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Antimafia Duemila – ”Se limitano le intercettazioni la ‘Ndrangheta ringrazia”

Antimafia Duemila – ”Se limitano le intercettazioni la ‘Ndrangheta ringrazia”.

Quando Nicola Gratteri, procuratore aggiunto della Direzione distrettuale antimafia di Reggio Calabria autore con il criminologo Antonio Nicaso di “La Malapianta” (Mondadori) sente parlare di limitazioni delle intercettazioni telefoniche monta su tutte le furie.

Una vita passata ad occuparsi di ‘Ndrangheta e lotta al narcotraffico internazionale, “ho iniziato indagando sui clan di Platì, della Locride e dell’area aspromontana. Li ho visti trasformarsi da mafiosi rurali in broker della droga a livello mondiale”, sa quanto sia difficile inseguire una mafia che fa della modernizzazione il suo punto di forza. Telefonini, satellitari, Skype e chat. Picciotti e capi della ‘Ndrangheta usano tutti i mezzi per comunicare.

Dottor Gratteri, ma davvero senza mettere sotto controllo i telefoni non si riesce a combattere le mafie?
Le intercettazioni sono uno strumento formidabile, ma anche il mezzo più economico, garantista e sicuro per acquisire le fonti di prova.

Il governo non sembra pensarla allo stesso modo e sta cambiando profondamente tutta la normativa che le regola.
E sbaglia, è un errore gravissimo limitare l’uso di questo strumento.

Sul quale voi puntate – dicono   i sostenitori della riforma – perché non volete più fare indagini.
Lasciamo stare le polemiche inutili. Se io devo pedinare un trafficante di droga che si sposta dalla Calabria a Roma, sono costretto ad impiegare dai dieci ai venti uomini se voglio sapere chi incontra e di cosa parla. Costo dell’operazione 2.000 euro al giorno circa. Se invece gli metto il telefono cellulare sotto controllo spendo non più di 12 euro più Iva e non devo distogliere uomini delle forze dell’ordine da altri compiti, come il controllo del territorio che nelle zone di mafia lo Stato deve contendere ai boss. Ma poi con quali uomini si fanno i pedinamenti? In polizia, nei carabinieri e nella Guardia di finanza, si fanno concorsi per poche centinaia di unità e non si riesce neppure a coprire il normale turnover. Le intercettazioni telefoniche e ambientali sono una necessità.

Addirittura, dottore, chi le vuole devitalizzare pensa l’esatto contrario.
Per capirci facciamo l’esempio delle dichiarazioni dei collaboratori di giustizia, possono essere vere sette volte su dieci, l’intercettazione, invece, è la fedele rappresentazione della realtà, di quello che i protagonisti si dicono in quel momento, dei progetti che fanno, del sistema di complicità e di relazioni di cui fanno parte.

Maggioranza e governo, però, dicono che in questi anni la magistratura ha abusato nell’uso dello strumento.
Non è vero. Le faccio un esempio che uso sempre. Vent’anni fa c’era un telefonino ogni 5 mila abitanti, oggi statisticamente ogni italiano ha un cellulare e mezzo. Come vede è lo strumento più usato per comunicare, anche dai delinquenti e dai mafiosi. Nella mia esperienza ho scoperto che ormai un narcotrafficante quando telefona butta via il suo cellulare o cambia scheda, è un modo per evitare di essere intercettato. Se io devo indagare su 50 persone che trafficano in droga e che dopo aver parlato tra di loro cambiano scheda e numero, devo mettere sotto controllo diecimila telefoni. Quindi se si è in buona fede si dice che sono stati intercettati cinquanta utenti, se si è in malafede si parla di diecimila intercettazioni. Una cifra enorme per una sola indagine, questo pensa l’opinione pubblica, che vede in noi l’occhio del Grande Fratello, teme per la propria privacy. Una campagna così è chiaro che ha i suoi effetti.

Queste cose, però, sono da mesi il pane quotidiano della polemica politica.
E a me non piace. Non ho difficoltà a riconoscere le cose positive che questo governo ha fatto nella lotta alla mafia. L’abolizione del patteggiamento in appello, ad esempio, ci ha consentito di cancellare lo scandalo delle pene che dal primo grado al secondo subivano una riduzione spaventosa senza portare alcun beneficio al funzionamento della macchina della giustizia. Riconosco, inoltre, anche il valore delle maggiori possibilità offerte in materia di sequestro di beni. Detto questo, però, il resto sono slogan e palliativi, se non addirittura proposte di modifiche legislative discutibili.

Faccia qualche esempio.
Le modifiche alla normativa sulle intercettazioni, il processo breve e la legge sui collaboratori di giustizia. Tre cose devastanti.

Per quanto riguarda la legge sulle intercettazioni, però, il governo assicura che le limitazioni non riguarderanno i reati di mafia.
E’ una banalità, ma come si fa a definire, prima di iniziare il controllo di conversazioni telefoniche, la tipologia del reato? Nella legge che si intende approvare ci sono cose assurde, per una proroga dell’intercettazione è previsto un collegio di almeno tre giudici, pensi a quanti ricorsi potranno fioccare nei tribunali piccoli e medi. E non solo, per richiedere la proroga bisognerà trasmettere l’intero fascicolo dell’indagine, migliaia di pagine che vagano di stanza in stanza, passando per più mani.

Cos’è la ‘Ndrangheta?
La mafia più forte, ricca e potente. Non è l’antiStato, ma è dentro lo Stato. Con un fatturato di 44 miliardi di euro l’anno può consentirsi tutto, entrare nel sistema finanziario, condizionare il mercato, insinuarsi nelle proprietà di giornali e mezzi di comunicazione. Il problema delle élite di ‘Ndrangheta non è più quello di accumulare ricchezze, ma di giustificarle.
Nicola Gratteri visto da Fabio Corsi

Tratto da: Il Fatto Quotidiano

Blog di Beppe Grillo – La morte breve del processo.Intervista a Antonio Ingroia

Fonte: Blog di Beppe Grillo – La morte breve del processo.Intervista a Antonio Ingroia.

Cinque magistrati sono stati minacciati di morte: Antonio Ingroia, Sergio Lari, Gaetano Paci, Nico Gozzo e Giovanbattista Tona. Non tutti sanno chi sono questi magistrati o conoscono le inchieste di cui si occupano. Il blog con l’iniziativa: “Adottiamo un magistrato” vuole dar loro visibilità. Antonio Ingroia introduce una nuova definizione del “processo breve“, quella della “morte breve del processo“. In sostanza, non si punta a diminuire i tempi processuali, ma a eliminare la possibilità di una sentenza. A Roma si lavora da vent’anni alla riforma della giustizia, dai tempi di Mani Pulite in cui i partiti si accorsero di essere soggetti alla legge. Un lavoro intenso, faticoso, bipartisan, che ogni anno rende sempre più difficile processare e condannare i politici. Loro non si arrenderanno mai (ma gli conviene?). Noi neppure.

