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Intervista a Jean Ziegler: povertà e globalizzazione

Fonte: Intervista a Jean Ziegler: povertà e globalizzazione.

Di seguito l’intervista del sociologo svizzero e consulente Onu Jean Ziegler rilasciata nel 2005 al giornalista Giuseppe Accardo durante la presentazione del suo ultimo libro “ L’impero della vergogna” al canale televisivo francese TV5

Traduzione dal testo francese di Manuel Antonini

D. Il suo libro si intitola L’impero della vergogna. Qual è questo impero? Perché “della vergogna”? Qual è questa vergogna?

Nelle favelas del nord del Brasile, capita alle madri, la sera, di mettere dell’acqua nella pentola e di infilarci delle pietre. Ai loro figli che piangono per la fame, spiegano che “presto la cena sarà pronta…”, sperando che nel frattempo i ragazzi si addormentino.
Provi a misurare la vergogna provata da una madre davanti ai suoi figli vittime della fame e che lei è incapace di nutrire.
L’ordine omicida del mondo – che uccide attraverso la fame e l’epidemia 100.000 persone al giorno – non provoca solamente la vergogna tra le sue vittime, ma anche fra di noi, occidentali, bianchi, dominatori, che siamo i complici di questa ecatombe, coscienti, informati e, tuttavia, silenziosi, vigliacchi e paralizzati.
L’impero della vergogna? Ecco ciò che potrebbe essere questo impero generalizzato del sentimento di vergogna provocato dall’inumanità dell’ordine mondiale. Infatti, egli rappresenta l’impero delle multinazionali private, dirette dai cosmocrati (cosmocrates). Le 500 più potenti tra queste l’anno scorso (2004 n.d.r.) hanno controllato il 52% del prodotto mondiale lordo, ossia di tutta la ricchezza prodotta sul pianeta.

D. Nel libro lei parla di “violenza strutturale”. Che cosa significa?

Nell’impero della vergogna, governato da pochi ben organizzati, la guerra non è più episodica, è permanente. Non costituisce più una crisi, una patologia, bensì la normalità. Non equivale più all’eclisse della ragione, come affermava Horkheimer, ma è la ragione d’essere dell’impero.
I signori della guerra economica hanno messo il pianeta in scacco. Attaccano i poteri normativi degli stati, contestano la sovranità popolare, sovvertono la democrazia, devastano la natura, distruggono gli uomini e le loro libertà. La liberizzazione dell’economia, la mano invisibile del mercato sono la loro cosmogonia; la massimizzazione del profitto, la loro pratica.
Chiamo violenza strutturale questa pratica e questa cosmogonia.

D. Parla anche di una “agonia del diritto”. Che cosa intende dire con questa espressione?

Ormai la guerra preventiva senza fine, l’aggressività permanente dei signori, l’arbitrio, la violenza strutturale regnano senza ostacoli. La maggior parte delle barriere del diritto internazionale affondano. L’Onu stessa è esangue. I cosmocrati sono al di sopra della legge.
Il mio libro è il racconto del crollo del diritto internazionale, citando numerosi esempi tratti direttamente dalla mia esperienza di consulente speciale delle Nazioni Unite per il diritto all’alimentazione.

D. Lei considera la fame come un’arma di distruzione di massa. Quale soluzione suggerisce?

Con il debito internazionale, la fame è l’arma di distruzione di massa che serve ai cosmocrati per stritolare – e per sfruttare – i popoli, specialmente nell’emisfero Sud del mondo. Un insieme complesso di misure, immediatamente realizzabile e che descrivo nel libro, potrebbe rapidamente mettere un termine alla fame. E’ impossibile riassumerle in una frase.
Una cosa, però, è certa: l’agricoltura mondiale, nello stato attuale della sua produttività, potrebbe soddisfare il bisogno di cibo in un numero doppio rispetto all’umanità presente oggi nel mondo. Non esiste alcuna fatalità: la fame è una questione che riguarda l’uomo.

D. Certi paesi sono oppressi da un debito che lei definisce odioso. Che cosa intende dire con la formula “debito odioso” e quale può essere una soluzione?

