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Antimafia Duemila – Lettera a Silvio Berlusconi

Fonte: Antimafia Duemila – Lettera a Silvio Berlusconi.

Pubblichiamo di seguito la lettera che Gaetano Alessi, giornalista di Articolo 21, ha inviato al Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi. La lettera, decisamente accusatoria, è stata letta da Pino Maniaci durante l’ultimo incontro del Festival delle Radio Universitarie 2010 a Perugia.

All’incontro, dedicato ai media come strumento di lotta alla criminalità organizzata, ha visto una Sala dei Notari colma e interessata e ha visto la partecipazione anche di Danilo Sulis.

“Gentilissimo Presidente,
le scrivo in rappresentanza delle centinaia di testate locali che ogni giorno, nel nostro Paese, si battono per la libertà di espressione. Piccoli “nidi di ragno” innestati in territori spesso difficili o come, nel nostro caso, in terra di mafia, clientelismo e corruzione.
Gentilissimo Presidente, ogni giorno “giornalisti per amore” vengono pestati, minacciati, intimiditi per l’unica colpa di volere raccontare la verità, di tentare di rendere onore ai padri costituenti che ci regalarono l’articolo 21 della Costituzioni ed, insieme ad esso, la democrazia e la libertà col costo di migliaia di vite umane.
Siamo carne da macello, signor Presidente, alla mercè di mafiosi, politici corrotti e battaglie, nelle denunce da Trento a Trapani. Siamo anche quelli che conoscono meglio il territorio, perchè lo viviamo ogni giorno. Perchè col mafioso e col politico corrotto che denunciamo spesso ci tocca dividere il bancone dello stesso bar. Siamo anticorpi democratici di un Paese che, anche grazie al suo Governo, sta andando in cancrena. Abbiamo mille volti e mille mezzi. Siamo blogger, speaker, redattori, scriviamo via web, parliamo via etere, raccontiamo su carta. Non siamo giornalisti ma veniamo perseguitati come tali. Abbiamo i nostri eroi, alcuni scolpiti nella storia come Peppino Impastato, altri fortunatamente ancora liberi di esperimere il proprio pensiero come Carlo Ruta o Riccardo Orioles. Soprattutto gentilissimo Presidente abbiamo fatto la nostra scelta: la nostra libertà vale molto di più della nostra vita.
Dove non hanno potuto i bossoli, le lettere intimidatorie, le minacce, le denunce, le querele mirate, dove non ha potuto la più potente ed influente famiglia politico/mafiosa della Sicilia, non potrà una legge canaglia come quella sulle intercettazioni.
Lei e il suo fido Alfano v’illudete che una norma moralmente illegale possa diventare prassi solo perchè vergata su crismi di burocratica legalità.
Signor Presidente noi continueremo a fare il nostro lavoro, raccontando quello che avviene, anticipando la notizia, veicolando le news e se il caso, scrivendo quello che (secondo voi) non si deve raccontare.
“Disonorare i mascalzoni è cosa giusta, perchè, a ben vedere, è onorare gli onesti”. Sa perchè gentilissimo Presidente non potrà mai batterci? Perchè giochiamo su un terreno a lei sconosciuto. Quello della libertà individuale che diventa patrimonio collettivo. Non siamo in vendita e sappiamo “resistere” a tutto.
Siamo liberi e quello che facciamo lo facciamo di tasca nostra, rischiando di nostro. Perchè è facile dire per una grande testata “noi resisteremo” dall’alto d’avvocati ben pagati e gruppi editoriali forti ma è ben più difficile farlo quando quel poco che hai in soldi di carta e rabbia ti serve anche per mangiare ogni giorno.
Ma lo facciamo in tutta Italia, da classici signor Nessuno, senza enfasi o protagonisti. Perchè amiamo il bello del nostro Paese e ogni muro amico che ci ha visto piangere o sognare. Perchè diciamo ogni giorno di voler mollare ed ogni giorno troviamo la forza di andare avanti. Perchè amiamo le nostre donne e ci perdiamo negli occhi dei nostri figli a cui vorremmo consegnare qualcosa di più bello del Paese attuale.
Ed abbiamo riferimenti etici alti: Pietro Ingrao, Vittoria Giunti, Luigi Ciotti, Paolo Borsellino, Giovanni Falcone e quel Pietro Calamandrei che dei partigiani italiani diceva così: “Essi sono morti senza retorica, senza grandi frasi, con semplicità, come se si trattasse di un lavoro quotidiano da compiere: il grande lavoro che occorreva per restituire all’Italia libertà e dignità. Di questo lavoro si sono riservata la parte più dura e più difficile: quella di morire, di testimoniare con la fede e la morte la fede nella giustizia. A noi è rimasto un compito cento volte più agevole: quello di tradurre in leggi chiare, stabili e oneste il loro sogno di una società più giusta e più umana, di una solidarietà a tutti gli uomini alleati a debellare il dolore. Assai poco, in verità, chiedono ai nostri morti. Non dobbiamo tradirli”.
Non li tradiremo signor Presidente.
“Se ci volete silenti dovrete spararci” dicemmo, ad uno scagnozzo mafioso che ci intimava di tacere.
Lo ripetiamo a lei che con l’aureola della legalità vuole imporci lo stesso mafioso silenzio.
Non taceremo e non molleremo neppure un centrimetro. Quindi signor Presidente non ha altra scelta: ritiri la legge o prepari tanti proiettili, perchè siamo in molti. Indietro non torniamo… neanche per prendere la rincorsa.