Intervista a Antonio Ingroia, magistrato:


La morte breve del processo

Blog: riforma della giustizia, si tratta del processo breve, che sembra essere un accorciamento dei tempi di prescrizione.
Ingroia: sì, infatti credo che l’unica cosa felice dal punto di vista dell’idea del legislatore sia stata soltanto quella dell’etichetta, ossia viene messa un’etichetta accattivante a questa legge, “processo breve“, partendo dal presupposto ovvio che tutti i cittadini vogliono il processo breve, ma lo vogliono, naturalmente, anche i magistrati un processo breve. Non è certo dalla magistratura che verrà una posizione contro una vera legge del processo breve.


Una vera riforma della Giustizia

Blog: la soluzione è il trasferimento d’ufficio dei magistrati, che è la proposta del Ministro Alfano per ridurre le vacanze di organico?
Ingroia: non è questa certo la soluzione: la soluzione è quella che sembra che il governo stia finalmente intraprendendo, grazie alla spinta della magistratura associata, alle minacce di sciopero e così via, ossia quella di ripristinare la possibilità per i magistrati di prima nomina, i cosiddetti uditori giudiziari, di venire anche nelle sedi difficili, mentre credo che siano del tutto incomprensibili le ragioni di questo ostracismo nei confronti dei giovani magistrati, ritenuti degli irresponsabili a cui non si potrebbe affidare un compito di Pubblico Ministero.


Il processo breve e la legge sulle intercettazioni

Blog: lei è autore del libro: “ C’era una volta l’intercettazione”, in cui ha fatto l’analisi di un altro progetto in cantiere. Lei dice: “c’è il rischio di perdere un importante strumento d’indagine, che già sembrava una cosa molto grave: adesso la legge sul processo breve rischia proprio di ridurre la portata dell’efficacia di quella che è la destinazione dell’indagine, ossia il processo”. Sono due cose connesse?
Ingroia: diciamo che anche la legge sulle intercettazioni avrà come effetto quello di inserire un ulteriore strumento di ingiustizia, perché? Perché le intercettazioni, come le indagini degli ultimi anni hanno dimostrato, sono state uno straordinario strumento d’indagine, soprattutto in un certo tipo di procedimenti: i procedimenti dove si è svelata la criminalità del potere, la criminalità dei potenti, molti dei quali sono incappati nelle intercettazioni telefoniche e nelle intercettazioni ambientali, che hanno svelato le malefatte.


L’impunità dei colletti bianchi

Blog: alcuni suoi colleghi dicono che nei tribunali si macina l’acqua, oppure che sono posti dove entrano tonnellate di carta e escono tonnellate di carta: è possibile che vada bene alla classe politica una giustizia che funziona così?
Ingroia: non mi piace fare considerazioni squisitamente politiche, registro soltanto il dato di fatto che le grida d’allarme su una giustizia che non funziona si levano soprattutto dalla magistratura da anni e le risposte sono delle risposte del tutto inadeguate e spesso offensive, accusando i magistrati di essere fannulloni, corporativi, disorganizzati, quando chi conosce – e ce ne sono tanti anche in Parlamento – come funziona la macchina della giustizia sa quali sarebbero le riforme giuste per far riprendere velocità a un motore che sembra inceppato.

Ingroia: “La morte breve di molti processi”

Fonte: Ingroia: “La morte breve di molti processi”.

Il rischio? Zero intercettazioni, altro che italiani tutti sotto controllo». Antonio Ingoia, procuratore aggiunto di Palermo, all’Assemblea nazionale di Articolo21 ad Acquasparta ha sfatato la vulgata su un’Italia supercontrollata. Lo scrive anche nel libro C’era una volta l’intercettazione (edito da Stampa Alternativa): «Gli italiani intercettati sono tra i 10 e i 20mila, e non 3 o 4 milioni come hanno detto un anno fa Il Giornale e il ministro Alfano» facendo una media sui130mila decreti di autorizzazione, senza contare però che ogni intercettazione necessita di un decreto da rinnovare ogni quindici giorni. E nel disegno di legge Alfano, che Ingoia chiama «controriforma», lo stabilire che servano «gravi indizi di colpevolezza» (quando il reato è già stato individuato) e non più «gravi indizi di reato», porta «all’azzeramento delle intercettazioni, ambientali e telefoniche, che hanno risolto tante inchieste di mafia».

In questa tre giorni si è parlato tanto di difesa della Costituzione. Secondo lei è in pericolo?

«Da tempo la Costituzione è sotto attacco in alcuni snodi fondamentali. L’autonomia e l’indipendenza della magistratura è da anni sotto assedio costante, e lo è il principio di uguaglianza. L’articolo 3 della Costituzione, anche per merito di una magistratura dalla schiena dritta, non è rimastoun principio astratto. Tutti i più recenti disegni di legge, invece, puntano a creare una giustizia a due velocità: efficiente e dura con i deboli, morbida e fiacca con i potenti. Una giustizia che assicura impunità ai potenti».

Il processo breve ripropone questo squilibrio?

«Ci sono molti processi a rischio e si favoriscono imputati che si possono consentire una difesa costosa, approfittando delle lungaggini consentite. Si estingue anche il reato, quindi condanna la giustizia al fallimento. E si ingannano gli italiani con una piccola truffa nell’etichetta».

Non è affatto «breve»?

«Dovrebbe definirsi: legge della morte breve dei processi. È giusto assicurare tempi rapidi, ma qui c’è un processo che rimane lungo e si fissa solo un termine massimo che non potrà mai essere rispettato. Occorre una riforma della giustizia che accorci i tempi, ma che dia alla magistratura strumenti umani, operativi e fondi. Ci sono carenze del 30 per cento nelle procure di Palermo e Catania, tagli dei fondi per lo straordinario del personale, delle cancellerie. Le udienze si tengono solo la mattina. A tutta macchina i tempi sarebbero dimezzati».

Quella sul legittimo impedimento è un’altra legge ad personam, oppure è giusto che una carica dello Stato eviti i processi?

«Insistere sui particolarismi ad personam non fa bene al senso di giustizia dei cittadini, che vogliono una giustizia uguale per tutti, senza disparità e privilegi per casta».

Con la chiusura dell’inchiesta Mediatrade è ripartita l’accusa ai pm di un attacco pre-elettorale. Che ne pensa?

«Putroppo l’aggressione alla magistratura è una costante quotidiana che non si ispira a quei principi di coesione costituzionali più volte raccomandati inutilmente dal presidente Napolitano».

Al Sud la criminalità manda segnali intimidatori, come in Calabria. Cosa sta succedendo?

