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Contro la mafia. Nonostante il governo | Pietro Orsatti

Contro la mafia. Nonostante il governo | Pietro Orsatti.

Criminalità – Il ministro Maroni si vanta degli arresti eccellenti degli ultimi 14 mesi. Meriti condivisi anche dallo scrittore Roberto Saviano. In realtà magistrati e forze dell’ordine hanno lavorato a corto di mezzi visti i tagli ai fondi. Per Anna Garavini, capogruppo Pd nella commissione Antimafia: «Questo esecutivo, al di là della propaganda, sotto il piano legislativo sta facendo dei favori alla criminalità organizzata». Con lo scudo fiscale probabilmente ci sono molti miliardi appartenenti alle mafie che rientrano “ripuliti” con un costo inferiore a quello usuale : il 5% invece che il 15-20%.


di Pietro Orsatti su
Terra

Un anno particolare per la lotta alla mafia quello appena trascorso. Un anno di grandi successi della magistratura e delle forze di polizia e dei carabinieri che hanno condotto, in particolare in Sicilia negli ultimi mesi, a un numero impressionante di arresti “eccellenti” di latitanti di rango quali Baglisi, Raccuglia, Nicchi e Fidanzati. Alcuni di loro boss locali di peso, altri capi in ascesa ai vertici di Cosa nostra come Domenico Raccuglia, detto il “veterinario”. «La migliore stagione di contrasto alla mafia che sia stata vissuta in Italia – ha dichiarato prima di Natale il ministro dell’Interno Maroni -. A indicarlo sono in numeri: in questi ultimi 14 mesi sono state svolte 309 operazioni di polizia giudiziaria contro i clan (+35% rispetto ai 14 mesi precedenti), sono state arrestate 3.315 persone (+32%) e 235 latitanti (+78%)». Successi, però, non tanto per l’azione del governo, quanto per la cocciutaggine di magistrati e forze di polizia che hanno proseguito l’azione di contrasto alla criminalità nonostante le difficoltà. Anche se poi il governo ha rivendicato un proprio ruolo di «guida e indirizzo», di «antimafia dei fatti» in contrapposizione all’«antimafia delle parole ». «Non scherziamo, siamo davanti a successi ottenuti nonostante i tagli sulle risorse alle forze di polizia, gli straordinari non pagati da anni, i continui attacchi mirati a criminalizzare i magistrati, e nonostante i tanti provvedimenti che ne hanno limitato gravemente l’efficienza come nel caso delle intercettazioni telefoniche, delle nuove regole per lo scioglimento dei Comuni, e non ultimo il provvedimento inserito in Finanziaria sulla vendita dei beni confiscati», dichiara a Terra Anna Garavini, capogruppo del Pd nella commissione parlamentare Antimafia. «Il nostro giudizio politico è molto severo – prosegue la parlamentare -. Perché questo governo, al di là di quelle che sono state le dichiarazioni propagandistiche, sotto il piano legislativo sta facendo dei grossissimi favori alla mafia. Sta cercando di smantellare da un lato le forze dell’ordine e dall’altro la magistratura che sono invece i veri protagonisti degli ultimi successi. Sappiamo molto bene che la lotta alla mafia non si può fare solo con la repressione del fenomeno, ed è un errore clamoroso limitarsi a questo. E per di più gli attacchi continui alla magistratura a lungo andare ne depotenzieranno la capacità di far fronte anche soltanto all’ala cosiddetta militare della criminalità organizzata. Ormai le mafie si sono infiltrate e hanno investito in ambiti paralegali e legali dell’economia e della finanza, condizionano politiche e appalti, determino spesso la sopravvivenza o meno di un’azienda».

E mentre si festeggiano i 95 miliardi di euro rientrati grazie allo scudo fiscale, pochi dicono che fra quell’enorme quantità di denaro probabilmente ci sono molti miliardi di soldi appartenenti alle mafie che rientrano “ripuliti” con un costo ben inferiore di quello usuale per riciclarli (il 5% invece che il solito 15-20%). Insomma, anche lo scudo è stato un bell’aiuto all’impresa mafia che, nonostante un’evidente crisi militare, continua a rappresentare un terzo del Pil grazie alle imprese infiltrate o direttamente collegate alla crimine spa e che detiene circa il 30 cento della liquidità nel nostro Paese.

Ma torniamo agli ultimi successi nella lotta all’ala militare, in questo caso di Cosa nostra. La cattura di Bernardo Provenzano a Montagna dei Cavalli, condotta dalla squadra Catturandi della mobile di Palermo, ha rappresentato uno spartiacque. Sia per la rilevanza del personaggio criminale sia per il numero e l’importanza dei documenti (i famosi “pizzini”) che furono trovati in seguito al suo arresto. Ma questa cattura non è, ovviamente, uno spartiacque solo per Cosa nostra. Succede qualcosa anche all’interno delle forze dello Stato che in pochi mesi, fra l’operazione “Gotha”, la cattura dei Lo Piccolo e quella di Provenzano, avevano messo a segno un’impressionante serie di successi, impedendo di fatto anche l’esplosione di una guerra di mafia causata dalle ambizioni egemoniche del clan Lo Piccolo. Succede che si interrompe l’azione in particolare della Catturandi, che a partire dall’arresto di Giovanni Brusca dieci anni prima, aveva avuto un ruolo fondamentale nella lotta alla mafia e nella cattura dei latitanti. Il modello Catturandi, ormai, era rodato. Veniva perfino esportato in altre regioni d’Italia, in particolare in Calabria e Campania, ma la Cat- Pietro Orsatti U turandi originale veniva messa da parte, le indagini sugli altri latitanti di peso nel palermitano affidate ai carabinieri. Per tre anni. Perché l’azione di indagine viene delegata ad altri, perché non vi sono più soldi. Se si pensa che un latitante “medio” spende alcune decine di migliaia di euro a settimana per garantirsi la latitanza, è ovvio che per prenderlo bisogna quantomeno mettere in campo risorse uguali se non maggiori. Agli uomini della Catturandi, invece, non sono stati pagati, se non parzialmente, gli straordinari e le missioni della cattura dei Lo Piccolo del 2006. Da questa constatazione è facile capire che le catture dei tre latitanti di spicco nel palermitano negli ultimi mesi, Domenico Raccuglia, Gianni Nicchi e Gaetano Fidanzati, non sono state il frutto di uno sforzo estremo del governo, ma di una sorta di scatto morale di alcuni magistrati e di alcuni reparti della polizia, Catturandi in primis.