Tratto da: articolo21.org

Raccuglia, fine corsa | Pietro Orsatti

Raccuglia, fine corsa | Pietro Orsatti.

L’arresto del boss di Altofonte effettuato dalla Catturandi rappresenta una delle operazioni più importanti degli ultimi dieci anni. Era un capo operativo giunto ai vertici di .

di Pietro Orsatti su left/Avvenimenti
Del boss di Altofonte, Domenico Raccuglia, arrestato domenica scorsa a Calatafimi, si è sempre parlato poco, ma quando esce fuori qualche accenno al “veterinario” (questo il suo soprannome) appare un personaggio tutt’altro che marginale. La sottovalutazione che è stata fatta dell’uomo e del criminale è anche dovuta alla grande cautela con cui il “veterinario” ha gestito tutta la sua carriera di uomo d’onore, la propria latitanza e soprattutto la sua scalata, da Altofonte a un gran pezzo della provincia palermitana dopo l’arresto dei Lo Piccolo.
Anche per questo l’operazione della Catturandi, il gruppo speciale della di che fin dai tempi della cattura di Brusca assume un rilievo fondamentale. Raccuglia era del tutto operativo al momento dell’arresto, non un boss che scappa ma un capo che gestisce.
«Altro che uomo in fuga – racconta il dirigente della Catturandi, il vice questore Mario Bignone che ha coordinato l’azione di domenica 15 novembre -. Domenico Raccuglia era armato, organizzato, fisicamente forte e psicologicamente tranquillissimo, con il totale controllo del proprio territorio, della propria latitanza. Al momento della cattura, senza perdere il controllo, ha tentato la fuga. Con sé aveva 138mila euro in contanti, due pistole e un mitragliatore di fabbricazione coreana». Il ritratto corrisponde.
Uomo deciso, ex soldato di che ha fatto il salto e che, cresciuto sotto la guida di Giovanni Brusca e Leoluca Bagarella, si è incoronato boss, capo mandamento e poi ai vertici, oggi, dell’organizzazione.
Altro che “mafiosazzo di provincia”, come lo hanno descritto i pochissimi che ne hanno parlato finora. Per prendere una piccola pedina del grande gioco della siciliana non si tiene un intero reparto del livello della Catturandi concentrato per diciotto mesi su questa “caccia”. Una caccia fatta da agenti che hanno speso di tasca loro, anticipando tutti i soldi delle decine e decine di trasferte e per la benzina, usando i propri mezzi e sapendo che alla fine gli verrà pagato meno del 50 per cento delle ore di straordinari accumulate per prendere l’uomo che il ministro dell’Interno Maroni ha definito «il numero due di ».
Lo stesso ministro che ancora non ha trovato i fondi per pagare gli straordinari dell’arresto dei Lo Piccolo.