Il Rwanda è una piccola repubblica di 26.000 km2, posta sulla cresta dell’Africa centrale, che separa le acqua del Nilo e del Congo e coltiva the e caffè. Da aprile a giugno del 1994, un genocidio terribile, organizzato dal governo hutu alleato alla Francia di François Mitternad, ha provocato la morte di oltre 800.000 uomini, donne e bambini tutsi (e hutu moderati n.d.r.). I macheti che servirono per i massacri sono stati importati dalla Cina e dall’Egitto, e finanziati, fondamentalmente, dal Crédit Lyonnais. Oggi, i sopravvissuti, dei contadini poveri come Job, devono rimborsare le banche e i governi creditori perfino dei crediti che sono serviti per l’acquisto dei macheti dei genocidari.
Ecco un esempio di debito odioso. La soluzione passa per l’annullamento immediato e senza compromessi o, per cominciare, da un esame del debito, come suggerito dall’Internazionale socialista o come ha fatto in brasile il presidente Lula, per rinegoziarlo in seguito voce per voce. In ogni voce ci sono infatti elementi delittuosi – corruzione, eccesso di fatturazione, etc. – che devono essere ridotti. Delle società internazionali di esame, come PriceWaterhouseCooper o Ernst&Young, possono farsene carico, come fanno ogni anno con le verifiche dei conti delle multinazionali.

D. Lei cita più volte il presidente Lula da Silva come un modello. Che cosa della sua azione le inspira questa considerazione?

Provo a volte dell’ammirazione e dell’inquietudine considerando gli obiettivi politici e l’azione del presidente Lula: dell’ammirazione perché è il primo presidente brasiliano ad aver riconosciuto che il suo paese conta 44 milioni di cittadini gravemente e permanentemente malnutriti e ad aver voluto mettere un termine a questa situazione inumana; dell’inquietudine, perché con un debito estero di 235 miliardi di dollari Lula non ha i mezzi per porre fine a questa situazione.

D. Nel suo libro parla anche di una “rifeudalizzazione del mondo”. Cosa vuol dire?

Il 4 agosto 1789, i deputati dell’Assemblea Nazionale francese hanno abolito il regime feudale. La loro azione ha avuto una eco universale. Bene, oggi, noi assistiamo a un formidabile ritorno indietro. L’11 settembre 2001 non ha solamente fornito a George W. Bush l’occasione di estendere l’impero degli Usa sul mondo, ma l’evento ha anche giustificato la messa in scacco dei popoli dell’emisfero Sud per conto delle grandi società private transcontinentali.

D. Nel testo fa molto spesso riferimento alla Rivoluzione francese e a certi suoi protagonisti (Danton, Babeuf, Marat…): in cosa crede questa possa avere ancora qualcosa da apportare, due secoli dopo e in un mondo molto differente?

Basta leggere i testi! Il “Manifeste des Enragés” di Jacques Roux fissa l’orizzonte di qualsiasi lotta per la giustizia sociale planetaria. I valori fondatori della repubblica, o meglio, della civilizzazione tout court, risalgono all’epoca dei Lumi. Oggi l’impero della vergogna distrugge persino la speranza di concretizzare questi valori.

D. Accusa anche la guerra globale contro il terrorismo di togliere le risorse necessarie ad altri combattimenti più importanti, come quello contro la fame. Lei pensa che il terrorismo sia una falsa minaccia, coltivata da qualche stato? Se sì, che cosa glielo fa credere? Pensa inoltre che questa minaccia non sia reale o meriti un trattamento differente?

Il terrorismo di stato di Bush, Putin, Sharon è altrettanto detestabile del terrorismo dei gruppi jihadisti o di altri pazzi sanguinari di questo tipo. Sono due facce di una stessa barbarie. E sono reali sia l’una che l’altra, poiché sia Bush che Ben Laden uccidono. Il problema è sradicare il terrorismo: non può avvenire che con uno sconvolgimento totale dell’impero della vergogna. Solo la giustizia sociale planetaria potrà tagliare ai jihadisti le loro radici e privare i lacchè dei cosmocrati dei pretesti fondanti le loro risposte.

D. Nel 2002, lei è stato nominato consulente speciale dell’Onu per il diritto all’alimentazione. Quali riflessioni le ha ispirato questa missione?