Successivamente, proprio alla vigilia del nuovo anno e dopo la battuta del premier Silvio Berlusconi su una promessa di sconfiggere la mafia entro la fine del suo mandato, arriva la dichiarazione di guerra di Roberto Maroni, con tanto di un programma speciale di lotta ala crimine organizzato per «debellarlo» definitivamente dal nostro Paese e dalla nostra società. Con tanto di benedizione di Roberto Saviano che ha dichiarato: «Roberto Maroni? Sul fronte antimafia è uno dei migliori ministri dell’Interno di sempre». Dimenticando, Saviano, dei tagli ai fondi della polizia, dimenticando lo spostamento (centinaia di milioni di euro) di risorse alle cosiddette “ronde”, dimenticando anche la devastante politica di gestione sia dei testimoni di giustizia che, oggi, anche dei pentiti da parte del suo sottosegretario Alfredo Mantovano. Ormai le vicende dei testimoni quali Ulisse, Pino Masciari e Piera Aiello, in pratica abbandonati dallo Stato o in fuga da esso vista l’assenza di una politica di protezione coerente con le necessità umane, affettive e lavorative dei teste a rischio, sono sulla bocca di tutti.

Ma Mantovano, che gestisce da anni il settore testimoni e pentiti (praticamente in tutti i governi Berlusconi) e presiede la commissione che gestisce i programmi di protezione, ha raggiunto l’apice durante e dopo le dichiarazioni del collaboratore Gaspare Spatuzza nel processo Dell’Utri, mettendo in dubbio pubblicamente la sua testimonianza e la correttezza della magistratura (entrambi giudizi che non spettano a lui e soprattutto che paventano un suo parere negativo alla richiesta dell’applicazione di un programma di protezione per il pentito). «Una posizione e dichiarazioni gravissime – spiega Anna Garavini -. Per questo in commissione Antimafia abbiamo chiesto e ottenuto con urgenza una sua audizione a gennaio. Sia per i toni sia per le implicazioni che avrebbero, e forse hanno già avuto, le sue dichiarazioni». Saviano dimentica molto e cerca la battuta a effetto anche in questo caso. Mantovano è uomo (e di fiducia) di Maroni, sul contrasto alle mafie ha un ruolo determinante. E quindi Saviano, alla luce dei fatti e non delle ipotesi, ha di nuovo sottovalutato il peso che, dopo il grande successo mediatico del suo libro e della sua figura, ottiene ogni sua battuta. Anche per le molte cose dette con leggerezza e superficialità quest’anno di lotta alla mafia è stato un anno particolare.

Il ballo incivile dei testimoni di giustizia. Giustiziati. : Pietro Orsatti

Fonte: Il ballo incivile dei testimoni di giustizia. Giustiziati. : Pietro Orsatti.

La vicenda dei testimoni di giustizia in Italia (sempre confusi e indegnamente in bilico nella melma del fraintendimento tra “pentito” e “testimone”) è uno degli angoli vergognosi e tenuti sotto chiave da una paese che è fortissimo nelle celebrazioni ma colpevolmente distratto nella gratitudine dei suoi uomini migliori. C’è una differenza sostanziale tra un collaboratore di giustizia (volgarmente detto “pentito”) e un testimone di : il primo rinuncia ( o comunque tratta) alla propria pena, il secondo spesso alla propria dignità di vita. E sulla bilancia della giustezza (prima della ) qualcuno ci dovrà spiegare perché un concetto così lapalissiano non sia comunicabile. Perché non venga ritenuto “giornalistico” o politicamente “strumentalizzabile”  al di là di qualche serata di costume d’antimafia o qualche docu-marketing-fiction. Un paese che culla le puttane perchè servano a sputtanare il re e intanto lascia sui marciapiedi gente come Pino Masciari o Piera Aiello perché sono spendibili solo nei processi. Un paese che celebra le “scorte letterarie” come oggetto da bestseller e nasconde (male) sotto lo zerbino chi ha sfidato la criminalità mettendosi a verbale. Un paese in cui succede che gente che dallo si aspetta il diritto di stare in sicurezza nell’ombra sia costratta ad urlare per salvarsi e contemporaneamente uccidendosi. Il comunicato di (attraverso l’Associazione Rita Atria) e quello di pochi giorni fa di Pino Masciari sono il grido più doloroso (e sottovalutato) dell’antimafia non di chi la vorrebbe tanto imparare a fare; ma di chi ci è caduto dentro con la testa alta, lo sguardo fiero e sempre in piedi. Se ci fosse cuore sarebbe un grazie come un mantra da tutti gli spigoli della nazione. (fonte Giulio Cavalli. Seguono i documenti dell’associazione Rita Atria e di )

