e che magari per prendere le redini dell´Italia avrebbe voluto pure utilizzare i percorsi dell´autorità giudiziaria, strumentalizzare alcune iniziative ed inchieste giudiziarie. Ma è ancora presto per parlare di questo. I dati sono questi: un Presidente della Repubblica viene fatto dimettere e la strage di Capaci avviene mentre si sta votando l´elezione del Capo dello Stato». Poi la strage di via D’Amelio a Palermo del 19 luglio 1992. Genchi è uno dei primi investigatori ad arrivare sul posto. E ricorda ancora, perfettamente, quei momenti. «Il corpo di Borsellino ancora fumava per terra, i pezzi di Emanuela Loi cadevano dalle pareti, dall´intonaco del palazzo, e certamente là era scoppiato un ordigno che non poteva essere stato azionato sul posto. Perché se fosse stato azionato sul posto chiunque…  Sarebbe stato un attentato kamikaze e là non sono stati trovati morti se non i poliziotti e Borsellino. È da escludere che gli stessi poliziotti si siano fatti essi stessi un attentato, e non poteva, chi ha innescato la bomba, essere nei palazzi adiacenti perché sarebbe stato travolto dall’onda d’urto». E quindi Genchi, con l’allora questore La Barbera, individua da subito l’unico punto di osservazione possibile. Castel Utveggio. «Deve essere stato fondamentale l´elemento informativo – prosegue Genchi nel suo racconto -. C’è da tenere conto che non ci si può appostare con il joystick in mano per aspettare per mesi e giorni che arrivasse Borsellino, qualcuno ti deve pur dire quando Borsellino sta arrivando. E poi ci vuole un punto di osservazione: visto che in via D´Amelio venne fatta anche l´intercettazione del telefono dell´abitazione della sorella e della madre per carpire questi elementi informativi e siccome l´intercettazione abusiva poteva essere eseguita solo in un ambito ristretto, per intenderci con la tecnologia di allora non poteva essere eseguita da Londra o da Milano o da Bruxelles, capimmo che doveva necessariamente essere stata posta da una località vicino. È allora che abbiamo ipotizzato come ci fosse un’unica postazione di ascolto clandestino e di avvistamento».
Nel castello aveva sede un ente regionale il C.e.r.i.s.d.i., dietro il quale avrebbe trovato copertura un organo del Sisde. La circostanza era stata negata inizialmente dal Sisde che aveva così esposto ancor più gli uomini del gruppo investigativo costituito per indagare sulla strage. Questo scenario, inquietante, che vede uomini dei servizi sul luogo di quello che è probabilmente il punto di osservazione e di azionamento del telecomando dell’autobomba che uccise Borsellino e i ragazzi della scorta. Non è l’unica “stranezza” quell’ufficio dei servizi nel castel Utveggio posizionato in un punto strategico sulle pendici di monte Pellegrino. Sempre Genchi, nella sua deposizione alla Corte di Caltanissetta racconta: «Rilevo che il cellulare di Scaduto, un boss di Bagheria condannato all’ergastolo fra l’altro per l’omicidio di Ignazio Salvo che aveva tutta una serie di strani contatti con una serie di utenze del gruppo La Barbera. Cioè, del gruppo degli altofontesi, di cui parlavo anche in relazione a quei contatti con esponenti dei servizi segreti, rilevo che questa utenza aveva pure contatti con il C.e.r.i.s.d.i. Quindi, questo C.e.r.i.s.d.i. mi ritorna un po’ come punto di triangolazione». Genchi prosegue raccontando di una strana telefonata che arriva al castello nei giorni che precedono la strage. «C’è pure una telefonata, se ricordo bene, mi pare… di Scotto al C.e.r.i.s.d.i. Ovviamente, non so, avrà fatto un corso di eccellenza, perché là preparano manager, non so, avrà avuto le sue ragioni per telefonare».  