«Al Sud ci sono stati molti episodi, in Sicilia soprattutto a Gela, in cui la mafia ha alzato la testa, e in Calabria la n’drangheta è in una preoccupante fase di espansione di potere. Per troppi anni c’è stata distrazione, poco impegno, così la criminalità ne ha approfittato espandendo affari fuori confine, anche nel traffico di droga».

Connivenze?

«Sì, connivenze, coperture. Serve massima attenzione, ma non solo nel controllo militare del territorio: come è avvenuto per la mafia, bisogna verificare come la ‘ndrangheta ha costituito un sistema di potere che porta a collusioni e intrecci con l’economia e la politica».

Sulle collusioni in Sicilia, dalla “trattativa” alla condanna in appello a Totò Cuffaro, questo nodo tra politica e mafia è possibile scioglierlo?

«Negli ultimi anni si è dimostrato che c’è una magistratura in grado di indagare a fondo anche sui rapporti tra mafia e politica, con processi e condanne. Ma la magistratura non può fare pulizia da sola, occorre un corale impegno da parte della politica. Il più delle volte invece dalla politica c’è stata una difesa a oltranza e una controffensiva sulla magistratura, percepita come una minaccia invece che come un alleato. E una magistratura indebolita dalle polemiche e dagli attacchi, con pochi uomini e mezzi, come al Sud, è troppo isolata e sovra esposta. Serve quanto mai il sostegno da parte di tutti».

Fonte: unità.it (di Natalia Lombardo, 25 Gennaio 2010)

Processo breve, processo morto – Passaparola – Voglio Scendere

Processo breve, processo morto – Passaparola – Voglio Scendere.

Buongiorno a tutti, si tratta di capire che cosa è questo processo breve e se davvero l’intenzione di Berlusconi è quella di andare fino in fondo con questa legge che ammazza definitivamente la giustizia, o se non si tratta semplicemente dell’ennesima pistola carica poggiata sul tavolo, anzi puntata alla tempia delle opposizioni e del Quirinale per estorcere loro qualcos’altro, qualcosa di peggio. Intanto vediamo quale è la minaccia, ossia quale è il testo della legge che è stato approvato l’altro giorno da una delle due Camere, in attesa che venga approvato dall’altra: è stato approvato al Senato, dove il Presidente, tra l’altro, è prono a tutto e adesso si stabilirà quando ci sarà la votazione alla Camera e se ci sarà la votazione alla Camera, ma per capire quello che sta succedendo intanto vediamo quali saranno i danni, perché il processo breve non è più quello che era stato inizialmente firmato da Gasparri, Quagliariello e Pricolo, capogruppo della Lega Nord, di cui avevamo parlato qualche settimana fa, il testo è cambiato e, se è possibile, è addirittura peggiorato, ma l’hanno modificato perché temevano che fosse troppo incostituzionale persino per i gusti di un uomo di bocca buona come il Capo dello Stato.

La legge porcata passata al Senato
Il problema è che i profili di incostituzionalità restano, ma sono altri rispetto a quelli della prima versione, quindi vediamo: inizialmente sapete che il processo breve era un processo di sei anni, suddivisi in due anni per il primo grado, due anni per l’appello e due anni per la Cassazione, adesso ci sono delle variazioni.

Intanto il procedimento per i reati sotto i dieci anni, puniti con pena inferiore ai dieci anni è diverso da quello per i reati puniti con pene superiori ai dieci anni e conseguentemente cominciamo a vedere che cosa succede per i processi puniti con pene inferiori ai dieci anni, che sono poi il 90% dei processi che si celebrano in Italia, perché sono quelli che riguardano la stragrande maggioranza dei reati, i più diffusi, poi vi dirò quali. Per questi processi, cioè per la stragrande maggioranza dei processi, la durata massima consentita sarà di sei anni e mezzo così suddivisi: tre anni per il primo grado, due anni per l’appello e un anno e mezzo per la Cassazione. Si dirà “ ce ne è a sufficienza”: non credo, perché intanto per cominciare c’è una piccola truffa, in quanto, quando si dice tre anni per il primo grado, non si dice che dal momento in cui inizia il processo di primo grado al momento in cui arriva la sentenza di primo grado devono passare tre anni, ce la si potrebbe fare, almeno per i processi più semplici; si dice una cosa diversa, si dice che dal momento della richiesta del rinvio a giudizio del Pubblico Ministero, al momento della sentenza di primo grado non possono passare più di tre anni: che cosa vuole dire? Che in quei tre anni il Pubblico Ministero deve concludere le indagini, formulare la richiesta di rinvio a giudizio.. anzi, no, scusate: sì, formulare la richiesta di rinvio a giudizio, aspettare che il G.I.P. fissi l’udienza preliminare, celebrare l’udienza preliminare davanti al G.I.P. e le udienze preliminari possono durare anche un anno o due anni; finita l’udienza preliminare, se il G.I.P.  rinvia a giudizio l’imputato o gli imputati, bisogna aspettare che il Tribunale fissi la prima udienza del dibattimento, celebrare tutto il dibattimento, arrivare alla sentenza di primo grado, il tutto senza che siano passati tre anni, se sono passati tre anni il processo è già morto, viene dichiarato estinto dal giudice di primo grado.