ASSOCIAZIONE ANTIMAFIE “RITA ATRIA” OGGETTO: Comunicato stampa: , testimone di , torna a Partanna (TP) dopo 18 anni per rivendicare il suo diritto a Vivere Tornata nella sua casa di Partanna (TP), , testimone di dal 1991, per constatare il suo effettivo status di “ex testimone”, come da comunicazioni (e senza motivazione) del Servizio centrale di protezione, che ha demandato alla Prefettura della località segreta i problemi legati alla sicurezza in base a motivazioni contenute nel documento “stralcio del verbale di riunione del 15 aprile 2009” recapitato alla Aiello (i cui dettagli renderemo noti durante la conferenza stampa). La Prefettura competente, da parte sua, ritarda ancora ad ottemperare alle misure concordate con già nel maggio scorso (teniamo a sottolineare che il 2 aprile aveva appreso che la sua copertura è stata vanificata per cause ad oggi ancora oggetto di indagine e sulle quali non desideriamo soffermarci, nel pieno rispetto della serenità di giudizio delle istituzioni competenti). Ricordiamo inoltre che l’art.16-ter della L 45/2001 prevede che le misure di protezione siano mantenute fino alla effettiva cessazione del rischio, cessazione della quale la diretta interessata non ha ricevuto alcuna comunicazione, nemmeno dopo le ripetute richieste rivolte al Servizio centrale di protezione, che fa capo al ministero degli Interni. Da qui la sua decisione di chiedere un sereno colloquio con le procure siciliane che si sono avvalse delle sue testimonianze per avere chiarezza sulla condizione di pericolo in cui attualmente versano lei e la sua famiglia. Ci riserviamo inoltre di discutere nell’ambito di “Contromafie”, organizzato da “Libera” a il 23/24/25 ottobre, le politiche da intraprendere insieme ad altre associazioni affinché siano accolte le proposte di modifica alla legge già presentate ad alcuni parlamentari al forum (organizzato dall’Associazione Antimafie “Rita Atria”) sui testimoni di tenutosi a il 26 luglio scorso, durante la giornata in memoria di Rita Atria. Martedì 6 ottobre alle 11.30 a Partanna (TP), in via Crispi 199, si terrà una conferenza stampa in presenza di , di don Luigi Ciotti. Per motivi legati alla sicurezza di è necessario accreditarsi inviando una email all’indirizzo info@ritaatria.it (per informazioni tel 347.262.27.46). Documento Io sottoscritta nata a Partanna il 02-07-1967 Testimone di dal 1991 e residente in località protetta, scrivo e intendo rendere pubblico questo documento dopo 18 anni di non vita, grazie ad uomini di preposti a garantire la mia sicurezza – come quella di altri Testimoni di – e che invece si sono dimostrati ASSENTI e peggio INDIFFERENTI alle nostre condizioni di vita ed alle condizioni di pericolo cui eravamo esposti. Sono persone che hanno dimostrato purtroppo un assoluto senso di superficialità per quanto riguarda la questione delicatissima dei Testimoni di , invece di dimostrare quella attenzione e quell’attento accompagnamento dei “Testimoni di ” che lo ha progressivamente imparato ad assumere come compito e tradurre nello spirito e nel dettato delle specifiche Leggi promulgate, ma di cui costoro sembra non abbiano mai avuto conoscenza o comprensione. Pertanto ho deciso di elencare e rendere pubblica questa situazione attraverso la narrazione di una piccolissima parte della mia vicenda umana che attesta il poco tatto con cui io, e sicuramente molti altri Testimoni di come me, veniamo trattati fino ad oggi da funzionari e rappresentanti istituzionali che avrebbero invece il compito di essere delicati e quantomeno premurosi e solerti nell’affrontare i nostri problemi, e che invece dimostrano la volontà di lasciare irrisolte le questioni, spesso vitali, poste dal Testimone, o di costruire percorsi limpidi per una fuoriuscita dal Programma di Protezione ed un ritorno a nuova vita in modo dignitoso, dopo il lungo periodo di tribolazioni e peregrinazioni nelle aule dei vari tribunali. La mia storia è forse risaputa, in quanto ampiamente riportata dai mass , ma sento necessario – per dare un ordine ed una ragione comprensibile alla conclusione verso cui sono orientata – raccontarne qualche breve tratto ben sapendo che non è possibile rappresentare in poco spazio tutta la drammaticità quotidiana della vicenda che ho scelto di vivere per contrastare la criminalità mafiosa, vicenda che è stata aggravata proprio da una inattesa insensibilità istituzionale da parte di chi avrebbe dovuto accompagnarmi in questa scelta di vita dura e difficile. Divenni Testimone di nel 1991 a seguito di avvenimenti criminali rivelati in deposizioni rese davanti al Giudice Paolo ed allo stuolo di Sostituti Procuratori che con lui collaboravano. Venni messa sotto regime di protezione immediatamente. Subito dopo la mia decisione, mia cognata Rita Atria volle condividere la medesima scelta di Testimone di . Quando ho preso la decisione di testimoniare vigeva l’istituto dell’Alto Commissario, solo successivamente vi sarebbe l’avvento del Servizio Centrale di Protezione. Già a quei tempi, in regime di Alto Commissario, si registrava una profonda confusione di compiti, ruoli e modalità di intervento, in quanto i funzionari non sapevano bene come gestire il fenomeno dei Testimoni di e facevano molta fatica a distinguere tra questi ultimi ed i collaboratori di , cioè coloro che – a differenza dei Testimoni, i quali non avevano mai colluso con i crimini ed i criminali di cui riferivano vicende e comportamenti – si erano dissociati per le più varie ragioni dai crimini e dai criminali con cui avevano precedentemente collaborato direttamente ed attivamente. L’unica cosa che posso dire con certezza è che quando era in vita Paolo le varie mancanze e difficoltà venivano sempre risolte tempestivamente e grazie a suoi diretti interventi, mentre dopo la sua morte le cose precipitarono. Già dopo pochi giorni dall’omicidio del Giudice, si verificò infatti una vicenda sconcertante. Vennero cioè a trovarci (me e mia cognata Rita) due funzionari che ci dissero: “Dalla morte del Giudice, molti collaboratori si stanno tirando indietro. Voi cosa volete fare?”. Allora ci chiamavamo tutti collaboratori, senza distinzione, perché non c’era ancora una legge che differenziasse i due status, ma non credevo che per differenziare un criminale da una persona onesta nella coscienza dei funzionari occorresse un testo di legge, credevo piuttosto che bastasse solo la Verità delle cose. (La legge arriva, ma solo nel febbraio del 2001). Quella domanda mi ha fatto capire che non avrei più avuto il conforto dello rappresentato da Paolo , ma avrei bensì convissuto con l’improvvisazione. Rimasi allibita, risposi con l’unica cosa che potevo dire, e cioè che “se prima avevo un motivo per andare avanti, adesso ne avevo mille”. Mia cognata Rita non rispose. Lei era convinta che la l’avrebbe trovata e uccisa. Aveva ragione Rita: con la morte di Paolo era finito tutto, non saremmo più state protette allo stesso modo, e sbagliano coloro che citano Rita solo come vittima della . Rita è vittima dell’indifferenza di funzionari incapaci a capire la differenza tra una pratica ed un essere umano. Come dimenticare l’intervista di Ambra Somaschini (29 luglio 1992 su repubblica) all’allora prefetto di . Alla domanda: “Rita Atria soffriva di depressioni e il settimo piano di quel palazzo anonimo, la solitudine, forse ne hanno provocate altre…”, il prefetto rispose: “Pagavamo 950 mila lire al mese per quell’appartamento. Abbiamo fatto il possibile”. Pagavano 950 mila lire da meno di una settimana (perché Rita ebbe quella casa dopo la morte di Paolo ), ma non è questo il problema: la risposta doveva essere diversa perché la giornalista parlava di “essere accanto umanamente ”, di un supporto psicologico, per far sentire che dopo Paolo lo c’era, e invece … “Pagavamo 950 mila lire”. Umanità misurata col metro dei soldi. Come dimenticare poi le differenze che venivano fatte tra me e Rita: a me avevano dato un alloggio bellissimo, con tutti i comfort, ma a Rita diedero un appartamentino lugubre. Ci davano un contributo mensile talmente irrisorio che a stento riuscivamo a sbarcare il lunario. Ritengo importante sottolineare questo aspetto per far capire che noi Testimoni di non veniamo trattati tutti alla stessa stregua. Ci sono testimoni di seri “A” e testimoni di serie “Z”. Dopo la morte di Rita, chiesi di trasferirmi in un convento, stanca di vedere quei funzionari con cui dovevo relazionarmi e che pretendevano di “gestirmi” a modo loro senza alcuna mia partecipazione al disegno ed alla costruzione del mio futuro. Avrei voluto restare fuori dal mondo, ma dopo un paio di anni decisi che la vita monacale non faceva per me, soprattutto per la presenza della mia bambina. Mia figlia era ormai in età scolare, e dunque decisi di trovarmi un appartamento in un qualche paese ed a mie spese mi trasferii nella mia “nuova residenza”. Chiesi ai funzionari preposti a dare soluzione ai problemi della mia esistenza quotidiana di collaborare per iscrivere la mia bambina a scuola, ma nulla mi venne risposto. Decisi di andare personalmente dal direttore didattico del posto, sperando che fosse un onesto padre di famiglia e non un delinquente. Trovai una persona di coraggio e carica di passione civile: gli dissi chi ero, che non avevo documenti, ma rivendicavo che mia figlia potesse godere del suo inalienabile diritto allo studio. E fu dunque solo grazie a me e a quel direttore, che mia figlia poté entrare a scuola, sotto false generalità. Quando la bambina frequentava ormai la terza elementare, durante un colloquio presso il Servizio Centrale di Protezione (di fronte a testimoni) una funzionaria del servizio centrale mi chiese quanti anni avesse mia figlia e se andasse a scuola. Le risposi che mia figlia aveva otto anni e che frequentava la terza elementare e che loro avrebbero dovuto saperlo senza chiedermelo! Non solo il danno, dunque, ma anche la beffa di un ipocrita e tardivo interessamento per una situazione che io avevo tempestivamente segnalato e che era rimasta dormiente per oltre tre