Il mio mandato è appassionante: in totale indipendenza – responsabile davanti all’Assemblea generale dell’Onu e alla Commissione dei diritti dell’uomo – devo rendere valido giuridicamente, attraverso il diritto statuario o consuetudinario, un nuovo diritto dell’uomo all’alimentazione. E’ un lavoro di Sisifo! Avanza millimetro dopo millimetro. Il luogo centrale di questa lotta è la coscienza collettiva. Per molto tempo la morte degli esseri umani a causa della fame è stata tollerata in una sorta di normalità congelata. Oggi, è considerata intollerabile. L’opinione pubblica fa pressioni sui governi e sulle organizzazioni (WTO, FMI, Banca Mondiale etc.) affinché misure elementari siano prese per sconfiggere il nemico: riforme agrarie nel terzo mondo, prezzi adeguati pagati per i prodotti agricoli del Sud, razionalizzazione dell’aiuto umanitario in caso di improvvise catastrofi, chiusura della Borsa delle materie prime agricole di Chicago (che specula sui principali alimenti), lotta contro la privatizzazione dell’acqua etc.

D. Nel suo libro appare come un difensore della causa altermondialista, come un portavoce di questo movimento. Come mai interviene raramente nelle manifestazioni “alter” e che il movimento non vi considera generalmente come un intellettuale altermondialista?

In che senso? Ho parlato davanti a 20.000 persone al “Gigantino” di Porto Alegre nel gennaio del 2003. Mi sento come un intellettuale organico della nuova società civile planetaria, dei suoi molteplici fronti di resistenza, di questa formidabile fraternità della notte. Ma resto fedele ai principi dell’analisi rivoluzionaria di classe, a Jacques Roux, Babeuf, Marat e Saint-Just.

D. Sembra che lei attribuisca tutti i drammi del mondo alle multinazionali e ad una manciata di stati (Russia, Usa, Israele…): non è un po’ riduttivo?

L’ordine del mondo attuale non è solamente omicida, è anche assurdo. Uccide, distrugge, massacra, ma senza altra necessità che la ricerca del massimo profitto per qualche cosmocrate ossessionato dal potere e da un’avidità illimitata.
Bush, Sharon, Putin? Dei lacchè, degli ausiliari. Aggiungo un post-scriptum su Israele: Sharon non è Israele. E’ la sua perversione. Michael Warshavski, Lea Tselem, i “Rabbini per i diritti dell’uomo” e tante altre organizzazioni di resistenza incarnano il vero Israele, il suo avvenire. Meritano tutta la nostra solidarietà.

D. Crede che la morale abbia il suo posto nelle relazioni internazionali, che sono attualmente piuttosto dettate dagli interessi economici e geopolitici?

Non c’è scelta. O si sceglie per lo sviluppo e l’organizzazione normativa o si sceglie per la mano invisibile del mercato, la violenza del più forte e l’arbitrio. Potere feudale e giustizia sociale sono radicalmente antinomici.
“In avanti verso le nostre radici” esige il marxista tedesco Ernst Bloch. Se noi non restauriamo con tutta urgenza i valori dei Lumi, la repubblica, il diritto internazionale, la civilizzazione come noi li abbiamo costruiti negli ultimi 250 anni sono destinati a essere ricoperti, inghiottiti dalla giungla.

D. Da quando i talebani sono hanno lasciato il governo dell’Afghanistan, il Medio Oriente sembra essere attraversato da un’ondata di democratizzazione più o meno spontanea (elezioni in Afghanistan, in Iraq, in Palestina, apertura delle presidenziali ad altri candidati in Egitto…). Come giudica tutto questo? Crede che la democrazia possa essere esportata in questi paesi? O ritiene piuttosto che siano condannati ad avere regimi dispotici?

Non si tratta di esportare la democrazia. Il desiderio di autonomia, di democrazia, di sovranità popolare è consustanziale all’essere umano, quale che sia la regione del mondo dove egli è nato. Il mio amico e grande sociologo siriano Bassam Tibi vuole vivere in una democrazia e ne ha diritto. Ora, da oltre trent’anni, vive in Germania , esiliato dalla dittatura terribile che imperversa nel suo paese.
Elias Sambar, scrittore palestinese, un altro mio amico, ha diritto a una Palestina libera e democratica, non a una Palestina occupata, né ad una vita sotto la ferocia dei fondamentalisti islamici.
Tibi, Sambar ed io vogliamo la stessa cosa e ne abbiamo diritto: la democrazia. Il problema: la guerra fredda, la strumentalizzazione dei regimi al potere da parte delle grandi potenze ed infine la vigliaccheria dei democratici occidentali, la loro mancanza di solidarietà attiva e reale, fanno in modo che i tiranni del Medio Oriente, dell’Arabia Saudita, dell’Egitto, della Siria, dei paesi del Golfo, dell’Iran hanno potuto durare fino ad oggi.