Se per caso – cosa rarissima, viste le forze attualmente disponibili nei tribunali – si riesce a scavallare il primo ostacolo, bisogna poi fare il processo d’appello in due anni, se si riesce a scavallare anche la tagliola dei due anni per l’appello, bisogna poi portare tutte le carte a Roma e sperare che la Cassazione ce la faccia a celebrare il giudizio ultimo entro un anno e mezzo. Questa è la regola e quindi, quando sentite Gasparri parlare di dieci o quindici anni per i processi, non sa quello che sta dicendo, o forse lo sa e mente, chi lo sa? In ogni caso, se poi la Cassazione, invece di chiudere il processo con una conferma della sentenza di appello, oppure con un annullamento della sentenza di appello e con un rinvio al processo, se rinvia in primo grado e poi c’è un altro appello ci sarà un anno per ogni grado di giudizio aggiuntivo, se invece rinvia in appello ci sarà un anno per il nuovo processo d’appello e poi un anno per il processo in Cassazione e questo riguarda i reati più diffusi, ossia quelli puniti con pene inferiori ai dieci anni, per cui stiamo parlando di reati come il furto, la rapina, lo scippo, lo spaccio, l’associazione a delinquere, la truffa, lo stupro, la molestia, l’aborto clandestino, l’incendio, i reati ambientali, i reati finanziari, tributari, di bilancio, contabili, tutti i reati contro la Pubblica amministrazione, abuso d’ufficio, corruzione, corruzione giudiziaria, falsa testimonianza, calunnia, sequestro di persona non a scopo di estorsione, ricettazione, violenze in famiglia, lesioni, violenza privata, oltraggio a pubblico ufficiale etc. etc., la gran parte dei processi, il traffico di droga non gravissimo. Poi ci sono i processi per i reati che sono puniti con una pena che supera i dieci anni: per questi ci sarà, per il primo grado, un tempo di quattro anni, per l’appello lo stesso tempo degli altri, sempre due anni e per la Cassazione un anno; non si capisce per quale motivo la Cassazione, per i reati puniti più gravemente, dovrà fare più in fretta che non per i reati puniti meno gravemente, mistero!
Ultimo scaglione, i processi per i reati di mafia e di terrorismo: lì in primo grado si potrà fare fino a cinque anni, in appello fino a tre e in Cassazione due, per esempio il processo Dell’Utri sarebbe morto, perché il processo per mafia a Dell’Utri è durato tantissimo, dovendosi sentire tantissimi testimoni e essendo il Tribunale di Palermo ultracongestionato, come sono i tribunali che si occupano di mafia: pensate ai tribunali in Calabria, ai tribunali in Campania, sono tutti oberatissimi e quindi non ce la fanno. Il giudice però potrà prorogare la durata fino a un terzo in più, nel caso in cui i procedimenti siano molto complessi e abbiano molti imputati: il caso Dell’Utri ne aveva solo due e quindi sarebbe stato escluso e sarebbe morto e sepolto.
La norma transitoria contro i cittadini
Questo per i processi a regime, ossia per i processi che cominceranno da quando la legge entrerà o entrasse in vigore in giù e per i processi cominciati prima? Norma transitoria: la norma transitoria dice che tutti i processi per i reati in corso, ovviamente, per i reati commessi fino al 2006 e quindi che beneficiano di quello sconto di pena di tre anni, previsto dall’indulto del 2006, che siano puniti con pene inferiori ai dieci anni e quindi tutti i reati commessi prima del 2006 che rientrano nella prima categoria, quella del processo brevissimo, soggiacciono alle stesse regole del processo brevissimo, per cui bisognerà fare, anzi bisognerà avere già fatto il primo grado in tre anni, l’appello in due anni e la Cassazione in un anno e mezzo.
Se sono passati tre anni dalla richiesta di rinvio a giudizio e non è ancora stata pronunciata la sentenza di primo grado, questi processi muoiono, si estinguono, quindi sono già estinti i processi a Berlusconi, perché? Perché il processo Mills e il processo Mediaset sono iniziati con la richiesta di rinvio a giudizio da più di tre anni e quindi sono morti e sepolti, cancellati. Insieme a quelli rischiano di essere già morti o di morire presto anche i processi per l’aggiotaggio delle banche, come nel caso Parmalat, il processo Cirio, i processi per lo spionaggio della Telecom e della Pirelli, i processi per le scalate bancarie dell’Antonveneta e della BNL, i processi per lo scandalo della monnezza, dei rifiuti in Campania, quello a carico dell’Impregilo e di Bassolino, i processi per grandi mazzette come quelli di Enipower e Enelpower, che andranno addirittura restituite, visto che sono state nel frattempo sequestrate. I processi per la vendita di derivati, ossia di prodotti tossici, a alto rischio ai comuni e agli enti locali, che stanno devastando, sono una cancrena che sta devastando le casse di molti enti locali, si parla perfino di possibile estinzione del processo per la strage di Viareggio, la strage alla stazione di Viareggio, quell’esplosione gigantesca e poi si parla di altri processi ancora, anche l’omicidio colposo plurimo – me l’ero dimenticato – tra quelli puniti con pene sotto ai dieci anni è compreso in questa tagliola del processo brevissimo. La porcheria è stata approvata dall’aula del Senato – l’abbiamo detto prima – il 20 gennaio con 163 sì, i voti del PDL, 130  no (PD, Udc e Italia dei Valori) e due astenuti. Ci sono, oltre a quelle che vi ho raccontato, altre tre furbate, cioè altri tre codicilli che sono nascosti dentro questa legge, dei quali pochi si sono accorti, almeno fino a quando non è stata approvata, perché sono degli emendamenti o delle frasette che in apparenza non significano nulla e in realtà aggravano ulteriormente la situazione. Ve li sintetizzo: il primo è incomprensibile, se uno lo legge, ecco perché l’hanno capito in pochi, compresi secondo me molti di quelli che l’hanno votato, o che hanno votato contro e dice che “il Pubblico Ministero deve assumere le proprie determinazioni in ordine all’azione penale entro e non oltre tre mesi dal termine delle indagini preliminari. Da tale data iniziano comunque a decorrere i termini di cui ai commi precedenti, se il Pubblico Ministero non ha già esercitato l’azione penale ai sensi dell’articolo 405”. Quale è la traduzione di questo ostrogoto? Intanto che cosa vuole dire che il Pubblico Ministero esercita l’azione penale? Il Pubblico Ministero esercita l’azione penale quando chiede il rinvio a giudizio di un indagato che, da quel momento, assume le vesti di imputato, questo è l’esercizio dell’azione penale. Dice, questo codicillo da azzeccagarbugli, che se il Pubblico Ministero non chiede il rinvio a giudizio, cioè non esercita l’azione penale entro tre mesi da quando gli sono scaduti i termini dell’indagine, comunque al terzo mese dalla scadenza dell’indagine parte il calcolo del tempo, ossia di quei tre anni entro i quali bisognerà completare il processo di primo grado e conseguentemente, se non chiede il rinvio a giudizio entro tre mesi dalla scadenza delle indagini, il calcolo del tempo per ammazzare il processo dopo tre anni non parte dalla richiesta di rinvio a giudizio, parte da quando sono passati tre mesi dalla scadenza delle indagini e quindi molto prima della richiesta di rinvio a giudizio. Si dirà “ è sufficiente che il Pubblico Ministero chieda il rinvio a giudizio entro e non oltre i tre mesi dalla scadenza delle indagini”: già, fosse facile! Perché non è facile chiedere il rinvio a giudizio entro tre mesi dalla scadenza delle indagini? Perché tra la scadenza delle indagini e la richiesta di rinvio a giudizio c’è una cosina che si chiama deposito degli atti alle parti, prevista, se non erro, dall’articolo 415 bis; che cosa dice quest’articolo? Dice che il Pubblico Ministero non è che, quando finisce le indagini, chieda subito il rinvio a giudizio: era così una volta, poi il centrosinistra, con una delle furbate escogitate negli anni dal 96 al 2001 per allungare ulteriormente i processi e mandare un po’ di processi di tangentopoli in prescrizione, si è inventata il deposito degli atti. Che cosa vuole dire? Vuole dire che, quando il Pubblico Ministero ha finito le indagini, perché gli sono scadute, sapete che le indagini possono durare un certo tempo e non di più, dal momento in cui l’indagato viene iscritto nel registro degli indagati parte un certo tempo, che può essere sei mesi prorogabili fino a un anno e mezzo e fino a due anni per i reati di mafia, quindi al massimo in due anni le indagini dal momento dell’iscrizione nel registro devono finire, nel momento in cui ti scade l’indagine tu devi trarre le tue conclusioni e devi chiedere agli Avvocati e alle parti civili, alle parti offese se hanno qualcosa da ridire sulle indagini di cui gli hai depositato gli atti, conseguentemente devono avere il tempo di leggersele e poi di chiederti di fare delle cose che magari, secondo loro, non hai fatto tu, Pubblico Ministero e hanno venti giorni di tempo per chiedere al Pubblico Ministero di sentire l’indagato, se non è stato sentito, oppure di sentire altre persone che interessano all’indagato, oppure di fare dei supplementi di indagini che interessano all’indagato; dopodiché il magistrato deve fare questi interrogatori, questi atti etc. e poi li deve depositare, dopo averli fatti. Soltanto a quel punto può chiedere il rinvio a giudizio, oppure l’archiviazione: chiede il rinvio a giudizio, poi bisogna fare l’udienza preliminare, poi bisogna fare il rinvio a giudizio, poi bisogna fissare il processo, dopodiché inizia il processo di primo grado. Capite che è impossibile che in tre mesi dalla fine delle indagini il Pubblico Ministero chieda il rinvio a giudizio, perché in mezzo c’è il deposito degli atti, ci sono gli atti da compiere, gli interrogatori nuovi che ha chiesto la difesa o magari anche la parte offesa e quindi non si riesce mai a fare tutto in tre mesi. La sabbia nella clessidra, quella sabbia che, ultimati i tre anni, ucciderà il processo comincia a scendere ben prima della richiesta di rinvio a giudizio: non solo, ma nei processi dove c’è più di un indagato molto spesso gli indagati non vengono iscritti tutti nello stesso momento; prendete, per esempio, il processo per il sequestro di Abu Omar, Abu Omar viene rapito, poi si scopre che l’hanno rapito tizio e caio degli agenti della Cia, poi si scopre che c’era anche un Maresciallo del Ros, poi si scopre che all’ideazione avevano partecipato anche i vertici del Sismi, nell’ipotesi d’accusa il Generale Pollari, i favoreggiatori Pio Pompa, il giornalista Farina etc., quindi via via vengono iscritti e ciascuno ha una durata delle proprie indagini che parte dal momento in cui è stato iscritto, per cui le indagini non durano da tale data a tale data per tutti, durano sempre la stessa durata, ma spostata a seconda del momento in cui i vari indagati sono stati iscritti nel registro. Alla fine il magistrato fa poi un’unica richiesta per tutti, che arriva naturalmente molto dopo che sono scadute le indagini per il primo dei suoi indagati, perché deve aspettare che scadano anche le indagini per l’ultimo dei suoi indagati. Invece qua la scadenza delle indagini vale per il primo che è stato iscritto nel registro degli indagati e quindi molto spesso il tempo per cominciare a calcolare i tre anni dell’estinzione del processo partirà, per il primo degli indagati, prima ancora che siano scaduti i termini delle indagini per l’ultimo degli indagati: capite che è molto retrodatato il momento in cui parte il famoso conteggio, il famoso timer che inizia a ticchettare, i tre anni che vengono chiamati i tre anni del primo grado; in realtà, per il processo di primo grado, resterà molto poco, non tre anni, perché il resto è stato consumato prima: scadenza delle indagini, compimento degli atti, deposito degli atti supplementari, richiesta di rinvio a giudizio, udienza preliminare e rinvio a giudizio. Ecco perché quei tre anni non basteranno mai per fare i processi, quindi i processi moriranno addirittura in primo grado.
L’emendamento liberi tutti
La seconda furbata – vado veloce, perché le altre sono più facili da spiegare – è l’emendamento che estende questo colpo di spugna non solo alle persone fisiche, ossia all’imputato Marco Travaglio, ma anche alle persone giuridiche, cioè all’eventuale società di Marco Travaglio per la responsabilità amministrativa, in base alla legge 231 /2001. Perché è importante questo?
Perché sono imputati in questi scandali non soltanto gli amministratori delle società, ma anche le società, che rischiano di dover pagare delle somme enormi: pensate all’Impregilo per lo scandalo della monnezza quanto dovrebbe pagare, se venisse condannata, pensate alla Telecom, se venisse condannata la sua security quando dovrà risarcire alle persone che erano state spiate. Ebbene, con questa roba muore anche la responsabilità delle persone giuridiche e la terza furbata è un emendamento firmato dal Senatore Valentino, che allarga la durata massima dei processi, ossia la morte dei processi prima che finiscano, anche a quelli per danno erariale davanti alla Corte dei Conti, non solo per i reati penali, ma anche per quelli contabili. I processi si estinguono se, dall’atto di citazione della Corte dei Conti, sono trascorsi più di tre anni senza che sia stato emesso un provvedimento di primo grado, o due anni se non si è definito il processo d’appello. Naturalmente davanti alla Corte dei Conti ci sono molti amministratori pubblici: sono 7.000, credo, i procedimenti in corso davanti alla Corte dei Conti, molti di questi saranno falcidiati da questa regola. Lo Stato rinuncerà a incassare un sacco di soldi, eppure non sono processi nei quali, per dire, l’imputato rischia la galera o rischia limitazioni della sua libertà: sono semplicemente delle questioni di soldi, a un certo punto arriva una sanzione e, se la devi pagare, la paghi. Queste sanzioni pecuniarie saranno cancellate, se il processo davanti alla Corte dei Conti non durerà tot e, naturalmente, davanti alla Corte dei Conti, addirittura condannati in primo grado a risarcire per le consulenze d’oro indebite che hanno concesso nella loro funzione, ci sono, per esempio, l’ex Ministro Castelli, la Sindaca di Milano Letizia Moratti e, tra i vari citati dalla Corte dei Conti, c’è anche il Senatore Valentino, autore dell’emendamento che potrebbe mandare a monte il suo procedimento, che è aperto da diverso tempo, quindi abbiamo di fatto un’amnistia per gli imputati, un’amnistia di fatto per le società e un’amnistia di fatto anche per i pubblici amministratori e i politici che hanno danneggiato lo Stato facendogli spendere dei soldi che lo Stato non avrebbe dovuto spendere, se loro avessero amministrato bene i loro ministeri e i loro enti locali. Capite che stiamo parlando di un’ecatombe, stiamo parlando di qualcosa di infinitamente peggio dell’indulto, visto che l’indulto si limitava a scontare pure tre anni, che erano una cosa enorme, ma qui addirittura si estingue il processo, cioè via il processo, via il reato, non c’è più responsabilità. Se uno ha subito un torto deve andare addirittura dal giudice civile a chiedere i danni, pagandosi l’Avvocato, ricominciando tutto daccapo e non avendo neanche una sentenza penale che faccia stato in sede civile, quindi sarà tutto enormemente più dispendioso e più complicato. Questa è la situazione, l’ipotesi è che sia semplicemente una pistola puntata per intimidire innanzitutto la Corte di Cassazione, che il 25 febbraio dovrà decidere se confermare o annullare la condanna di David Mills, perché se la Cassazione dovesse annullare la condanna di David Mills di fatto annullerebbe anche la responsabilità di Berlusconi: sapete che Mills è condannato perché corrotto da Berlusconi e quindi, se venisse annullata la condanna a Mills, di fatto verrebbe salvato anche Berlusconi dall’accusa di aver corrotto Mills.