anni! Negli anni successivi, dopo aver conseguito due diplomi, sempre a mie spese, e grazie all’aiuto di persone estranee a quegli uffici istituzionali, chiesi di fuoriuscire economicamente dal programma: volevo tornare libera, volevo lavorare, volevo tornare a vivere! Mi venne concesso quel “privilegio” dopo dure ed impari lotte, perché nel frattempo non mi venivano attribuite le nuove generalità. Quei documenti rappresentavano per me l’unica possibilità di costruire il mio futuro e tuttavia mi venivano negati. Comunque ci riuscii grazie anche all’intervento di persone che mi stimano e mi vogliono bene e che mi hanno salvato la vita, perché la solitudine mi aveva spinto alle stesse conclusioni di mia cognata Rita. Venni “liquidata” con una cifra che considero irrisoria, ma a me non importava. Anche se pochi, quei soldi mi consentivano di realizzarmi nel lavoro, mi consentivano di ritornare a nuova vita. E poi c’erano le nuove generalità che mi permettevano di andare a votare dopo 7 anni, di non chiedere in prestito il codice fiscale di un’amica fidata, di uscire e non aver paura di esibire il documento, di portare mia figlia all’ospedale e di scegliere il medico e tutte quelle cose che fanno di un essere umano un cittadino. Dopo la “capitalizzazione” (la chiamano così la liquidazione) attorno a me è caduto il silenzio istituzionale più assoluto. Nessuno, dico nessuno, si è mai chiesto come io abbia utilizzato tali soldi, se ero riuscita a realizzarmi, nulla, neanche una telefonata per dire: “signora va tutto bene? È viva?”. Il nulla. Eppure mi avevano detto che c’era un funzionario del ministero del Lavoro che mi avrebbe potuto aiutare nel reinserimento lavorativo. Sapevo che in quegli uffici noi siamo pratiche, ne avevo avuto ampiamente la prova e la stessa storia continuava a ripetersi. Non potevo neppure telefonare per parlare con i funzionari. Addirittura una volta venni insultata perché telefonando avevo chiesto di parlare con il direttore del Servizio Centrale. Mi rispose un funzionario, ammonendomi di non chiamare più! Insomma quello che mi era proposto come la mia nuova famiglia in realtà si è trasformato nella mia peggiore prigione, con relativi aguzzini, forse per “gratitudine della mia attiva testimonianza contro il crimine organizzato”. Ho anche prodotto tutta la documentazione prevista dalla Legge e necessaria perché lo acquistasse la mia casa in Sicilia e mi consentisse di ottenere nella mia nuova residenza beni di “pari consistenza” o comunque qualcosa di dignitoso che si potesse chiamare casa. Lo ha rifiutato di accogliere le mie richieste (offrendomi una cifra offensiva e umiliante per una casa costruita con sacrificio e anni di immigrazione in Venezuela di mio padre) e la vicenda si è risolta nella necessità di avviare una azione giudiziaria con un ricorso davanti al TAR contro quello che mi doveva tutelare per promessa e per Legge! Ricorso che ancora ad oggi deve essere discusso! Avevo chiesto altre cose che mi spettano di diritto, che non vado qui ad elencare (sempre disponibile a farlo con chiunque nutrisse dubbi sulla mia onestà intellettuale), ma com’è sempre accaduto quando sono andata negli uffici istituzionali, ho trovato apparente disponibilità ed avvertito una “falsa” cortesia, ma nessuna volontà di risposte concrete e tempestive. Così è ad esempio per una richiesta fatta a febbraio 2009 e per la quale ancora oggi (settembre 2009) sono in attesa di una qualsivoglia risposta, foss’anche un rifiuto. Non so e non mi è dato sapere se sono state approvate le mie proposte e richieste. Mi chiedo come sia possibile affidare oltre a simili persone la propria vita! Mi chiedo come faccia una istituzione ad ignorare critiche pesanti e denunce fondate contenute nella relazione sui Testimoni di della precedente commissione antimafia… Nella nuova commissione hanno ritenuto il problema talmente superfluo o superato che hanno pensato di non istituire una commissione sull’argomento. Non si sono posti neanche il problema se le indicazioni contenute in quella relazione fossero state in qualche modo portate avanti. Ho avuto un grave problema di sicurezza determinato da un episodio oggi oggetto di accertamento (nonostante tutto confido sempre sul fatto che vinca il primato della Verità e della su altri primati meno nobili) che ha fatto saltare la mia copertura. Questo significa che la conosce il mio attuale nome e dove mi trovo. In seguito a quello che per me e per la mia famiglia è un vero e proprio dramma, a maggio sono stata convocata in Prefettura, dove mi sono state fatte promesse di videosorveglianza. Ho saputo da fonte certa che alcuni dei funzionari del Servizio Centrale di Protezione sostengono che quei dispositivi di videosorveglianza sarebbero stati già montati (per l’esattezza l’affermazione è stata: “la signora è coperta da videosorveglianza”), cosa assolutamente falsa se riferita alla mia personale situazione. Dunque costoro parlano senza cognizione di causa di cose che non conoscono o che preferiscono ignorare. Da tutto questo la mia profonda inquietudine: persone e funzionari istituzionali che dovrebbero occuparsi di una situazione di rischio e delle relative azioni di garanzia della sicurezza, mettono invece a rischio deliberatamente con la loro inefficienza le vite umane che sono state affidate all’esercizio dei loro poteri. Questi signori nei recenti documenti che mi notificano scrivono che sono solo “un’ex testimone” e che della mia sicurezza se ne deve occupare la Prefettura della località segreta. Io posso serenamente sostenere che anche questa è una affermazione falsa o comunque infondata, perché io sono fuoriuscita sì dal programma, ma solo economicamente: ogni qual volta mi devo recare in luoghi a rischio, sono ancora tenuta a comunicarlo al NOP che lo notifica al Servizio Centrale di Protezione, e di conseguenza debbo essere accompagnata da uomini di scorta. Presumo dunque che ciò avvenga perché sono sempre e comunque una persona a rischio di aggressione, quindi soggetta ad essere scortata. Mentre la sanziona che i suoi nemici sono nemici per sempre, lo di Diritto afferma che i Suoi Testimoni divengono ad un tratto ex testimoni e dunque possono essere lasciati in balìa della propria sorte, decisa dai criminali denunciati. Ovviamente nessuno ti notifica che non sei più a rischio e che la (anche quella uscita di galera) ha dimenticato. Nessuno si prende la responsabilità di dirlo apertamente, così magari per aver la certezza che la mia copertura è saltata a causa di due stolti uomini dello forse vogliono il cadavere: “tutto è da verificare”. Qualcuno è arrivato a dire che la mia condizione di presidente di una associazione antimafia mi avrebbe esposta. Ovviamente non hanno dimostrato come. Eppure era proprio un sottosegretario a dirmi che la mia storia era talmente importante che bisognava che io andassi nelle scuole. Io nelle scuole ci vado, ma da sola, e cioè senza sponsor politici. Adesso a distanza di diciotto anni da quella scelta che ha segnato la mia vita e che non rinnego, dico basta. Ritorno in Sicilia, visto che sono una ex testimone, ritorno a casa mia, dove nessuno può cacciarmi, ritorno alla mia identità che nessuno ha diritto di cancellare. Ritorno tra i ragazzi per rivendicare il diritto alla Vita. Non torno per morire ma per lottare. Preferisco passare gli ultimi giorni della mia vita (per quanti essi potranno essere) nella mia Sicilia, in mezzo ai mie affetti, che mi sono stati strappati 18 anni fa. Ma desidero farlo rendendo pubbliche le ragioni della mia decisione. Prendo tale decisione con serenità e con consapevolezza. Per proteggere la mia nuova famiglia, per far sapere all’opinione pubblica l’inefficienza di persone e funzionari istituzionali che hanno l’ardire di gestire con assoluta incompetenza e totale disinteressamento situazioni delicatissime che a dir poco sono sfuggite loro di mano. Aggiungo inoltre che intendo che la difesa dei miei diritti è azione imprescindibile per continuare ad andare nelle scuole e parlare della cultura della testimonianza. Qualche anno fa ho ricevuto una lettera da una bambina di 12 anni del mio paese: “tu vivi esiliata, Rita Atria è morta, ci state chiedendo di diventare eroi?”. Rispondano i funzionari dello a questa domanda. Io ho deciso di dimostrare alla mia Terra che dobbiamo pretendere protezione e allontanare i mafiosi dalle città, e non i cittadini onesti. Per tali inadempienze, per porre fine alla mia prigionia, per porre fine a vivere una vita non vita Chiedo 1. L’annullamento dello status di ex testimone di come da notifiche del Servizio centrale di protezione in netta contraddizione con l’art.16-ter della L 45/2001 che prevede che le misure di protezione siano mantenute fino alla effettiva cessazione del rischio. In tal senso se viene mantenuto lo status di ex testimone chiedo che organi competenti mi notifichino lo scampato pericolo così come mi hanno notificato il mio esilio. Ricordo che fino al mese di luglio c.a. mi sono recata in Sicilia con tre uomini di scorta più due di supporto sul territorio, per un totale di cinque uomini di scorta. Se fosse intervenuta la cessazione del rischio evidentemente non avrei avuto bisogno di questi uomini. 2. L’acquisizione dei miei beni. Anche in questo caso interviene l’art 16 ter della L 45/2001: “se lo speciale programma di protezione include il definitivo trasferimento in altra località, il testimone di ha diritto ad ottenere l’acquisizione dei beni immobili dei quali è proprietario al patrimonio dello , dietro corresponsione dell’equivalente in denaro a prezzo di mercato”. 3. La concessione del mutuo che avevo chiesto e che da mesi mi si dice essermi concesso, mentre invece le mie pratiche rimbalzano tra la banca e il ministero degli Interni in un palese di incomprensione. Inutile dire che il mutuo l’avevo chiesto per uno di bisogno che solo grazie ad interventi privati sto cercando di tamponare. Per lo sarei già caduta in miseria. 4. Il diritto a vivere insieme alla mia famiglia in maniera dignitosa.