E questo Scotto chi è? C’è un certo Pietro Scotto, dipendente della società di servizi telefonici Elte, che ha un fratello, Gaetano, sospetto mafioso appartenente alla famiglia di Cosa nostra del rione Acquasanta di Palermo. Ed è proprio Gaetano a mettersi in contatto con utenze del C.e.r.i.s.d.i. nei mesi precedenti l’attentato. E poi c’è quell’altra telefonata, una manciata di secondi dopo l’attentato, che raggiunge il capo palermitano dei servizi, Contrada, in gita nel golfo di Palermo su una barca.
Un nuovo spiraglio sui possibili moventi della strage lo ha aperto recentemente Massimo Ciancimino, figlio di don Vito, il sindaco del “sacco” di Palermo. Massimo ha raccontato a i magistrati di Caltanistetta e di Palermo che la trattativa, quella che portò poi al famoso “papello” di Totò Riina con le richieste allo Stato da parte di Cosa nostra, non iniziò mesi dopo la strage di via D’Amelio, ma nei primi di giugno, ovvero nel periodo in cui Borsellino stava scavando sui mandanti ed esecutori dell’omicidio del suo amico e collega Giovanni Falcone. Sempre secondo Ciancimino, protagonisti di questa trattativa sarebbero stati il capo dei Ros dei carabinieri Mario Mori, Vito Ciancimino (e lo stesso Massimo che è colui, per sua stessa ammissione, che ha il primo contatto con l’Arma), Totò Riina dal suo covo da latitante e il medico della mafia, il boss Antonino Cinà. Non solo, Ciancimino racconta che i contatti iniziali con i vertici di Cosa nostra avvenivano attraverso Cinà ma che il “papello”, ovvero le proposte di Riina allo Stato, non fu consegnato a Vito Ciancimino dal medico della mafia, ma da “una persona distinta” il cui nome per ora è coperto da omissis.
Queste dichiarazioni del figlio di Vito, sommate alle altre recenti del probabile futuro pentito Spatuzza, da un lato sembrano confermare nel rifiuto da parte del giudice assassinato di accettare la trattativa fra Stato e Cosa nostra il vero movente della strage, come da tempo sospetta e denuncia il fratello di Borsellino, Salvatore, dall’altro aprono spiragli sui probabili depistamenti sulle dinamiche dell’attentato messe in atto da elementi mafiosi e non solo nel corso dei tre processi già celebrati. L’ultimo dichiarante si autoaccusa di essere colui che ha rubato per la mafia la 126 utilizzata poi come autobomba a via d’Amelio. Gaspare Spatuzza, che è uno dei killer di padre Puglisi, con le sue dichiarazioni ha rimesso in discussione quindi alcuni dei fondamenti del processo, aprendo di conseguenza la possibilità di una revisione. Anche nelle sue dichiarazioni emerge un “uomo senza nome” come in quelle di Massimo Cancimino. Consegna, infatti, la 126 ad alcuni mafiosi di sua conoscenza ma alla presenza di un altro uomo, sconosciuto, che lui ritiene “estraneo”. Altri misteri, altri personaggi e gregari che compaiono a quasi vent’anni di distanza. E come spesso accade l’unica certezza in questa vicenda rimane la morte. Che ha dato appuntamento in via D’Amelio alle 16,58 e 20 secondi del 19 luglio 1992.