Voci Dalla Strada: EDUARDO GALEANO: “L’Ordine Criminale Del Mondo”

Secondo me con questi tre punti si cambia l’economia del pianeta e si mette fine all’ingiustizia:

1) Nazionalizzazione di tutte le banche per far diventare pubblici i profitti dovuti alla creazione del denaro tramite riserva frazionaria (1 euro viene moltiplicato per 50). A questo punto lo stato italiano con un capitale iniziale di 40 miliardi di euro, moltiplicandolo per 50 riuscirebbe ad annullare il debito pubblico di 2000 miliardi.

2) Azzeramento del tasso di interesse: con il meccanismo della riserva frazionaria le banche creano dal nulla il capitale ma non il denaro necessario a pagare gli interessi, per questo c’è la necessità della crescita infinita, perché bisogna creare sempre più ricchezza per pagare gli interessi. Se l’interesse fosse zero si bloccherebbe l’obbligatorietà della crescita che è impossibile in un sistema finito come il nostro pianeta.

3) Nazionalizzazione delle banche centrali, così che il reddito da creazione del denaro (signoraggio) diventi pubblico e non ci sia più bisogno per lo stato fare debito pubblico per comprare denaro dalla banca centrale.

DA VEDERE ASSOLUTAMENTE I DUE VIDEO QUI SOTTO

Voci Dalla Strada: EDUARDO GALEANO: “L’Ordine Criminale Del Mondo”.

ComeDonChisciotte – HAITI: VERSO UNA OCCUPAZIONE UMANITARIA ?

ComeDonChisciotte – HAITI: VERSO UNA OCCUPAZIONE UMANITARIA ?.

DI ROLPHE PAPILLON

Il crollo fisico di tutti gli edifici simbolici del potere in Haiti il 12 gennaio 2010, non è che una metafora. In realtà è da tempo che il palazzo nazionale non è più la vera sede del potere esecutivo e che le grandi decisioni politiche si prendono altrove e spesso anche al di fuori delle frontiere haitiane. L’esiguo numero di vittime registrate sotto le macerie del palazzo crollato mostra che lì dentro non c’era molto da fare alle 4,53 del pomeriggio di un paese in crisi (meno di una dozzina di morti contro i 300 dell’ufficio delle Nazioni Unite in Haiti).

Classificata come 146° su 177 nazioni secondo l’UNDP (United Nations Development Programme), la Repubblica di Haiti figura tra i 28 paesi più indigenti del pianeta. Su questa terra dove l’aspettativa di vita è inferiore ai 60 anni, la mortalità infantile supera il 130 per 1000 contro il 15 per 1000 dei vicini cubani, l’80% dei bambini soffre di malnutrizione e il tasso d’analfabetismo supera il 70%. Con queste cifre Haiti batte tutti i record di povertà in America. Dopo parecchi decenni, una ventina di famiglie si spartisce gelosamente e impietosamente l’80% della ricchezza nazionale mentre il popolo si batte ancora per ottenere i diritti elementari come ad esempio il diritto alla salute e alla sicurezza alimentare.

Quello che gli animali hanno già conquistato presso i nostri vicini Stati Uniti. In questa situazione già drammatica, il terremoto arriva come il colpo di grazia per la popolazione. Il mondo sembra infine colpito dalla nostra lenta agonia e la solidarietà internazionale si mobilita. Il discorso di Obama così come l’intervento di Kouchner sono stati confortanti, non avendo noi avuto la possibilità di ascoltare il capo di stato haitiano. Nelle prime ore che hanno seguito la catastrofe i dominicani, i messicani, i cubani, i venezuelani e tutti quelli che, per delle ragioni politiche evidenti, non sono stati visti alla televisione erano già sul posto. “La solidarietà è la tenerezza dei popoli”, si dice.