Antimafia Duemila – ‘Ndrangheta: Pino Masciari da solo in Calabria dove tutto e’ cominciato

Antimafia Duemila – ‘Ndrangheta: Pino Masciari da solo in Calabria dove tutto e’ cominciato.

Pino Masciari scende da solo in Calabria, e da venerdì 2 Ottobre 2009 sarà davanti al tribunale di Vibo Valentia, per denunciare che gli impegni presi dalle Istituzioni a Giugno, dopo aver concordato la fuoriuscita dal programma di protezione, sono ad oggi disattesi, condannando con ciò la famiglia Masciari a vivere in una condizione di totale e gravissima precarietà sia sul piano della sicurezza sia sul piano economico.

Masciari si sente in pericolo di vita in seguito alle ultime vicende subite e ai fatti degli ultimi giorni: perchè si è creato un vuoto delle Istituzioni competenti che non garantisce sicurezza effettiva a lui e alla sua famiglia.

Salvare la vita di Pino Masciari

Vogliamo un paese migliore, dove lo stato si prenda cura degli onesti punisca i delinquenti. Sembra che il governo faccia tifo per la criminalità, basta, fuori la mafia dallo stato.

Salvare la vita di Pino Masciari.

Questa mattina Pino Masciari è stato raggiunto da Diego Sarno, che oltre ad essere nostro comune amico e assessore al comune di Nichelino, avendo condiviso insieme la necessità di muoversi per aver salva la vita. Non conosciamo la destinazione ma conosciamo le premesse che hanno determinato questa azione compiuta in piena lucidità. La sequenza è limpida, cominciata con l’attentato con esplosivo (20 luglio 2009), poi l’intrusione in località segreta (19 agosto 2009) e aggravatasi domenica 28 settembre 2009 con l’omicidio premeditato del boss Damiano Vallelunga che presagisce una stagione di sangue per riequilibrare i poteri dei clan della ‘ndrangheta.

Sindacare dall’esterno la decisione di Pino è impossibile fatto salvo chi ha analoga esperienza di lotta alla sopravvivenza o chi è particolarmente supponente e arrogante. D’altro canto sono stati fatti tutti i passaggi formali per chiedere la definizione della sicurezza per la famiglia Masciari non ricevendo concretezza ma solo burocrazia su burocrazia.

E Pino proprio non ha voglia di morire di burocrazia: non c’è tempo eppure sono passati i mesi senza vedere attuazione di quanto deliberato e sentenziato, in uno stillicidio di “pazientate” che oramai ha assunto il sapore disgustoso dell’insulto. Siamo al 13° anno di non vita della famiglia Masciari, la pazienza è finita.