Una domenica pomeriggio

Sono passate da poco le 17:30 di domenica 15 novembre quando riceviamo una telefonata da Calatafimi. È un funzionario di che ci comunica che il reparto Catturandi della di di Palermo ha appena messo le mani su uno dei più pericolosi di , Domenico Raccuglia. «Raccuglia catturato poco fa, siamo ancora sul posto. Calatafimi. Ci aggiorniamo più tardi». Poche parole, dopo tanti anni (15) di latitanza e decine di tentativi di cattura falliti, finalmente quello che viene definito uno dei tre papabili successori di e Provenzano, è ora in mano alla . All’azione hanno partecipato circa 50 uomini fra Catturandi e squadra mobile. Raccuglia era solo, in un’abitazione di Calatafimi, un appartamento di tre piani a via Cabbasini 80. Al momento dell’arresto ha tentato la fuga, lanciando un borsone con armi e soldi e abbandonando dietro di sé decine di “pizzini” e di comunicazioni con altri mafiosi. Pochi giorni prima era stata perquisita la casa della moglie del latitante, non dalla bensì dai , ma sembrava che non vi fosse trovato nulla di rilevante.
Su questo dettaglio nasce il sospetto che, come è successo in precedenza, vi fossero contemporaneamente Catturandi e sulle tracce di un latitante e, se le indagini non fossero state coordinate, la perquisizione avrebbe potuto far muovere dal suo covo Raccuglia.
Ma non è l’orario della cattura che lascia perplessi (di solito si agisce all’alba o poco prima, di modo da cogliere nel sonno l’obiettivo). Neppure che sia la Catturandi palermitana ad agire in provincia di . È quello che succede in paese subito
opo l’arresto a lasciare stupiti. Centinaia di ragazzi si sono radunati, urlando insulti contro il mafioso e applaudendo alle forze dell’ordine. Un segnale dei tempi che cambiano, del consenso e della paura che scemano. Anche quando si tratta di un uomo
he fa spavento come Mimmo Raccuglia.


Raccuglia fa paura ai boss

Facciamo qualche esempio di quanto sia di peso il ruolo di Raccuglia in questi anni. Leggendo alcune delle si capisce che chi parla lo teme. Raccuglia ha un modo tutto suo per comunicare: le armi. Parole poche, se non nessuna. È invisibile non solo alle forze dell’ordine ma anche agli altri mafiosi, e negli anni della latitanza ha consolidato il suo potere nel territorio di Altofonte, San Giuseppe Jato, Partinico, e comuni limitrofi. Lo scontro con i Lo Piccolo lo ha visto vincente. Quando è partito il tentativo di conquista del ricco business di appalti e delle relazioni nel partinicese da parte di Salvatore e Sandro Lo Piccolo, Raccuglia li ha bloccati, in armi, con attentati, alcuni omicidi mirati, un po’ di lupara bianca. E contemporaneamente ha fronteggiato, e probabilmente immobilizzato nella sua avanzata, Messina Denaro che tentava anche lui di dilagare verso Palermo da e Castellammare del Golfo: comuni sotto suo stretto controllo.
Approfittando del vuoto creatosi con l’arresto dei Vitale, i potenti “Fardazza” controllavano da decenni la strategica fascia di cerniera fra Palermo e del mandamento di Partinico. Il salto nella carriera lo fa collaborando con Brusca. Processato per cinque omicidi, Raccuglia ha già tre condanne definitive all’ergastolo.
Sposato, due figli, uno dei quali nato durante la latitanza, è uno dei carcerieri di Giuseppe Di Matteo, sequestrato e poi strangolato e sciolto nell’acido su ordine di Giovanni Brusca perché figlio del primo pentito sulla strage di Capaci. Raccuglia teneva i contatti con la famiglia del bambino alla quale portava i messaggi del piccolo durante il rapimento.
In una delle ambientali – quelle che hanno condotto alla serie di arresti dell’operazione “Perseo” di quasi un anno fa – fra due esponenti di , Paolo Bellino e Domenico Caruso, al centro del tentativo di ricostruzione della Com
issione provinciale di , la figura del boss di Altofonte sembra essere determinante per ogni possibile accordo. I due boss intercettati elogiano il latitante Raccuglia («E al Parco… minchia persona d’oro!») la cui identificazione secondo la Pr
cura generale è certa, in quanto l’originario toponimo di Altofonte, paese di origine di Raccuglia, è Parco e gli abitanti sono comunemente definiti come parchitani. Bellino dichiara di avere incontrato recentemente il latitante, il quale gli avrebbe dic
iarato il suo disappunto perché Badagliaccia (altro mafioso) non ha ancora riconosciuto la sua autorità dopo la conquista dei mandamenti di Partinico e . Nella parte conclusiva del dialogo, Caruso fa riferimento a un progetto di riorganizzazione,
da parte del latitante Messina Denaro e di alcune famiglie mafiose di Palermo in contrapposizione al gruppo dei Lo Piccolo, sostenendo che anche il sodalizio mafioso di (sede della latitanza per alcuni anni di Raccuglia e sotto suo totale contro
lo) aveva assicurato la sua adesione ma ne temevano la dittatura («Ce lo hanno fatto sapere… no, minchia non è possibile, con tutto questo apparato che c’è da portarsi d’appresso, no! Vogliono, questi del , vogliono fare, lo vogliono fare scender
… se scendono quelli, ti ricordi il l’“ora” che il pomeriggi… o tu lo aprivi il pomeriggio, che ce n’erano uno due tre quattro morti, uno due tre quattro morti»). E quando all’epoca si parla di si parla di Raccuglia. Come ai tempi de L’Ora, lo s
orico quotidiano che faceva la conta quotidiana dei morti di durante gli anni 70 e 80, gli anni della “mattanza”, della guerra di che portò ai vertici di e il clan dei .