In questo affollamento di intenzioni nobili, i nostri aguzzini di ieri si sono trasformati davanti le telecamere in angeli redentori e volano in nostro soccorso al punto che certi haitiani ci vedono perfino una “chance” grazie alla quale le cose ad Haiti potranno finalmente cambiare.

Nella Storia, diceva Césaire, più importanti dei fatti sono i legami che li uniscono, le legge che li governa e la dialettica che li suscita. Si tratta qui di andare al di là delle immagini fast-food della televisione e delle idee preconcette per capire la complessità dei meccanismi che tendono a mantenere Haiti in questa situazione di povertà assoluta e di smantellarli, approfittando di questo nuovo slancio di solidarietà dei popoli verso gli haitiani, affinché tale slancio non sia votato al fallimento.

La lunga tragedia degli haitiani non è cominciata con la dittatura di Duvalier (1957-1986). Noi facciamo risalire questo pesante fardello molto più indietro, ai circa 3 secoli di schiavitù e ai 200 anni di disprezzo e incomprensione subiti per aver osato essere la prima repubblica nera nel mondo razzista e schiavista del 19° secolo. Come rappresaglia a questa doppia rivoluzione, allo stesso tempo antischiavista e anticolonialista, una umiliazione per la potentissima armata napoleonica, il paese ha dovuto pagare un riscatto colossale alla Francia corrispondente a 150 milioni di franchi d’oro (equivalenti all’incirca al bilancio annuale della Francia dell’epoca). Durante il 19° secolo, persino la lontana Germania è venuta a reclamare i suoi tributi ed esigere una fortuna a condizioni umilianti. Le loro navi da guerra ripartirono come rapinatori arroganti con il loro bottino di guerra. Noi gettiamo via il denaro, ci dicono i poeti, a fronte alta, l’animo fiero come quando si getta un osso al cane.
Nel 1915, la coesistenza pacifica in una nazione costituita da proprietari di schiavi e un’altra da schiavi ribelli, era inconcepibile. In conformità alla dottrina di Monroe e per impedire che dei nazionalisti come Rosalvo Bobo si impossessassero del potere, gli americani invasero Haiti. Come premessa a questa aggressione, la loro prima azione a Port-au-Prince fu di impossessarsi manu militari il 17 dicembre 1914 della riserva in oro del paese; un atto di banditismo internazionale (all’epoca, gli americani non avevano ancora inventato il concetto di stato canaglia).
L’occidente ha la memoria corta, ci dice Michel-Rolph Trouillot. Come quella di chi scrive la storia, la propria e quella degli altri, la Storia dei popoli è breve. E (noi) fieri della nostra memoria presa a prestito, ci dimentichiamo il ruolo stesso dell’Occidente.

Alla partenza degli americani nel 1934, il pregiudizio razziale dell’era coloniale viene restaurato. Essi hanno personalmente redatto una nuova costituzione per il paese e messo in piedi “le forze armate moderne”. Sono quelle che nel 1957 hanno insediato François Duvalier “uno dei dittatori più deliranti della Storia dell’America Latina, edificatore di quella che lo scrittore Graham Greene chiama una repubblica da incubo”.
Tra il 1957 e il 1986 (gli anni di Duvalier) il debito con l’estero si è moltiplicato di un fattore 17,5 raggiungendo i 750 milioni di dollari nel 1986. Con il gioco degli interessi e delle penalità delle istituzioni finanziarie internazionali, ha raggiunto la somma astronomica di 1884 milioni di dollari nel 2008, secondo il CADTM (Comitato per l’Annullamento del Debito del Terzo Mondo).
L’embrione dello stato moderno haitiano è stato costantemente e coscienziosamente distrutto dai nostri regimi autoritari, è un’evidenza. Ma, nel fare un bilancio, siamo obbligati a constatare che il dramma haitiano trova delle ragioni ancor più evidenti nell’aiuto internazionale inadatto, spesso incompetente e corrotto che in più impone scelte economiche e politiche al paese.