Dal Presidente della Repubblica in giù ognuno sa benissimo che nel nostro Paese esiste una storia di gravissima lesione dei diritti umani e costituzionali di 4 cittadini della Repubblica Italiana che si fa perdurare: è una questione di volontà.

Non abbiamo fatto abbastanza: noi amici di Pino Masciari per primi, la Rete, ogni movimento e realtà associativa che sbandierano la lotta alle mafie e la difesa della giustizia, le associazioni antiracket , e ancora le amministrazioni locali e nazionali, le associazioni di categoria degli Industriali e dei commercianti, fino alle massime Istituzioni.

Se siamo arrivati a questo punto, come società e come Stato non abbiamo fatto abbastanza.

Peggio: abbiamo cercato di trovare giustificazioni o ridurre a logiche di opportunismo la storia di Pino per non dover riconoscerci che non siamo all’altezza di lottare per i diritti così come hanno fatto i Masciari.

Se c’è un tempo per fare qualcosa per loro è ORA!

Il POI è inutile e necrofilo.

Specifichiamo che Diego ha deciso di affiancare Pino attuando le dinamiche della difesa popolare non violenta e non vuole assolutamente sostituire la professionalità delle forze dell’ordine.

Infine, ci spiace aver messo in secondo piano quella che era un’ottima notizia giunta ieri sera, ossia la nuova cittadinanza onoraria conferita dal comune di Verona.

Antimafia Duemila – La vergogna di non vergognarsi

Antimafia Duemila – La vergogna di non vergognarsi.

di Marco Travaglio – 24 agosto 2009
È stata proprio una bella estate.
L’estate dei Nuovi Mostri, come li chiama Oliviero Beha nel suo ultimo libro (Chiarelettere, pp.281, 13,60 euro).
«La vera legge-vergogna  scrive Beha  di questi anni, che le riassume tutte, è proprio questa: la vergogna assunta per legge come norma dei comportamenti sempre più diffusi e la ridda di cattivi esempi dall’alto, naturalmente attribuiti agli “altri”.
La vergogna di non provare vergogna». Quello che vuole arrestare le prostitute e i clienti, e che incidentalmente è anche il capo del governo, si scopre cliente di prostitute (ma con «simpatia ed eleganza»). È lo stesso che s’è tenuto in casa un mafioso per due anni e un amico dei mafiosi per trenta, e ora vuole «passare alla storia come quello che ha sconfitto la mafia». Lo stesso che ha distrutto il calcio con aste miliardarie e ingaggi strabilianti, e ora denuncia che «gli inammissibili stipendi dei calciatori rovinano il calcio». Lo stesso che viola la privacy altrui con milioni di foto sui suoi giornali di gossip, ma denuncia i giornali che fotografano lui. Lo stesso che, essendo notoriamente il cofondatore dell’alleanza contro il terrorismo, sta per volare un’altra volta dall’amico Gheddafi, amico suo e dei terroristi. Intanto l’amico dei mafiosi, al secolo Marcello Dell’Utri, chiede una commissione parlamentare d’inchiesta su chi, Dio non voglia, ha trattato con la mafia durante le stragi del 1992-’93 (quando lui riceveva nel suo ufficio un boss, sempre lo stesso, Vittorio Mangano, appena uscito di galera dove aveva scontato una condanna per mafia e una per traffico di droga). Littorio Feltri torna al Giornale e, per elogiare il padrone, non trova di meglio che dire che Agnelli era peggio di lui (già, peccato che Agnelli non sia mai stato capo del governo e, detto per inciso, sia pure morto). Poi, per dare il buon esempio, si porta al Giornale due condannati in primo grado: Renato Farina e Luciano Moggi (più che un quotidiano, pare l’ora d’aria). D’altronde i veri criminali sono altri: per esempio i 5 eritrei scampati all’ultimo naufragio di Lampedusa: la legge Berlusconi-Maroni-Hitler impone di incriminarli per immigrazione clandestina, così imparano a sopravvivere; la prossima volta facciano il favore di affogare come gli altri 73. O di girare alla larga dall’Italia, paese meraviglioso dove chi è senza pane si compra un telefonino nuovo. Dove il finanziere Zunino, pluriinquisito, è sull’orlo del fallimento, ma con una holding chiamata «Risanamento». Dove i reati, secondo il governo, sono in calo, ma le carceri scoppiano. Dove tolgono la scorta al testimone anti-’ndrangheta Pino Masciari, periodicamente visitato dagli amici degli amici, ma la danno a Vittorio Sgarbi perché si sente minacciato (mandante: Beppe Grillo). Intanto ferve nel Pd il dibattito sulla presenza della Carfagna alla festa dell’Unità, o come diavolo si chiama. E fior di politici e intellettuali s’interrogano sull’appello del capo dello Stato per l’Unità d’Italia. Per il congresso di Vienna, c’è tempo.
Ps. Questa è la mia ultima rubrica su l’Unità. Ancora grazie di cuore a tutti i colleghi e i lettori.

Benny Calasanzio Borsellino: Incontri ravvicinati del terzo tipo in casa Masciari

Benny Calasanzio Borsellino: Incontri ravvicinati del terzo tipo in casa Masciari.