Il ricatto
Stanno ricattando, con questa legge, la Cassazione e le stanno dicendo “ o salta il processo Mills, oppure saltano tutti i processi, o quasi tutti”, questo è il ricatto, accompagnato insieme al bastone dalla carota, ossia da un emendamentino che sta vagando in Parlamento, pronto a entrare in qualsiasi provvedimento omnibus, che allunga la carriera dei magistrati da 75 a 78 anni, esattamente quello che serve al Presidente attuale della Cassazione, Carbone, che sta per andare in pensione e invece si vedrebbe prorogare in carica per altri tre anni.
Qualcuno ha parlato di una captatio benevolentiae in vista della sentenza della Cassazione su Mills. Ma questa è anche una pistola puntata nei confronti del Capo dello Stato e dell’opposizione, di quella che chiamiamo opposizione, a proposito almeno del PD o dell’Udc, per dire “ se volete salvare la giustizia da questa catastrofe non avete che da regalarci un’altra soluzione che salvi Berlusconi dai suoi processi, senza farci pagare il prezzo sociale di questa gigantesca amnistia e quindi ci date il legittimo impedimento”, ossia una legge che renda legittimi anche gli impedimenti più pretestuosi, purché li accampi Berlusconi, per cui se dice “ ho le escort che vengono a trovarmi” il Tribunale deve dire “ ah, beh, allora non si tiene l’udienza”, perché qualunque impedimento lui accampi sarà legittimo, anche se è illegittimo diventerà legittimo per legge, oppure – ma per questo ci vorrà più tempo – una norma costituzionale che reiteri il Lodo Alfano sulle impunità delle cinque cariche dello Stato, oppure che reintroduca l’immunità parlamentare, ossia la famosa autorizzazione a procedere, saggiamente abrogata dal Parlamento nel 93. Vedremo se la Cassazione si farà ricattare assolvendo Mills, vedremo se il  PD, l’Udc e il Quirinale regaleranno una leggina a Berlusconi, il quale non sembra, ma è abbastanza in difficoltà, perché se lo costringeranno a approvare questa legge è vero che cancellerà i suoi processi, ma è anche vero che lo farà con una legge chiaramente incostituzionale, che creerà un sacco di casino, manderà salvi un sacco di delinquenti, diventerà per lui una tragedia di immagine, perché ogni giorno avremmo sui giornali i nomi e i cognomi dei criminali che esultano e escono vincitori dai processi, con il giudice che si arrende a mani alzate e quindi pagherà un prezzo tale e quale a quello che pagò il centrosinistra dopo l’indulto, uno stillicidio continuo di impuniti, anche di criminali comuni. Dopodiché rischierà che la Corte gli cancelli pure questa leggina, questa legge schifosa, perché è anch’essa, ovviamente, incostituzionale e quindi che i suoi processi riprendano.
Il centrosinistra, se esiste ancora un centrosinistra e se esiste ancora un’opposizione, ha tutto l’interesse a che Berlusconi approvi la legge sul processo breve, paghi le conseguenze di impunità generalizzata, in controtendenza con le promesse di sicurezza che aveva fatto in campagna elettorale, e dopodiché si veda bocciare questa legge dalla Corte Costituzionale. Sarebbe perfetto, un’opposizione degna di questo nome starebbe ferma e non gli darebbe assolutamente nessun contentino alternativo e lo lascerebbe, finalmente, andare a sbattere il muso contro le conseguenze generali dell’impunità che lui, per garantire a sé stesso, dovrebbe garantire a tutti. Temo che il Partito Democratico e l’Udc invece opteranno per l’altra soluzione: subire il ricatto, pagare il pizzo, salvare Berlusconi sia dai processi e sia dalle conseguenze di una legge come la blocca processi, probabilmente gli daranno qualcosa che salvi soltanto lui, a meno che gli elettori del PD e dell’Udc – diciamo del PD, perché quelli dell’Udc sono abituati a qualunque cosa, vedi Cuffaro – si facciano sentire in questo periodo di campagna elettorale, scuotano i loro leaders con lettere, incontri pubblici, mail etc. etc. per pregarli, almeno stavolta, di stare fermi e di non agitarsi per difendere il Cavaliere, così magari una volta tanto pagherà qualche pedaggio di impopolarità anche lui!