Le Nazioni Unite, solo per citare un esempio visibile, giustificano la loro presenza ad Haiti con la necessità di vincere la cosiddetta insicurezza anche se il paese presenta un tasso di criminalità inferiore a quello del Brasile (paese capofila della MINUSTAH, Missione di Stabilizzazione delle Nazioni Unite ad Haiti), inferiore a quello della Giamaica, della Repubblica Dominicana e della maggioranza dei paesi vicini. Il 3 novembre 2007, 111 soldati dell’ONU sono stati rimpatriati nei loro paesi dopo che un rapporto di inchiesta dei servizi di controllo interni alle Nazioni Unite (OIOS) aveva stabilito che le accuse di sfruttamento sessuale che li riguardavano erano fondate. Questi militari avrebbero ottenuto dei favori sessuali in cambio di denaro, da parte di ragazze minorenni. Avevate parlato di sicurezza? In 6 anni di presenza ONU ad Haiti, nessuna struttura seria è stata messa in atto e la speranza di un domani migliore non trova alcuna giustificazione se non nei loro discorsi di autolegittimazione e di autosoddisfazione arroganti e menzogneri.

All’indomani della catastrofe del 12 gennaio 2010, la MINUSTAH non ha mobilitato verso la capitale disperata nessuna delle sue truppe che sono in maggioranza dislocate sulle spiagge della provincia. Nella stessa Port-au-Prince, durante le prime dolorose 72 ore subito dopo il sisma, non ho visto nessun poliziotto o soldato della MINUSTAH all’opera. Sono rimasti con le braccia incrociate mentre in questa corsa contro la morte bisognava velocemente scavare e salvare vite umane. Questa occupazione travestita da missione umanitaria non costa meno di 600 milioni di dollari all’anno. Si può facilmente immaginare quanti ospedali, scuole, strade e acquedotti si potrebbero fare con un tale budget se noi, haitiani, avessimo il potere di sostituire questi “esperti internazionali” e questi generali con ingegneri e medici.

Contrariamente a una opinione generalmente accettata, in materia di corruzione, di progetti insensati e di dirottamento di fondi, gli haitiani non sono che dei pessimi apprendisti. La maggioranza di questi prestigiosi organismi internazionali sono nostri maestri e le lezioni sono dolorosamente care.

Se una soluzione haitiana alla crisi non viene messa in atto, il futuro di Haiti rischia di giocarsi nei prossimi giorni, fuori da Haiti e contro gli interessi degli haitiani invece che di venire stabilito con e per noi. Questa soluzione consiste innanzitutto nell’assicurarsi che le forze internazionali rispettino i propri limiti di intervento. Anche nella disperazione, la sovranità nazionale non è negoziabile.

Il massiccio aiuto internazionale dovrà essere sottomesso ad una leadership haitiana responsabile, che debba render conto ai donatori ed essere punibile davanti alla legge. L’aiuto dovrà essere adattato e rispondere ai bisogni e alle domande locali. Gli haitiani devono poter decidere se hanno bisogno di 12000 marines US o di 12000 medici e soccorritori all’indomani di un terremoto. A metà strada tra i paesi di Monroe e il Sudamerica che si definisce ormai bolivariano, il paese può ritrovarsi ancora una volta in mezzo ai conflitti geostrategici e la catastrofe haitiana rischia di servire alle potenze «amiche» di Haiti e alle loro dubbie ambizioni.

La carità, anche se disinteressata e generosa spesso causa degli effetti perversi. Gli haitiani non devono perdere di vista il fatto che a lungo termine, l’aiuto ci deve «aiutare a superare l’aiuto».

L’aiuto umanitario, se è serio e onesto questa volta, deve cominciare dall’annullamento incondizionato del debito di Haiti. Si tratta di mettere la parola fine alla spirale infernale dell’indebitamento e di arrivare a stabilire dei modelli di sviluppo sociale giusti ed ecologicamente durevoli (CADMT, Comitato per l’Annullamento del Debito del Terzo Mondo). Certe costrizioni imposte al popolo haitiano dalle istituzioni finanziarie internazionali nella loro implacabile logica del profitto nel lungo termine fanno tanti danni quanti quelli di un terremoto di magnitudo 7.3. Bisogna considerare il ritiro dei piani criminali di aggiustamento strutturale che consistono tra l’altro nel rendere lo stato ancora più vulnerabile e aprono la porta alle società transnazionali private. O ancora, abolire l’accordo di partenariato economico (APE) imposto dall’Unione Europea ad Haiti nel 2008 che instaura tra l’altro la totale liberalizzazione dei movimenti di capitale e delle merci. Insomma, ci assicurino che tutti questi biglietti promessi, se si concretizzano per una volta, non siano dei biglietti andata e ritorno.
Allora, infine, si potrà cominciare a parlare di ricostruzione. La prima cosa che bisognerà forse cominciare a ricostruire è l’immagine del paese che ci si accanisce a distruggere facendolo passare per un paese violento, oltre ad altre redditizie leggende. Non è con simili immagini false che attireremo dei turisti o degli investitori. Avete mai visto un paese che si sviluppa grazie all’aiuto umanitario?