Il 19 agosto il Corriere della Sera dedica un ampio servizio alla notizia che il bispregiudicato Vittorio Sgarbi beneficerà della tutela armata da parte del Ministero degli Interni per via di alcune intimidazioni e telefonate anonime ricevute in quest’ultimo periodo, istigate, niente di meno, che dal mandante Beppe Grillo. Altre fonti parlano di una scorta affibbiata al critico d’arte copiatore per evitare pericoli di suicidio, essendo molto probabilmente l’unico vero rischio corrente per il pregiudicato biondo che fa impazzire il mondo. Nessuno spazio invece, nemmeno una schizinosissima breve, per una notiziola che sta circolando clandestinamente se si eccettuano una paio di quotidiani e una decina di siti internet: nella notte in cui il Corsera dava alle stampe la terribile notizia del pericolo di morte imminente corso da Sgarbi, due sconosciuti si sono introdotti nell’abitazione del super testimone di giustizia Pino Masciari, che seppur uscito dal programma dopo indecenti peripezie, tra le quali la scorta al singhiozzo e lo sputtanamento dei suoi dati personali e dei dettagli riservati da parte del responsabile della sua sicurezza, il sottosegretario Alfredo Mantovano (celebre l’intervento sul Corsera in cui snocciolava i dettagli economici offerti a Masciari per abbandonare il servizio di protezione), ha ricevuto per iscritto garanzie di protezione fino alla cessazione totale dei rischi a suo carico. Parliamo non del piccolo commerciante che denuncia i suoi esattori, altra specie a rischio estinzione, ma dell’allora settimo imprenditore della Calabria che ha fatto saltare un sistema mafioso mandando alla sbarra il clan ‘ndranghetista degli Arena e facendo condannare pure un alto magistrato per corruzione. Come ci racconta la moglie di Pino, Marisa, «erano le tre della notte, e noi stavamo dormendo nella nostra camera, mentre i bambini nelle loro camerette che danno sul corridoio. Sono stata svegliata da dei passi tonfi, che venivano verso la camera da letto. Ho pensato fosse mio figlio, e allora ho sollevato la testa chiamandolo per nome». Marisa apre gli occhi e vede un’ombra imponente ai piedi del letto che, scoperto dalla donna, si lancia verso il balcone e si butta giù dal primo piano nel giardino dei Masciari. «Ho iniziato ad urlare e quando Pino è saltato in piedi ed è andato verso il giardino nell’ingenuo tentativo di inseguirli, di scoprire chi fossero, ha visto anche un altro uomo che probabilmente si era appena lanciato dall’altro balcone di casa e stava raggiungendo a piedi l’auto a fari spenti che li aspettava, una Opel Astra station wagon grigia, abbastanza nuova». Ora, tutto ciò traumatizzerebbe ognuno di noi, dal metalmeccanico di Buccinasco all’architetto di Platì, che nonostante alcuni «abitanti» comuni, sono due città diverse. Ma se sei un testimone di giustizia tra i più efficaci e se sai di essere in costante pericolo di vita, non credo debba fare un gran bell’effetto trovarsi un omone grande e grosso ai piedi del letto, nella camera più intima di un matrimonio, dove nessuno, a parte i figli insonni, dovrebbe avere accesso. Se siano stati dei balordi o uomini mandati come avvertimento, o peggio ancora killer interrotti a metà del lavoro, questo né Pino né Marisa lo sanno. Il dato certo è che due uomini, peggio ancora se semplici balordi, sono riusciti in tutta tranquillità ad introdursi nella casa di un testimone di giustizia ufficialmente protetto dallo Stato e a gironzolare, fino a quando la coppia non li ha messi in fuga. Farebbe piacere sentire il parere di Mantovano, e del Sistema centrale di protezione, chiedere se è questo che offrono agli imprenditori cui chiedono di denunciare. Ma purtroppo, anche dopo l’intervento della Polizia, chiamata dai Masciari, nessuno ha ritenuto di dover contattare la famiglia. «E’ facilmente immaginabile lo stato d’animo di mio marito. La notte ha definitivamente smesso di dormire e passa le ore da una finestra all’altra dell’appartamento a controllare, un po’ quello che dovrebbe fare il servizio di tutela. Se fossero stati dei killer avrebbero fatto una strage, ci avrebbero ammazzati nel sonno assieme ai bambini. Siamo arrivati davvero al limite». E nel caso non fossero stati uomini dei clan, beh, ora i galantuomini calabresi sanno che l’accesso alla dimora di uno dei più importanti testimoni di giustizia italiani, citato come esempio dalla penultima commissione Antimafia, è un porto di mare. Basta non fare rumore.

Pietro Orsatti » Blog Archive » Masciari: I guai di un imprenditore testimone di giustizia

Pietro Orsatti » Blog Archive » Masciari: I guai di un imprenditore testimone di giustizia.

Pino Masciari dal 1997 ha dovuto lasciare casa e affetti per aver denunciato il ricatto della ’ndrangheta calabrese contro le sue attività edilizie. Da quel momento è scattato un “piano speciale di protezione” per garantirne l’incolumità che però è stato ritenuto scaduto nel 2004 dal ministero dell’Interno. Ora rischia di tornare bersaglio della criminalità. Qual è la situazione di quanti hanno fatto la sua scelta?

di Pietro Orsatti su Terra

Pino Masciari se lo ricorderà per sempre il 18 ottobre 1997. In piena notte è stato prelevato da casa, con la moglie e due figli piccoli, da un mezzo reparto dei carabinieri, ed è scomparso. Scomparso dalla propria terra, dai familiari, dagli amici. Programma speciale di protezione. Pino, quando lo ricorda, si mette ancora a piangere, non per il fatto in sé ma per le conseguenze. «I miei figli hanno conosciuto la loro nonna, mia madre, solo anni dopo – racconta con la voce spezzata -. Appena in tempo prima che mamma morisse. Lei ci aveva pianto tante volte, come se fossimo morti. Non sapeva nulla di noi, di dove eravamo, di cosa stavamo facendo. Il programma prevedeva questo. Non dire nulla, a nessuno. E da quel momento, da quella notte del 1997, siamo diventati dei deportati».

Pino Masciari è tecnicamente un “testimone di giustizia”, che a differenza di un pentito o collaboratore, non è qualcuno che dopo aver commesso dei reati decide di collaborare con la giustizia, ma un libero cittadino che, avendo assistito a un reato o essendone venuto a conoscenza, decide di testimoniare. Anzi di più. Masciari è una vittima di reati. Lui, uno dei primi quattro imprenditori calabresi negli anni Ottanta e Novanta, decide di non pagare il racket verso le ’ndrine (il 3%) e verso quella che defnisce la “mafia politica” (il 6%) e, nonostante sia le forze di polizia che alcuni magistrati contattati lo sconsigliassero per la sua sopravvivenza, denuncia tutto, fa mettere a verbale nomi, eventi, intrecci. «Non potevo accettare, non volevo accettare. Io credo nello Stato, nel valore del mio lavoro, nella responsabilità. Ho detto no. E poi ho denunciato ». Senza un tentennamento e aspettandosi dallo Stato comprensione e protezione.

La criminalità organizzata ha distrutto le sue imprese di costruzioni edili, bruciato capannoni e mezzi per centinaia di milioni di vecchie lire, bloccato le attività delle sue società sia nelle opere pubbliche che nel settore privato, rallentando le pratiche nella pubblica amministrazione dove si era infiltrata, intralciando i rapporti con le banche con cui operava. Tutto ciò dal giorno in cui disse il primo “no” alle pressioni mafiose dei politici e al racket della ’ndrangheta. Il 6% ai politici e il 3% ai mafiosi, ma anche angherie, assunzioni pilotate, forniture di materiali e di manodopera imposta da qualche capo-cosca o da qualche amministratore, e poi la costruzione di fabbricati e di uffici senza percepire alcun compenso, richieste di regalare appartamenti e auto di lusso: questo il prezzo che si rifiutò di pagare.