Killer per uccidere Provenzano
E non solo. Anche nell’operazione “Gotha” (forse la più importante degli ultimi dieci anni insieme a quella che poi ha portato alla cattura di Bernardo Provenzano) si parla di Raccuglia.
Il boss Rotolo, si legge negli atti, nel periodo del tentativo di scalata su Palermo dei Lo Piccolo a cui Raccuglia si oppone, decide di informare Provenzano attraverso Antonino Cinà di «un fatto grave» che lo riguarderebbe direttamente. Proprio “Binnu” Provenzano – fa sapere Rotolo al boss latitante – era designato come la vittima di un congiura maturata all’interno dell’organizzazione. Si trattava di una vecchia storia di circa dieci anni prima. Ne parla infatti anche Giuseppina Vitale, sorella del boss Vito Vitale capo del clan “Fardazza” di Partinico, all’autorità giudiziaria il 25 febbraio del 2005. «I fratelli Vitale di Partitico, Giovanni Brusca, Matteo Messina Denaro e Mimmo Raccuglia avrebbero progettato l’assassinio dell’anziano leader corleonese per il suo orientamento antagonistico rispetto all’ala stragista» dell’organizzazione criminale.
Quel progetto, secondo “Giusi” Vitale, era appoggiato da e Bagarella all’epoca già detenuti. Alla fine non se ne era fatto nulla perché la maggior parte di coloro che avevano progettato questa “ammazzatina” era finita in carcere. Per questo Rotolo e Cinà volevano far sapere a Provenzano di avere appreso che a quella congiura avevano partecipato anche Salvatore Biondo detto “il lungo” e, appunto, Salvatore Lo Piccolo.
Ma da quanto comincia a emergere, il ruolo di Raccuglia nel possibile agguato a Provenzano era fortemente voluto proprio dal capo dei capi, da Totò . Erano circolate infatti le prime notizie, i primi sospetti, di un possibile coinvolgimento di
Binnu nella cattura di , o almeno nell’individuazione del covo palermitano del capo di . Da qui l’ordine a quello che poteva avere il ruolo e la capacità di portare a termine l’assassinio: il veterinario.
Cambia la geografia di «Dalle indagini – ha dichiarato Francesco Del Bene, sostituto procuratore di Palermo che da anni segue le indagini su Raccuglia – è emerso che il capomafia aveva stretto un’alleanza con il latitante di Castelvetrano Mes
ina Denaro e recentemente aveva spostato i suoi interessi proprio nel trapanese. Dopo l’arresto e il pentimento dei Brusca, Raccuglia ha esteso la sua egemonia al mandamento di San Giuseppe Jato. Quando poi i Vitale sono finiti in cella, il suo dominio è
giunto fino a Partinico, dunque ai confini con la provincia di ». E faceva da cuscinetto e da cerniera fra la “dittatura” di Matteo Messina Denaro su tutta la provincia di e il calderone palermitano in cui sguazza il giovane, e pericolosis
imo, boss emergente Giovanni Nicchi. «Ovviamente Gianni Nicchi a Palermo assume un rilievo maggiore, fondamentale – spiega Del Bene – diventando una delle figure dominanti in città. Dall’altra parte c’è il dominio incontrastato di Matteo Messina Denaro nel trapanese». E Messina Denaro, ora, non ha più nessuno che lo freni. Chissà se ha qualcuno che lo arresti.