Inoltre, se questa catastrofe ci insegna qualcosa è senza dubbio la necessità di decentralizzare il paese. Cominciamo a decentralizzare l’aiuto perché le province non toccate direttamente dal sisma ne hanno subito comunque le conseguenze. I donatori stranieri di buona volontà devono identificare e stabilire un ponte con le istituzioni locali e le organizzazioni di base che, prima della crisi, si interessavano già alle sorti di Haiti e hanno già dimostrato serietà ed efficacia sul campo, al fine di sostenerli nei loro sforzi di sviluppo in completa dignità.

In caso contrario, tutto porta a credere che in dieci anni, le gigantesche somme di danaro che stanno per essere raccolte saranno disperse invano, tra corruzione locale ed internazionale, progetti inutili e salari degli «esperti internazionali». Verremo allora incolpati di nuovo, noi haitiani, per la nostra «incompetenza».

Rolphe Papillon ( Giornalista, ex sindaco di Corail)
20.02.2010

Traduzione a cura di LUCOLI

ComeDonChisciotte – IL RUOLO DELL’AMERICA AD HAITI: SABOTAGGIO ALLE ATTIVITÀ DI SOCCORSO?


Perché Haiti è così povero? Perché ci sono stati così tanti morti?

Con gli occhi del mondo su Haiti, molte persone stanno vedendo come la povertà sia stata intensamente moltiplicata dal terremoto. Ma la gente ha bisogno di chiedere: perché è così povero Haiti? E PERCHE’ si dispone di una città come Port-au-Prince dove così tante persone sono così vulnerabili agli effetti devastanti di un terremoto simile?

Prima di tutto, Haiti è povero e impoverito a causa di una lunga storia di dominazione e oppressione da parte degli Stati Uniti. I marines americani hanno invaso e occupato Haiti dal 1915 fino al 1934. Gli USA si impossessarono delle terre e le distribuirono a società americane. E la resistenza eroica che insorse contro gli Stati Uniti venne brutalmente soppressa. A partire dal 1957 gli Stati Uniti appoggiarono i governi dittatoriali Duvalier – prima Papa, poi Baby Doc – e gli assassini militari haitiani, che terrorizzavano la gente con le bande Tontons Macoute. Dopo insurrezioni popolari, vennero scacciati questi dittatori e gli USA intervennero combattendo le forze che minacciavano gli interessi degli Stati Uniti e lavorarono per mantenere un governo fantoccio al potere. Nel 2004 gli Stati Uniti vennero coinvolti direttamente nel rovesciamento del presidente eletto dal popolo, Jean-Bertrand Aristide. Attraverso tutto questo, le strutture economiche e sociali di Haiti sono state distorte e orientate per soddisfare le esigenze della politica estera, gli investimenti in particolare degli Stati Uniti. Tutto ciò è il motivo per cui Haiti è così povero e dipendente.

Oltre l’80% della popolazione di Haiti vive in estrema povertà. Oltre la metà della popolazione vive con meno di un dollaro al giorno. Oltre l’80% delle persone non ricevono la razione giornaliera minima di cibo, come definita dall’Organizzazione Mondiale della Sanità. Meno del 45% ha accesso all’acqua potabile. L’aspettativa di vita in Haiti è di 53 anni. Un solo abitante su 100.000 haitiani ha accesso a un medico.