Passate parola e continuate a leggere Il Fatto Quotidiano. Grazie e buona settimana.

Chiamiamola amnistia – Marco Travaglio – Voglio Scendere

Fonte: Chiamiamola amnistia – Marco Travaglio – Voglio Scendere.

Da Il Fatto Quotidiano del 23 gennaio 2010

Alla fine il sagace Gasparri, ad Annozero l’ha ammesso. Non se n’è accorto, come spesso gli accade, ma l’ha ammesso: “Siccome nel 2006 il centrosinistra ha fatto l’indulto, i processi per reati commessi fino al 2006 sono inutili e quindi tanto vale non celebrarli più. Per questo abbiamo reso retroattivo il processo breve”. Cioè: dopo l’indulto del centrosinistra (votato anche da Forza Italia e Udc), arriva l’amnistia del centrodestra. Solo che, se la chiamassero col suo vero nome, quelli del Pdl non potrebbero approvarla con la loro maggioranza, avrebbero bisogno dei due terzi; ma, soprattutto, non potrebbero più uscire di casa nemmeno con barba posticcia e plastica facciale: qualcuno dei milioni di gonzi che li votarono meno di due anni fa in nome della “sicurezza”, della “certezza della pena” e della “tolleranza zero”, li riconoscerebbero e li farebbero a fette.

Perché l’amnistia è ancora peggio dell’indulto: se questo “abbuona” 3 anni di pena, quella cancella il reato e dunque il processo. Per questo il “processo breve” retroattivo è un’amnistia camuffata: estingue il processo e dunque il reato. Con l’indulto, i colpevoli vengono comunque condannati e se han danneggiato qualcuno devono risarcirlo. Con l’amnistia (e il processo breve) non c’è neppure l’accertamento della verità, dunque il colpevole la fa franca, rimane incensurato e la parte offesa deve imbarcarsi in una lunghissima causa civile dall’esito incerto (visto che non c’è stata condanna in sede penale). E per i processi nuovi, che succede? Per quelli niente paura, dice Gasparri: i giudici avranno “da 10 a 15 anni di tempo”. Campa cavallo.