Il bello della diretta
(box)

«È stata un’emozione incredibile. Con la troupe ci siamo trovati sul posto durante l’operazione. A un certo punto Raccuglia ha cercato di scappare da un terrazzino sul tetto. Urlava «sugnu innocente» e intanto tentava di gettare via le prove, i pizzini, le armi. Hanno anche sparato un colpo in aria per fermarlo». Pino Maniaci, il direttore di che per primo ha segnalato il peso del latitante Domenico Raccuglia nella fase di riorganizzazione di , è il primo ad arrivare a Calatafimi durante l’operazione di domenica 15 novembre. Da dove sia arrivata la soffiata resta ovviamente un mistero. Lui ridacchia, e dice solo «sono state due le “dritte”». Le sue immagini, come quando vennero arrestati i Lo Piccolo, sono le uniche dell’operazione e hanno fatto il giro delle redazioni di mezza . «“Sugnu innocente”, con due pistole e un mitra?», e ride accendendosi l’ennesima sigaretta.

Intervista a Massimo Ciancimino. «Nel papello le contro richieste della mafia» : Pietro Orsatti

Massimo Ciancimino parla, ecco due interviste, una in video ad annozero e l’altra a Pietro Orsatti e Pino maniaci

Nell’intervista ad annozero tra le altre cose Ciancimino dice due cose importanti:

  1. Conferma che Riina è stato fatto arrestare da Provenzano che ha fatto sapere ai ROS dove si nascondeva Riina. Il tutto nel quadro della trattativa tra mafia e stato. Parte dell’accordo era di arrestare Riina lontano da casa e lasciare il tempo alla sua famiglia traslocare e di ripulire l’appartamento da tutte le carte di Riina.
  2. Con ‘arresto di Riina, Vito ciancimino cessa di essere utile come collegamento tra mafia e politica e viene fatto arrestare. Il suo posto viene preso da Marcello Dell’Utri

Intervista a Massimo Ciancimino. «Nel papello le contro richieste della mafia» : Pietro Orsatti.

Stagioni delle stragi e trattativa tra lo Stato e i boss. Il figlio dell’ex sindaco di Palermo: «Parlo con Ruotolo e dopo pochi giorni gli arrivano le minacce»