L’avvertimento mafioso

Quel momento Pino se lo ricorda bene: «Vennero nel cantiere dove lavoravo e mi invitarono a salire in macchina. Poche decine di metri e subito la richiesta del 3%. Mi rifiutai, anzi li aggredii verbalmente in maniera dura. Mi risposero che entro 48 ore avrebbero distrutto l’intero cantiere. Io gli risposi che toccare il mio lavoro era come toccare la mia vita. Mi dissero chiaramente che toccare la mia vita per loro non era assolutamente un problema». Ci vollero anni, e decine e decine di denuncie dell’imprenditore, prima che fosse allontanato dalla sua terra per l’imminente pericolo di vita a cui si trovarono esposti, lui e la sua famiglia. Non fu un processo immediato. Prima che si arrivasse alla necessità di farlo sparire, venne letteralmente dissanguato attraverso attentati, pressioni, abusi della politica e di funzionari pubblici, fino a essere spinto alla decisione di chiudere le sue imprese, licenziando nel settembre 1994 gli ultimi 58 operai rimasti. E poi, tre anni dopo, la fuga nella notte verso una località segreta.

Cerchiamo di capire cosa significhi davvero nel nostro Paese la figura del testimone di giustizia, un termine che Pino Masciari addirittura arriva quasi a rifiutare («Io sono una vittima della criminalità»). I testimoni di giustizia sono, come già detto, persone che, assistendo a un reato o venendone a conoscenza, testimoniano davanti all’autorità giudiziaria. Non pentiti, con cui anche giuridicamente sono stati confusi per anni in un unico calderone giuridico, esempio classico dell’ottusità giuridica e amministrativa di un’Italia in cui la “testimonianza” è sempre un optional o peggio il vezzo di qualche testa calda, istituto modificato e regolamentato in una specifica legge solo nel 2001. E quando ci si trova davanti a gravi delitti di sangue, connessi ad esempio con il terrorismo o, in particolare, con la criminalità organizzata, significa rischiare la vita.

Raccogliendo la storia di Masciari, e le tante altre di altri testimoni, si scopre che, di fatto, lo Stato non ha assolutamente coperto la loro rinuncia a vivere una vita “normale” spinti dalla propria sete di giustizia. La risposta dello Stato, della politica, è stata nella maggior parte dei casi un rifiuto. Anzi, una lunga serie di rifiuti. Un rifiuto generalizzato, sia dalla destra che da parte della sinistra. Perché i testimoni di giustizia sono un piccolissimo gruppo sociale, 72 paria in quasi vent’anni, dal primo e artigianalissimo “fai da te” inaugurato da Paolo Borsellino. Se si contano anche i parenti da proteggere si parla di meno di 400 persone. Niente al confronto delle migliaia di figure (collaboratori e loro parenti) legate alla legislazione sul pentitismo. Queste “voci testimoniali” premiate con riduzioni e favori in cambio delle loro deposizioni e delazioni. Importanti, certamente. Ma il valore morale del libero testimone che sceglie di testimoniare? Sembra non essere riconosciuto. Anzi, risulta negato, da atti, burocrazie, norme, sottovalutazioni. I testimoni spesso vengono abbandonati a se stessi, in balia delle paure e a volte di disagi e soprafaazioni incredibili. Sopraffazioni morali e materiali. Testimoni di giustizia che subiscono ingiustizie proprio da chi dovrebbe proteggerli. Le persone e le fragilità. È sorprendente quanto le vicende umane siano simili, i percorsi di queste persone che hanno scelto si intrecciano, in un unico coro. Da cui emerge un dato: lo Stato li usa e poi li abbandona. Vent’anni fa e oggi. E poi non sorprendiamoci che siano solo poco più di 70 persone. Sapendo a cosa si va incontro, chi affronterebbe la perdita di tutto e contemporaneamente l’abbandono da parte dello Stato?

Pino, ad esempio, dopo che ha «fatto condannare boss e gregari di mezza Calabria, di tutte e quattro le province, uomini politici e amministratori e perfino magistrati » ha subito l’ennesima violenza: la soppressione del programma di protezione. E si è trovato, caso unico in Italia, a cominciare mostrarsi con il proprio volto in pubblico per raccontare la propria storia e i soprusi che aveva subito.

Usato e abbandonato

Ricostruiamola la vicenda. Il 27 ottobre 2004, la Commissione centrale (testimoni) del ministero degli Interni gli notifica il temine del programma speciale di protezione. Tra le motivazioni si indica che i processi erano terminati, fatto non vero visto che molti processi erano ancora in corso. Il 19 gennaio 2005, Masciari fa ricorso al Tar del Lazio contro la revoca, azione che gli permette di rimanere sotto programma di protezione in attesa di sentenza. Ma nel febbraio 2005, senza tenere conto del ricorso già in atto, la Commissione centrale del ministero dell’Interno delibera ancora una volta di «invitare il testimone di giustizia Masciari Giuseppe ad esprimere la formale accettazione della precedente delibera ricordando che alla mancata accettazione da parte del Masciari seguirà comunque la cessazione del programma speciale di protezione». E Masciari, ovviamente, si rifiuta. Fino ad arrivare al gennaio 2009: il Tar del Lazio pronuncia la sentenza riguardo al ricorso e stabilisce l’inalienabilità del diritto alla sicurezza e ordina al ministero di attuare le delibere su sicurezza, reinserimento sociale, lavorativo, risarcimento dei danni. Ma ci vorranno mesi prima che questo avvenga e che si arrivi a un accordo, ancora oggi non del tutto “delineato”, a quanto sembra. E un sciopero della fame e l’intervento sul caso addirittura del presidente Napolitano.

Ma non è finita qui. Anzi. Il 20 luglio, dopo che Pino si è recato a Palermo per partecipare alle manifestazioni per il ventisettesimo anniversario della strage di via D’Amelio ed è davanti al Tribunale di Palermo per esprimere la propria solidarietà ai magistrati che stanno indagando sulle stragi del 1992, una telefonata lo avverte che un ordigno di medio potenziale è stato piazzato sul davanzale della sede dell’ex impresa di costruzioni di famiglia, a Serra San Bruno, anzi sul davanzale di quello che è stato per decenni il suo studio. Gli artificieri, dopo averla disinnescata, hanno trovato la miccia bruciata a metà. Solo per un inconveniente non ha raggiunto la carica. «Il messaggio è stato chiaro – spiega Masciari -. È ovvio che i destinatari non fossero i miei fratelli che oggi usano quegli uffci. La coincidenza con la mia partecipazione a Palermo e ai miei interventi pubblici degli ultimi giorni è evidente». Ma nonostante il riaccendersi della paura, ovviamente, Pino non ha alcuna intenzione di mollare e di “ritirarsi” nel mondo da deportato che è stato finora il Programma di protezione: «Io sono un imprenditore, un cittadino onesto e ho denunciato e fatto condannare con la mia testimonianza i criminali, scoperchiando quel sistema di affari mafiosi che, per esempio, anche l’inchiesta why not anni dopo ha mostrato al Paese. Io non posso tornare indietro. Lo devo, lo dobbiamo, ai nostri figli e alla nostra terra. E lo dobbiamo alla nostra dignità». Poi con un sorriso sale sul palco in una villa pubblica a Riccione e inizia a parlare davanti a una folla di centinaia di villeggianti in vacanza. Come praticamente fa ogni settimana da anni in tutta Italia