E, se lo dice lui che della legge è il primo firmatario, c’è da credergli. Purtroppo, come disse un giorno Storace a proposito di quella sulle tv, “Gasparri ‘sta legge non solo non l’ha scritta, ma manco l’ha letta”. Infatti, salvo per i reati più gravi e più rari, puniti con pene superiori ai 10 anni (omicidio, mafia, terrorismo, strage), i processi non potranno durare più di 6 anni e mezzo: 3 dalla richiesta di rinvio a giudizio alla sentenza di primo grado, 2 da questa alla sentenza d’Appello, 1 e mezzo da questa alla sentenza di Cassazione. Il che significa, in un paese dove durano in media 7 anni, un’amnistia anche per i processi futuri. Anche perché, con una furbata da azzeccagarbugli, lorsignori hanno infilato al comma 3 dell’articolo 5, un codicillo che ammazza il processo ancor prima dei 6 anni e mezzo: “Il pm deve assumere le proprie determinazioni in ordine all’azione penale entro e non oltre tre mesi dal termine delle indagini preliminari. Da tale data iniziano comunque a decorrere i termini di cui ai commi precedenti, se il pm non ha già esercitato l’azione penale…”. Traduzione: se il pm non chiede il rinvio a giudizio entro 3 mesi dalla scadenza delle indagini, al 91° giorno parte comunque il conteggio dei 3 anni concessi per il primo grado. Ma è impossibile chiedere il rinvio a giudizio entro tre mesi dalla scadenza delle indagini, perché prima il pm deve far notificare l’avviso di chiusura indagini, i difensori hanno 20 giorni per chiedere nuove indagini e interrogatori, dopodiché il pm deve farli e depositare gli atti conseguenti. Impensabile che bastino 3 mesi.
Non solo: nei processi di media complessità, le indagini non scadono lo stesso giorno per tutti gli indagati: alcuni vengono iscritti prima e altri dopo; alla fine il pm chiede il rinvio a giudizio per tutti quelli che lo meritano. Quindi, con la nuova legge, la sabbia dei 3 anni per il calcolo della prescrizione processuale comincerà a scendere nella clessidra per i primi iscritti sul registro degli indagati ancor prima che scadano i termini delle indagini per gli ultimi iscritti. E il processo morirà certamente prima della sentenza di primo grado. Ecco la filosofia del processo breve: prendono un atleta, gli tagliano le gambe, poi gli ordinano di correre i 100 metri in 10 secondi netti; se non ce la fa, gli sparano.

Antimafia Duemila – Il giudice breve

Fonte: Antimafia Duemila – Il giudice breve.

di Marco Travaglio – 21 gennaio 2010
E’letteralmente strepitosa l’idea che un miracolato dai processi lunghi, uno che se durassero un po’ meno sarebbe in galera da un pezzo, abbia potuto varare il processo breve.

Ma è addirittura entusiasmante il fatto che la cosiddetta stampa indipendente, la cui unica funzione è di trovare le parole giuste per difendere cause sbagliate, faccia finta di prenderlo sul serio.
E’ la stessa stampa indipendente che non ha scritto una riga sul rapporto della Dia svelato dal Fatto sui progetti di attentato della mafia contro i pm Lari, Ingroia, Gozzo e Paci e contro il giornalista Lirio Abbate. E in questa censura, non si sa bene se dovuta al fatto che la notizia l’ha data il Fatto o alla circostanza che le vittime designate sono pubblici ministeri, c’è della coerenza. In fondo Cosa Nostra, con la sua rudimentale ed essenziale semplicità, il processo breve l’ha sperimentato ben prima che vi si applicassero Berlusconi e i suoi legislatori à la carte. Non c’è processo più breve di quello che non si fa più perché i giudici e/o i pubblici ministeri sono morti ammazzati. Eliminando Falcone, Borsellino, Livatino, Caccia, Chinnici, Costa, Terranova, Scopelliti, le cosche hanno tracciato la strada del processo più breve del mondo: quello che si estingue e riposa in pace insieme col magistrato.

E’ il “giudice breve” (con separazione delle carriere incorporata: i giudici che processano i mafiosi e i loro amici muoiono subito, gli altri no). Invece di tante leggi ad personam, che richiedono tempi e costi sociali elevatissimi, il problema è risolvibile quasi gratis, al netto di una modica quantità di tritolo per uso personale. Infatti il Cavaliere, troppo impegnato a celebrare un corrotto latitante, non ha detto una parola sui progetti di attentati ai magistrati, a parte definirli “plotone di esecuzione” (del resto si attende ancora una sua parola di plauso ai poliziotti che catturarono Provenzano nel maggio 2006). E i suoi uomini, per difendere in tv il processo breve, cioè morto, usano gli stessi argomenti degli avvocati dei boss nei processi di mafia: “Minchia, signor giudice, il mio cliente è un perseguitato, lo processano da quando era piccolo, ma sempre assolto fu…”. L’altra sera Bonaiuti, con quella faccia da Bonaiuti, sbavava a Porta a Porta dinanzi all’insetto, comprensibilmente affezionato alle leggi vergogna, che portano il timbro della sua signora Augusta Iannini, direttore dell’ufficio legislativo del ministero della Giustizia per volontà di Angelino Jolie. “Il processo breve – spiegava Bonaiuti – serve a difendere Berlusconi contro i processi ad personam”. Originale tesi ripresa anche dall’acuto Gasparri: “A Milano c’è una giustizia contra personam”. A nessuno è venuto in mente di rispondere ai due giureconsulti che tutti i processi sono ad o contra personam: la personam dell’imputato.

Forse i due geni pensano a una legge che imponga di fare i processi senza imputati, magari omissandone i nomi col segreto di Stato. Infatti, oltre alla personam del premier, la porcata salverà anche le personas imputate per i crac Parmalat, Cirio e Hdc, per le scalate Bnl e Antonveneta, per gli spionaggi Telecom e Sismi, per le truffe Impregilo sui rifiuti, e persino per i processi contabili alla Corte dei conti che coinvolgono le personas di Letizia Moratti, del viceministro Castelli e persino dell’autore dell’emendamento che estende il processo morto alle cause contabili, senatore Giuseppe Valentino. Più che una legge, un’auto-legge. Ora, sul modello del processo breve, si provvederà a una riforma della chirurgia breve: se l’intervento in sala operatoria va per le lunghe, il medico deve smettere, magari eliminando direttamente il paziente. Poi avremo il treno breve e l’auto breve: se non arrivano a destinazione entro un paio di minuti, esplodono in corsa.

Tratto da: antefatto.ilcannocchiale.it

Antonio Di Pietro: Stato criminale

Fonte: Antonio Di Pietro: Stato criminale.