di Pino Maniaci e Pietro Orsatti

Una delle figure centrali della riapertura dei processi a Caltanissetta e Palermo sulle stragi e sulla trattativa fra Stato e Cosa nostra nei primi anni 90 è sicuramente Massimo Ciancimino, figlio di Vito, il sindaco del “sacco di Palermo”. Dopo aver deposto presso le procure di mezza Italia e dopo essere stato ritenuto credibile, almeno in parte, da molti pm, che sulle sue dichiarazioni hanno aperto nuovi fascicoli, oggi è uno dei personaggi meno facilmente interpretabili di questo rinnovato interesse per il biennio 1992-93 e la stagione delle stragi. Lo raggiungiamo telefonicamente mentre è in auto per partecipare alla puntata di “Annozero”, una partecipazione, la sua, non prevista fino all’ultimo minuto. Infatti era già stato raggiunto da Sandro Ruotolo, che aveva registrato una lunga intervista. Poi negli ultimi giorni le intimidazioni verso il giornalista.
Ciancimino, lei rilascia un’intervista a Ruotolo e pochi giorni dopo il giornalista riceve minacce di morte. Solo una coincidenza?
Non sono al corrente dei dettagli della questione, ma so che la Digos sta indagando a fondo sulla vicenda. Certo è che la coincidenza c’è e fa pensare. Ma non ho dettagli e alcuna certezza. Non mi fa star sereno, però.
Dell’Utri prese il posto di suo padre come mediatore nella trattativa?
Ovviamente non posso entrare nel merito di questo perché l’argomento è al vaglio dell’autorità giudiziaria. Questa dichiarazione che lei mi sta riportando, però, è stata frutto di un’estrapolazione di qualche vostro collega. Comunque, io sto rispondendo ai magistrati anche su Marcello
Dell’Utri.
Il famoso “papello”. Lo ha ancora lei? Lo ha consegnato ai magistrati?
Anche su questo argomento non posso rispondere perché si tratta di uno degli argomenti segretati. Quello che posso dire è che il papello -come  a voi giornalisti piace tanto chiamare questo foglio di carta – riguardava delle contro richieste di Cosa nostra, ed era… sta nelle mie disponibilità.
Ma le trattative erano due? Una con l’area stragista, l’altra con Provenzano e la fazione della “sommersione”?

Questa è una delle più accreditate ricostruzioni giornalistiche. Io sono convinto che la trattativa fosse solo una con vari personaggi che si alternano nelle varie fasi. Si trattava di una questione di “equilibrio”.
Un giudizio su quella che fu la strategia portata avanti da Totò Riina?

Quello che penso di Totò Riina è stato anche manifestato nella mia piena disponibilità e volontà di contribuire al suo arresto. La valutazione si può sintetizzare in questo tipo di comportamento.

Riina che oggi, dopo anni, ha ripreso a parlare.

L’ultimo messaggio di Riina sicuramente è qualcosa di strano, quello che mi fa pensare è che quando parla lo fa sempre su di me. Sicuramente non è indifferente il fatto che lui riconosca pienamente il suo ruolo. “Non siamo stati noi”. Parla da capo dei capi. Riina parla poco e quando sa che deve parlare. Si esclude dall’eccidio di via D’Amelio ma non da altri fatti. Facendo quella dichiarazione riconosce un suo ruolo preciso fino a quel momento, e poi, non so se per strategia, un disconoscimento di quell’ultima fase.
La rassicura sapere che ora anche suo fratello sta parlando in sede di magistratura confermando le dichiarazioni che lei ha fatto finora?
Mi conforta che mio fratello abbia fatto questa scelta, iniziando a collaborare e dichiarando in relazione ad aspetti di questa vicenda. Anche perché, al contrario di me, lui non ha in sospeso alcun carico con la . Mio fratello, come la mia famiglia, è intervenuto con grande difficoltà e solo dopo che lo Stato si è preso carico della mia situazione. Sì, questo suo intervento mi conforta molto.

Sta dicendo che dopo mesi lei, quindi, ha una scorta? È sotto tutela?
Sì, oggi sono con una scorta. Per quello che possono fare secondo lo schema e gli ordini del ministero e degli organi di tutela.

L’ha sorpresa l’esclusione della sua deposizione al processo Dell’Utri?
Ormai non mi stupisco più di nulla.

Incontro Siracusa – 5 maggio 2009: Salvatore Borsellino, Pino Masciari e Pino Maniaci

Incontro Siracusa – 5 maggio 2009: Salvatore Borsellino, Pino Masciari e Pino Maniaci.

Lunedì 04 Maggio 2009 18:18 alt

Information Day Marsala 26/04/09 – Gioacchino Genchi, Salvatore Borsellino, Luigi De Magistris, Pino Maniaci

(raccolta di video di Valentina Culcasi)

Presentazione

Il moderatore Pino Maniaci

Salvatore Borsellino (parti da 1 a 6)





Luigi De Magistris (parti da 1 a 3)


Gioacchino Genchi (parti da 1 a 5)




micromega – micromega-online » 30.04.09 – Antimafia, non lasciamo solo Pino Maniaci

micromega – Antimafia, non lasciamo solo Pino Maniaci.

di Furio Colombo

Alcuni giorni fa si è diffusa una notizia strana. L’ordine dei giornalisti si sarebbe costituito parte civile nel processo contro Pino Maniaci, conduttore, animatore e protagonista di una ormai celebre televisione locale, Telejato di Partinico.