Falcone, Borsellino e Rostagno: Venti anni dopo, manca la verità – Pietro Orsatti

Falcone, Borsellino e Rostagno: Venti anni dopo, manca la verità – Pietro Orsatti.

Si riapre, con due mandati di cattura a capi trapanesi emessi dalla Dda di , il caso del giornalista ucciso nel 1988. Mentre si commemora solennemente la strage di Capaci. E ci si prepara a un 19 luglio diverso
di Pietro Orsatti su Terra

E’ il giorno dell’anniversario della strage di Capaci, e la notizia più battuta dalle agenzie è ancora relativa a un omicidio di . Quello di Mauro Rostagno. A 21 anni dal delitto del 26 settembre del 1988 del sociologo e giornalista che si occupava di lotta alla droga e raccontava ai cittadini dagli schermi di una tv locale, Rtc, gli intrecci fra politici e criminalità, i pm della Dda di , Antonio Ingroia e Gaetano Paci, hanno chiesto e ottenuto dal gip Maria Pino l’emissione di due ordini di cattura per il delitto. Destinatari dei provvedimenti, dopo decenni di mezze verità e tanti depistaggi, sono il capo di Vincenzo Virga e Vito Mazzara. Il primo mandante, l’altro esecutore dell’omicidio. Ventuno anni non sono pochi per intravedere un barlume di verità. Come del resto poco si sa degli intrecci di interessi che potrebbero essersi concentrati su altri delitti di eclatanti come le stragi del 1992. A ricordarli è , fratello di Paolo, il magistrato ucciso con la sua scorta in a il 19 luglio del 1992. «Il ruolo che giocò Giovanni andando al ministero di Grazia e fu fondamentale, soprattutto per consentire le rotazioni ai collegi giudicanti in – racconta -. In quel modo si salvò la sentenza in del maxi processo. La strategia di fu vincente, ma probabilmente fu anche il motivo della sua condanna a morte. Si trattava di una grande vittoria dello Stato contro la , della più grande in assoluto dall’emersione del fenomeno mafioso. Da subito si misero in moto le forze per punire chi era stato il motore di quel processo fin dalle prime indagini». , trasferitosi da decenni a Milano per , ricorda nitidamente quel periodo anche perché coincise con un momento di riavvicinamento, dopo anni di distanza, con il fratello Paolo. «Riuscimmo a vederci per le feste di Natale e a passare del tempo assieme. Era sereno, rilassato, sentiva che erano vicini a sconfiggere dopo la sentenza di conferma del maxi processo. Lo raccontò più volte. Poi, dopo la strage di Capaci, parlai con lui al telefono ed era un uomo totalmente diverso. Non era solo il dolore a schiacciarlo, ma la consapevolezza di quello che stava succedendo. Lo disse apertamente, in pubblico alla Biblioteca di Stato, che i della strage andavano cercati anche nella magistratura. Voleva dire che anche fra i giudici c’era chi aveva interesse a spezzare quella stagione». aveva toccato certi poteri e certi equilibri, anzi li aveva bellamente scavalcati andando a a gestire la macchina stessa della . Era intollerabile. Come era intollerabile per , quattro anni prima, che «muovendo forti ed esplicite accuse nei confronti di esponenti di e richiamando in termini di speciale vigore l’attenzione dell’opinione pubblica, Rostagno aveva toccato diversi uomini d’onore e generato un risentimento diffuso nell’ambito dell’organizzazione criminale». Così scrivono Ingroia e Paci nella richiesta degli ordini di cattura. Una punizione. E punisce, con il sangue. Mentre a si svolgono le commemorazioni della strage di Capaci, alla presenza delle più alte cariche dello Stato, prosegue nella sua solitaria battaglia per impedire che il 19 luglio si ripeta la cerimonia in . «Noi familiari rifiutammo il funerale di Stato nel 1992, e invece ogni anno ripetono queste commemorazioni riusando i corpi e la di chi lo Stato mandò a morire – spiega -. Credo che Paolo non solo sapesse che era destinato a essere ucciso, ma che addirittura lo volesse. C’è chi ha fatto carriera sulla mutazione causata dalle stragi, chi ne ha approfittato. Quest’anno no». Ed è per questo che da mesi il fratello del magistrato annuncia di voler impedire la cerimonia. Contro tutti.

L’Abruzzo dimenticato. Si lavora solo per il G8 – Pietro Orsatti

L’Abruzzo dimenticato. Si lavora solo per il G8 – Pietro Orsatti.

A cinque minuti da Onna lavora un’azienda di prefabbricati antisismici. Ma non ha ordini, per un conflitto tra amministrazioni locali e Bertolaso
di Pietro Orsatti da L’Aquila su
Terra

Terremoto – Ricostruzione, una farsa – Pietro Orsatti

Terremoto – Ricostruzione, una farsa – Pietro Orsatti.

Fondi scarsi e ancora scontri tra Protezione civile e amministrazioni locali. Le nuove costruzioni, pronte in 7 giorni, vengono bloccate. A farne le spese gli sfollati
di Pietro Orsatti da L’Aquila per Terra

L’Aquila e nella valle dell’Aterno, epicentro del sisma, l’atmosfera sembra congelata. Si gestisce, forzatamente, la vita nei campi. I lavori, in particolare nel centro storico, sono più o meno fermi. Di ricostruzione o meglio di pre ricostruzione, nemmeno l’ombra. Ma la militarizzazione del territorio rimane comunque invariata. «Siamo tanti, troppi e siamo inutili – racconta un agente di a un posto di blocco sulla statale 17 che segue la valle incassata fra Gran Sasso e Sirente e Maiella -. Abbiamo l’ordine di fare un tot di controlli ogni giorno, che servano o meno. Fra noi e le altre forze dell’ordine non c’è affatto coordinamento. Ieri abbiamo fermato un locale ed era la quarta volta in meno di mezz’ora. Era giustamente esasperato. Dopo il , di sicuro, diminuiranno il nostro numero. Ora l’ordine è farci vedere». Ma è vero che stanno smantellando i campi e molta gente sta rientrando in casa? «Ma dove?». Già, dove?


Terremoto – Ladri di macerie interviene la Procura – Pietro Orsatti

Terremoto – Ladri di macerie interviene la Procura – Pietro Orsatti.

Confermata la denuncia dei giorni scorsi: lo strano movimento di camion che nel giorno di Pasquetta ripulivano i posti più chiacchierati ha insospettito anche l’autorità giudiziaria, che sulla vicenda ha aperto un’inchiesta

di Pietro Orsatti e Angelo Venti su Terranews

erte storie vanno raccontate tutte e spiegate bene. Perché potrebbero sembrare dei racconti di fantasia anche se non lo sono. Perché l’assurdità e le implicazioni che scatenerebbero, se portate alla luce del sole, potrebbero essere enormi. Quindi partiamo dai fatti.