Ieri al Senato e’ stato approvato il disegno di legge che questa maggioranza, con delinquenziale maestria comunicativa, ha chiamato “processo breve” per far credere che d’ora in poi i processi si faranno prima e la giustizia funzionera’ meglio.

Magari fosse così! In realtà è l’esatto opposto. Trattasi di un “processo ad impunità assicurata“, nel senso che i processi d’ora in poi non si faranno più e i delinquenti se la spasseranno alla faccia delle vittime e della giustizia. Il disegno di legge in questione è un vero e proprio ammazza processi e ammazza giustizia che serve solo alla Casta degli amministratori pubblici, ai faccendieri senza scrupoli, ai truffatori, agli sfruttatori della prostituzione e a una lista infinita di soggetti che agiscono nell’illegalità e che, d’ora in poi, sanno che possono farlo anche con garanzia di impunità.

Cominciamo dal famigerato emendamento presentato dal senatore Valentino del Pdl: norma che cancella in un batter d’occhio 500 milioni di euro che Ministri, sindaci, amministratori pubblici a vari livelli e parlamentari hanno rubato alle casse dello Stato con sprechi e truffe. Soldi che, stando agli accertamenti in corso della Corte dei Conti, devono essere restituiti allo Stato a titolo di risarcimento. Ieri al Senato, la maggioranza parlamentare (quelli del Pdl e della Lega, per intenderci) ha deciso di condonare le procedure di pagamento di questi risarcimenti, senza che se ne comprenda minimamente la ragione, giacchè la Corte dei Conti fa attività completamente diversa da quella dei Tribunali ordinari italiani.

Allora, uno si domanda: ma chi sarebbero questi gloriosi fortunati beneficiari di una norma del genere? In primis, guarda caso, lo stesso firmatario dell’emendamento, nonché relatore del provvedimento, ossia il senatore del Pdl Giuseppe Valentino. Segue una schiera di Ministri passati e presenti, amministratori e parlamentari. Ecco solo alcuni dei nomi: il vice ministro leghista Roberto Castelli, gli onorevoli Jole Santelli e Alfonso Papa, di salda fede Pdl, coinvolti in un’inchiesta sulle consulenze al Ministero di grazia e giustizia; i cinque membri del centrodestra del vecchio Cda Rai, l’ex direttore generale Flavio Cattaneo e l’ex ministro dell’Economia Domenico Siniscalco; il sindaco di Milano, Letizia Moratti, e tutta la sua giunta per il caso delle “consulenze d’oro e così via.

Tra i possibili beneficiati vip della norma c’è di tutto. Il bitume processuale che abbiamo visto passare negli ultimi anni verrà scaricato a mare: dall’ex governatore della Banca d’Italia, Antonio Fazio, al presidente di Mediobanca, Cesare Geronzi, agli ex imprenditori del calibro di Calisto Tanzi, Fiorani, Cragnotti, ma anche una pletora infinita di politici di tutti i partiti coinvolti in ogni sorta di ruberia, dai pesci grossi al plancton sparsi nelle migliaia di amministrazioni locali. Insomma verranno annullati i processi a tutti coloro sospettati dai Tribunali o dalla Corte dei Conti di aver amministrato male e sperperato i soldi dei cittadini e, persino, coloro che hanno preso tangenti.

Un regalo niente male per i fortunati e che, in questo momento di crisi economica, non è certo un toccasana per le casse dello Stato, oltre ad essere un segnale inequivocabile per tutti i cittadini onesti.

Ma l’ammazza giustizia non finisce qua. Si renderà, di fatto, impossibile l’accertamento di delitti come gli omicidi colposi, realizzati nell’ambito dell’attivita’ medica, le lesioni personali, le truffe, gli abusi d’ufficio, la corruzione, le frodi comunitarie, le frodi fiscali, i falsi in bilancio, la bancarotta preferenziale, le intercettazioni illecite, i reati informatici, la ricettazione, il traffico di rifiuti, lo sfruttamento della prostituzione, la violenza privata, la falsificazione di documenti pubblici, la calunnia, la falsa testimonianza, l’incendio, l’aborto clandestino, i reati della criminalita’ dei colletti bianchi. In particolare, con il disegno di legge in questione potrebbero estinguersi i reati contestati nei processi per i crack Cirio e Parmalat, per le scalate alle banche Antonveneta e Bnl, per la corruzione nella vicenda Eni-Power, per le “morti bianche” alla Thyssen, per le morti da amianto. E ancora: i processi Impregilo, Unipol, Pirelli-Telecom, Italgas, Eni-Snam. E chissà quanti altri ne scopriremo nei prossimi giorni.

Il disegno di legge grazia sì i Vip della politica, della finanza e dell’imprenditoria ma investe come una manna dal cielo anche i delinquenti di strada, quelli che vivono nella realtà delle piazze, dei mercati, delle discoteche, dei quartieri malfamati e che stuprano, rubano in appartamenti, scassinano negozi, scippano le vecchiette riducendole in fin di vita, picchiano, taglieggiano, bruciano, inquinano, danneggiano la cosa pubblica e la proprietà privata. Questa galassia, ai margini della società e con un piede nella malavita, vede in Silvio Berlusconi e nel suo governo la speranza e l’opportunità di poter delinquere in sicurezza dalla giustizia come prima e più di prima.

A questo punto anche le loro vittime, i cittadini, avranno la consapevolezza che con tutta probabilità il torto subìto non verrà punito dallo Stato.

Berlusconi, la sua maggioranza e tutti coloro che si renderanno complici di questa polizza d’impunità per malviventi saranno responsabili di aver ridotto l’Italia ad un Far West dove i cittadini, esasperati, finiranno per optare per una giustizia “fai da te”. A questi prossimi giustizieri si aggiungeranno altrettanti disperati, che oggi vivono con fatica ai margini della legalità, che decideranno di provare la strada della delinquenza che ieri il Senato ha contribuito a rendere più sicura.

Ops! Dimenticavo, di inserire nella lista un altro beneficiario, quello per eccellenza: il nostro presidente del Consiglio. Si, avevamo proprio rimosso. Guarda caso, nella lista nera c’è pure lui. Anzi, prima di tutti lui, dato che – per stessa ammissione dell’interessato – questa legge è stata da lui fortissimamente voluta proprio perché gli serviva per bloccare i processi che ha in corso.

A noi non resta che esprimere la nostra solidarietà a tutti i familiari delle vittime della Thyssen, ai risparmiatori vittime del crack Cirio e Parmalat e a tutte le altre vittime dei reati e delle gravi truffe sopra elencate.

Si, sono giorni neri per la nostra democrazia. Continuiamo a resistere democraticamente, per evitare di ripercorrere la strada del fascismo, dalla sua apoteosi fino a piazzale Loreto!