Per chi legge un blog di Micromega, come per tanti giornalisti in Italia e in Europa non c’è bisogno di dire chi è l’accusato. E’ l’erede indifeso e solitario di una lotta senza tregua alla mafia, dunque lungo un percorso che va dal “giudice ragazzino” a Falcone e Borsellino, da Pippo Fava a Claudio Fava, da Mauro De Mauro a Peppino Impastato, da Don Pugliesi a Don Ciotti, da Caponnetto a Caselli, alcuni vivi, molti morti ammazzati, nessuna resa.

Sotto processo? Sì, in nome della legge. Sarà anche vero che Pino Maniaci rischia la vita ogni giorno a causa delle sue precise, mirate, documentate accuse di mafia. Sarà anche vero che le minacce contro la sua vita non sono “voci” ma faldoni della Questura. Sarà anche vero che Pino Maniaci vive sotto scorta.

Ma non è un giornalista. Il suo sarà anche un nobile Tg di denuncia, ma “il Maniaci” come si legge negli atti processuali, “Non è iscritto all’ordine dei giornalisti”. Come si vede qui, ci sono due notizie che fra poco saranno lo spunto drammatico e incredibile di un buon film. La prima è che Pino Maniaci si permette di denunciare, con vere notizie di tipo giornalistico, la mafia. Ma non può farlo perché non è iscritto all’ordine dei giornalisti.

La seconda notizia è che l’ordine dei giornalisti non perde tempo con la mafia, va al vero nocciolo della questione. Inutile divagare sulla nobilità degli intenti del presunto eroe di anti-mafia. Quale eroe? Non è giornalista. Va processato per l’infame reato. E la vera parte lesa non è la Sicilia martoriata di mafia ma l’ordine dei giornalisti offeso da un ruba mestiere. Perciò: parte civile.

Purtroppo la triste storia di oggi (e l’inevitabile film di domani) non è finita. Occorre sistemare un “flashback” narrato su questo stesso blog da Beppe Giulietti (Art.21). L’ordine dei giornalisti, la federazione della Stampa e l’Unione cronisti, in tempi un po’ diversi, erano andati a Partinico a offrire “al Maniaci” la tessera onoraria di giornalista. Infatti lo sanno tutti che, con il suo rischio quotidiano, Pino Maniaci onora la professione del giornalista e il lavoro di ogni giornalista.

Resta una domanda. Che cosa è accaduto, o cambiato, per indurre l’onorevole ordine dei giornalisti d’Italia a questa corsa per punire lo sfacciato che, tessera onoraria o no, lotta alla mafia o no, fa il giornalista ma non è giornalista?

liberainformazione

Da liberainformazione: Pino Maniaci e l’ordine. Guai se la forma divora la sostanza.

di Alberto Spampinato

Come si fa a negare che Pino Maniaci sia un giornalista? Non si può. Di fronte al processo d’ufficio che il tribunale di Palermo gli ha intentato con l’accusa di esercizio abusivo della professione si deve semplicemente tributargli solidarietà e, doverosamente, iscriverlo d’ufficio all’Ordine dei Giornalisti, e magari dargli un altro premio per il coraggio con cui fa questo mestiere su una frontiera tanto esposta. Invece si obietta che l’Ordine dei Giornalisti è frenato da insuperabili impedimenti formali e addirittura si ipotizza che lo stesso Ordine si possa costituire parte civile presentandosi al processo come parte lesa. La costituzione in giudizio sarebbe un fatto abnorme e spero che non si arrivi a tanto, perché sarebbe difficile respingere le accuse di chi già parla di oltranzismo corporativo. La costituzione in giudizio getterebbe discredito sull’organo di autogoverno della categoria.