Parlando del ruolo degli Stati Uniti ad Haiti, Bill Quigley, direttore legale presso il Centro dei Diritti Costituzionali, ha dichiarato: “Abbiamo mantenuto il paese dipendente. Abbiamo mantenuto il paese militarizzato. E abbiamo mantenuto il paese impoverito. Abbiamo gettato via il nostro riso in eccesso, le eccedenze che producono le nostre coltivazioni, di conseguenza sono stati tagliati fuori i piccoli agricoltori che volevano essere la spina dorsale del luogo . . . Noi non abbiamo creato il terremoto, ma abbiamo creato delle circostanze tali da far divenire il terremoto così devastante . . . “ (Democracy Now! 14, 2010)

Le condizioni estremamente povere di Haiti, inclusa la mancanza di infrastrutture – questo ha creato la situazione in cui il terremoto è stato così devastante – è a causa della lunga storia di dominazione degli Stati Uniti.

Meccanismo di Dominazione Imperialista

Trent’anni fa il mercato interno haitiano sussisteva sul mais, patate dolci, manioca e riso, insieme ai suini domestici e la produzione di altri animali. Poi nel 1986, il Fondo Monetario Internazionale (FMI) prestò ad Haiti 24,6 milioni di dollari, ma ad una sola condizione, che Haiti riducesse le tasse di protezione sul riso, gli altri prodotti agricoli e alcune industrie. Questa legge mirava ad aprire i mercati del paese alla concorrenza di altre nazioni. Gli agricoltori haitiani non potevano competere coi produttori di riso statunitensi, che sono stati oggetto di convenzioni da parte del governo degli Stati Uniti. Del riso a buon mercato inondò Haiti sottoforma di “aiuti alimentari”. Il mercato locale del riso crollò e migliaia di cittadini sono stati costretti a trasferirsi in città a cercare lavoro.

Intorno a questo stesso periodo, gli Stati Uniti insistettero sul fatto che i contadini haitiani dovevano liberarsi del loro patrimonio di suini – visto come un’ipotetica minaccia ai suini degli USA.

Questo è il fattore chiave del perché c’è così tanta fame ad Haiti oggi. Questa fu espressa con forza nelle rivolte per il cibo nel 2008. Il riso importato, che era ormai diventato la base della dieta haitiana, raddoppiò il prezzo e la gente non poteva permettersi di mangiare. Molti sono stati costretti a mangiare e vendere torte fatte di fango e olio vegetale per tenere lontani i dolori della fame.

Nel 1994 gli Stati Uniti hanno reso possibile per Jean-Bertrand Aristide, che era stato costretto a lasciare il paese, di riprendere la sua presidenza, ma solo a condizione dell’attuazione delle politiche del FMI e della Banca Mondiale (World Bank – WB) volte ad aprire i mercati di Haiti e ancor di più al commercio internazionale.

Ecco come l’economia di Haiti è stata distrutta e com’è diventata dipendente dagli alimenti di importazione, in particolare del riso dagli Stati Uniti e in pochi decenni centinaia di migliaia di persone sono state spinte ad abbandonare le zone rurali in Port-au-Prince, e costrette a vivere nelle condizioni di vita più povere, dove la disoccupazione di alcune zone è più del 90%.

Part-au-Prince negli anni ’50 aveva solo 50.000 abitanti. Ma quando il terremoto ha colpito, più di 2 milioni di persone vivevano nella capitale. E decine di migliaia sono morti perché si trovavano in baraccopoli, alloggiamenti, scuole e altri edifici che sono crollati perché erano strutture pessime e scadenti.

Brian Concannon, direttore dell’ Institute for Justice & Democracy in Haiti, ha parlato del perché così tante persone vivevano sulle colline dove erano vulnerabili agli effetti di un terremoto: “ Sono arrivati lì perché loro o i loro genitori o nonni, furono spinti fuori dalla campagna di Haiti, che la maggior parte degli haitiani utilizzavano per vivere. E loro furono spinti fuori di lì dalle politiche di trent’anni fa, quando fu deciso dagli esperti internazionali che la salvezza economica di Haiti stava negli impianti di fabbricazione e montaggio. E al fine di anticipare questo, fu deciso che Haiti necessitava di una forza lavoro nelle città.

Quindi un insieme di procedimenti di aiuto, commerciali e politici sono stati attuati volti a spostare le persone dalla campagna a luoghi come Martissant e le colline – colline che abbiamo visto in quelle foto [della devastazione].” (Democracy Now!, 14 gennaio 2010)

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